Ritorin (sec. III) - Roma, Museo delle Terme.
Venuto a Roma verso la fine del 219 vi portò l'arcolito sacro di Emesa per il quale costrui un tempio sul Palatino raccogliendovi turi i simboli venerati del mondo antico: il fuoco di Vesta, la statua di Cibele, gli scudi di Marte, il Palladio. Era sua intenzione stabilire un sinceritismo religioso a tutto vantaggio del suo dio solare. Sottopose i Romani alle sue vergognose manie offrendo sacrifici alla pietra sacra di Emesa alla presenza di senatori e cavalieri, dipinto ed abbigliato come una donna e circondato da eunuchi e baccanti. Lasciò però in pace i cristiani, sia perché essendo la loro religione di origine orientale trovava grazia ai suoi occhi, sia perché pensava di farne un elemento della sua bizzarra riforma religiosa. Attesta infatti il suo biografo Lampridio che E. aveva intenzione di coadunare nel suo tempio anche dei giudai, dei samaritani e dei cristiani affinché il suo sacerdozio fosse in possesso dei segreti religiosi del mondo intero (Heileg., 3). La morte immatura gli impedì di effettuare il suo strano progetto che però avrebbe certamente incontrato energiche resistenze da parte dei cristiani. Divenuto infatti inviso a tutti, specialmente dopo che aveva tentato di disfarsi del cugino Alessandro Severo, già da lui adottato, i pretoriani, appoggiati dal Senato e dal popolo, l'uccisero insieme con la madre e ne gettarono il cadavere nel 'Tevere.
Biel.: E. Callegari, Il salotto di una imperatrice romana, Roma 1902: G. Duriquet, Hiliogabale, Parigi 1903; G. Pascucco, Elogabale, Feltre 1902; P. Allard. Storia critica delle persecuzioni, 3 ed., vers. it., Firenze 1912, pp. 167-70.
Agostino Amore
ELIOPOLI d'Ecrtro. - Città egiziana, l'antica On (kov), capitale del 13^{°} nomo del Basso Egitto, sacro al dio con la testa di falco Atum, creatore per eccellenza, a cui erano sacri l'icneumone, la fenice e il toro Mnevis, considerato come sua incarnazione; Atum presto fu poi identificato con gli dèi solari
nella divinità sincretistica di Atum-Ri'e Harahte, e incluso nella enneade eliopolitana, di cui fu il capostipite.
Ca. il 2000 a. C. Amenemh8'a I (din. XII) innalza a lui un tempio sontuoso sulle rovine di uno precedente; lo migliora il figlio Zenvośre I (il Senostri dei Greci). Il tempio diventa presto un centro di scienza sacerdotale; Strabone (XVII, 27-28) visita ivi ancora le stanze, dove sarebbero stati alloggiati Platone ed Eudosso, ma vi trova soprattutto le tracce delle devastazioni di Cambise e constata ormai la decadenza della scienza sacerdotale antica; nota invece la presenza di obelischi, di cui uno ancora sopravvive (arabo el-musillah) di granito di Syene, alto più di 20 m ., con iscrizione geroglifica di Zenwośre, posta in occasione della festa Sed, cioè del giubileo; un altro obelisco cadde nel sec. xir; sopravvivono ora, accanto all'obelisco, rovine della città e, e 3 km ., una necropoli. Nella Bibbia 'On è citata cinque volte: dapprima in Gen. 41, 45-50 e 46, 20 come patria del suocero di Giuseppe, in Ex. 1, 11 come una delle città costruite dagli Israeliti su ordine del Faraone.
A ca. 1 km a sud delle rovine di E., verso sud, in direzione del Cairo è oggi il villaggio di el-Matarijjah, dove sorge il cosiddetto "albero di Maria", cioè un sicomoro piantato nel 1672 e caduto nel 1906; di esso resta un solo ramo verde.
La leggenda racconta che la S. Famiglia visse qui durante l'esilio e che Maria Vergine con il bambino Gesù riposò qui all'ombra della pianta: una fonte tuttora esistente si dice fatta sguagare da Gesù e non è salata come le altre dei dintorni. E qui ora una cappella officiata dai Gesuiti. Alcuni apocrifi si indugiano a narrare del soggiorno di Gesù in Egitto, come il cosiddetto Vangelo di Tommaso e io Psaldo-Matteo; in essi si narra tra l'altro che Gesù sarebbe entrato in un tempio (di E.?) e vi avrebbe compiuto prodigi.
Biel.: Descrizione de l'Egypte, V. Parigi 1820, pp. 66-67: E. Le Camus, Egypte, in DB, III, col. 571; Pieper, Hebomolis, in Pauly-Wiscons, VIII, coll. 40-40; A. Erman-H. Rande, Aegypten und äegyptisches Leben, 2a ed., Tubinga 1953, pp. 31. 41 ecc.; A. Morel, Le Nil et la civilisalion égyptienne, Parigi 1926, p. 168 sq.; A. Erman-H. Grappin, Worterbuch der äegyptischen Sprache. I. Lipsia 1926, p. 34; H. Gauthier, Dictionamire des noms geographiques contenus dans les textes bibliographiques. I. Cairo 1928, p. 54; K. Bandcher, Aegypten, Lipsia 1928, pp. 123124; R. Bartocconi, s.v. in Enc. Ital., XIII (1932), p. 811; D. Roos, Strat en 100 temps, 2a ed., Parigi 1947, pp. 137-38; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I. Firenze 1948, pp. 148 sq., 198-201.
Aristide Calderini
ELIOPOLI di Sibia: v. ba'albric.
ELIOT, George. - Pseudonimo di Mary Ann Evans, scrittrice inglese, n. a Arbury Farm (Warwickshire) il 22 nor. 1819, m. a Chelsea il 22 dic. 1880. Dopo una severa educazione religiosa, perso la fede in seguito alla lettura delle opere di Ch. Hennel e dei primi positivisti inglesi, tra i quali brillava G. H. Lewes, con il quale ebbe una lunga relazione illegittima, molto criticata dalla società vitoriana.
Le traduzioni della Vita di Gesù di Strauss (1844-46) e dell'Escenico del cristianesimo di Feuerbach (1854) è una impegnativa collaborazione alla Westmünster Review, che raggruppava gli scrittori razionalisti, l'avviarono a scrivere. Esordì nel racconto nel 1838 con la Scenes from clerical life, e subito si rivelò come una delle migliori scrittrici inglesi. I romanzi Adam Rede, The mill on the flass, Silas Marner, raccolgono le impressioni della sua giovinezza nel Warwickshire e rappresentano con grande efficacia la vita della classe madia inglese nei piccoli ambienti di provincia. Con Romola, romanzo fiorentino dei tempi del Savonarola, la E. tentò il romanzo storico. Gli ultimi romanzi : Mödlemarch, Denkzi Devenda, attestano un progressivo irrigidirsi dei suoi pregiudizi morali.
Biel.: Edizioni: Opere complete, Londra 1876-86 e 19011902; Romola, con introduce, a cura di G. Tragi, ivi 1907. Studi : Life of G. E., a cura di J. W. Cross, 9 voll., ivi 1884-86; L. Stephens, G. E., ivi 1902; G. Negri, G. E., Milano 1903; E. Haldane,
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G. E. and las timus, Londra 1927; E. J. Pond. Les idóes morales es religonnes de G. E., Parigi 1627; B. C. Williams, G. E., Nueva York 1936 .
Filippo Domini
ELIPANDO. - Arcivescovo di Toledo, padre dell'adozianismo spagnolo nel sec. viII. Secondo le indagini recenti del Rivera, E., n. nel 717, giovanissimo ai fece monaco, probabilmente a Cordova, dove oltre che le edenze teologiche al reso familiari anche la letteratura e filosofia araba. Dopo aver retto la scuola del monastero, nel 755 (molto prima, dunque, del 780 , data finora comunemente accettata) fu elevato alla sede primaziale di Toledo, forse con l'appoggio delle autorita musulmane, verso le quali E. mostrò sempre simpatia. E. morì verso 1'807, al tempo del massacro generale dei mozarabi.
La dottrina di E. può essere desunta dalle sue lettere (PL 96, 859-84) e dal trattato polemico di Beato e Eterio (PL 96, 893-1030), in cui ci viene tramandata una specie di simbolo di E. Sembra che il metropolita di Toledo abbia propagato le sue idee cristologiche già dal 770 (cf. M. Del Alamo, Les comentarios de Beato et Apocraliput y Elipando, in Miscellanea Gires. Mercati, II, Città del Vaticano 1946, pp. 30-33), ma l'occasione decisiva di manifestarle si presentò a E. soltanto nella polemica con un personaggio oscuro di nome Migetius, la cui confusa dottrina trinitaria fu condannata da E. in un concilio riunito a Siviglia (probabilmente nel 782). Diederebbe di distinguere in Cristo le operazioni di ciascuna delle notare E. inoltre dichiarare che Cristo secondo la umanità non è figlio naturale, ma soltanto adottiva del Padre, e concep, per conseguenza, come strattamente paralleli i legami tra l'umanità del Verbo ed il Padre celeste da una parte, e la grazia di adozione che unisce ogni anima giustificata con Dio, dall'altra. Non è probabile che questo modo di parlare abbia subito l'influsso della teologia nestoriana, allora in vigurosa rinascenza all'altro estremo dell'impero arabo; E. stesso ha piuttosto investito la testimonianza della liturgia mozarabica che parlava di adozione della natura concreta, di questo uomo, da parte del Verbo (in senso però ortodosso: cf. J. P. Rivera, La controversia infopolarista del siglo VIII y la ortodoxia de la liturgia mozarabe, in Ephemerides liturgiene, 47 [1933], pp. 300-36). Dichiarando che rifiutare l'idea dell'adozione è negare la vera umanità di Cristo, E. rimase ostinatamente attaccato alla propria dottrina, anche dopo la lettera di condanna inviata da papa Adriano I (cf. Juffé-Wattenbach, 2479); rimase impossibile di fronte alle condanne umanate a Ratisbona (792), dove il suo principale collaboratore Felice di Urgel dovette ritrattarsi, e a Francoforte sul Meno (794); né cedette agli argomenti di Alcuino (Adversus Elipandum libri IV, PL 101, 231-300).
Dizs..: E. Amaro, L'udopitianisme espagnol du VIIIe siècle, in Revue des sciences religieuses, 16 (1936), pp. 281-317; J. P. Rivera, E. de Toledo, nueva aportación a las estudios mozarabes, Toledo 1946 (con copiosa lalla.); J. Madoz, Una obra de Felia de Urgel falsamente adjudicada a t. Isidoro de Sevilla, in Estudios eclesiásticos, 23 (1949), pp. 147-68. Agostino Mayer
ELIPHAZ. - Il più eloquente degli amici di Giobbe (Job 2, 11), nativo di Teman, regione a tribù derivata dal nipote di Esau (Gen. 36, 11), celebre per la saggezza (Jer. 49, 7; Abd. 8). Nella triplice disputa, parte centrale del poema (v. GIObBe), E. parla sempre per primo; procede per sentenze, al modo dei saggi, e sostiene l'idea allora comune: soffre soltanto chi ha peccato; Giobbe pertanto non può esser giusto; affermando il contrario, offende Dio; si umilii a invechi misericordia.
Nel 1^{°} discorso (Job 4-5), E. garbetamente evita d'invulspianare Giobbe a parla genericamente. Ma questi proclama la sua giustizia. Allora E., nel 2^{°} discorso, più espro, lo accusa, sia pure indirettamente, di empietà (Job 15). Nel 3^{°} (Job 22), insistendo Giobbe sulla sua innocenza, E. senz'alzun riguardo gli attribuisce la più
gravi colpe. Nell'intervento finale, Dio umilia E. e gl'impone di placare la sua ira mediante l'intercessione di Giobbe (Job 42, 7-9).
Biel.: A. Lafèvre, Job, in DBs, fasc. 22, coll. 1073-98, con ampia bibl.; A. Hudal-J. Ziegler-F. Sauer, Einleitung in das Alte Testament, 6a ed., Graz-Vienna 1948, pp. 180-86. Francesco Spadafora
ELISA (ebr. 'Elī̄̄a'). - Primogenito di Javan (Gen. 10, 4). Il nome ritoras in Ex. 27, 7: le isole di E. " esercitavano il commercio della porpora con Tiro.
Gli esegeti, concordi nel vedere in Javan la Grecia, divergono nell'identificazione di questo suo a figlio ". Alcuni, seguendo il Targüm di Ezechiele, vi vedono indicata la Magna Grecia, particolarmente la Sicilia; altri pensano ad una città della costa africana; altri a Cipro; altri, infine, all'Eolia.
Angelo Penna
ELISABETTA. - Nome di due donne bibliche. L'etimologia dall' ebr. Elitébba' è «Dio del giuramento " "Il mio giuramento è Dio ".
r. E. moglie di Aronne (v.), figlia di Aminadab, della tribù di Giuda, madre di Nadab, Abiu, Eleazar, Ithamar, sorella di Nasason. I Settanta in Ex. 6, 23 e Mem. 2, 3 la chiamano Eluaz β ᾱ δ.
2. E. (santa), moglie di Zaccaria, madre di Giovanni Battista ('Elusē̄̄er). Era di scirpe sacerdotale (delle figlie di Aronne, Lc. 1, 5) parente della b. Vergine Maria, sembra per parte di madre. Niceforo Callisto (Hist. Ecel., II, 3: PG 145, 760), fondandosi su leggende apocrife, pretende che la madre della Madonna, Anna, e quella di E., detta Sobe, fossero sorelle in senso stretto. Anche il Menofagio greco (8 sett.) condivide questa idea.
S. Luca informa che E. e suo marito erano "giusti, irreprensibili" ( 1,6 sg.). E. era sterile, ambedue vecchi, senza speranza di prole. Ma l'angelo Gabriele, apparso a Zaccaria, gli aveva preconunciato: "Tua moglie E. ti partorirà un figlio che chiamerai Giovanni" ( 1,15 ).
Dopo averlo concepito, E. si nascose per cinque mesi (sembra, per essere più unita a Dio); nel sesto accolse la visita di Maria Vergine, informata dall'angelo della sua gravidanza. Nell'incontro con la Vergine E. fu ripiena di Spirito Santo, percepì un misterioso tripudio del nascituro, saluab Maria come "benedetta fra le donne" e "madre del mio Signore" ( 1,42 sg.). La Madonna le rispose con il Magnificat (v.), che pochi codici secondari attribuiscono a E., rimase con lei per tre mesi fino alla nascita del figlio, che E. volle chiamare Giovanni. La scuola mitica di Strauss pretesse che la storia di E. fosse un mito riciclato nel racconto della moglie di Aronne E. e di Maria, sorella di lui (Ex. 6,23; 15, 20); affermazione tendenzioza e arbitraria.
La Chiesa latina celebra la festa di E. a Zaccaria il 5 nov. V. Vistiazione.
Biel.: B. Levesque, Elisabeth, in DB. II, col. 1688 sg. Sulla patria di E.: S. Bagatti, Il Santuario della vitiisazione ad 'Ala Eterim, Montana Italiana, Gerusalemme 1948.
Pietro De Ambroggi
ELISABETTA, regina d'Inghilterra. - N. a Greenwich il 7 sett. 1533, m. a Richmond il 24 marzo 1603. Figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, successe alla sorslastra Maria in un grave momento della storia nazionale ( 1558 ).
Come figlia della Bolena, i cattolici non potevano ritenerla quale legittima erede al trono; perciò essi guardavano alla cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia, la parente legittima più vicina di Enrico VIII. Ai cattolici rincresceva invece la politica filo-spagnola seguita dalle defunta regina Maria e non dispiacque loro che E. se ne emancipasse per seguire altri indirizzi. Ma educazione e a ragion di Stato a portarono E. ad una politica filoprotestante quale era stata quella del fratellastro Edoardo VI. Infatti, con
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Elisabetta, regina d' Inghilterra - Ritzato. Incisione di Johann Wirtix ( 1600 ).
l'abile cooperazione di Sir William Cecil, ella sino da principio riusci a farsi riconoscere universalmente, ma fece anche subito sentire la sua politica religiosa. Con il 1559 (27-28 febbr.) impose l's Atto di supremazia s, redetto sul modello di quello di suo padre, e rese di nuovo la corona arhitra "in tutte le cose a cause spirituali, ecclesiastiche o temporali, ingiungendo ai funzionari laici ed ecclesiastici di non riconoscere l'ingerenza di alcun potere straniero sulla Chiesa d'Inghilterra e il 26-28 apr. impose l's Atto di uniformità n, con il quale si proibiva la Messa e s'introduceva, con l'obbligo di uniformarvisi, la nuova liturgia del Book of Common Prayer di Edoardo VI. Con ciò ripeteva il gesto di Enrico VIII; ma pur mantenendo l'ordinamento gerarchico da lui conservato, continuava invece sulla linea di Edoardo VI quanto al dogma e alla liturgia, orientandoli verso il calvinismo; depese i vescovi nominati sotto la regina Maria, permise il matrimonio agli ecclesiastici, e nel 1563 sintetizzò la dottrina in 39 articoli che tutti dovevano professare; rendendo in tal modo difficilissima la condizione dei cattolici, privi di pastori. Con bolla del 25 febbr. 1570 Pio V, dopo avere invano sperato in una resipiscenza, scomunicò E. come eretica, sciogliendo i sudditi dall'obbligo di fedeltà.
Ma le leggi persecutrici si aggravarono con nuovi editti più restrittivi, sia per controbilanciare le conseguenze della bolla di scomunica ( 2 apr. 1571), sia per la preservazione della Regina da presunte congiure papiste ( 23 nov. 1584) fino ad ordinare ai sacerdoti di partire dal regno, a proibire ai giovani di rendersi seminaristi nel continente e a diffidarli, se mai, di ritornare, pena anche la morte (genn. 1585). Non
bastando vennero gli editti del 1590 e 1591 contro i sacerdoti e i laici che li ospitassero o ne assistessero alla Messa e finalmente il 2 nov. 1602 si ebbe l'editto dell'esilio assoluto di tutto il clero.
Ciò non ostante né i sacerdoti vennero meno, né i laici si arresero alle false ingiunzioni. Durante il regno di E. si contano 200 cattolici tra sacerdoti e laici uccisi per la loro fede, dei quali molti beatificati dalla Chiesa o proposti per la beatificazione; il numero poi di quelli che, senza perdere la vita, o perdettero i beni o dovettero esulare o languirono nelle terre prigioni, supera di parecchio il migliaio.
-E., pur tenendo a bada i principi che anelavano alla sua mano, non volle contrarre matrimonio con alcuno; e seguendo una cauta politica di sostegno della causa protestante sul continente, non volle compromettere troppo apertamente la sicurezza del paese e della corona. Aiutò i Paesi Bassi protestanti, insorti contro la Spagna, e gli ugonotti francesi contro la Lega cattolica. Partecipò con il proprio capitale privato alle imprese di eorsari a colonizzatori che, con l'attaccare i convogli manttimi che trasportavano metalli preziosi dall'America in Spagna e con l'aprire nuovi territori al commercio inglese, minavano le basi della potenza di Filippo II. Ma si rifiutò per decenni, contro l'espresso parere dei suoi consiglieri, di scendere in conflitto aperto contro di lui, e solo dopo molte esitazioni adottò quella radicale politica nei confronti di Maria Stuarda che portò alla condanna a morte e all'esecuzione di queste ( 1557 ).
Il conflitto con la Spagna, inevitabile da che l'espansione marinara e coloniale della nazione minacciava la supremazia dal re cattolico nelle acque americane, scoppiò infine, per iniziativa di Filippo II, che aveva apprestato una potente Armada, nel 1586. La vittoria di E., mentre segnò l'inizio della preponderanza marinara inglese, fece crollare definitivamente le speranze di Filippo II di stabilire il predominio spagnolo-cattolico sull'Europa settentrionale. Gli ultimi anni del regno di E. segnarono un ulteriore progresso nello sviluppo economico e nella coesione interna della nazione. Quando la regina morì, nel 1603 , le condizioni materiali del paese erano fra le migliori che la storia inglese ricordi; ma anche l'intolleranza religiosa contro i cattolici era al suo culmine.
Bias.: M. Creighton, Queen Elizabeth, Londra 1896; Pastor, VII-XI (v. indice); J. H. Pollen, History of catholics under Queen Elizabeth, ivl 1621; B. Marcks, Königin Elizabeth sau England and they Zeit, 2^{mathrm{a}} ed., Bielefeld 1926; R. B. Wortham e J. C. Walker, England under Elizabeth, Londra 1922; J. B. Black, The reign of Queen Elizabeth, Oxford 1936; T. Maynard, Queen Elizabeth, Londra 1943; M. Waldman, Elizabeth and Leicester, ivl 1844 .
Ottavio Buriè
ELISABETTA, regina di Portogallo, santa. Figlia di Pietro III d'Aragona e di Conzenza, nipote dell'imperatore Federico II, in relazione di parentela con s. Elisabetta d'Ungheria, n. nel 1271, m. a Estremoz il 4 luglio 1336 , dodicenne appena fu chiesta in sposa dai principi ereditari d'Inghilterra e di Napoli, ma fu preferito il re Dionisio di Portogallo. Si distinse per una grande cactià con i poveri e gli ammalati, compensata talvolta da Dio con prodigi straordinari. Morto nel 1325 re Dionisio, si ritirò a vita privata vestendo l'abito del Terz'ordine francescano. Morl dopo un lungo e faticoso viaggio a Estremoz, intrapreso per pacificare il figlio Alfonso IV con il nipote Alfonso XI di Castiglia. Canonizzata da Urbano VIII nel 1625 , la festa si celebca l'8 luglio.
Bias.: D. Alfonso, Vita e milagros de s. Isabel, reinita de Portugal, Coimbra 1560; Acta XX. Iulii, II, Parigi 1721, p. 112 sgg.; L. da Clary, Aureola serafica, III, Quaracchi 1898, pp. 2324; N. d'Ella, S. E. d'Aragona regina di Portugalio, Roma 1916; V. McNabb, St. E. of Portugal, Londra 1077. Alberto Olanato
ELISABETTA di Reute, beata. - Mistica, detta comunemente E. Bona, e "Betta la buona", n. a Waldsee (Würtemberg) il 25 nov. 1386, m. a Reute
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presso Waldsee il 25 nov. 1420. A 17 anni (1403), entrò nel monastero delle Terziarie francescane di Reute, dove rimase fino alla morte.
Vi si dedicò alla meditazione della Passione di Cristo, le cui sefferenze le ispirarono penitenze e digiuni; fu riculna di carismi mistici: estesi, visioni, stimmate. La sua tenuta fu sempre molto venerata; il suo culto confermato da Clemente XIII nel 1766, Feate il 25 nov.
BibL.: Fonte principale è la biografia che di E. scrisse il suo direttore spirituale Corrado Kilgohn nel 1421; una prima edizione, venne curata a Waldsee nel 1870; una seconda nel 1881-82. Cl. Waldine, Annales, 20, 1120, a. 4; G. Moroni, Dismo, di credia, storica-certessest., XXI, pp. 231-52; I. Beschin I. Palazzolo, Martyr. Francisc., Roma 1930, 8, 452.
Giovanni Odoradi
ELISABETTA detta Rosa. - Mistica del sec. xit, forse figlia di Rodolfo conte di Crépy e di Adele, contessa di Bar-sur-Aube. Entrate nel monastero benedettino di Chelles (Parigi) si ritirò poi con due compagne in un luogo deserto detto Rosarum (Ro207), da cui il nome di Rosa, dove visse da penitente in una capanna. Dopo poco le compagne scoraggiate l'abbandonarono, ed essa, restata sola, si nascose nel cavo di una quercia. Da prima schernita, in breve si sparse la fama delle sue virtù che attirò al suo seguito molte vergini tra cui sua sorella. Sorse così un monastero dedicato a s. Maria (1106 ca.) di cui E. fu a capo. Il monastero fu distrutto dai calvinisti nel sec. xv, e le suore trasferite a Villechasson. E. morì in fama di santità il 13 dic. 1130.
Bra.: J. Mabillon, Annales C.S.B., V, 2 ed., Lucea 1740, p. 437; Gallia Christiana, XII, Parigi 1770, coll. 188-89; Cottisens, II, coll. 2359-60. Francesco Russo
ELISABETTA della S.Ma Trinità, venerabile. - Mistica carmelitana scalza, al secolo Marie Joséphine Elisabeth Catcz, n. il 18 luglio 1880 in Avord (Cher), dal 1901 carmelitana a Digione ove mori in concetto di santità il 9 nov. 1906. Riusci a realizzare meravigliosamente una vita di intima e continua comunione con Dio Uno e Trian, e giurare ad altissima contemplazione. La causa della sua beatificazione è introdotta.
Le notizie della sua vita e della sua vita interiore, tratte dai suoi scritti, furono pubblicate dalle consorelle di Digione sotto il titolo: Sueur Elisabeth de la Trinità, religieuse carmélite, Souvenirs (Digione 1915, 1918, 1930, 1935, Parigi 1927), in vers. it. (Firenze 1926) e in vers. inglese (Londra 1912).
BibL.: M. V. Greifenstein, Sehnsester Elisabeth von der Hf. Dreßseligkeit, Saarlouia 1914; A. Bendelcos, Lettres de direction du barmo Cestum de Renty à la noèse Eltinboth.... au Rev. d'Asc. et Myst., 15 (1032), pp. 327-73; M. Philipon, La doctrine spirituale... de sr. Elisabeth, Parigi 1938, vers. it., Brescia 1941; id., La vie mystique de sr. Elisabeth, in La vile spirituelle, 58 (1938), pp. 262-73; T. Madrini, Una nuova mistica carmelitana, in La Scuola Custolica, 69 (1941), pp. 425-32; M. Philipon, Scrits ebitituels d'Elisabeth de la Trinità, Parigi 1940.
Ambrogio di Santa Teresa
ELISABETTA di Schōnau, santa. - Benedettina, monaca visionaria n. probabilmente da famiglia nobile nel 1129 nella Renania, forse a Bona o nelle vicinanze, m. nel monastero di Schönau il 18 giugno 1165. Dodicesme fu affidata per l'educazione al monastero doppio di Schonau sul Reno presso Sankt Gearshausen nel quale ricevette il velo ca. l'a. 1147 e verso la fine della vita fu maestra (superiora) delle monache, che sottostavano all'abate, allora Egberto, fratello della Santa. Nel 1152, dopo grave malattia, cominciò il suo stato di visionaria ed estatica, nel quale vedeva e conversava con figure celesti, per lo più santi del giorno, Gesù Cristo e la Madonna.
Per ordine del fratello esse mise per scritto queste visioni, che ebbero forma definitiva dallo stesso fratello,
il quale esercitò un influsso non sempre felice sulla sorella, come nella questione delle scisma di Vittore IV (antipapa) e Alessandro III (1159), provocato da Federico Barbarossa, per il quale parteggiava Egberto. La morte della Santa fu molto edificante e la sua salma fu visitata da un gran numero di fedeli dei dintorni. Non ebbe però culto liturgico. Il suo nome entrò nel Martyr. Romanum solo sotto Gregorio XIII nel 1584. Nel 1854 è suo officio liturgico fu inserito nel Proprium della diocesi di Limburgo.
Sul carattere della Santa tutti gli autori sono d'accordo nel riconoscerle un'anima sinceramente pia, pura e ingenua nonché un gran zelo per le anime e per la disciplina della Chiesa. Su quest'ultimo punto insistono alcune sue lettere a il Liber vianum Dei, nella cui redazione il fratello, molto probabilmente, ebbe parte. Ben conosciuta è la sua visione sull'Assunzione corporale di Maria Sima in cielo e la fantastica sua rivelazione sulle 11.000 vergini martiri compagne di s. Orsola nel Liber revelationum s. Ursulus et varianum. Tutti questi scritti, insieme ai tre Libri visionum, molto diffusi nel medioevo, furono pubblicati da F. W. E. Roth, Die Visionen der hl. Elisabeth... von Schönau (Brünn 1884). L. Oliger (in Antonilanum, I [1926], pp. 24-83), ha pure attribuito con probabilità alla Santa di Schönau le Revelationes b. Elizabeth, che nei manoscritti vanno per lo più sotto il nome di s. Elisabetta d'Ungheria.
BibL.: Estratti degli scritti con notizie sulla vita dovute al fratello Egberto in Acta SS, Iunii, IV, Parigi 1897, pp. 409 532; PL 195, 119-94; F. W. E. Roth, 25, 76., pp. 1-COVRI; id., Die Visionen und Briefe der h. E. von S., Brünn 1886; id., Das Gebetbuch der hl. E. von S., Anspana 1886; E. Spiraa, Ein Zeuge mittelalterlicher Mystik in der Schweiz, Basilea 1935, pp. 35 206; R. J. Dean, Manuscripts of St. E. of S. in England, in Modern Language Review, 32 (Cambridge 1937), pp. 62-71.
Livario Oliger
ELISABETTA di Turingia, santa. - Petrona principale del Terz'ordine francescano, e delle opere caritative cattoliche.
I. Vita. - N. nel 1207 da Andrea II d'Ungheria e da Geltrude di Andechs-Merano, fidanzata dai genitori a Ludovico IV di Turingia già nel 1211, veniva condotta ad Eisenach, nel castello di Wartburg. Nel 1221 sposava Ludovico, da cui ebbe tre figli. Fu sotto la rigida disciplina spirituale del sacerdote

Elisabetta di Turingia, santa - Affresco di Simone Martini (1322-26) - Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco.
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Elisabetta di Turingia, santa - Chiesa di S. E., iniziata nel 1233, consertata nel 1283 - Marburgo.
secolare Corrado di Marburgo, che più tardi si fece terziario francescano. In giovanissima età rimaneva vedova per la morte di Ludovico ( 12 sett. 1227), avvenuta nel mezzogiorno d'Italia, mentre si recava, al seguito di Federico II, crociato in Terre Sante. Durante l'assenza del marito, per una grande carestia verificatasi nel paese, sostentò con mezzi pubblici, anche contro il velere dei Grandi, molte centinaia di poveri servendo anche personalmente gli infermi di Eisenach. E accertato oggi, contro le ipotesi del Wenck e del Michael, che E., rimasta vedova, fu cacciata violentemente dal castello di Wartburg nell'inverno del 1227. Recatasi in quella notte al convento francescano di Eisenach, pregò i frati di cantare il Te Deum per la sua tribolazione. Firo qualche tempo in grande penuria e mendicando; fu accolta e aiutata dall'abbadessa di Kitzingen sua parente e dallo zio Egberto vescovo di Bamberga, che pensava rimaritarla. Tornati i cavalieri crociati con le ossa di Ludovico, mutarono alquanto le sue condizioni, specialmente con l'istituzione, da parte di Gregorio IX, di Corrado quale suo a difensore n. Ma già E., dedicandosi ad una vita ascetica, nel 1228 rinunziava solennemente al mondo nella chiesa dei Minori di Eisenach. Vestiva, nelle mani di Corrado, l'abito grigio di terziaria, e con i beni che le furono assegnati a sostentamento della sua vedovanza, costrui l'ospedale di Marburgo, la cui cappella dedicò a s. Francesco appena canonizzato. Morl, a 24 anni, stremata di forze soprattutto per il costante servizio ai poveri, malati, lebbrosi, il 16 nov. 1231. Si narra che s. Francesco stesso le inviasse un suo mantello che si conserverebbe nella parrocchia di Oberwalluf presso Magonza. Fu sepolta nel duomo di Marburgo.
II. Culto. - I miracoli che subito dopo la sua morte si effettuarono, fecero promuovere il processo di canonizzazione che si concluse il 27 maggio 1235 con la proclamazione a santa, fatta da Gregorio IX a Perugia. Alla traslazione assistette, con gran seguito di principi, Federico II, il quale poi sull'avvenimento scrisse una lettera al generale dell'Ordine francescano, frate Elia (Acta Imperii inedita, ed. E. Winckelmann, I, Innsbruck 1880, p. 299 sg.). Il duomo di Marburgo fu meta di pellegrinaggi finché, al tempo della riforma protestante, Filippo d'Assia disperse le reliquie di E., che oggi in parte si conservano a Vienna. Di dubbia autenticita e il capo che si conserva a Besançon (cf. Rev. d'hist. franciscaine, 2 [1923], p. 273). Numerose congregazioni religiose, specialmente terziarie francescane, s'intitolano a lei. La Conferenze di S. E. furono fondate per la prima volta a Treviri nel 1840 (W. Liese, Gesch. d. Caritas, Friburgo 1922; la lettera di Pio XI per il contenario della morte in AAS, 23 [1931], pp. 525-27). Festa il 19 nov.
III. Iconografia. - Le rappresentazioni iconografiche di s. E. sono numerosissime in tutta Europa (cf. S. 'Elaner, in Franziskanische Studien, 18 [1931], pp. 205231). La Senta viene raffigurata distribuendo il pane con un povero al fianco, o, dopo il Quattrocento, nascondendo in grambo un mezzo di rose, in riferimento a un miracolo d'aver trasformato in rose il pane che non voleva far conoscere che portava ai poveri (cf. L. Lemmema, Zum Retentounder, in Kathelih, 24 [1902], 381-84). Segno di un pronto diffondersi del culto di s. E. in Italia a il cielo pittorico trecentesco nella chiesa di S. Maria Donna Regina di Napoli. - Vedi inv. XX.
D.m.: Fonti: Le fonti della vita di s. E. sono enumerate con le loro edizioni in Arch. Franc. hist., 2 (1909), pp. 243-49. Fra esse una lettera di Gregorio IX mentre E. era ancora in vita. Corrado di Marburgo che lavorava per il processo della sua beatificazione scrisse una Epistola de vita ad papam, nel 1252: i Dicta IV Ancilleram, prima del 1244, sviluppati nel Libellus edito da A. Hurskens, Der sog. Libellus de dictis IV Ancillarum, Monaco 1911; la Vita scritta da Cesario di Heisterbach, prima del 1235, ed. da Hutchens, Colonia 1908; BHL, nn. 2488-2514; U. Chevalier, Binkbling., I, 2* ed., Parigi 1915, coll. 1304-1307. Boggalia moderne: E. Horn, Sr. E. de Hongrie, Parigi 1902, vers. it. Milano 1904; M. Maresch, E. Landgräfis von Thüringen, Monaco-Gladbach 1921; K. Adam-Kappert, E. von Thüringen Vienna 1929; P. Döpfler, Die heilige E., Monaco 1930; J. AncekerHustache, Ste Elisabeth de H., Parigi 1047. Studt: L. Crick, Culte de ste E. de Hongrie en Belgique, ste E. de Hongrie, Parigi 1902, vers. it., Milano 1904; St. V. Dumin-Borkowski, Die hl. E. ...in der E. hirche zu Bonn, in Kathelih, 49 (1917), pp. 218-23; G. Haselbeck, Die hl. E. und ihre Beichendor Br. Rudiger u. Konrad u. Marburg, in Frano. Stud., 18 (1931), pp. 294-308; id., Die hl. E. in threm seelischen Wochens u. Werden, in Thoring. Frano., 15 (1931), pp. 108-37; id., Das religiöse Wolken der hl. E., ibid., 15 (1935), pp. 247-77; E. Hermelink, Ein Jahrhundert Elisabethforschung, in Theol. Rundschau, 4 (1935), pp. 121-38. Ottocaro Bonmano
ELISABETTA d'Ungheria. - Domenicana, figlia di Andrea III re d'Ungheria (m. nel 1301) e della prima sua consorte Fenenna di Polonia (m. nel 1295), n. a Budapest verso il 1295, m. a T'óas presso Winterthur (Svizzera) il 6 maggio 1337. Ancor bambina fu fidanzata con Venceslao, figlio del re di Boemia, proclamato nel 1301, appena dodicenne, re d'Ungheria sotto il nome di Ladislao, il quale nel 1305 rinunziò a quel regno e alla fidanzata E.
Questa, secondo il desiderio delle matrigna, Agnese d'Austria, avrebbe poi dovuto sposare Arrigo d'Austria (fratello dalla matrigna), ma la pia principessa preferì il velo monacale a dal 1309 fino alle morte visse decisamente nel famoso monastero delle domenicane di Töss, circondata dalla venerazione delle consorelie, le quali ammiravano la sua grande conformità alla volontà di Dio e le altre sue esincle virtù. Fu sepolta nella chiesa del monastero. Il suo culto non è stato ancora approvato.
Bim.: La sua Vita fu scritta dalla consorella Elisabetta Stagel, Der Leben der Schwestern zu Tön, opera criticamente edita da F. Vetter (Deutsche Texte des Mittelalters), Berlino 1906, tradotta in latino presso Acta SS. Maii, II, Parigi 1866, pp. 122-27. Per le questioni politiche: B. Hönno, Gli Angiatié di Napoli in Ungheria (1290-1403), Roma 1938, pp. 86, 93, 99, 102, 106, 109.
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ELISAMA (ebr. 'Elisama' = Dio csnudi n). - Nome di vari personaggi biblici.
1. Un capo della tribù di Ephraim (Num. 1, 10; 2,18; 7,48; 10, 22); il nonno di Giosuè (I Par. 7, 20).
2. Figlio di David (II Sum. 5, 16; I Par. 3, 18; 14, 7; 3,6 invece di E. è da leggersi Elisun).
3. Uno dei clan di Ieramani (I Par. 2, 21).
4. Sacerdote tra quelli inviati dal re Iosaphat per il paese ad istruire il popolo (II Par. 17, 8).
5. Scriba del re Ioskim; nella sua camera fu posto il volume delle profczic di Geremis prima di parlame al re (Jer. 36, 12.20 sg .).
6. Nonno d'Israele, l'uccisore di Godolis (Jer. 41,1; II Reg. 25, 25), era di stirpe regis; alcuni lo identificano con E. n. 2.
BibL.: E. Levesque, Elisum, in DB. II, col. 1680 sg.: F. Zecell, Lex. lebe, et erem., Roma 1040 sgg., p. 58. - Per 1: A. Clamer, in La S. Bibl., ed. L. Pirot, II. Parigi 1040, p. 238 sg. - Per 2: L. Desmopers, Histoire du peuple habron, II, Parigi 1030, p. 262. - Per 6: J. Koulombacus, Comm. in Ierusalem peripherum, Peripi 1880, p. 477 sg.
Francesco Spadafaro
ELISAPHAN. - 1. Levita, figlio di Oziel, capo della famiglia del Caathiti (Num. 3, 30) al tempo del censimento del popolo d'Israele attorno al Sinai. I discendenti della sua famiglia figurano ancora al tempo di David e di Ezechia (I Par. 15, 8; II Par. 29, 13).
2. Un principe o capo della tribù di Zebulon a suo rappresentante nella distribuzione della Terra Francesca (Num. 34, 25).
Anacie Penna
ELISCE: v. ELISEO.
ELISEO ('Elisa' = = Dio salva * ). - Profeta, successore di Elia (v.). Era figlio di Saphat, originario di Abelmeula, a sud-est di Bejsan (I Reg. 19, 16). Ricco possidente (I Reg. 19, 19), rispose con gioia al gesto simbolico di Elia che lo consacrava profeta e suo successore da parte di Jahweh (I Reg. 19, 19-21). Discepolo affezionato di Elia (II Reg. 3, 11; cf. cap. 2) per ca. 6 anni (II Reg. 1, 17), alla morte ne ereditò il mantello e due terzi della virtù carismatica (II Reg. 2, 9 sgg. cbr.), la porzione cioè che nell'eredità spettava al primogenito (Deut. 21, 17). Come crede a successore di Elia fu subito riconosciuto dai cosiddetti a discepoli dei profeti n, che lo ebbero loro capo (II Reg. 2, 12-13; cf. 6, 1-7).
A differenza di Elia, E. conserva le sue abitudini di agiato borghese: veste regolarmente (cf. II Reg. 2, 12), vive nelle città, ha una casa a Samaria (II Reg. 2, 19-23 sg.; 6, 8-20.32; cf. 4, 8-10) ed un servo Giezi che sempre l'accompagna. Fu profeta del regno di Israele sotto Ioram ( 853-842 ), figlio di Achab, Iehu (842-815), Ioachaz (814-798) e Ioss (798-783); mori verso il 790 .
E. cooperò energicamente ella realizzazione delle profczie di Elia circa il trionfo del jahwismo a la distruzione della dinastia di Achab. Tutta la sua attività è la dimostrazione che la salvezza viene soltanto da Jahweh; è l'idea espressa appunto dal suo nome. Intervenne spesso nella vita pubblica. Con l'esercito muove contro Moab; lo salva dallo scoraggiamento per la mancanza d'acqua e gli predice la vittoria (II Reg. 3, 9-25). Svela a Ioram la imbutente di Benadad e gli conduce a Samaria i soldati siri mandati a catturarlo (II Reg. 6, 8-12); annunzia le fine del terribile assedio di Samaria, per intervento di Jahweh (II Reg. 6, 24; 7, 20).
Si reca a Damasco per compiere la missione da Dio affidata ad Elia (cf. I Reg. 19, 25); a Hazael svela che ucciderà il re ammalato, avrà il regno a farà gran male a Israele (II Reg. 8, 7-15). Allo stesso modo sceglie il momento più opportuno per ungere, mediante un suo discepolo, Iehu a re d'Israele, mentre Ioram è ferito e sta a Iearael (II Reg. 8, 25-29). Iehu, cui sono state ricordate le parole

(let. Anderson)
Eliseo - Musalco della chiesa della Martorana (1148). Palermo.
d'Elia contro la famiglia di Achab, distrugge ferocemente tutti i membri di essa e uccide tutti i cultori di Baal (II Reg. 9-10). Infine al re Ioss che io visita E. morente predice che vincerà tre volte gli Aramei (II Reg. 13, 14-19).
E. operò molti miracoli. Divise le acque del Giordano con il mantello di Elia (II Reg. 2, 14 sgg.); con del sale rese salubri la fonte di Gerico (ibid., 2, 19-22). Moltiplicò l'olio di una vedova per liberarla da un esoso creditore (II Reg. 4, 1-7); impetrò un figlio alla sunamita che lo ospitava e, morto che fu per insolazione, lo risuscitò (ibid., 4, 8-37). Riscnò una minestra nociva (ibid., 4,38-41 ); moltiplicò 20 pani per un centinaio di persone (ibid., 4, 12-14). Guari dalla lebbra Naaman sire che divenne fedele jahwiata, e puni la cupidigia di Gieal, trasferendogli la lebbra del precedente (II Reg. 5). A contatto con le ossa di E. un morto risuscita (II Reg. 13, 20 sg.). Cf. Ecoli. 48, 12-14.
S. Girolamo ricorda il sepolcro di E. vicino a Samaria (In Abiliam: PL 25, 1099). La Chiesa celebra la festa di E. il 14 giugno.
Per la iconografia v. ELIA.
BibL.: E. Mangenot, Elisée, in DB. II, coll. 1690-96; E. Tobac, Les prophetes d'Israël, I, Livres 1919, p. 129 sg.: A. Poni, Historia populi Ismali, Roma 1933, pp. 64-66, p. 70 sg.
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ELISEO (Elisce). - Storico armeno del sec. v, autore di omelie e commenti, come pure di una Storia delle guerre degli Armeni (dal 45 I d. C.), scritta con intenti agiografici e letterari, in uno stile elegante ed armonioso, ma con sfumature grecizzanti. Alcuni critici moderni lo fanno vivere nel sec. vi.
Bibl.: G. Cappelletti, E. storica armeno del sec. V. Venezia 1840 . Per le vario edizioni armeno cf.: V. Langlois, Elisée Variabel, la Collection des historiens de... l'Arménie, II, Parigi 1860, pp. 177-251; A. Lazilcio, s. v. in Nuova bibliogr. armena, Venezia 1909-12 (in armeno)
Cirillo Kibarian
ELISI, CAMPI. - Luogo dove gli antichi Greci immaginavano trasportati, corpo ed anima, alcuni beniamini degli dèi, di cui spesso erano discendenti o parenti. Credenze più tarde vi posero anche gli eroi della mitologia e della storia, Achille, Diomede, Menelao, ecc.
Una parte degli antichi separa gli E. dal resto dell'oltretomba e li pone al limite della terra o nell'Oceano (in questo caso sono identificati con le isole dei basti) e nel cielo. Per altri (Aristofane, Virgilio) fan parte dell'oltretomba e sono immaginati sotto terra. La era la perfetta felicità materiale e morale, senza preoccupazioni né obblighi di lavoro, rallegrata dal vino, musica a danze : i poeti attici che la descrivono nei secc. v-IV a. C. prendono come modello la iniziazione di Eleusi. A capo degli E. erano a Radamante a Crono o ambedue. Secondo alcuni moderni, nome e concetto dei C. E. sarebbero preellenici. I Romani seguirono i Greci nella raffigurazione degli E.
Bibl.: L. Maban, Elution und Rhodamantic, in Tabebuch des deutsch. archaisal. Jost., 23 (1913), p. 35 sgg.; E. Rohde, Psyche, 9²-107 ed., I, Tubinga 1923, p. 68 sgg.; M. Nilsson, The Mi-noun-Myrenson Religion, Lund 1927, p. 341 sgg.; P. Caprile, Elution und Inseln der Seligen, in Archiv. für Religionswisiz, 23 (1927), p. 245 sgg.; 26 (1928), p. 17 sgg.; E. Wiken, Die Kunde der Helveten von dem Lande und den Välkern der Apenenmokribisur! bis 300 v. Cr., Lund 1937, cap. 1; M. Nilsson, Gesch. der Griech. Religion. I, Monaco 1941, p. 302 sgg.
Lulus Banti
ELIU (ebr. 'Elīhū, Settanta 'Elusōs). - Interlocutore di Giobbe (Job 32-37), che prende la parola dopo i tre amici Eliphaz, Baldad e Sophar.
Per dimostrare la sua innocenza, Giobbe invoca un giudizio in regola nel quale si propone di affrontare Dio, che crede irritato contro di lui, e confutare i tre amici, divenuti suoi implacabili accusatori (Job 13, 18; 31, 35b-37); desidera pertanto un arbitro, un avvocato che prende le sue difese: «O se ci fosse un arbitro tra noi... > (Job 9, 33); Chi mi darà qualcuno che mi ascolti»? (ibid., 31, 35 a). Questo arbitro è E., che interviene con un tono affatto speciale: Giobbe non deve dire che Dio lo perseguiti; Egli invia i mali non solo per punire ma anche per preservare e purificare. Vendica cosi l'innocenza di Giobbe, lo illumina circa lo scopo delle sue avventure e prelude all'intervento finale in favore di lui. Io tal modo i discorsi di E. hanno un posto essenziale nel quadro e nella doctrina dell'intero libro (v. GIOBBE).
BibL.: P. Dhorme, Le livre de Job, Parizi 1926, pp. 2527. Kivi, Lesvit-Lexivi, 420-523; P. Szczygiel, Das Buch Job übersetzt und erbiür, Bonn 1931; W. A. Irwin, The Elibs speeches in the book of Job, in The Journal of Religion, 17 (1937), pp. 37-47; L. Dennefeld, Les discours d'Elibau (Job 30-37), in Revue biblique, 48 (1939), pp. 163-80, con esauriente bibliografia.
[Francesco Spadafors
ELIZALDE, Miguel de. - Gesuita teologo e moralista tuatorista. N. nel 1616 ad Echalar (Navarra), m. il 18 nov. 1678 a S. Sebastiano. Professore di filosofia e teologia a Valladolid, Salamanca e Roma, rettore del collegio gesuitico di Napoli. Nel De recta doctrina morum, scritto con lo pseudonimo di Antonius Celladei è in contrasto con l'Ordine e si oppone fortemente al probabilismo.
Scritti principali : Forma verae religionis quaerendae et inveniendae (Napoli 1882); De recta doctrina morum qualituer libris distincta. Quibus accessit De natura opinionis appendix (Lione 1670).

Ios Kibaris, Sacrofoto, 10: 20. 11
Eliseo : E. racconto il pollo di Ebo e con esso norcume le scque del Giordano ottenendo la loro dimision (II Reg. 2,8-14). Frammento di sacrofoto (sec. 17) conservato ad Arles.
Bibl.: Hurter, IV. coll. 284, 286-88; Sommerrogel, III coll. 381-83; I. v. Dollinger, Geschichte der Moralitvattedialien. II, Nördlingen 1889, pp. 23-42.
Jaredor Skarvada
ELKASAITI: v. BLESSAITI.
ELLENISMO. - Nome coniato da J. G. Droysen (nella sua storia sull'argomento, tra il 1836 e il 1877) per designare tutto il periodo storico dalle spedizioni militari di Alessandro il Grande fuori della Grecia al momento in cui l'influsso di Roma si estese definitivamente sui paesi ellenici ed ellenizzati. E. indica in modo particolare la storia della civiltà greca su territori non greci, la lingua comune che espresse questa civiltà, l'arte, il pensiero, la vita delle nazioni (Egitto, Asia Minore, Persia, Battriana, India, Siria) ellenizzate, dalla morte di Alessandro ( 323 a. C.) alla battaglia di Azio ( 31 a. C.).
1. Origini e carattere dell'e. - La conseguente storiche delle imprese di Alessandro furono cosi vaste e profonde da renderne assai difficile la valutazione, anche soltanto sommaria; esse portarono una impetuosa ondata di civiltà occidentale che superò le secolari dighe e penetrò in mezzo a civiltà affatto diverse. L'indizzazione della cultura greca in Oriente era cominciata, certamente, molto prima; ma con Alessandro essa si approfondi e si estese fino entro l'Asia. Naturalmente, la vastissima trasformazione e penetrazione spirituale dell'e. non avvenne né ad un tratto, né ovunque nella stessa misura e maniera.
In Alessandria si sviluppa una letteratura nuova, di carattere raffinato ed erudito, e accanto alla filosofia vi fioriscono le scienze naturali, la matematica, la meccanica, l'astronomia, la medicina. Antiochia, più a contatto con la imponente civiltà assiro-babilonese ed iranica, fu il secondo grande centro di e., meno brillante certo, ma non per questo meno fecondo per gli influssi più e meno efficaci sulle regioni circostanti. Ma la cultura non si limitò alle metropoli, si diffuse nei centri minori (Efeso, Cesarea di Cappadocia ecc.). Eno nelle regioni più lontane, perdendo naturalmente dei caratteri suoi migliori e originali per costituire sempre più un tipo di cultura universale, comune a molti ceti di persone, espressione di una coscienza medie e umana, elevandosi al di sopra di confini e di razze.
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ELIODORO

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L' URNA DI S. ELISABETTA (sec. xiv). Marburgo, Duomo.
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All'unificazione della cultura corrisponde l'unificaziona della lingua. La lingua greca, gia nel passato largamente introdotta dai mercanti, si diffuse sempre più e comincio a servire da "lingua franca "internazionale dell'Aza anteriore e finl per divenire, come fu difinti chiamata, la lingua "comune", koiné (youy). Essa è la continuazione dell'Attico, modificato pero ed allargato, una lingua ossia a tutti intelligibile, ma scolorito, uniforme, che suono pressoché eguale con lievissime varicta locali in Egitto, in Siria, nei documenti ufficiali e delle pubbliche amministrazioni.
Questa alla filosofia, i nuovi sistemi che sargono nella eta ellenistica, lo stoicismo di Zenone e l'edonismo di Epicuro seguono la decadenza della metafisica a vantaggio dell'etica. L'accademia di Carneade, in luogo delle teorie delle idee, difende uno scetticismo probabilistico. Questa filosofia dell'età ellenistica si incanala in Roma con Cicerone, Lucrezio, Seneca secondo due correnti: scetticismo radicale (perronismo) o scetticismo moderato.
Giuliano Gennaro
II. L'e. e i suoi rapporti con il giudaisno e il cristianesimo. - Con la lingua greca si diffondevano, specialmente nelle citta e tra le classi colte, gli elementi della filosofia, della religione, della morale e dell'arte greca. L'e. però non era solo attivo, ma anche passivo; riceveva cioè dalle civiltà che incontrava notevoli apporli, specialmente religiosi (dai culti e dai misteri orientali). Nasceva cosi il sincrctismo ellenistico, detto semplicemente e.
Alcuni acattolici sostengono che 8 cristianesimo primitivo sia il risultato di una specie di sincrctismo nata da elementi giudalci ed ellenistici. Gieverà quindi conoscere i rapporti fra e. e giudaismo, ed e. e cristianesimo.
1. E. e Giudaismo, - a) Le fonti. - Sul vasto periodo dell'e. anteriore a Cristo abbiamo relativamente pache fonti sicure riguardanti la Palestina. Tra esse sono i libri canonici dei Maccabei, la Sapienza e l'Ecclesiatisos; inoltre gli apocrifi (v.) scritti in questo tempo: Enoch, Testamento dei 72 patriarcie, Salmi di Salomone e, sembra, anche codici scoperti nel 1947 nel deserto di Giuda (Latus fra i figli delle tenebre e i figli della luce), Flavio Giuseppe, Filone Alessandrino, la lettera dello Pseudo Aristea e gli scritti rabbinici (Miânâh, Talmud) ci conservano particolari utili per la reazione giudaica all'e.
Per conoscere il punto di vista ellenistico giovane gli scritti dei Greci e dei Romani composti in questo periodo, nei tratti che riguardano gli Ebrei. Tra essi specialmente Stridone, Plutarco, Dione Cassio, Cicerone, Plinio il Vecchio e il Giovane, Tacito, Svetonio, Seneca, Lucano, i poeti Virgilio, Orazio, Ovidio, i satirici Petronio, Persio Flacco, Marziale, Giovenale.
b) In Palestina. - L'e. raggiunto dapprima le città periferiche di Gaza, Aecalon, Dora, Pella, Dion, Filadelfia (l'antica Rabbath Ammon), Gadara, Abila. In Transgiordania sorse la Decapoli ellenistica, con un'appendice a Seltopoli-Bethsan. Sotto Antioce IV Epifane l'e. cerco di penetrare violentamente nella stessa capitale. I sommi sacerdoti (v. Giasone, Lisimaco, menslao) davano il pessimo esempio. Ma la massa del popolo resisteva e reagì fortemente alla persecuzione, inavegendo con Maimaria e i suoi figli Giuda Maccabeo, Ionathan, Simone.
Durante il periodo degli Asmonei (v.), di Erode Magno (v.) e dei suoi successori, l'e. tentava di penetrare, favorito talora dai sovrani e specialmente dai Sadducei, ma l'onda veniva respinta dalla massa del popolo guidata dai Farisei (v.). I libri giudaici scritti in quest'epoca mostrano quanto energica fosse la reazione religiosa e mazionalistica della maggioranza degli Ebrei, che si conservò fedele alla religione dei padri.
c) Nella diaspora (v.). - Fuori della Palestina gli Ebrei erano maggiormenta a contatto con l'e. Ne appro-
sero la lingua, ne conobbero le dotrine filosofiche e religiose subendone inevitabili contraccolpi; tuttavia, pure parlando e scrivendo in greco, rimasero nella sostanza autentici Ebrei.
La Sapienza, scritta in greco da un giudeo alessandrino, ci svela l'atteggiamento di questi Ebrei. Anche Pilone, che pure aveva accettato alcuni principi filosofici dell'e., rimaneva ebreo e procurava di difendere la Bibbia, ricorrendo all'eseguo allegorica. In Egitto gli Ebrei costruirono un tempio a Leontopoli, tradussero la Bibbia in greco (v. settanta) e procurarono di accrescerne la stima presso gli ellenisti, raccontando la leggenda dei 72 interprati, volgarizzata dallo Pseudo Aristea.
Anche Giuseppe Flavio, sacerdote ebreo trapiantato a Roma, pure scrivendo qualche opera in greco, non smantisce il suo carattere di autentico ebreo.
Concludendo, si può dire che anche nella diaspora l'e. aveva sfiorato solo la superfice del giudaismo, senza intaccarne profondamente la sostanza religiosa.
2. E. e Cristianesimo. - Dai Vangeli risulta che Gesù, pur essendosi recato nella Decapoli e nelle regioni ellenizzate di Tiro di Sidone e di Cesarea di Filippi, non ebbe rapporti dottrinali con i pagani ellenisti, anzi limitò la sua missione personale ai giudizi palestinesi. Affermò chiaramente di aver appreso la sua dottrina dal Padre. Quando i Greci (pagani) vollero parlargli dovettero interporre la mediazione di Filippo (Io. 12, 20-29).
Tutti gli autori del Nuovo Testamento (eccetto Matteo che scrisse in arcmáico per gli Ebrei palestinesi) scrissero in greco. Dell'ellenismo tuttavia ritennero solo la lingua comune (hoinè) ed alcuni elementi marginali: la sostanza dell'insegnamento la ripassano tutti da Cristo, Figlio di Dio, rivelatore.
In favore degli Ebrei ellenisti gli Apostoli istituirono i diaconi (v.), che hanno nomi greci (Act. 6). S.