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a, e. dell'altra specie,

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unitamente all'uso invalso di attribuir loro rispettivamente i segni opposti + e -, e alla mentalità scientifico meccanicistica dominante fin quasi alla fine del sec. xix, indussero a formulare per l'e. un principio conservativo analogo a quello che da tempo si ammetteva per la materia ponderabile. Ma i brevi accenni precedenti a recentissime constatazioni inducono già a pensare che codesto principio debba venir sottoposto a una più o meno profonda revisione (v. EVERGHE).

BibL. I v. elettrologia.
Paolo Straneo
ELETTROCHIMICA. - In qualsiasi reazione chimica, dalle più semplici alle più complesse, ha sempre luogo una variazione della distribuzione spaziale degli elettroni, cosiddetti leganti, di uno o più atomi o gruppi atomici delle molecole reagenti. Per conseguenza l'e., presa nel senso etimologico, dovrebbe estendersi a tutto il campo delle reazioni chimiche. Per comodità di studio si è però convenuto di attribuire alla e. un campo più ristretto: oggi pertanto sotto il nome di e. si intende quella parte della chimica-fisica che studia, ed anche sfrutta, le relazioni tra reazioni chimiche e lavoro elettrico prelevato da un circuito esterno indipendente del sistema reagente o riversato in esso.

In altre parole: 1) le reazioni elettrolitiche (forzate) per mezzo delle quali, consumando un lavoro elettrico fornito da una sorgente esterna indipendente, si fa avvenire una reazione chimica, che non avverrebbe spontaneamente, in modo da ottenere i prodotti finali desiderati partendo da certi prodotti iniziali. Una caratteristica di questa trasformazione è che il sistema formato dal o dai prodotti finali ha un contenuto energetico maggiore di quello del sistema formato dal o dai prodotti iniziali e per tale ragione la trasformazione non può avvenire spontaneamente; 2) le reazioni svolgentisi, spontaneamente negli elementi galvanici (pile ed accumulatori), le quali portano il sistema formato dal prodotto o dai prodotti iniziali al sistema formato dal o dai prodotti finali, che ha in questo caso un contenuto energetico minore. La differenza tra i contenuti energetici dei sistemi iniziale e finale, conducendo la reazione in modo opportuna, viene trasformata in parte in lavoro elettrico ceduto ed utilizzato in un circuito esterno indipendente. La frazione di tale differenza che può essere trasformata in lavoro elettrico corrisponde alla variazione dell'energia libera messa in gioco durante la trasformazione. In questo caso la natura dei prodotti iniziali, nonché di quelli risultanti dalla trasformazione chimica, ha un interesse relativamente minore.

Le reazioni elettrolitiche sono oggi molto sfruttate industrialmente per la preparazione di un gran numero di prodotti, ottenuti in genere ad un elevato grado di purezza difficilmente ottenibile con altri metodi: metalli, soda caustica, cloro, idrogeno, ossigeno, ecc. Alcuni di tali prodotti, come, p. es., soda caustica e cloro, sono prodotti basilari per tutta l'industria chimica.

Le reazioni degli elementi galvanici, in conseguenza dell'odierno sviluppo della elettrotecnica, hanno perduto moltissimo della loro importanza pratica: le loro applicazioni industriali restano oggi confinate nel campo degli accumulatori e delle pile cosiddette a secco, queste ultime usate quasi esclusivamente per lampadine tascabili e per apparecchi radio portatili. Le reazioni degli elementi galvanici hanno invece assunto una grande importanza come mezzo di ricerca scientifica. Moltissime reazioni possono infatti essere condotte in modo che la variazione della energia libera messa in gioco per la reazione chimica possa essere trasformata in energia elettrica misurabile con mezzi molto semplici in un circuito elettrico esterno ed indipendente dal sistema in reazione. Ciò permette di poter misurare in modo molto semplice, volendosi delle relazioni termodinamiche, molti dati chimici-fisici interessanti il sistema e calcolarne quindi altri di alto interesse teorico: affinità chimica, costanti di equilibrio, decorso di reazioni ecc.

Infine i fenomeni compresi nel campo della e, sono
utilizzabili (e sono anche ampiamente utilizzati) per risolvere problemi analitici mediante misure di conducibilità (analisi conduttometrica), di differenze di potenziale (analisi potenziometrica e misura del p H ), di intensità di corrente in funzione del potenziale eletrodico (analisi polietrografica e polarometrica), mediante elettrolisi (analisi elettrolitica) ecc.

BibL. V. Engelhardt, Handbuch der technischen Elektrochemie, Lipsia 1931 sec.; D. A. Mac innes, The principles of electrochemistry, Nuova York 1930; G. Milazzo, E.: fondament iovici ed applicazioni, Roma 1947.

Gischo Milazzo
ELETTROLOGIA. - Sotto questa denominazione si intende lo sviluppo sistematico e, per quanto possibile, logico della scienza dell'elettricità, indipendentemente dalle sue grandi applicazioni che sono riservate all'elettrotecnica. La ripartizione a l'ordine di tale sviluppo lascia evidentemente un certo margine di arbitrarietà. Prima della scoperta delle correnti elettriche voltaiche non si avevano da considerare che i fenomeni della produzione e distribuzione di elettricità in condizioni prevalentemente statiche, e dei campi che tali distribuzioni producevano. Ciò è ancora il compito dell'elettrostatica, che in generale si premette alla considerazione delle altre parti dell'e., cioè allo studio della correnti elettriche e dei complessi fenomeni con cui esse vengono prodotte e che poi producono.

Non è privo di interesse ricordare che alla fine del sec. xix e nei primi decenni del secolo attuale si verificò una certa tendenza a iniziare senza'altrs l'e. con lo studio delle correnti elettriche assunte come principale fenomeno fondamentale, considerando poi l'elettrostatica come un capitolo particolare di essa. Ma, forse anche in conseguente di alcune vedute delle fisica moderna nella quale è fondamentale la considerazione dell'atomo di pura elettricità, cioè dell'elettrone e del suo campo coulombiano, l'anzidetta tendenza non ebbe che qualche successo parziale, p. es., con il diffuso trattato di R. W. Pohl.
I. Elettrostatica. - Questo ramo dell'e. è essenzialmente basato (v. Elettricita): i) sul fatto confermato dall'esperienza dell'esistenza di due specie di elettricità e delle loro note proprietà di attrazione o di repulsione quantitativamente governate dalla legge di Coulomb; 2) sul fatto, pure confermato dall'esperienza, dell'esistenza di corpi isolanti e conduttori; 3) sull'ipotesi che nei corpi materiali siano in generale contenuti in eguali enormi quantità le due suddette specie di elettricità che, pur sussistendo distinte in essi, annullano mutuamente i loro effetti esterni in modo che i suddetti corpi risultino neutri agli osservatori esterni; 4) sull'ipotesi che nei corpi conduttori una almeno di queste due specie di elettricità si muova sotto l'influsso di qualsiasi campo elettrico per quanto tenue.

Immediata conseguenza dell'attrazione di cariche, comunque distribuite, di elettricità di specie differenti e della ripulsione di analoghe cariche di elettricità di ugual specie è l'importunissimo fenomeno dell'elettrizzazione per influenza o per induzione, scoperto verso la metà del sec. xvili. Consideriamone il caso più semplice. Un corpo conduttore qualsiasi, sostenuto da un filo o da un manico isolante, venga elettrizzato partendo su di esso dell'elettricità. A cagione della repulsione che si esercita fra tutte le sue parti tutta codesta elettricità si porta alla superfice del corpo stesso. Accusando queste ed un altro conduttore analogamente isolato e allo stato neutro si constata che una parte della sua elettricità interna di specie contraria a quella del primo corpo che diremo induttare si porta sulla parte della sua superfice più prossima a questo, mentre sulla parte della sua superfice più lontana si accumula una eguale quantità di elettricità della specie di quella dell'induttore. Risulta evidente che se si elimina quest'ultima parte di elettricità (p. es., disperdendola a terra attraverso il nostro corpo toccando con un dito la

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superfice ove essa si trova) si verrà in possesso di una quantil di elettricità di specie contraria a quella del corpo induttore, trasferibile, almeno in parte, a piacere su qualsiasi altro conduttore isolato; e ripetendo l'operazione, si potrà evidentemente accumulare su conduttori opportunamente disposti (su condensatori) anche notevoli quantitá di tale elettricita.

Le macchine per la produzione dell'elettricità statica funzionano tutte in base a applicazioni più o meno seternanche del criterio ora esposto e di pochi altri assorgimenti secondari.

Nello sviluppo della teoria dei campi elettrici l'elettricistica introdusse ed elaborò la nozione importantissima di potenziale elettrica, coincidente con quella che Volta aveva genialmente intuita e detto tensione elettrica. Una carica elettrica in un campo elettrico è sempre sottoposta a una forza di una certa intensità, direzione e verso; quindi una carica elettrica muovendosi sotto l'azione di cadente forza può compiere un lavoro, mentre per costringerla a muoversi in senso opposto dovremmo compiere noi un lavoro analogo. In base a questa considerazione diremo che fra due punti P_{1} e P_{2} di un campo elettrico esiste la differenza di potenziale V_{1}-V_{2} quando una carica elettrica unitaria positiva, muovendosi da P_{1} a P_{2}, può compiere il lavoro V_{1}-V_{2} oppure quando per muovere una egual carica da P_{2} a P_{1} occorre somministrarle la stessa quantita di lavoro; oppure ancora quando muovendosi in egual maniera una carica unitaria negativa, si interrono le predette produzioni o somministrazioni di lavoro. Siccome l'esperienza ci assicura che quanto precede dipende solo dai punti estremi P_{1} e P_{2} ed è indipendente dal cammino seguito dalle cariche, possiamo considerare V_{1}-V_{2} la differenza di energia potenziale fra i punti P_{1} e P_{2} del sistema costituito dalle cariche elettriche determinanti il campo, più la suddetta massa elettrica unitaria.

Da quanto precede risulta che il potenziale è una grandezza che non possiamo definire assolutamente, ma solo per differenza rispetto ad altra grandezza analoga, p. es., al potenziale V_{2} della terra. Aggiungiamo che, a semplice scopo di chiarimento approssimativo, si usa sovente dire che la nozione di potenziale elettrico sta a quella di elettricità come la nozione di temperatura sta a quella di calore.
II. La CORRENTE ELETTRICA E LE SUE LEGGI. - Se poniamo in comunicazione due conduttori isolati carichi di elettricità e a differente potenziale per mezzo di un sia pur sottilissimo filo metallico immediatamente si stabilisce in tutto il sistema un potenziale uniforme. E in tal caso logico supporre che nel filo si sia avuto un flusso di elettricità positiva in un senso o eventualmente negativa nell'altro, o anche contemporaneamente i due flussi, cioè quello che si dice in breve una corrente elettrica; ma una corrente elettrica istantanea. Anche applicando ai due conduttori le macchine elettriche che li avevano preventivamente elettrizzati e portati ai rispettivi potenziali, non riesce più possibile riportarli ad essi e quindi mantenere permanentemente una apprezzabile corrente nel filo.

E ció che invece fa con la massima facilità una piin violente ponendo in giuoco differenza di potenziale incomparabilmente minori delle precedenti. Come è noto A. Volta, in seguito a lunghe discussioni intorno a un fenomeno di natura elettrica posto in evidenza da L. Galvani, che lo interpretava attraverso a ipoteriche proprietà elettriche della materia vivente, riusci a costruire una cosiddetta catena, cioè una serie di corpi in successivi contatti, e formanti un circuito chiuso, nella quale si verificavano condizioni analoghe a quelle delle catene che automaticamente si venivano a costituire nelle esperienze di Galvani. Ma mentre le catene di Galvani constavano sempre, oltre che di alcuni elementi metallici, di un elemento, che si riteneva essenziale, costituito da materia vivente (la parte posteriore del corpo di una rana appena uccisa), le catene di Volta constavano oltre che degli ele-
menti metallici, di un elettrolito (sequa acidulata) senza alcun ricorso a materia vivente. La catena chiusa, rame-elettrolito-sinco-rame, presentava l'impressionante caratteristica di possedere una permanente differenza di potenziale fra il rame e la sinco, la quale conseguentemente implicava l'esistenza di una corrente elettrica circolante nella catena. Così la prima più elettrica era scoperta (1799).

In breve tempo si idearono numerosi altri tipi di più che permisero di disporre di correnti elettriche più intense di quelle che potevano fornire le primitive pile voltaiche, e cosi si impose il problema di misurare a di studiare nei loro effetti cadeste correnti. Ma alle leggi più fondamentali delle correnti non si giunse finché nonve o sorprendenti scoperte di effetti di esse non permisero di perfezionare notevolmente i mezzi di ricerche. Nei tre primi decenni del sec. xix si chiarirono i concetti di resistenza elettrica specifica e di resistenza elettrica di un dato conduttore, di forza elettronatrice, e si giunse cosi alle notissime leggi di Ober e di Jorde, fondamentali per le correnti, in qualsiasi forma si presentino.
III. Magnetismo. - La conoscenza dell'esistenza dei più evidenti fra i fenomeni che diciamo magnetici risale alla più lontana antichità; è anche certo che nell'Estremo Oriente furono in uso utilizzazioni di essi a scopo orientativo sul grande magnete costituito dalla nostra terra oltre dieci secoli a. C. I primi studi sistematici in Europa furono quelli di G. Gilbert (1600). Fino a quel tempo, a ancora per oltre due secoli, il magnetismo venne interpretato con l'ipotesi dell'esistenza di due materie o fluidi magnetici che nei corpi magnetizzati si addensavano intorno ai cosiddetti poli; con una ipotesi cosè meceniciatica di materie agenti a distanza, la quale, specialmente dopo la scoperta di Coulomb della notissima sua analogia con quella valevale per le masse materiali e per quelle elettriche, parve essere quanto di meglio la fisica potesse desiderare.

Ma qui interessa in modo particolare ricordare che, almeno dopo Gilbert, sia pure in forma indeterminata, vennero ripetutamente previsti rapporti fra magnetismo e elettricità per interpretare qualche fenomeno verificatosi in qualche scatola di macchine elettriche e in qualche caduta di fulmini, tanto che l'Accademia di Baviera aveva fin dal 1773 (cioè ancor prima della scoperta della legge di Coulomb) posto a concorso lo studio delle analogie tra le forze elettriche e le forze magnetiche. Ma le idee in proposito cominciarono a chiarirsi solo dopo la scoperta di H. C. Oersted che aghi magnetici vengono deviati dalle correnti elettriche; scoperta che, precisata da Blot e Savart a interpretata da Arago e soprattutto da A. M. Amplea, non solo determinò l'inizio del più vasto e utile capitolo dell'e., ma sollevò i primi a forse i più gravi dubbi circa la attendibilità delle ipotesi meceniciatiche nelle interpretazioni fisiche, proprio nel periodo che quelle ipotesi avevano raggiunto il più vasto consenso e proprio in un capitolo che pareva dovere ad esse la sua esistenza. Ma è appunto dall'adozione di leggi incompatibili con l'ipotesi meceniciatica che ebbero origine i più interessanti sviluppi della fisica moderna.
IV. Elettromagnetismo. - La forza deviatrice di ogni corrente elettrica sui poli di un ago magnetico scoperta da Oersted e da lui oscuramente interpretata come un conflitto fra tendenze elettriche e magnetiche, fu subito, ancora in senso di azioni a distanza, quantitativamente formulata da Blot e Savart e interpretata da Arago come dovuta a un campo magnetico avvolto intorno alla corrente; interpretazione che venne pure confermata per mezzo di una notissima e semplice esperienza. In base ad esso si costruirono svariati tipi di apparecchi (che furono in fondo i primi motori elettromagnetici) i quali dimostravano che ogni polo magnetico tende a rotare intorno a ogni corrente rettilinea in un piano normale ad esse e in direzione e verso dipendenti della natura del polo e dal senso della corrente; come pure, conformemente al terzo principio della dinamica newtoniana, furono costruiti apparecchi in cui conduttori rettilinei percorsi da corrente tendevano a rotare intorno a poli magnetici.

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Ma ciò che più impressiond fu il fatto che le forze agenti fra polo magnetico e correnti eletriche rettilinee, contrariamente a ogni previsione meccanicistica, non erano dirette secondo la direzione polo-corrente, ma perpendicolarmente al piano passante per la corrente e il polo. Ciò non era comprensibile senza supporre un particolare intervento del mezzo interposto. E fu probabilmente per ovviare a questa difficoltà oltre a quella più antica della interprecazione delle azioni a distanza che M. Paradis giunse alla concezione delle sue linee di forza nel mezzo, e poi all'ammissione di un intervento sempre più importante di esso nello svolgimento dei fenomeni elettrici a magnetici.

Altro fatto sorprendente fu che nella espressione di Biot e Pavart della forza con cui un polo viene sollecitato nell'anziotetta direzione in dipendenza dalla sua intensita, dall'intensità della corrente e dalla loro distanza, il fattore di proporzionalità, a priori introdotto, risulta per la necessaria omogeneità dell'equazione, delle dimensioni e quindi della natura di una velocità; e che impiegando un qualsiasi coerente sistema di unità di misura delle dette grandezze e si eseguendo un'esperienza, quella velocità può venir determinata e risulta eguale alla velocità e della luce espressa naturalmente con quello stesso sistema. Fu questo il primo accostamento, a quel tempo molto misterioso, di una grandezza ottica a grandezze elettriche e magnetiche.

A breve complemento di questi fondamentali accenni va ricordato che Ampère intuil subito che azioni analoghe alle precedenti dovevano verificarsi anche fra circuiti percorsi da correnti e scoprì quindi i fenomeni elettrodinamici; che Paradis' usutandosi con le sue linee di forza intuil l'analoga esistenza dei fenomeni di induzione elettromagnetica, per i quali, variando la corrente di un circuito a quindi la quantita delle linee di forza con esso concatenate, dovevano aversi varie importanti ripermosioni su altri circuiti (induzioni mutue) e anche sullo stesso circuito inducente (autoinduzione). Sono questi i fenomeni che in scala enorme sono oggi impiegati per la produzione di tutte le correnti continue e alternate, per tutte le loro trasformazioni e in tutti i motori elettrici; i fenomeni che in scala più modesta condussero alla previsione teorica e alla produzione delle onde elettromagnetiche e alle loro sempre più numerose e sorprendenti applicazioni.
V. Onde elettromagnetiche. - Conformandosi alle idee di Paradis circa la partecipazione allo svolgimento dei fenomeni elettromagnetici dei mezzi nei quali si trovano immersi i corpi materiali che fino allora erano stati la sola sede di essi, J. C. Maxwell si propose di costruire la generica espressione della legge elementare dello svolgimento di quei fenomeni in qualsiasi elemento spaziale occupato da materie conduttrice o isolante, oppure anche vuoto, e in qualsiasi elemento di tempo. Era questa la più ampia sintesi scientifica che fosse mai stata tentata. Maxwell, oltre che in qualche precedente pubblicazione, la espose nel 1870 nella prima edizione del suo celebre Trattato. Quantunque i procedimenti deduttivi seguiti non fossero sempre rigorosamente conseguenti, e che qua a là apparissero piuttosto abolzi geniali che delle logiche deduzioni e quindi avessero sorpreso a persino scandalizzato qualche cultore dell'estrema esattezza scientifica, la teoria di Maxwell in pochi anni si impose.

Non è possibile dire in breve come si passi dal sistema delle equazioni differenziali generiche alle soluzioni concrete di singoli problemi. Ma per convincersi immediatamente della straordinaria potenza della teoria maxwelliana, a riconosceme un merito imperituro, basterà ricordare il caso particolare di esse che conduase alla previsione delle onde elettromagnetiche alla teoria elettromagnetica della luce.

La condizione che le equazioni di Maxwell corrispondessero ai fenomeni elettromagnetici, intesi nella loro integrità, implicava l'intervento in esse, oltre che delle grandezze che si volevano determinare, cioè della distribuzione a densità superficiale dell'elettricita sui conduttori p, e delle intensità dei campi elettrici e magnetici E ed H come funzioni incognite, anche di coefficienti esprimenti alcune proprietà fondamentali, quali la con-
duttrivit a dei conduttori, il potere dielettrico e e la permeabilita magnetica p. dei mezzi. Dovera inoltre evidentemente intervenire quel coefficente che si è veduto insinuarsi misteriosamente nell'espressione di Biot e Pavart della legge elettromagnetica e risulter poi identificabile con le velocità della luce. Ora Maxwell considerando il caso particolare dell'assenza di conduttori, e quindi di distribuzioni di densita elettriche nulle, osservò che le perturbazioni della intensita dei campi elettrici e magnetici E ed H che risultavano fra loro ovunque concatenate, si propagavano trasversalmente (cioè perpendicolarmente al piano di quelle perturbazioni) con la velocità f_{E H} rightarrow 0, coincidente aioe con la velocità della luce. Quindi egli pensò che la propagazione delle onde trasversali della luce, che fino allora si consideravano avvenisse in un atore escegitato ad hoc e necessariamente dotato di proprietà assai misteriose (v. RTERE) dovesse avvenire invece nell'etere assai più semplice che doveva porsi a base delle sue teoria. Tutti sanno che le onde elettromagnetiche cosi preconizzate furono realizzate da H. Hertz diciotto anni dopo ( 1888 ) e quale parte abbiano oggi nella nostra vita quotidiana; che la teoria elettromagnetica della luce esistuti con notevole vantaggio la precedente teoria di Fresnel e che nella nostra consueta fisica macroscopica essa è ancora di pianta validita.

Bial., R. M. Pabl. Elementi inciompratici di elettrofisica moderna, trad. di C. Rossi, Milano 1928; E. Perucca. Fisica generale e sperimentale, Torino 1946.

Paolo Stanco

## ELETTROBHOCK : v. SHOCK.

ELETTROTECNICA. - Dopo la scoperta dei fenomeni elettromagnetici, elettrotermici e elettrochimici nessuno poteva dubitare della possibilità di notevoli applicazioni pratiche delle correnti elettriche, ma certamente nessuno avrebbe osato pensare che esse prendessero in un secolo le proporzioni attuali.

Data la impossibilità di scendere a particolari, si accennerà solo sommariamente quali siano i caratteri salienti dell'attuale tecnica dell'elettricita.

1. Produzione industriale delle correnti elettriche. - Per quanto sorprendente e utile allo sviluppo dell'elettrologia, la produzione delle correnti elettriche per mezzo delle pile, anche le più perfezionate, risultava troppo limitata, incomoda e costosa per poter essere diffusamente impiegata. Perciò subito dopo la scoperta dei fenomeni di induzione elettromagnetica che permettevano di produrre correnti elettriche per altra via si impose il problema di quella realizzazione in scala industriale. I primi apparecchi, ancora di potenza limitatissime, costituiti da circuiti con i quali si facevano concatenate alternativamente linee di forza emanenti da magneti permanenti, posero in evidenza la possibilità di una soluzione del problema, ma nello stesso tempo ne rivelarono la difficoltà. Le correnti che si potevano in tal modo produrre, oltre che ancora troppo cague, risultarono alternate e praticamente non si potevano usare che per dare le cosiddette scosse elettriche, talora a scopo terapeutico, ma più sovente come divertente novita.

Solo nel 1860 A. Pacinotti riuscì a costruire la prima macchina che, ulteriormente perfezionata, avrebbe potuto fornire automaticamente una corrente continua. Teoricamente il problema poteva considerarsi risolto, ma solo dopo ca. un decennio si ebbe la prima generatrice meccanica industriale di corrente elettrica (dinamo elettrica) costruita in Francia, ma funzionante in base al principio di Pacinotti.

Ora generatrici di correnti continue di potenze di migliaia di HP e di tensioni anche assai elevate (migliaia di voli) si costruiscono secondo vari criteri in tutto il mondo.

Ma anche in questo settore della attivita umana si verificò una curiosa rivoluzione. Le correnti alternate (che invertono il loro senso periodicamente), che si sarebbero potute produrre anche in notevoli proporzioni assai prima delle correnti continue, e che si credettero poco a punto utilizzabili praticamente, ora sono invece quelle di gran lunga più diffuse, mentre le correnti con-

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![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(da L. Brehner. Atturib. V'vile. Ilerlino. 502, lus al Eumini, marcei - Ceramica greca una feparazione del m. e. (sec. iv a. C.) - Atene. Muson.
tinue sono impiegate quasi solo a scopi particolari, specialmenie di trazione (ferrovie e tranvie) e elettrochimici.

E intereasante rendersi conto delle ragioni di questa evoluzione perchè tocca interessi economici e sociali di grande importanza.

I primi impieati di produzione di energia elettrica foreno in gran parte, come oggi si dice, elettrotermici, cioè utilizzanti, come energia prima da trasformare, la energia termica. Si comprende autelultro che in molti paesi, specialmente in quelli poveri di combustibili naturali, sorgesse 8 desiderio di utilizare come energie prime quelle idriche. Ma questa si trovano in migliori condizioni di utlilizzazione fra i monti e in generale lontane dai grandi centri ove l'energia elettrica ottenuta può esser vantaggiosamente utlilizata. Sorse cosi il problema del trasporto di quell'energia anche a grandi distanze.

Ora per le leggi fondamentali delle correnti eletriche è noto che le perdite di potenza su una linea di trasporto sono tanto più ridotte quanto più è bassa 1 intensità delle corrente e conseguentemente alta la tensione. Ma tensioni elevatissime (superiori a qualche migliaio di volt) non possono ottenere direttamente con la macchine produttive di correnti sia continue, sia alternate; però per queste ultime esiste la possibilità di ulteriormente trasformarle a tensioni elevatissime (anche di parecchie centinaia di migliaia di volt) impiegando i cosiddetti trasformatori statici, dispositivi semplicistimi basati sui fenomeni di induzione mutua, nei quali non interviene alcun meccanismo. Per mezzo di altri analoghi trasformatori al luogo di arrivo funzionanti in senso inverso, le corrente puó essere ritrasformata alla tensione di distribuzione. Cosi il problema del trasporto per le correnti alternate fa risolto in maniera più che soddisfacente.

Anche le altre difficoltà inerenti all'utilizzazione delle correnti alternate furono superate. Per il loro impiego a scopo di illuminazione bastò che le loro frequenze (le loro alterazioni al secondo) fossero non inferiori a 50 ; per il loro impiego ad alimentare motori, a loro volta azionanti ogni sorta di macchine occorse, nella grande maggioranza dei casi, un'altra grande invenzione italiana: il motore a campo magnetico rotante, ideato e realizzato da Galileo Ferraris. Ed è per questo complesso di cose che le correnti alternate si impasero a diffasero ovunque.

Ove necessita le corrente continue (p. es., per scopi elettrolitici) oppure ove essa è solo quasi generalmente
preferita (p. es., per la trazione ferroviaria e tranviaria) si impiegano i cosiddetti convertitori, macchine complesse che alimentate da correnti alternate producono correnti continue alle tensioni di utilizzazione.

A questo punto è interessante osservare che gli anzidetti processi risultano convenienti solo perché il rendimento (cioè il rapporto fra quanto si spende e quanto si ricava) delle trasformazioni elettromagnetiche è elevatissimo rispetto ad altre trasformazioni in altri campi della fisica. Mentre, p. es., i rendimenti delle macchine che trasformano energia termica in energia meccanica (motori termici) si aggirano tra il dieci e il trenta per cento, quello delle analoghe macchine che trasformano energia elettrica in energia meccanica o viceversa può esser superiore al novanta per cento, a ancor piú elevato quello dei dispositivi che trasformano energia elettrica da una ad altra sua forma. I trasformatori statici poi possono raggiungere anche rendimenti del novantanove per cento.
II. Utilizzazioni elettroclitiche delle correnti. Queste applicazioni che si sono iniziate nelle modeste proporzioni di argentature o dorature o della galvanoplastica di qualche medaglia hanno assunto ora proporzioni enormi. Tutte il rame che si impiega nei sempre più diffusi macchinari e impienti elettrici viene raffinato, cioè riprodotto elettroliticamente. Tutto l'alluminio, buona parte della soda, degli ipocloriti che si producono nel mondo e innumerevoli altri prodotti chimici sono preparati attraverso procedimenti elettrolitici. Non è quindi esagerato dire che una notevole parte dell'energia elettrica che si produce viene assorbita dalle industrie elettrochimiche.

Bull.: E. Gerard. Leymi sur l'électririté. Parigi, ed. varie: L. Lombardi, Lezinal di e., 2 voll.. Torino, ed. varie; E. Kintler. Handbuch der Elechtratechnich, 2 voll., Stoccarda, ed. varie.

Paolo Straneo
ELEUSINI, MISTERI. - Si celebravano ad Eleusi (oggi Lefsina) villaggio a 22 km . a nord-ovest di Atene. Erano dedicati a Demetra, la «terra madre» di biade e a Core la «fanciulla» cioè la vegetazione sua figlia. Di significato in origine puramente agrario come le altre feste che ivi si celebravano nelle varie ricorrenze dell'anno agricolo: Proerotia (semina), Chloia (lo spuntara del grano), Kalamain (irrobustimento del caule), Halon (aratura), le feste eleusine, per quella capacità intrinseca che hanno i riti agrari di sollevarsi ad un significato superiore, assursero, specialmente dopo la stretta unione verificatasi tra Eleusi e Atene, a un significato spirituale e aprirono agli iniziati la speranza e la visione di una vita migliore.

L'epoca di questa trasformazione va collocata tra i secc. viI e vi, epoca del grande travaglio spirituale e sociale della Grecia antica, religiosamente rappresentato dalla corrente orfice-dionisiaca. Che sia stato Dioniso, il dio caro alle plebi per i suoi entusiasmi beatificanti, a provocare tale trasformazione lo si induce dal fatto che Eumolpo, l'eponimo della prima famiglia sacerdotale eleusina, è oriundo della Tracia, patria di Dioniso; che i piccoli misteri, che si celebravano in Atene, erano in parte dedicati a Dioniso; che la grande processione che portava le "cose sacre" (vè leps) da Atene ad Eleusi aveva per miatagogo Iacco, forma giovanile ed entusiastica di Dioniso; che Pindaro (Isth. 6, 3, 5) chiama Dioniso parèdro cioè consorte di Demetra perché le è assocista nei misteri.

Il santuario rimonta ad epoca minoica come ha dimostrato lo scavo che sotto l'attuale telesterio, "aula delle Inisissioni", sola ipocolla di 4 a colonne costruita da Pericle (sec. v), con sedili ortogonali a squadra ricavati per tre lati nella roccia, ne ha messo in luce un'altra assai minore che si richiama appunto all'epoca minoica. Tutto il santuario che comprendeva cappelle e sacravi minori, era chiuso da un muro di cinta (peribolo) che lo celava agli occhi dei profani.

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Il sacerdozio era esercitato specialmente dalle due famiglie degli Eumolpidi e dei Keryci. Degli Eumolpidi si traeva in ierofante, cosi detto dall'ufficio suo proprie di "mostrare le cose sacre». Dai Keryci si traeva il "portatore della fiaccola" (daduco) nella cerimonia notturna dei misteri. V'erano anche sacerdozi minori.

La celebrazione dei grandi misteri, che cadeva in autunno, era preceduta dai piccoli misteri, che vanno considerati come una istruzione preliminare dei grandi e cadevano nei giorni 19-21 del mese antesterione (febbr.marzo). I grandi misteri seguivano a sei mesi di distanza dal 13 al 21 del mese boedromione (sett.-ott.). Di questi giorni i più notevoli erano il 16 in cui avveniva la purificazione degli iniziandi al mare del Palere con sacrificio di un parcellino; a il 19 in cui aveva luogo la grande processione, guidata dal simulacro di Iacco, la quale recava in un pleuatro tirato da busi la cesta con le "cose sacre" e costeggiando la baia di Salamina giungeva nella sera, tra danze e canti, innanzi al peribolo del santuario. Quel che avveniva nell'interno nei giorni dal 20 al 22 era segreto (juovzjpov) e riservato agli iniziati. Il segreto è stato mantenuto quanto al cerimoniale; pertanto solo frammentariamente si può tentare un abbozzo di quelle che furono le più solenni celebrazioni misteriche dell'ellenismo.
a) 21 boedromione. - Dramma liturgico di Demetra e Core : iniziazione di primo grado ( μ ógac). Di due sorte erano le celebrazioni segrete che si compievano nei telesterio: drammi liturgici ( δ ρ ἀ μ ε ν α ) e riti iniziatici ( τ ε λ ε τ α i ).

Per dramma qui si deve intendere non una rappresentazione scenica che la costruzione ipostila del telesterio non avrebbe permesso di vedere, ma una cerimonia di tipo liturgico in cui l'ufficiante compie, in forma ridotta e con indumenti rituali, l'azione sacra il cui protagonista è l'essere di cui egli è ministro. Il dramma liturgico che si svolgeva nel telesterio aveva come protagonista le due dee, Demetra e Core. Un'idea abbastanza adeguata di questo dramma l'offre l'Iune omerica a Demetra (fine sec. vi a. C.) specie di laude sacra, non liturgica, nata in ambiente eleusino e diretta ad esaltare il privilegio religioso della città.

L'iano, di 495 esametri, narra il rapimento di Core da parte di Plutone che la porta nell'Ade, la costernazione di Demetra, che postasi alla ricerca della figlia, giunge ad Eleusi, dove si incontra con la famiglia reale cui rivela l'essere suo e ordina al re Celso di costruirle un templo. Appena terminato questo, vi si chiude finché non la sia restituita la figlia, sottraendo cosi alla terra il beneficio della vegetazione. Zeus ordina a Plutone di rilasciare Core e stabilisce che la fanciulla stia per due terzi dell'anno con la madre e per un terzo con Plutone (mito trasparentissimo che significa il seme celato per tre mesi entro la terra e per gli altri spuntato come vegetazione). Cessata la reclusione di Demetra tutta la terra rifiorisce.

Questo drammatico mito delle due dee consta di due parti : una dolorosa, corrispondente al rapimento di Core, al lutto di Demetra e alla conseguente sterilità della terra; ed una lieta corrispondente al ritrovamento di Core, alla letizia della madre e alla conseguente rifioritura della vegetazione.

Che due momenti, uno triste e uno lieto si celebracsero in Eleusi risulta genericamente da Platone (Pinedr., 250 B C) da Temistio (in Stobeo, Flor., 4, 107), dal retore Aristide (Eleus., 256); e, con diretta menzione delle due dee, da Clemente Alessandrino (Protr., II, 12), da Apuleio (Met., VI, 2), dal grammatico Apollodoro (frg. 36, Muller), da Stesto (Silv., IV, 8, 50-51), da Lattanzio (Div. Inst. Epit., 18).

Dai quali accenni diretti si riceva che 8 dramma mistico delle due dee riprodotto in Eleusi doveva essere una processione liturgica in cui gli iniziati correvano affannosamente, squassando le fiaccole dietro il daduco in funzione di Demetra, alla ricerca della figlia. Le modalità e le formule in uso in questa corsa liturgica sono rimaste nel segreto.

Non è possibile stabilire quando avvenisse il rito iniziatico vero e proprio; la formula conservataci da Cie-
mente Alessandrino attesta che esso era proceduro da un digiuno e dalla sunaione di una pozione di farina acqua e mentuccia (xuxeciv, ciccone) e che consisteva nel toccamento e nell'uso di carattere sacramentale delle cose sacre.

Grazie a questo rito l'iniziato veniva quasi adottato nella famiglia spirituale della dea.

Cittolente Alessandrino (Protr., II, 20) infatti, in un passo prezioso che Arnobio (V, 25) riproduce, ci dà la formula iniziatica dei misteri che il agnus pronunziava dichiarando di avere compiuto le cerimonie prescritte. Essa è la seguente: "Io ho digiunato; ho bevuto il ciccone; ho preso (le cose sacre") dalla cesta, dopo averle toccate le ho messe nel colathes; e dal colathos (le ho rimesse) nella cesta ".

L'interpretazione più recente, e più probabile (Koerte, Kerr), vede nelle "cose sacre" una riproduzione (in posta?) del sesso (meglio del grembo femminile) toccando il quale l'iniziato attuava l'unione con Demetra uscendo da lei come figlio.

Certo, attraverso questa iniziazione i mysti attuavano l'unione sacra con la dea, si sentivano ad essa assimilati in modo tutto speciale e capaci, pertanto, di partecipare alla sua visione e delle sue gioie come erano stati partecipi del suo digiuno e del suo dolore.

Così si chiudeva il dramma liturgico del 21 boedromione e si esauriva l'iniziazione di primo grado. Non tutti i mysti ricevevano anche il secondo ed in ogni caso ciò avveniva ad un anno od anche più, di distanza.
b) 22 boedromione. - Da informazioni molteplici si ricava che la notte sul 22 era dedicata alla celebrazione dei sacro connubio tra Zeus e Demetra, rappresentati rispettivamente dallo ierofante e dalla sacerdotessa della dea. Lo scaliaste del Corpus platonico (Schol. Plat., Gorg., 497, C) lo afferma in modo indubbio: I Padri della Chiesa (Clem. Alex., Protr. 2,15; Tertull., Ad. not., 2,7; Hippol., Ref. haer., 5,8,39; Greg. Nas., Grot., 39,4) se ne mostrano scondolizzati e se ne servono come di un'arma per invece contro le oscenià del paganesimo.

Un'antichissima tradizione registrata da Omero (Odyn., VI, 125) e da Esiodo (Thorg., 969-71) narra l'occupplamento di Demetra con Iasione; le dee si sarebbe giaciuta con lasione sul novale tre volte arato; ovvero secondo un'altra versione raccolta allo scoliaste di Arratide (Schol. Arist., p. 22) si sarebbe data al re Celso nel territorio di Eleusi per avere in compenso notizie della sparizione della figlia.

Questa tradizione deve considerarsi come un'eco di quella vetusta pratica magico-agraria, per cui, presso molti popoli primitivi, si compie l'atto sessuale da una coppia eminentemente rappresentativa, a fine di provocare ed aiutare la fertilità della terra.

S'intende che una volta costituito il m. e. con il relativo elevamento del suo valore spirituale, il valore magico di quel rito nuziale si venne obliterando per dar luogo a un valore mitico e mistico, e Demetra anziché accoppiarsi con un mortale si accoppiò a Zeus. A questa evoluzione può aver contribuito lo sviluppo del pensiero filosofico che in quella ierogamia vedeva la fecondazione della Terra Madre (Demetra) da parte del Clelo Padre (Zeus) per mezzo della pioggia che appunto nell'epoca autunnale, in cui cadeva la celebrazione dei grandi misteri, cominciava a riversarsi sulla Grecia.

Nel rito eleusino la coppia divina era rappresentata dallo ierofante e dalla sacerdotessa. Lo ierofante traeva la donna da parte, mentre tutte le fiaccole si spegnevano e i presenti rimanevano taciti in un'attesa religiosa. Poi, ad un tratto, si rifaceva la luce, e lo ierofante smuonciava solennemente che la divina Brimo (la "forte") aveva partorito Brimo (il "forte") mostrando a prova una spiga di grano.

L'ostensione della spiga simbolicamente significava la rinascita dell'iniziato, divenuto il "forte" grazie al rito.

Con il 22 Roedromione si chiudeva la serie delle celebrazioni eleusine. Il 23 i convenuti ripartivano da Eleusi e si avviano ciascuno per suo conto.

Si riscontra dunque in Eleusi un rito fuziale magicoagrario che risale a quell'antichissima epoca in cui Eleusi

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

MOMENTO DELL' ELEVAZIONE. S. Egidio celebra la Messa nella chiesa abbeziale di S. Dionigi in presenza del sovrano. Pannello del trittico di S. Egidio a S. Remigio, opera del Maestro di S. Egidio (1495-1500). Londra, Galleria Nazionale.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

ELIA SUL CARRO
Pannello della porta lignea della basilica di S. Sabina (sec. v) - Rorvo

ELIA NEL DESERTO
Dipinto di Tintoretto nella Scuola di S. Rocco (1560-88) - Venezia.

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era un povero villaggio dove le donne avevano, come presso tutti i gruppi primitivi, cura della rocca agricoltura. Parte essenziale di questo rito era il sacrifizio di un porco, animale particolarmente sacro alla divinità della terra ed un accoppiamento realmente attuato sul campo e diretto a provocare dalla terra una vegetazione rigogliosa. La poesia di Omero e di Esiodo conosce questo stadio agrario della religione eisualna.

In un'epoca che va collocata dall'viri al vi sec. avviene anche in Eleusi, in corrispondenza del grande travaglio sociale e spirituale che affatica la società greca, una profonda trasformazione del vecchio rito dovuto all'aggiungersi di un nuovo elemento più spirituale, più universale rispondente alla nuova corrente religiosa che ve sotto il nome di orfico-dionisica e al nuovo essetto politico parolienico che si viene accostrando in Atene, corrente religiosa rappresentata da Dioniso.

La fede nell'immortalità beata si raggiungeva in Eleusi non attraverso una catechesi dogmatica, ma attraverso un'impressione provata specialmente alla vista e al tocco delle "cose sacre" e dei riti rappresentativi: ciò è espresso assai efficacemente in un frammento di Aristotele (in Syu. Dion., 48) che afferma che si va in Eleusi non par apprendere ( μ ν vartheta ε ε ε ) ma per avere un'impressione spirituale ( σ ν vartheta ε ε )). Questa impressione, riservata agli iniziati, era un pegno sicuro di immortalità. Onde dopo l'Inno omerico (vv. 485-89) Sofocle in un superstite frammento (n. 733 Nquch) chiama tre volte beati coloro che hanno potuto assistere alle celebrazioni eleusine poiché ad essi solo è riservato di vivere oltre la tomba.

I m. e. furono in voga durante tutta l'epoca imperiale e furono venerati da Augusto a Claudio; taluni imperatori, Adriano, Lucio Vero, Marco Aurelio e Commodo, vi si iniziarono. La proibizione emanata da Valentiniano ( 364 ) delle feste pagane notturne eccettui i m. di Eleusi. Il santuario fu distrutto nel 394 dai Goti di Alarico.

Sun. - P. Stucour, Les mystères d'Eleusis, Parigi 1914: A. Kacte. Zum der eleusinischen Mysterien, in Arch. für Religionswissenschaft (1913), pp. 116.27; O. Korn, Zum Sakrament der eleusinischen Mysterien, ibid., 19 (1918), pp. 433-34; L-M. Lagrange. La régénération et la filiation divine, dans les mystères d'Eleusis, in Revue Médiare, 38 (1909), pp. 63-81. 201-14; G. Mascaris, Les mystères d'Eleusis, Neuchâtel 1954; K. Korunicsis, Eleusis, Atene 1936; C. Anti, Eleusi e le origini del teatro greco, in Atti Acc. Scient. V' serri, 4 (1943), pp. 218-18. Nicola Tuncio

ELEUSIO. - Vescovo omeusiano di Cizico, appartenente al clero di Costantinopoli; nel 356 fu consarrato vescovo di Cizico da Macedonio. Giunto in diocesi combatté i novaziani abbattendo la loro setta. Partecipò al Concilio di Ancira nel 758 e l'anno successivo a quello di Seleucio sostenedovj delle parti importanti. Deposto nel Concilio di Costantinopoli del 360 , sotto l'accusa di aver battezzato ed ordinato un ex sacerdote di Ercole, fu cacciato in esilio e sostituito con Eunomio. Ma questi non era eccetto al popolo ed E. poté rioccupare la cattedra con l'amnistia di Giuliano l'Apostata; ne fu cacciato dallo stesso imperatore nel 362.

Ritornato in sede alla morte di Giuliano, tenne un ritardo nel 376 e partecipò a quello di Antiochia di Caric nel 378. Scoppiata la controversia macedoniana E. seguì 8 suo maestro sostenendo che lo Spirito Santo fosse una creatura. Racatosi nel 381 al Concilio di Costantinopoli non volle sottoscrivere la fede di Miesa e perciò fu escluso dalle sedute. Nel 383 insieme ad altri vescovi eterodossi fu chiamato a Costantinopoli da Teodosio, ma rimase entrato nelle sue teorie. Poté però ritornare a Cizico dove poco dopo morì.

BibL.: Socrate, Hist. eccl., 2, 39-40; 4, 6; 5, 8-10; Sceomeno, Hist. eccl., 4, 20 e 24; 5, 12; Tillemont, VI, ed. Venezia 1724, pp. 326 sgg., 430 sgg., 493 sgg., 524 sgg.; Thèbe-MartinFroize, IV, p. 261 sgg.

Agostino Amore

ELEUTERIO, santo, martire : v. dionigi, RUSTICO, ELEUTERIO, santi, martiri.

ELEUTERIO, PAPA, santo. - Dal Lib. Pont. è designato come greco, n. a Nicopoli da un certo Abbondio. Egeologo riferisce che era discono della Chiesa romana sotto Aniceto. Successe a Sotero e pontificò durante il regno di Commodo in cui la Chiesa poté un certo periodo di tranquillità ( 175-89 ). Non è chiara la sua azione nei riguardi dei montanisti; segni però con vigilante prudenza il loro movimento che condannò soltanto dopo averne ben conosciuto le dottrine.

Questa condotta di E. ha fatto sospettare ch'egli favorisse dapponcipio i montanisti. Eusebio però (Hist. eccl., V, 3-4) riferisce che le Chiese di Lione e Vienne gli spedirono per mezzo di s. Ireneo delle lettere sagge ed orientasse con le quali potrecinarono la conservazione dell'unità ecclesiastica. Il Lib. Pont. attribuisce ad E. un decreto contro gli gnostici ed i marcioniti sulla libertà per i cristiani di mangiare ogni sorta di cibi. Rigettata è da tutti gli storici moderni la notizia che il re britannico Lucio avesse scritto ad E. manifestandogli il desiderio di convertirsi al cristianesimo. Fu seguito al Vaticano vicino al corpo di s. Pietro. Festa il 26 maggio.

BibL.: Lib. Pont., I, p. 136; introduzione, p. cit; J. P. Kirsch, s. v. in Cath. Enc., V, p. 436 sgg.; Bardenhower, I, p. 436 sgg.; Martyr. Romanum, p. 200 sgg. Agostino Amore

ELEVAZIONE. - Rito della Messa, con cui il celebrante innalza le Specie sacramentali per esporle all'adorazione dei fedeli. Si distingue, nella Messa, una duplice E. delle sacre Specie: la più solenne è subito dopo la Consacrazione, l'altra al termine del Canone propriamente detto, con le parole "ormis honor". Questa, chiamata Elevatio minor, è la più antica. In origine serviva ad ammonire i fedeli a tenersi pronti per la Comunione, ed è la sola che si usi nelle liturgie orientali; secondo il rito bizantino, le sacre Specie vengono mostrate ai fedeli prima della Comunione con le parole "Sancta sanctis".

La prima E. invece è propria della liturgia occidentale. Sviluppatasi in Francia nel sec. xit, si diffuse tosto in tutta la Chiesa latina: Innocenzo III (1198-1216) nel suo De sacro altaris mysterio, scritto da cardinale, non ne parla ancora, mentre Onorio III nel 1219 la suppone in uso. Le sue origini non sono ben note.

Comunemente si riteneva che fosse stata provocata dall'eresia di Serengetio che negava la divina presenza; ma H. Thurston, seguito dai moderni, l'attribuisce a Eudes de Sully, vescovo di Parigi (1196-1208), che avrebbe prescritto l'E. dell'Octa subito dopo la Consacrazione in reazione all'erronea opinione di alcuni teologi di Parigi, come Pietro Cantore e Pietro Comestore, secondo cui la transustanziazione del pane avverrebbe con quella del vino, dopo le parole proferite sul calice (cf. Sum. Theol., 3², q. 78, a. 6).

Recentemente però E. Dumoutet, seguito da A. Wilmart, considera il problema ben più complesso, ponendolo in relazione con le origini di una devozione molto diffusa nel medioevo: il desiderio di vedere l'Ostia. Per un processo di mutua influenza, mentre cotesta leama di contemplare l'Ostia consacrato, certamente acuitasi in reazione alle controversie Sacramentarie, portò all'introduzione della E., questa a sua volta influì molto sullo sviluppo della pietà eucaristica. Sembra quindi che Eudes de Sully, prescrivendo l'E., abbia inteso solo soddisfare a un sentimento di pubblicis pietà verso l'Eucaristia.
L'E. del calice si aggiunse in un secondo tempo; a Roma era già in uso all'inizio del sec. xiv, come risulta dall'Ordo Romanus XIV (1311), cerimoniale dei tempi di Clemente V.

Accolta ufficialmente nella liturgia, l'E. costituisce il fatto più importante per la storia della Messa nel

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medioevo. Essa ha modificato in maniera sensiblle il corso, fino allora continuo, dell'antico Canone, facendo della Consacrazione il punto culminante della Messa. Per la sua forza dimostrativa, il nuovo rito impresso una nuova direzione alla pietà popolare. L'ostensione solenne dell'Ostia consacrata richiedeva, da parte dei fedeli, l'adesione e l'adorazione (Sum. Theol., loc. cit.): sentimenti manifestati dapprima solo con il pio atteggia-
mentoestoriore della persona, ma poi espressi anche in formole d'uso privato, che costituivano come una diretta risposta degli assistenti al geato del celebrante.

Di qui una letteratura eucaristica sui generis, generaimente brevi composizioni ritmiche, i cui elementi principali ei sono conservati nei libri d'Ore del sec. xv e, più anticamente, nei Libelli precum, come l'Orationale di Reicheneu (sec. xiv). Sono asluti, Ave reiterati al Corpo e Sangue del Signore, omaggi di fede e di amore al S.mo Sacramento. Allo stato attuale dei codici, se ne conoscono 51 formole, come: Ave domine I. Chr. Verbum Patris (molto usato); Ave pretiosissimum et conc. tissimum Corpus; Ave salus mundi Verbum Patris; Coramte, dulcissime Iesu, corde protestor; 'Domine I. Chr. qui hanc sacratissimam Carone (assai frequente); In praesentia Corporis et Sanguinis tui; Salve sancta Caro Dei, Per quam salvi fiunt rei.

Ma nessuna di queste composizioni hanno l'importanza e la celebrità dell'Anima Christi (v.), dell'Adoro te devote (v.) e dell'Ave verum (v.): tre gioielli di letteratura semiliturgica.

Pio X, il 12 giugno 1907, ha concesso ai fedeli l'indulgenza di 7 anni le 7 quarantenai ogni qualvolta guardino devotamente l'Ostia Santa, ripetendo con a. Tommaso apostolo: Dominus meus et Deus meus! (Io, 20, 28). Riguardo ad altre indulgenze e preghiere suggerite oggi per l'E., cf. il vol. edito dalla S. Penitenzieris Apostolica, Preces et pia opera indulgentiis ditata (Roma 1938), nn. 106, 107, 113, 115. - Vedi tav. XVII.

But.: Per l'E.: F. Cabral, s. v. in DACL, IV, 11, coll. 266a-70; E. Mangadot, s. v. i