ltre indulgenze e preghiere suggerite oggi per l'E., cf. il vol. edito dalla S. Penitenzieris Apostolica, Preces et pia opera indulgentiis ditata (Roma 1938), nn. 106, 107, 113, 115. - Vedi tav. XVII.
But.: Per l'E.: F. Cabral, s. v. in DACL, IV, 11, coll. 266a-70; E. Mangadot, s. v. in DThC, IV, 11, coll. 2320-28; E. Dumontet, Les origines de l'Élévation, in Revue apologétique, 43 (1926, 2), pp. 36-41; P. Batiffal, Les origines de l'Élévation, Parigi 1927; E. Yandeur, La Ste Messe, 9a ed., Marcksous 1977, pp. 216-21. Per le "preghiere d'E. : E. Demouret, Le désir de voir l'Hottie et les origines de la dénotion au St-Sacrement, Parigi 1926; id., Aux origines de Salute du St-Sacrement, 1: La dénotion d l'Humanité du Christ et les prières d'Élévation, in Revue apologetique, 52 (1931, 1), pp. 409-51, art. ciprodotto nel suo volume: Le Christ selon la chair et la vie liturgique au
moyen dye, Parigi 1932, pp. 147-80; A. Wilosart, Auteurs spirituels et textes dévols du moyen dye latin, ivi 1932, pp. 364-78. Igino Cecchatti
## ELEZIONE: v. acclamazione; provvista CANONICA
ELEZIONI POLITICHE. - In regime di democrazia rappresentativa ogni cittadino, che abbia i requisiti stabiliti dalla legge, è chiamato a partecipare al governo della cosa pubblica e a scegliere i propri legislatori mediante il voto elettorale politico che è l'espressione della personale determinazione nella scelta delle persone incaricate di esercitare il potere pubblico (per la storia del diritto e la tecnica del voto, v. voto).
L'esercizio del voto è una funzione pubblica, perché compiuta dai cittadini per il bene della collettività; ed è di somma importanza, perché esso serve alla sostituzione di organi essenziali alla vita dello Stato e indispensabili per il mantenimento dell'ordine sociale e per la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini. Il Parlamento uscito dalla consultazione elettorale fa le leggi, dalle quali dipendono il benessere o la sventura della comunità nazionale, indirizza e controlla la politica interna ed externa del governo, cura i superiori interessi di tutto il popolo e dei singoli cittadini. Un Parlamento non formato da persone capaci e oneste e un cattivo governo compromettono il bene di tutti.
Procurare alla società, in quanto tale, il bene ad essa dovuto dai suoi membri e impedirne il male, sono i due atti integrali di una speciale virtù, chiamata giustizia sociale. Ora la giustizia tiene un posto preminente sulle altre virtù morali; a tra le diverse specie di giustizia quella sociale ha il primato, perché il bene comune, suo oggetto proprio, prevale sul bene privato. Il cittadino poi può violare la giustizia sociale in due modi: 1) non procurando alla società il bene ad esso dovuto (nel caso nostro astenendosi del voto senza giusto motivo); 2) causandole il male opposto (votando male, ossia abusando del voto).
Ma l'unico non appartiene solo alla società civile; egli è anche membro, per volontà positiva di Dio, della Chiesa cattolica. E come cittadino di questa società religiosa ha il dovere di tutelarne gli interessi anche per motivi del voto elettorale politico. E un pregiudizio assai diffuso che nelle e. p. la religione non c'entra. Il sofisma è propagato da chi ha interesse di illudere i cattolici per car-
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pinte i voti; ed è creduto da chi non ha una nozione esatta della religione cattolica o non riflette che oggi, in molti paesi e particolarmente in Italia, i partiti politici non hanno solo programmi di tecnica politica più o meno estranei alla religione, ma ispirano la loro azione a principi, mosione, ideologie le quali toccano e investono, anche direttamente, la dottrina e la morale cristiana, la vita della Chiesa e gli interessi dei cattolici. La religione cattolica non è una credenza astratta o una pratica di culto astranca alla vita sociale, ma è un complesso di dottrine, di precetti morali, di pratiche collettive, di istituzioni, di costumi che hanno incessanti e necessari rapporti con le più importanti manifestazioni della vita pubblica. Religione e politica sono certamente due categorie specificamente distinte, e Stato e Chiesa sono due poemi aventi ciascuno la propria sfera indipendente d'azione, ma distinzione non vuol dire superamento. La politica deve necessariamente occuparsi di molti problemi che riguardano la vita cattolica; e la Chiesa si incontra inevitabilmente con la Stato nell'esercizio del culto, nella tutela della santità e unità delle famiglie cristiane, nella educazione della gioventù cattolica, nella difesa della pubblica moralità, nella realizzazione della civiltà cristiana. D'altra parte l'insegnamento e l'azione della Chiesa sono necessari allo Stato: ragione ed esperienza dimostrano che la religione cattolica è la più potente forza sociale e la migliore garanzia del progresso civile; mentre invece un popolo senza religione finisce, presto o tardi, nella rivoluzione, nell'anarchia o nella schiavitù. Perciò il voto elettorale, oltre essere un dovere civico, come sancisce la Costituzione della Repubblica italiana (art. 48), è anche un dovere religioso. E ciò spiega e giustifica l'interessamento del Papa, dei vescovi, del clero e dell'Azione Cattolica per le e. p. Dipende infatti da coloro che arrivano al Parlamento e al governo, se la religione sarà favorita o perseguitata, se la missione spirituale della Chiesa sarà agevolata o ostacolata, se i suoi legittimi diritti saranno rispettati o conculcati; e basta pensare ai gravissimi danni che le cattive leggi e l'azione ostile dei pubblici poteri hanno recato in passato alla Chiesa, al clero, alle istituzioni religiose, alla scuola cattolica ecc., per comprendere quanti e quali interessi cattolici sono connessi con le e. p.
Ogni cittadino dovrebbe essere conscio del valore della sua scheda elettorale, simbolo della sua dignità di uomo politicamente libero, garanzia di libertà anche per i più simili, poonte come di difesa contro gli abissi dei poveri pubblici, strumento necessario per imporre la propria volontà per il bene comune e per decidere l'indirizzo legislativo del proprio paese. Molti invece non esercitano il diritto di voto, considerandolo non una funzione sociale ma un diritto meramente privato e facoltativo, di cui si può disporre o non disporre a proprio arbitrio e illudendosi che, astenendosi dal voto, non facciano né bene né male. In realtà un voto sottratto con l'astensione ad un buon candidato raddoppia automaticamente quello dato da un altro elettore al cattivo candidato avversario; così che l'astenersi dal voto a danno di un buon candidato equivale a votare per il cattivo candidato suo avversario.
La gravità della colpa di chi si attiene dal voto senza giustificato motivo varia secondo le circostanze. Come norma generale, per legittimare l'astensione si richiede una causa tanto più grave quanto più incerta è l'elezione di un buon candidato e quanto più importante sono gli interessi civili, sociali, morali e religiosi in gioco in una determinata votazione. In Italia, nelle attuali circostanze, la diserzione dalle urne politiche è di per sé una colpa grave. "Nelle presenti circostanze, ha ammonito Pio XII, è stretto obbligo per quanti ne hanno il diritto, uomini e donne, di prendere parte alle elezioni. Chi se ne attiene, specialmente per indolenza o per vilté, commette per sé peccato grave, una colpa mortale ". (Pio XII, Discorso ai parroci e ai quaresimalisti di Roma, 10 marzo 1948. Cf. Osservatore Romana, 11 marzo 1948). E i cattolici devono riflettere che
in Italia, paese a maggioranza cattolica in tutte le sue circoscrizioni elettorali, ogni membro antisociale e anticattolico del Parlamento deve la sua elezione all'assentelismo o all'abuso del voto da parte degli stessi cattolici.
Bisogna dunque votare e votare secondo coscienza, cioè eleggere candidati capaci ed onesti. Nel citato discorso Pio XII aggiungeva: "Ognuno ha il dovere di votare secondo il dettame della propria coscienza. E la voce della coscienza impone ad ogni sincero cattolico di dare il proprio voto a quei candidati o a quella lista di candidati che offrono garanzie veramente sufficienti per la tutela dei diritti di Dio e delle anime e per il vero bene dei singoli, delle famiglie e della società, secondo la legge di Dio e la dottrina morale cristiana \%. Gli interessi particolari, individuali o locali, devono essere subordinati al bene generale della comunità nazionale e i beni spirituali devono tenere il primato su quelli materiali. Chi scientemente ed efficacemente vota per candidati indegni, commette una colpa grave di cooperazione al male, assume la responsabilità indiretta di tutto il male compiuto dai suoi eletti nell'esercizio del loro mandato politico e contrae anche l'obbligo di riparare ai danni che ne derivano alla Chiesa, alla società, alle famiglie e ai singoli cittadini. E la colpa sarebbe gravissima se si votasse per cattivi candidati con l'intenzione di affidare loro il potere legislativo, per attuare le loro teorie antisociali e anticristiane, coinvolgendo una tale cooperazione anche l'adesione a perverse dottrine.
Più responsabili ancora del singolo elettore sono coloro che nel periodo elettorale fanno propaganda per un cattivo candidato o gli procurano voti, ingannando gli elettori con false promesse e intrighi o corrompendoli con il danaro o altri vantaggi materiali, o spargendo menzogne e calunnie contro i buoni candidati, o ricorrendo alla violenza e alle minacce per ostacolare il libero esercizio del diritto elettorale, o annullando voti regolarmente dati ai candidati avversari, o usando altre frodi e brogli elettorali. Costoro commettono una triplice grave ingiustizia: l'una contro l'elettore che ha diritto di votare con piena libertà, l'altra contro il candidato al quale quell'elettore avrebbe dato il voto, la terza contro il bene della collettività, in servizio della quale il voto è stato istituito.
Tutti i buoni cittadini devono dignitosamente difendere l'indipendenza della propria coscienza, resistere ad ogni tentativo di corruzione, intimidazione o violenza, diffidare della stampa interessata, non lasciarsi sedurre dalla retorica piazzaiuola, fare convergere compatti le loro forze soltanto su quei candidati che sembrano meglio provvedere al bene della religione e della patria.
Bias. Cf. i manuali di teologia morale (Noldin-Schmitz, Primacor ecc.); G. Monti, Il dovere elettorale. Roma 1942; G. Luzzi, Dove voiare. Asti 1946.
(Giuseppe Monti
ELGARD, Nikolaus. - Vescovo, n. a Elcherait (Lussemburgo) nel 1547, m. a Erfurt l'1 ag. 1587. Ordinato sacerdote a Treviri, continuò gli studi al Collegio Germanico di Roma. Canonico di Augusta nel 1573, negli anni successivi si associó a Gaspare Gropper nell'opera di tutela del cattolicesimo in Germania.
Si recò più volte in visita nell'Eichsfeld, a Magouza, Bamberga, Würzburg, in Franconia, in Westfalia, in Renania. Eletto vescovo ausiliare di Erfurt (1577), su proposta del card. Morone, con il quale s'era trovato alla dieta di Ratisbona (1576), fu tra i più noti propagnatori
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(4a R'aperi, Sarzologi, vol. III, 7)
Elia - E. sul carro. Fianco del sarcofago di S. Ambrogio (sec. iv). Milano, basilica di S. Ambrogio.
della riforma cattolica nel centro della Germania. Lasció inedito un opuscolo, De laude virginitatis, pubblicato postumo.
Bib.: A. Neyen, Biographic Lasemb., Lussemburgo 1880, p. 161 ; W. E. Schwarz, Die Nuntiatur-Korrespondenz K. Gruppensmobst verwandten Aktenstöchen (1173-76), Paderborn 1898; Pastor, IX, pp. 534-35 e passim; Babel, III, 345, 299. I.
Antonio Cistellini
ELI (ebr. 'Elt, Volg. Heli). - Antenato di Gesù (solo in Le. 3, 25) a penultimo dei a Giudici»; della sua giudicatura pero, durata 40 anni, nulla è noto. Unico che abbia riunito in sé le due somme attribuzioni, fu anche pontefice; discendeva da Ithamar, non da Eleazar.
La Bibbia ne ricorda gli ultimi anni narrando la storia di Samuele (I Sam. 1-4). Abitava in Silo, presso il Tabernacolo: ivi un giorno riprese Anna, credendola ebbra; ma poi, udito che era in pena, la mandò consolata (I Sam. 1, 12-18). Sotto la sua tutela crebbe al servizio di Dio, ed è la sua gloria maggiore, Samuele. Ma era un debole: con i suoi figli Ophni a Phineas, empi e sacrileghi, usò semplici ammonimenti quando sarebbe stata necessaria una repressione severa (ben diversamente agirà, as simile congiuntura, Samuele); per questo i peccati dei figli gli furono imputati. Due volte Dio, per bocca d'un profeta ed apparendo una notte al suo pupillo, lo preavverà del castigo imminente : gli venire minacciata la cessazione del pontificato nella sua famiglia, anzi l'estinzione quasi totale, violenta, di essa (v. ablatana; achimelach). Avendo E. 98 anni, in una guerra con i Filistei, fu perduta l'Arca: tale notizia lo uccise (I Sam. 2,11-4,18). L'animo mite, la sincera pietà, l'umile accettazione della dura volontà divina, le cure rivolte a Samuele valsero certo a fargli ottenere da Dio il perdono della sua riprovevole debolezza. Gino Bressan
ELI, Tommaso. - Teologo e scrittore domenicano, n. a Napoli nel 1486 ca., m. ivi nel 1570 ca. Fu priore nel convento di S. Pietro Martire in Napoli, poi provinciale di Napoli (1532), per vari anni reggente dello Studio domenicano e per due volte vicecancelliere della facoltà di teologia all'Università di Napoli.
Scrisse : Pierum clypens adversus veterum recentiorumque haereticorum pravitatem fobrefactus (Venezia 1563); Christianae religionis arcana (ivi 1569).
Bib.: Quotif-Echard, II, p. 212; C. Minieri Ricci, Memorie storiche degli scrittori noti nel regno di Napoli, Napoli 1844, g. 113; B. Reichert, Acta capitulorum gen. O. P., IV (Monumenta O. P. hist., 9), Roma 1901, p. 244; G. Meersseman-D. Plauser, Magistrorum ac procuratorum generalima O. P. Registro litterarum minora (1469-1513), (ibid., 21), ivi 1947, p. 92.
Alfonso D'Amato
ELIA. - Sommo tra i profeti d'anime in Israele, il cui nome ('Elijjahlâ] a il mio Dio è Jahweh") costituisce tutto un programma di vita e d'attività. Originario, pare, di Tlabe (odierna el-Istib) di Galzad, in Transgiordania, a perciò detto tî̂̂lî, Volgata Tlestbites, come interpretano i Settanta ( θ ε α β ω̂ ν vîs T' α λ α α θ̂, I Reg. 17,1). Rezzamente vestito (II Reg. 1, 8), come poi Giovanni Battista (Mt. 3,4), aduso alla dura vita del deserto (I Reg. 17, 5; 18, 46; 19, 3 sgg.), avolse la sua missione sotto il regno di Achab ( 873-855 a. C.) e di Ochszia.
La seissione dal regno di Giuda, lo scisma religioso creato da Geroboamo con l'erezione dei vitelli d'oro a Bethel e a Dan (I Reg. 12, 25-32), poi l'alleanza di Amri con la Fenicia e il matrimonio di Achab con Iezabel, figlia del re di Tiro, svilupparono il sincretismo e colpirono a morte la religione di Jahweh. Iezabel introdusse ufficialmente il culto di Baal-Malqart, cercando di imporlo come culto del regno; uccise profeti (gli appartenenti alla cosiddette "scuole" o congreghe di pii, dirette da E. e da veri profeti) a perseguitò i fedeli jahwisti, ne distrusse gli aloni, mentre sosteneva regalmente centinaia di profeti delle divinità fenice ( I Reg. 16, 23-34; 18, 13-19; 19, 14; ecc.). Il monoteismo veniva cosi soffocato, gran parte del popolo era idolatra (cf. I Reg. 19, 18).
Il Signore interviene per mezzo di E., che si presenta improvvisamente ad Achab e gli annunzia il castigo divino; una siccità triennale (probabilmente dall' 857 all' 856 , con qualche mese prima ed alcuni dopo, computati al modo dei Semiti), che colpì duramente la Samaria e la Fenicia (cf. Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., VIII, 13, 2). E. si tenne colato presso il torrente Carith (Kérlth) in Transgiordania; inariditosi questo, andò in Sarepta presso Sidone, ospite di una vedova cui moltiplicò miracolosamente le scarse cibarie e risuscitò il figlio. Verso il termine del castigo, si presenta ad Achab, gli unfaccia la responsabilità di quanto avviene in Israele, e ne ottiene di convocare il popolo sul Carmelo per un confronto decisivo tra jahwismo e culto di Baal.
Dinanzi a tutto il popolo, E. è solo di fronte ai 400 profeti di Baal. Se Baal è vero Dio, mandi il fuoco dal cielo a consumare la vittima posta sull'altare. Nonostante i loro riti, le loro lunghe preghiere, essi nulla ottengono. All'ora del sacrificio vespertino, E. riedifica un altare a Jahweh, vi pone su le legna e le carni di un bus, che cosparge di acqua per far meglio risaltare il miracolo; quindi invoca brevemente Jahweh perché dimostri di essere l'unica Dio. Un fuoco scende e riduce tutto in cenere. E la vittoria di Jahweh, che il popolo acclama (a Jahweh è il Dio! o); quindi abbandonando a E., uccide i falsi prefati al torrente Cisen (cf. Dont. 13, 2-6); poco dopo cade la pioggia ristoratrice (I Reg. 17-18). Ma E. deve fuggire dinanzi alle minacce della furente Iezabel (I Reg. 19, 2). Oltre la Giudea, dov'è regina Atalia, figlia di Jezabel, attraversa il deserto fino al monte Horab, dove in una visione Jahweh lo ritempra alla lotta, facendogli comprendere che bisogna attendere senza impazienza l'ora di Dio, la quale giungerà senza i colpi di forza che schiantano.
Dio dà ad E. il compito di ungere Hazael a re di Damasco, Iehu a re d'Israele, ed Eliseo a profeta; essi saranno gli strumenti di Dio per la vittoria del jahwismo: il primo devastarà il regno di Samaria (cf. II Reg. 8, a8
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sg.; 10, 32 sg.; 12, 3), il secondo affogherà nel sangue la dinastia di Achab e i cultori di Baal (cf. II Reg. 9-10), il terzo conpererà con i suoi oracoli. Ad Eliseo E. affida le altre due unzioni (I Reg. 19). Ad Achab, che va a prender possesse della vigna di Naboth, assassinato in vista di tale ostizzazione, E. rinfaccia il misfatto e predice la stessa fine della sua vittima (I Reg. 21). Riappare brevemente per rimproverare all'ammalato Ochozia di aver voluto consultare Beelzebub e per predirgli la morte (II Reg. 1).
La fine di E. è narrata come apparve agli occhi di Eliseo (cf. I Mach. 2, 58): E. sperve in mezzo ad un turbino. Lo stesso verbo faguè «prendere» (II Reg. 2, 3 sgg.) esprime altrove l'intervento di Dio nella morte serena del giusto: Gen. 5, 24; Pt. 47 (ebr. 49), 16; Jr. 53,8 . Gli altri elementi sono simbolici. In Mal. 3, 1.23 sgg. (ebr. 4, 5 sg.) è detto che E. verrà per preparare le vie al Messia, predicando la penitenza. E appunto la missione svolta da Giovanni Battista (Lc. 1, 17), che è il precursore varicinato (Mt. 11, 10; 17, 10-13), il quale incarnò *il carattere forte» di E.; E. ne era solo il tipo. Esch. 48, 1-140 nel suo elogio sintetizza i dati biblici finora compendiali. E chiaro pertanto che non ha fondamento nella S. Scrittura l'attesa del ritorno di E. alla fine del mondo; i cristiani, tra i quali fu molto diffusa, la presero dai giudei. La Chiesa celebra la solennità di E. il 20 luglio. La leggenda, tra piudei, cristiani ed Arabi, amò lavorare sulla figura di E., considerato ancora vivente in attesa del suo ritorno per lottare contro l'anticristo alla fine dei tempi.
E. per il giudaismo è il genio tutelare della stirpe; e i Giudei credono ch'egli partecipi ogni anno alla celebrazione della cena pasquale, come al rito della circoncisione.
Bibl.: E. Mangeaot, Elie, in DB. II, coll. 1670-76; E. Tobac, Les broghetes d'Israeli, I. Lacre 1919, pp. 123-30; A. Cohen, Elies (Alriest. Pred., 10), Pederborn 1920; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1033, pp. 64-70 (con bibl. particolare); P. Jokus, Le costume d'Elie et celui de Jean-Baptiste, in Biblica, 16 (1032), pp. 74-81; A. Lucas, The miracle on Mount Carmel, in The Palestine Exploration Quarterly, 77 (1942), pp. 4920; R. Breuil, La puissance d'Elie, Neuchâtel 1645; C. Spate, L'Exilisiastique (La S. Bible, ed. L. Pirat, 5), Parigi 1946, pp. 820-23; R. De Vaux, Les preghistes de Baal sur le Mont Carnal, in Bull. de Maste de Bevouth, 5 (1047), 20, 7-20. Per le credenze rabbiniche: I. Bensievon, Le 'hobalene palestinien, I. Parigi 1934, pp. 357-59; II, ivi 1934, p. 51. Per il ritorno di E.: E. B. Alia, L'Apocalypse, 3^{°} ed., Parici 1933, pp. LXXI sg., 147 161; I. Hölder, Die Verbildnng Tern, Friburgo in Br. 1937, pp. 168-205; A. De Guglielmo. Le retour d'Elie, Gerusalemme 1938. Per la presenza di E. alla pasqua giudalca: I. Zolli, Israel, Udine 1939, 9. 322 sg.; A. Romeo, Il giudaismo, in N. Turelli, Le relazioni del mondo, Roma 1946, 2. 372.
Francesco Spadafora
Iconografia. - L'antichità cristiana ha rappresentato il profeta E. rapito in cielo come l'arte classica aveva rappresentato il sole (Elias) sulla quadriga in corsa. S. Giovanni Crisostomo spiega al suo uditorio come il nome stesso del profeta abbia fatto servicinare ai ponti e agli artisti la rappresentazione di Elias (Homil., 3, E., 27); Sedulio chiama E. «meritoque et nomine fulgens»: De Helia, I, 169. Nei monumenti funerari si trova la scena del rapimento di E. in un affresco nel cimitero di Domitilla del sec. Iv (Wilport, Pittura, tav. 230, a); contemporance sono le scene offerte dai sarcofagi, in Roma e in Milano (Wilpert, Sarcofagi, tav. 190, 3; tav. 189, 2). In quest'ultima citrà ora rappresentata in S. Ambrogio la scena del rapimento, accompagnata da un dattico (G. E. De Moini, Inteript. Christ. Orbis. Romms, II, Roma 1887, p. 161). Il rapimento di E. si trova anche in uno dei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma (sec. v).
Quanto al significato simbolico della scena esso nell'arte funeraria si riferisce alla risurrezione, come già in s. Ireneo (Adv. Haeres, 1, 5) a poi nell' «ordo commemorativoio animos: libera Domino animans... sicut liberasti Eliam de morte communi». S. Gregorio Magno vi vede invece una figura dell'Ascensione del Signore (Homil. 22 de Ebong.: PL 76, 1247). Di questo avviso fu anche S. Wilpert. Nelle scene del rapimento figura anche Eliseo, che

(ter. Alinert)
ElIA - E. in uno smalto bizantino del sec. XII, incluso nella "Pala d'ort" - Venezia, basilica di S. Marco.
in un sarcofago di Arles divide con il mantello le acque del Giordano.
Enrico Josi
La scena penetra in seguito nella miniatura bizantina, nelle Bibbie catalane del sec. XI, nelle vetrate delle cattedrali francesi duecentesche nonché nelle sculture romaniche dei doomi di Modena, Cremona e Borgo S. Domino, ispirando, grazie alla sua immanente drammaticità, ancora l'arte del Cinquecento e dell'età barocca (Antonio Campi, affresco nel duomo di Cremona; R. Donner, rilievo nel duomo di Gurk). Anche L'immetro con la vedova di Sarepta deve la sua importanza iconografica originariamente al relativo significato simbolico secondo il quale E. prefigura Gesù e la donna che raccoglie legno, la chiesa dei gentili. Si vedano, p. es., le vetrate di Bourges e di Le Mans dove inoltre La resurrezione del figlio della vedova simboleggia la Resurrezione di Cristo. Come poi l'episodio di E. nel deserto divenne di per sé caro a pittori di vari tempi e paesi (Dick Bouts, sportello già a Berlino; Tiepolo, affresco nel Palazzo arcivescovile di Udine; F. Preller, cartone nel Museo Gostblano di Weimar), così infine ancora la scuola preraffselita si dimostrò particolarmente affezionata agli avvenimenti miracolosi intorno al profeta E.
Bibl.: H. Leclercq, Bite, Elisée, in DACL, IV, 11, coll. 2670-74; K. Kende, Das Alte Testament in Bilde, Vienna 1926, cap. 33; K. Kûncke, Demographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, p. 320; L. Brchier, L'art chrétien, Parigi 1928, p. 94.
Kurt Rathe
Apocalisse di E. - Apocrifo nominato nelle Constitut. Apost. VI, 16, da alcuni Padri, dall'elenco sticometrico di Niccforo, e che l'Ambrociaste (Comm. in I epist. ad Cor.: PL 17, 205), s. Girolamo (Epist. 37: ibid., 22,576) e l'elenco anonimo Montfau-
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con-Cotelier al n. 10 definiscono Apocalisse. Era quasi certamente di originegiudalca (Schürer, p. 262 sg., 263).
Secondo Origene (Camm. in Mt., 27, 9: PG 13, 1769), s. Paolo si riferirebbe a tale apocrifo in I Cor. 2, 9; cf. Ambrosiaste, ibid.; e lo Fseudo Euthalius. Contro tale asserzione ben seagi s. Girolamo, ibid., che la forma "come sta scritto "rimanda sempre alla Scrittura ispirata, e qui si ha un riferimento ad Is. 64, 3: 65, 16. S. Epifanio (Haer. 42), fu il solo a ritonere che Eph. 5, 14 si riferisse all' Apocalisse di E. Non si pud-dire se ad essa appartengano alcuni frammenti copti del sec. v, scoperti ad Abmim e pubblicati nel 1835 ; e un frammento in latino che parla di una visione di E. sugli ultimi eventi, contenuto nella Epistola Titi del sec. III-tv d. C., pubblicata da D. De Bruyne nel 1925 .
I frammenti copti furono raggruppati in un'Apocalisse anonima, un' Apocalisse di Sofonia e un' Apocalisse di E. La prima probabilmente fa parte dell' Apocalisse di Sofonia. Nella terza E. riceve l'ordine di predicare la penitenza; predice l'appavizione dell'anticristo, le sue lotte contro E. ed Enoch, la sua sconfitta, la venuta del Messia e il regno millenario dei santi. Nel testo attuale è certamente di origine cristiana, ma sembra supporre uno scritto giudaico, il quale, molto antico, pare sia alla base di tutti questi testi. - Vedi tav. XVIII.
Bial.: E. Schürer, Geschichte des födischen Volkes, III, 3* ed. Lipala 1898, pp. 267-72, con bibliocn. 82 ed ampia trattazione: G. Steindorff, Die Apokalypse des Elias, eine mabehnent Apokalypss und Bructuctiche der Sophonias-Apokalypse. Koptische Texte. Uebersetzung. Glossar (Texte und Untersuchungen, nuova serie, 2, III a1, iv1 1899; J. B. Frey, Apocryphes, in DBs. I, coll. 456446; D. De Bruyne, Epistola Titi, discipuli Pauli, De diapostismo Sanctimanti, in Revue bénédictive, 37 (1923), pp. 47-75. Un papiro greco pubbico E. Finelli, Pubblicazioni della Società italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto, I. Firenze 1912. Cf. inoltre: E. B. Allo, Première Epître aux Corinthiens, Parigi 1934, pp. 43-44; L. Venard, Cilastions de l'Ancien Testament dans le Nouveau Testament, in DBs. II, col. 29.
Francesco Spadafora
ELIA, santo. - Patriarca di Gerusalemme, n. nel 430 a m. il 19 o 20 luglio 518. La sua vita, strettamente unita a quella di s. Flaviano II di Antiochia, riflette le difficoltà di quel tempi, in cui l'imperatore Anastasio perseguitava gli ortodossi in favore del monofisismo.
E., arabo e prima monaco della Nitria, ne fu espulso (457) da Timoteo Eluro di Alessandria e si rifugio in Palestina, dove fondò un monastero non lontano da Gerico. Nominato patriarca di Gerusalemme (494), non volle approvare la deposizione di Eufemio di Costantinopoli decretata da Anastasio né ebbe comunione con i monofisiti alessandrini; ma insieme non ebbe rapporti con la Sede di Roma, da cui allora i Bizantini erano divisi per causa dello scisma di Acacio.
E. dovette prendere parte al Concilio monofisitico di Sidone ( 311-12 ) e secondo un documento, forse non degno di fede, respinse il Concilio di Calcedonia. Non passò però dalla parte di Severo di Antiochia. E certo poi che nel 316 E. rinuncio alla sua sede pur di non respingere il Calcedonese. E. fu introdotto dal Baronio nel martirologio ( 4 luglio). I Siri lo festeggiano il 18 febbr.
Bial.: Acta SS. Iulii, II, Anversa 1731, pp. 28-32. Ienezie Orlis de Obbina
ELIA di Cortona. - Ministro generale dei Frati Minori, n. ad Assisi o dintorni ca. il 1180, detto di Cortona dal luogo della morte. Entrato tra i Minori, fu presto in grande considerazione presso il Fondatore che lo scelse come ministro della nascente provincia francescana di Siria dal 1217 al 1220, ove fondò residenze ed organizzò l'apostolato tra i cristiani a i musulmani. Dopo aver accompagnato s. Francesco nella visita ai Luoghi Santi, tornò con lui in Italia nella primavera del 1221 e, morto Pietro Catani ( 10 marzo 1221), fu dal Santo prescelto a succedergli quale vicario, ufficio che tenne fino al 1227, meritandosi dal Poverello morente (1226) una

(per carisela di wons d. P. Fratus) Elia di Cortona - Frate E., dipinto da Dono Doni (sec. xvi). Assisi, it. Convento.
speciale benedizione. Dopo la morte di s. Francesco, prese parte al Capitolo generale del 1227, nel quale fu eletto come primo ministro generale dell'Ordine Giovanni Parenti.
Per incarico di Gregorio IX presiedette alla costruzione della basilica di Assisi, di cui il Pontefice pose la prima pietra il 17 luglio 1228; nel 1230 la chiesa inferiore era già ultimata, e nell'occasione del Capitolo generale della Pentecoste fu inaugurato il nuovo tempio e vi fu trasferito il corpo del Serafico Padre. I partigiani di E. tentarono senza riuscirvi di rimetterlo a capo del l'Ordine, con la violenza. Con l'appoggio di Gregorio IX fu eletto ministro generale (1232).
Durante il suo governo E. dette grande impulso alle missioni tra gl'infedeli, si adoperò per l'unione dei Greci alla Chiesa Romana e specialmente promosse gli studi dell'Ordine. Tenuto in grande considerazione per le sue doti, amico dell'imperatore e del Papa, fu da questi inviato nel 1258 ambasciatore a Federico II. Però molti e gravi difetti macchiarono la sua condotta, specialmente per il governo dispotico, che turbava la tranquillità dell'Ordine, scontentando specialmente i sacerdoti e i letterati, che riuscirono, nel 1239, a farlo deporre da Gregorio IX ed eleggere in sua vece Alberto da Pisa. Ritiratosi ad Assisi, poi a Cortona, dove nel 1245 costruí una Chiesa ed un convento in onore di s. Francesco, prese più tardi le parti dello scomunicato Federico II e fu egli stesso scomunicato da Gregorio IX nel 1240 e di nuovo poi da Innocenzo IV nel 1244. In tale anno E. si portò a Nicea ed a Costantinopoli, ambasciatore di Federico II. Il ministro generale Giovanni da Parma (1247-57) tentò di ricondurre E. all'Ordine, ma questi si rifiutò per timore del giusto castigo. Verso la Pasqua del 1253 si ammalò in Cortona ed esortato dall'amico Buono, priore della badia di S. Bartolomeo a Cegliolo, a pentirsi del male fatto e dell'apostosia dell'Ordine. E. lo fece volentieri e ricevuta l'assoluzione dalla censura da Bencio, arciprete di Cortona, e gli ultimi Sacramenti dei confra-
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telli, mori \& 22 apr. dello stesso anno. Fu qui sepolto nella chiesa di s. Francesco. Gli furono attribuiti alcuni trattati di alchimia.
Boc.: Ponti: Solimbene de Adam, Chronica, in MGH. Scribi., XXXII: Thomas de Eccleston. De adveutu Fratrum Blliorum in Aeglie, in Anal. Frane., 1, Quaracchi 1889, pp. 215-70, passim: Chronica XXIV: Generalium, in Anal. Frane., III, ivi 1897, passim: specie pp. 216-23 e l'ed. di A. G. Little in Collection d'ttud. et de docem., VII, Parisi 1909: Eptitola Fr. Ileline de transte s. Franchei, in Analecta Frane. X, Quaracchi 1911, pp. 223-26; v. in quesce stesso volume le vite di s. Francesco di Tommaso da Cifano (pp. 1-117), s. Bonaventura (pp. 595-642) ecc., dove si parla di fra' E. (v. indice).
Studi: I. ABb. Vita di frate E., Parma 1783, 2* ed., ivi 1819 : è la prima biografia critica moderna; E. Lomma, Frere E. de Cortene, Parisi 1901; P. Sabatier, Examen de in uie de fr. E. de Bresslans sobre minis de truly fragments iudales (Opusculos de critique historique, 9), Parigi 1904; G. Gelubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Crimine frumetecense, 1, Quaracchi 1906, pp. 106-17; D. Spalopin, Fr. E. congeapio vacerie e messesure di s. Francesco, Milano 1923; L. Mirri, Fr. E. de Cortena, in Miscellanea Francescina, 31 (1931), pp. 65-93, 113-83, 237-43; S. Attal, Fr. E. congeapio di s. Francesco, Roma 1936: è l'opera più recente, ma ha scarso valore critico. Riccardo Pratesi
ELIA d'Eniya, santo. - Monaco greco-siculo della vita avventurosa, n. ad Enna (Castrogiovanni) ca. 1'822, m. il 17 ag. 903. Fatto schiavo dai Saraceni, fu condotto in Africa, da dove riuscì a fuggire o si diede a pellegrinare per la Terra Santa, dove ricevette l'abito monastico, per la Grecia, l'Egitto, l'Africa e la Sicilia, riducendosi infine a Taormina.
Stando per cadere la città, E. si trasferì in Calabria, dove fondò un monastero a Saline presso Reggio. Peroprint a Roma, fu ad Amalfi e, dopo molte altre peripazie, si ritirò in una apelanca sul Niente Aulina, presso Palmi. L'imperatore Leone VI il Filosofo le velle a Costantinopoli. Nel viaggio di ritorno, E. mori a Tessalonica. Il suo corpo fu trasferito ad Aulina, che prese il nome da lui, da dove poi passò a Galatro.
Biel.: La vita si trova nel cod. greco messinese 29 (R. 190203). Fu tradotto in latino de A. Fiorini e pubblicato da G. Gastoni, in Vitae SS. Sirolorum, II, Palermo 1827, riprodotto in Acta SS. Augusti, III (1867), pp. 469-507; D. Marrice, Calabria sacra e profana, I, Cosenza 1877, pp. 282-83; M. Scaduto, Il monachismo basiliano nella Sicilia medievale, Roma 1947, pp. 7777 n-xxix.
Francesco Russo
ELIA LeVita: v. Levita, elia.
Elia di Reggio, detto lo Speleota, santo. - Ascefa basiliano, n. a Reggio Calabria (con a Bova) ca. 1'885, m. a Melicuccà l'11 sett. 960 . Fu detto «lo Speleota ", perché passò nelle grotte la maggior parte della vita. Si fece monaco nell'88o. Quindi passò in Sicilia, vagò per la Calabria, fu a Roma per venerare la tombe degli Apostoli. Al suo ritorno si ritirò in una grotta a Melicuccà, dove lo colse la morte.
Brec.: La vita fu scritta dal suo discepolo Ciriaco e si conserva nel cod. 30 (R. 27-49) di Messina. Se ne ha una copia nel cod. II, A, 28 della Nazionale di Polorato. La traduzione latina fatta dal basiliano Antonio Tommasi, si conserva nel cod. Barber. 80, 4469. L'esiguitde greco con la trad. latina è riprodotto in Acta SS. Sepiendris, III (Parigi 1868), pp. 848-87; A. Agreste, Vita e conversazione del s. p. E. Speleota, nel cod. B, 3, XVII di Giustalzerata. S. Careri, Vita del gloriato s. E., Napoli 1790; D. Marrice, Calabria sacra e profana, I, Cosenza 1877, pp. 138-82; G. Minasi, Lo Speleota, Napoli 1893.
Francesco Russo
ELIAB (ebr. «il mio Dio è padre»). - Nome di sette persone del Vecchio Testamento.
1. Figlio di Helon e capo della tribù di Zabulon al tempo del censimento nel deserto di Sinai (Num. 1,9; 2, 7; 10, 16). Come gli altri capi tribù offrì ricchi doni a Jahweh (Num. 7, 24-29).
2. Figlio di Phailu della tribù di Ruben, e padre di Dathan e Abiron, capi della spedizione contro l'autorità di Mosè (Num. 16, 1).
3. Primogenito di Issi: alla sua vista Samuele domandò se mai si trovava innanzi all'unto del Signore
(I Par. 2, 13); era d'indole superba (I Sam. 17, 13, 18); sua figlia o nipote Abigell sposò Roboam (II Par. 11, 18).
4. Levita della discendenza di Core, ascendente di Samuele (I Par. 6, 27) : suo vero nome dev'essere Eliu (I Sam. 1, 1).
5. Uno dei guerrieri della tribù di Gad, che si presentarono a David per rendergli servigi nella persecuzione di Saul (I Par. 12, 9.14).
6. Levita, mucico di secondo ordine, del tempo di David: suonava il nebbol o arpa.
7. Figlio di Nathanael, ascendente di Giuditta (Iudt. 8, 1; Volg. Enon).
Vincenzo M. Jacono
ELIA CAPITOLINA: v. Gerusalemme.
ELIACIM, figlio di Josia, re di Giuda: v. ioakim.
ELIAGIM. - Figlio di Helcia, eletto da Dio al posto dell'emplo e superbo Sobna, secondo Is. 22, 20-25. Servo fedele di Jahweh, è degno di fungere da maggiordomo o primo ministro nella casa di David, sotto il re Ezechia. Quanto Sobna era stato duro, tanto E. fu benigno nell'esercizio della sua altissima dignità sulla casa reale e sulla nazione. Con immagine rispondente ai costumi d'Oriente, Dio dice di lui: «le conficcherò qual cavicchia in luogo saldo, ch'ei sia tropo di gloria alla casa del padre suo" (Is. 22, 23). II Reg., 18, 18 lo presenta qual primo ministro del re Ezechia.
Erano i tristissimi giorni (ca. 700 a. C.) in cui il territorio di Giuda fu in massima parte conquistato da Sennacherib e Gerusalemme, stretta da rigoroso assedio, ridotto in condizioni disperate. E. appare quando è intimata la rasc (II Reg. 18, 17-37) : con Sobna lo scriba a Ioche figlio di Asqph, l'archiviata, fu mandato sotto le mura della città per sentire le proposte di Sennacherib. Nonostante le minacce del vabrake (ufficiale superiore assiro), il popolo non si commosse, ed E. tornò dal re con le vesti lacere in segno di orrore per il linguaggio blasfemo udita. Isaia ( 12,25 ) conclude: «la quel giorno... sarà levato il cavicchio fino in luogo fermo». Forse E., per debolezza verso i suoi, perdette il posto. Ma è meglio riferire queste parole a Sobna di cui al v. 19 (con J.Knabenbauer), e piuttosto a Gerusalemme, contro cui profetizza Isaia nel cap. 22. A. Condamin e S. Alinocchi credono che si tratti di un'aggiunta posteriore.
Vincenzo M. Jacono
ELIAM. - Padre di Betsabea ('El!'ám in II Sam. 11, 3; I Par. 3, 5 = per trasposizione 'amini'ál: "mio zio o parente è 'El ").
S'identifica probabilmente con il figlio di Achitophel, uno dei trenta profi di David (II Sam. 23, 34; cf. 15, 12; I Par. 11, 36); cosi M. Sales, Il Vecchio Testamento, 11, Torino 1923, pp. 313, 328; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, II, Parigi 1930, pp. 210, 262, 689 nota; A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, p. 280, a l'antico erudito ebreo autore delle Quaestiones hebr. in libros Regens et Par.: PL 23, 1416, 1433, 1447. Ne fanno due persone distinte: E. Levesque, Eliam, in DB, II, col. 1668; M. Hagen, Lex. bibl., II, Parigi 1907, p. 149; W. Gesenius-F. Buhl, Hebr. und aram. Handw., 17* ed., Lipsia 1921, p. 42; F. Zorell, Lex. hebr. et aram., Roma 1940 sgg., p. 47.
Biel.: R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel, II, 3* ed., Gotha 1922, pp. 130-80; L. Piror, La Ste Bible, II, Parigi 1940, p. 317 . Francesco Spadafora
ELIANO (Romano), Giassbattista. - Ebreo convertito, n. a Roma nel 1530 e ivi m. il 3 marzo 1589. Convertitosi a Venezia, si fece gesuita nel sett. 1551. Insegnò ebraico e arabo nel Collegio Romano, tradusse in arabo gli atti del Concilio di Trento e preparò l'edizione araba della Bibbia pubblicata più tardi nel 1671. E. ai rese benemerito per le sue missioni pontifice complete presso i copti ( 1561-62 ), presso i maroniti ( 1578-82 ) e di nuovo presso i copti ( 1582-85 ). Fu poi nominato penitenziere di S. Pietro.
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Biss.: A. Vaccari, Una Bibbia araba per il prima gesuita venute al Libano, in Mêlanges de l'Unio. de Beynouth, 10 (1925), pp. 204: V. Buri, L'unione della Chiesa copia con Roma (Grisutella Christiana, 92, 11), Roma 1931: J. C. Sola, El p. 7000 B. E., un documento autobiografico inddito, in Architoun hist. Soc. Iesu, 4 (1925), pp. 291-321; G. Castellani, La missione paotificia presso i segni sette Gregorio XIII, in Civ. Catt., 1048, 11, 59. 59-66, 154-63. Iepasio Ortis de Urbina
ELIASAPH (ebr. 'Elijázáph = Dio accresce »). 1. Figlio di Duel (De'd'el), capo della tribù di Dan al tempo del censimento eseguito da Mosè e quando gli Ebrei lasciarono il Sinai (Num. 1, 14; 2, 14). Al pari degli altri capi tribù, presentò le offerte dei discendenti di Dan per i sacrifici (Num. 7, 42. 47).
2. Figlio di Lael, capo della famiglia di Gerson (Num. 3, 24). Angelo Penna
ELIASIB (ebr. 'Elijätibh). - Sommo sacerdote del tempo di Esdra e Neemia, figlio di Ioachia e padre di Iuiada (Neh. 3, 1.20; 12, 10). Partecipò (Neh. 3, 1) all'opera di ricostruzione promossa da Neemia, ma senza entusiasmo; aveva infatti contratto un matrimonio misto con una ammonita e manteneva cordiali rapporti con Tobia, sceicco del paese di Ammon, costante oppositore dell'opera di Neemia. A questo principe straniero E. aveva concesso l'uso di un locale nel Tempio di Gerusalemme (Neh. 13, 47).
Altri 5 israeliti di tal nome ricorrono in I Par. 3, 24 (la Volgata ha qui Eliassb); 24, 12; Esd. 10, 24.27.36. Angelo Penna
ELIEL (ebr. 'Êll'el =mio Dio è 'El n). - Nove israeliti di tal nome compaiono nella Bibbia.
3. Uno dei capi della tribù di Manasse (I Par. 5, 24).
4. Levita della stirpe di Caath, antenato di Samuele (I Par. 8, 19, Volg. 34= Eliab, ibid., v. 12, Volg. 27= Elia, I Sam. 1, 1).
5-4. Due della tribù di Beniamin (I Par. 8, 20. 22). 5-6. Due guerrieri del tempo di David (I Par. 11, 46. 47).
5. Un capo della tribù di Gad, che si unì a David perseguitato da Saul (I Par. 12, 11).
6. Levita del tempo di Ezechia, tra i preposti alle decime e ai doni sacri (II Par. 31, 13).
7. Levita, capo-famiglia di Hebron, che partecipò al trasporto dell'Arca (I Par. 15, 9. 11).
Biss.: num., Bliel, in DB. II, col. 1677: M. Sales, Il Vecchio Testamento, III, Torino 1924, passim; F. Zorell, Lex. hebr. et aram., Roma 1940 agg., pp. 56; A. Nordtzi, De herhen der Kromisher, I-II, Kampen 1947 ag., passim. Francesco Spadafors
ELIESER (Helgesen), Paolo. - Teologo danese, n. a Varberg (oggi Halland) ca. il 1480 , m. nel 1536, forse ucciso dai luterani. Nel 1517 si fece carmelitano in Helsingor; nel 1519 fu priore in Copenhagen e professore di teologia in quell'Università e nel 1527 provinciale. Fu l'ultimo difensore della dottrina cattolica contro i luterani nei paesi nordici. Nei suoi scritti (più di trenta), in lingua danese e latina, pubblicati a Copenhagen ( 1932-48,7 voll.), quasi tutti di carattere apologetico, l'E. si mostra molto versato nella S. Scrittura, nella storia ecclesiastica e nel diritto canonico, superando di molto i connazionali del suo tempo.
Biss.: C. E. Becher, P. Rimeses danshe Skrifter, Copenhagen 1855, p. 208; E. Schmidt, S. F.. Der Karmeliter Paulus Helios, Verhdugder der Kath. Kirche... in Dänemark, Friburgo 1893; R. J. Reiter, Lehrer Paul, Copenhagen 1916.
Ambrogio di Santa Teresa
ELIEZER ('Elf' ezer = il mio Dio è soccorso »). -Nome di dieci israeliti menzionati nella Bibbia.
8. Servo damasceno di Abramo (Gen. 15, 2). Si ritiene sia E. sll servo più vecchio della casa d'Abramo, l'amministratore d'ogni suo avesta (Gen. 24, 2), fedele a pia, che Abramo mandò in Mesopotamia a prendere una sposa al suo figlio Isacco (Gen. 24, 3-66). 2. Secondo figlio
di Mosè a Sephora (Ex. 18, 4; I Par. 23, 15). Rimase da Iethro suo nonno finché Mosè non risalì dall'Egitto a capo d'Israele (Ex. 18, 1-7). La sua discendenza è descritta in I Par. 23, 17; 26, 25-27. 3. Un beniaminita (I Par. 7, 8). 4. Uno dei sacerdoti che al suono delle trombe seguirono il trasporto dell'arca della casa di Obededom a Gerusalemme (I Par. 13, 24). 5. Il capo della tribù di Ruben, al tempo di David (I Par. 27, 16). 6. Profeta giudice, figlio di Dudau, da Marzza; rimproverò a Insaphat l'alleanza con Ochosis (ca. 854 A. C.), per una flotta per il commarcio con Ophir, predicando la rovina dell'impresa (II Par. 20, 35-37); Insaphat perciò si rifiutava di ripetere il tentativo, come proponeva Ochosis (I Reg. 22, 50). 7. Uno dei capi giudei, incaricati da Esdra di reclutare inservienti al Tempio, da una colonia giudeica in Babilonia (Ebd. 8, 16-20). 8 e 9. Sacerdote e levita, che ripudiarono le spose straniere prese, dopo il rimpatrio dall'esilio (Ebd. 10, 18. 23). 10. Figlio di Herem, antenato di Gesù (Ebd. 10, 31; Le. 3, 29).
Biss.: M. Sales, La S. Bibbia, I, Torino 1918, pp. 121, 127-23, xxi, xgo, 3 ro: III, ivi 1914, pp. 124, 288 ag., 314. 375; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, p. 107: III. ivi 1948, pp. 129 sg.. 194.
Francesco Spadafors
ELIGIO, santo. - Vescovo di Noyon-Toumai (641-60). N. ca. il 590 a Chaptelat presso Limoges, da una famiglia gallo-romana, orefice e monetiere dei re Clotario II e Dagoberto I, molto stimato come consigliere del re, riscattò numerosi schiavi, fondò chiese e monasteri, come, ad es., Solignac, sotto l'influsso del monastero di Luxeuil.
Dopo la morte dei re Dagoberto I nel 639, abbandonò la corte, divenne sacerdote e il popolo lo scelse vescovo di Noyon il 13 maggio 641. Convertì numerosi Germani pagani. Della sua corrispondenza resta una lettera a Desiderio di Cahors. Le amelle pubblicate sotto il suo nome sono, secondo E. Vacandard, apocrife. Non tutte le opere d'arte attribuite ad E. sono sue : come, ad es., il trono di Dagoberto. Sui lavori di oreficeria attribuiti a E. cf. Elai, in UACL, IV, coll. 2674-87. Esistono diverse monete firmate da lui: cf. M. Prou, Introduction al Catalogue des monnaies mérovingiennes de la Bibl. nationale de Paris, Parigi 1892, p. 241 sgg. La sua festa è il 1 dic. E potrano degli orefici, dei maniscalchi, e anche dei contadini.

Eliqio, santo - Una coppia di sposi nata bottega di a. E. Dipinto di Petrus Christus (1449) - Berlino, Museo.
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Bim.: Vite: in PL 87. 470 sgg .: a cura di B. Krusch, in MGH. Seripi, rer. Mevannya, IV, p. 634 sgg.; E. Vacandard, Homiles altribodes d s. E., in Retus de questiusa historiquer. 64 (1898) pp. 471-80; 63 (1890), pp. 243-55; A. Medin, La leggenda d s. E. e la sua monografia, in Atti del R. Ist. senato di scienze lett. ed arti, 70 (1910), pp. 774-803; H. Leclercq, s. v. in DALL, IV, coll. 2674-87.
Lucchesio Spadina
ELIMA, MAGO: v. BAR IESU.
## ELIMAIDE : v. Elam.
ELIMELECH (abr. 'Elimeleh (nio Dio è re o). Mario di Noemi e parente di Booz. Era della tribù diGiuda, al tempo dei Giudici (Ruth 1,3 ; 2,1 ; 4,3.9). Obbligato da una carestia ad abbandonare Betlemme, suo luogo natale, si trasferi nel paese di Mimb. Ivi mori, traciando due figli, Mahalon e Chelion. Il secondo di questi aveva sposato Ruth mostita, la quale, rimasta vedova, volle seguire Noemi a Betlemme, dove fu sposata da Booz.
Angelo Penna
ELINANDO. -
Cistercense, n. ca. il 1160 e Pronieroy (Oise), si fece, ca. il 1185 , monaco dal Cistercensi di Froidmont; m. dopo il 1229. Nella diocesi di Bezu-

vais è venerato come santo. Festz il 3 febbr.
Famoso per un Chronicon ( 634-1204 ), conservatosi solo in parte, dipendente da Sigoberto di Gembloux, ma continuato indipendentemente; fu una delle fonti principali di Vincenzo di Beauvais e di altri cronisti; altri scritti: 28 Servones; De cognitione mi; De bona regionine principe, intecrsnento compilato dal Politeatium di Giovanni di Salisbury; De reparatione lapsi con confessioni personali. Degli scritti poetici resta Vers de la mort in antice francese (cf. PL 212, 482-1084).
Bim.: H. Heidegger, Helimand n. sein Verhältnis zu 746. o. Salisbury, Ratisbena 1913; A. Mayer-Pfannholz, s. v. in LThK, IV, col. 948.
Lucchesio Späting
ELIO ARISTIDE. - Retore, n. ad Adrianopoli nella Mesia il 117 d. C. da ricca famiglia, m. ca. il 189 . Studiò a Pergamo e ad Atene. Nel 137 visitò Rodi e l'Egitto soffermandosi ad Alessandria dove riscosse i primi applausi per i suoi discorsi. Nel 155 venne in Italia dove contrasse una forte malattia che lo travaglio per 17 anni. Si fece allora fedele devoto di Esculapio di cui frequentava assiduamente il tempio di Pergamo a dal quale credette avere delle rivelazioni per curare la sua malferma salute. Non trascurò tuttavia di comporre numerosi discorsi. Nel 176 ebbe l'onore di parlare alla presenza di Marco Aurelio a Commodo a Smirne, dai quali ottenne più tardi anche degli aluti per la stessa città distrutta da un terremoto.
Rimangono di E. A. 53 discorsi su svariati argomenti, scritti con una certa classicità di stile, ma molto superficiali e ripieni di accademica eloquenza. Degni di nota
sono il XIV in cui fa l'alogio di Roma, ed il XLVI in un passo dal quale inveisce contro i cristiani accusandoli di insubordinazione alle autorità costituite.
Bim.: W. Schmid, P. Aelius Aristides, in Pauly-Wissowa, II, coll. 886-94; A. Boudanger, Aelius Aristide..., Parigi 1923; A. M. Croiset, Histoire de la littérature grecque, V, iv; [1938], pp. 272-81; P. da Labriolle, La reaction palmose, ivi 1944, pp. 79-87.
Agostino Amore
ELIODORO ('Hinidopos «dono dei Sole»). Primo ministro di Seleuco IV, re di Siria (187-175 a. C.). Figlio di Eschilo, di nobile famiglia antiochena, fu educato con Seleuco, che particolarmente lo onorio. In due iscrizioni, trovate a Delo, E. è detto «parente del re» a «preposto agli affari reali» (cf. II Mach. 3, 7). Ciò spiega l'accoglienza che gli fu fatta a Gerusalemme, quando, dissimulando una visita alla Siria e alla Fenicia, fu mandato dal re a requisire i tesori depositati nel Tempio.
E. svelò al pio Onia III, sommo sacerdote, la sua missione, e, nonostante le pacate ma ferme rimostranze di questo, il larto generale dei sacerdoti a della cittadinanza, entrò nel Tempio per compierlo. Ma interven-
ne il Signore: un cavallo montato da uno splendido cavaliero lo colpì con gli zoccoli anteriori sul petto, mentre due altri angeli lo fustigarono, si che cadde a terra. Portato via dai suoi, privo di sensi, ebbe salva la vita per intercessione di Onia, e tornato ad Antiochia riferi al re il suo insuccesso, immutando sull'insistenza di Seleuco per un nuovo tentativo (II Mach. 3, 7-40). Si, uccise Seleuco e il figlioletto erede, nel vano tentativo di impossessarsi del trono, che passò ad Antioco IV (cf. Appiano, Syria, 45).
La scena suggestiva di E. scacciato dal Tempio ispirò parecchie opere d'arte; celebre l'affresco di Raffaello nelle Eranze del Vaticano. - Vedi tav. XIX.
Bim.: R. J. Bickermann, Héliodore au Temple de Nrucolem, in Annuaire de l'Institut de philologie et d'bistoire orientale et slaves, 7 (1939-44), pp. 5-40; A. Vaccari, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 437-40; F.-M. Abel, Les livres des Macchabins, Parigi 1949, pp. 319-28.
Francesco Spadafara
ELIOGABALO (Imp. M. Aurelius Antoninus), IMPERATORS ROMANO. - N. ad Emesa nel 204, m. a Roma l'1 marzo 222. Figlio di Vario Marcello e Giulia Soemia, si chiamava Vario Avito, ma è più comunemente conosciuto con il nome di E., dal dio di cui fu sacerdote ad Emesa durante l'esilio della famiglia dei Severi cui apparteneva. Per gli intrighi della nonna Giulia Mesa che io fece credere figlio di Caracalla, nella primavera del 218 fu proclamato imperatore in seguito ad una rivolta di soldati. Giovane depravato, in cui erano compendiati tutti i vizi e le attovagante orientali, tentò di sostituire agli dèi dell'Olimpo il culto del suo dio Elogabalo con gli annessi riti orgiastici e sanguinari.
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Ida R. Dalirodi, Aetilia Parrilla, Bonn 1858, sec. II, 11 Eliggafalo - Ritorin (sec. III) - Roma, Museo delle Terme.
Venuto a Roma verso la fine del 219 vi portò l'arcolito sacro di Emesa per il quale costrui un tempio sul Palatino raccogliendovi turi i simboli venerati del mondo antico: il fuoco di Vesta, la statua di Cibele, gli scudi di Marte, il Palladio. Era sua intenzione stabil