tolico: atteggiamento nocivo sui tardi alla sua arte, che troppo cedotte o preoccupazioni di contenuto : Julian, 1853; Robert und Guiscard, 1855 ; Jacint, 1857). E. fu il lirico romantico popolare (la sua poesia s'informò non poco al Palhelind, onde la collaborazione al Wunderhorn di Arnim e Brentano), dalla fede pura, dai sensi candidi, dello sconfinato amore per la natura, dall'inveccio umorismo, che fra voluttà e religione elegge risolutamente questa (Marmorbild). Le sue Poesie (comparse già nel 1813) furono raccolte nel 1837. La ridondanza di Lieder in romanzi a novella comprova la prevalenza sentimentale; la stessa Vita d'un banno a nulla (la più famosa sua novella) può perciò dilettare solo i veri amici della poesia. L'epica è di difficile lettura; la migliore tragedia è Der letzte Held von Marienburg.
Biel.: H. Brendeburg, J. v. E., sein Leben u. sein Werk, Monaco 1902; K. Jakubczyk, Es Weltbild, Habelschwerde 1923; H. v. Eichendorff, J. v. E., sein Leben u. seine Schriften, 3ᵉ ed., a cura di W. Kosch e H. v. Eichendorff, Lipsia 1923. Sullo lirico: J. Hadler, Es. Lyrik, Praga 1908; E. Reinhard, E.-Studien, Münster 1908. Inoltre T. Ising, Es Verhälsnis zur Volksbande, Marburgo 1912; R. Schindler, E. als Literaturhistoriker, Zurigo 1926; W. Kicherer, E. und die Presse, Heidelberg 1934; W. Weber, Es Romane, Münster 1936; L. Bianchi, Italien in E. 1. Dichtung, Bologna 1937; I. Dostimson, E. 1. Presatil, Bonn 1938; W. E. Skidmore, E.'s Weltanschauung so revocled in his language, diss., Urbana 1942.
Giovanni Guerra
EICHSTÄTT, diocesi di. - La diocesi di E. è suffraganza della metropoli di Bamberga e comprende regioni della Franconia centrale, del Palatinato superiore, della Baviera e della Svevia nonché della Baviera superiore, con un totale di 334.456 cattolici dei 606.708 ab. della regione. La diocesi ha una superficie di 6020 kmq.; conta 574 chiese, delle quali 218 sono parrocchie. Vi sono 452 sacerdoti secolari e 94 regolari; 12 case religiose maschili e 91 case religiose femminili. La città di E. possiede un seminario ed una università per filo-
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sofia e teologia. Fra le organizzazioni per le opere di carità sono da ricordare 20 case di assistenza e 42 case d'infanzia, 65 luoghi di cura, 4 orfanotrofi, 16 ospedali e 12 ospizi per vecchi. Vi sono inoltre 74 unioni di assistenza e 110 leghe di carità ( 1948 ).
La diocesi fu fondata da s. Bonifacio nel 741 ca, ed era suffraganca di Magonza. Dall'882 al 1806 era un cosiddetto Pürstbistum e divenne, nel 1821 , dopo la secolarizzazione, suffraganca di Bamberga.
Fin dal goo i canonici della Cattedrale avevano una grande influenza nel governo della diocesi; il vescovo Heriberi diminuiva però nel 1022 il numero dei canonici portandolo da 70 a 50 , e nel 1234 ve ne furono solo 30. Il primo vescovo ausiliare venne nominato nel 1309. Durante la «riforma» di Lutero i territori delle istrite di Ansbach ( 1528 ) e le città di Nornnberga e Weissenburg, il palatinato di Neuburg e le contee di Ottingen divennero protestanti. Tuttavia rimasavano per sempre al culto cattolico la città di E., il territorio bavarese ed i domini dei Cavalieri Teutonici.
8 vescovo Martino v. Schaunberg creò nel 1564 il Collegio Willibaldino, uno dei primi seminari tridentini in Germania.
Dal tempo di Carlomagno il territorio secolare dei vescovi di E. possedeva la inumusita; nel 1505 il vescovo possedeva un territorio di 20 miglia quadrate con una rendita di 800.000 fiorini. Il capitale del Capitolo della Cattedrale aumentò, nel tempo della secolarizzazione, fino a raggiungere la somma di 3 milioni e 400 mila fiorini. Durante la secolarizzazione ( 1800 -1805) la diocesi venne divisa fra la Baviera, e la Prussia e nel 1806 dipese completamente dalla Baviera.
Il 24 nov. 1821 fu poi eretta, secondo 8 concordato bavarese, ed a base del decreto della circoscrizione del 1817, la diocesi (Landesbistum) di E. come suffraganca di Bamberga senza che i confini venissero mutati. La vita ecclesiastica riprese il suo sviluppo sotto la guida di zelotai vescovi. Nel 1838 venne nuovamente eretta il Seminario Tridentino, a nel 1843 una università filosofica e teologica sotto la guida del vescovo.
Il primo vescovo, s. Willibald, nacque nel 700 in Inghilterra. Durante i suoi pellegrinaggi con suo padre a suo fratello Wunibald, veniva a Roma e al recato in Palestina. Nel 740 egli tornò in Germania dietro preghiera di s. Bonifacio, e fondò i monasteri di E. e di Heidenheim.
Gebhard I, vescovo nel 1042 fu dal 1055 papa col nome di Vittore II (m. nel 1057). Il vescovo Gundakar II (1057-75) dava il suo nome al Gundakarianum, un libro pontificale, che è l'oggetto più prezioso del tesoro della Cattedrale. Nella Controriforma resse la diocesi Cristoforo v. Westerstetten (1612-36) il quale vi chiamò Gesuiti e Cappuccini. Dopo il 1821, data della nuova erosione della diocesi, il più noto vescovo è Carlo Agostino v. Reisach (1836-46) il quale fondò nel 1843 la università e il liceo a diede, nel periodo del Kulturkampf, asilo agli studenti di teologia della Germania superiore.
La tomba di s. Willibald è custodita nella basilica romanica eretta nel periodo dal 1042 al 1060. Noto è il suo chiostro del tardo gotico; nota è anche la chiesa degli Arcangeli, del tardo Rinascimento, detta anche chiesa dei Gesuiti. In stile barocco è la residenza del vescovo che possiede una biblioteca composta di 500 mila volumi. Ad occidente della città di E. si trovano le rovine di un castello medievale detto di Willibald ed un altro a due torri in stile Rinascimento che dal 1609 fino al 1619 fu la residenza dei vescovi.
Biel.: J. v. Sax, Gesch. der Bisch. u. Reichsfürsten v. E., 2 voll., Landshut 1884-85; F. Heidingsfelder, Die Zustände im Hochstift E. am Ausgang der M. A., Rathbuna 1911, v. indiet; L. Bruggeier, Die Wahlhabitulationen der Bisch. v. E., 1:39-1790,
Friburgo in Br. 1915; J. B. Kurz, Die Eigenhlöster in der Dibz. E., 1921; E. Bauernfeind, Die Sdbularizationsperiode im Hochstift E., Monaco e Frisinga 1927.
Bruno Wusterberg
EINSIEDELN, ABBAZIA DI : v. SANTISSIMA VERGINE MARIA DI EINSIEDELN.
EINSIEDLENSE, TOPOGRAFIA: v. ITINEbARI.
EIRE : v. IRLANDA.
EISELIN, WILMELt. - Chierico premostratense, n. a Mindelheim (Würtemberg) nel 1564, m. in Rot il 28 marzo 1588. Figlio di genitori poveri, educato dai Canonici Regolari di S. Spirito a Memmingen, divenne novizio e chierico nell'abbazia Premostratense a Rot (Würtemberg).
Per la sua formazione teologica, E. fu mandato all'Universtità dei Gesuiti di Dillingen. Dovette però, per malattia, abbandonare lo studio e ritornare all'abbazia, ove morì vertiquastrenne dopo breve malattia. Nonostante il suo scarso ingegno, E. raggiunse, per mezzo della sua diligenza e delle sue fervorose preghiere, buoni risultati nello studio. Si segnalava per la purezza e fervente devozione cristiana. Il suo corpo che, alla morte, sarebbe stato risplendente di bellezza, emanava un soave profumo. Le reliquie si trovano a Rot. Viene venerato come beato in Svezia.
Biel.: M. Marrs, Rous in hieme. Vita Wilhelmit Rathensis sanctae et inomamalis memorias in Suecia Can. Ord. Proven. pubbligata da J. Chr. Van der Starre, Anversa 1807, 21 ed. Marchial 1799; M. Roderus, Recania Pia, Monaco 1828 (2nd. ivi 1904), p. 134 sgg.; L. Gonvarra, Ecclesiae, arttices et uacauti de l'Ordre de Prémontré. Bruxelles 1899, p. 238; J. Rehbode, Leters des gutissigen Jünglings W. E., Monaco 1914; F. X. Deyi, Heilige und Selige der eien. kath. Kirche, II. Lipsia 1920. p. 346 (con bibl.).
Agostino Huber
EISENHOFER, Ludwio. - Liturgista, n. a Monaco il 1^{°} apr. 1871, m. ad Eichstätt il 29 marzo 1941. Sacerdote il 29 giugno 1895 , nel 1898 successe all'Ebner nella cattedra di patrologia e di liturgia del Seminario di Eichstätt e dal 1900 vi fu anche professore di storia ecclesiastica.
Il suo nome è legato all'Handbuch der hatholischen Liturgik ( 4⁰ ed., Friburgo in Br. 1941) del Thalhofer, che rifuse a notevolmente aumento, facendone senza dubbio il miglior manuale di scienza liturgica che oggi abbiamo. Un breve compendio fattisce dall'autore fu tradotto in italiano (Torino 1940).
Biel.: J. Leener ha dato una breve notizia dell'E. nella prefazione dell'Handbuch der hath. Lit., Friburgo in Br. 1941, pp. vi-viI.
Silverio Mattei
EISLER, Rudolf. - Filosofo, n. a Vienna il 7 genn. 1873, m. ivi il 14 dic. 1926. Compi gli studi a Lipsia, dove svolse la sua attività di studioso. Fu traduttore di varie opere filosofiche. Riscuti l'influenza del pensiero di Kant e degli idealisti postkantiani.
Opere principali : Die Beweis der Aussenwelt (Lipsia 1909); Elafährung in d. Erkenntnistheorie (ivi 1907); Geschichte der Monismus (ivi 1910); Geist u. Körper (Gottinga 1912); Wörterbuch d. philos. Begriffe (3 voll., Berlino 1910, 4⁰ ed. ivi 1927-30); Philomphen-Lexikon (ivi 1912).
Biel.: Oberweg, JV, p. 362 . Vincenzo Pucrispino
'EL. - Nome primitivo e personale di Dio presso tutti gli antichi Semiti : ebraico e aramaico 'E., accadico ibr. arabo dâh, come provano gli antichissimi e frequenti nomi trofocici composti con 'E. (M. Moth, Die israelitischen Personennamen, Stoccarda 1928, pp. 83-91); ed i testi di Râs Samrah (cf. Revue biblique, 48 [1939], p. 153; G. B. Roggia, p. 570 sg.). Normali-allevatori di bestiame, i Semiti han meglio conservato l'idea primitiva del Gran Dio (W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, I, 2, Münster in West. 1912, pp. 672-93).
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Tale monoteismo originario comincia ad offuscarsi a mano a mano che i vari gruppi semitici entrano in contatto con popoli di altra religione. In Mesopotamia, già al tempo, di Abramo, la nozione monoteistica era confusa, ed il portiarco ritorna ad essa per rivelazione dello stesso 'E. Cosi nel Vecchio Testamento 'E. è l'appellativo più antico dell'unico Dio, che come "Dio d'Israele" si chiamerà Jahweh; esprime distintamente la natura divina. Di solito è unito con una specificazione: un attributo (Dio che mi vede, ecc.) o un altro nome divino ('E.Saddaj, 'E-‘eljôn); unicamente in linguaggio poetico si trova solo e senza articolo ( 75 volte nel Sabat, 53 volte in Giobbe). In senso improprio, è anche adoperato per le false divinità degli altri popoli, allo stesso modo che il plurale 'ellus (Ea. 15, 11; Dan. 11, 36). Cf. F. Zorell, p. 51 sg.
L'etimologia di 'E. è incerta: "il potente", da 'öl, o 'il " fu potente ", o da 'äläh " fu forte " (cf. Gen. 31, 20; Deut. 28, 32). Secondo H. Bauer, come l'arabo homo (e egli \% indica Allāh, cosi il protosemitico 'il (e quello il \% sarebbe divenuto il nome dell'Essere Supremo (G. B. Roggis, p. 364).
Bint.; M. J. Lagrange, Etudes sur les religions sinitiques, 2a ed., Parigi 1905, pp. 70-83, e in Roma biblique, 47 (1938), p. 181: W. Gessmann-F. Bühl, Hebräisches Handwörterbuch, 16a ed., Lipsia 1921, pp. 36-37; C. Brockelmann, Allah und die Götzen, der Ursprung des sariidireitiches Monsthalismus, in Archiv für Religionswissenschaft, 21 (1925), pp. 99-121; H. Bauer, Die Gottheiten von Ras Schamra, in Zeitschrift für altteit. Wissenschaft, 31 (1933), p. 83 sq.; I. Zolli, Israele, Udine 1935, pp. 85-88; R. Dussaud, Les découvertes de Ras Shamra et l'Aucien Testament, Parigi 1936, pp. 6r 12., 115 sq.; W. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, trad. it., 2^{°} ed., Brescia 1938, pp. 354-70. 476; C. B. Roggia, Alcune osservazioni sul volto di El a Ras Sumer in Arcana, 15 (1941), pp. 340-74; F. Zorell, Lexicon hebraticum. J. Roma 1950, pp. 20-21.
Francesco Spadafora
ELA (ebr. 'Eläh - "quercia", "terabinto "). Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento fra i quali un re di Israele ucciso dopo due anni dal ribelle Zambri (I Reg. 16, 8-14) ed un principe edemita (Gen. 36, 41; I Par. 1, 52).
Per altri individui con tal nome cf. II Reg. 15, 30, I Par. 4, 13; 9, 8. Per la città sul golfo "elamitico"; v. elaeth. Angelo Penna
ELAM. - Territorio (accadico Nim-ma-hi "il paese alto", gr. 'E\&quxīc), confinante a sud con il Golfo Persico, ad ovest con la Caldea, a nord con l'Assiria e la Media e ad est con la Persia. Gli Elamiti (Elamit abitavano quindi il paese situato a nordovest di Sumer e Akkad.
La pianura si chiama Anšan o Aššan e la regione della collina e montagne Nimma o Elamma, l'«altipiano»; questi temi si applicarono poi a tutta la regione e si confusero. Susa, la città principale, si trovava nello spazio compreso tra l'Ulai e l'Ididi, otto o dieci leghe più in là delle prime apparizioni delle colline.
Gli Elamiti erano una popolazione mista. L'elemento semitico vi occupa un posto importante, poiché riesce a fare adottare la sua scrittura e la sua lingua per le iscrizioni in epoche diverse ed assai lunghe, fatto che si produce anche per l'influenza dei vicini Sumeri e Accadi, che impongono ad E. una sovranità a volta reale, a volte apparente.
L'elemento anšanita era predominante come numero e reagiva naturalmente contro la popolazione elamita semitica. Con le condizioni politiche la lingua dei documenti cambiò o s'incontrano esclusivamente delle iscrizioni anšanite. Perciò i cuneiformi di Susa hanno servito a due lingue diverse: l'elamita semitico che si avvicina all'accadico, e l'elamita anšanita, che alcuni studiosi suppongono affine al georgiano, ultimo rappresentante del gruppo delle lingue alarodiche.
La religione era basata su un politeismo grossolano. In tempi posteriori decadono le divinità che anticamente si erano venurate come principali.
Il lungo periodo di storia (ca. 3000-640 a. C.) ha
dato origine ad una trasformazione della scrittura (pittorica, lineare, cuneiforme), ad una evoluzione della lingua (protoelamita, elamita, anšanita medievale, anšanita recente), e ad un'evoluzione anche religiosa.
Nella storia politica dell'E. si hanno sfadzi, cambiamenti di dinastie, occupazioni straniere di parte del paese, e, nei tempi di sicurezza e di prosperità, spinte verso il sud e sud-est. La Mesopotamia attirava questo popolo di montanori; perciò forse non a caso l'accadico ha espresso con lo stesso ideogramma l'idea di elu ("alto" e "elamita ") a cavallo - "mossa ". Gli elamiti furono mosche pungenti e invadenti che non lasciarono in pace i Sumeri, i Babilonesi e gli Assiri.
Già Sargon I (ca. 2360 a. C.) di Accad (v.), forse provocato, mosse guerra all'E., e lo visse conquistandone il territorio. Hammurapi fu anch'egli vincitore degli Elamiti (ca. 1700 a. C.). Più tardi le guerre fratricide fra i due popoli semitici, Assiria e Babilonia, permisero all'E. di vendicarsi di disfatte anteriori. Ca. il 1000 SutrukNabhunte, re di E., occupa la Babilonia, sconfigge ed uccide Zababa-Sum-iddin re di Babilonia, e con il figlio Kurur-Nabhunte distrugga o saccheggia Sippur e conte oltre città babilonesi, facendo razzia degli oggetti preziosi, persino dei monumenti, come la stele di Sargon e di Narbu-Sin, il codice di Hammurapi, ecc.; tutti questi monumenti preziosi sono stati ritrovati a Susa, dove erano stati deportati.
Un elamita, Mar-biti-apal-ussur (ca. il 1000) fu il fondatore della settima dinastia, detta dei Cassiri, in Babilonia e vi dimorò 6 anni sul trono. Nei sece. viri e viI a. C., mentre il potere dell'Assiria era al suo apogeo, l'E., alleatesi alla debole Babilonia (v.), se evintatte senza trionfarele alle truppe di Sargon II, subì una sconfitta memorabile presso Kiš, dall'esercito di Sennacherib. I successori di questo re assiro, Asarhaddon e Assurbanipal, non lasciarono in pace né Babilonia né l'E. ancora a lei alleate. Nel 640 il territorio di E. venne occupato: la capitale Susa fu assediata, conquistata e in parte distrutta da Assurbanipal. Scomparve allora dal numero delle grandi potenze il paese di E.
Sino al 612 (distruzione di Ninive) E. divenne una provincia assira; poi essa fu soggetta ai Medi, ai Persiani, ai Seleucidi e nel sec. III a. C. agli Arascidi.
E. nella Bibbia. - Alcuni libri biblici ricordano il paese ed il popolo di E. In Gen. 10, 22 ed in I Par. 17 (figli di Sem sono "E., Assur ... "). la Bibbia attribuisce un'origine semitica al popolo elamitico, ciò che combacia almeno in parte con la storia profana. Un altro passo storico di Gen. 14, 1, dove si parla dei 4 re di Oriente combattenti contro la Pentapoli del Mar Morto, vinti da Abramo accorso in difesa del nipote Lot, dà il nome di un re di E., Chodorichomor (v.). I due elementi del nome Kiahe e Lagamar occorrono spesso nei nomi propri delle antiche tradizioni elamite. Però il nome di questo re di E. non risulta ancora dalle iscrizioni profane. Ead. 4, 9 enumera anche gli Elamiti tra i diversi popoli deportati dalle regioni orientali, che costituirono il nuovo popolo samaritano. Isaia, Geremia, Ezechiele, fanno sentire le loro voce contro l'E., come contro tutte le altre regioni allora in auge (cf. Is. 11, 11; 21, 2; 22, 6; Jer. 25, 25; 49, 34 sgg.; Ez. 32, 24). Qualche anno prima dell'annientamento di E. il profeta Geremia lo annunziò (Jer. 49, 34-36); predice infine il ritorno dei prigionieri elamiti "negli ultimi giorni ".
Bibl.: P. Dhome, Elam, Elamites, in DBe. II, coll. 920-62. Giustino Boson
ELATH. - Città sul golfo elamitico (ebr. 'Elath ed 'Elath). La prima volta è menzionata in Deut. 2, 8 come tappa degli Ebrei, che venendo dal Sinai vi passarono per evitare l'ostilità degli Edomiti, che occupavano i Monti Seir. Al tempo del re Salomone la località rivestì una importanza speciale, perché nelle sue vicinanze, ossia ad Asiongaber "sulla costa del Mar Rosso, nella regione di Edom" (I Reg. 9, 26; cf. II Par. 8, 17), fu stabilita una base navale per il commercio con l'Arabia, e forse fino con
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(S. PIETRO E S. GIOVANNI CHE PANNO ELEMOSINA AI POVERI.
Aftrescu di Masaccio (1426-37) - Firenze, chiesa del Carmine, cappella Brancacci.
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(fol. Euc. Coll.)

(fol. Alisori)
In alto: AVANZI DEL MAUSOLEO DI S. ELENA (sec. iv) - Roma, Via Prenestina. In basso: SARCOFAGO DI S. ELENA in porfido con figurazioni del trionfo di Costantino (sec. iv) - Vaticano, Musei.
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la lontana India. L'esperimento dovette durare poco. Solo al tempo del re Axaria (769-738) fu riconquistata e riattivata la base (II Reg. 14, 22).
Si vede che nel frattempo la città fu occupata dagli Idenini, forse subito dopo la morte di Salomone, che continuò la supremazia insuutata da David (II Sam. 1314), oppure durante la sommosse contro il re Ioram (Sap. 642 a. C.; cf. II Reg. 8, 20-23).
Data la sua posizione strategica, in seguito la regione fu occupata dai Nabatei, sotto i quali non sembra che il paese fosse molto efficiente. I Romani la presidiarono; è documentata la presenza della X legione Fretensis. E come base natale E. fu utilizzata ancora nel medioevo dagli Arabi e dai Crociati. Gli onomastici antichi la chiamano Ada o Aslana. Attualmente si possono segnalare delle rovine vicino al termine dell'ovvaliamente che si inizia dal Mar Merto, ad s km. a ovest-nord-ovest di 'Aqabah.
BibL.: E. M. Lezandier, Eluth, in DB. II, coll. 1643-45; F. M. Abel, Geographie de la Palestine, II, Fortet 1256, pp. 311 312; K. Glueck, Eeimo-Grber: Eluth-City of brichs with sirms. in The biblical archaeologist, 3 (1940), pp. 51-42. Amplia Tectona
ELBECQUE, Norbert d'. - Teologo e scrittore domenicano, n. ad Hainaut (Belgio) nel 1651, m. a Namur il 14 ott. 1714. Fu professore di filosofia a Lovanio, di teologia morale a Mons en Hainaut; nel 1700 membro del primo collegio di teologi annesso alla Biblioteca Casanatense. Tornato in patria, (1707) fu reggente dello studio generale di Lovanio e poi priore a Namur.
Delle sue opere si ricordano: De advertentia requisita ad peccandum formaliter (Lieg) 1695); Distolutio schematis Wichiani (Anversa 1708, cui seguì un'appendice nel 1709). Il d'E. curò anche l'edisione delle opere di F. Sylvion in 6 voll. (Anversa 1698), dei Compendians della teologia morale di Noel Alexandre in 4 voll. (Roma 1705) a dell' Historia Congregationum de Auxiliis del p. G. Story (Anveres 1709).
BibL.: Quattil-Echard. II, p. 788; R. Coulon, Scriptores O. P. Parigi 1911, pp. 197-202. Alfonso D'Amato
ELBEL, Benjamin. - Francescano, teologo moralista, n. nel 1690 a Friedberg nella Baviera, m. il 4 giugno 1736 a Soeffingen presso Ulma. Lettore di teologia e del 1735 al 1738 provinciale di Strasburgo. Probabilista, stimato per la solidita della dottrina e ricchezza di casistica.
Scritti : Theologia moralis decalogalis et sacramentalis per modesta conforentiarum caelum practicis illustrata ( 1² ed. Venezia 1731; nuove edd. di J. Bierbaum, Paderborn 1890, 1892, 1904); Orion et progressus O. Mim. S. Fr. ultra quique morale (Monaco 1732).
BibL.: Hutter, IV, col. 1635; F. Lausbert, s. v. in Allg. deutsche Biogr. XLVIII, p. 329; K. Hilgenreiner, s. v. in LThK. III, col. 616. Jaroslav Skarvada
ELCANA (ebr. 'Elqândh, = Dio ha posseduto v). Padre del prefeta Samuele (I Sam. 1-2; I Par. 6, 27). Di discendenza levitica, ma non sacerdotale, dimorava a Ramathaim, nella tribù di Ephraim, ove s'era insediato Suph, un suo antenato. Secondo l'uso del tempo aveva due mogli Anna (v.), sterile, che amava di preferenza, quasi a compensarla della sua sorte, e Phenenna, feconda. Plissimo Jahwista, si recava annualmente al Tabernacolo in Silo ad offrir sacrifici; iè condusse, per donarlo al Signore, il figlioletto Samuele, natogli, per dirina grazia, da Anna, che gli dette poi altri cinque figli. A far di Samuele un santo contribuì certo l'esempio della fede paterna.
Altri sette E. sono menzionati nel Vecchio Testamento: 1) il secondo figlio di Core (Ex. 6, 24); 2) il figlio di Asir, figlio di Core (I Par. 6, 23); 3) il padre di Supho Sophai (ibid., 6, 25.35); 4) un antenato di Batrachia, figlio di Ass, "che abitava nei villaggi dei Neophutiti (ibid., 9, 16); 5) un discendente di Core, tra i
guerrieri di David (ibid., 12, 6); 6) uno dei due ostiari per l'urca (ibid., 13, 23), forse identico al precedente; 7) il primo ministro di Achaz ucciso da Zechri (II Par. 28, 7). Gino Bressan
ELCESAITI. - Sette con dottrina eciuttica a fondo giudaico, mostrante delle affinità con esseni ed ebioniti e con qualche elemento gnostico, influenzata da astrologia, magia ed esoterismo. Le fonti di sono offerte da Philasophomena, IX (ed. P. M. Cruice, Parigi 1860) e s. Epifanio, Haer., XIX, XXX, LIII: PG 41, 259-69; 405-73; 959-62.
Gli e. usavano solo alcuni libri del Vecchio Testamento, rifiutando cio che riguardava i sacrifici. Respingevano tutto s. Paolo (v. saucorri), e del Nuovo Testamento probabilmente non fecero mai un uso vero a proprio, giacché la loro dottrina nulla ha di cristiano. Avevano però il loro libro portato dalla regione dei Parti da un sapiente, l'ortografia dei cui nome è vario: 'Hizyari (Philosophomena), 'Eldai, 'M2Eal (s. Epifanio, Haer., XIX, 2), 'Ekszeal (Teodorcto, Haer. Fab., II, 7: PG 83, 393), e la cui reale esistenza è del resto discutibile.
Gli e. credevano in un Dio creatore, in un Figlio di Dio, non già a lui eguale ma sua creatura, sebbene la più perfetta; lo Spirito Santo era poi un essere simile al Figlio ma di sesso femminile (cf. le sizigie delle teorie gnostiche). Per la salvczza era sufficiente la fede cieca ed assoluta nella dottrina contenuta nel loro libro sacro, e per ottenere la remissione dei peccati si conferiva un battesimo nel nome di Dio e di suo Figlio il gran re, dopo che il penitenro aveva confessato i propri peccati ed invocato «il cielo, l'acqua, gli spiriti santi, gli angeli della preghiera, l'olio, il sole, la terra ". Tale battesimo poteva ripetersi ed aveva anche grandi poteri curativi: del resto l'acqua era tenuta presso di loro in grande venerazione. Gli e. mantenevano quasi tutte le usanze e pratiche giudaiche, ed in modo particolare la circumcisione, crederane negli influssi astrali, specialmente sui giorni della settimana, dei quali appunto per questo il terzo ed il sabato erano nefasti. S. Epifanio (Haer., XIX, 4: PG 41, 268) ha trascritto la loro formula esoterica, che G. Bareille (EIcésaites, in DThC, IV, col. 2239) interpreta come una formula blasfema contro gli adoratori del Cristo, ammetterede il carattere occultista della sesta degli e.
Nel campo morale erano piuttosto lassisti, condannavano verginità e continenza e obbligavano al matrimonio (s. Epifanio, Haer., XIX, 1: PG 41, 261). Sebbene nel loro libro la Rivelazione sia detta avvenuta nel terzo anno di Traiano, in realtà essi compaiono all'inizio del sec. III per propagarsi ben presto anche fuori dell'ambiente gludao-cristiano dell'Oriente, con la venuta a Roma di uno dei loro, Alcibiade di Apamea, il quale però incontrò ivi poca fortuna. Dalla metà del sec. III fino alla metà ca. del Iv essi non compaiono; ma verso la fine del Iv s. Epifanio li nota ancora in vita in Oriente presso gli ambienti esseni ed ebioniti.
Notevoli sono i rapporti tra la dottrina degli e. e gli apocrifi clementini (cf. i raffronti che ne fa Bareille, loc. cit., col. 2233 e la bibliografia di F. Nau, Clémentins (Apocryphes). I. Homélies, Recognitiones et leurs abrégés, in DThC, III, col. 216).
BibL.: Oltre agli articoli corrispondenti in Dict. of christian biogr., Kirchenlexicon, Realenc. der christlichen Altertümer, cf. L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, 3ᵉ ed., Parigi, 1897, pp. 129-32. Saverio Pericoli Ridoifini
ELDAD ('Eldâdh * Dio amò v). - Uno dei 70 anziani che Mosè s'associò per il governo d'Israele.
E. con Medad era assente quando quelli intorno alla tenda, lungi dall'accampamento (Ex. 33, 7), ricevevano da Jshwch l'investitura del loro ufficio, con manifestazioni di mistica esaltazione (carisma profetico: I Sam. 10, 10-13; Act. 10, 44-46; 19, 6); ma "prolato" allo stesso modo nell'accampamento. L'insidente sensazionale fu riferito a Mosè, il quale, invitato a proibire quella
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manifestazione indipendente, quasi sottrazione alla sua autorità, rispose: - Oh, piacesse a Dio che tutti fossero cosi favoriti dalle più ricche manifestazioni dello spirito divino ! (Num. 11, 26-30). Un libro di profezie di E. e Medad è citato dal Pastore di Erma (Vitis II, 3, 4). BteL.: A. Chener. Les Nombres (La Ste Bible, ed. L. Prior, a), Parigi 1946, pp. 307-309. Per l'apocrifo: E. Schücer, Geschichte des fädischen Volkes, III, 3² ed., Lipsia 1898, p. 266 sg.
Francesco Spadafora
ELDER, William Henry. - Terzo vescovo di Natchez (Mississippi) e secondo arcivescovo di Cincinnati, n. a Baltimore il 22 marzo 1819, m. a Cincinnati il 31 ott. 1904. Studiò prima a Emmitsburg (Maryland) e poi a Roma nel Collegio di Propaganda Fide. Ordinato sacerdote il 29 marzo 1846, insegnò teologia a Emmitsburg per 11 anni. Nel 1857 fu consacrato vescovo di Natchez; nei 1880 divenne vescovo titolare di Avara, coadiutore dell'arcivescovo di Cincinnati, Purcell, a gli successe il 4 luglio 1883. Il suo nome è legato a numerose istituzioni religiose che da lui ricevettero impulso e nuova vita. Durante la guerra civile, nel 1864 , si rifiutò di recitare preghiere pubbliche per il presidente degli Stati Uniti, considerando giustamente che l'imposizione veniva a infrangere la libertà religiosa e subí l'arresto.
Biel.: J. G. Shea, History of the Cath. Church in U. S., Nucra York 1890; R. C. M., s. v. in Dictionary of American Biography, VI, p. 69.
Gabriella de Stelano
ELEATISMO. - Filosofia della scuola di Elea (città della Magna Grecia, attuale Velia-Scavi, stazione sulla linea Napoli-Reggio) che comprende Senofane, Parmenide, Zenone, Melisso.
Senofane di Colofone, n. ca. il 570 , m. nel 478 a. C., bandito dalla patria, viaggiò in qualità di rapsode attraverso la Sicilia e l'Italia meridionale, finché si fermò ad Elea. Nel più notevole dei frammenti eleganti a noi pervenuti, mette in ridicolo la dottrina della metempsicosi, afferma l'esigenza della saggezza contro il prevalente atletismo, condanna l'introduzione del lusso lidio in Colofone e raccomanda il godimento ragionevole dei piaceri sociali.
Dei frammenti epici i più importanti sono quelli in cui attacca il politeismo antropomorfico dei contemporanei. - Vi è un solo Dio... che non somiglia ai mortali né nella forma, né nel pensiero, egli è tutto occhi, tutto orecchi, tutto mente, ( 062405658 , 0620586 voci, 06λ 0586 7'620601), e senza fatica governa tutto con il suo senno ( 060095 evi). Gli uomini hanno falsamente concepito gli dèi e loro immagine e somiglianza, in particolare Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dèi ciò che è vergogna e biasimo, il furto, l'adulterio, l'inganno reciproco. E però incerto se la concezione di Dio di Senofane debba intendersi in senso monoteistico e panteistico.
Parmenide di Elea, n. ca. il 530 , m. nel 444 a. C. di nobile famiglia, uomo politico e legislatore, sentì l'influenza dei pitagorici e trasformò la teologia di Senofane in una metafisica rigorosamente monistica.
Dei 163 esametri a noi pervenuti, di cui alcuni incompiuti e altri pochi solo nella traduzione latina, più di due terzi trattano della verità, cioè dell'essere uno a immutevole, in cui si identificano realtà e pensiero; il terzo rimanente tratta dell'opinione, dell'apparenza mutevole. La prima parte è di gran lunga la più importante. L'essere è completo ( 062 mathrm{~cm}² ), unico nella sua specie ( μ ovecyceés), senza principio e senza fine ( ἀ v α ρ χ ° ν, ἀ π α σ τ o v, ἀ π ἀ λ σ τ τ ω ν ), non era a sarà ma è adesso (cioè in ogni istante) tutto in una volta, una unità continua ( 0688 e07' ἠ ν, o68' ἐ σ τ α 1, è π α i v6v ἐ σ τ ι v ó μ 06 π α ἀ v, ἐ v, σ u v ε χ ἐ ς ). Il pensiero e l'oggetto del pensiero sono identici ( π α v̇ v 6 v 8' ἐ σ τ i vosîa τ α xai 06vex ἐ v è ἐ σ τ i vó μ α ἀ ). Il mondo dell'apparenza contiene solo opinioni dei mortali, che non sono degne di fede a sem-
bra essere spiegato da Parmenide con l'opposizione della luce e delle tenebre ( varphi ἐ ε ε e v65), che riproducono forse il caldo e il freddo ( ἀ ε ρ ι ἐ v mathrm{e} ἀ α ρ ἐ v ) di Anassimandro.
I tentativi di spiegare come Parmenide dopo aver risolto il problema dell'essere si proponga quello della apparenza illusoria, per quanto ingegnesi, non sembrano soddisfacenti. La congettura di Wilamowitz e di Zeller che si tratti di una ipotesi probabile urta contro la recisa opposizione tra essere e non essere che non consente un più o un meno; il tentativo di Diels e di Burnet di scorgere in esso un saggio di dossografia contrasta con lo spirito innovatore del tempo, a parte altre difficoltà, e non è più fortunata l'idea di Joël che vuole ravvisarvi un esercizio eristico. L'unità delle due parti del poema si salva, secondo il Reinhardt, considerando che la dottrina fisica è una parte essenziale dello teoria della conoscenza. All'esposizione della conoscenza derivata dal puro pensiero concettuale deve seguire la descrizione del mondo sensibile dell'apparenza, e forse una spiegazione molto più semplice e che il filosofo poteva bensì svalutare ma non annullare l'esperienza dell'uomo.
Zenone di Elea fiorì intorno al 460 a. C., affezionato e zelante discepolo di Parmenide, replicando a quelli che pensano che la dottrina del maestro implichi contraddizioni, tentò di mostrare che se si ammette la pluralità di cose esistenti nello spazio e nel tempo, s'incorre in contraddizioni assai più gravi.
Se esiste una pluralità, questa deve constare di grandezze limitate; una grandezza limitata sarà necessariamente infinitamente grande a infinitamente piccola; infinitamente grande perché, divisibile all'infinito, si compone di un numero infinito di parti; infinitamente piccolo, perché parti inesicce, anche moltiplicate all'infinito, non potrebbero comporre un'estensione, una grandezza. Contro la possibilità del movimento Zenone enuncia il famoso argomento conosciuto sotto il nome di - Achille e la tartaruga", che si può ridurre a questo: perché un mobile percorra un determinato intervallo, deve prima percorrarne la metà, a quindi la metà della metà e così senza fine. La freccia che vola è in riposo: infatti la freccia deve essere in un determinato istante in un punto determinato, a cosi nell'intero suo percorso; ora, essendo l'istante indivisibile, la freccia sarà in quicte non in movimento. Le aporie di Zenone si risolvono, com'è noto, con la dottrina aristotelica della continuità attuale dello spazio e del tempo.
Melisso di Samo, il medesimo personaggio che in qualità di navarca vinse la flotta ateniese a Samo nel 440 a. C., riprende la dimostrazione diretta del monismo parmenideo.
L'essere deve essere eterno a intranseunte, altrimenti sarebbe sorto dal nulla e si risolverebbe nel nulla: deve essere immutevole, poiché ogni cambiamento è un sorgere e perire. Diversamente da Parmenide, che attribuisce all'essere la forma sferica, Melisso afferma che è infinito; infatti se fosse limitato, avrebbe un principio e una fine e sarebbe limitato dal nulla, il che è impensabile tanto rispetto allo spazio, che rispetto al tempo.
L'influenza della scuola eleatica è stata durevole e forte. Nella filosofia moderna alcune delle antinomie kantiane, naturalmente attraverso molti intermediari, risalgono a questa sorgente.
Biel.: I frammenti degli eleati sono stati raccolti da H. Diels, Die Farsidentiker, cf. ed., Berlino 1922. Su Senofane cf. F. Karn, Uber X., Stutino 1874; J. Freudenthal, Uber die Theologie der X., Breslavia 1886; H. Berber, Unters, über das hatsuliche System des X., Lipsia 1894. Su Parmenide: W. Kranz, Uber Aufbau und Bedeutung des Parmenideisches Gedichten, Berlino 1918, pp. 1158-76; K. Reinhardt, P. u. die Gesch. der griech. Philos., Bonn 1916; M. Untermisier, P. (II pensiero greco. 13), Torino 1925. Su Zenone: R. Wellmann, X / ν Beweire gegen die Bewegung, Francoforte sull'O. 1870; C. Dunan, Zonosis Eleattis argumentis, Nantes 1884; B. Petronierica, X / ν Beweise gegen die Bewegung, in Arch. f. Gesch. d. Philos., 20 (1907), pp. 56-80. Per le questioni matematiche sollevate dai paradossi di Zenone: F. Cajou, Hist. of Zeno's arguments against motion, Londra 1913. Per Melisso: A. Pabst, De M. Samici fragmentis, Bonn 1889; A.
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Cuvatti, M. Sumii religune, in Studi it, di Jihd. ctnn., 5 (1897). pp. 213-27; P. Meloni, Contributo ad uan interpretaclone del porlare di Melica di Sann, in Ann. della Jus. al Latf. e Filos. della Universali di Cogllari, 1048. Per tutta la scuola: G. Calopero. Studi coll'c., Roma 1932; P. Albernelli, Gli Slnati: testimoniame e frammati, Bari 1939.
Andrea Ferro
ELEAZARO (ebr. 'El'ázdr, Dio aiuto -). Nome di vari personaggi biblici.
1. - Terzo figlio di Aronne, fratello di Mosè (Ex. 6, 25). Fu consacrato sacerdote da Mosè insieme al padre e ai tre fratelli, Nadab, Abiu (v.) e Ithamar (Lec. 8, 1 sgg.). Da questo momento E., con gli altri membri della famiglia, figura nel racconto biblico con mansioni sacerdotali. Dopo la tragica sorte dei fratelli maggiori (Lec. 10, 1 sgg.), ad E. passo il diritto di primogenitura, che comportava la successione nel sommo sacerdotio al padre Aronne. Asceso a tale carica alla morte d'Aronnc (Nesc. 20, 26 sgg.), E. la esercitò sotto la guida di Mosè fino alla morte, che avvenne a Gabasth (Jos. 24, 33), dopo che gli Israeliti con a capo Giosuè erano già entrati nella Terra Promessa. Gli successe il figlio Phinces.
2. - Figlio di Abinadab, custode dell'Arca dell'alleanza nella casa di suo padre a Carinthiarim (I Sam. 7, 1).
3. - Figlio di Dudla abolita, uno dei più solorosi guerrieri di David (II Sam. 23, 9, I Par. 11, 12).
4. - Figlio di Phinces, levita, incaricato da Esdra (Esd. 8, 33) di verificare il peso dell'ora, dell'argento e dei vasi portati da Babilonia.
5. - Sacerdote che partecipò alla solenne consacrazione delle mura di Gerusalemme al tempo di Neemia (Neb. 12, 42).
6. - Padre di Gissone (I Mach. 8, 17), difficilmente identificabile con il figlio di Matratia (v. macCabet).
7. - Una dei capi della ribellione giudaica contro Roma ( 66 -70 d. C.). Rifugiatosi nella fortezza di Massala presso il Mar Morto, cessò di resistere solo dopo lungo scambio. Per non cadere nelle mani del comandante romano, Flavio Silve, si suicidò insieme ai suoi fanatici compagni (Fl. Giuseppe, Bell Jud., VII, 233 sgg.).
8. - Celebre scriba o dottore della Legge, che subì il martirio durante la persecuzione di Antioco IV Epifane ( 167 a. C.). Della sua morte dà una relazione particolarceggiata II Mach. 6, 18-31.
Vecchio di 90 anni, E. riceve l'imposizione di mangiare carne proibita dalla Legge mosaica, perché dimostrava così la sua apostasia dalla religione nazionale. Il rifiuto risoluto della scriba, che respinse anche la simulazione propostagli dai suoi discepoli ed ammiratori, gli causò la pena di morte, inflittagli con il supplicio del timpano. Nella narrazione non è indicato il luogo del martirio. In genere si pensa a Gerusalemme o ad Antiochia di Siria; quest'ultima città sembra meglio corrispondere al contesto storico (cf. II Mach. 1, 57-65). Di E., oltre II Mach., parlano scritti giudeici, tardivi o apocrifi, come il IV Mach. 5, 1 sgg., ove si ripete la narrazione del libro canonico, aggiungendovi elementi leggendari.
Angela Penna
ELEPANTINA. - Isola granitica situata allo sbocco della prima catarata del Nilo, da dove il fiume diviene navigabile fino alla foce. Fin dall'antichità fu punto strategico e commerciale di primaria importanza. Il suo nome egiziano è Jéb, Jébn (a paese degli ajefanti <, cf. Fl. Giuseppe, Bell. Jud., IV, 10, 5). Un braccio del Nilo largo 90 m . separa E. dalla città di Sūn (Sāoēnēh in Ex. 29, 10; 30, 6), in greco Zuòyţ (Erodoto, II, 28), oggi Assuan. Importanti sono i papiri aramaici provenienti da E., del sec. v a. C.
I papiri furono scoperti e pubblicati dal 1898 al 1900. Essi dimostrano l'esistenza in E. di una colonia militare giudaica anteriormente alla conquista di Cambise. Di
truppe giudaiche al soldo di Psammetico II nella guerra contro la Nubia (prima del 586 a. C.) parla la lettera di Aristea. Ma l'origine di questa comunità giudaica, che parla e scrive aramaico, non è chiara. Ripeteva le sue origini dai merceneri giudei esistenti in Egerte prima della caduta di Gerusalemme ovvero da quelli rifugiatisi colà dopo questa catastrofe? O da elementi del Regno d'Israele ammazzati in Astiria o da elementi sempitiani?
Il papiro più importante è il n. 30 (ed. Cowley), datato <ai 20 di marhelusān dell'a. 17^{°} del re Dario (II) >, quindi ca. la fine del nov. 408 a. C.
E una lettera che Jēdōnjāh, capo della comunità ebraica di E., invià a Bagdhi (Bagoss), pebāh (preferto persiano) di Gerusalemme, chiedendo il suo intervento perché si permetta la ricostruzione ad E. del - tempio del Dic Jhw (Jahweh), che i preti del dio Yēnōh (Gnūn, l'ariete sacro) avevano distrutto approfittando dall'essenza di 'Ardam, governatore persiano dell'alto Egitto. Si afferma che la comunità aveva inviato una lettera dello stesso tenore, subito dopo successi i fami, al sommo sacerdote Jēhōhānān, lettera rimasta senza risposta, e che ora ne inviava una analoga ai figli di Sinubalit ( = Sanubalist) pebāh di Samaria. Il sommo sacerdote Jēhōhānān è lo Jōhānān contemporaneo di Esdra (Esd. 10, 6) e la sua contemporaneità con Bagoss, pebāh di Gerusalemme, è attestata da Fl. Giuseppe in Antig. Jud., XI, 7, 1. Sanubalist è il pebāh di Samaria accanito nemico di Neemia. Il fatto più caratteristico è che esisteva ad E. un vero e proprio tempio di Jahweh prima della conquista di Cambise (il. XIII-XIV), in cui si offrivano oblazioni, incenso, olocausti e sacrifici (il. XXI. XXV. XXVIII). La degenerazione del genuino culto jahwistico indubbiamente non era avvertita da questi emigrati ebrei, che in buona fede avevano chiesto aiuto proprio a quel sommo sacerdote di Gerusalemme che doveva ripudiarli come scismatici: ed infatti molto abilmente il sommo sacerdote, non potendo prendere le loro difese e non volendo mortificare la loro buona fede, aveva preferito tenere. Uno dei moventi principali della distruzione del tempio doveva essere stata l'offerta di sacrifici di ovini, atto oltremodo sacrilego verso il dio-ariete.
Il papiro 21 (ed. Cowley), anteriore alla distruzione del tempio (anno 5^{°} di Dario II, cioè 419 a. C.) si ragguaglia sulla celebrazione della Pasqua ad E., che, in base ad un decreto di Dario, doveva essere celebrata in luogo segregato dal resto della popolazione: si pensi subito all'immolazione dell'agnello pasquale. Ma il culto di Jahweh non impediva a questi giudei di adorare e fare offerte in denaro anche ad altre divinità, p. ex., 'Ašimlakh'ē (o 'Yimbāth'ē) e lo des 'Anathbēth'ē (papiro 22, ed. cit.).
Un gruppo di papiri in perfetto stato, proveniente da un archivio di famiglia, ci ragguaglia sulle condizioni sociali: negozi giuridici su immobili, mutui ad alto interesse, costituzioni di dote in scritto, condizione di maggiore emancipazione della donna che può chiedere anche il divorzio. Risulta una netta distinzione tra la popolazione civile e quella militare, quest'ultima divisa in deghri (lett. < bendiata <, < insegna { }² ), chiamata con il nome dell'ufficiale comandante.
Un papiro ci ha conservato un testo aramaico della storia di 'Ahlqār (v.), ma purtroppo non una riga di testo biblico è stata ritrovata. Certamente la guarnigione, protetta dai Persiani, si sbandò con il cessare del dominio di costoro. Il papiro più tardo è il 35 (anno 5^{°} del forzone Amirteo, cioè il 400 a. C.).
Biel.: Edizioni: A. Cowley, Aramaic papari of the fifth century B. C., Oxford 1913 - Studi: T. Witzel, Documenti aramaisi del sec. V a. C., in Rivista storico-critica della scienza teologicha, 5 (1909), p. 689 sgg.: Ed. Meyer, Der Papyrus-fund von Elefantenius, Lipsia 1912; L. Hestemquin, Elephantine, in Dibn. II, pp. 962-1032; A. Vincent, La religion des Yudéo-araméens d'Elefhantine, Parigi 1237; G. Bicolossi, Storia d'Israele, II, 5^{°} ed., Torino 1947, 11 166-79. Francesco Pericoli Ridoifini
## ELEI, RamiEo d' : v. RamiEo d'eLEI.
ELEMOSINA. - I. Concetto. - Dal greco Ezequosōve = compassione, in genere significa ogni
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soccorso dato a chi si trova nel bisogno; abbraccia quindi tanto l'aiuto materiale quanto l'aiuto spirituale. Nel più comune uso significa siuto materiale a chi ne ha bisogno; e di questo specificamente si tratta.
II. Obblioo. - La S. Scrittura a la tradizione stabiliscono chiaramente l'obbligo di aiutare anche materialmente chi si trova nel bisogno. Il Vecchio Testamento lo contiene espressamente, ad es., in Deut. 13, 11; Tob. 4, 7-12; Ps. 40, 1-4; proclama benedetto chi viene in aiuto del povero (cf., ad es., Ps. 112, 5-9; Prov. 14, 21; 22, 9); afferma che l'e. ortrene tutte le grazie, non eselusa la cancellazione dei peccati (cf., ad es., Tob. 4, 7-9; 12, 3; Eccli. 3, 33; 7, 36; Dan. 4, 24); è preferibile ai digiuni ed agli stessi sacrifici (cf., ad es., Is. 1, 11-17; 58, 5-7). Anzi il Vecchio Testamento stabilisce anche alcune forme concrete di aiuto ai poveri (cf., ad es., Leo. 19, 9 sg.; 23, 22; Deut. 14, 28; 24, 20).
Il Vangelo ritorna su questi concetti, non solo con il suo precetto di amare fattivamente il prossimo, ma anche con indicazioni esplicite (cf. la parabola del ricco epulone e del porero Lazzaro, Lc. 16, 19-31, dell'epoca nomo infodale, Lc. 16, 1-13; il giudizio finale, Mt. 25, 41-46), sottolineando che l'aiuto deve essere data a tutti, anche agli stranieri e ai nemici (parabola del buon Samaritano, Lc. 10, 30-37) e senza ostentazione (Mt. 6, 2-19). Soprattutto Gesù Cristo ha dato a tale aiuto materiale un nuovo potente impulso, dichiarando di considerare come fatto o se tutto quello che si fa anche al più piccolo dei suoi fratelli (Mt. 25, 40) e proponendo la cessione di tutti i beni ai poveri come uno dei presupposti della perfezione (Le. 18, 18-23).
Nella linea del Vangelo è la predicazione apostolica (cf., ad es., I Tim. 6, 17-19; Jac. 2, 13; I Jo. 3, 17) e tutta la predicazione dei Padri e dei pontefici. Per i primi si veda, ad es., Hermas, 2, 2; Tertulliano, Apolog., 39: PL 1, 470-78; s. Cipriano De opere et eleemosynis, 1, 30-34: PL 4, 602-22; s. Agostino, Serm., 36, 41, 42, 60, 61, 85, 86: PL 38, 215-21; 247-51; 251-54; 262-109; 409-14; 520-23; 523-30; s. Gregorio Magno, Mor., 21, 16-17: PL 76, 204-205; Clemente Alessandrino, Paedag., 3, 8: PG 8, 603-607; Stromata, 2, 18: PG 8, 1015-30; s. Cirillo Garossilimitano Catech., 15, 26: PG 53, 907; s. Gregorio Nazianzeno, De pauperum amore: Ps. 35, 858-910. Per i Pontefici si vedano soprattutto le encicll. Rerum Novarum di Leone XIII e Quadragesimo anno di Pio XI.
La riflessione dei teologi ha ulteriormente approfondito l'obbligo dell'e., precisandone il motivo e l'entità alcuni ritengono che si tratti solo di dovere di carità (cf., ad es., Soto, De institia et iure, I, V, q. 3, a. 4; L. Lessio, De institia et iure ceterisque virtutibus cardinalibus, 2, 12, 12; 16, 1; e fra i recenti M. Zara, El motivo de la limosna, in Fomento social, 3 (1948), pp. 421-26); altri invece parlano di una giustizia sociale (cf. ad es., Caletano, De eleemosynae praecepto; e fra i moderni C. Dumen, De recto uus bonorum superfluorum, in Miscellanea Verresersch, I, Roma 1935, pp. 63-79). Qualcuno anzi giunge perfino alla giustizia commutativa, almeno per i beni superflui (ad es., A. Horvath, Eigentumtrecht wsch dem hl. Thomas von Aquin, Grau 1929).
L'entità del dovere i teologi la fanno dipendere dalle disponibilità di chi deve soccorrere e dal grado di necessità di chi dev'essere soccorso. Solitamente distinguono tre gradi di necessità: comune, grave, estrema (v. beni superflui). Ad essi fanno corrispondere tre forme di superfluo : il superfluo all'individuo, ossia ciò che non è strettamente necessario a vivere; il superfluo alla persona, ossia ciò che non è indispensabile ad un certo sviluppo delle proprie facoltà; il superfluo allo stato, ossia ciò che non è necessario per un completo sviluppo della propria vita secondo le esigenze del proprio stato e della propria persona. Secondo qualcuno si è tenuti a dare solo in caso di necessità estrema; secondo altri anche in caso di necessità grave (ad es., L. Lessio, De institia et iure,
ecc., 2, 12, 12); secondo altri infine anche nella necessità comune (ad es., Fr. Suarez, De charitate, 7). Per ciò che concerne il motivo del dovere sembra si debba dire che nasce da fonti diverse : a) dal dovere di amar fattivamente il prossimo come se stessi; b) dalla destinazione delle cose a vantaggio di tuta l'umanità; c) dal dovere per ogni membro della società di concorrere al bene comune secondo le proprie possibilità. La carità infatti impone di dividere con gli altri quello che noi abbiamo, stabilendo in tal modo una certa identità di condizioni; la destinazione universale dei beni fa si che il superfluo vero e proprio debba essere devoluto a vantaggio degli altri; l'appartenenza alla società infine impone a ciascuno il dovere di mettere a disposizione di essa, secondo le proprie possibilità, ciò che è indispensabile per il bene comune. E ovvio che i diversi motivi possono convergere su uno stesso oggetto, che dovrà in certi casi essere dato sia per motivo di carità, sia per la destinazione universale dei beni, sia per solidarietà sociale.
Quanto alla misura del soccorso da dare e alla gravità del dovere non si dovrà insistere tanto sulle distinzioni fra i diversi gradi di necessità e di superfluo, quanto piuttosto sull'atteggiamento generale del donatore. Più che a precisare il suo superfluo ed il grado di necessità del povero da soccorrere, chi ha deve ricordare che ha di fronte un fratello e non un estraneo e quello che vorrebbe fosse fatto a sé se si trovasse nella condizione del povero che aiuta.
Infine, quanto al modo di far pervenire il soccorso materiale, le forme possono essere indefinitamente varie. Saranno da preferire quelle che meno favoriscono l'imprevidenza e la pigrizia, che più mettono gli aiutati in grado di fare poi da se, che meno umiliano, ecc. Solo la ricerca di forme sempre più prudenti e più delicate potrà togliere all'e. quell'aspetto antipatico che purtroppo molti vi trovano, a permetterà di debellare molte delle difficoltà che le si fanno abitualmente.
Bial.: Oltre la bibliografia citata nel testo, cf. C. Spico, L'umadue: justice au charité, in Mélanges Mandonnet, Parigi 1920, pp. 244-64; L. Bouvier, Le précepte de l'umadue chez si Thomas d'Aquin, Montréal 1922; O. Lemin, La nature du devanir de l'umadue chez les prédicetieurs de si Thomas d'Aquin, in Ephemerides theologione Lovanientes, 12 (1938), pp. 613-24.
Giovanni Battista Guzzetti
III. L'e. nel diritto canonico. - La pratica dell'e. ebbe parte larghissima nella vita della Chiesa fin dai suoi primissimi tempi; e l'assistenza ai poveri e la distribuzione delle e. vi costituivano una delle precipue e specifiche funzioni di ministri appositi : i disconi. Più tardi si introdusse, e - in particolare a partire dal sec. IX ca., - si diffuse in molte regioni l'uso di concedere il riscatto dei peccati mediante e. o di commotore in e. alcune pene canoniche; talora anche con tassazioni ad ammontare determinato. Ma per i frequenti abusi e cui tale pratica diede luogo, non mancarono, da parte di sinodi e concili, severe proibizioni e restrizioni in proposito.
Mimossi gli abusi, la pratica dell'e. restò nella disciplina della Chiesa come penitenza satisfattoria; e anche presentemente il CIC novera l'e. fra le principali penitenze : can. 2313 § 1: Praecipuae poenitentiae sunt praecepta.... 4 Erogandi elecmorynas in pias usus.
L'e. costituisce anche una delle fonti del patrimonio ecclesiastico. Ne fu anzi la prima, poiché nel periodo apostolico si sopperiva ai bisogni della Chiesa e dei suoi ministri essenzialmente con obiezioni volontarie dei fedeli, sia mediante offerte in natura, sia in contribuzioni pecunarie. Pur essendosi poi in seguito, nel corso dei
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sccali, aggiunti ad assicurare alla Chiesa i mezzi per il conseguimento dai suoi fini altri cespiti di entrate patrimoniali di diritto pubblico e privato, le libere oblasioni hanno sempre conservato una parte importante, e talora prominente, nella economia della Chiesa stessa. Di tali oblasioni ad offerte - che in senso lato comprenderebbero tutte le