volume-05

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 Le Solve Regina, Parigi 1912.

Livario Dliger
ERMANNO di SCHILDISCHE. - Teologo e canonista agostiniano del sec. XIV, m. l'8 luglio 1357. Fu il primo degli Eremitani tedeschi ad essere insignito della laurea dottorale. Nel 1320 era studente a Parigi, dove nel 1326-27 rimaneva come insegnante. Nel 1328-30 si trova lettore nel contratto di Herzford; nel 1332 fu creato baccelliere, e finalmente nel 1337 maestro e superiore della sua provincia religiosa sassonico-turingica. Nel 1338 dai vescovi tedeschi fu mandato in missione ad Avignone per ri-

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conciliare Ludovico il Bavaro con Benedetto XII. Presso i contemporanei godé fama di vasta scienza e di grande santità. Gli storici del suo Ordine lo onorano con il titolo di "beato".

Molto lavarò per l'istruzione della gioventù, e svolse, con gli scritti e a viva voce, un intenso apostolato tra il
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(par. cactoria del can. Agostino Haberl)
ERMANNO GIUSEPPE di STEINFELD, bento - II b, E. Particolare della palla, ora, di-
saputa, per l'abare del Beato nella chiesa abbotale di Stainfeld (i.268) - Berlino, Kunst Friedrich-Munzian.
della nascita e della morte. Ammalatosi dopo un decennio di governo, rassegnò le sue dimissioni nelle mani di Simone, vescovo di Tournai. Alcuni storici riferiscono che, dopo aver lasciato l'ufficio, si recò a Roma e a Gerusalemme, dove sarebbe caduto in mano degli infedeli e morte martire.

Opere: Narratio restuorationis abbatiae S. Martini Toranconis (PL 180, 39-131); De miraculis B. Mariate Laudanensis (ibid., 156, 96: 2gg.); De Incarnatione Iesu Christi Domini Hostri (ibid., 180, 10-17): questo lavoro cristologico esente del pensiero anssimiano ed ha buoni spunti mariologici.

Bisc.: anon., Nativia: PL 180, 10; G. Allemang. s. v. in LTbK, IV, col. 987: A. Piolanti, Mater animiis: De spirituali Virginis matroriate sec. nonnullos saec. XII scriptores, in Marin. 8am, 1: (1949), pp. 425. 420. 431, 438. Antonio Piolanti

ERMANNO GIUSEPPE di Steinfeld, bento. Morico premostratense, a. a Colonia dopo il I150, m . nel monastero delle monache cistercensi a Hoven il 4 apr., probabilmente del 1241. A dodici anni entrò nell'abbazia dei Canonici Regolari. Premostratensi a Steinfeld nell'Eifel, ma compi i suoi studi nella ca-
nonica di Mariengaarden in Frisia. Ritornato a Steinfeld, vi fu sagrestano ed esercito il ministero in vari monasteri femminili. Si distinse anche come orologisio. La traslazione della sua salma da Hoven a Steinfeld, poche settimane dopo la sua morte, fu l'inizio di una venerazione sempre crescente. La sua tomba è posta nella navata centrale della chiesa di Steinfeld; il culto prestato al Beato non ha avuto ancora un solenne riconoscimento da parte della S. Sede.

Ne scrisse la vita un suo contemporaneo, la quale, attendibile per i dati biografici, lo è assai meno per i fatti mistici ivi esposti. E. ha comunque vissuto una vita mistica notevole ed è il rappresentante di una tenera devozione mariana, il cui punto culminante sarebbero le misiche nozze con Maria S.ma, onde il suo secondo nome di Giuseppe. Affabile e lieto, fu austero penitenre. Eminente per unilità, castità e carità. Oltre preghiere e un ufficio di s. Orsola muratoto, scrisse un commento al Cauticum conicorum (perduto); la sua parernità letteraria del più antico inno al Sacro Cuor di Gesù (Summi regis cor acuta) è discusso. E. è specialmente venerato nella Renania e negli ambienti dei Premostratensi; patrono della gioventù, è invocato dalle donne gestanti. Le più antiche raffecurazioni di E. la presentano con un calice in mano, da cui escono tre rose, simbolo della sua devozione a Maria S.ma. Col sec. v:it è rappresentato con il Bambino Gesù in braccio: le sue misiche nozze con Maria si trovano in una tela di Antonio Van Dyck (1630, Museo di Stato, Vienna); con Giuseppe von Führich (1810-76) e Edoardo von Steinle (1810-86) E. è presentato sotto le sembianze di uno scolaro porgente una mela alla Madonna. Festa il 7 apr.

Biel.: Vita. ed. Chr. Van der Sterre, Litium inter spinus, Vita B. Inceps Presbyteri et cononiri Steimeliensis O. Praem..., Anversa 1627: Atro SS. Apriile. I. Anversa 1675, p. 886 sga.; J. Breach. Der Heiligsprechungspraeos per viam cultus, Roma 1538 (storio del cultus), M. Fuxchum. Die Christologie der Primonotratenare im 12. Jahrhundert. Plan presso Marienbad 1939, p. 8; sgg.: F. Pohl. La spiritualita des Prénoniers aux 1.7 et 1.77 siècles, Parigi 1947, p. 102 seg. Agostino Huber

ERMENEGILDO, santo, martire. - Figlio del re visigoto Leovigildo, sposò nel 579 Ingunda, figlia di Sigiberto, re dei Franchi. A causa della religione cattolica delle moglie il padre fu costretto ad allontanarlo dalla corte e lo mandò a Siviglia dove, per opera del vescovo Leandro, anche E. abbracciò il cattolicismo. La lotta scoppiò tra padre e figlio; nel 582 E. fu vinto ed esiliato a Valenza, poi rinchiuso in un carcere a Tarragona dove nel 585 , per aver rifiutato la Comunione da un vescovo ariano, fu ucciso per ordine del padre. Nel 1585 Sisto V concesse alla Spagna di celebrarne la festa che poi Urbano VIII estese a tutta la Chiesa. E commemorato il 13 apr.

Bisc.: s. Gregorio Magen. Dialoghi. III, 31 (PL 77. 280-03: cf. ed. di U. Morieca, Roma 1924. pp. xxxixxlii: s. Gregorio di Tours. Hist. Francorum, V, 30: PL 71, 223-24: Paolo Diacono. Hist. Langobard., III, 21: PL 93. 223-24: Acto SS. Apriile. II. Parini 1865, pp. 132-38; Z. Garcia-Villada. Historia eclesiástica de España, II, Madrid 1932, pp. 23-27: Anal. Bolland., 21 (1922), pp. 411-13: Martyr. Romanum, s. 136.

Amoriano Amore

## ERMENEUTICA: v. INTERPRETAZIONE.

ERMETE (E ρ μ ε ξ ). - Dio greco, il cui nome è stato fatto derivare dai mucchi di pietre ( ε α α ) che gli erano sacri, ma altri lo considerano precllemico e originario dell'Arcadia.

Quanto alla natura originaria è stato fatto dio del moto, della luce, delle nebbie e delle nuvole, della rugiada, del crepuscolo, dell'aria e del venti, dio etonico, dio maschile della luna, dio dei mucchi di pietre. In Omero, E. ha già quasi tutte le sue funzioni caratteristiche; il che ne mostra l'antichità: è il messaggero di

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Zeus e degli dèi, come tale ha la verga (xepúxeıov, caduceo) a cui in antico era attribuito potere magico (nell'inno omerico conferisce ricchezza a banessere) a il petazo a larga tres; è die dell'eloquenza e delle invenzioni (la libra, la campagna, il flauto, la scoperta del fuoco) in età più recente, quando fu identificato con il dio egiziano Thoth, divenne musicista, inventore delle lettere, della matematica, dell'astronomia e della scrittura. Era anche dio pastore, moltiplicatore del gregge, ingannatore, ladro e protettore di ladri, protettore dei viaggiatori e cacciatori. Gli erano sacra le indicazioni stradali e i muschi di sassi alle strade, ai quali i passanti aggiungevano una nuova pietra. In Omero non è elato, ma si libra per l'aria; in seguito ha alette ai piedi, alle spalle o al caduceo. Quidale anima dei morti agli Inferi (v. crosmone, Duvinntx). Tarde sono le sue attribuzioni di dio del commercio, e di dio dei ginnasi a palestre. Sono scarse le feste i templi a i culti pubblici, eccetto in Arcadia dove, sul Monte Cillena, era localizzata la sua nascita, ma fu molto popolare ed ebbe eatesissimo culto privato.

Bist.: R. L. Farnell, The Cults of the Greek States, V, Oxford 1908, p. 1 sgg.; A. Adriani, s. v. in Cor. Ital., XIV (1932), p. 244 sgg.; M. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I. Monaco 1941, p. 471 sgg.; K. Kerényi, Hermès der Sselenlähren, Zurigo 1944; J. Chittenden, Le molire des animaux, in Hespéria, 16 (1947), pp. 89-114.

Luisa Banti
ERMETE, santo, martire romano. - La passio leggendaria di s. E., inserita in quella del papa Alessandro (109-16) ne fa un cristiano prefetto di Roma, fratello di una Teodora, martirizzato il 28 ag. sotto Adriano e sepolto sulla Salaria vetere (BHL 3853). Ma nessun E. fu prefetto della città, né il cimitero di Bassilla (v.) presenta una si remota antichità.

Nel 1932 furono identificati nel sopraterra di detto cimitero due frammenti in lettere filocaliene appartenenti ad un carme damasiano, tramandatoci dalla sola silloge Laureshamense quarta, che G. B. De Rossi pubblicò come proveniente da luogo incerto a ritenere petesse appartenere all'Ippolito dei martiri greci, avvertendo però che il Terribilini aveva sospettato si riferisse all'E. della Salaria vetere (Descriptiones Christianae orbis Romae, II, Roma 1888, p. 108, n. 57). Il ritrovamento del 1932, e cui si aggiunse un terzo frammentino, confermò l'ipotesi del Terribilini. Damaso si attiene ad una tradizione reale: "iam dudum quod fama refert", si tratta cioè d'un avvenimento del sec. III, come nei casi di s. Agnese e di s. Ippolito; il martire, il cui nome tradisce una origine non romana, giunse a Roma dalla Grecia: "Te Graecia misit" ma "sanguine mutasti patriam, civemque fratrem fecit amor legis" (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 192-96).

La venerazione di s. E. è attestata al 28 ag. dalla Depositio martyrum: "V Kal (endas) sept (embres) Hermetis in Bassillas, Salaria vetere "; da Damaso che, oltre il carme riferito, decorò il suo sepolcro; A. Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 560) riconobbe sull'area cimiteriale un frammento di epistilio marmoreo contenente da un lato in lettere filocaliene: Herme; dall'altra: inhaerens (A. Ferrus, op. cit., pp. 196-97). Sotto la stessa data il martire è indicato nel Martirologio geronimiano, e nei Sacramentari. Il papa Pelagio II fece, o meglio, ingrandì la Basilica eretta sul suo sepolcro (579-90; Lib. Pont., I, p. 309); sotto s. Gregorio (590-604), l'olio delle lampade ardenti sul suo sepolcro fu portato alla regina Teodorinda (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 43). Gli itinerari dei pellegrini ne additano la Basilica con il suo sepolcro "longe sub terra" (R. Valentini e G. Zucchetti, op. cit., pp. 75, 117, 143). Il papa Adriano (772-93) ne restaurara la Basilica (Lib. Pont., I, p. 509). Vi si era annesso frattanto un monastero benedettino ed un monaco di s. E. fu sepolto in S. Salta.

Roviosta la Basilica, fu costruito un oratorio la cui absidina venne abbellita con una pittura contenente anche l'immagine del martire, rappresentato con ricco paludamento (E. Josi, Scoperta d'un altare e di pitture nella basilica di S. Ermete, in Riv. di arch. crist., 17 [1940], p. 206,
fig. 8). Il monastero e l'oratorio rimasero fino al 1200 cs., perché nel catalogo di Torino si legge che "ecclesia sancti Hermetis extra muros non habet servitorem" (C. Mueluen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, p. 28, n. 34). Fuori Roma, un santuario di S. E. è menzionato in Anzio nella biografia di papa Bonifacio I (418-22) (Lib. Pont., I, p. 27). S. Gregorio invia nel 598 "brandea" (v.) che sono stati cui sepolcri di s. E. e di s. Giustina; e Crisanto, vescovo di Spolato, per la chiesa di E. Maria in Rieti (Gregorii I popae registrum epistolarum, IX, 15, ed. P. Zwald e L. M. Hartmann, in MGH, Epitolae, II, Berlino 1899, p. 76); lo stesso Papa nel 599 da il consenso per l'erezione in Napoli di una chiesa in onore dei martiri E., Sebastiano, Cirisco e Panerasio (loc cit., p. 164). Sempre dallo stesso Papa si apprende l'esistenza in quel tempo di un monastero di S. E. in Sicilia (Registrum, VI, 37 e 47, ed. cit., I, pp. 415 e 422) e di un altro in Sardegna (Registrum, XIV, 2, ed. cit., II, p. 427). Non si sa se il s. E. che il Martirologio geronimiano indica al 1^{°} marzo commemorato a Marsiglia, sia il romano o quello di Eraclea o l'altro di Bologna nella Mesia che lo stesso Martirologio segnala al 31 dic., al 10 e al 4 genn. - Vedi tav. XXXIX.

Bist.: G. Stygor, Die römischen Katakunden, Berlino 1931, pp. 144-48; S. Josi, Scoperta di due frammenti del carme damasiano in onore di s. E., in Riv. di arch. crist., 9 (1932), pp. 147-50; H. Delafosse, Les origines du culte des martyrs, s. ed., Bruxelles 1933, pp. 271-72; G. Stygor, Romische Marituergrikhe, I, Ber. lino 1933, pp. 231-33; R. Krauthainer, S. E., in Corpus basiliaarum christianarum Romae, Città del Vaticano 1937, p. 195.

ERMETE TRISMEGISTO ('Eopèe 'ptopèyectos, Hermes Trismegistus): v. ERMETICI, LIBRI.
ERMETICI, LIBRI. - Questi scritti, che sono probabilmente o sunti di lesioni o di colloqui tenuti in ristretti circoli filosofici, prendono il nome dal greco Ermete Trismegisto (tre volte grandissimo), considerato la fonte di ogni pensiero e sapere. Sono scritti appartenenti al tardo ellenismo e, secondo lo Scott, possono essere quasi tutti collocati nel sec. III d. C.

I l. e. si dividono in quattro gruppi. Il primo gruppo è costituito dal Corpus hermeticum e Π_{\text {Hutúv- }} 8999 (dal titolo del suo primo frammento che significa "il pastore di uomini" contenente 17 II. I manoscritti derivano da una mutila copia, che deve la sua conservazione a Michele Psello, il quale commentò il libro " Costantinopoli nell'zi sec. Dopo in press di Costantinopoli, nel 1453 un monasteritto fu posto al sicuro da Cezimo de' Medici; e la raccolta fu tradotta in latino da Marsilio Ficino nel 1463 (la traduzione fu pubblicata nel 1471). Il testo greco fu pubblicato da Adriano Turnibbe nel 1554; 20 anni dopo segui l'edizione di Francesco Foix. L'edizione del Patricius (1591) ha fornito sostanzialmente il testo a quella del Parther (1854). L'edizione più recente è quella di W. Scott (Hermetica, Oxford 1924-26).

Il secondo gruppo contiene l'Asclepio latino (già annoverato tra le opere di Apuleio), traduzione da un originale greco, composto intorno al 200 d. C., noto a Lattanzio e ad altri, con riferimenti sulla divina destinazione dell'uomo, sulla materia, sul diavolo. Il terzo gruppo è formato dagli estratti ermetici dell' Antologia di Stobeo ( 42 brevi capp., ea. un quarto dei quali è tratto dall'Asclepio greco e dal Corpus hermeticum). Il quarto gruppo riferisce le ampie situazioni ermetiche che si trovano fra le opere degli alchimisti greci e annovera le testimonianze che dei l. e. dànno Lattanzio e Cirillo Alessandrino.

Va ricordato anche il Liber Hermetis, traduzione latina di un originale greco dell'epoca alessandrina, risalente al sec. III a. C., ma più volte ritoccato in seguito. E stato scoperto da W. Gundel nel ms. Harleianus 3731 che rimonta al 1431. Il Liber Hermetis si riferisce particolarmente all'astrologia.

Bist.: L. Ménard, Etude sur l'origine des livres hermétiques, Parigi 1866, introduzione alla sua versione francese degli scritti ermetici; R. Reitzenstein, Poliwandres, Lipsia 1904; J. Krull, Die Lehren des H. T., Lipsia-Münster 1914, 2* ed., 1928; G.

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Hesrici, De Hermey-Hysith u. des H. T., Lipala 1918; W. Senti, Herurica, 3 vol., Oxford 1924-26, ed. con versione inglese e in. modapime; T. Bramingor, Untersuchungen über die Schriften de H. T., Grefenheimchen 1926; W. Gundel, Neue astrologische Teste der H. T., in Abland, Bayer. Abod. der Wiss., nuova serie, 13 (Albuena 1946); F. Cumont, L'Egypte des astrologues, Brucello 1937, pp. 131-62; A. J. Postugière, La résolution d'Hermès Triomigète, I. Parigi 1944; II, ivi 1949. Giuliano Gennaro

ERMETISMO, PIOSOFICO. - Ristretta corrente spirituale della tarda epoca ellenistica (sec. III d. C.) che prende il nome dal greco Ermete in quanto assimilato all'egizio Thout, dio della sapienza, inventore della scrittura, dell'astrologia e della scienza.

Secondo la visione filosofico-religiosa del tempo esso ammette la divisione del cosmo in tre sezioni: la superiore sede della luce (e della divinità), la inferiore abitato dagli uomini, sede della corruzione e del male inerente alla materia, e la intermedia popolata dagli spiriti (dèmene) e dalle anime. Gli elementi della sua speculazione non sono originali ma tolti dall'astrazione caltato, dalla fatica di Aristotele, dalla psicologia di Pitagora e di Platone, dall'astrologia sistemata secondo la nuova visione scientifica del mondo della speculazione dell'Egitto ellenistico.

Secondo l'e, la luce pura e divina iniziale viene a contrasto con le tenebre: ma, grazie a una voce che si leva dalla sfera della luce, la materia del mondo prende un assetto sulla base dei quattro elementi, dei quali aria e fuoco sono collocati in alto e acqua e terra in basso. L'umina della sua originaria sede di luce scendendo ad abitare la terra deve attraversare le sette altre planetarie caricandosi delle inclinazioni e delle passioni proprie dell'indole di ciascun pianeta. Risalendo dopo la morte alla sua sede originaria, attraversa di nuovo i sette pianeti deponendo in ciascuno il male contratto nel primo passaggio e può così presentarsi, liberata, all'ottava sfera dove risiede la luce divina.

La liberazione nell'e, non è procurata dalla iniziazione ai misteri di un Dio salvatore (l'e, non ha né culto né misteri) ma dalla conoscenza (gnoei) ottenuta mediante la « rivoluzione» contenuta nei libri ermetici. L'e, perciò non ha avuto larga diffusione ed è rimasto appannaggio di ristretta conventicole.

Nicola Turchi
ERMETISMO, letterario. - Il termine, dapprima adoperato soltanto ad indicare il movimento poetico italiano approssimativamente databile tra le due guerre, fu poi esteso ad indicare tutta una parte della letteratura militante italiana, la quale, per particolari affinità spirituali e tecniche con il simbolismo e surveillance soprattutto francese, per talune venature missiche e plurunizzanti, per certa difficoltà di eloquio, per durezze analogiche e indefinitezze evocative, si poté dire «ermetica», e volle accettare questo termine che pur preveniva da chi questo movimento avversava e che voleva in tal senso liquidare come ancora e priva di concretezza la letteratura delle ultime generazioni.

Nonostante fermenti polemici ed assoluta novità descritiva, l'e, non poté non essere filiazione diretta del decadentismo italiano, se non di quello più vietoso ed alessandrino (D'Annunzio, il Comune, la Cronaca bizantina), certamente di quello più interiore, più desideroso di chiarimento umano (Pascoli anzitutto). E il contenino della poesia ermetica, dai primi «gridi» di Ungaretti fino alle Occasioni di Montale, da Quasimodo e Sinisgalli, da Luxi a Sereni, da Betocchi a Gatto, è stato una riscoperta ragionata e profonda di un linguaggio lirico sempre più tradizionale nelle apparenze, come più nuovo nei valori umani religiosi in Ungaretti, nella angocciata personalità in Montale, nella elegia sociale in Quasimodo. E pertanto la poetica dell'e, risiede proprio in questa ansia di riscoprirsi, nella memoria che per allusioni ed analogie cerca di superare l'opaco golfo del tempo e risvegliare sensazioni ed immagini perdute: e di ritrovare le ragioni più profonde della propria esistenza.

Meno ricca di risultati positivi, ma non meno im-
portante culturalmente è, od è stata, la critica ermetica, la quale (a parte le solite esagerazioni dei satelliti ed epigoni) ha voluto ricercare, nella poesia antica e moderna, non più il dato storico, non più l'ambientazione culturale, non più la storicistica discriminazione di poesia e letteratura, si piuttosto l'intima vita del poeta nella poesia, l'inconscia e sottilissimo adeguazione dello scrittore al mito della parola poetica. Il che portò con sé, e fu la conseguenza peggiore, una scrittura critica astrusa, difficile, contorta: retaggio forse di certo letterario linguaggio critico della rivista La Voce. Me, e fu il reale guadagno per la coltura italiana, servì ad introdurre ed a far conoscere la più avanzata produzione letteraria europea. Per di più nei critici ermetici migliori (Carlo Bo, Oreste Macri, Luciano Anceschi, Piero Bigangiori), a farli pervenire in una matura e perspicace impostazione e valutazione della poesia italiana contemporanea.

Bizc., F. Plura, La poctia ermetica, Bari 1936; L. Anceschi, Autonomia ed eteronomia dell'aria, Firenze 1936; G. Tinta Rosa, Chiave parole sulla poesia ermetica, in Letteratura, 3 (1941), pp. 209-212; G. Contini, Un anno di letteratura, Firenze 1942, pp. 143-50; S. F. Romano, Poetica dell'e, ivi 1942; M. Apollonio, E., Padova 1945; A. Bocelli, s. v. in Enc. Ital., ano. II, p. 870.

Giorgio Petrocchi
ERMIA. - Nessuna fonte antica parla di questo scrittore, noto solo dal titolo della sua breve opera: Hermiae philosophi irrisio gentilium philosophorum, pervenutaci in 16 manoscritti, di cui il migliore è è cod. Patanios 202, attribuito al sec. x. Freudendo le masse da a. Paolo, che dice stoltezza la sapienza di questo mondo (I Cor. 3,19), si passano in rassegna le teorie dei filosofi pagani sulla natura e il destino dell'anima e sugli ultimi principi delle cose, mettendoli in consonatura e rivelando come si contraddicano fra loro.

Dell'autore, caduti i tentativi d'identificarlo sulla sola base dell'identità del nome con E. Sozomeno, storico continuatore di Eusebio, o con l'E. (più probabilmente Ermogene) menzionato da Filastria di Brescia (De haeresibus, 53) e da s. Agostino (De haeresibus, 59), nulla si può dire se non quanto risulta dallo scritto. In base a questo, alcuni (Menzel, Diels, Harnack, Wendland) lo posero nei secc. v e vi; altri (Otto, Di Pauli, Bardenhewer, Puech, Stählin), con maggior ragione, fondandosi sul nome di «filosofo» dato cui manoscritti come a parecchi apologeti del sec. II, sull'omissione d'ogni accenno al neoplatonismo, sulla vivacità della polemica che suppone un ambiente di acceso contrasto fra paganesimo e cristianesimo, sulla dipendenza della Cohortatio ad Graecae dello Pseudo-Giustino dall' Irrisio, assegnano questo scritto alla fine del sec. II o al principio del III.

L'opera non ha particolare valore di pensiero. Il tema è un luogo comune della sofistica scettica, largamente accolto dagli apologeti avversi alla cultura pagana. L'elemento religioso è poco sviluppato, dandosi maggior rilievo alle teorie fisiche che alla teologia. Non si esprimono giudizi propriamente filosofici. Più che «filosofo», E. è un retore dotato di buone risorse come polemista, che se ironizzare gettando il ridicolo sugli avversari, anche grandissimi, come Platone e Aristotele.

Bizc. : Edizioni: PG 6, 1167 sgg.; I. C. Th. Otto, Corpus Apologetarum, IX, Jena 1872; H. Diels, Demographi Graeci, 2^{2} ed., Berlino 1909, p. 641 sgg., trad. it. di E. Buonaiuti, in Ricerche religioze, 3 (1929), pp. 233-38, e E. A. Rizzo, Torino 1930, Studi: A. Di Pauli, Die Irrisio der Hermiae (Forschungen zur christlichen Literatur und Dogmengeschichte, 6, 10, Paderborn 1907; Bardenhewer, I, 2^{2} ed., pp. 323-29; G. Borallo, Hermia, in TThC, VI, it coll. 2303-2306; M. Pellegrino, Gli apologeti greci del II sec., Roma 1947, pp. 260-62; L. Alfomi, E. filosofo, Brescia 1947.

Michelle Pellegrino
ERMLAND, DIOCESI di : v. WARML, DIOCESI di,
ERMOGENE. - Eretico cristiano (ca. 180-205) che dopo aver vissuto in Siria, dove fu combattuto da Teofilo d'Antiochia (Eusebio, Hist. eccl., IV, 24) si trasferì a Cartagine, svolgendo la professione di pittore. Contro le sue idee Tertulliano scrisse il suo

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libro Adversus Hermogenem, servendosi sicuramente dell'opera antecedente di Teofilo (cf. R. M. Grant, in Journal of biblical literature, 68 [1949], p. xv sg.).
E. parlava della materia (Ghry) eterna, origine del male, ma formata da Dio. L'anima appartiene ad essa ed è senza libero arbitrio, se non è illuminata dallo Spirito Santo. Questa dottrina non è greca, ma corrisponde alle speculazioni degli gnostici in Siria ed ha molta affinità con quella di Taziano; difatti Ippolito tratta i due eretici uno dopo l'altra (Refutatio VIII, capp. 16 e 17). Nelle sua ascensione Gesù avrebbe lasciato secondo Ps. 18,6 il suo corpo nel sole (Refutatio VIII, cap. 17,3 sg.); dottrina questa che era conosciuta anche da Clemente Alessandrino (Eclog. graph., 56,2) e che presuppone il carattere luminoso del Cristo di E., in analogia con la dottrina di Taziano.

BILL: E. Deontsel, Hermogenes, der Hauptverstatter des philosophischen Qualitates in der alten Kirche, Berlino 1002. Su Tertulliano ed E. v. J. H. Wazelink, Tertulliani de animo, Amsterdam 1947, introduzione, p. 7 sg. e passim. Eric Peterson

ERMOPOLI (el-Mínia). - Sede residenziale dei Copti, con vescovo cattolico dal 6 marzo 1896; amministrata cggi dallo stesso patriarca. Fedeli 10.622, sacerdoti 14, chiese 15. Opere di Azione cattolica e confraternite 7.

BILL: S. Congregazione Orientale, Statistica con renni storici d. zerarchia e dei fedeli di vita orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 38-39; Annuaire catholique d'Egypte, Carro 1946; An. uvario Pontificio, 1949, p. 177.

ERNAKULAM, ARCIDIOCESI di. - Istituita per i Siromalabaresi quale sede metropolitana il 21 dic. 1923, in sostituzione di un vicariato apostolico esistente fino dal 29 luglio 1896. L'areidiocesi estende la sua giurisdizione sui territori dei regni di Travancore e di Cochin, del quale ultimo E. è la capitale: tutti facenti parte dell'Indostan.

L'areidiocesi di E., che dipende dalle S. Congregazione Orientale, conta 246.547 fedeli, ripartiti in 128 parrocchie, ed ha nel suo territorio 1 seminario diocesano, 7 case religiose maschili e 14 femminili.

BILL: S. Congregazione Orientale, Statistiche e renni storici sulle gerarchie e sui fedeli di vita orientale, Città del Vaticano 1932, p. 254; Servizio informazioni delle Chiese ostentali, 15 maggio 1947; Anuario Pontificio 1949. Mariano Daft

ERNAKULAM, ARCIDIOCESI DI: v. VERAPOLY, ARCIDIOCESI di.

ERNESTO di Baviera. - Arcivescovo e principe elettore di Colonia, n. a Monaco il 17 dic. 1554, m. a Arnsberg (Westfalia) il 17 febbr. 1612. Appena dodicenne Pio V gli concesse il vescovato di Fri. singa (1566), a cui furono aggiunti poi quelli di Hildesheim (1573) e di Liegi (1581), finché all'apostasia di Gebhard Truchasse di Waldburg (1583) fu eletto all'unanimità vescovo di Colonia. Aveva ricevuto l'ordinazione sacerdotale nel 1577. Quantiunque di vita non del tutto corretta, lavorò con zelo all'applicazione della riforma tridentina nella regione renana e in Westphalia, sorretto dai Gesuiti, dei quali aveva fondato collegi.

BILL: P. Weller, Die lhirehliche Reform in Erabistum Kida, 1536-1613, Colonia 1631; Pastor, IX-XIII, passim; Eubel, III, pp. 172, 198, 209, 222. Antonio Cistellini

ERNOLFO di Roches'ter. - Vescovo e scrittore benedettino, n. a Beauvais ca. 1040, m. a Rochester il 15 marzo 1124. Discepolo di Lanfranco (v.) lo seguì in Inghilterra, ove divenne priore del monastero di Canterbury, abate di Peterburg (1107), vescovo di Rochester (1114).

Scrisse : De rebus ecclesiae Raffensis (PL 167, 1443-56) importante per la storia di quella diocesi; Tumellus de incestis coniugis (PL 163, 1458-74); Responsiones ad quinque quaestiones de sacramento Eucharistiae (in L. D'Achery,

Spicilegium, II, 2^{°} ed., Parigi 1727, pp. 470-74). Il questionario eucaristico presentatogli dal confratello Lamberto gli offri modo di esporre, con singolare precisione, la dottrina della presenza reale sotto le singole specie.

BILL: H. Warthes, Notitia, PL 163, 1441; Hutter, II, col. 46 sg.; E. Dublanchy, Arund, in DThC, I, II, col. 1444. - A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A.

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(1st. Jliasry)
S. ERCOLANO. Tavola attribuita a Meo da Siena (sec. xiv) - Perugia, Pinacoteca.

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n. a Osuna (Spagna) nel 1497 e m. ca. il 1540 . Per le sue doti singolari fu incaricato di importanti missioni. Nel Capitolo generale di Nizza del 1535 fu eletto commissario generale delle Indie. Scrisse parecchie opere di teologia ascetica e mistica in cartigliano, ed altre di commento alle S. Scritture o sermoni vori, in latino.

Sue opere principali sono : gli Abecedarios espirituales, cosiddetti perché ciascuno dei tre libri si compone di tanti trattatelli, quante le lettere dell'alfabeto (primo pubblicato fu il 3^{°} [Toludo 1527], di contenuto mistico, poi il 1^{°} [ivi 1528], che tratta della Passione e dei dolori di Gesù, e finalmente il 2^{°} [ivi 1530], che è un trattato di ascetica); Grozioso cundite de los gracios del S. Sacramento del altar [Diviglia 1530, trad. it., Venezia 1590]; Ley de Amor, sintesi della doctrina contenuta negli Abecedari (uscita per la prima volta nel 1530, e ora a Madrid 1948), Morte de los Estados (Burgos 1541, 1550, 1610).

Bim.: Weddine, Serietores, p. 68; Sharchn, I, pp. 191-92; Hurler, II, col. 1318; P. Pourrai, La Spiritualite chrétienne, III, Pecui 1027, pp. 173 sgg., 201; A. Ternart, Orsua e Osuna (Francisi de), in DThC, XI, coll. 1656-57; E. A. Pecis, Stud. of the Sounis Mystics, Londra 1027, p. 77; Fidale de Ros, Un moline de ses Thérèse: Le p. F. d'O. Sa vie, son ousure, la doctrine spiritualle, Parigi 1040.

Antonio Bissucri
FRANCESCO da PampLONa. - Detto a Il cappuccino spagnolo a, singolare figura di uomo d'armi e di fratello laico cappuccino, al secolo Tiburcio de Redin, n. a Pamplona l'1 ag. 1597, m. a La Guayra (Venezuela) il 31 ag. 1651.

Di nobile famiglia, fu per capacità e valore grande ammitaglio e generale d'armata; nel 1637 si converti alla vita penitente dei Cappuccini e promosse con la sua influenza ed esempio il movimento missionario. Per i suoi buoni uffici presso Filippo IV, la spedizione di p. Bonaventura da Alessano, a cui egli s'aggiunse, fondò nel 1645 la prima missione nel Congo. Di ritorno in Europa, nel 1646 sollecitò aiuti e favori per le missioni a Londra, Roma e Madrid. Collaborò nel 1647-48 alla erezione della missione cappuccina nella regione di Darien (ColombiaPanama); nel 1650 svolse attività missionaria nella regione Cumaná (Venezuela). Dopo la morte nel viaggio di ritorno, la fama della sua vita, divenuca quasi leggendaria, e delle sue virtù mantenne per lungo tempo il suo sepolcro in venerazione.

Bin.: Mathes de Angulano, Vida y virtudes de el Capuchino Español, el v. siewa de Dios F. de P., Madrid 1304; Bosco da Cesinale, Storia delle missioni dei Cappuccini, III, Roma 1833, pp. 527-44, 577, 712-16; Clemente da Terzario, Le missioni dei Min. Cappuccini, X, (vi 1036, pp. 370-86; Melchior e Pobladora, Historia generalis Ordinis Min. Capuccinsrum, parte 2^{°}, II, ivi 1948, pp. 344-45, 395-97; Documentos historicos: Fray Francisco de Pamplona. La misión del Congo, in Boletin oficial de la provincia capuchina de Navarra-Cantabria-Aragón, 3 (1948), pp. 67-73.

## Ilarino de Milano

FRANCESCO di PAOLA, santo. - Fondatore dell'Ordine dei Minimi. N. a Paola in Calabria, il 27 marzo 1416. Dodicenne vesti per un anno l'abito votivo francescano e compiuto il voto si recò in Assisi. Passando per Roma venerò le tombe degli Apostoli e dei martiri; quindi rientrato in patria si ritirò in un bosco dove visse sei anni da eremita. Scoperto il suo antro alcuni giovani vollero divenire suoi discepoli : così ebbe origine l'Ordine dei Minimi.

L'attività del nuovo apostolo fu volta ad estinguere gli odi, gli egoismi e la corruzione di quel secolo, richiamando gli uomini dal rinascente paganesimo alla pratica della vita cristiana. Riusci efficacissimo l'esempio dell'nuestro penitenza congiunto ad una grande carità e al dono dei miracoli e della profezia di cui il Santo era cosi abbondantemente ricco da potersi paragonare ai più illustri taumaturghi della Chiesa. Fu aperto difensore del popolo contro le angherie dei principi e dei signori. Anche al re di Napoli Ferrante d'Aragona rimproverò il mal governo minacciando i castighi divini. Invaso esortò il monarca a desistere da guerre intestine,
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Franciscio di Paola, santo - Copia antica del ritratto originale fatto eseguire a Napoli dal re Ferrante nel 1483 quando il Santo fu suo ospite. Chiesa conventuale dei Minimi - Montalto
(offugo (Cosenza).
per prevenire invece la invasione del turco. Purtroppo questi pose piede sulle coste adriatiche (luglio 1480): Otranto fu espugnata, ma anche liberata, come il Santo aveva predetto, e con il contributo della sua opera e delle sue preghiere.

Per obbedire a Sisto IV si recò, quasi settantenne, nel 1483 in Francia presso Luigi XI, il quale sperava di essere miracolosamente guarito. L'esemita conforto il sovrano e, nonostante le difficoltà frapposte da invidiosi corrigiani, riuscl a disporre l'animo del re, fino allora tenacemente attaccato alla vita terrena, a desiderare quella celeste. Poté cosi Luigi XI sistemare, con il consiglio di F., non pochi affari importanti del Regno, e, ricevuti, in piena coscienza, i Sacramenti, morire piissimamente, con edificazione della Francia e dell'Europa intera. F. si trattenne alla reggia per assistere spiritualmente i figliuoli del re, da lui affidatigli prima di morire, e poi ancora per volere dei successori. Il Delfino, divenuto poi Carlo VIII, ebbe in grande venerazione il Santo dal quale riconobbe non pochi favori personali e per il Regno.

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(per curtasia del p. Giennaro Marctil)
Francesco di Padla, santo - Il Santo sostiene una farcace che sta per crollare. Affresco del 1480 nella Galleria delle Carte Geografiche - Vaticano.

Per amore della pace F. propase il matrimonio di Carlo con Anna di Bretagna (fu cosi unita alla Francia questa bella provincia).

Caratteristiche virtù di s. F. di P. furono l'umiltà a la carità; straordinaria la mortificazione: non mangio mai carne o latticini, digiunave quasi quotidianamente, dormiva pochissimo a quasi sempre sulla nuda terra. Morl a Tours il 2 apr. 1507 e in anni, di cui venticinque trascorsi alla corte di Francia. Fu beatificato nel 1513 a sei anni dopo canonizzato da Leone X che lo disse a Iavioro de Dio ad illuminare, quale mistica face, le tenebre del suo secolo - [bolla di canonizzazione).

Il suo culto si diffuse nel mondo; molte città ed alcuna regioni lo hanno eletto patrono. Pio XII lo proclamò nel 1045 patrono dei marittimi della nazione italiana. E invocato per ottenere la prola. Festa il a apr.

Opere: oltre le Regole monastiche, si conservano molte lettere sue. La più completa raccolta, tra cui però non poche apocrife, è di F. Preste, Conturia di lettere di s. F. di P., Roma 1665.

BibL.: Acta 208. Apellis, I. Anversa 1675. pp. 102-234: la Vita annuima, ivi contenuta fu pubblicata in ed, critica con note da G. Perimezzi, Roma 1707; G. Roberti, Storia della vita di s. F. d. P., ivi 19.6 (con ampia bibl.). Per i rapporti con il re di Napoli cf. E. Pontieri, Per la storia del Regno di Ferriate / d'Aragona, Napoli 1947, p. 278 sgg.

Iconografia. - Di s. F. di P. si può asserire che si conosca la vera effige, tramandata da alcuni ritratti antichissimi. Il primo fu fatto eseguire dal re Ferrante nel 1483 quando il Santo fu suo ospite a Napoli: si conserva nella chiesa conventuale, già dei Minimi, di Montalto Uffugo (Cosenza); tuttavia pare che esso sia non l'originale, ma una antichissima copia. Originali sono invece due dipinti in Roma, uno d'ignoto, alla Trinità dei Monti, l'altro a S. Andrea delle Fratte del Paris Nogari (1535-1600). Il più autentico ritratto è del pittore di Luigi XI di Francia, G. Bourdichon, che fu amico del Santo. L'originale fu mandato a Leone X da Francesco I in occasione della canonizzazione, e si trovava ancora ai tempi di Clemente XI in Vaticano. Di questo si hanno molte riproduzioni. Tutti questi ritratti danno una fisionomia uguale del Santo, che viene effigiato con folte sopracciglia, naso aquilino, lunga barba. Per lo più appoggiato al bastone, ha spesso il distintivo caratteristico: charitas, raggiante.

Altre immagini, episodi della vita, numerosi miracoli sono stati dipinti o scolpiti da egregi artisti: G. Romano, Cav. d'Arpino, Joan de Joannes, E. Murillo, C. M. Crespi, M. Preti, N. Gandolfi, G. Reni, G.B. Tiepolo, A. Cano, L. Giordano, P. Rubens, G.B. Mayno, P. Legros ecc. - Vedi tav. CIV.

BibL.: E. Mâle, L'art religieux aprit la Cenelle de Trente, Parigi 1923; G. Moretti, Il ritratto di F. di F. nell'arte, in Discrrazione vaticana, 8 (1936), pp. 385-87; Charitas, Beltritio del III O. dei Minimi, Roma 1926-36, passim.

Gennaro Moroni
FRANCESCO de Posadas, beato: v. posadas Francesco de, beato.

FRANCESCO di Sales, santo. - Vescovo di Ginevra, Dottore della Chiesa, n. a Thorens (antico ducato di Savoia) il 21 ag. 1567 , m. a Lione il 28 dic. 1622.
I. Vita. - Primogenito di Francesco di Sales, signore di Boire, e di Francesca di Sionnax, entrambi appartenenti allo antica nobiltà savoiarda, ebbe la prima educazione in casa, da un sacerdote precettore, e quindi nei vicini Collegi di La Roche (1573) e di Annecy (1575). Sebbene destinato dal padre alla magistratura, ricevette undicenne, a sua richiesta, la tonsura clericale. Inviato a compiere gli studi a Parigj (1582), vi frequento i corsi di retorica e di filosofia nel Collegio di Clermont, tenuto dai Gesuiti. Per propria inclinazione, attese inoltre agli studi teologici. Negli ultimi anni della sua dimora a Parigi, tra il 1585 e il 1588 , sostenne una lunga prova spirituale, che rasse origine dall'intensa riflessione sulla Predestinazione. Ridotto in estrema angoscia, fino a disperare della sua salute eterna, su ne liberò con l'edesione alla dottrina molinista.

Nell'autunno del 1588 lasciò Parigi e, dopo un breve soggiorno in famiglia, al principio del 1589 si recò a Padova, per studiarvi il diritto in quella Università, alla scuola specialmente del celebre Guido Pancirol; da cui, alla fine, ricevette con un pubblico elogio a berretto dottorale ( 5 sett. 1592). Continuò anche in quel periodo i prealifetti studi suoi, e avanzò nella vita ascetica, sotto la guida del gesuita Antonio Possevino. Tornato in patria fu nominato avvocato del Senato di Chambéry.

Ma F., risoluto ad abbracciare lo stato ecclesiastico, quando, per sollecitudine di altri, ebbe la prevestura del Capitolo di Annecy, si pose decisamente in quella via, superando l'opposizione paterna. Il 12 giugno 1593, ad Annecy, ricevette il suddiaconato, e il 18 dic. seguente il diaconato e il sacerdozio. Dopo pochi mesi, si offerte egli stesso al suo vescovo monz. Claudio de Grenier (di Ginevra ma allora residente a Annecy) per una missione apostotica sollecitata dal duca di Savoia Carlo Emanuele I: ricondurre alla fede cattolica lo Chablais, paese di 30.000 ab., passati alcuni decenni avanti al calvinismo. Nel sett. 1594, F. prese a percorrerlo predicando a istruendo; ma per molto tempo non trovò quasi uditori, cosi che doveva affidare la sua parola alla diffusione di fogli volanti. Rimasto solo, durante i primi tre anni della missione, tra l'apparente disinteresse del duca, che invero visitò a Torino nell'ott. 1596, perseverò fermamente nell'opera, nonostante l'estrema scarsezza dei frutti, gli insistentii richiami della famiglia e i ripetuti criminosi attentati alla sua persona.

Un lungo negoziato dovette anche svolgere per l'invio di alcuni altri missionari nel paese a per assicurarne il mantenimento sulle rendite dei beni ecclesiastici, detenuti dai Cavalieri dei SS. Maurizio a Lazzaro. Ma, infine, dopo alcune conversioni isolate di signori e personaggi importanti, il ritorno dello Chablais al cattolicesimo, anche per le mutate condizioni politiche seguite alla pace tra la Savoia e la Francia (1598), incominciò a estenderci rapidamente. In una solenne funzione, celebrata a Thonon alla presenza di un legato papale e del duca di Savoia, si ebbero diverse migliaia di pubbliche abirre (il numero di 25.000 conversioni fu dato dallo stesso Santo, in una relazione del 1603 al Pepa).

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

(1st. Gudiol - Barcellona)
PARTENZA DI S. FRANCESCO BORGIA di F. Goya (ca. 1795) - Valenza, Cattedrale.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

IL SANTO dipinto da Van Dyck (ca. 1630) - Vaticano, Pinacoteca.

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Intanto, nell'estate 1597, F. ora stato eletto vescovo coadiutore di Ginevra; a alla fine del 1598 inviato per affari della diocesi a Roma, dove restò dal genn. all'gpr. 1599, sostenendo anche trionfalmente l'esame canonico per l'episcopato alla presenza di Clemente VIII e del Bellarmino. Tornato ad Annecy, attese principalmente per altri due anni a consolidare lo stato religioso dello Chablais. Nel 1602 fu mandato dal suo vescovo a Parigi, per trattare il ristabilimento delle parrocchie cattoliche nel paese di Gez, passato dal dominio dei ginevrini alla sovranità della Francia. In quel soggiorno, durato otto mesi, si incontrò con alcune grandi anime religiose, in particolare frequentando il censorio di Madame Acarie, la futura Maria dell'Incarnazione di cui divenne confessore. Predicò davanti alla corte ed al re Enrico IV, oltre che in numerose chiese e monasteri. Tra la società signorile e colta di Parigi, poté allora rendersi conto delle espirazioni di molte anime, di cui diventerà impareggiabile maestro di spirito, con il suo insegnamento sulla possibilità di praticare anche nel mondo la "vita devota".

Ripartito per Annecy verso la fine del sett. 1602, apprese durante il viaggio la morte del suo vescovo; al quale successe nella sede di Ginevra, essendo consacrato l'8 dic. e facendo il suo ingresso ad Annecy il 14 successivo. La diocesi, costituita da diverse province, in parte sotto la sovranità del duca di Savoia, in parte sotto quella della Francia (Bugey e Gez) era vasta e desolata dalle recenti innovazioni religiose. Minacce e rappresaglie verso i cattolici esercitava la vicina Ginevra calvinista, di cui il vescovo era ridotto ormai a portare solo il titolo. Si aggiungevano le rovine accumulate delle guerre e dall'odio religioso, l'indigenza delle popolazioni, la povertà del clero. F., che aveva fatto donazione del suo patrimonio e disponeva solo delle scarse rendite della diocesi, viveva in una angusta casa, con appena qualche famigliare.

Cute particolari dedico alla formazione del clero e all'istruzione del popolo, a cui predicava incessantemente e teneva in persona i catechismi domenicali. Riordinò la diocesi, ricostituendo numerose parrocchie, convocando sinodi annuali, compiendo la visita pastorale anche dei luoghi più impervi. Chiamato frequentemente a predicare in altri luoghi, in occasione del quaresimale tenuto a Dijon nel 1604 incontrò la baronessa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal, rimasta da breve tempo vedova, con la quale nel tóro fonderà l'Ordine della Visitazione. Attese intanto a prepararla mediante una direzione, esercitata in larga parte attraverso la corrispondenza.

Tornò a Parigi, in occasione delle trattative di matrimonio tra il principe di Piemonte e Cristina di Francia, sorella di Luigi XIII; e vi dimorò dall'ott. 1618 al sett. 1619, al seguito del principe cardinale di Savoia, ricercatissimo per la predicazione (tenne in quel periodo non meno di 365 discorsi) e per la direzione spirituale. Venerato da insigni personaggi - tra i molti, a. Vincenzo de' Paoli e le medre Angelica Arnauld, badessa di PortRoyal - rifiuto, come già nel precedente soggiorno, congiuni benefici e la coadiutoria di Parigi, offertigli per trattenerlo in Francis. Tornato in diocesi, ottenne nel 1620 che il fratello Giovanni Francesco fosse eletto suo coadiutore con il titolo di vescovo di Calcedonia. Nel nov. 1622, sebbene rimesso da poco da una grave malattia, ricevette dal duca di Savoia l'ordine di accompagnarlo nel suo viaggio in Francia, dove si recava a visitare Luigi XIII. Partì da Annecy, presentendo chiaramente la morte prossima, dopo aver dettato il testamento e preso congedo da tutti. Si portò prima ad Avignone, dove i sovrani si
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(Dr. Nuest ciole - Torino)
Francesco di Sales, santo - Rirtano. Tola di ignoto (1618). Torino. Monastero della Visitazione.
incontrarono, e quindi al seguito delle due corti riunite, a Lione, ove passò l'ultimo mese: l'zi dic. conferì per l'ultima volta con la madre de Chantal. Il 27, nel pomeriggio venne colpito da apoplessia; a mori il 28 , verso le otto di sera. La salma venne solennemente trasportata, nel genn. del 1623 , ad Annecy, e sepolta nella chiesa della Visitazione. F. di S. fu beatificato il 28 dic. 1661 e canonizzato il 19 apr. 1665 ; dichiarato Dottore della Chiesa, il 7 luglio 1877 . Pio XI lo assegnò patrono dei giornalisti e scrittori cattolici (encicl. Rerum omnium, 26 genn. 1923). Festa il 29 genn.

Nello Vian
II. Dottrina. - Nella storia della letteratura francese a. F. di S. occupa un posto primario per la sua prosa cosi ricca di immagini, di comparazioni, di allegorie, cosi luminosa di serena gioia, cosi fresca e al tempo stesso composita nella dolcezza e nella stessa presiesità stilistica. S. F. di S. non è stato un "pensatore" nel senso usuale della parola: quasi tutta la sua, pur vastissima, attività di scrittore è nata occasionalmente come difesa scritta della sua meravigliosa opera di predicatore raffinato e suadente. Cosl le Controverses, composte durante la sua missione nello Chablais, non erano che fogli volanti che venivano affissi per le piazze, per le vie; eppure hanno un'importanza non trascurabile per la determinazione concettuale delle "note" della Chiesa; di fronte alla teorica protestante egli riafferma l'unicità, la rantità e la cattolicità della Chiesa, e per il riconoscimento della verità del credo cattolico, determina le regole d'application: oltre la ragione naturale e i miracoli, la S. Scrittura, la tradizione apostolica, i S. Padri, i Concili e il Papa che non esita a chiamare "confirmateur infallible" della verità. Anche i Sermons (di estrema chiarezza), la Lettre sur la prédication, i suoi vari opuscoli, il ricchissimo epistolario, e anche Les orays entretiens spirituels (colloqui tenuti da F. alle Figlie della Visitazione e vergati da questo) e La défense de l'estendant de la Ste-Croix

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(1st. Balter)
Francesco di Sales, sento - Bittatto, Particolare di una tela di Jean Restout (sec. xvili) - Parigi, chiesa di S. Margherita.
(dove viene specificato come, pur essendo dovuto a Dio un onore assoluto, ne è ammesso uno relativo alla Croce di Cristo) sono il frutto occasionale (ma non per questo meno esporoso) della sua attività apostolica. Hanno invece struttura organica i due suoi capolavori: l'Introduciton à la vie déjote (originata dalla direzione spirituale di M.me De Charmoisy, pubblicata per la prima volta a Lione nel 1609) e il Traité de l'amour de Dieu (ideato come un vero e proprio "trattato" teologico, e sollecitato di poi dalla Chantal; fu edito pure a Lione nel 1616); anzi quest'ultimo ha tutta la profonda complessità di un'opera di pensiero.

Affabile, amabile, pronto al perdono, alla condiscendenza, alla comprensione delle difficoltà della vita e delle debolezze dell'uomo, ricco di grande douceur per tutto quello che non è peccato o occasione di peccato, F. di S. ha creato un nuovo "tipo» di devozione. Certe fonti di ottimismo cristiano hanno senza dubbio indirizzato la sua mentalità e il suo stesso sentimento: il Combattimento spirituale attribuito allo Scupoli, il "benignismo" di s. Filippo Neri, l'umanesimo cristiano di un Possevino a la stessa devotio moderna. Ma F. di S. ha un suo incomparabile fascino nel modo di presentare il bouquet dei fiori della tradizione devozionale. Naturalmente la delicatezza del Santo non è debolezza: il suo programma devozionale ama non le anime femelles ma quelle vigorose e indipendenti : la "femminilità" dell'anima turba ed inquieta il cuore e lo distrae dall'amorosa orazione verso Dio, a finisce per soffocare la completa rassegnazione a la morte perfetta dell'amor proprio; la dolcezza e la soavità non debbono mai cadere per s. F. di S. nell'eccessiva immaginabilità e nella tristezza e malancolia, ma devono invece rimanere sempre su un piano di devozione serena a virile.

L'ottimismo salesiano è decisamente cristocentrico: immensi, anzi infiniti sono i mezzi salvi\&ci che l'uomo ha ereditato dalla morte di Gesù. Onde la salvezza è aperta in qualsiasi condizione sociale (purché lecita beninteso). Come è stato giustamente notato, la novità rivoluzionaria del Santo è stata quella di aprire i più alti esercizi della vita religiosa contemplativa anche a coloro che vivono nel mondo: a coloro che vivono nella vna domestica o nei pubblici impieghi è data la possibilità di santificazione, anzi di una perfetta vita devota, che non si accontenta della normale onesta vita ma che la supera tesa alla stessa santità, alle perfezione della carità; a tutti è concesso santificarsi vivendo nel mondo, senza tuttavia ricevere aaucune humeur mondaine s: l'anima, come scriveva il giorno di s. Maddalena del 1609 nella prefazione all'Introdustica à la vie déjote, può trovare la fonti di una dolce pietà in mezzo alle onde amare di questo secolo. Onde ciascuno stato di vita deve praticare qualche specifica virtù : diverse sono le virtù di un prete, diverse quelle di un principe o di un schietto, diverse ancora quelle di una moglie e di una vedova: tutti devono avere tutte le virtù, ma ciascuno deve avere in modo eminente quelle specifiche del proprio genere di vita. A tutti però deve essere familiare il Sactamento della Confessione, l'odio per la colpa grave, il distacco dall'affetto per la colpa veniale e per le cose inutili o pericolose, il controllo della volontà, un'opzione semplice ed affettiva, e sopratutto la Comunione frequente (e quando ci sia specifica disposizione anche quotidiana) esse, come il controvelono di Mitridate che raffarad tanto il proprio corpo da impedirgli un vero arvelanzmento quando prigioniero dei Romani tentò di uccidersi, è il sicuro antidoto contro l'avvelenamento del peccato e di ogni cattiva affezione (il paragone è naturalmente del Santo a fa parte del suo metodo dimostrativo, come in tante altre comparazioni). La preghiera non è soltanto un mezzo, ma un fine a cui sono subordinate tutte le altre pratiche della vita interiore; la preghiera (che è io stesso amore) è un'adesione volontaria al mistero della Grazia santificante (Bremond).
S. F. di S., partito da una visione della vita di schietto sapore