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e si riconnette con parecchi esempi mesopotamici del Tûr 'Abdîn e che si ritrova più tardi al convento di S. Simeone presso Aewân. Uno sviluppo di questa struttura si ha nella basilica dei bagni ad Abû Mînâ ove il corridoio fa veramente comunicare i due locali a fianco dell'abside: esempi se ne hanno in Siria ad Hûsar Nihs e alla cosiddetta tomba di Aaron sul monte Hor, e sarà una delle caratteristiche dell'architettura cristiana della Nubia. Nelle chiese ad ingressi laterali il muro occidentale ha una grande nicchia rettangolare nel mezzo, che si direbbe un ricordo od una atrofizzazione di un'abside contrapposta a quella occidentale. Un caso unico ed interessantissimo ci è dato dalla basilica di Luqgôr dove, in base ad alcuni elementi sussistenti e ad antichi rilievi è forse possibile restaurare un tipo di abside a deambulatorio. Il corpo della chiesa è generalmente diviso in tre navate da due file di colonne: ma in alcuni casi (basilica cimiteriale di Abû Mîna, due basiliche a Saqqâra, Dayr Abû Fânâ, le due basiliche di Medinet Habû, chiesa orientale di Philae) oltre alle due file di colonne longitudinali se ne ha una terza che corre parallelamente al muro della facciata, in modo che i collaterali girano attorno alla navata centrale anche verso occidente. E un tipo che si perpetuerà nel tardo medioevo alle chiese del Vecchio Cairo. Tutte queste chiese erano esperte con testi in legname.

Il problema del battistero è in K. di assai difficile

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(da U. Mannaral de Fillard, Il monasfero di S. Simeone presso Aswän, Milano 160, 101, 171
Eurito - Abside centrale della chiesa del convento di S. Simeone presso Aswän.
soluzione dati i pochi casi nei quali si è conservato. Nella basilica bizantina di Abû Mîna esso è del tipo diffuso in tutto il mondo mediterraneo di un ottagono internamente e quadrato esternamente, con nicchie semicircolari corrispondenti agli angoli, a posto sul lato occidentale dell'atrio, in contrapposto della basilica. Nelle costruzioni veramente egiziane non è conservato se non a Luggèr a a Medamûd. Nel primo caso è costituito da un locale absidato nel quale la trovata rettangolare è separata dalla parte ad abside da due colonne : nella trovata rettangolare vi è un pozzo mentre la vasca battesimale sta nella parte absidata ed è di forma tronco-conica, scavata nel suolo, e si scende al fondo per mezzo di due scalette di tre alti scalini ognuna. A Medamûd il battistero è costituito da un locale quadrato a sud della chiesa a addossato a questa, accessibile dalla navatella meridionale a con una semplice vasca rotonda.

L'architettura cristiana d'E. posteriormente alla conquista araba ( 640-42 ) ci ha lasciato moltissimi monumenti di cui solo una piccola parte è stata fino ad ora studiata in modo che se ne possa parlare con sicurezza. Ad ogni modo due caratteristiche si manifestano chiaramente: la prima è l'abbandono del vecchio tipo basilicale ellenistico, la seconda è la rinuncia a coprire la chiesa con tetti in legname, sostituendo a questi delle coperture a vòlte. Struttura basilicale e tetti in legname si conservano solamente nelle chiese del Vecchio Cairo (Babilonia d'E.), specialmente in quella di S. Barbara e quella di S. Sergio, che oggi si vedono in una forma che ricevettero nel xil-xir sec., ma che assai probabilmente non è se non la ricostruzione di edifici anteriori rimontanti forse al v-vi sec. e che ne ha conservato la planimetria ed il modo di copertura. Queste chiese hanno dei matronci, il che conferma il loro riattacco con proestipi di tipo ellenistico-bizantino.

Un altro gruppo di monumenti a caratteristiche
comuni e topograficamente compatto è formato dal monasteri del Wâdî en-Natrûn, cioè il Deyr Suryâni, Deyr Amba Bîbâi, Deyr al-Barâmûa e Deyr Abû Maqâr. Il più importante è il primo, ricostruito dopo il saccheggio e la distruzione dell'anno 817: la tradizione attribuisce la nuova fabbrica a due monaci di Takrit in Mesopotamia, Mattai e Abraham. Due sono le chiese principali del monastero: la più piccola, dedicata alla Vergine, riproduce un tipo di chiesa monastica caratteristica del Tûr 'Abdîn, cioè composta di un nartece rettangolare coperto da una volta a botte, di un coro anche esso rettangolare con asse nord-sud, pure coperto da volta a botte, e di un triplo santuario formato da tre camere rettangolari, di cui quella di mezzo è coperta da una cupola mentre le due altre hanno delle volte a botte di cui l'asse è perpendicolare a quello della volta del coro e del nartece. La grande chiesa del monastero, pur essa dedicata alla Vergine, è una basilica di cui il corpo è costituito da una larga navata fiancheggiata da due navatelle che girano anche lungo il muro occidentale, tutte coperte di vòlte a botte. Segue un coro rettangolare con asse nord-sud, diviso in tre trovate di cui la centrale è coperta con una cupola e le due laterali da due semicupole, riproducendo una struttura che si trova nella chiesa della Vergine a Bîb in Mesopotamia: il santuario è analogo a quello della piccola chiesa.

All'estremità meridionale dell'E. si trovano due chiese, quella del monastero di S. Simeone ad Aswân e quella di es-Sêkhah che hanno caratteristiche assai simili, in quanto il santuario è trilobato, avente una cupola al centro e tre semi-cupole sulle tre braccia, e la navata centrale è coperta con due cupole nel primo caso e con una sola cupola nel secondo. Sono due monumenti probabilmente della fine del x o del principio dell'zi sec. Un ultimo edificio di singolare importanza, databile al primo medioevo, è la basilichetta che sorge ad una cinquantina di metri a nord della tomba n. 25 di Qurnet Mur'ai nella necropoli tebana: è di quelitipo che fu chiamato "èglise cloisonnée", cioè avente la divisione fra la navata e le navatelle fatta con muri pieni nei quali si aprono solo delle porticine. E il solo esempio di questo tipo sino ad ora noto in E. Fra i monumenti secondari si deve ricordare la chiesa del Deyr al-Suhadâ (convento del Marriti) presso Esna e un gruppo di edifici nella regione di Naqâda a di Qamûla, specialmente quelle di al-'Adra e di Mâri Girgis al Deyr al-Magma', l'ultima delle quali mostra un sistema di vòlte parallele su archi trasversi secondo un tipo della Persia sâsânide. Ma la struttura più diffusa nel basso medioevo è quella di un edificio rettangolare diviso da archi portati prevalentemente su pilastri in tanti quadrati, ognuno dei quali è coperto da una cupola: esse raggiungono persino il numero di 29 alla chiesa di Amba Pakhâm presso Medamûd. L'esemplare più bello è forse quello del Deyr al-Mabarraq.

La scultura è stata concepita nell'E. cristiano come un sussidio decorativo dell'architettura a non come avente una vita sua propria: la statuarie quindi scompare completamente. Scompare anche l'arte di lavorare le pietre dure (diorite, porfido ecc.) che era stata una specialità ed una gloria del paese: solo materiale ormai usato è il calcare, salvo che per le colonne ed i capitelli per i quali si sa ancora tagliare la sientie. E notevole e caratteristico dell'E. un largo uso della scultura in legno nella decorazione dei monumenti.

Per un primo periodo gli esempi più interessanti della scultura sono una serie di conche di nicchie a timpani curiosamente frastagliati e con figure umane trattate con forte altorilievo ed uso nettamente coloristico di spinti

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contratti di vuoti e pieni, con un sapiente bilanciarsi di masse e giochi di luce ed ombra con una visione nettomeno bioncce, che furono trovate principalmente ad Aluáa al-Madina, l'antica Heracleopolis, ma di cui anche esempl interessanti provengono da altre località, specialmente al-Bahnass. Sono sculture quasi tutte a soggetti pagani, e debbono quindi riconnettersi con quei ricchi e potenti gruppi signorili che dominavano il medio E., di coltura ellenistica ed ostili alla nuova religione. Stilisticamente queste sculture non sono se non la derivazione di una scuola caratteristicamente siriana e si riatraccano con altre della regione nabatea, specialmente con quelle remote a Khirbet et-Tannur. Con la fine del v sec. e probabilmente con l'esaurirsi di questi gruppi pagani, questa scuola scompare. Anche i più importanti esempi della scultura in legno sino ai v-vi sec., alcuni pezzi da Bỉwit e soprattutto la bellissima porta in legno della primitive chiesa di S. Barbara al Vecchio Cairo (ora al Museo Capio), sono nella più pura tradizione ellenistica dell'arte di Alessandria
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o di Antiochia. La scultura in avorio di cui si hanno tanti magnifici monumentali provenienti dalle officine di Alessandria ce ne ha lasciato assai pochi che si possano attribuire con relativa certezza all'E. propriamente detto, con predominanza dello stile monumentale di contro al pittoresco ellenistico. I più notevoli sono quello del Louvre con la rappresentazione di s. Marco in cattedra fra i patriarchi suoi successori e 8 dittico in cinque parti proveniente da Murano ed ora a Ravenna che lo Sireygowski ritiene prodotto dell'arte monastica dell'alto S. La scultura propria dell'E., povera nei monumenti figurati, assume invece una ricchezza ed una genialità d'invenzione straordinaria nelle opere decorative, ospitelli, fregi, lascra d'incrostazione e persino sale sepolcrali. Il repertorio dei motivi è di una abbondanza che esula da qualsiasi classificazione: la decorazione copre ogni qualsiasi elemento, con evidente tendenza a quell'orrere del vento che è una delle caratteristiche peculiari dell'arte orientale.

Anche la pittura parietale vi contribuisce largamente: si può dire che ogni parte dell'edificio religioso egiziano che non era ornato da rilievi scolpiti era ricoperto di pitture, le quali compiono quella funzione che nell'arte bizantina contemporanea avrà il musaico. Questo è stato assai raramente impiegato in E. : il testo di Abū Ṣālib (xIII sec.), così prezioso per lo studio dell'archeologia religiosa egiziana, non cita se non due esempi di musaici figurati : il primo nella chiesa degli Apostoli al monastero di S. Arsenio ad al-Qusair fondata dal patriarca melkita Eustazio (802-804), che rappresentava la Vergine con gli angeli ed i dodici Apostoli, e il secondo nella chiesa di S. Pacomio a Fā'ú che non si sa cosa figurasse. Dato che Eustazio era melkita si può essere certi che l'opera da lui fatta eseguire era un prodotto d'artefici bizantini importati. Il solo musaico oggi esistente in una chiesa d'E. si trova in una nicchia nel monastero di S. Antonio e rap-
presenta una croce trionfale. Invece siamo largamente documentati sulla pittura parietale visto che degli amplissimi cicli si sono conservati. I più antichi sono quelli delle cappelle sepolcrali della necropoli di Baqawat nell'oasi di al-Khārga (iv sec.?) di cui gran parte però, sia iconograficamente quanto stilisticamente si riconnette con l'arte alessandrina. Però vi si vedono già apparire molte delle caratteristiche che saranno poi peculiari della pittura egiziana, cioè l'uso larghissimo della frontalita, l'ordinamento simmetrico dei personaggi, una rappresentazione statica generalmente su di un solo piano, senza accenno difondo o particolari d'ambiente, quello che generalmente si indica con il termine di «stile monumentale», caratteristico dell'espressione asiatica e di cui l'esempio risale alle pitture di DuraEuropes. I massimi esempi egiziani di questo stile ci sono dati dai cicli pittorici di Bāwit e di Ṣaqqāra. Quivi, se
pur sussiste qualche traccia ellenistica nei fregi decorativi, la parte ornamentale e simbolica si affievolisce sempre più per far luogo alla pittura storica e il trattamento paesistico scompare per essere sostituito dalla rappresentazione monumentale. Un'altra caratteristica vi appare nettamente: il gusto del ritratto, di cui la tradizione risale al II-III sec., cioè a quella scuola d'artefici che eseguì le tavolette sepolcrali del Feiyūm in pieno stile ellenistico, ma tradotta in forme monumentali. Questa tendenza al ritratto, che conduce a personalizzare ogni figura, applicata alla rappresentazione dei sacri personaggi conferisce anche alle immagini ideali del Salvatore, della Vergine, degli Apostoli, degli Evangelisti un carattere individuale e tende a cristallizzarne il tipo. E noto come queste tendenze artistiche avranno un profondo influsso sulla stessa arte bizantina e si può dire che la spinta vi è venuta dall'E. Iconograficamente la pittura egiziana dell'alto-medioevo mostra già sino da allora alcune caratteristiche che conserverà per secoli : p. es., l'uso di rappresentare quasi tutti i santi locali a cavallo, quasi come guerrieri vincitori degli spiriti del male.

Dopo le grandi pitture di Bāwit e di Saqqāra che rappresentano, allo stato delle nostre conoscenze, il momento di maggior splendore dalla pittura egiziana dei primi secoli, si è male documentati sino verso il sec. xI, quando si palcea un nuovo influsso, quello dell'arte scmena. Una grande colonia, ricca e potente, di Armeni si era allora formata in E. : in essa vi sono anche degli artisti. E allora ad un pittore armeno che si deve la decorazione della grande conca di abside del Convento Bianco. Localizzata sembra soltanto al convento dei Siriani al Wādī an-Netrūm (Deyr Suryāni) è una correnze di pitture siriane, di alto valore artistico e ancora insufficentemente studiate. Nell'abside meridionale del coro sono

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rappresentate l'Annunciazione e la Natività e le iscrizioni vi sono in sirisco, salvo il nome di Giuseppe che è scritto in greco: nell'abside occidentale, al fondo della navata, vi è l'Assunzione con i nomi di Gesù, degli apostoli Andrea e Simon Pietro, del Sole e della Luna scritti in sirisco, mentre l'ultimo è riprodotto anche in copto: nell'abside settentrionale del coro è rappresentata la morte della Vergine con il nome del Cristo scritto in sirisco. Si pensa che queste pitture siano databili dell'epoca del superiore del monastero Skoé di Nisibis (907-44) al quale forse si devono anche gli stucchi del santuario di stile mesopotamico. La pittura egiziana del basso medioevo non ha più alcun valore di arte, come non lo ha la pittura di icone, di cui le più antiche a noi note non datano d'epoca anteriore al Quattrocento.

La miniatura è un'arte anch'essa largamente diffusa in E. All'inizio il grande sviluppo gli è dato da Alessandria con una serie magnifica di manoscritti che ci sono noti, se non tutti in originali, almeno in copie assai antiche e che mostrano il maggior trionfo dello stile pittoresco alessandrino: ma già con le varie copie della Topografia di Cosma Indisopletate vi si vede penetrare lo stile monumentale. Di contro l'E. con i frammenti su papiro della Cronaca alessandrina, forse dell'inizio del v sec., ci ha lasciata un'opera di ben diversa tendenza e dove più chiaramente si mostra il carattere indigena, penetrato di vecchie tradizioni orientali. E sono queste che definitivamente trionfano quando alla fine del vi sec. si può dire che l'arte ellenistica d'Alessandria scompare. Noi disponiamo di una serie numerosa di manoscritti figurati che permettono di seguire esattamente lo sviluppo della miniatura egiziana, in quanto sono per la massima parte datati, con sottoscrizioni di scribi e di pittori e dei quali il più delle volte è assai facile determinare il luogo di esecuzione. E si può cosi ben seguire una tendenza caratteristica, quella cioè di abbandonare poco a poco la tecnica di una vera e propria pittura per andare verso quella di un disegno a penna compito di colori. Il capolavoro della miniatura propriamente indigena dell'E. è dato dal manoscritto copto 13 della Biblioteca Nazionale di Parigi, a forti influenze mesopotamiche, del XII sec. Ma nello stesso periodo vediamo formarsi un'altra scuola di artisti che risentono fortemente, specie nella decorazione, della contemporanea arte musulmana : il capolavoro di questa tendenza è quel tetraevangelio in due volumi, di cui uno è conservato all'Istituto cattolico di Parigi a l'altro al Museo Copto del Cairo. E questa scuola che prende il sopravvento e durerà sino al sec. xvir, però con lavori sempre più scadenti. La storia della miniatura egiziana è ancora da scriversi.

Nelle arti minori quella che ci ha lasciato il più gran numero di documenti è la decorazione delle stoffe, di cui le secche sabbie egiziane hanno salvato interessantissimi esemplari. Quelle con decorazione tessuta in lana sono eseguite con tecnica identica a quella degli arazzi francofiamminghi che è documentata in E. sino dall'alta antichità, di cui sono esempi i frammenti col nome di Amenhotep II (es. 1500 a. C.) e di Thutmosis IV (es. 1466 a. C.), tecnica analoga a quella di alcuni frammenti trovati in tombe greche della Crimea del in o iv sec. a. C. In E. i luoghi dei più abbondanti ritrovamenti (Sangara, Arsinoe, Akhmim, Antinoe, Armant, Hawārah, ecc.) sono sparsi per tutto il paese, il che mostra la diffusione di procedimenti sempre simili. La decorazione costituisce generalmente delle fascie, classi, e incrostazioni quadrate o rotonde, rotze. La tessitura cristiana non è dunque tecnicamente se non la continuazione inalterata della tessitura pagana e sola differenza vi è nei motivi rappresentati. In epoca relativamente avanzata si osserva però qualche variazione tecnica, avvicinandosi a quella
dei broccati. Si hanno però anche delle stoffe decorate con tecniche completamente diverse : sono delle tele nelle quali l'ornamento è ottenuto con la colorazione secondo un procedimento (già ricordato da Plinio) che molto si avvicina a quella del batik. La tela con le scene bacchiche trovata da Gayer ad Antinoe ne è il più bell'esempio pagano non posteriore al sec. iv-v, quella con Daniele del Museo di Berlino è il più cospicuo fra quelli cristiani. Vi sono anche tele decorate con motivi stampati con blocchi di legno intagliati. Infine bisogna ricordare gli esempi di tessitura in sata trovati nelle tombe egiziane, specialmente ad Akhmim e ad Antinoe, di cui alcuni sono certamente dei prodotti delle officine locali, mentre altri si dimostrano importanti dalla Siria, dalla Persia sâsânide e forse anche dall'Asia centrale.

Un'industria infine specificamente egiziana a quella delle incrostazioni d'avorio nel legno: le porte del convento dei Siriani al Wadi en-Natûren ce ne offrono forse il più bell'esempio. La ceramica dell'E. cristiano, per quanto interessante, non è mai assunta a produzioni di vera arte.

Bra.: Per la distinzione giuridica Alessandria-E. si veda H. J. Bell, Alessandria ad Aegyptum, in Journal of Roman Studies, 36 (1948), pp. 136-38. Sulla stadio dei monumenti cristiani d'E. si ha un grandissimo numero di lavori, sessanta però che abbracci l'intero soggetto: il meglio è riferirsi alle bibliografie: U. Mannert de Villard, Saguia di una bibliografia dell'arte cristiana d'E., in Bull. del R. Ier. di ancheal, e storia dell'arte, 1 (1924. 1'. pp. 29-32 a Gli studi sull'archeologia cristiana d'E. 1910-40, in Generalia christiana paradisa, 7 (1941), pp. 247-92.

Uso Mannert de Villard

## VII. Ordinamento scolastico dell'E.

Il Ministero della pubblica istruzione, il Ministero degli affari sociali e il Ministero della guerra e della marina si sono proposti di collaborare per eliminare l'analfabetismo, la piaga maggiore che ostacola la organizzazione della vita politica e culturale.

E resa obbligatoria l'istruzione dal 12 al 18 anni per i giovani e dal 12 al 15 anni per le ragazze. Esistono 1949 scuole maschili e 728 scuole femminili e numerosi corsi obbligatori per i membri della polizia e delle forze armate. Diverse organizzazioni private e privati hanno fondato piccole scuole chiamate maktah dove vengono istruiti ragazzi e ragazze nella lettura del Corano, nella scrittura e matematica. I datori di lavoro sono obbligati dalla legge e far istruire i propri dipendenti. Oltre alla lotta contro l'analfabetismo il governo egiziano si preoccupa della formazione della classe dirigente ed a questo scopo ha ridotto l'insegnamento delle lingue straniere, elevando dall'anno 1940 l'insegnamento della lingua araba che è la lingua ufficiale. In tutte le scuole deve essere coltivato il sentimento panarabo e la religiosità musulmana. Nelle scuole private è vietato d'insegnare agli allievi daterne religiose diverse dalla loro convinzione religiosa. L'insegnamento dell'arabo non è obbligatorio in quelle scuole private (inglesi, francesi, italiane e greche), dove il numero degli allievi egiziani è inferiore al 15 \%.

L'istruzione egiziana comprende i giardini d'infanzia; le scuole elementari chiamate buttab (divise in governative, private sotto l'ispezione governativa diretta e straniere sotto ispezione governativa indiretta); le scuole secondarie e le università. L'Università islamica al-Azhar fondata il 21 giugno 972 dal generale Gawbar sotto i Fâtimidi: imprime lo spirito religioso e politico a tutto il mondo dell'islam; l'Università Fu'ád I fondata al Cairo nel 1908 e l'Università Färûq I fondata ad Alessandria il 2 ag. 1942.

Esistono inoltre le scuole della Chiesa copta che comprendono 12 scuole per ragazzi e 4 scuole per ragazze del tutto insufficienti per 850.000 fedeli. La Chiesa copta unita conta nelle tre diocesi di Alessandria, di Ermopolis e di Tebe 31 scuole per ragazzi, 1 scuola per ragazze, 1 Petit séminaire e 1 Theological seminary per 20.000 fedeli. - Vedi tavv. XL-XIV.

Bra.: Bollettino di legislazione scolastica comparata, a cura del Ministero della pubblica istruzione, a (1942), pp. 175, 181, 201, 276, 336, 402, 410, 467, 547; 7 (1942), p. 70.

Miroslav Štumpf

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EGIZIANI, VANGELO degli. - Apocrifo gnostico citato da Origene, Hom. I in Luc. (PG 13, rollt), che ne rileva il carattere eretico; da Clemente Alessandrino, Strom., III, 9, 63 (PG 8, 1163), che ne riferisce alcune parole di cui abusavano gli encretii; da Ippolito, Philosophasmenna, 5, 7 (PG 16, 3130 B), come usato dai nazaseni; da Epifanio, Haer., 62, 2 (PG 41, 1052) come usato dai sabelHani.

Si crede che sia sorto in Egitto nella prima metà del sec. II. Altri propondono per Antiochia. Dai 4 frammenti rimasti sembra abbia rapporti con il vangelo di s. Matteo; non sembra che le citazioni evangeliche della cosiddetta J T Clementis derivino da questo vangelo, evidentemente eretico.

Bull.: E. Amano, Apocryphes de N. T., in DBs. I, col. 473 29: G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi. 1, Firenze 1948, pp. 27, 14-17.

Fierro De Ambruggi
EGLISE VIVANTE. - Rivista trimestrale sorta a Lovanio dal 1949 a cura della Societa degli Ausiliari delle Missioni.

Ha lo scopo di contribuire allo studio dei fondamenti teologici della vita missionaria della Chiesa nelle terre non cristiane e del suo adattamento ai diversi popoli, per comunicare alle vecchie comunità cristiane l'esperienza nuova delle giovani cristianeia, per far conoscere e gustare in tutti la ricchezza dei vari doni che Dio ha distribuito agli uomini; portare a conoscenza le questioni concrete e attuali, le pubblicazioni recenti, le riunioni di studi relativi alle missioni; segnalare le nuove iniziative, far conoscere le attivita missionarie.

Enrico Josi
EGLON. - 1. Re di Moab, che oppresse la parte meridionale d'Israele per 18 anni (Indc. 3, 12-22). Aiutato da bande di Ammoniti ed Amaleciti, passò il Giordano e, a scapito della tribù di Beniamin, occupò la pianura di Gerico, costringendo gl'Israellii a un tributo annuo. Aod (v.) lo uccise, scacciò gl'invasori e riprese il controllo dei guadi del Giordano.

Bull.: L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 133-36; G. Rizzinati, Storia d'leruete, Torino 1932, p. 292.
2. Città cananea della Sèphēthē (Jas. 12, 12), il cui re Dabir (Jas. 10,3) aderl alla coalizione patrocinata da Adonisedes (v.), re di Gerusalemme, contro i Gabanniti, alleati degli Israeliti. Giotsuè li scondase nella celebre battaglia di Gaboen e conguistó sei città cananee, tra cui Lachia ed E. (Jes. 10, 23.34.36 89.), che assegnò alla tribù di Giude (Jas. 15, 39). L'identificazione ne è in certa: Hirbet 'Aglän ne conserva il nome; ma più probabilmente si deve individuare in Tell al-Hesī, 25 km . nord-est di Gaza.

Bull.: Per Hirbet 'Aglän: E. Robinson, Palästina. II, Halle 1841, p. 617; A. Legendre, s. v. in DB, II, col. 1600 sg.; A. Fernandez, Cenon. in Soc., Parigi 1938, p. 140. Per Tell el-Hesí: W. F. Albright, in Bull. of the Am. Schools of Or. Res., 15 (1024), p. 7 sg.; J. Oerstang, Yethum-Judgen, Londra 1931, p. 373 sg.; P. Hennequin, s. v. in DBs. III, coll. 368-68; F. Zorell, Lex habe. et aram., Roma 1940 sgg., p. 371.

Francesco Spataloro
EGMIADZIN. - Sede patriarcale armena. Etimologicamente significa Disceso dell' Unigenito, nome dovuto alla leggenda di una visione attribuita a s. Gregorio Illuminatorc, il quale avrebbe visto Cristo discendere presso il villaggio di Valaršapat, nella provincia Ajrarat, 20 km . ad occidente dell'attuale città di Erivan, e segnalare con un martello d'oro il alto corrispondente al martirio delle ss. vergini Hriphaimiene, dove doveva erigersi la prima chiesa cattedrale armena.

Storicamente però la prima cattedrale armena, Katholiké, con la sede dei primi katholikoi, è da ricercarsi per un secolo a mezzo a Aštišat, nella provincia di Taran, molto più ad occidente di Valaršapat. Qui invece
vi fu soltanto il vescovo della corte armena, che durante le lotte fra 8 katholikós autentico ed il re armeno qualche volta sostituì abusivamente il katholikós.

La narrazione di detto visione, tramandataci dalla Storia di Agatangolo (nd. Venezia 1862, oppp. 102, 120), è postuma a tradisce la preoccupazione del compilatore di giustificare l'autocelalia armena, avvenuta nella seconda metà del sec. v in seguito alle nuove circostanze politiche dell'Armenia, e forse di valorizzare il trasferimento della sede fatto da Aštišat verso la provincia Ajrarat e precisamente a Dwin ( 469 oppure 484), residenza dei satrapi persiani e poi arato a sud-est di Valaršapat.

La sede katholicosale armena, dopo una residenza di tre secoli e mezzo a Dwin, segul il movimento emigratorio del popolo armeno incalzato dalle orde barbariche della grande Asia, cambiando ben più di sette luoghi per stabilirsi, con Gregorio VII di Anarzapa, definitivamente nella capitale del Regno armeno di Cilicia, Sis (1294).

Caduto il Regno di Cilicia (1375), parte del popolo armeno si diresse verso l'Europa, parte al disperse nell'Asia Minore; la Cilicia rimase depauperata e queste conseguenze furono subite anche dalla sede patriarcale armena. Le indebite ingerenze dei dominatori infedeli ne aumentarono la decadenza, il che fece balenare ai vescovi orientali l'idea, da lungo agopenta, di trasferire la sede di s. Gregorio a E., presso 8 villaggio di Valaršapat.

Ne fu promotore Tommaso Vardapet Medaophatsi. I suoi motivi personali, propagati con ardore in Oriente, diedero pure a questa iniziativa, in sé buona, un indirizzo secessionistico riguardo a Roma.

Il nome storico di Valaršapat, con il suo fascino di culla del cristianesimo armeno, diede forza alla campagna di Tommaso. Quando Gregorio IX katholikós, già residente a Sis, declinò l'invito di trasferirsi a E., fu convocato quivi un sinodo elettivo a un certo anacoreta del monastero di Kher-Virap, di nome Kirakos. fu eletto katholikós nella sede di E., il 10 dic. 1441. Il sinodo era composto, oltre che dal katholikos degli Aluani, di 13 vescovi orientali, compresi quel quattro delle sedi principali, la presenza dei quali, secondo la persuasione invalsa da secoli, era stimata indispensabile per la canonicità delle elezioni dei katholikoi. Furono presenti molti vardaper, egumenti a magnati; vi aderirono altri 11 vescovi orientali, trattenuti dagli infedeli, ed il katholikos di Althamar.

Il primo atto di Kirakos fu quello di invitare la nazione alla concordia, e percio toise la scomunica che da secoli pesava su Althamar. Tuttavia Gregorio IX continuò ad esercitare la propria giurisdizione a Sis, guardando E. come anti-sede. Gli antagonismi fra le due sedi non mancarono. Il trasferimento a E., benché privo di sostegno canonico, aumentò l'influenza di questa sede attraverso i secoli, perché riuscì a polarizzare intorno ad essa la maggioranza delle sedi vescovili arnene, e a imporsi finalmente quale sede del katholikos supremo di tutti gli Armeni sparsi nel mondo, anche sui katholikoi di Sis. I rapporti assai frequenti con la S. Sede nei secc. xvI-xviI ottennero a E. un riconoscimento tacito universale, mentre Sis rimanova di secondo ordine.

E. dal 1441 e oggi ha visto 42 katholikoi. Delle 100 eparchie, fra sedi vescovili e ordinariati monastici, che si contavano sino all'anteguerra 1914-18, soltanto 15 erano dell'ubbidienza immediata di Sis, 4 di Gerusalemme, 3 di Althamar, mentre ben 79 eparchie abbidivano direttamente a E. Dopo i grandi massacri armeni del 1913, e dopo la sovietizzazione della piccola repubblica armena di Transcaucasia, le 100 eparchie arnene dissidenti sono ridotte a poco più di una decina, spasso per il mondo, le quali continuano a guardare alla sede di E. come al loro centro religioso, più simbolico che reale.

Bull.: M. Clemoian, Storia, I, Venezia 1872, pp. 388.89, 393; II, p. 335; III, pp. 609-17; L. Allāno, Ajranas, ivi

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1890, p. 212 sgg. (in armeno): H. Geiser, Die Anfduge der armen. Kirche, Monaco 1894, pp. 117-28; S. Weber. Die katholische Kirche in Armenien, vw der Treunung, Friburgo in Br. 1903, pp. 177-82; F. Tourneblac, Hist. polit. et relig. de l'Arménie, Parigi 1910, pp. 146 sgg., 444-48. Garabed Amadani

EGOISMO. - Da «ego ", io, l'e. è l'amore falso ed esagerato di se stesso, che porta ad una vera idolatria dell's io ", eretto ad unica misura per le relazioni con tutte le altre persone e cose, unica meta di tutti i propri sforzi. Si può anche dire che l'e. è un sistema pratico, secondo cui fine di ogni azione umana non è che l'interesse individuale dell'agente, più a meno velato. Perciò non è un vizio speciale, ma è uno squilibrio nell'ordinamento generale volato da Dio, un elemento latente, almeno inizialmente, in ogni peccato (Sum. Theol., 1^{°}-2^{° 0}, 6, 77, a. 4), in quanto è aversio a Deo e conversio ad creaturas (l'io creato); un corrosivo della carità, in quanto virtù specifica ed in quanto è informatrice di tutte le altre virtù.

Secondo l'ordine dell'amore Dio dev'essere amato per primo ed al massimo grado, perché in Lui è l'essenza e la perfezione del bene; segue poi l'amore di se stesso, in quanto il Signore ne ha fatto la misura dell'amore del prossimo, ma conservando tra sé ed il prossimo l'ordine dei valori: la nostra eterna salvezza, poi quella del prossimo; il bene del nostro corpo, poi la salute corporale del prossimo; i nostri beni; poi gli altrui.

Così da un lato l'uomo non può a non deve considerare il suo essere con tutte le sue naturali tendenze, attitudini, compiti ed energie se non nella sfera dell'amore di Dio, e in dipendenza da lui. D'altra parte non può non attendere ad un secondo limite, conseguenza della dovecosa considerazione verso le persone ed il diritto degli altri, che sono come lui immagine di Dio e chiamati alla sequela del Salvatore. L'eccessiva compiacenza di se stesso, o insemminato del proprio io, crea invece un disordine nella sfera dell'amore e con il miraggio della felicità propria esclusiva e temporale pone l'io in primo piano, imprigionato nelle tenebre della propria personalità, con la conseguente detronizzazione di Dio dal posto che gli compete, come fine di tutte le cose, e con il sacrificio delle persone con cui si ha rapporto, considerate esclusivamente alla stregua di strumento da utilizzare. Per ciò stesso è assurdo dire che l'ascetica fomenti l'e.; nulla vi è di egoistico nella ricerca della propria santificazione che non sussiste senza la ricerca di Dio e le carità verso il prossimo. L'e. invece suppone non una semplice pianificazione di valori, ma un completo rovesciamento.

Questo egocentrismo, se spinto all'eccesso, può essere anche fonte di malattie psichiche, ma più spesso è effetto, anziché causa di queste anormalità. Caratteristico, ad es., è l'e. soprattutto nell'isteria. L'isterico è divorato da un e. morboso, per cui tutto tende a riferire a sé, alla propria utilità, al proprio onore con i mezzi più strani e più raffinati. Ma anche fuori di questi stati morbosi, nella presente condizione dell'uomo, susseguente al peccato originale, l'e. costituisce un serio pericolo per ogni cristiano, in quanto è così subdolo e sottile da infiltrarsi anche nelle opere più sante; è un pericolo continuamente in aggiunte in quanto è inumanente in noi. Da ciò l'esigenza che il cristiano vigili continuamente su se stesso e prevenga il pericolo con l'abnegazione (v.) di sé (Mt. 16, 24; Lc. 17, 33; Jo. 12, 25). Del resto, tra i mali che caratterizzarono il mondo prima di Cristo, e che al dire dell'Apostolo, caratterizzeranno l'epoca che deve precedere la fine dei tempi, sta in primo luogo l'e. (II Tess. 3, 2) individuale e sociale. L'etica del mondo antico era stata nella sostanza un grande e., che aveva concepito il problema della vita pratica nella forma di un rapporto tra l'uomo e gli altri uomini come elemento di cui si doveva tener conto in quanto avrebbe potuto nascerne male o bene: ma nulla più. Tutte le realtà intorno all'io apparivano come mezzi per la propria soddisfazione. Le virtù massime dei Greci furono tutte virtù del dominio delle proprie passioni, al fine del proprio individuale equi-
librio. E la giustizia platonico-aristotelica era un sistema obbiettivo di rapporti, onde a ciascuno dovesse spettare il suo; sistema che era conveniente rispettare non solo per il comune, ma anche per il proprio vantaggio. Gli dèi stessi erano venerati non per sincera devozione, ma come supremo strumento dell'interesse individuale. Solo nella luce del piano redentore di Cristo, che ha rievocato il piano creatore di Dio, ci è apparsa nella sua vera resita la posizione dell'io tra Dio e il prossimo, termine il primo del perfezionamento individuale, fianco di prova il secondo dell'amore stesso di Dio.

Stas.: C. Antoine, Egalisme, in DThC, IV, coll. 2224-30; A. Tsumurcy, Compenda di teologia arestica e mistica, trad. di F. Trucco-L. Giunta, Roma 1927, n. 43; D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, I, 60-50 sdd., Friburgo in Br. 1931; on. 96, 268 d.; H. De Meunewker, Trattato de actibus humani, 50 ed., Malines 1930, p. 98; F. Tillmann, Il Mawren chitama, 5^{°} ed., Brescia 1915, pp. 219-28.

- EGREGIE DOCTOR PAULE MORES INSTRUE n. - Inno dei Vespri nella festa della Conversione di a. Paolo ( 25 genn.) composto della quarta strofa dell'inno Anron luce et decore roseo, attribuito ad Eipidia, rimaneggiata sotto Urbano VIII.

Non v'è un sonno della festa che si celebre, ma potrebbe dirsi una bella parafrasi di alcune idee contenute nelle epistole paoline (I Cor. 12, 12-13; II Cor. 12, 2), quali il rapimento di Paolo al terzo cielo, la sublimità della visione beatifica, la differenza dell'attuale visione delle cose celesti da quella nell'aldilà, l'importanza della carità, tutti concetti espressi in forma elevata.

Bim.: G. G. Balli, Gli Inni del Breviario tradurti, Roma 1896, p. 346; C. Blume, Die Hymnen des Theunums hymnobereus II. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 225; A. Murn, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 187. Silversi Mattei

EGUMENO : v. MONACHISMO.
EHRENBERG, Christian Gottfried. - Medice e naturalista tedesco, n. a Delitzsch (Lipsia), il 19 apr. 1795, m. a Berlino il 27 giugno 1876. Fece viaggi di missione naturalistica in Africa e in Asia.

E uno dei più versatili e profondi naturalisti dell'Ottocento; descrisse per primo la cellula nervosa e la costituzione del midollo epinale; scoprì le cause della fosforescenza del mare e attirò l'attenzione sulla forza prodigiosa della riproduzione delle distomze e sull'espansione della vita microscopica.

La geochimica ha in lui un precursore. L'E., nei suoi studi microscopologici sulle minime forme viventi della profondità marine, ha preso posizione di fronte all'evoluzionismo, che considerava un'ipotesi indimostrabile.

Bim.: Opere : 'Organisation, Systematik und geograph. Verhaltniss der Infuziunationdene, Berlinn 1850; Mitengestagliche Studien über das kleinste Leben der Messer Tiefgrunde aller Zange und dessen geologischen Einfluss, in Abhandlungen der König. Akademie d. Wiss., iri 1872, pp. 131-309. Dati biografici: E. Hanstein, Allgem. deutsche Biographie, V. 702 sgg.; W. Wernadsky, La geochimie, Parigi 1914, pp. 167-72. Luigi Scronin

EHRENSBERGER, Hugo. - Sacerdote e scrittore, n. ad Engen il 21 sett. 1841, m. a Bruchsal il 24 febbr. 1904. Professore nei ginnasi, pubblicò una descrizione dei manoscritti liturgici posseduti dalla Biblioteca regionale di Karlsruhe: Bibliotheca liturgica manuscriptorum (Friburgo in Br. 1889) e un'altra di 544 libri liturgici manoscritti della Biblioteca Vaticana: Libri liturgici Bibliothecae Apostolicae Vaticanae mss. (ivi 1897). Si occupò anche di storia ecclesiastica locale dei Baden e dell'incremento della stampa cattolica nella regione.

Bim.: A. Menser, s. v. in LThK, III, col. 577.
Silvio Furlani
EHRHARD, Albert. - Noto storico e agiografo, n. il 14 marzo 1862 a Herbizheim in Alsatia, m. a Bonn il 23 sett. 1940. Dopo gli studi teologici nel Seminario di Strasburgo, si laureò in teologia a Würzburg (1888) e si perfezionò a Roma (1888-

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1889). Ebbe poi una rapida carricra accademica: fu professore nel Seminario di Strasburgo (18891892), e nelle Universitá di Wurzburg (1892-98), di Vienna (1898-1902), Friburgo in Br. (1902-1903), di Strasburgo (1903-18) e di Bonn (1920-27). A questa splendida ascesa corrispondono le pregevoli sue pubblicazioni, riguardanti quasi tutte l'antichità cristiana, in specie la patristica, la letteratura bizantina teologica e agiografica.

Negli Strasburger Theologische Studien (1 [1894], nn. 43), riferi sugli studi patristici apparsi dal 1880 al 1884 , opera continuata per gli anni 1884-1900 in Die altchristliche Literatur (Friburgo in Br. 1900). Nella 2² edizione del Krumbacher sono sue le pp. 37-218. Essendo stato incaricato da A. Hornack di raccogliere gli Acta Martyrum greci, si dedicò alla ricerca dei manoscritti, in Europa e nell' Oriente, senza poter portare a termine questo la. vero preparatorio. Alla morte aveva pubblicato nei Texte und Untersuchungen (30, Lipsia 1937, e 51, ivi 1938) : Überlieferung und Bestand der bagiggraphischen und homiletischen Literatur der griechischen Kirche. Del terzo volume erano stampati 3 fascicoli. Accanto ai lavori di pura erudizione, pubblicò, per i ceti culti, varie opere di cui qui si accannano: Die Kirche der Mürtyrer (Monaco 1932); sotto il titolo generale - La Chiesa cattolica attraverso il mutamento dei tempi e dei popoli - (2 voll.) Urkirche und Frühkatholizismus, Bonn 1932, e Die altchristliche Kirchen im Westen und im Osten, (vi 1937). Queste opere eminenti per profondita di dottrina, chiarezza d'esposizione, finezza di metodo, sono, in effetto, un'apologia scientifica della religione cattolica a della Chiesa, a mostrare quanto infondati fossero i sospetti, di cui ebbe a soffrire all'inizio del secolo. Pio XI lo apprezzava altamente.

Bibl.: W. Kosch, Das hatholiche Deutschland, I, Augusta 1930, p. 387; B. Altsver, A. E., in Historisches Jahrbuch, 81 (1941), pp. 439-64.

Livario Giger
EHRLE, Franz. - Cardinale, insigne medievalista, prefetto della Biblioteca Vaticana, n. ad Iany (Württemberg) il 17 ott. 1845, m. a Roma il 31 marzo 1934. Entrato nella Compagnia di Gesù (1861), studiò in Germania ed in Inghilterra (1873-77), dove fu ordinato sacerdote e poi addetto al ministero in Liverpool.

Nel 1878 entrò nella redazione degli Stimmen aus Maria Lorsch (più tardi Stimmen der Zeit) e si trasferì nel Belgio, iniziandovi la sua attività letteraria. Si proponeva di scrivere la storia della scoltatica, progetto realizzato poi solo con parecchi notevoli contributi. Nel decennio 1880-90 lavorò intensamente a Roma e in altri centri culturali sia in Italia che all'estero. Insieme al De. sulle pubblicò l'Archiv für Litteratur und Kirchengeschichte des Mittelalters ( 7 voll., Berlino-Friburgo in Br. 18851900, di cui i tre ultimi quasi esclusivamente del solo E.), vera miniera di erudizione medievale. Nel 1890, dopo aver pubblicato il primo volume della Storia della biblioteca papale, entrò nel Consiglio della Biblioteca Vaticana, di cui fu poi (1895-1914) prefetto. In tale posizione rifatte il suo ingegno d'organizzatore e di coraggiose a felice novatore. A lui si deve la completa riorganizzazione, l'attrezzatura moderna, nonché l'arricchimento della Vaticana, che divenne un centro d'attrazione per i darti di tutto il mondo. Egli stesso ha descritto, in parte, la sua opera e la sua esperienza nello Zentralblatt fur Bibliothekswesen, 33 (1916), pp. 197-227; vedi anche ibid., 8 (1891), pp. 304-10; Die Überfïhrung der gedruckten Bücher der Vaticana aus dem Appartamento Bargin in die neue Leoninische Bibliothek und ihre Neuordnung, 15 [1898], pp. 17-33 (trad. it. in Rivista delle biblioteche e degli archivi, 9 [1898], pp. 5-11, 19-25; 16 (1899), pp. 533-38; 26 (1909), pp. 245-63. Sue iniziative furono i cataloghi a stampa dei manoscritti della Biblioteca Vaticana, le grandi edizioni fotografiche in cui sono stati riprodotti i più insicni codici della biblioteca stessa, dal Virgilio Vaticano a Romano alla Bibbia greca dal iv sec.; dal Tolomeo greco del fondo urbinate al Ro-
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(ftt. l'ricci)
Ehrle, Franz - Rirtatto.
tolo di Giosuè e al De Republica di Cicerone; l'istituto per 8 restauro dei codici. Nel 1914 gli succedette A. Ratti, chiamato su proposta sua alla Vaticana fin dal 1911. Asceso questi alla Cattedra di S. Pietro (Pio XI) nel 1922, le creò cardinale di S. Cesareo nominandolo nel 1929 bibliotecario e archivista di S. Romana Chiesa. In occasione dell'ottantesimo genetliaco dell'E. la Biblioteca Vaticana, con la collaborazione di 82 detti di tutto il mondo, pubblicò la Miscellanea F. E., in 3 voll. più un Album con cenni della vita a l'eicnco delle opere. Pio XI gliela offrì in una solenne adunata il 24 nov. 1924. L'E. fu datore onorario della Università di Oxford, Cambridge, Münster in West., Monaco, Colonia, Tubinga e Lovanio, nonché socio di molte accademie.

Fu operosissimo e fecondo fino alla più tarda età; tutte le sue opere e contributi sono pregevoli tanto per contenuto quanto pel metodo e per la ponderazione dei giudizi. Tra le principali vanno ricordate: Bibliotheca theologica et philosophiae scholasticae selecta, in collaborazione con altri (Parigi 1885-94, 5 voll.); Historia Bibliothecae Romanorum Pontificum tum Bonifatiame tum Acenienentis (Roma 1890); Gli affreschi del Pinturicchio nell'appartamento Bargia nel Palazzo Apostolico Vaticano, in collaborazione con E. Stevenson (ivi 1887); I più antichi statuti della Facoltà teologica di Bologna (ivi 1932). A lui si deve anche la redazione della « Forma di regolamento per la custodia e l'uso degli archivi e delle biblioteche ecclesiastiche - inviata dalla Segreteria di Stato ai vescovi d'Italia il 30 sett. 1902 (Roma 1902). Fu collaboratore per moltissimi anni delle Stimmen der Zeit; notevoli sono tra gli altri i suoi articoli sulla questione romana: Benedikr XV. und die Lösung der römischen Frage, 91 (1916), pp. 505-35; Die römische Frage, 92 (1916), pp. 79-94; Weitere Erörterungen zur römischen Frage, ibid., pp. 481-94. Presiono soprattutto il contributo apportato dall'E. per la topografia della zona del Vaticano. Un primo

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studio topografico è quello dal titolo Ricerche su alcune antiche chiese del Borgo di S. Pietro, in Atti della Pout. accad. rom. di archeologia ( 2² serie, 10 [1910], pp. 1-43); più tardi seguito da L'oratorio di S. Pietro sul sito della antica "Scuola dei Franchi", in Oratorio di S. Pietro (Roma 1924, pp. 25-34); segue poi la trattazione Dalle carte e dai disegni di Virgilio Spada dai cadd. Vaticani latini 11257-58, in Memorie libid., 2 [1928], pp. 1-97). Per la storia della città di Roma e delle sue trasformazioni dal Rinascimento in poi le sue introduzioni alle piante maggiori di Roma dei secc. xvi-xvir riprodotte a cura della Biblioteca Vaticana, cioè Roma al tempo di Giulio III, La pianta di Roma di Leonardo Bufalini del 1551 (Roma 1911); Roma prima di Sisto V, La pianta di Roma De Plerus-Lefrery del 1577 (ivi 1908); Roma al tempo di Clemente VIII, La pianta di Roma di Antonio Temperta del 1593 (Città del Vaticano 1932); Roma al tempo di Urbano VIII, La pianta di Roma Maggi-MangioLosi del 1625 (Roma 1913); Roma al tempo di Clemente X, La pianta di Roma di Giambattista Falda del 1676 (Città del Vaticano 1931); Roma al tempo di Benedetto XIV, La pianta di Roma di Giambattista Nolli del 1742 (ivi 1932); La grande veduta Maggi Mascardi (1625) del tempio e del Palazzo Vaticano (Roma 1911).

Inizio infine, in collaborazione con H. Eager, la storia del Palazzo Vaticano: «Der vaticanische Palast in seiner Entwicklung bis zur Mitte des XV. Jahrhunderts, 1, Città del Vaticano 1935.

Biel.: F. Pelmer, Franz Kardinal E. als Bibliothekar der Vaticana, in Sault Wiberada, Bibliophiles Jahrbuch, 1 (1934), pp. 134-49; W. Kosch, Das katholische Deutschland, I, Augusta 1233, p. 288 29. Vedi inoltre cenni biografici nelle seguenti riviste: Cin. Cull., 1934, II, pp. 449-51; III. pp. 17-27; M. Grobenzon, in Stimmen der Zeit. 1934. pp. 217-22; H. Finko, in Historische Jahrbuch, 34 (1934), pp. 289-93; R. M. Huber, in The Catholic Historical Review, 20 (1934), pp. 179-84; id., in Miscellanea Francescana, 34 (1934), pp. 174-76; K. Brandi, in Nachrichten von der Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen. 1933-34, pp. 1-9; K. Christ, in Zentralblatt für Bibliothekaressen, 32 (1932), pp. 1-17 (con ritrams). Livello Oligo.

EHRLICH, Johann Nepomuk. - Scolopio, n. a Vienna il 21 febbr. 1810, m. a Praga il 23 ott. 1864. Professore di filosofia a Krems (1836), di teologia morale a Gratz (1850), di teologia morale e fondamentale e di scienza della religione a Praga dal 1854 in poi. D'ingegno acuto e penetrante, di erudizione vasta e ben organizzata, applicò le sue doti ad una valida difesa della religione, che lo fa considerare giustamente uno dei confondatori della teologia fondamentale, ma si lascio influenzare troppo dalla scuola cartesiana e guntheriana. Fu da Francesco Giuseppe premiato di medaglia d'oro e chiamato al Consiglio della istruzione pubblica; fu anche aggregato a parecchie accademie.

Delle sue opere lo più degne di nota sono: Leitfaden der Metaphysik (Krems 1841); Das Christenthum und die Religionen des Morgenlandes (Vienna 1842); Lehre von der Bestimmung des Menschen als rationale Theologie (2 voll., ivi 1842-45); Randglossen zu J. Fröbels System der sozialen Politik (Krems 1849); Uber der christliche Princip der Gesellschaft (Praga 1856); Der Mensch und der Staat (ivi 1862); Leitfaden für Vorlesungen über die allgemeine Einleitung in die teologische Wissenschaft (2 voll., ivi 1859 1860); Apologetische Ergänzungen (2 voll., ivi 1862-64); e più importante di tutte per ordine, metodo e chiarezza : Fundamental Theologie (3 voll., ivi 1859-62).

Biel.: Hoffinger, J. N. E., eine Bbizze seines Leben und Geistesgungen (Abhandl. der Klinizl. Monisch. Gesellsch. der Wissenschaften 2* serie, 14), Praga 1866; Hutter, V. coll. 1111-12.

Celestino Testore
EHSES, Stepan. - Storico ecclesiastico, n. a Zeltingen sulla Moss il 9 dic. 1855, m. a Roma il 19 genn. 1926. Frequento l'Università di Würzburg, e, ordinato sacerdote nel 1883, venne a Roma per ricerche nell'Archivio Vaticano. Ritornato in patria, fu parroco ad Ehrenbreitstein ed a Coblenza.

Tornato a Roma, divenne segretario dell'istituto romano della Görresgesellschaft.

Curò l'edizione del Nuntiaturberichte aus Deutschland 1585-1590 (a voll., Paderborn 1895-99); e dei Consilii Trideatini victorum nella serie Concilium Trideationes (Societas Görezioma; voll. IV-IX, Friburgo in Br. 1904-24). Altra opera preziosa sono i Römische Dokumente zur Geschichte der Eheschzidung Heinrichs VIII (Paderborn 1895). Fu assiduo collaborazione della Römische Quartalschrift e dello Historisches Jahrbuch.

Biel.: H. Bastgen, S. E. Eom Andenken, in Römische Quartalschrift, 34 (1908), pp. 85-88.

Silvio Fisboni
EICHENDORFF, Joseph. - L'ultimo posta romantico tedesco, n. a Lubowitz il 10 marzo 1788, m. a Neisse il 27 nov. 1857. Grande per lo spiccato predominio dell'elemento lirico, che fin nel romanzo e nel dramma soverchia racconto e azione, ma che gli dettò Lieder d'imparaggiabbile levità, sconfinanti nel sogno e nella musica. Tale temperamento portandolo a tradurre in atto l'ideale, improntò anche la sua vita reale.

Tresagiti i prossimi conflitti per la sua patria in Ahnung und Gegenwart (romanzo già compiuto nel 1811), acerrimo nemico della dominazione straniera, s'arruolo volontario al momento della lotta, e fece lo campagne 1813-15. Fervente cattolico, non solo esulsi la sua religione in molteplici scritti letterari storico-critici, miranti anche a una revisione del dominante giudizio critico protestante e celebranti il cattolicesimo come sola fonte della poesia moderna (Uber die ethische und religiöse Bedeutung der neueren romantischen Poesie in Deutschland, 1847; Der deutsche Roman des 18 Jahrh. in seinem Verhältnis zum Christentum, 1851; Zur Geschichte des Dramas, 1854; Geschichte der poetischen Literatur Deutschlands, 1857; nonché l'ottima traduzione in tedesco dei drammi religiosi di Calderón, 1846-57), ma spiegò azione conseguente (adeprandosi, p. es., per il restauro del convento di Marienburg, dimettendosi dal Ministero dei culti a Berlino per il suo rigido sentimento cattolico: atteggiamento nocivo sui tardi alla sua arte, che troppo cedotte o preoccupazioni di contenuto : Julian, 1853; Robert und Guiscard, 1855 ; Jacint, 1857). E. fu il lirico romantico popolare (la sua poesia s'informò non poco al Palhelind, onde la collaborazione al Wunderhorn di Arnim e Brentano), dalla fede pura, dai sensi candidi, dello sconfinato amore per la natura, dall'inveccio umorismo, che fra vo