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tro fu eretta tra il 1629 e il 1719; la sua cupola è alta 57 m .

Il Museo d'archeologia occupa l'antica chiesa dei Carmelitani esitati. Il Museo di belle arti offre una ricca collezione di sculture a pitture, che vanno dai primitivi ai moderni. L'Università di Stato in lingua fiamminga fu fondata nel 1816 da Guglielmo I, re dei Paesi Bassi, e comprende tutte le facoltà.

Bial.: Th. Hervyn de Volkxersbeke, Les églises de G., 2 voll., Gand 1880; F. Ciesys-Rouissert, Le diocèse et le Séminaire de G., ivi 1913; L. van Purwende, La Bilabie de G., in Rec. Trouaux Universite de G., Gand-Parigi 1927, fasc. XXVII; E. De Moreau, Histoire de l'Eglise en Belgique des origines aux debats du XIJr siècle, 5 voll., Bruxelles 1940-49, passim. Enrico Jost

GAND, Giuseppina. - N. il 16 luglio 1819 ■ Boulay (Lorena), m. il 2 febbr. 1907. Ricevette
l'abito delle suore Domenicane a Chalon-sur-Saône il 19 marzo 1839 con il nome di suor S. Domenico della Croce.

Congiunse allo spirito di pietà e di mortificazione un grande zelo per le opere di apostolato, infermò le novizie alla vita religiosa e nel 1854 fu prescelta per dirigere tre pie sorelle che a Bonnay volevano consacrarsi al servizio di Dio e dei poveri nell'osservanza della regola del Tera'ordine domenicano. Cosi divenne la fondatrice della Congregazione delle suore domenicane di S. Caterina da Siena per l'educazione della gioventù e l'assistenza degli ammalati, la cui casa madre si trova a Etrépagny (Eura). La sua causa di beatificazione è stata introdotta con decreto del 17 apr. 1940.

BinL: Th. Mainaec, La r. mire St Dominique de la Croix, 2 voll., Parigi 1920.

Cristoforo Beruni
GANDHI, Mohandas Karamachand. - Uomo politico indiano, n. a Patbandar (golfo di Oman) il 2 ott. 1869 , m. a Nuova Delhi il 30 genn. 1948. Nel 1888 parti per Londra per completare i suoi studi e consegui la laurea in giurisprudenza; tre anni dopo ritornò in India. Nel 1893 si recò nel Sud-Africa, volendo difendere i 15.000 lavoratori indiani immigrati colà e che trovavansi in condizioni di vita difficile. Nel 1899 , durante la guerra contro i Boeri, non dimenticò di essere suddito dell'Inghilterra e compi il suo dovere, a fianco delle truppe inglesi, organizzando la Croce Rossa indiana. Quasi
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Gandhi, Momandas Karamachand - G. a Roma nel 1931.

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contemporaneamente inizio la pubblicazione Indian apision. Con questa attività incominciò la missione di redenzione sociale della sua gente, che continuò in seguito attraverso Young India.

Nel 1904 a Phoenix, presso Durban, fondò una colonia agricola. Indiani di casta e di religione diversa dovevano trovare, sotto la sua guida, quell'intesa ch'egli si sforzò di procurare all'India. A Johannesburg aprì un ospedale per gli appestati. Nel 1906 cooperò con gli Inglesi contro gli Zulu ribelli; ma si oppose energicamente alla politica del governo sud-africano contro la tassa di capitazione e proclamò, per la prima volta, il satydgrahi (insistenza per la verità), inesattamente detta resistenza passiva.

Dal Sud-Africa ritornò ad Ahmedäbad e nell'aliran (meditazione) cercò di compiere opere di beni e di pace fino al 1918, quando riprese attivamente l'azione politica del Congresso indiano e promosse, contro le leggi di repressione di Rowlatt, l'unione degli indù e dei musulmani. Nel 1920 successe a Tilak come capo del Congresso a proclamò la non cooperazione (swadeii), che provocò ribellioni, violenze, repressioni e il pentimento di G. Nel medesimo anno, in nov., aprì l'Università del Gujerat ad Ahmedäbad: eletto presidente del Congresso nazionale indiano a Delhi, fece proclamare la disobbedienza civile. Arrestato nel marzo 1922, fu condannato a sei mesi di carcere; ma il 4 febbr. veniva grasiato e nel ritiro di Ahmedäbad proclamò «la Beatitudini del Vangelo le pagine più belle ch'egli avesse mai conosciuto».

Nel dic. del 1929 riprese l'attività politica ed al Congresso di Lahore propugnò la volontà indiana di completa indipendenza; tre mesi dopo incitò le genti dell'India alla disobbedienza civile senza violenze, dandone l'esempio con la «marcia dei martiri» e l'infrazione della legge sul monopolio del sale a Dandi il 5 apr. 1930. Di nuovo incarcerato, fu liberato il 25 genn. 1931 e prese parte alla seconda Conferenza della Tavola Rotonda a Londra per elaborare lo statuto della Federazione indiana. Fallita la conferenza, ritornò in India a nel genn. 1932 rivide il carcere. Iniziò allora i famosi digiuni, che riuscirono a piegare la volontà del governo inglese e ad assopire le discordie tra indù e musulmani per una maggior giustizia sociale.

Nel 1934 rinunciò alla presidenza del Congresso nazionale indiano; ma ne rimase sempre il capo spirituale.

Nel 1944 divenne, attraverso il digiuno, consigliere e mediatore tra il suo popolo e il governo inglese, al quale, nel 1942, in occasione della missione Crippa, aveva opposto un deciso rifiuto a collaborare.

Nel 1947 affermò la volontà unitaria dell'India; solo per evitare una guerra civile tra indù e musulmani accettò la proposta del viceré Mountbatten, pianse sulla divisione tra Indostan e Pakistan e predicò la pace. Il 5 ag. dello stesso anno l'India fu proclamata indipendente; ma con la tragedia della sua patria, fu la tragica fine di questo singolare agitatore : il 30 genn. 1948 a Nuova Delhi fu colpito a morte dall'odio fanatico dell'indù Mahasabha.

Mahätma, la grande anima, lo chiamarono in vita, e le folle andarono a intingere pezzuole nel suo sangue, come nel sangue di un martire; sull'urna delle sue ceneri i capi dell'India indipendente e libera fecero incidere la parola «Dio, Dio». Romain Roland la disse «santo del cristianesimo» a altri del cristianesimo lo dissero «nemico».
G. è una delle figure più difficili a studiare e definire. Egli fu un indù autentico, un mistico orien-
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(1st. alinari)
Gandolfi - Un santo vescovo. Dignato di Ubaldo G. Bologna, Pinacoteca.
tale, tinto da forti influssi cristiani. Si sforzò di rendere meno penosa l'esistenza degli umili e degli oppressi; di fare gli uomini buoni, perché nella bontà e nel vero avessero serena l'esistenza; di spingere a credere in un Vero Supremo per non pensare a salvezza alcuna in ciò ch'egli chiamava «il deserto dell'ateismo». Per questo ammirò la dottrina morale del cristianesimo e il «discorso della montagna» ma non accettò i dogmi delle fede cristiana, perché per lui la religione rimaneva sempre una filosofia ed un rituale.

Btal.: R. Rolland, Mahatma G., Parigi 1924; C. F. Andrews, Mahatma G.'s ideas, Londra s. d.: M. E. Modaelli, L'India, Milano 1937. Autobiografia a cura di F. Andrews, trad. it., ivi 1931.

Mario E. Modaelli
GANDOLFI, famiglia. - Pittori bolognesi. Durante la seconda metà del Settecento ed oltre, i fratelli Ubaldo e Gaetano G. e quindi Mauro, figlio di Gaetano, svolsero in patria una singolare attività artistica, nella quale, sui residui della tradizione barocca locale, s'innestano piacevolmente motivi a accenti veneti, soprattutto tiepoleschi, e, da ultimo, suggestioni del neoclassicismo internazionale.

Ubaldo, n. a S. Matteo della Decima, presso Bologna, il 28 apr. 1728 , e m. a Ravenna, il 21 luglio 1781 , ad una pratica di pittore fluido e di calde tonalità, soprattutto nelle opere di cavalletto, congiunse un'attività disegnativa molto varia e abbondante; modello, inoltre, in gesso i due profeti Isaia e Gerenda per la chiesa bolognese di S. Giuliano. Particolarmente apprezzabili la tela Diana ed Eudimiana, nel Palazzo comunale di Bologna, e alcune teste muliebri e infantili in collezioni private.

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Gaetano, n. a S. Matteo della Decina il 31 ag. 1734, e m. a Bologna il 21 giugno 1802 , fu iniziato all'arte dal fratello maggiore. La sua maniera si confonde talvolte con quella di Ubaldo, al quale risulta un po' inferiore nella qualità del tocco a del colorito, se non nella rona narrativa. Ha lasciato, oltre numerosi affreschi e dipinti su tela, apprezzabili disegni e una ventina di stampe al bulino. Fra le sue pitture si ricordano, oltre sei affreschi nella cupola di S. Maria della Vita a Bologna, un Ritratto della moglie, nella Pinacoteca di Bologna, il Ratto di Dolonira, nel palazzo bolognese Calzoni, e il quadro raffigurante La fondazione dell'Ospedale dei Trocotelli, nel Museo civico di Pisa.

Mauro, n. a Bologna il 18 sett. 1764 e ivi m. il 4 geno. 1834 , si fa apprezzare come pittore nell'Autoritratto della Pinacoteca di Bologna, ma fu soprattutto incisore al bulino, adottando la tecnica francese au pointillé e conseguendo successo in Francia e negli Stati Uniti, oltre che nelle più importanti città italiane.
BibL.: L. Lanai, Storia pittorica dell'Itolio, V. Bassano 1809. pp. 217 sgg.; C. Malvasia, Felsina pittrice, II, Bologna 1821, p. 313; A. De Verme, Le peintre groveur, perte 2^{°}, Milano 1906, p. 210 sgg.; L. Bianchi, I G., Roma 1936.

Alberto Nappi
GANDOLFO di BologNA. - Teologo e canonista del sec. xII, m. verso il 1183.

Autore di una Glossa al Decreto di Graziano, conosciuta finora solo attraverso citazioni, a di un libro di sentenze (Quatuor libri sententiarum, ed. J. V. Walter, Vienna 1924), composto probabilmente fra il 1160 e il 1170 e che viene spesso citato dai primi scolastici. Quest'opera è posteriore alle Sentenze di Pietro Lombardo e ne dipende indubbiamente, però non va considerata un semplice riassunto di esse. G. è ritenuto un rappresentante del cosiddetto nichilismo cristologico, che fu poi condannato da Alessandro III.

Diagraziatamente, dell'opera canonica di G. (Glossa al Decreto) non rimane che quanto hanno conservato i glossatori posteriori e soprattutto la Summa Lipsiensis ed Uguccione. Una parte di queste glosse sono state riprodotte nella glossa ordinaria di Giovanni Teutonico. Ma molte citazioni sono ancora inedite nei manoscritti. Ciò che poi complica il riflesso di queste citazioni è la confusione tuttora possibile tra le sigle (con la lettera G., è indicato anche Gerardo Pucelle, vescovo di Coventry, m. nel 1184).
G. insegnò a Bologna, ma che sia stato maestro di Uguccione, come vuole lo Schulte, non è stato finora dimostrato. Sembra che sia vissuto almeno fino al 1183 , perché in quest'anno è ricordato da uno dei continuatori di Uguccione tra i viventi, ma si ignora la data della sua morte.

BibL.: J. F. Schulte, Die Glosse zum Decret vom ibren Anfangen bis and jungsten Ausgaben, Vienna 1872, pp. 22-23; J. De Ghellinck, La diffusion des oeuvres de Gandolphe an moyen âge, in Revue bémédictive, 27 (1912), p. 387 sgg.; J. De Walter, Magister Gandelphi Bononienis Sententiarum libri IV, introduzione, specie pp. 22217-2227111; J. de Ghellinck, Le mouvement thial. du XIX siècle, 2^{°} ed., Bruxelles-Perigi 1948, pp. 227-373 (con bibl.); A. Landgraf, s. v. in LThK, IV, col. 284. Annalisse Maias

GAO, Prefettura apostolica di. - Nell'Africa occidentale francese. E stata eretta il 9 giugno 1942 ed affidata al Padri Bianchi. Il territorio fu distaccato dai vicariati apostolici di Bamako, Ouagadougou e Bobo-Dioulasso e raggiungeva la superfice di ca. kmq. 700.000 , inclusa tutta nella colonia del Sudan francese, e comprendente una zona sahariana o nigeriana e una zona sudanese a sud. Il 12 giugno 1947 dal suo territorio fu distaccata la zona sudanese per formare la nuova prefettura apostolica di Nouna e cosi il territorio di G. fu ridotto a ca. kmq. 565.000 . Esso è attraversato dal Niger dall'ovest all'est.

Il clima è caldo e secco e le piogge poco abbondanti. Il terreno è sabbioso con pochi alberi. Gli agglomerati di popolazione sono disseminati lungo il fiume Niger, che sebbene sia una facile via di comunicazione, non contribuisce a rendere fertile la zona. La popolazione
supera il mezzo milione di cui una parte è nonede. Sono di razza bianca e nera. I cattolici indigeni sono 24 e gli esteri sono ca. 290 . Il resto è rappresentato da musulmani, i quali dopo aver attraversato il Sahara con le antiche carovane di arabi, risolvono dal sec. xv e xvi il Niger per impadronirsi del Sudan. Nella parte sud-ovest esiste la zona rocciosa di Bandiagara abitata dalla tribù degli Habè (al singolare Kade) che sono ancora animisti ( 150.000 ab.) ma si stanno lentamente islamizzando. Solo a G. esiste una quasi-parrocchia. Poche altre stazioni secondarie funzionano. L'apostolato è molto difficile sia per la facilità con cui si muove la popolazione, sia perché quasi tutti sono musulmani, sebbene alquanto liberali e dediti a superstizioni.

BibL.: MC, p. 112; Arch. di Prop. Fide, pos. post. n. 781/46 e 3234/48; AAS, 34 (1944), pp. 330-31; 39 (1947), pp. 433-34. Saverio Pavent

GÄ'ÖN: v. GĖ'ÖNIM.
GAP. - Città e diocesi nella Francia meridionale, capoluogo del dipartimento delle Hautes Alpes, sul fiume Luye, suffraganea di Aix. La diocesi ha una superfice di kmq. 5670 e conta 85.000 ab., dei quali 80.000 cattolici. Possiede 202 parrocchie con 250 chiese, servite soltanto de 152 sacerdoti diocesani e 8 regolari. Potrono della diocesi s. Arnolfo.

Il Martirologio geronindano segna al 3 febbr. quali vescovi di G. Teresio e Remedio, non ricordati in alcun documento del sec. vi. Nel detto Martirologio al 12 apr. si ricorda invece un Constantius o Constantinus, presente al Concilio di Epoona nel 517 e più tardi ai Sinodi provinciali del 527 e 529 . Si hanno poi: Vellosin, ca. 549-54; Sagittario, deposto nel 579; Areolo, in rapporto epistolare con Gregorio Magno (Jaffé-Wattenbach 1748, 1832); Volatonio, che fu al Concilio di Parigi del 614; Patentissimo (ca. 650); Sinforiano (ca. 739); Donadio (ca. 788); Birico (ca. 879). Feca parte per molto tempo della Provenza; nel 1632 il territorio passo al Delfinato, restando però la città sotto l'autorità del vescovo; nel 1512 fu unita alla corona di Francia, ma i vescovi continuarono ad avere il titolo di conti di G. fino alla Rivoluzione.

BibL.: L. Duchenne, Les fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule. I, 2^{°} ed., Parigi 1007, pp. 286-88; G. de Manneret, Les origines chrétiennes de la II Narbonnaite, ivi 1923; Guide de la France chrétienne et nébtionnaire 1946-49, ivi 1648, pp. 323. 376-77. Enrico Joni

GARAMPI, Giuseppe. - Cardinale e storiografo, n. a Rimini da nobile famiglia il 28 o 29 ott. 1725 , m. a Roma il 4 maggio 1792.

Giovanissimo, a Firenze contrasse amicizia con Giovanni Lami; a Modena L. A. Muratori lo confermò nella passione per gli studi storici. Recatosi a Roma, nel 1749 dedicò a Benedetto XIV l'opera De mumna argentero Benedicti III in cui sfatava, tra l'altro, la spiegazione della leggenda della papessa Giovanna e ricostituiva la cronologia dei papi nel sec. IX. Ricevuti gli Ordini sacri, il 14 nov. 1749 fu nominato coadiutore nell'Archivio Vaticano.

Nel 1753 pubblicò le Memorie ecclesiastiche appartenenti all'istoria ed al culto della beata Clara da Rimini e nel 1756 le Notizie, regole e orazioni in onore dei ss. Martiri della Basilica Vaticana. Nel 1759 riunì la scostodia dell'Archivio di Castel S. Angelo con quella del Vaticano.

Nel 1761-62 viaggiò in Germania, Svizzera, Olanda e Francia. Nel 1763 Clemente XIII lo inviò ancora in Germania alle trattative per la pace di Augusta e poi alla Dieta di Francoforte. Clemente XIV (27 genn. 1772) lo creò arcivescovo titolare di Berito e lo inviò nuncio in Polonia a poi a Vienna nel 1774. Pio VI, nel recarsi presso l'imperatore Giuseppe II nel 1782, lo prese compagno, e nel Concistoro del 14 febbr. 1785 lo creò cardinale.

Il G. lasciò una biblioteca di stampati e manoscritti rari, ricca di 16.630 volumi, che dopo la sua morte andò divisa fra la Vaticana e la Biblioteca Cambalunga di Rimini e in parte fu venduta a libmi romani; delle opere raccolte nei lunghi soggiorni all'estero rimane il cata-

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tuale. Dio è Persona e vive la sua vita in rapporti personali (Padre, Figlio e Spirito) ch'Egli ha partecipato all'uomo, cosi che Dio si offre come l'to e il Tu, per il colloquio in cui si muove la e. r. A questa nuova situazione teologica restano fedeli le correnti spirituali della patristica e del medioevo, dove quindi la e. r. non costituisce un'eccezione ma appartiene alla vita religiosa normale ed ha la sua base forma nelle verita della fede e il suo stimolo nella contemplazione dei divini misteri di cui l'uomo è fatto partecipe. La e. r. può rivestire nel cristianesimo forme e gradi vari : dalle rivelazioni a dalle estesi concesse a pochi privilegiati, fino alle forme di raccoglimento, di pace e tranquillità di spirito accessibili a ogni fedele ordinario. Ma si deve anche sùbito avvertire che l'e. r. nel cristianesimo non coincide con la realta religiosa, cosi che la vita soprannaturale di per sé non cade sotto coscienza: la s. r. è un fenomeno, una risultanza contingente di quella vita e non un criterio assoluto a universo. Il suo valore oggettivo può venire soltanto quand'essa si trovi conforme ai dati della fede a riconosciuto come tale dall'autorità della Chiesa. Documenti insigni di e. r. cristiana sono nella patristica le Confession di s. Agostino, nel medioevo la ricca letteratura mistica, l'illuminismo dionisiano speciaimente dei Vittorini, di Escardo a Niccolò di Cusa, la Bravinzyatì di s. Bernardo, la fessunzyatì specialmente francescana..., la reazione antiscolastica degli "spirituali» di cui si è fatta portavoca la Imitazione di Cristo ("...opto magis sentire compunctionem quam scire eius definitionem.": I, 1,3); e nei tempi moderni, per citare i rappresentanti di situazioni le più disparate, B. Pascal, S. Kierkegaard e J. H. Newman, per non parlare del pietismo protestante.
III. Soggettivismo protestante e modernista. -
Il protestantesimo ha rotte l'equilibrio della posizione tradizionale. Appellandosi alla soggettivita della "sola fides" e del "testimonium Spiritus Sancti", ch'era poi il sentimento individuale, Lutero ha fatto della e. r., intesa come puro sentimento soggettivo, l'unico criterio a anche il solo oggetto della vita cristiana. Vittima di una simile dissociazione della coscienza dal contenuto oggettivo della fede e dalla funzione direttiva della Chiesa è stato anche il quietismo ed altrettanto, benché per ragioni apparentemente opposte, il giansenismo con gli indirizzi similari. Nel campo teoretico la elevazione della e. r. a criterio assoluto e indipendente dal pensiero oggettivo è già presente in Kant, con la separazione della ragion teoretica dalla ragion pratica, e si compie in J. H. Jacobi, F. D. E. Schleiermacher e J. F. Fries che fanno del sentimento l'unico criterio della verita. La fede, come e. r. fondamentale, è sentimento immediato. "Come il senso corporale, afferma Jacobi, raggiunge le realtà corporali, cosi noi raggiungiamo la realta spirituale con il "senso spirituale" (suf Geistes-Gefille) e quel che noi sappiamo con questo senso spirituale costituisce il credere (Jacobi, Werke, II, Lipsia 1816; pref., p. 50). "Il sentimento religioso - dice Schleiermacher - è la rappresentazione del Principio trascendente... in quanto è sentimento universale di dipendenza in noi e fuori di noi" (Dialektik, ed. R. Oldebrecht, Lipsia 1942, § 215, specialmente p. 289 sg.). Per Fries e la sua scuola la e. r. si attua non tanto come sentimento specifico ma come "presentimento" (Almung). In queste concezioni, a sfondo irrazionalista, la e. r. si veniva a sostituire sia all'opera della ragione come alla Rivelazione e alla Fede: ed esse fanno capo nel campo protestante la scuola di A. Ritschl, e nei paesi cattolici il modernismo condannato dalla Pescenai (Denz-Li, 2074-75). Il protestantesimo francese ha avuto il suo più brillante teorico della e. r. in A. Sabatier (v.), il cui influsso per a un primato della vita e della e. r. rispetto sia alla esperienza scientifica come alla speculazione" è stato tale che la teologia evangelica di questi ultimi cent'anni è stata una "teologia dell'esperienza" (cf. F. Ménégoz, Réflexions sur le problème de Dieu, Parigi 1931, p. 31). Sulla linea di Fries e Schleiermacher, R. Otto ha interpretato ai nostri giorni la e. r. come "categoria a priori" della religiosità. Essa consiste in una apprensione "irrazionale", in un sentimento del "sacro" ch'è insieme sentimento creaturale: nel primo
momento avvertiamo il nume (come i-menchun, fessimnum, portentonum...), e poi sentiamo la nostra dipendenza da lui (R. Otto, Das Heilige, trad. it., Bologna 1926, p. 10 sgg.). Nella medesima atmosfera si muove il celebre saggio di W. James The societies of religious experience (Londra 1902), secondo il quale la religione a riduce a "i sentimenti, gli atti e le esperienze di uomini individuali nel loro isolamento, in quanto essi apprendono se stessi trovarsi in relazione " qualcosa ch'esa possono considerare il divino" (p. 31). Ispirandosi invece alla rigida teologia di Calvino, e decisamente contrario all'ammissione del primato della e. r. il teologo svizzero K. Barth (n. nel 1886) il quale, pur reagendo al nuovo cartesianesimo teologico di G. Wobbermin, K. Holl e H. Schole, ammette però una e. r. della parola di Dio: un'esperienza di riflesso, in dipendenza cioè della parola di Dio già ricevuta ed è quindi una "determinazione che viene da Dio stesso" (eine Bestimmung durch Gott, cf. Dogmatik, 5² ed., I, 1, Zurigo 1947, p. 208). D'accordo con Barth sono gli altri rappresentanti della teologia dialettica (J. Brunner, F. Gogarten, P. Tillich...) preoccupati giustamente di salvare la trascendenza della parola di Dio dall'invasione dell' immanentismo teologico razionalista o sentimentale. Se non che il rifiuto di una regola falsi ecclesiastica oggettiva, finente capo all'autorità della Chiesa, fa perdere ogni consistenza alla protesta di Barth il quale del resto ha espressamente avvicinato la sua posizione a quella di Schleiermacher (loc. cit., p. 207).
IV. Esistenza e natura della s. r. secondo la dottrina cattolica. - L'esistenza di una e. r. può quindi difficilmente essere messa in dubbio o negata da un teologo cristiano. Nella teologia tomista il giudizio più alto delle cose divine è quello "per medium inclinationis", e quindi di esperienza, ch'è proprio del dono della sapienza e che l'Angelico ricorda sin dall'inizio della Summa citando lo Pseudo Dionigi: "Hicroteus doctus est non solum discens sed et patiens divina" (10, q. 2, a. 6, ad 9; cf. Ps. Dion., De Dio. Nom., 1, 3, 9; PG 3, 648). Dio con la creazione e conservazione è presente a tutte le cose e percio, anzi in modo speciale, allo spirito umano: cosi la nostra aspirazione al Bene senza limiti è in fondo, come riconosce con s. Agostino anche s. Tommaso, un desiderio (naturale) di Dio. Con la Redenzione l'uomo ottiene un nuovo rapporto a Dio, anzitutto con la Fede che gli offre la conoscenza della salvezza e dei mezzi per raggiungerla; e poi specialmente con la Grazia che gli procura l'inobitazione delle divine Persone, le cui arceate operazioni nell'anima rischierebbero di riuscire completamente infruttuose se non affiorassero mai alla coscienza. Perciò l'invito "Gustate et videte quoniam suavis est Dominus" (Ps. 33, 9); e s. Paolo ci assicura che in Spirito Santo "testimonium reddit spiritui nostro quod sumus filii Dei" (Rom. 8, 16). D'altronde gli atti stessi fondamentali della religione, come la preghiera, la conversione (v.), l'abbandono e la conformità alla volontà divina e simili, non avrebbero senso se mancassero di un'avvertenza esplicita da parte del soggetto secondo il loro contenuto e intenzionalità specifica. Infine la Chiesa ha sempre riconosciuto la realta dei fenomeni mistici e Pio X, facendo l'elogio di s. Teresa di Gesù, come colui che a in modius animi mystici4, non modo accurate distinguit inter id quod humanum et quod divinum est... ", la propone come maestra di "psicologia mistica" (Epist. ad Praep. O. C. Exc., in AAS, 6 [1914], p. 143 sgg.).

Dei fenomeni di e. r. alcuni sono normali, altri supernormali: su questi (ispirazioni, rivelazioni, apparizioni, estasi) la Chiesa si mantiene sempre

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estremamente riservata, ma anche i primi vanno sempre considerati con cautela e l'esperienza della vita spirituale insegna che il singolo fedele non è in possesso di alcun criterio universalmente valido in questo campo. Contro il razionalismo si deve ammettere la realtà della e. r., l'esistenza cioè di ben nove situazioni di coscienza (situazione, comprensione, sentimento d'indegnità personale, aspirazione alla santità, desiderio del martirio, ecc.) irriducibili alla ragion ragionante. Ma contro il sentimentalismo si deve proclamare che tali situazioni non precedono la conoscenza di Dio e dei suoi attributi, ma la suppongono e ne sono come la risposta interiore dell'anima. La natura intima della c. r. non è facile a spiegare. Non si tratta evidentemente di una esperienza diretta di tipo sensotiale e neppure di una forma di autocoscienza, perché l'essenza della e. r. è di riferire il soggetto alla Divinità trascendente in un atteggiamento di completa soggezione. I suoi caratteri principali sembrano i seguenti : a) di essere un'esperienza di convergenza, come una risultante della situazione globale del nostro spirito nel suo rapportarsi all'Assoluto (e. r. normale) o quando l'Assoluto si degna di comunicarsi all'uomo direttamente (e. r. supernormale); b) di essere intrinsecamente dialettica: cosi Dio si fa sentire all'anima non solo con le consolazioni e la pace, ma anche con i rimproveri, gli scrupoli, l'aridità, e nell'estasi egli si nasconde nelle tenebre; c) di essere quindi intrinsecamente ambivalente in modo che il fenomeno negativo può ben avere valore positivo e viceversa (la falsa mistica è molto più diffusa della vera), cosi che da sola non può costituire un criterio di assoluto valore.

Il pensiero cattolico lascia pertanto aperta la possibilità di un'autentica e. r., ma proprio per meglio assicurarla ne precisa il vero significato e ne determina le diverse forme e i vari gradi. Anzitutto qualsiasi e. r. non può essere svolta da una forma di conoscenza che le corrisponde e alla quale compete di fornire l'oggetto verso cui si rapporta l'e. stessa del soggetto.

La possibilità della e. r. dimana dalla spiritualità stessa dell'uomo, ma si può dirs che si muove con l'esercizio della sua attività razionale, ma l'esperienza qualunque ne sia il grado - si esplica in un momento intuitivo in cui lo spirito umano avverte la presenza del "sacco" e del "divino" in sé e nel mondo. Ciò vale già nel piano dell'ordine naturale dell'uomo: ma se ci chiediamo come il divino si faccia "presente", come ai attui e che cosa comporti quell'intuizione, le risposte possono essere molte e non è forse possibile raccoglierle in una teoria. Il p. Maréchal ritiene che l'e. r. dei grandi mistici arrivi a rompere il velo della fede come si ritiene sia avvenuto a Mosè e a s. Paolo, ma comunemente si ritiene che l'esperienza mistica si muova dentro il lume della fede. Certamente non si può ridurre la e. r. all'esperienza di riflessione dei soli propri atti o di una situazione passuando soggettivamente creata, senza cioè che rimandi si suo oggetto: la e. r. è un'autentica situazione conoscitiva che non si può quindi attuare senza un riferimento fondato al suo oggetto ("intensionalità") e se l'oggetto non è dato da Dio e da aspetti e attributi della divinità, non è più esperienza ma emozione irrazionale e illusione. Si deve d'attende ammettere che l'e. r. di solito comporta particolari disposizioni soggettive, di cui si occupa a fondo l'escesica e la mistica cristiana: ma, ed è il paradosso in tutto questo campo, essa possono non essere sufficienti, ad sempre possono essere richieste poiché l'azione di Dio non è di per sé subordinata alle condizioni del soggetto. E cosi si può insieme ammettere che come per le altre proprietà dello spirito, cosi nell'ambito della religiosità gli uomini siano diversamente dotati, a inoltre come chi non esercita un'attitudine, che però possiede
può anche radicalmente obliterarla, cosi anche la religiosità, che non è stata opportunamente avviata e sorretta, può affievolirsi fino all'indifferenza quasi completa e l'e. r. essere assente. In ció si mostra il carattere proprio della e. r. come "esperienza secondaria" cioè non in funzione di organi e facoltà speciali ma in funzione della situazione globale della persona e del suo concreto orientamento verso l'Assoluto considerato, non nella mera astrazione, ma nel rapporto diretto di Cessiere, di Padre, di Salvatore, di Giudice, di suprema felicità.

La teologia cristiana ha sempre mantenuto alcuni principi fondamentali dai quali non è permesso allontanarsi : a) L'uomo e ogni creatura avrà l'unione perfetta con Dio e quindi ne sperimenterà direttamente e pienamente la suprema gioia soltanto nella visione beatifica dell'eternità allora l'anima elevata con il "lumen gloriae" vedrà la divina essenza direttamente "visione intuitiva et etiam faciali, nulla mediante creatura in ratione obiecti visi se habente" (Denz-U, 530). b) Il secondo grado di e. r. è quello delle anime in grazia: essendo per essa gli uomini divenuti veramente figli adottivi di Dio perché fatti partecipi della divina natura (Baias, universal yóscas): II Pt. 1, 5), ne partecipano anche la vita. Il gusto delle divine cose (e il disgusto delle peccaminose) è proprio del dono della sapienza lo quale giudica delle divine cose secundum quaoulam constantiaitetem, come dice l'Angelico che parla nel senso più forte, perché aggiunge che si tratta di una "compassio... ad res divinas" (Sum. Theol., 3² 2^{28}, q. 45, a. 2). Ma è chiaro che quest'esperienza può esser comune a tutte le virtù infuse e specialmente alle teologali, ma soprattutto è proprio dei doni dello Spirito in quanto per essi «homo disponitur ad hoc quod sequetur instinctum divinum» con il quale Dio vince gli ultimi difetti della natura (cf. Sum. Theol., 1⁴-2^{28}, q. 58, a. 2, e ad 3). c) L'uomo nell'ordine naturale può sperimentare il divino sia nello spettacolo dell'ordine cosmico come prima Causa e supremo Vero, suprema Bellezza ecc., sia nella sua coscienza come presente nel pungolo del rimorso quando fa il male e nella intima distensione di pace e di gioia quando fa il bene : è la e. r. infima ma anche fondamentale. Le forme supreme di e.r., dopo le rivelazioni divine dei profeti e le teofanie narrate nella S. Scrittura, sono le estasi, i rapimenti e le elevazioni della vita mistica le quali, malgrado la riserve di alcuni critici (Stolz), possono essere oggetto di uno studio diretto perché dotate di tutti i caratteri della conoscenza sperimentale (Keilbach, Maréchal). Documenti decisivi per una psicologia della e. r. sono specialmente le opere di s. Giovanni della Croce e di s. Teresa di Avila (A. Mager, P. Crisogono).

Non è detto che fenomeni di e. r. non possano darsi anche fuori della vera Chiesa (G. van der Leeuw, L. Massignon) e ciò indica l'intima appartenenza della e. r. per lo sviluppo della coscienza umana completa, ma il teologo cattolico non ne può riconoscere il carattere autentico fin a quando tali fenomeni non si riferiscono e non si alimentano di attributi e verità reali della divinità.

Il giudizio definitivo sulla e. r. resta percio riservato alla teologia e in ultima istanza all'autorità della Chiesa.

Bra., l'istruzione scolastica esauriente, ma troppo frammentaria, di H. Pinard, s. v. in DThC. V, coll. 1786-1865. Per la e. r. nell'antichità è ancora classica: E. Rohde, Psyche, Seelenheit und Unsterblichkeitsalender Griechen, 94-104 ed., Tubinga 1929. Perle concezioni moderne: G. Mehlis, Einführung in ein System der Religionsphilosophie, ivi 1917, p. 55 sgg.; M. Scheler, Vom Eucigen in

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Menzher, Lipsia 1923, specialmente, I, 11, p. 136 s.; P. Hoffman, Des religibae Erlebnis, Chariottenburg 1925; E. Przywann, Religionsphilosophie batinilicher Theologie, in Handbuch der Philosophie, e cura di A. Biscueder e M. Schröter, II, v. Monaco e Berlino 1927 (specialmente p. 37 vg .); I. De Guibert, Documenta ecclesiastica Christianae perfectionis studium specialis, Roma 1031, pp. 52 sgg.; W. Keilbach, Die Problematik der Religion, Paderborn 1936 (excellence per la psicologia religiosa: contiene discussione con bibl. dal punto di vista cattolico: v. p. 30 sgg.); I. Maréchal, Etudes sur la psychologie des mystiques, 2 voll., Lovanio 1937-38 (specialmente II, p. 331 sgg .; p. 363 sgg .; critica della teoria psicologica di W. James e J. H. Leubel; P. De Menasce, L'expérience de l'esprit, in Eranos Jahrbuch, 1945. Zurigo 1946, pp. 355-64; B. S. Brighiman, The philosophy of religion, Nuove Torii 1946, p. 411 sgg.; L. Pelot, Le sentiment religieux et la religion, Parigi 1946; J. Hensen, Religionsphilosophie, Essen e Friburgo 1948, specialmente il vol. II, 11, cap. 1: Die religiöse Erfahrung oder das religiöse Werterlebnis, pp. 31-195; M. Pradines, Traité de psychologie, II, Parigi 1948, pp. 304303 : Les sentiments religieux; G. von der Lezque, Phénoménologie der Religion, trad. franc., ivi 1946, pp. 452 sgg., pp. 482 sgg.; G. Wundsrin, Der religiöse Akt als seelische Problem, in Aphrodisragen zur Philosophie und Psychologie der Religion, nuova serie, 1, Würzburg 1948. Ma vanno consultate anche le monografie (ca. 30) che formano la prima serie di questa importante ussima collezione dedicata allo studio dei problemi di esperienza e di filosofia religiosa.

Cornelio Fabro
ESPERO e ZOE, santi, martiri. - Sono commemorati insieme con i figli Teodulo e Cirisco il 2 maggio. Erano servi di un certo Catalo, pagano, che li condusse seco da Roma ad Attalia in Panfilis. Un giorno i due giovani figli, insofferenti del giogo del padrone, si dichiararono apertamente cristiani, ma Catalo il mucito insieme con la madre in una sua villa. Quivi, in occasione della nascita di un figlio a Catalo, si rifiutarono di mangiare della carne immolata; furono percio chiamati dal padrone irritato, e poiché persistevano nel loro rifiuto e confessavano la loro fede cristiana, Catalo dapprima fece scarnificare alla presenza della madre i due giovani, poi li fece gettare tutti e quattro in una fornace ardente. Il loro martirio sarebbe avvenuto durante il regno di Adriano. A Costantinopoli Giustiniano fece costruire una chiesa in onore di Z.

Bibl.: Acta SS. Maii, 1, Parigi 1869, pp. 180-82; Synax. Constatilnop., col. 649 sgg.; Martyr. Romanum, p. 168.

Agostino Amore
ESPIAZIONE. - L'atto, con cui si ripara (o dal peccatore stesso o da altri in vece sua) l'offesa e il torto recati alla divinità con il peccato. Come l'idea di colpa, cosil l'idea di e. si trova presente, più o meno purificata da elementi eterogenei, e operante in vari modi (sacrifici, anche di sangue, cerimonie, pratiche ascetiche e penitenziali, come digiuni, flagellazioni, ecc.) presso tutte le religioni. L'e., nel suo concetto più pieno e perfetto, è propria solo del cristianesimo. Il cristianesimo, infatti, adora nel grande mistero della Redensione il Figlio di Dio fatto uomo, che si addossa i peccati tutti dall'umanità e adeguatamente li ripara; a fa offrire da parte dei cristiani, per riceverne il frutto, la cooperazione delle loro opere (preghiere, elemosine, digiuni, pene e sacrifici quotidiani amorosamente sopportati, ecc.), le quali dal Redentore mutuano il loro valore espiatorio, da Lui sono offerte al Padre e dal Padre accettate (v. percio: cexi) CRISTO; INDULGENZZ; MERITO; PENITENZA; REDENZIONE; SACRIFICIO; SODDISFAZIONE).

Per le religioni dei primitivi e degli altri popoli civili, v. alle singole voci.

Calestino Testare
ESPIAZIONE, giorno dell'. - Giorno solenne di penitenza, nella religione d'Israele, chiamato kippûr.

Regna disparità di vedute sul significato del verbo kipper, che gli uni, seguendo J. Wellhausen e E. König,
mettono in relazione con l'arabo kafara "coprire"; gli altri lo riferiscono all'assiro kuppûrn, che significa levare il peccato a mezzo di un rito di lustrasione; in questo caso il significato del verbo sarebbe: pregare e pregando cancellare. Nel Vecchio Testamento kipper ha due occasioni distinte: l'una "coprire", in modo particolare "coprire la faccia" (Gen. 32, 21); "coprire" "scongiurare" in Is. 47, 11. Kipper si riferisce all'azione di e. da parte del sacerdote minoritente, a eché la parola significa: praticare l'e., ossia fare espiere. Quando il verbo si riferisce al Signore significa: concedere perdono. Il sacerdote può praticare kipper anche per se stesso, mentre pratica l'e. su qualcuno. Si può esercitare l'e. anche su un oggetto, p. es., l'altare, a scopo di purificazione, azione che poi è seguita dall'unzione con elio.

L'e. viene praticata versando il sangue della vittima sull'altare. Si esercita in altri casi la purificazione, come, p. es., la conssecazione dei sacerdoti, mettendo del sangue della vittima sul lobo destro, sul pellice destro e sull'alluce destro del sacerdote; in questo caso si tratta probabilmente di un'azione a carattere apotropaice. Non è escluso che l'accesione "coprire" appartenga piuttosto alla sfera del diritto e di là probabilmente sia passata nella sfera rituale e liturgica, in cui però prevale fondamentalmente il concetto di: "pregando cancellare".

Del rito di e. nel giorno di kippûr tratta Lev. 16.

Il sommo sacerdote deve prepararsi con un rito sacrificale straordinario per entrare nel Sancta Sanctorum e compiervi una volta all'anno, il 10 del mese di t f f r l, il rito di e. atto a togliere da tutto il popolo ogni peccato, che per una ragione e caso qualunque non fosse stato espiato durante l'anno. In tale occasione il sacerdote vestirà una sacra veste di lino, con calzoni di lino sulla carne, una fascia di lino e una terra di lino attorno alla testa. Il sacerdote compie un bagno di purificazione a riceve in seguito dalla comunità israelitica due capri per sacrificio espiatorio e un montone per olocauolo. Offerta il suo proprio giovenco in e. e compiuto l'atto di e per sé e per la sua casa, il sacerdote prende i due capri, li ferma alla porta del santuario e mediante la corse ne assegna uno per il Signore e l'altro ad 'dad'adi. Il capro per il Signore diventa sacrificio d'espiazione.

Dopo aver compiuto l'offerta dell'incenso e del sangue delle vittime d'e., per sé e per il popolo, purificando così il santuario e Israele stesso, il sacerdote stende le mani sopra la testa del capro vivo per confessare sopra di esso tutte le colpe e tutti i peccati degli Israeliti, facendo così passare i peccati sulla testa del capro emissario. In tal modo il capro emissario, guidato da un uomo a ciò destinato, porta i peccati del popolo verso il deserto. Il sacerdote si leva le vesti di lino, compie un lavacro rituale per poi compiere altri riti sacrificali. L'uomo che ha accompagnato il capro destinato ad 'dad'adi, lascerà i suoi vestiti e si bagnerà tutto nell'acqua; soltanto dopo compiuto questo rito, potrà rientrare nel campo. Il giovenco e il capro immolati nel luogo santo a scopo espiatorio vanno portati fuori del campo e bruciati interamente, e anche colui che li avrà bruciati, si leverà le vesti e farà un bagno, dopo di che potrà rientrare nel campo.

Queste operazioni hanno quindi per oggetto di purificare, cioè di rinnovare lo stato di santità del Sancta Sanctorum e delle altre parti del santuario e principalmente l'altare. I peccati del popolo sono in certo quel modo annullati del trasferimento di essi, a mezzo della confessione, sul capo del capro emissario.

Bibl.: H. Cohen, Die Religion der Vernunft aus den Quellen des Judentums, Librik 1919, p. 644 s8.; R. Duscerd. Les origines canadennes du sacrifice isradite, Parigi 1921, p. 78 sgg .; R. Petruzzani, La confessione dei peccati, II, Bologna 1932, p. 206 sgg.; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1940, pp. 309-12.

Eugenio Zolli

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(1at. Orlandial)
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(1at. Orlandial)
a) FACCIATA DEL PALAZZO DUCALE, iniziato dall'architetto Bartolomeo Avanzini, Romano, nel 1635 - Modena. b) INTERNO DEL PALAZZO DUCALE, piano nobile con disegno di Bartolomeo Avanzini che l'iniziò nel 1675 - Modena.

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
d) IL CASTELLO DI FASILIDAS PRIMA DEI RESTAURI. b) PONTE SUL FIUME MILLE DESSIÈ. c) VEDUTA DEGLI ALLOGGI PER IMPIEGATI DELL' I.N.F.A.I.L. - Addis Abeba. d) CAPPELLA DELL'ISTITUTO DELLE SUORE CANOSSIANE, presso la pro-cattedrale di Addis Abeba.

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ESPINOSA, Diego de. - Cardinale, n. nel 1502 a Marun-Munoz de las Posadas (Segovia) da nobile ma povera famiglia, m. a Madrid il 5 sett. 1572. La fama di ottimo gioreconsulto che si era acquistata giovanissimo, insegnando all'Universita di Salamanca, gli aprì la via allo massimo cariche politiche grazie al favore di Filippo II.

Fu dapprima reggente poi presidente del Consiglio reale di Castiglia e del Consiglio di Stato, sovraintendente per gli affari d'Italia, vescovo di Siguenza (1558), inquitore genuiale di Spagna, e cardinale ( 1568 ). Odiato da don Carlos e dalla nobiltà, che tratto sempre con alteriga, cadde in fine anche in disgrazia del re. E generalmente censurato per lo zelo accessivo spiegato come inquitore, ma indoto per la sua grande capacita, distrarsesse ed amore per la giustizia.

Bim.: V. in generale le scorie di Filippo II e specialmente quelle del suo concempatore: L. Cabrera de Córdoba, Felipe II. 4 vell., Madrid 1876-77 (v. indice); anon., s. v. in Biografia etismalica, V. pp. 585-86; Pastor, VIII, pp. 105-106 e nossimi F. Bendel, La Additierranée et le monde maitterranien à l'époque de Philippe II. Parigi 1949 (v. indice). Renata Orsai Ausenda

ESPINOSA, Pedro. - Poeta spagnolo, n. ad Antequera nel 1578 , m. a Santócar de Barrameda il 21 ott. 1652. Dopo una delusione amorosa, condusse vita eremitica con il nome di Pedro de Jesús e, ordinato sacerdote a Malaga, resse il patrio Collegio di S. Ildefonso.

Nel primo periodo della sua attivita compose la Faltula del Genil, ingegonsa nella composizione e fiorita di stile, e la Soledad de Pedro Jesús, sonetti, versioni di salmi. Più tardi inclino al cuitismo e, a volte, al concettismo. Il periodo di transizione dalla maniera di Herrera al cuitismo è documentato dalla sua Primera parte de las flores de poetas ilustres de Espalot (1605). In prosa scrisse El perro y la calentura e il trattato ascetico sulla buona morte El espejo de cristal, più volte ristampato.

Bim.: Opere: P. E., Obras, a cura di F. Rodriguez Marín, Madrid 1909, Studi: P. Rodriguez Marín, P. E., estudio biográfico, bibliografice y critico, in 1 1907: P. Henriques Ureña, Notes sobre P. E., in Rev. de biologia espalista, 4 (1917), pp. 289292; J. P. Wickerstam Crawford, The Notes ascribed to Gallardo on the Sermon of E.'s - Flores de poetas ilustres, in Modern Language Notes, 44 (1929), p. 101 seg. Jole Scudieri Ruggieri

ESPLORATORI CATTOLICI. - Movimento per l'educazione fisica e la formazione morale del carattere, creato da Roberto Baden-Powell e perfezionato, adattandolo al pensiero educativo cattolico.

1. La creazione di R. Baden-Powell. - 1. Origine. R. Baden-Powell, considerando da un lato le proprie esperienze fatte durante la guerra coloniale del Transvaal, dove aveva accecitato l'energia e la forza d'animo dei piccoli flocri, che riuscivano a dare grande aiuto ai genitori nelle operazioni di guerra, e dall'altro l'insufficenza dell'opera formativa della famiglia e della scuola nei quartieri bassi di Londra, ideò un movimento che raccogliesse e addestrasse i ragazzi e li educasse facendo leva sul senso di iniziativa e di responsabilità, che ciascuno deve avere. Donde il suo loro scout movement, in cui il termine scout (esploratore), sta ad indicare che ogni ragazzo o giovane del movimento deve possedere tutto le qualitá dell'esploratore.
2. Principi e metodo. - Lo "scoutismo" vuole sviluppare nei giovani: il carattere e l'insoligenza; il lavoro manuale e la destrezze; la salute e la forza; l'aiuto del prossimo. I a mezzi tecnici » per raggiungere questo scopo non sono elencati in una ordinata esposizione, perchó Baden-Powell, uomo per eccellenza pratica, non li ha escogitati o invalato, ma li ha sperimentati intuendoli ed applicandoli, man mano che se ne presentava l'opportunità.

La tecnica "sccut", con l'infondere piena fiducia all'educando a chiamarlo a superare concrete difficoltà, proporzionate alla sua età e alle sue capacità, contribuisce all'educazione del giudizio e dell'insoligenza. La vita all'aria aperta e la costante cura che ogni ragazzo deve
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(10t. New York Times)
Esploratori - Lo scout Davide Carlo Western (della scuola Deryvenewsar, Acton, Londra) mostra alla scrofina la "Medaglia Abort" ricercata dal Re, al palazzo Buckingham ( 5 nov. 1948), per aver tratto in salvo due compagni caduti nel lago

Porre per essere sano e forte, influiscono beneficamente sulla sua formazione morale. Il proposito di essere a sempre pronto a servire il prossimo è anche un mezzo di educare il cuore del giovane a divenire un uomo generoso ed utile. Il giuoco che, diverso secondo le età, è sempre serio al pari di un lavoro, è il mezzo naturale per addestrare il ragazzo a quelle abilità che gli permetteranno, nella vita, di superare ogni ostacolo ed offre insieme occasione al capo di esaminare i suoi giovani per vedere cosa son capaci di fare. Le specialità che vengono proposte all'esploratore già esperto, sono mezzi per saggiare la sua vocazione e per fargli trovare la via nella quale egli potrà maggiormente rendersi utile nella società.
3. La promessa e la legge. - All'atto della sua aggregazione ufficiale, l'esploratore pronuncia la seguente formula: «Prometto sul mio amore di fare tutto il mio meglio : 1^{°} per compiere il mio dovere verso Dio e verso il Re; 2^{°} per aiutare gli altri in ogni occasione; 3^{°} per osservare la legge dell'esploratore.

La quale legge, che contiene i germi della educazione morale propria del movimento, è formata da dieci articoli: 1) "L'esploratore pone il suo cuore nel meritare fiducia; 2) l'esploratore è leale; 3) l'esploratore è sempre pronto a servire il prossimo; 4) l'esploratore è amico di tutti e fratello di ogni altro esploratore; 5) l'esploratore è cortese e cavalleresco; 6) l'esploratore vede Dio nella natura, rispetta le piante e gli animali; 7) l'esploratore obbedisce agli ordini; 8) l'esploratore sorride a conta nelle difficoltà; 9) l'esploratore è laborioso ed economo; 10) l'esploratore è puro di pensiero, di parola e di azioni». A lui inoltre incombe il dovere delle cosiddetta buona azione quotidiana; egli, cioè, non deve lasciar passare giorno senza che abbia coscienza di avere compiuto un'opera buona o verso di sé, o verso gli altri o verso le bestie.

Lo "scoutismo" è pertanto un sistema di vita, che va congiunto con una tecnica e una didattica formativa, la quale mira a far conquistare un senso di responsabilità, un tono di virilità, uno spirito di iniziativa e di incentiva, una disciplina forma e forte nel dominio di sé; e questo non per insegnamento di precetti, o teoria; ma per virtú

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e coscienza di sforzo personale. Formazione, tuttavia, parziale, di non troppo alta perfezione spirituale; la si potrebbe anzi chiamare semplicemente naturalistica, per quanto permeata da un senso di calda umanità e paternità. Tuttavia, qualora venisse osservata, sleverebbe di già per molti il tono del vivere civile.
II. Il movimento degli e. c. - La novità dell'istituzione, l'aspetto militare e disciplinato che presenta, per quanto non sia affatto ordinata a formare dei soldatini, il carattere eminentemente pratico, lo scopo di risanamento e di miglioramento della gioventù, attrassero l'attenzione e il favore di tutte le classi, e naturalmente dei giovani e dei ragazzi, che sentono l'istinto dinamico del soldato a massime del soldato volontario, per gioco, per divertimento, a conobbero un meraviglioso successo. Anche i ragazzi cattolici vi si sentirono presi; ma in campo cattolico sorsero anche giuste diffidenze per un metodo che da troppi elementi prescindeva, che pure son considerati di importanza capitale nel concetto educativo cattolico. Di qui nacquaro i gruppi e le associazioni di soli e. c., in cui si ebbe cura di permeare la manchevole legge di Baden-Powell, con l'elemento soprannaturale, che conserva alla vita il senso di servizio; servizio, però, che consiste nel conoscere, amare, servire Dio in un clima di Grazia soprannaturale. Ciò avvenne assai presto in Inghilterra, in Belgio, in Francia, in Germania, e anche in Italia.
III. Il movimento degli e. c. in Italia. - A Genova, nel 1905, il prof. Mario Mazza aveva costituito un'associazione di giovani cui si diede il nome di a Iuventus juvat a perché nella loro idea essere giovani significava sapere e voler giovare al prossimo; ogni gruppo si chiamava a Gioiosa" a la prima fu aperta nell'oratorio semiabbandonato di S. Nicolosio. Comparsa la notizia (nov. 1910) intorno al movimento degli e., si fondò lo stesso anno la R. E. I. (Ragazzi Esploratori Italiani), dove i primi iscritti furono i membri delle varie "gioiose". Accortisi che alcuni elementi compromettevano l'apolicità dell'opera, i a gioiosi " tornarono alla loro istituzione primitiva (1912). Intanto nel 1911 si fondava dal prof. Carlo Colombo la G. E. I. (Corpo nazionale dei Giovani Esploratori Italiani) sotto l'alta protezione del governo e di vari ministeri. Ma la G. E. I. non fece altro che aggiungere al naturalismo, proprietà della istituzione protestante, il laicismo, che allora si professava in Italia; due elementi che nuccevano alla vera educazione e che i cattolici non potevano approvare. Donde la neces-
sità di formare un'associazione a parte di c. c., che salvaguardasse i giovani da ogni pericolo contro la loro fede e le loro pratiche di pietà e impedisse un pericoloso e ingiusto accaparramento da parte della G. E. I. Nacque cosi, il 28 genn. 1916, l'Associazione Scoutistica Cattolica Italiana (A.S.C.I.), in cui vengono tutelati e difesi gli indefettibili principi cattolici, e alla promessa e alle leggi dell'e. e soprattutto al sentimento di onore, viene dato il suo intero significato cristiano soprannaturale, che è coscienza della nobilta e grandezza, che deriva all'anima dallo stato di grazia e dalla perfezione intrins