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o ma pure di alcune terre austriache. Doposto il 6 ag. 1806 la corona del Sacro Romano Impero, F. tentò ancora una volta la sorte delle armi nel 1809, con esito non più fortunato delle precedenti. Per salvare il salvalide, diede l'anno successivo in epoca a Napoleone la figlia Maria Luisa. Contemporaneamente affidò la direzione degli affari esteri al Metternich, il quale sollevò lentamente l'Austria dal baratro in cui era precipitato e contribuì grandemente alla caduta del Bonaparte. Con il Congresso di Vienna l'imperatore F. acquistò l'egemonia nella penisola italiana e riottenne il prestigio perduto in Germania. Nelle relazioni con la Chiesa cattolica e con la S. Sede F. era prepenso ad eliminare di comune accordo, mediante un concordato, i punti controversi, ma le forti resistenze provenienti da ambienti giungginiati resero impossibile la realizzazione di tale desiderio. Assai riprovevole fu in ogni modo, p. es., la condotta del gabinetto imperiale così nel riguardi del Conclave di Venezia, come rispetto al nuovo papa Pio VII, il quale incontrò ogni sorta di ostacoli nel giusto desiderio di trasferirsi a Roma.

Bibl.: C. Wolfsgruher, Franz I., Kaiser von Österreich, Vienna 1899; J. A. Holbert, Kaiser Franz I. von Österreich und die Stiftung des landesde-senatinnischen Königreiche, Innsbruck 1901; V. Bihl, Kaiser Franz, der letzte römisch-christliche Kaiser, Lipsia 1927 (trad. franc., Parigi 1936). Per le relazioni con la Chiesa cf. J. Schmidlin, Papalgeschichte der senateu Zeit, I, Mouton 1923, passim.

Silvio Furlani
FRANCESCO da Barberino (Francesco di Neri di Ranuccio). - Poeta, n. a Barberino nel 1264, m.

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a Firenze nel 1348. Esercitò la professione di notaio a Bologna e a Firenze. Esiliato da Firenze, visse a lungo a Venezia, in Provenza, in Piecardia. Poté tornare a Firenze nel 1315 , ove poi visse fino alla morte.

Serise: i Documenti d'amore (l'autografo ministo e nella Bibl. Vaticana), raccolta di ammesstramenti morali (cf. l'ed. F. Fgidi, 4 voll., Roma 1905-27) e il trattato Del reggimento e costumi di donna (cf. l'ed. C. Baudi di Vesme, Bologna 1875), dove la materia didattica, valuta da una composizione allegorica di gusto grovenzale e allinversico, è sovente svolta con perspicacia d'osservazione e con un interesse più attento, però, al comportamento esterno che alla vita della coscienza. La sua data di "poeta" è affidata a qualche "bozzetto" di vita familiare e cittadina trecentesca, fresco e sereno nella sua immediatezza.

BibL.: A. Thomas, F. da B. et la littérature provenzale en Italie au moyen âge, Parigi 1883; R. Guess, Il «Reggimento e costumi" del B. me' suoi rapporti sulla letteratura provenzale a Gioveve, in Studi di critica letteraria, Bologna 1892, pp. 375-88; A. Tenatti, Il ritardo d'Amore di F. da B., Catania 1021; F. Bardi, Le misurato dei codici barberistani dei Documenti d'Amore, in L'Acti, 5 (1004), pp. 1-11; R. Ortis, F. da B. e la letteratura didattica neo-latina, Roma 1948.

Glengio Petroschi
FRANCESCO "Bonar Spei". - Al secolo Francesco Crespin, teologo carmelitano, cosi nominato dal convento "Bonne Espérance" (presso Valenciennes) a cui apparteneva. N. e Lilla il 20 giugno 1617 , m. a Bruxelles il 5 genn. 1677. Insegnò filosofia e teologia nell'Università di Lovanio, fu due volte superiore della provincia Fiandro-Belgica, più volte priore e definitore.

Le sue più importanti opere sono: Commentarii tres in universam Aristotelis philosophiam (Bruxelles 1652); Commentarii in universam theologiam scholasticam ( 6 voll., Anversa 1662); Necma Belgica adversus Aquilam Germanicum (Lovario 1651); Lucca s. Thonne (Bruxelles 1664).

BibL.: C. de Villiers. Bibl. Carus., I. 2^{°} ed., Roma 1927, po. 482-85.

Ambrogio di Santa Teresa
FRANCESCO da Cordova: v. Pietro da coddova e laE CASAS.

FRANCESCO da Corigliano Calabro: v. LONGO, FRANCESCO.

FRANCESCO di Cristofano: v. franciagigio.
FRANCESCO II, re delle Due Sicilie. - N. a Napoli il 16 genn. 1836, m. ad Arco (Trento) il 27 dic. 1894, era figlio di Ferdinando II e della ven. Maria Cristina di Savoia. Non mai ben visto dalla matrigna Maria Teresa d'Austria, crebbe timido, schivo e malinconico. Sebbene non privo di intelligenza e di cultura, diligente e pronto al dovere, venne deliberatamente tenuto lontano dalla conoscenza a dalla pratica degli affari del Regno, pur essendo principe ereditario. Né comprensione e conforto poté trovare nel matrimonio con Maria Sofia di Baviera (1858), troppo da lui disocata per temperamento e inclinazioni.

Perduto prematuramente il padre (a maggio 1859), poco più che ventenne ed inesperto, dovette assumere il governo proprio alla vigilia di radicali rivolgimenti nella Penisola, mentre il Regno forte e rispettato in apparenza, era privo di alleanze, chiuso in una politica mioponente conservatrice e retriva, reso nella compagnia sociale, amministrativa e militare dall'opera pertinace ed avveduta di correnti tutte volte agli ideali di unità e di libertà. Costretto allora d'improvviso a scegliere fra Austria e Francia, cioè fra tradizionale indirizzo conservatore ormai al tramonto e tendenze novatrici, abilmente timoneggiste dal Piemonte, F. non riusci a rendersi pieno conto della sua vera situazione, e, veloci dapprima al l'Austria che nulla più poteva dargli, dovette poi tardivamente, sotto il peso di Villafranca e sotto la pressione garibaldina dilagante in Sicilia, far concessioni liberali
che a nulla più potevano giovargli. Malgrado i ripatuti insuccessi e le molteplici sventure che si abbetterono sulle sue bandiere, F., pur fra il generale abbandono, nobilmente coadiavato dalla contorte, seppe dar prova, come anche dimostrano i recenti studi del Battaglini, di intuito militare, di impavida fierezza, di spirito combattivo, dividendo con la regina e con le truppe fedeli i disagi di una causa ormai disperata, imponendosi alla rispettosa ammirazione degli stessi avversari. Sicché va oggi serenamente riconosciuto, che le operazioni sul Volturno, e le atrenus, prolungate resistenze di S. Benedetto del Tronto, di Messino e specialmente di Gaeta segnarono pagine davvero degne dalla fine d'un secolare e glorioso reame.

Aesolto profugo a Roma da Pio IX (febbr. 1861), che ne apprezzava le non comuni virtù di cristiano esemplare, vi rimase in rassegnato e silente raccoglimento, perdendovi per fulminea malattia l'unica figlioletta, ed escrariandosi dalle maldestre mene restauratrici di congruenti e di accoliti, fino agli eventi del 1870 . Vagò poi fra Trieste, Ginevra e Parigi, menando vita ritirata e dedita ad opere di pietà e di carità, sempre memore ed attaccatissimo alla patria lontana. Sepolto nel Duomo di Arco, fu poi il 9 dic. 1938, anche per merito dell'allora principio ereditario Umberto di Savoia, definitivamente tumulato, secondo i suoi desideri, insieme alla regina Maria Sofia in Roma nella chiesa di S. Spirito dei Napoletani, accanto alla tomba della tanto pianta principessina Maria Cristina Pio.

BibL.: N. Nisco, F. II re, Napoli 1877; A. Insegna, F. II re di Napoli, ivi 1808; R. De Cessus, La Sra di un Regno, 3^{°} ed., 3 voll., Città di Castello 1909; B. Croce, Gli ultimi berbenici, in Atti della R. Acc. di Scienze morali e politiche, Napoli 1926; P. Calà Ulloa, Un re in ullio, Bari 1928; C. Monti, Storia della artigelieria italiana, III, parte 2^{°}, Roma 1937, pp. 917-30; T. Battaglini, L'organizzazione militare del Regno delle Due Sicilie, Modena 1940; id., Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie, 2 voll., ivi 1938, come il precedente con ampia bibl. ed indici.

Paolo Dalla Torre
FRANCESCO da Fabriano, beato. - Francescano, n. il 2 sett. 1251, m. il 22 apr. 1322. Della famiglia Venimbeni, entrò nell'Ordine francescano nel 1267; divenuto sacerdote, esercitò con gran frutto il ministero della predicazione a Fabriano e nella regione picena. Nella sua città natale avesse una grande chiesa in onore di s. Francesco e un convento del suo Ordine che dotò di una notevole biblioteca.

Svolse anche un'operosa attività letteraria della quale però oggi poco rimane. I manoscritti vengono enumerati dal Wadding e dallo Sbarato: 1) Sermones multi; 2) Ars Proedicantium; 3) De veritate et excellentia indulgentiae S. Mariae de Portiamoda; 4) Tractatus de officio et dignitate praetati et sacerdotis evangelici.

Pio VI ne approvò il culto nel 1773.
BibL.: La Vita in Acta SS. Aprile, III, Parigi 1866, p. 89 229; L. Tassi, Vita del b. F. Venimbeni da Fabriano dell'Ordine dei Minori, Fabriano 1897; Wadding, Scriptores, p. 80; Sbaralca, I, p. 267.

Giacomo Torchi
FRANCESCO I di Valois, re di Francia. - N. il 12 sett. 1494 da Carlo d'Orléans e da Luisa di Savoia. La morte di suo padre e la mancanza di figli di Luigi XII gli assicurarono la successione al trono ( 1^{°} genn. 1515), che egli inaugurò con un grande successo militare riportato sugli Svizzeri (Marignano, 13-14 sett.) e col conseguente acquisto del ducato di Milano.

Ma il programma della conquista del Milanese ereditato da Luigi XII doveva prendere più ampie proporzioni, quando l'elezione imperiale di Carlo d'Adiurgo ( 28 giugno 1519) mise la Francia nella necessità di ingaggiare una lotta che non doveva terminare neppure con la morte del due monarchi rivali. La prima fase si chiuse con lo scacco di Pavia (24-25 febbr. 1525). F. I, fatto pri-

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(fol. Girenden)
Frangisco I di Valoie, se di Francia - Rilotto. Disegno a matita, scuola di Chouci - Chantilly, Museo Condé.
gioniero, dovette impegnarsi a rinunciare alle sue aspirazioni in Italia e in Borgogna (trattato di Madrid, 14 genn. 1526); ma, ritornato libero, riprese naturalmente la guerra, che si concluse, attraverso altri disastri, con la pace di Cambrai ( 3 ag. 1529 ) : per essa almeno la Borgogna era salvata. Guadagnatasi l'alleanza inglese e turca il re ritentó nel 1535 l'occupazione del Piemonte a del Milanese; ma al successo seguí la stanchezza reciproca che consiglio un armistizio (luglio-nov. 1537).

L'anno seguente si concludeva a Nizza, con la mediazione di papa Paolo III, una tragua di 10 anni fondata sul principio dell'ati possidero, e i due rivali, incontratisi il 14 luglio ad Aigues-Mortes, sembravano ora ben disposti a rispettarla. Ma nel 1541 un incidente bastó a far si che le ostilita si riaccendessero. Lo spostamento dell'Inghilterra a favore di Carlo V (febbr. 1543) deriva le sorti della guerra nel nord e frustro i vantaggi ottenuti dal Francesi nel mezzogiorno. La pace di Crépy ( 18 sett. 1544) chiuse quest'altra fase della lotta: F. I dovette ancora una volta riaccettare lo status quo ante, rinunciando a Nizza e, naturalmente, al Milanese. Di li a tre anni moriva a Rambouillet ( 32 marzo 1547), mentre la situazione si era più che mai aggravata. Il figlio Enrico II doveva riprendere la lotta e portarla fino al trattato di Catesu-Cambrésis ( 1559 ).

Direttiva principale della politica di F. I fu la lotta antiasburgica. Contro Carlo V egli si trovò d'accordo con Clemente VII che nel 1533, stanco a sua volta della tutela spagnola, imparentava la sua casa con i Valois dando Caterina de' Medici sposa al Delfino Enrico. Parimenti questa direttiva determinò il suo atteggiamento di fronte alla questione del Concilio: l'intesa con Roma del 1533 fu a tal proposito utile al Papa che desiderava rimandare la convocazione (F. I era ben conscio di quali vantaggi politici il Concilio sarebbe stato foriero per Carlo V, qualora si fosse ottenuta la pacificazione religiosa della Germania). Quando finalmente il Concilio iniziò i suoi lavori a Trento, la Francia (che si era opposta
pure alla scelta di Mantova o di Vicenza come sedi di caso), assistette poi con scarso interesse ai dibattiti. Invece rincrudiva in quel periodo la persecuzione contro gli eretici, che in più città francesi continuamente venivano arrestati e processati.
F. I fu un magnitico mecenate e favori artisti italiani e umanisti francesi i quali illustrarono la sua corte con lo splendore della Rinascenza. Prodigó molto danese; tuttavia non può dirsi che fosse un cattivo amministratore. Del resto il momento gli imponeva di rivolgere tutte le sue forze alle sole politiche estere. Durante il suo regno la Francia non provò soltanto l'espressa della guerra, ma anche buoni e saggi provvedimenti. La stessa alleanza con il turco che tanta infamia attiró sul capo di chi l'aveva stretta, assicurò vantaggi durevoli al commercio francese.

Bibl. : E. Fuster, Storia del sistema degli Stati europei dal 1552 al 1559 , trad. in., Firenze 1932, passim; H. Lamonnat, Les guerres d'Italie: la France sous Charles VIII, Louis XII et Francais in. Parigi 1003; C. Terrasse, François in, 2 voll., ivi 1547-48; H. Hauser e A. Rensiedet, Les débats de l'age moderne, ivi 1946, v. indice; E. Fontieri, Nei tempi grigi della storia d'Itali, Napoli 1949, passim.

Carlo De Frolle
FRANCESCO II, re di Francla. - Figlio di Enrico II e di Caterina dei Medici, n. a Fontainebleau il 19 genn. 1544, m. il 4 dic. 1560 . Con la morte del padre (ro luglio 1559 ) salì giovanissimo al trono. La sua politica fu diretta dagli zii, Francesco di Lorena e card. Carlo di Lorena e si inseriva nella lotta accanita condotta da costoro contro il calvinismo francese. Sotto il suo regno, nel marzo 1560 , fu soffocata la congiura di Amboise, con la quale i calvinisti, istigati dal Principe di Condé, avevano preparato il rapimento di F. II per staccarlo dall'influenza della nobiltà cattolica. Gli zii di F., che avevano a disposizione scelte truppe scozzesi (nel 1558 F. aveva sposato Maria Stuarda regina di Scozia) arrestarono il Condé ad Orléans e riuscirono di poi a farlo condannare a morte ( 26 nov.) : la morte improvvisa di F. e il tentativo di conciliazione di Caterina de' Medici salvarono il principe Luigi di Condé.

Bibl.: H. Hauser, La preponderance espagnole. Paria 1933, p. 41 sgg. e bibl. ivi citato.

Massimo Petrocchi
FRANCESCO de Geronimo, santo. - Gesuita, missionario popolare, n. a Grortaglie (Taranto) il 17 dic. 1642, m. a Napoli l'1 maggio 1716. Abbraccio dapprima la carriera ecclesiastica e, ordinato sacerdote ( 1666 ), passò quattro anni nell'assistenza dei giovani nel Collegio dei nobili a Napoli, meritandosi da parte degli alunni il titolo di "prefetto santo". Entrato nella Compagnia di Gesù ( 1670 ), fu quasi subito applicato alle missioni popolari nella diocesi di Utranto (1671-74), dove si rivelarono così pienamente le sue doti di predicatore efficace, che, chiamato a Napoli, vi rimase fino al termine della vita, intento alla sua cara a missione napoletana n, la quale doveva sostituire le tante volte invano richieste missioni tra i pagani.

Tre ministeri particolari comprendeva il suo incarico: prima di tutto la cura dell' oratorio delle missioni, congregazione di artigiani per l'apostolato laico. Egli li seppe tanto entusiasmare a con le prediche e con le premure che si prendeva delle loro famiglie e della loro situazione, che li trasformò in validi cooperatori, i quali lo seguivano dappertutto, mantenevano l'ordine, gli conducevano i peccatori. La seconda opera, cui attese, fu la Comunione generale della terza domenica del mese. La sapeva preparare così bene, che i partecipanti non furono mai meno di 12-14.000. Ma il suo ministero principale era la predicasione all'aperto, agli angoli delle vie, nei punti più malfamati, dove le sue parola, affiancata spesso da miracoli strepitosi, ottenne i più morbili successi. Non trascurò le opere di assistenza sociale per gli ammalati, le donne pubbliche convertite, le ragazze pericolanti,

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i trovatelli, i degenti nelle prigioni, meritandosi cosi l'appellativo di padre dei poveri, di taumaturgo, di protettore della città. Il suo corpo si conserva ora a Grattaglie (Taranio). Bestificato da Pio VII il 2 maggio 1806, fu canonizzato da Gregorio XVI il 26 maggio 1839. Festa l'11 maggio.

Biel.: Di somma importanza è il Summarinus de virtutibus (Roma 1751), dove si trova lo scrito del Santo: Brevi notizie delle case di storia di Dio accadute nell'esercizio delle scuse minime di Natali da 14 anni in qua ( 16:8-23), quanto si è potuto richiamare in memoria: riportato da G. Boero, S. F. di G. e le sue minime dentro e fuori di Napoli, Firenze 1884, pp. 67-181. Delle vite: cf. C. Stradiari, Della vita del p. F. di G., Napoli 1719; S. Bagnosi, Vita del orren di Dio p. F. di C., ivi 1723; A. Mozzanelli, Raccolte di atrocinanti singolari e documenti autentici spettanti alla vita del b. F. di G. estratti dal processi, Roma 1806; L. degli Oddi, Vita de s. F. di G., ivi 1839; J. Both, Histoire de vi F. de G., Metz 1867; F. M. D'Aria, Un restauratore sociale. Storia civica della vita di s. F. de G., Roma 1943 (frases solo il vol. I). Dagli appunti usci numerosi delle sue prediche, si sta preparando l'edizione.

Firancesco di Gesù, soprannominato Indignus. - Al secolo Francesco Ruiz-Maxia, n. in Los Hinojosos (Cuenca, Spagna) il 4 ott. 1520, m. ivi il 10 giugno 1601. Entrò nell'Ordine dei Carmelitani scalzi a Bacza, nel 1582 , come fratello laico. Inviato, nel 1583 , con altri confratelli nel Congo, giunse al porto di Luanda il 14 sett. 1584, ove con le sue prediche conversi migliaia di infedeli. Nello stesso anno venne ordinato sacerdote. Richiamato in patria, dopo pochi anni mori. E stato introdotto il processo per la sua beatificazione.

Biel.: Autobiografia: Le sue dije de si el Fr. Fratviano de Jesus. - Indigns - (ros., Bibl. nas., Madrid); Florencio del Niño Jesus, Fr. Fratacino al Indigno, Apostol del Congo, Madrid 1934; Silveira di S. Teresa, Hist. del Carmo, Desc. en España... VIII, Burgos 193:-38, pp. 341-62; Joaquin de S. Fam., Pasiriones y articulos para el proceso informativo... Toledo 1932; Ambrosius a S. Teresa, Nomenclator Mils. C. D., Roma 1944, p. 149.

Ambrogio di Santa Teresa
FRANCESCO di Gesù Maria. - Teologo carmelitano scalzo, oriundo di Burgos, m. a Salamanca nel 1677. Insegnò per molti anni teologia nel celebre collegio di Salamanca, fu priore di vari conventi e uomo di experimentata prudenza e di straordinaria austerità.

Pubblicò il primo tomo del Cursus Salmanitensis moralis con i trattati: De Sacramentis in genere, de Baptismo, de Confirmatione, de Eucharistia, de Extremis Unctione (Salamanca 1663, Anversa 1672, Madrid 1709, Venezia 1750), Commentarius in Apocalypsim, insieme con il trattato: De sensibus S. Scripturae (2 voll., Lione 1648-49), Incentiva animae fidelis ad amorem (Salamanca 1680).

Biel.: Hurser, IV, coll. 276-77; C. de Villiers, Bibl. Carmi. 2^{°} ed., I, Roma 1027, p. 303; Silveira di S. Teresa, Hist. del Carmo, Desc. en España, IX, Burgos 1940, pp. 36-38.

Ambrogio di Santa Teresa
FRANCESCO, Giovanni. - Benedettino, n. a Brescia, vissuto fra la fine del sec. xv e il principio del xvi. Nel 1500 pubblicò a Venezia una nuova edizione della Regola di s. Benedetto con il commento del card. de Tocquemada e le Clementine, aggiungendovi il II libro dei Dialoghi di s. Gregorio Magno e il testo della Regole di s. Basilio, s. Agostino e s. Francesco, insieme a un trattatello De laude religionis et vati. L'opera fu ristampata poi a Parigi nel 1510 .
F. fu assortore del sacerdozio di s. Benedetto.

Biel.: M. Armellini, Bibliotheca Benedictina-Castinensis, II, Assisi 1732, p. 36; C. Butler, Benedictine monarchism, Londra 1919, p. 180; A. Albaroda, Bibliografia de la Regla benedictina, Monserrato 1933, pp. 202, 297-98. Ambrogio Mancone
FRANCESCO Gonzaga IV, marchese di Mantova: v. Gonzaga, famiglia.

FRANCESCO della Marca (Fr. Rubens, Fr. da Pignano, Fr. d'Appignano, Fr. de Esculo). - Sco-

## CVRSVS THEOLOGIE MORALIS TOMVS PRIMVS. <br> COMPLECTENS SEPTEM TRACTATVS.

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Frencesco di Gesù, soprannominato Indignus - Frontergizio del Curato ideologico moralo. Anversa 1672, con insieme riproducente s. Teresa - Biblioteca Vaticana, esemplare del fondo Barberini.
lastico del sec. xiv. Erra il Wedding quando crede dover applicare tali nomi a tre personaggi diversi. Dottore della Sorbona, F. propugnò lo scotismo pur venandolo alle volte di occamismo. Fu detto Doctor Succinctus. Resso come Provinciale le Marche dal 1327 al 1332.

Opere principali: Commentarii in 4 II. Sententiarum; Quaestiones super. Matthaeum; Circa praecunia Virginis Matris (difende l'Immacolato Concepimento di Maria); Commentarius in libros metaphysicarum; Quaestiones de paupertate Christi et Apostolarum. Le Quaestiones furono scritte contro Giovanni XXII in occasione della lotta sostenuta dagli spirituali per la povertà. F. seguì Michele da Cesena e Octum nella ribellione al Pontefice e fu condannato nei Capitoli generali di Parigi (1328) e Perpignano (1331). Nel 1344 in Avignone, davanti a Clemente VI, F. ritratto pienamente i suoi errori.

Biel.: Scrittori francestano-piceni, in Pizenam seraphicum, nuova serie, 1 (1913), pp. 506 sg.; F. Blule, Der Sententenkommentar Peters von Cundia., Mijnstre in West, 1943, pp. 233-80. Felicissimo Tinivella

FRANCESCO I de' Medici: v. medici, famiglia.
FRANCESCO de Meyronnes. - Francescano del sec. xili-xiv. Secondo il Roth, F. n. non dopo il 1288 e m., come sembra, non prima del 1328 a Piacenza. Studiò a Parigi, dove forse udí G. Duna Scoto, di cui segui le dottrine. Difese, in particolare, la tesi dell'Immacolata Concezione. I posteri lo dissero Doctor acutus, illuminatus e anche Magister abstractionum.

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Frauscesco IV d'Austria-Este, duca di Modena a Reggio, Ritratto, disegnato dal Boucheron, Inciso de A. DabibRoma, Musco del Risorgimento.

Opere principali, oltre commenti alla logica e fisica di Aristotele: Sermones de tempore (Venezia 1490); Serin. de landibus Sancturam et dominicales (ivi 1493); Scripta in quatrum libros Scutent, et Quadlibeta (ivi 1564-1597), ecc.

Bibl.: C. V. Langlois, Frangois de M., frère minour, in Hist. Littér. de la France, XXXVI, Parigi 1927, pp. 305-22; B. Both, Franz von M., O. F. M. Siris Leben, seine Werbe, seine Leber vom Formalunterschied in Gott, Werl in Wist. 1036.

Pelicosmo Tinivella
FRANCESCO I e II Sforza, duchi di Milano : v. Sforza, famiglia.

FRANCESCO IV d'Austria-Este, duca di MoDena a Reggio. - N. il 6 ott. 1799 a Milano, m. il 18 genn. 1846 a Modena, primogenito di Ferdinando, arciduca d'Austria, e di Maria Beatrice, crede dei ducati di Modena, Reggio, Massa e Carrara. Durante la Rivoluzione e l'Impero fu in esilio e sposò nel 1812, a Cagliari, Maria Beatrice di Savoia. Caduto Napoleone, divenne nel 1814 duca di Modena e di Reggio. Intelligente e colto, governò con avveduta energia dimostrando singolari doti amministrative, sebbene fin dai primi anni fosse evidente la tendenza di accentrare nella sua persona ogni potere e di impedire in ogni modo nel suo Stato la diffusione d'ogni concetto innovatore.

Di ciò non fece più mistero dopo i moti del 1820-21 a Napoli ed in Piemonte. Aderi senza esitare ai deliberati del Congresso di Lubiana e considero scopo precipuo della sua attività politica la lotta contro le sette, costituendo un tributale statario a Rubiera, per giudicare i carbonari. Concepl la sua azione politica come una missione e una crociata. Vedeva eccessiva debolezza verso i rivoluzionari dovunque, predicasa severità senza remissione a tutti gli altri sovrani d'Italia, e chi non gli dava retta era da lui considerato traditore della causa assolutista. Dubito perfino del card. Spina, plemperenziarie pontifiche al Congresso di Lubiana, e lo accusò in una lettera a Pio VII di aver espresso massime liberali in quel convegno, per non aver accolto il cardinale la sua tesi di essere possibile di condanna anche chi fosse semplicemente sospettato di settarietà, senza che tale so-
sgetto fosse giustificato dalle necessarie prove. Nel 1822 fece condannare a morte il sacerdote G. Andreoli, come più colpevole degli altri accusati, "per la sua qualità di sacerdote e di professore, delle quali usò per sedurre la gioventù ed attirarla nella società dei carbonari a cui egli apparteneva ".

Fermamente convinto di poter annullare l'efficacia delle idee rivoluzionarie con riforme di carattere paternalistico, si preoccupò di eliminare con provvidenze economiche (nasse distribuite con equità, vendita di granaglie a giusto prezzo in tempo di carestia, maggiore impulso alle attivita agricole, industriali e commerciali) le cause che potevano provocare il malcontento dei sudditi e renderli proclivi ad innovazioni. Si volle che non rimanesse insensibile alla prospettiva di veder estesa la propria sovranita su un territorio più vasto di quello ereditato ed abbia accordato il suo appoggio ad Enrico Mlisky ed a Ciro Menetti, che gli avrebbero prospettato una tale eventualita; ma in ogni caso è certo che non fu pienamente informato dai congiurati sulle loro reali intenzioni politiche ed ideologiche. La condanna a morte del Menom venne quindi erroneamente giudicata e valutata alla stregua di un vendicativo risentimento, dettato anche dalla equivoca posizione in cui il duca si sarebbe venuto a trovare dinanzi all'Austria ed agli altri Stati italiani. Considerò l'efficacia tra treno e altaro una delle condizioni fondamentali per la conservazione dell'ordine costituito e favori sempre la Chiesa, ma afferrò in qualche occasione la preminenza del potere civile su quello ecclesiastico. Gli si deve, fra l'altro, un interessante e veramenteo studio sulla Sarcogna, da lui attentamente percorso ed acutamente descritta.

Bist.: L. Basclimi, F. IV r V' di Modena, Torino 186; M. Rosi, s. v. in Inci. del Rinegg. Niv., III, po. 129-32, con bibi.

FRANCESCO da Osuna. - Teologo ed oratore francescano, soprannominato il "Crisolago minorita",
![img-41.jpeg](img-41.jpeg)
(da P. F. de Hox, Le pìes Frangois d'Osuna, Puripl 188) Francesco da Osuna - F. da O. istrulare il suo disegnolo. Incipit del Merlo de les Estuoles, Siviglia 1931.

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il lungo fastoso corteo che accompagna i Re c assiste al loro omaggio. Tra queste composizioni ricorderemo quella di Gentile da Fabrizio agli Uffizi di Firenze, l'altra di Benozzo Gazzoli nella cappella del Palazzo Medici Riccardi e quella di Sandro Botticelli pure agli Uffizi, ove nel re che s'accosta al gruppo della Vergine con il figlio si può riconoscere l'effigie di Cosimo de' Medici e tra gli estanti alla scena lo stesso Sandro Botticelli, e altre ancora di Antonio Vivarini, del Mantenga, di Giovanni Bellini, ecc. Caratteri analoghi assume la composizione anche nella scultura, come nel rilievo di Mino del Reame che è a Roma in S. Maria Maggiore, e nell'arte nordica come, ad es., nella
Adorazione dei re dipinta da Roger van der Weyden, ora nella Pinacoteca di Monaco.

La patura e la scultura del ' 500 , e quindi quelle delTero barocca, hanno continuato a rappresentare con frequen. zz la E. sorm l'aspetto dell'adorazione dei Magi, senza modificare fondamentalmente il carattere della scena, accentuandone se mai il tono festoso, che, in un certo senso, trova la sua culminante espressione nei prosopi (v.) settecenteschi napoletani che a valta raggiungono il valore a l'importanza di vere opere d'arte.

Inoltre va tenuto presente come, accanto alle maggiori manifestazioni delle arti figurative ora accennate, fino dal medioevo l'arte popolare abbia lasciato anche in questo campo testimonianze di altissimo interesse.

Biff.: A. Venturi, La Madonao, Milano 1000, pp. 263-86; K. Niccolo, Pionographie der christlichen Kinet. I, Friburgo in Br. 1908, p. 354402 ; Emilio Lavagnino
V. Folklore. - Nella tradizione popolare l'E. è una delle feste più importanti : ne è un indice il fatto che dal popolo vien chiamata Pasquetta o prima Pasqua dell'anno. Essa dà luogo a numerose e molteplici usanze e credenze, al che, per comprenderne il significato e il carattere, è necessario ricondurle alle diverse concezioni e manifestazioni religiose a cui si ispirano a si riconnettono.

In rapporto a uno dei più importanti aspetti evocativi dell'E., quello cioè dal Battesimo nel Giordano, sono da porre usanze quali la benedizione solenne dei fiumi che, fino a tempi recenti, s'è fatta in Egitto come nell'Europa orientale. Così, in alcuni paesi della Sicilia usava (e se parte usa ancora) immergere tre volte un Crocifisso nell'acqua santa, o portarlo in processione lungo la spiaggia e poi protarlo in mare, la cui acqua (secondo la credenza del populino) divenire in quell'attimo miraculosamente dolce. In Bulgaria le immagini sacre conservate nella casa, nonché la croce e il vomere, si portavano alla fonte o al fiume e si lavarono: le persone gracili e malate si tuffavano nel fiume per guarire. Preminente però è il complesso delle manifestazioni che rievocano il viaggio del Re Magi a l'offerta dei doni al Bambin Gesù. Nelle Tre Venczie, campagna di giovani fanno il giro delle case recando una
grande stella di carta girevole, applicata sopra un fusto di legno, dentro al quale è posto un lumicino, e cantano laudi a Gesù, Maria e Giuseppe o anche una - zingaresca che rievoca l'episodio dei Magi. In Toscana queste rappresentazioni vengono dette befanate, e sono di due tipi nettamente diversi: le befanate sacre ricostruiscono il viaggio dei tre Re dell'Oriente, e in esse la Befana si presenta quale profetessa a indovina; le befanate profano invece svolgono motivi simili a quelli dei bruscelli e magliezsi, cioè le contese di una o più coppie di pretendenti, che finiscono con lo sposarsi. Ma una vera e propria rappresentazione sacra con numerosi personaggi si svolge in provincia di Taranto nella masseria detta "La battaglia". Queste, e altre che si potrebbero ricordare, sono da considerarsi come reliquie viventi dell'antico dramma sacro che fin dal medioevo rievocò anche la scena della visita dei Re al Divino Infante.

Ma molte tradizioni popolari dell'E. si comprendono solo se si tien conto che l'E. viene considerata come giorno di inizio d'anno. Così si spiegano le strenne e i doni, specialmente ai fanciulli, nel loro ben noto significato propizistorio. Il popolo ha creato un personaggio simbolico nella Befana (da E.), immaginandola come una vecchia benefica che passa di notte per le case lasciando i suoi regali nelle scorperte a nelle calze dei bimbi buoni, e carbone e altri segni del suo disappunto, per quelli cattivi. In molte città italiane, p. es., a Firenze, nei tempi andati, si fabbricavano a si portavano in giro dei grandi fantocci rappresentanti la Befana: ciò dava luogo a vari cortci dei diversi quartieri, con frequenti scontri e zuffe. L'uso dei doni ha fatto sorgere apposite fiere, come quella che si tiene a Roma a Piazza Navona (prima si svolgeva nelle piccole piazze di S. Eustachio e dei Cappellari) e che culmina in una festosa gazzarra.

Sempre in rapporto alla distribuzione di strenne e doni è da porre la costumanza (diffusa nell'Abruzzo, nelle Marche, in Toscana e in molte altre regioni) di comitive di giovani che la sera della vigilia girano di casa in casa cantando una canzone di questua (detta la pasquella o befanata) e ricevendo offerta di uova, dolci, noci, nocciole, ecc.

Un uso di Capodanno trasferito all'E. è anche quello di trarre in questo giorno le sorti e le previsioni per il futuro. Una delle forme più tipiche è l'uso della focaccia a torta entro cui viene nascosta una fava e che si divide fra i convitati : colui a cui questa tocca in sorte, è nominato re della fava e, a sua volta, egli sfugge la regina gettando la fava nel bicchiere della donna provelta. Questo uso presenta una vastissima area di diffusione con le naturali varienti. In Francia, anticamente l'uso era seguito dal re in persona, che andava in giro accompagnato dal gran panettiere e dal gran coppiere i quali recavano dolci e vini per la coppia augusta : la regina però era una dama da lui eletta per questa festa. Nella divisione della focaccia contenente la fava, si fa anche la parte "per Dio" o la "parte del povero".

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Molteplici le forme per trarre gli auspici nel giorno dell'E. In Romagna i popolani sogliono porsi in un quadricio per ascoltare le parole dei passanti e con esse formare un discorso dal cui senso prevedere ciò che accadrà nell'anno. In Sicilia (lanello) si crede che il vento che soffia la sera del 6 genu., al momento delle sacre funzioni, predominerà tutto l'anno. In Campania si getta sul fuoco una foglia d'ulivo: se essa saltarà via, la vita sarà assicurata, se bascerà crepitando, le morte arriverà entro l'anno. Nel Friuli si accendono dei falò e si traggono, dalle faville e dal fumo, presagi per il raccolto. Dischi infuocati, detti a cidulis che si fanno ruzzolare giù per una china, sono parte integrante di questi funchi.

Sempre in rapporto con l'E., intesa come festa di inizio d'anno, è l'uso del fidanzamenti che in alcuni paesi, come in Val di Fiemme (Trentino), dànno lungo a riti di carattere drammatico ( = maridazzi * per la festa del *bandieràl d. In Toscana usava scegliere in questo giorno i befani, cioè un giovane e una ragazza che iniziavano una specie di fidanzamento, a cui spesso seguivano effettivamente le nozze. In Campania allegre comitive la sera della vigilia sogliono recarsi sotto le finestre della donna vedove e indicare il nome di un possibile nuovo marito : ciò si dice a maritare le vedove x. Non mancano relitti di antichi riti agresti prepiolatori, a cominciare dall'usanza dei falò. Nella Svizzera e in altri paesi dell'Europa centrale si fanno processioni rumorose contro due streghe immaginarie chiamate Strudeli e Stratteli ritenute nocive ai raccolti della frutta. E nei castri che le comitive dei fanciulli ripetono durante le loro processioni di questua sono frequenti allusioni e invocazioni per la buona riuscita delle messi.
L'E. è ritenuta dal popolino giornata di prodigi. Si dice che alla mezzanotte le pareti diventino di ricotta, e che le bestie parlino fra loro, ma ascoltarne i discorsi è proibito e chi infrangessa questa regola andrebbe incontro a sicura morte. Il carattere tradizionale della festa dell'E. si è conservato abbastanza bene anche ai giorni d'oggi, adeguandosi ai gusti e alle esigenze della vita moderna. Vedi tavv. XXXI-XXXII.

Bibl.: A. M. Manni, Istorica notizia dell'origine e del significato delle Beluse, Lucca 1968; G. Pava, Spettaculi e feste popolari siciliane, Palermo 1881, cap. 1; A. Certeux, La fête des rois, in Revue des traditions populaires, 4 (1889), pp. 38-40; G. Finamore, Credence, usi e costumi abruzzesi, Palermo 1890, cap. 3; K. Faruetti, Le befonate del contado toscano, Firenze 1900; E. A. Cerrem, Il Natale, il Capodanno e l'E. nell'arte e nella storia gemesese, Genova 1903; G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino 1911, n. 174; A. Lancellotti, Il Laviar, usi, costumi tradizionali, canti del popolo romano, Roma o.a.; D. B. Botte, Les origines de la Noël et de l'Epilanie, Lovanio 1932, specialmente le pp. 41, 54, 57-58, 68, 69, 74, 83; V. Truomi di Nerfa, Sagra, feste e riti, Roma 1932; A. Van Gennep, Le folklore du Dauphiné, Parigi 1932-33; id., Le folklore de la Flandre, Ivi 1936; A. B. Wright-T. S. Loma, British calendar customs, I, Londra 1938; G. C. Pola Palizni di Villefallettre, Associazioni giovanili e feste antiche: loro origini, III, Torino 1942. Noi volumi della collana Canti assorle tradizioni delle regioni d'Italia diretta da L. Sorrento si trovano importanti notizie sull'E. nel folklore; indichiamo specialmente: A. Prati, Folklore trentino; P. Bahudri, Punti vitae dei Veneto-Giutiani; D. Olivieri, Vita ed anima del popolo veneto; P. Toschi, Romagna solatia; G. Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano; L. Sorrento, L'isola del sole.

Pardo Toschi
EPIFANIO di Pavia. - N. in questa città nel 438 o 439 , entrò giovanissimo nella carriera ecclesiastica e, dopo la morte del vescovo Crispino, fu eletto, ancora in giovane età, vescovo di Pavia. Si distinse per la grande pietà e dolcezza di animo, e prodigò tutte le sue cure per procurare la pace tra gli ultimi rappresentanti dell'Impero. Intervenne per appianare le contese tra Ricimero e Antonio, Neporo ed Enrico, tutelò la sua città, allora centro importantissimo, dalla ferocia dei barbari di Odoacre e di Teodorico, specie allorché la città fu devastata dai Rugi. Mandato da Teodorico in missione, con Vittore di Torino, presso Giondabaldo re di Borgogna, ottenne la liberazione di più di 6000 italiani. M. nel 496 e Ennodio (v.) ne scrisse la biografia.

Bibl.: La Vita scritta da Ennodio, in MGH. Anct. Ant., VII, pp. 84-110 e in CSEL. 6, pp. 330-83; H. Griser, Storia di Roma e dei Papi nel Medioevo, II. Roma 1930, p. 346.

Giuliano Gennaro
EPIFANIO di Salamina. - N. dopo il 3 ro in un paesetto vicino ad Eleuteropoli, in Palestina, forse da genitori giudaici (v. Cronaca di Seeri: PO 5, 301). Visse parecchi anni fra gli asceti in Egitto. Nel 367 fu eletto vescovo di Costanza in Cipro. Predico più tardi ( 390 o 392 ) contro Origene a Gerusalemme e riuscì a distaccare a Girolamo dal suo maestro. Nel 400 si fece aizzare da Teofilo d'Alessandria contro Crisostomo, ma, scoperti i moventi di Teofilo, disertò prima della chiusura il Sinodo della Questa e morì durante il viaggio di ritorno (403).

Scrisse: 1) Anonymus, compendio di dogmatica; nell'appendica due professioni di fede, 2) Il Panarion (Casuetta di medicazione) contro tutte le erede, compiute fra il 374-77, ampia opera che combatte Se crema. Importante per l'uso di scritti anteriori perduti, ma confusa nella trattazione. La conclusione è nota sotto il titolo: Espesitio fidei. 3) Un estratto da questa grande opera è la Recognizlatio (Arsacopdaisacus) forse non dalla mano di E. stesso. 4) De mensuris et ponderibus, una specie di enciclopedia biblica (elenco dei libri e delle traduzioni del Vecchio Testamento; pesi e misure citate nella S. Serittura; geografia della Terra Santa; è conservata solo parzialmente in lingua greca; il testo intero in lingua siriaca è stato pubblicato da P. Lagardi in Syamnista II (Gottinga 1880, p. 149 sgg.). 5) De duodecim gemmis, spiegazione allegorica delle dodici pietre nell'abito del gran sacerdote giudaico. Il testo intero si è conservato in una traduzione georgiana. Frammenti in greco, capio ed etiopico ed una lunga parte in latino si trovano nella Collectio Avellana (Raccolta di lettere di papi della seconda metà del sec. vi). Delle epistole sono conosciuti solo sicuni frammenti : a) epistola ai presbiteri di Pisidia sulla Pascha (Severo Antiochene, Liber contra impium Grammaticum), in lingua siriaca. Cf. il frammento greco pubblicato da K. Holl in Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II, Tubinga 1928, p. 204 sg.; b) epistola ad Beolbimum (anche in Severo); c) epistola ad Magneto Antiochine presbyterum (la stessa fonte); d) epistola ai cierici d'Egitto riguardo ad un certo Doroteo (nel Florilegium Edescanum); e) due lettere rimaste in latino.

Bibl.: Edizione: PG. 41-43: dell'Ancorone, Panarion, di K. Holl: CB, 23 (1913), 31 (1921), 37 (1931); per il resto W. Dindorf, 3 voll. 1890-62; per De duodecim gemmis v. R. P. Bintha and II. de Vis. Epiphanies. De gemmis, in Studies and Documents of. by Kirmap Lake, II, Londra 1934. Per le fonti di questo scritto: K. W. Wirbelsuer, Antike Landarien Diss. phil., Berlino 1957, p. 13 sg. Per le lettere: Im. Lahon, Sur quelques fragments de lettres attribuées à st Epiphane de Salamine, in Miscellanea Gioc. Mercati, I. Città del Vaticano 1946, p. 149 sg. Erik Peterson

EPIFENOMENO. - Da 801 a 90 prs o peculiareve "fenomeno* significa fenomeno accessorio o aggiunto. In psicologia si designa con questo: nome un fenomeno nuovo che si presenta sulla base di un altro fenomeno, o serie di fenomeni, con cui ordinariamente si connette, ma da cui può anche andar diegiunto, senza che quel fenomeno o serie di fenomeni resti modificata nel suo carattere specifico.

Per gli psicologi che riducono le emozioni a fatti essenzialmente fisiologici, gli stati specifici, ad es., della gioia, della paura, ecc., sono puri e. Alcune forme di psicologia materialista (T. H. Huxley, W. Clifford, H. Mausiday, T. A. Ribot), negando la realtà sostanziale dello spirito umano, considerano gli stati di coscienza, non escluso il pensiero, come semplici e, dai processi fisiologici (Cf. Th. Ribot, Les maladies de la personnalité, Parigi 1885, pp. 6, 15,18; id., Les maladies de la mémoire, 27^{°} ed., ivi 1924, cap. 1). Posizione analoga è quella del parallelismo psicofisico (W. Wundt, D. T. Fechner, H. Ebbinghaus), per cui i fenomeni fisiologici e i fenomeni coscienti non rappresentano che due aspetti diversi di un'identica serie di fatti psichici.

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EPIGENESI. - Teoria biologica (dal gr. èn! "sopra e a yéveos s generazione "), secondo cui la differensizzione organica del nuevo individuo nella generazione avviene in virtù di un graduale e successivo sviluppo formativo dall'indeterminatezza strutturale del germe.

Accettata già da Aristotele e s. Tommaso, fu difesa da Wolff contro la teoria della "preformazione" (Leibniz, Malebranche, Spencer, Haeckel, Malpighi, Haller, Svammerdan) che ammetteva nel germe la preesistenza attuale, in proporzioni estremamente piccole, dell'individuo già perfettamente diffirensitato. Nella sua forma assoluta la teoria della preformazione si connette con l'alua del "conglobamento dei germi ", secondo cui in ogni individuo sarebbero presenti in atto tutti i germi che de esso e della sua discendenza possono svilupparsi. La teoria della preformazione assoluta, oggi universaimente abbondanzata, va distinta dalla preformazione relativa, la quale, pur negando nel germe la attuale differenziasione degli organi, vi ammette tuttavia una struturazione determinata, corrispondente ai diversi organi che verranno gradatamente attuandosi nello sviluppo embrionale.

Le controversie fra epigenismo e preformismo furono agitate specialmente nei secc. xvir-xviII. La biologia moderna in generale, con le "localizzazioni germinali" riconosce nel germe una fondamentale organizzazione, avvicinandosi cosi a una posizione intermedia fra preformazione e e. in senso stretto (v. anche zlabroci.0014).

Biol.: G. F. Wolff, Theoria generationis, Halle 1759; E. R. Wilco, The cell in development and heredity, Nuova York 1934, pp. 6. 111, 1056; G. Corronel, Biologie e zoologia generale, 3^{2} ed., Roma 1949, p. 312 sge.

Ugo Viglino
EPIGONATION (énıovátov, énıóvata). - E un'ornamento liturgico del rito bizantino che si porta sospeso ad un nastro all'altezza del ginocchio destro. Ha la forma di rombo e consiste in una stoffa e in un cartone coperto di stoffa riccamente ricamata e ornata d'una spada, d'una croce o di una immagine: cherubino o santo. L'origine non è chiara.

Pateva essere un semplice fazzoletto a una borsa che conteneva il testo della liturgia o dell'omelia che leggeva a pontefice. All'inizio solo a patriarca aveva il diritto di portare l'e., poi fu concesso ai vescovi, infine agli archimanuriti e agli altri dignitari ecclesiastici. Nella lista degli ufficiali della Chiesa patriarcale di Costantinopoli, uno di essi portava e metteva l'e. sulla persona del patriarca. Chi ha il privilegio di portare l'e., mettendola, recita una preghiera. Questa allude alla vittoria del Cristo e della Grazia sulle potenze della morte. L'e. è anche segno di autorità.

Plaeido de Meester
EPIGONO ('Eniyovos). - Eretico della tendenza monarchico-modalista, che svolse la sua attività poco dopo il 200 d. C., insieme con Noeto di Smirne. Insegnava che se Cristo è Dio, egli è uno con il Padre; se ha sofferto, essendo Dio, chi ha sofferto è il Padre (patripassianismo). Insistendo sul concetto dell'unità di Dio, fuori del quale non v'è altro Dio, concludeva che se Cristo è Dio, è Dio nella natura e nella persona, e traeva motivo a considerare la Passione del Cristo come un'opera, una modalita della vita stessa del Padre.

Secondo la testimonianza di Ippolito, E. si recò ai primi del sec. III a propagare l'eresia di Noeto a Roma, fondò una setta parripassiana della quale furono successivamente capi Cleomene e Sabellio. Il suo insegnamento diede origine a quella polemica teologica nella quale ebbe avversari l'artulliano ed Ippolito.

Biol.: L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, vers. it., J. Roma 1911, p. 170 sg.; F. Cayre, Patrologia e storia della teologia, I, 30, 1936, pp. 175, 225.

Giuliano Gennaro
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(Int. Enc. Cyst.)
EPIGONATION - Pont. collegio Russico di s. Teresa del B. Gesù - Roma.
l'archeologia. Quanto è difficile far parlare un monumento sul quale non si trovi traccia di scrittura. Ed ancora le voci che se ne trarranno saranno sempre fische ed incerte. E un privilegio dell'antichità cristiana di essere illustrata da un numero grandissimo d'iscrizioni. Si sono spesso fatti dei numeri più o meno approssimativi, e la continue scoperte si incaricano di renderli d'anno in anno meno esatti. Più di ventimila sono i testi che ci hanno finora restituito le catacombe romane; un migliaio ca. quelle di Siracusa; quasi una polvere senza numero di svariatissimi frammenti sono stati raccolti nei cimiteri dell'antica Cartagine cristiana.

E poi non è sempre facile giudicare se un'iscrizione sia cristiana o pagana, cioè opera di cristiani o no. In pratica l'e. c. propriamente detta prende in considerazione solo quelle iscrizioni che portano segno di cristianesimo, giacché il suo compito è principalmente quello di raccogliere dalle lapidi le testimonianze della vita cristiana antica in quanto tale. Né bisogna temere che questo metodo, per l'età in cui il cristianesimo era la religione della grande maggioranza, come i secc. v e vi, lasci logicamente considerare come pagane un gran numero d'iscrizioni che sono realmente opera di cristiani; giacché per gli antichi, ed in particolare per gli uomini di quei secoli, quasi non esisteva la classe delle iscrizioni puramente civili e laiche; il loro profondo sentimento religioso trovava modo d'esprimersi

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![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(16) L. Burhean, L'cinturiz d'Averitas, in Wrioners d'archidion et dhistoire, II (188), pp. 121-18, 100. Il Epigrafia cristiana - Cippe di Alessandro ( 216 d. C.). Istanbul, Museo.
in ogni circostanza, ed è raro che ai trovi un testo epigrafico che non ne presenti qualche manifestazione.

L'e. c. antica comincia a manifestarsi con la fine del II sec., quasi contemporancamente a Roma e nella Frigia; ma scarse restano le sue testimonianze per tutta la prima metà del iti; dipoi si fanno frequenti, ancor prima della pace costantiniana, almeno nelle catacombe romane ed in qualche località dell'Asia Minore. Ma la stragrande maggioranza dei testi (che sono per lo più epitaffi, o iscrizioni funerarie) appartiene al sec. iv e al v; per la prima metà del iv si è ancora quasi ridurti a Roma, a Chiusi ed all'Asia Minore occidentale; poi rapidamente in tutte le regioni dell'Impero si ha una fioritura di testi che nello spazio di poco più di un secolo dànno la grande massa delle iscrizioni paleocristiane finora conosciute.

Nei tristi secoli che succedettero pare che l'ignoranza e la miseria dei tempi abbia ristretto moltissimo l'uso dell'epigrafia o almeno l'abbia praticata per lo più su materie cosi fragili che i testi non sono durati fino a noi. Infatti dei secc. vi e viI si ha un buon numero d'iscrizioni monumentali, ma folti gruppi d'epitaffi solo in alcuni paesi come le Gallie, la Spagna, l'Egitto, la Cilicia.

L'epigrafia ha una sua parte ragguardevole nello studio dell'antichità cristiana in generale. Per quanto contribuisce alla migliore conoscenza dei dogmi e delle concezioni religiose v. dogmatiche iscrizioni. Ma in misura anche più vasta essa aiuta a
formarsi un'idea più precisa della vita in generale degli antichi cristiani; dei loro usi e costumi si religiosi che civili, delle istituzioni ecclesiastiche. L'esplorazione degli antichi cimiteri ne fa conoscere i riti funebri e molti curiosi particolari della vita quotidiana, p. es., i segreti dell'onomastica individuale e delle sue trasformazioni; dalle antiche chiese si apprende più in concreto come si svolgesse il culto ufficiale, sotto quali condizioni materiali, con quali strumenti; l'epigrafia civile e quella privata, in particolare del multiforme instrumentum domesticum, mostrano sino a qual segno lo spirito religioso cristiano avesse penetrato le anime e si esplicasse nelle manifestazioni anche più impensate e talora in vere deviazioni di superstizione. Il ricco patrimonio iconografico dei monumenti figurati, che ha avclato tutto un mondo spesso curioso ed inaspettato d'idee artistiche e di elaborazioni simboliche, riceve dalle iscrizioni che talora le accompagnano dei punti fermi per un'interpretazione positiva di problemi altrimenti insolubili e per una talquale sistemazione cronologica a visione storica dell'insieme dei fatti. La filologia, che un tempo credeva degne del suo studio solo le pagine dei grandi autori stilate sulla lingua ufficiale e sdegnava le umili testimonianze di testi senza pretesc, spesso scorretti e barbarizzanti e pieni di vulgarismi, ha ora appreso l'interesse che v'è ad occuparsi di rozzi ma spontanei e genumi documenti della lingua vera, e vi studia con successo l'evoluzione del latino e del greco, che si nella pronuncia, come nelle forme e nella parte lessicale si avviano sempre più decisamente a dar vita alle lingue moderne.

Però anche la storia, quale si suole più propriamente intendere, cioè la grande storia degli avvenimenti a degli uomini che si dicono importanti, trova spesso nell'e. un ausilio prezioso, per lo più riguardo a fatti singoli che dalle sole iscrizioni sono conosciuti o ricevono un'illustrazione inattesa e decisiva, talora anche in questioni d'indole più generale. Gruari, per fare qualche esempio, è ammesso che una storia della primitiva diffusione del cristianesimo (e quindi la geografia dell'orbis christianus antiquus) non si può fare più senza il valido apporto della epigrafia, e ne ha dato un buon esempio l'Harnack; quanti lumi l'agiografia, specialmente romana ed africana, possono attingere dalle iscrizioni hanno mostrato a più riprese il Delehaye ed il Moncenua; le stele di Aricanda (v.) getta una luce istruttiva sopra la persecuzion