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. La preghiera non è soltanto un mezzo, ma un fine a cui sono subordinate tutte le altre pratiche della vita interiore; la preghiera (che è io stesso amore) è un'adesione volontaria al mistero della Grazia santificante (Bremond).
S. F. di S., partito da una visione della vita di schietto sapore ascetico (notevolissimo il deposito degli Esercivi spirituali (gnazioni) aveva avuto inizialmente un certo sospetto per le illuminazioni mistiche; più tardi, questo stava verso il 15 ro lavorando al Traité de l'amour de Dieu, sentil l'esigenza di approfondire il problema dell'oxazione mistica: e furono le Viniandine che lui dirigeva ad influenzarlo su questo fondamentale motivo della vita dell'anima; naturalmente la risposta venne dal suo cammino interiore e dalla meditazione dei mistici spagnoli e italiani (da s. Teresa risalendo fino a s. Caterina da Genova e comprendendo vari mistici dei Passi Bassi. Aveva cominciato a parlare di L. di Grenada nel 1604; s. Teresa inizialmente lo aveva interessante poco su un piano mistico. Il prodromo della sua evoluzione pub esser posto nel 1604 quando si incontra a Digione con la Chantal, ma, comunque, non pare che fino al 15 ro sia uscito dalla via ordinaria della devozione [A. Liuima]i. S. F. di S. arrivò ad accettare tutta la scala mistica, compresa l'oxazione di quiete: in quest'ultima per il Santo la volontà opera con un semplicissimo acquistamento alla volontà divina a senza altro desiderio che lo stare sotto lo sguardo divino come piacerà a Dio stesso: questa quiete è priva di qualsiasi interesse; la potenza dell'anima non vi sentono nessuna contentezza e nemmeno la volontà, tranne nella gioia di non avere alcuna gioia per amore della volontà divina: il grodino dell'estasi più alto è quello di non avere la volontà nella propria contentezza ma in quella di Dio, e di non avere la contentezza nella propria volontà ma in quella di Dio. E non come sul finire del sec. xvii durante la battaglia antiquiettista certe proposizioni di s. F. di S. fossero state giudicate quietistiche (ad es., da Bossuet); ma in realtà s. F. di S. non era stato mai quietista proprio perché non aveva respinto la virtù della speranza e della carità durante ogni stadio mistico. S. F. di S. fu accusato (anche da Bossuets) di aver scritto come l'amore naturale di Dio arrivi per se stesso all'amore soprannaturale; ma

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in resità per s. F. di S. la propensione naturale verso l'amor di Dio non è affezione ad amare Dio, proprio perché l'anima si dispone ad essere giustificata solo negativamente, rifiutando gli intreleti che le tagliano la via e ponendo l'uomo nel punto dove possa essere tout gratuitement giustificato dalla Grazia (Pernin). Non va però dimenticato che nel problema della predestinazione F. è molinista e crede quindi che essa proceda da Dio pari praevisa merita (a tal riguardo il 28 ag. 1618 ebbe a rallegrarsi con il Lessio, perché sosteneva la teoria dell'elezione alla gloria a seguito della previsione dei meriti, teoria che è, dice s. F., confermata dall'antichità, dalla soavità e dall'autorità della S. Scrittura, e che è più degna - di ogni altra dottrina - della misericordia e della bontà divina: cf. su ciò X.-M. Le Barbelet, Predestination et grâce efficace, II, Lovanio 1931, p. 321 sgg.).

L'opera dottrinale del Santo non è soltanto una pietra militare nella storia della spiritualità cristiana, ma pure della specifica teologia dogmatico-mistica: la sua teologia dell'amore, il suo timore amoroso che non vuole il terrore di Dio, la dichiarata possibilità di accettare senza ira il dolore solo nell'amore di Cristo, il suo stesso cosciente favore alla tendenza acotista nel problema dell'Incarnazione (il Verbo si sarebbe incarnato anche se l'uomo non avesse peccato) hanno riportato nel mondo moderno, sconvolto dalla rigida e assurda teologia calvinistica, la dolce e operante visione di sentirsi figli e non schiavi di Dio.

Biel.: Opere: Oeuvres de st François de S., Annecy 1892 sgg. Studi: A. Delplanque, St François de S. humaniste et decernu latin. Lille 1907; A. De Marguist, St François de S., Parigi 1008; H. Bremand, Histoire littéraire du sentiment religieux en France, I, iv, 1916, p. 68 sgg; II, ivi 1916, p. 237 sgg; VII, ivi 1928, p. 1 sgg.; R. Pernin, s. v. in D'Isc. VI, coll. 136-62; M. Henri Couannier, St F. de S. et ses amitiés, Mulhouse 1922; E. Thomsy, La méthode d'influence de st F. de S., Lilla 1922; F. Vincent, St F. de S. directeur d'doure, Parigi 1927; M., Le travail du style chez st F. de S. d'abré les corrections faites sur l'ainmouction d'la vie dénice, ivi 1923; M. Müller, Die Preumtschaft des hl. Franz von S. mit der hl. Johanna Franziska von Chantal, Natiobuna 1924; H. Bordeaux, St. F. de S. et notre cceur de chair, Parigi 1924; J. Leclercq, St F. de S. docteur de la perfection: ivi 1928; F. Strouckl, St F. de S., 2^{°} ed., ivi 1928; A. J. M. Haman, Vie de st F. de S., mopra ed., 2 voll., ivi 1930 ; J. Martin, Die Theologie des heiligen Fr. von S. Kirchenlehrer, Rautschurg 1934; J. Calvet, La lituleature religienze de F. de S. à Pénelon, Parigi 1938, pp. 21-82; P. Pouscat, La spiritualité cheltienne. III, ivi 1944, p. 406 sgg.; F. Trochu, St F. de S., 2 voll., Llano-Parigi 1946; J. Rustmann, Franz von S. Ein Heiliger des christlichen Humanismus, Vienna 1948; A. Lisima, St F. de S. et les mystiques, in Revue d'accéligne et de mystique. 24 (1948), pp. 270-79,276-83.

Massimo Pornichi
Iconografia. - Le immagini del Santo derivano in massima parte dai suoi ritratti, dipinti lui vivente, fra cui bellissimo quello datato 1618 conservato nel Monastero della Visitazione di Torino. Cosi sempre il Santo è rappresentato senza mitria. Come attributo ha talvolta tra le mani un cuore cinto da una corona di spine. Cosi la dipinse Carlo Maratta nella chiesa dell'Oratorio a Forlì.

Biel.: K. Künste, Ihanographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 234-35.

FRANCESCO da Siena. - Sacerdote carmelitano del sec. xiv. Dimorando a Cremona, con veemenza e franchezza apostolica prese a predicare contro il vizio della bestemmia, per cui fu ucciso a saasate da alcuni facinorosi intolleranti del suo zelante ministero.

Un Santorale del sec. xiv ha conservato di lui il seguente elogio: « Uomo di grande santità, mori nel Convento di Cremona, dove il suo corpo, glorioso per molti miracoli che si trovano scritti nella sua vita, riposa onoratamenta s. Fin dal sec. xiv il famoso predicatore di Cremona viene spesso confuso col b. Franco da Siena, luiou carmelitano, il quale, dopo essersi convertito da una vita sregolata che contaminò tutta la sua gioventù, finì i suoi giorni fra aspre penitenze. Nella città di Cremona a F. vien prestato culto ab immemorabili e nel 1905 fu istruito regolare processo canonico per ottenerne la conferma dalla S. Sede.
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(1st. Ene. Catt.)
Francesco Solano, santo - Disegno di P. Proia.

Biel.: G. Brambilla, Il martire della crociata aniblasfema Cremona 1926; Catalogus Sanctorum Ordinis Carmelitarum, in B. Xiberta, De visione s. Simonis Stock, Roma 1930.

Bartolomeo Xiberta
FRANCESCOS Solano, santo. - Celebre missionario francescano spagnolo, n. a Montilla (Andalusia), il 10 marzo 1549, m. a Lima (Perù) il 14 luglio 16ro. Entrò nell'ordine francescano nel 1569 . Ordinato sacerdote si diede alla predicazione. Mentre desiderava recarsi nella missione del Marocco, fu destinato a quella del Tucumán ( 1589 ).

Gitante, dopo faticoso viaggio, a Lima ( 1590 ) proseguì a piedi il viaggio di 700 leghe, attraverso la Cordigliera, fino al Tucumán. Si diede con grande ardore alla conversione degli Indiani, che sapeva attorre e affezionarsi con la dolcezza e anche col suono d'un violino accompagnato dalla sua bella voce. Fu per un anno superiore di quella missione. Dopo 12 anni d'intenso lavoro ( 1590 -1602) fu richiamato a Lima, dove fu guardiano di un Ritiro (Receleto) e poi a Truxillo. Affranto dalle fatiche della predicazione e dalle penitenze passò gli ultimi anni ( 1606 -10) nell'infermeria del gran convento di S. Francesco a Lima, dove santamente spirò il giorno di s. Bonaventura, ch'egli venerava con particolare devozione. Clemente X lo beatificò nel 1675, e Benedetto XIII lo esnonizcò il 27 dic. 1726. Festa il 13 luglio.

Biel.: A. M. Hirai, Vie de s. François S., Parigi-Lilla 1906; B. Laquière, Historia de s. Francisco S., Taurnai 1908; J. Mellinghaus, Der hl. Franziskus Solanus, Traviri 1922; O. Maas, De hl. Franz S., Leutendorf sul Reno 1938. Livario Oliper

FRANCESCO di Stefano: v. Pessllino.
FRANCESCO da Tolosa. - Predicatore cappuccino dell'antica provincia di Tolosa, si fece religioso il 14 maggio 1628 , m. a Tolosa il 26 apr. 1678.

Raccolse la sua esperienza di superiore della missione fra gli eretici della regione di Cévennes nel manuale Jésus Christ ou le parfait missionnaire (Parigi 1662) sull'organizzazione e sul metodo delle missioni, soprattutto fra gli eretici nostrani, sulle doti morali e dottrinali dei

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missionari. Apprezzato documento della sua predicasione sono Le missionnaire apostolique ou sermons utiles à ceux qui s'employent aux missions ( 12 voll., Parigi 1666. 8a; 3^{°} ed., 12 voll., ivi 1676 -1882), di cui alcuni Sermons chastis furono editi da P. Migne, Grateurs sacrés (X, Parigi 1884, coll. 891-1134; XI, ivi 1884, coll. 9-900). Pubblico anche, nel campo agiografico: Vie de la vét. mère femme de Lestomac (Tolosa 1671) e La vie et les actions de madame de Liste (ivi 1672 ).

BibL.: Apollinaris a Valentia. Bibliotheca fratrum Min. Cataclinarum prescindarum Occitanise et Aquitanise, Roma-Niame 1894, pp. 72-73; Irande d'Aulon, Bibliographie des Frères bilineurs Capucins de la province de Toulouse, Tolosa 1928, pp. 12 13; Melchior a Pobladora. Historia generalis Ordinis Min. Capucrinsrum, parte 2^{°}. II, Roma 1948, pp. 50, 174.

Harino da Milano
FRANCESCO da Vitoria. - Teologo domenicano, n. probabilmente a Vitoria (Aleva) ca. il 1492, m. a Salamanca il 12 ag. 1546.
I. Vita. - Religioso nei convents di S. Paolo di Burgos, tra il 1506 e 1510 fu mandato all'Università di Parigi, dove ebbe per maestri Pietro Crockaert e Giovanni Fenario. Nel 1513 dal Capitolo generale di Genova, presieduto dal Gaetano, fu autorizzato a spiegare le sentenze. In questo tempo d'indefessa applicazione allo studio teologico curò l'edizione della Sum. Theol. 2ª-\mathrm{2}^{\mathrm{da}} (Parigi 1512, ristampata nel 1515), della Summa aurea di s. Antonino (ivi 1521) e dei Sermones dominicales di Pietro Covarrubias (ivi 1521). Ottenuti nel 1522 i gradi accademici, partl l'anno seguente per Velladolid, dove insegnò teologia; nel 1526 salì la cattedra primaria di teologia nell'Università di Salamanca, che nei vent'anni del suo magistero rese famosa in tutta Europa con l'altezza del sapere e il fascino della persona. Universalmente apprezzato, era consultato da prelati a da principi; Carlo V lo designó come suo teologo al Concilio di Trento, al quale lo aveva invitato anche Paolo III. L'umile religioso rispose che ormai era incamminato verso l'eternità.
II. Opere. - Pur non avendo stampato nulla, F. da V. ha lasciato un numero rilevante di opere, frutto della sua quotidiana e scrupolosa preparazione alla scuola : Le lezioni manoscritte seguono quest'ordine: 1526-29: commento alla Sum. Theol., 2ª-\mathrm{2}^{\mathrm{da}} ; 1529-31 : commento alla Sum. Theol., 1ª ; 1533-34 : commento alla Sum. Theol., 1ª-\mathrm{s}^{\mathrm{ac}} ; 1534-37 : commento alla Sum. Theol. 2ª-\mathrm{s}^{\mathrm{ac}}; 1537-38: commento alla Sum. Theol. 3ª ; 1538-39 : commento al IV Cont.; 1539-40: commento alla Sum. Theol., 1ª. I codici di queste lezioni, raccolte dal discepoli, sono descritti dal card. Ehrle e dal p. Beltran de Heredia O. P. (v. bibL). Quest'ultimo ha pubblicato i Comentarios a la 2ª-\mathrm{s}^{\mathrm{ac}} de s. Tomás nella collezione Biblioteca de Teologus Españoles, (I-II, Salamanca 1932; III-IV, ivi 1934; V, ivi 1935) servendosi del ms. 43 della Biblioteca dell'Università di Salamanca. Da molti è desiderata un'edizione che tenga conto anche degli altri codici.

Ma quel che di più vivo rimane dell'opera di lui sono le relectiones, cui è legata la fama più vera e duratura del teologo spagnolo. Sono una specie di lezioni riassuntive di tutta la materia dell'anno accademico o la trattazione di temi di speciale attualità, svolte davanti a tutti gli alunni della facoltà a talora dell'Università. L'imponente uditorio esigeva nel relector una particolare padronanza della materia congiunta ad una attraente esposizione. Queste doti brillano in grado eminente nelle lucide relectiones, che furono tenute nel seguente ordine cronologico: De silentii obligatione (Natale 1527); De potestate civili (Natale 1528); De homicidio (11 giugno 1530); De matrimonio ( 25 gcnn. 1531); De potestate Ecclesiae prior (inizio 1532); De potestate Ecclesiae posterior (maggio o giugno 1533); De potestate Papae et Concilii (apr.giugno 1534); De augmento caritatis (11 apr. 1535); De eo ad quod tenetur veniens ad usum rationis (giugno 1535); De simonia (maggio-giugno 1536); De temperantia
(1537-38); De Indis prior (giugno 1539); De Indis posterior sive de iure belli ( 19 giugno 1539); De magia ( 18 giugno 1540); De magia posterior (primavera 1543). La prima e l'ultima non esistono più; secondo alcuni non furono mai scritte. Le 13 superstiti relectiones ebbero molte edizioni ( 16 nel secc. xv-xviII) : la prima (Lione 1557) è di 11 anni dopo la morte dell'autore, la migliore è quella di Ingabitade (1580). Recentemente il p. Alvaro Getino ne ha curato una nuova completa: Relecciones teológicas del maestro fray Francisco de V. (3 voll., Madrid 1933-35). Nell'intenzione dell'autore questa è una edición critica, ma essendo basata sulla prima licenza con riferimento non sempre costante alle altre edizioni a al codice di Palenza, è ben lontana dal soddisfare alle esigenze moderne. Sono attribuite a F. da V. anche le seguenti opere: Confesionario util y pravechoso (Salamanca 1562); Parecer que dia el p. m. Francisco de V. sobre si los señores pueden vender a arrendar las oficios (edito nell'opera di D. de Zuñiga, Instrucción y refugio del alma, Salamanca 1532); Summa Sacramentarum Ecclesiae (è una sintesi delle sue lezioni, compiuta da Tommaso de Chaves O. P., che tra il 1360 e il 1620 ebbe 34 ed.).
III. Metodo. - L'esistenza del V. coincide con un'epoca di particolari contrasti. L'opposizione tra la vecchia teologia speculativa del Gaetano e le tendenze umanistiche ed erudite di Erasmo, divideva profondamente l'Università di Parigi, quando vi giunse lo studente domenicano. Ma F. da V., anima aperta e fornita di una particolare forza assimilatrice, non disdegno le sottili dispute e la severa indagine metafisica come anio frequentare gli eruditi circoli dell'Umanesimo parigino. Nei vari anni della sua dimora nella metropoli francese assimilò quanto di meglio forniva la cultura del tempo e, ritornato in patria, quasi per un moto spontaneo del suo ingegno, ne fuse i contrastanti elementi in una sintesi superiore, ove l'aureo filone del tomismo si disposava alle bellezze dello stile umanistico, mentre s'arricchiva di una documentazione attinta alle fonti. Cosi a Salamanca nasceva la teologia moderna, altrettanto sollecita della speculazione come delle basi biblico-patristiche del dogma, le cui norme furono fissate nella classica opera De locis theologicis del celebre discepolo del V., Melchior Cano. Nasceva in un clima propizio, cioè nell'età aurea della civiltà spagnola, quando l'unità interna del regno, la scoperta dell'America, il movimento artistico-culturale, faceva della penisola iberica il perno del mondo cristiano; in questa atmosfera Salamanca, soprattutto per merito di F. da V., assurso a fama mondiale eclissando Parigi. Gli innumerevoli e valenti discepoli (Aapilcueta, Cano, Ledesma, Vega, Pietro Soto, De Castro, Carranza, Salmerón, Lainez) diffusero in Europa i metodi nuovi del maestro e ne fecero trionfare l'insegnamento nelle assize tridentine.
IV. Pensiero. - Sotto l'influsso del Crockaert e del Fenario, F. da V. si orientò decisamente verso il tomismo, di cui divenne il restauratore più efficace. Sulla scorta del gran commento del Gaetano, mise in luce la profondità e solidità dei principi dell'Aquinate, dai quali seppe trarre le conclusioni più giuste aderenti ai bisogni dei tempi.

Semplificando il procedimento formalistico del Gaetano, raggiunse con maggiore immediatezza la sostanza della dottrina, che seppe presentare in un dettato limpido a concettoso. Mente libera, talora si discostò dalle dottrine di s. Tommaso e qualche volta indubte alla tendenza minimistica (p. ex., nella causalità dei Sacramenti), che il nominelismo aveva diffuso in tutti gli ambienti culturali; di questa sottile a insonnita infiltrazione si avevano indizi nei posteriori orientamenti della «seconda scolastica», che ripete le sue origini da Salamanca.

Uomo del suo tempo, ebbe il vivo senso della realtà,

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di cio che tumultuava nelle anime, del nuovo fermento intellettuale provocato dalla vita contemporanca. Le relectiones sull'omicidio, sulla simonia, sulla temperanza, sulla magia, sul matrimonio pungono il dito sulla piaga degli scorretti costumi sociali dell'epoca. I trattati De potestate Ecclesiae, De potestate Papan et Concilii, De potestate civili toccano i più scortanti problemi religiosi e politici del tormentato sec. xvi. Anticoncilierata come il Gaetano, abbatte gli errori antipapali di Gersone come di Lutera, ma dice una parola franca sulla necessità di una ultima ecclesiastica e sull'angente bisogno che il buon esempio venga dall'alto. Sulla potestà della Chiesa, ugualmente aliena dagli estremismi dei Parisienses, fautori del regalismo, come degli Augustinanni, assertori del potere diretto del Papa sulle cose temporali, ricollegandosi a s. Tommaso e al Torquemada (Turrecremata) espone la dottrina del potere indiretto, in termini cosi precisi, che attraverso i classici trattati dal Suárcs e del Bellarmino, giunsere alla sanzione pontificia dell'Immortale Dei (1885) della Sospicetiae Christianae (1890) di Leone XIII.

Ma a nelle Relectiones de Indis, che egli ha scritto le pagine più gloriose. Nella prima, con critica serrata, distruge tutti i sofismi accumulati dalla cupidigia dei conquistatori, per indicare i motivi veramente giusti (soprattutto la predicazione del Vangelo) dell'intervento pacifico dei connazionali nelle terre scoperte da Colombo. Nella seconda affronta il problema della guerra, tanto sentito in un momento in cui Francia e Spagna erano in lotta perpetua. La seggia dottrina, che vi espone, è divenuta classica e conferisce forse all'autore il primo poeta tra i fondatori del diritto internazionale.

Brut.: N. Pfeiffer, Doctrina iorii internationalis inata Fran. cianm de Vitorin, in Xaria Thamletion, III, Roma 1923, pp. 291221; L. Alavi, F. de V. e il rinnovamento della seduziua nel sec. X'T. in Riu. delin. fites. uescolastica, 19 (1927), pp. 401141; V. Beltran de Heredia, Les manutcrites del maestro fray Francisco de Vitoria, Madrid 1928; G. Bercia Trelles, Francisco de Vitoria fundador del derecho internacional moderno, ivi 1925; H. Beuve-Merz, La théorie des pouvoirs publics d'après François de Vitoria et ses rapports avec le droit contemporain, Parigi 1928; F. Etele, Les manutcrites antiques de les teólogos colonatioss del siglo XVI, trad. spaga, di I. March, Madrid 1930, pp. 12-28; L. Alonso Gritino, El maestro Francisco de Vitoria. Su vado, su doctrina y su influencia, Madrid 1930; F. Pelmer, Zur Geschichte der Schule von Salamanca, in Gregorianum, 12 (1931), pp. 303-13; G. M. Bertini, F. de V. e la civiltà tipa. nuda, in Manaria domenicana, 49 (1934), pp. 6-28; F. Stegemiller, F. de V. e la doctrina de la gracia en la escuela subanatica, Barcelona 1934; V. Carra, Dos obras importantes del maestro Francisco de Vitoria fundadas del derecho de pautes, in Angelicum, 12 (1935), pp. 44-51; A. Naszalsi, Doctrina F. de Vitoria de Siatta, Roma 1932 (con abbondante bibl.); H. Muñoz, Vitoria and the conquest of America, Manila 1938; C. Giscan, La seconda scolastica, Milano 1943, pp. 163-213; R. G. Villadada, La Conuestitud de París durante los estudios de F. de Vitoria, Roma 1938; R. Gonzalez, F. de V. Esindia bibliografice, Buenos Aires 1946; Juan de Jesús Mería, F. de V. conciliatorista?, in Egdem. Carnaliticae, 1 (1947), pp. 203-43; A. Polisari, Carri, F. Mendoza e de naturali rum Christo unitate, Roma 1948, pp. 2021-2027 (sul metodo del V.); V. Beltran de Heredia, Vitoria (François de): ein e production littéraire, in DThC, XV, coll. 3117-33 (particolarmente importante la nuova indicazione della data di nascita); I. G. Menendez Raigada, Doctrina juridique de Vitoria, ibid., coll. 3133-44; C. Bercia Trelles, Interpretación del hecho americano por la España universitaria del siglo XVI, Manzovides 1949.

FRANCESCO da ZUMPARO. - Agostiniano calabrese, riformatore del suo Ordine, n. a Zumpano ca. il 1455 , m. a Soverato nel nov. 1519, per cui è anche detto P. da Soverato.

Volendo ricondurre gli Eremitani di S. Agostino alla rigorosa osservanza della regola, ottenne nel 1515 l'approvazione dal card. Egidio da Viterbo, generale dell'Ordine, con facoltà di erigere una nuova Congregazione nell'interno dell'Ordine medesimo e sotto l'ubbidienca del generale. Fondò i conventi di Aprigliano, di Campo d'Arato, di Castelvetere e di Soverato. Gli sono attribuiti molti miracoli, tra cui resurrezioni di morti, guarigioni d'infermi, moltiplicazione di pani. Fu chiamato dal popolo «beato». Ma il processo canonico è rimasto interrotto.

Brat.: I. Pamphilo, Cronica Ord. fratrum Erem. S. Aug., Roma 1581, p. 90; T. De Herrera, Alphabetum Augustinianum, I, Madrid 1844, p. 226; F. Tessio, Encomanticon Augustinianum, Bruxelles 1844, p. 216; A. Lubin, Orbis Augustinianus, Parigi 1875, pp. 484-85; L. Torelli, Secoli agostiniani, VIII, Bologna 1886, pp. 57-59; M. Arpó, Pänihum Augustinianum, Gacove 1709, pp. 280-83.

Antonio Calabretta-Davide Falcioni
FRANCESCO BORGIA (De Borja), santo. Terzo proposito generale della Compagnia di Gesù, n. a Gandia (Spagna) il 28 ott. 1510, m. a Roma il 30 sett. 1572. Promipote di papa Alessandro VI e di Ferdinando il Cattolico. Dopo una prima educazione molto pia in famiglia, per l'influsso della nonna e di una zia clarisse, riparò, in occasione d'una sollevazione, a Saragozza dallo zio arcivescovo, dove si diede agli studi, alla musica ed alle armi. Nel 1523-25 visse a Tordesillas (Valladolid) come paggio di Giovanna, madre di Carlo V, e ritornato dallo zio compì gli studi di filosofia. Nel 1528 passò alla corte dell'Imperatore a l'anno dopo, per desiderio di Carlo V, sposò donna Leonora de Castro, dama prediletta dell'Imperatrice, e fu nominato marchese di Lombal a cavalierizzo maggiore. F. B. si distingueva già allora per pietà, onestà, nobiltà. La morte dell'Imperatrice e la meditazione delle vanità da mondo alla vista del suo cadavere putrefatto, a Granada (1539), operarono una piena conversione del Santo a Dio, rafforzata dai consigli del b. Giovanni d'Avila. Nominato viceré di Catalogna (1539-43) e divenuto duca di Gandia (1543), F. B. governò con grande senno e prudenza i suoi popoli, finché alla morte della moglie ( 1546 ) fu accettato nella Compagnia di Gesù da s. Ignazio. Emessi i voti solenni nel 1548 , rimase, con dispensa del Papa, ancora al governo del ducato, finché avesse sistemato la posizione dei figli. Il 31 luglio 1548 ottenne da Paolo III la bolla Pastoralis officii che approvava il libro degli Esercizi spirituali, ed il 15 ott. 1549 un'altra Licet debitum che concedeva importanti privilegi al suo Ordine, a cui egli confidò anche il Collegio universitario eretto a Gandia. Nel 1550 , recatosi a Roma per il Giubileo e ricevutovi solennemente, decise l'abdicazione, che compì al ritorno in patria, con grande emozione in tutta Europa.

Ordinato sacerdote ( 23 maggio 1551) iniziò viaggi di predicazione con grandi concorsi di folle. Nominato commissario generale per la Spagna ed il Portogallo (1554) il Santo estese e rafforzò il giovane Ordine, organizzando 3 province con le loro missioni dipendenti (Florida, Nuova Spagna a Perù), fondando case (Placencia, Valladolid, Siviglia, Bimanus ecc.), Carlo V, che sempre l'aveva stimato, volle averlo presso di sé più volte nel convento di S. Giusto, dove si era ritirato, lasciandolo suo esecutore testamentario (1558). Seguì un periodo di prove, di malintesi con Filippo II, perché dei malevoli avevano calumnisto il Santo, di perplessità per la condanna fatta dall'inquisitore spagnolo delle opere di F. B. Solo più tardi si seppe che il provvedimento era dovuto al fatto che gli editori, ad insaputa del Santo, avevano stampato insieme coi suoi anche gli scritti poco ortodossi di alcuni ignoti. Chiamato a Roma da Pio IV, F. B. fu nominato assistente di Spagna e vicario generale e, dopo la morte del p. Lalnez, gli succedette nel governo di tutto l'Ordine (1565), che egli rafforzò internamente ed esternamente, curando una nuova versione (latina) delle Costituzioni, promulgando le Regulae communes (1567), e formolando meglio quelle dei singoli uffici. Le pratiche spirituali e le consuetudini furono fasate con maggior determinatezza. F. B. fondò il Collegio Romano, il noviziato di S. Andrea al Quirinale, il Collegio dei Penitenziari ed il Seminario Romano. Ottenne l'accrescimento della Compagnia di Gesù in Francia ed in Germania, l'introduzione in Polonia e nelle missioni delle Indie occidentali. Fu tenuto in grande stima da s. Pio V, al quale però resi-

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(per cortesto dei Chierici Repoluti Minaris Francesco Caracciolo. santo - Ritratto.
stette rispettocamente quando il Papa voleva, mutando le costituzioni, introdurre nell'Ordine l'obbligo del coro. Invisto dal Papa nella legazione di Spagna, Portugalio e Francia per la lege contro i Turchi, ed assolto l'importante incarico (1571), F. B. mori a Roma. Fu beatificato nel 1624 e canonizzato da Clemente X il 12 apr. 1671. - Vedi tav. CV.

Bibl.: Monum. histor. S. 7. : Monumenta Borgiae. 5 voll., Madrid 1804-1911; Sommervogel. 1, coll. 1808-17; A. Astruin, Historia de la Compañia de 7eres en la millennia de Espaiia, II, Madrid 1910-37, pp. 110-14; P. Susu. Hist. de st. Fr. de Borgia, Parigi 1910; O. Karrer, Der hi. F. c. B., Friburgo 1921; M. da Fonseca. S. Fr. de Boria, Rio de Janeiro 1945. Arnaldo Lanz

FRANCESCO GARAGCIOLO, santo. - N. a Villa S. Maria (Chieti) il 13 ott. 1563 da nobile famiglia, visse esemplarmente nella casa paterna sino ai 22 anni, quindi si recò occultamente a Napoli dove fu ordinato sacerdote. Ricevuta per orrore una lettera del ven. servo di Dio Agostino Adorno e del consanguinoo Fabrizio Caracciolo abate di S. Maria Maggiore di Napoli, che si proponevano di fondare il novello Ordine dei Chierici Regolari Minori, li sogui immediatamente e con loro ne redasse le costituzioni, ottenendone in Roma l'approvazione di Sisto V il 1^{°} luglio 1588 . Nella professione seguita in Napoli l'anno successivo cambiò il nome di battesimo Ascanio in quello di F. Morto l'Adorno il 29 sett. 1591, il Capitolo generale elesse all'unanimità F. C. a suo superiore generale.

La sua breve vita fu un miracolo di carità e di zelo apostolico, di aspra e continua penitenza. Diffuse le devozione verso la Sima Eucaristia e volle che l'adorazione perpetua fosse un distintivo proprio del suo Ordine. Morl in Agnone la vigilia del Corpus Domini 4 giugno 1608. Fu beatificato da Clemente XIV il 10 sett. 1769 e canonizzato da Pio VII il 24 maggio 1807. Le sue spoglie sono venerate nella chiesa di S. Maria in Monte Verginella a Napoli. Dei suoi scritti ci restano alcune lettere e un libro di pietà intitolato Le sette stazioni. Festa il 4 giugno.

Bim.: I. Vives, Della Vita ecc., Napoli 1684; A. Cencelli, Compendio storico della vita del b. F. C., Roma 1802; C. Piselli,

Compendio, ecc., Napoli 1805; A. Ferrante, Vita, ecc., Monza 1871; G. Rossi, Il precursore dell'adorazione perpetua; s. F. C., Roma 1926; C. A. Bertini Frassoni, S. F. C. L'Ordine dei Chierici Regolari Minari da lui fondato. La - Gente e la - Famiglie - del Santo, in Rive, arabilico, 39 (1941), pp. 329-31; id., La gente e la famiglia di s. F. C., Roma 1943.

Giuseppe Rossi
FRANCESCO GIUSEPPE di Asburgo-Lorena, imperatore d'Austria e re d'Ungheria. - Figlio dell'arciduca Francesco Carlo, fratello dell'imperatore Ferdinando e di Sofia di Baviera, n. nel castello di Laxenburg il 18 ag. 1830 , m. a Schönbrunn il 21 nov. 1916. Ebbe accurata e severa educazione, impartitagli da maestri di valore, tra i quali spiccano il conte di Bombelles e l'abate Rauscher, futuro car-dinale-arcivescovo di Vienna, i quali, insieme alla madre, contribuirono anche ad infondergli il profondo rispetto e la coscienziosa pratica della fede cattolica, rimastagli fino alla morte. Non era destinato al trono, ma le circostanze ve lo portarono durante la crisi del 1848. Salitovi, dopo l'abdicazione dello zio, il a dic. dello stesso anno ereditò uno Stato che pareva destinato a sicuro sfacelo.

Il giovane monarca ebbe però la fortuna di trovare al suo fianco un uomo, il principe Felice Schwarzenberg, deciso a ricostituire il prestigio della dinastia. Infatti nel breve spazio di un anno l'Impero si trovò di nuovo saldamente nelle mani dei governanti. Iniziate trattative con i vescovi, F. G. annullò le disposizioni che regolavano i rapporti tra Chiesa e Stato fin dall'epoca di Giuseppe II. Con le patenti impariali del 18 e del 23 apr. 1830 i vescovi riacquistarono il pieno diritto di comunicare liberamente con la S. Sede e di sindacare la nomina dei docenti di teologia, le cui preparazione non desve il necessario affidamento. Fu il primo passo verso la definitiva eliminazione del giuseppismo annzionata in seguito dal concordato del 1833 . Dopo le guerre del 1839 e del 1866 , il movimento liberale si rafforzò. L'ora dell'assolunento era tramontata e l'Imperatore dovette concedere una costi-
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(Int. Enc. Cini.)
Francesco Giuseppe di Asburgo-Lorena. - Ritratto. Stampa. Roma, Museo del Risorgimento.

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Ilut Cor. Gell.: Francesco Giuseppe di Asburgo-Lorena - Sigillo impericio posto nella chiusura della lettera postulatoria a Pio IX per la beatifcazione del von. Clamante M. (1688aacr ( 1896 .1884 ) - Vaticano, Archivio della S. Congregazione dei Riti.
tuzione all'Austria ( 1861 ) ed adattarsi ad un compromesso con gli Ungheresi ( 1867 ) che lo riconobbero legittimo monarca nelle terre della corona di S. Stefano, ottenendo in cambio la piena autonomia statale, per cui l'unico legame con Vienna era nella persona del monarca e nella comune politica estera e militare. Centra il Concordato, considerato espressiona ancora vivente della cesteria forma di governo, fu quindi iniziata una violenta campagna, sia sulla stampa, sia in Parlamento, campagna che divenne particolarmente intensa dopo la guerra perduta nel 1866. Il governo, con a capo il Beust, rendeva senza ambagi alla denuncia unilaterale del Concordato, ma l'Imperatore vi si oppose con vigore e propugnò invece un modus estendi con il papato mediante la modifica di determinati articoli. Dinanzi alla opposizione della S. Sede il Beust insistette nella sua campagna e, dopo aver fatto approvare dal Parlamento varie leggi che praticamente ne avevano già reso nulle le disposizioni, colse pretesto dalla definizione dell'infallibilità pontificia per denunciarlo formalmente ( 30 luglio 1870). Seguirono nel 1872 tre leggi che sancivano la premicenza dello Stato sulla Chiesa.

Il personale atteggiamento di F. G. negli anni che vanno dal 1866 al 1874 (come, dal resto, fino alla sua morte) di fronte a questa politica anticattolica fu rigidamente costituzionale. Nell'intimo la sua coscienza si ribellava a tali atti ed in più di una occasione dimostrò il suo sincero attaccamento alla S. Sede, ma la conservazione della monarchia richiedeva da lui il sacrificio dei suoi resli sentimenti e delle sue personali idee. Con il passare degli anni F. G. si adattò sempre di più allo statu quo. Fino al 1870 aveva ancora nutrito speranze di rivincita verso la Prussia e l'Italia, ma, dopo la proclamazione del secondo Reich (1871), ebbe ben chiara dinanzi agli occhi la necessità di un duraturo periodo di pace. Punto fermo della sua politica fu la fedeltà alla Triplice Alleanza, evitando all'Europa il flagello della guerra per quasi un cinquantennio. All'interno, gli ordinamenti liberali lentamente, ma sicuramente, si rafforzarono, con la prosperità e il benessere assicurati alle popolazioni dell'Impero. Il progressivo risveglio del nazionalismo slavo non preoccupò eccessivamente l'Imperatore, ma l'assassinio a Seraievo dell'arciduca Francesco Ferdinando, designato successore dopo il 1889 , fece precipitare la fine dell'Impero, segnata con la morte del vecchio sovrano.

Brat.: Attualmente le migliore biografia su F. G. è quella di J. Redlich, Kaiser Franz Joseph von Österreich, Berlino 1928. Indovinato è anche il profilo di H. v. Srbik, Franz Joseph I. Chsenkter und Regierungsgrundslitze, in Historische Zeitschrift, 144
(1931), pp. 209-26. Sulla situazione della Chiesa cattolica in Aus-strie-Ungheria durante il regno di F. G. cf. H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neunzehnten Jahrhundert. III e IV, 2, Münster 1908, passim, e J. Schmidtin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II-III, Monaco 1934-36, passim. Silvio Portani

FRANCESCO MARIA de Bruxelles. - Teologo cappuccino della provincia fiammingo-belga, n. a Bruxelles nel 1665 , m. a Gand il 18 ott. 1713. Religioso a Lovanio nel 1682 , fu poi definitore e commissario generale.

Come lettore di teologia provvide le scuole dell'Ordine di un Cursus theologiae tripartitus secundum dogmata Augustini, Bonaventurae ac Thomae ( 3 voll., Gand 1698 1701, riediti a Bruxelles nel 1744); ne rieleburo una 2ª ed., stampata postuma con il titolo Theologia Capuci-no-soraphica (ivi 1705-1707, e ivi 1715-18); in tale opera intende valorizzare le fonti della teologia tradizionale dell'ordine. Combatte le dottrine gianseniste e antipapali nella Synapsis apocalyptica-cantatrix eventuum proecipuarum Ecclesiae primitivum (ivi 1710). Come commissario generale (1709) pocificò la provincia turbata da dissensi interni.

Bral.: Prospeto da Martignó, La scolastica e le tradizioni francescane. II, 2^{°} ed., Paligme 1892, p. 206; Oerlach van's Hertogenbosch, Aantecheningen over onze schrijvers, in Fran-turmansch Leven, 17 (1934), pp. 293-95; L. Colmona, De diJScultatibus, apostolus iumentum, in provincia Fiandro-belgica Min. Capuccinarum, in Collectuum Frano., 8 (1938), pp. 389. 799-94; Meleblor a Pobladura, Historia generalis Ordinis Min. Capuccinarum, parte 2^{°}. I, Roma 1948, p. 324. Ilarino da Milano

FRANCESCO MARIA da CAMPorOSSO, beato. - Fratello laico cappuccino, n. a Camporosso (Imperia) il 27 dic. 1804, m. a Genova il 17 sett. 1866. Da terziario dei Conventuali di Sestri Ponente passò nel noviziato di S. Barnaba dei Cappuccini a Genova il 17 dic. 1825 ; dimorò nel convento della S.ma Concezione della stessa città fino alla morte.

Adelmo ai servizi, si sacrificò nella farica e nella penitenza, nel silenzio e nell'umiltà. Destinato alla questua in città, benefico le anime, soprattutto fra i lavoratori del porto, con l'esortazione cordiale, la vita austera, i carizmi, la carità verso ammalati, poveri e sofferenti. Le sue lettere di consiglio e di conforto sono documenta della fede e della bontà del suo cuore. Per venerazione era comunemente chiamata il Padre Santa. Nell'epidemia di colera del 1866 si offesse vittima al Signore per la cessazione del flagello. Fu beatificato da Pio XI il 30 giugno 1929. La sua salute è ancor oggi in grande venerazione nella chiesa della S.ma Concezione a Genova.

Brat.: Sacra Rituum Congregatio, Acta beatificatibus et cononciationis sueci Dei Franz. a C., Roma 1896: Il Padre Santo (periodico mensile) Genova dal 1011; Minorio de Sancti, L'epistolario del Padre Santo, ivi 1929; Amedeo da Varazzo, Il b. F. da C., 3^{°} ed., ivi 1929; Conotexo de Pellizzano, Une victime de la charité au XIX e siècle, Le bienheureux F. de C., 2^{°} ed., Parigi 1929; Amedeo da Varazzo, Il Padre Santo nella vita e nell'arte (magie iconografice), Genova 1936. Ilarino da Milano

FRANCESCO MARIA da Lecce. - Francescano pugliese. Della provincia di S. Nicola di Bari, studiò nel Collegio missionario di S. Pietro in Montorio a Roma. Dal 1688 al 1692 fu missionario nelle Valli Lucernesi, donde fu trasferito in Albania e nel 1701 fu eletto prefetto delle missioni della Macedonia, comprendenti le diocesi di Alessio e Durazzo. Nel 1705 assistette in Roma alla stampa del Bimodo Albanese in latino ed albanese; dal 1705 al 1711 insegnò nel Collegio missionario francescano di S. Bartolomeo all'Isola la lingua albanese. Ritornato in patria mori, a quanto pare, nel 1719.

Pubblicò la prima grammatica albanese fino ad oggi conosciuta, con il titolo: Osservazioni grammaticali nella lingua albanese (Roma 1716); compose anche un dizionario della stessa lingua, che consegnò al prefetto dell'Archivio di Propaganda, ma non fu pubblicato. Della grammatica ai servi poi il p. Francesco da Monselzo per le sue Regole grammaticali della lingua albaneese (Roma 1866).

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Birl.: I. Rrots, Letratyre Shaype, Souteri 1925, p. 1313; P. Coco, I Francescani nel Salento, II, Taranto 1926, p. 366 sga.; A. Kleinhans, Historia studii linguas Arabicas et Collegii Missionum Ordinis Prattum Minarum in Conscato ad S. Petrum in Monte Aureo Romae aresti, Quarzechi 1930, pp. 221-23. Arduino Kleinhans
FRANCESCO MARIA da Touns. - Missionario cappuccino dell'antica provincia di Tours, m. a Patna (Nepal) nel giugno 1709.

Dalla Persia passò dal 1680 nelle missioni indiane di Surate e Pondicherry; ottimo conoscitore delle lingue locali compose un apprezzato Thesaurus linguas Indianas ( = Hindostanicae), che conservasi manoscritto nell'Archivio di Propaganda Fide; partecipò alle controversie con i missionari gesuiti di Pondicherry sui riti malabarici con un memoriale inviato nel 1703 alla suddetta Congregazione: Quaxtions... sur les cérémonies Payennes... (Llegi 1704). Per la sua parizia linguistica accompagnò la prima spedizione di missionari cappuccini nel Tibet, giungendo a Lhasa il 12 giugno 1707; mai ridotto dagli strapazzi, fu costretto a lasciare questa missione nel gen. 1709.

Bint.: Clemente da Terzoria, Manuale historicus: missionum Ord. Min. Capuccinorum, Isola del Liri 1926, pp. 144, 152; id., Le missioni dei Min. Cappuccini, VIII, Roma 1932, passim; A. Jann, Die batbolischen Missionen in Indien, China und Japan, Paderborn 1915, pp. 386-87,412-13,415,474; Felix (Fink) da Anversa, Catalogue of the reverend caparibic missionaries in the mission of Thibet, in The franc. annals of India, 6 (1915), pp. 416 417; Strain, Bibl., VI, pp. 12, 215. Ilatino da Milano
FRANCESCO MARIA della Rovere, duca d'Urmino. - N. a Senigallia il 22 marzo 1490, da Giovanni, fratello di Giulio II, e da Giovanni di Montefeltro, figlia del duca Federico, m. a Pesaro il 20 ott. 1538. Estintasi con Guidobaldo la stirpe feltresca, ebbe, nel 1508, il ducato d'Urbino. Capitano generale della Chiesa nella lega di Cambrai, combatto contro i Veneziani ( 1509 ) e, mutatesi in alleanze, contro il duca di Ferrara (1512).

Assalto dall'uccisione del card. legato Alidosi, con il quale era venuto a contrasto sulla responsabilità della perdita di Bologna, ribellatesi a Giulio II, riprese ai Francesi, scossi per la morte di Gastone di Foix, Ravenna e Bologna (1512). Il contegno incerto tenuto durante la campagna di Lombardia contro Francesco I (1512) gli procurò, con la scomunica, la perdita del ducato, che passò a Lorenzo da' Medici. Solo dopo la morte di Leone X, poté riconquistare le sue terre, delle quali Adriano VI gli restituì, nel 1523, l'investitura. Condottiero dei Veneziani nella lega di Cognac contro Carlo V, per il suo temporeggiare e l'indecisione degli alleati, dovette assistere di lontano al sacco di Roma (1527). La morte lo colse comandante delle forze di terra della lega contro i Turchi.

Bint.: G. B. Lenti, Vita di F. M. d. R., Venezia 1605; F. Ugolini, Storia dei duchi d'Urbino, II, Firenze 1830, pp. 163-267; R. Marcucci, F. M. d. R., Senigallia 1903; A. Meresti, Lettere di Elisabetta e di Leonora Gonzaga a F. M. d. R., Mantova 1941. Vittorio E. Giuntella
FRANCESCO ORAZIO da PENNABILLI. - Il più illustre missionario cappuccino del Tibet, n. a Pennabilli (Pesaro) nel 1680, dalla famiglia Olivieri, entrò fra i Cappuccini della provincia picena l'8 nov. 1700, m. a Patna (Nepal) il 20 luglio 1745.

Con altri cinque confratelli costituì la terza spedizione missionaria nel Tibet, partita il 25 ag. 1712; giunse a Chandernagor (Bengala) il 1 sett. 1713 e proseguì per Patna (Behar); nel dic. 1714 fu inviato a fondare una stazione nel Nepal; il 4 ag. 1716 parti per Lhasa, capitale del Tibet, dove giunse il 1 ott. dello stesso anno. Nominato prefetto della missione: nel 1720, ne ricevette il decreto il 15 sett. 1725. Stremato dagli strapazzi a da enormi difficoltà si ritirò nel Nepal nell'ag. 1732.

Nel 1737 venne a Roma in cerca d'aiuti e pubblicò l'interessante Breve raguaglio dell'aperato da Cappuccini nella missione del Thibet (Roma 1738; cf. Amalecta Ordinis Min. Capuccinorum, 37 [1921], pp. 285-94; 38 [1922], pp. 57-61), più volte edita e tradotta. Nel 1738 capitanò come prefetto la nona spedizione di Cappuccini, tra cui il p. Beligatti Cassiano da Macerata e il p. Bernini Giuseppe da Gargano, nella difficile missione del Tibet, giungendo a Lhasa il 6 genn. 1741. Ridotto all'estremo della resistenza e esociato dalla persecuzione il 20 apr. 1749 se ne partì per Pana, segnando la fine della missione tibetana propriamente detta. Strisse un'altra Relazione sul principio e stato presente della missione del grau Thibet (Roma 1742, cf. Amalecta cit., 4 [1888], pp. 279283, 313-19, 340-43).

Si distinse anche nei lavori letterari; perito nelle lingue locali lasciò manoscritto il primo Vocabolario indotibetano, di ca. 35.000 voci, e un Vocabolario italianahindi. Per facilitare la conoscenza e la confutazione della religione buddhista tradusse in italiano vari libri sacri del Lama. Tradusse in lingua tibetana la Doctrina Christiana di s. Roberto Ballarmino e il Thesaurus religionis Christianae di Tourlot, nonché i Vangelie gli Atti degli Apostoli; compose pure in tibetano una Apologia del cristianesimo contro il buddismo, che consignò al 10 nel 1713, e una Vita di Maria S.ma. I suoi manoscritti linguistici e etnografici furono sfruttati da altri autori.

Bint.: Materi Gentili. Memorie sulla vita del sen. serco di Dio. F. G. dalla Pesaro, Urbino 1843; Clemente da Terzoria, Le missioni dei Min. Cappuccini, VIII, Roma 1932, passim; Lorenzo a Scimbribero, De vocabolario tibetano a p. F. M. a P. cemplario, in Analecta Ordinis Min. Capuccinorum, 47 (1931), pp. 303-12; Aremio da S. Agata Felizia, Intorno al Vocabolario e del p. F. G. d. P., in Dallett. fransescano storico-bibliogr., 5 (1932), pp. 31-33; Adelhelm Jann, Die missionerische und literarische Tätigkeit des apostolischen Priuletins von Tibet, p. F. M. d. P. (1717-25), in Studien ant dem Gebiete von Kirche und Kultur (Festschrift Gustav Schumer), Paderborn 1950, pp. 128-207; Strain, Bibl., VI, pp. 82-86, 93-94, 96-101, 112-14; Fralinanni d'Anvers, Missionnaires cubucins et civilisation tibétaine, in Etudes franciscaines, 46 (1934), pp. 129-39. Ilatino da Milano
FRANCESCO REGIS, santo: v. GIOVANNI FRANCESCO REGIS.
FRANCESCO SAVERIO (don Francisco de Jasu y Xavier), santo. - Gesuita missionario e protettora delle missioni, n. nel castello di Xavier (Navarra) il 7 apr. 1506 da don Juan de Jasu, dottore dell'Università di Bologna, alcolde della corte e presidente del Consiglio reale, e da dona Maria de Azpilicueta, dell'antica nubiltà del luogo; m. nell'isola di Sanciano, sulle coste della Cina, il 3 dic. 1552.

Sommario: I. La preparazione. - II. Nell'India. - III. Nel Giappone. - IV. Il viaggio in Cina. - V. Conclusione. VI. Iconografia.
I. La preparazione (1506-42). - Compiuti gli studi preliminari in patria, F. S., che voleva emulare i suoi antenati non nella carriera delle armi, come i suoi fratelli, ma nella carriera ecclesiastica, passò nel sett. 1525 all'Università di Parigi, prendendo alloggio, come convittore, nel Collegio di S. Barbara.

Acquistato in quattro anni di studio il grado di - Dottore -, iniziò subito le sue lezioni di filosofia nel Collegio DormanaBeauvais. Nutriva disegni ambiziosi e sognava pingui benefici a Pamplona; ma il suo compagno a S. Bar-
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Ida C. Schorhammer, Jugend spieltram des hl. Franz Sauer, in Studia Plerionalia, II, B. Roma 1896, p. 280
FRANCESCO SAVERIO, sANTO. Stemma della famiglia.

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bara, Ignazio di Loyola, lo attrasse a sé a alla sua causa inducendolo a riflettere sulle parole dei Vangelo: "Che giova all'uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l'anima? " (Mc. 8, 36). La morte delle modre (1529) e della sua santa sorella Maddalena (1533), la scoparta di mene rivoluzionarie da parte degli sterodossi, che frequentavano l'Università, i perversi esempi di alcuni professori e di molti alunni avevano anche fatto una profonda impressione nel suo animo. Il 15 ag. 1534, con Ignazio e altri cinque studenti, fece voto, nella cappella del Martiri di Montmartre, di pellegrinare in Terra (Bocce) e di consacrarsi alla vita apostolica in povertà e castità. Sotto la guida d'Ignazio, prima di cominciare gli studi teologici, fece gli esercizi interi di quaranta giorni, che lo fissarono per sempre in un ardente amore di Dio e delle anime.

Nel 1537 è a Venezia dove, in attesa della nave per l'Oriente, serve i poveri nell'ospedale: il 24 giugno 1537 vi è consacrato sacerdote, celebra la prima messa a Vicenza; indi, nel 1537-38, esercita il ministero spirituale a Bologna; poi a Roma, dove nella primavera del 1540 prende parte alla fondazione della Compagnia di Gesù, di cui si ebbe conferma onde il 3 sett. Subito dopo il re Giovanni III di Portogallo domanda con insicienza ad Ignazio di Loyola missionari per le Indie. Ignazio designa F. S., che il 16 marzo 1540 lascia Roma, nel giugno arriva a Lisbona e il 7 apr. 1541 salpa verso l'India in qualità di "legato pagale per tutte le terre situate ad oriente del Capo di Buona Speranza.
II. Nell'India (1542-47). - Arrivato a Goa il 5 maggio 1542, F. S. si consacrò soprattutto alla colonia portoghese, che lasciava parecchio a desiderare quanto alla pratica del cristianesimo con grande scandalo di tutti, massime dei pagani, che pure erano da convertire; poi allargò il suo apostolato in favore degli ammalati e dei prigionieri con una premura tutta speciale per i fanciulli e gli schiavi, insegnando loro la dottrina cristiana. Nel sett. dello stesso anno il governatore delle Indie lo mandò nelle regioni del sud, che promettevano floridi frutti di conversioni. Veramente, il cristianesimo già vi era stato portato dai soldati portoghesi, che vi erano approdati per costruire le loro fortezze e avviare i loro commercí; ma tutto s'era ridotto ad amministrare senz'altro il Battesimo ai prigionieri di guerra e agli indigeni, senza sufficente istruzione o preparazione. Cosicché, partiti i sacerdoti che li avevano battezzati, molto erano ricaduti nella primitiva idolatria. Così era avvenuto per i pescatori di perle della costa dei Paravi, i quali, perseguitati dai maometteni, avevano otto anni prima, domandato l'aiuto dei Portoghesi e si erano fatti battezzare. F., con l'aiuto di interpreti, traduce subito nella loro lingua le principali preghiere e gli articoli più essenziali della Fede; indi passa di villaggio in villaggio, facendosi instancabilmente loro maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le ingiustizie dei regali pagani e degli ufficiali portoghesi, stimato e trattato quale santo a taumaturgo.

Anche qui, nei due anni di lavoro, fonda scuole e chiese e raccoglie una messa prodigiosa. Gli abitanti dell'isola di Mansur lo chiamano e ricevono il Battesimo; i pescatori della casta dei Macua, nel Travancore, si fanno battezzare tutti, in numero di 10.000 ; già prima il Santo aveva scritto che spesso il braccio gli cadeva dalla stanchezza e la lingua incespicava, per l'areura, nel continuare le preghiere di rito. Mentre battezzava i Macua ricevette la notizia che uno dei cristiani di Mansur, invitati a tornare al paganesimo, avevano preferito soggettare la Fede con il sangue.

Negli anni seguenti, 1543-47, F. eperse a sé e ai suoi nuovi campi di lavoro. Predicò, infatti, quattro mesi a Malacca, la città commerciale per eccellenza; visitò le Molucche; passò all'isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, e alle isole vicine di Waranula e Seran e di Uliss-
ser; poi si spinse fino a Ternate, estrema fortezza dei Portoghesi; e più oltre ancora nelle isole del Moro: Halmahera, Morotai e Rau, abitate dai cacciatori di teste; avevano infatti ucciso il loro ultimo missionario. Dopo tre mesi di intenso lavoro in queste isole, dove molti degli indigeni si mostrarono refrattari ad ogni parola dell'apocalo, ma dove questi attesta di aver goduto le più intime consolazioni, fino a sentirsi inaridire gli occhi per le lacrime di gioia, tornò a Ternate, dove si converti Neachile, la madre del sultano defunto; ma nulla riuscì a concludere con il sultano regnante, perché alla nuova religione questi preferì le sue cento mogli e le numerose concubine.
III. Nel Giappone (1547-51). - Raggiunta finalmente Malacca nel dic. 1547, mentre si occupa dell'invio di missionari per confermare e accrescere i cristiani nei luoghi visitati, gli viene presentato un profugo giapponese, Anjiro, fuggito dalla patria perché colpevole di omicidio, lacerato dai rimorsi e desideroso di trovare la pace. Le notizie che da lui sentì intorno al Giappone, ai suoi abitanti, alla loro religione e cultura infervorarono F., che ritenne conveniente acci