ità.
Quanto al concetto classico di miniesi, si osserva che l'arte è sempre esecuzione dell'interno, non imitazione dell'esterno. L'arte non copia le natura, ma crea una natura sua propria. Anche quando la rappresentazione artistica sembra aderire ad un modello percettivo, quello che vale in essa come arte non è il figurato, in quanto tale, ma il tono, lo stile, il "come" dello figurazione. Quindi anche l'arte più realistica, se è riuscita come arte, è sempre trasfigurazione, è sempre arte "pura", quantunque si voglia denominare con tale oggetto un'arte che ripudia ogni traccia realistica di emotivita o di rappresentazione. Però, per quanto "pura", l'arte non può essere "vuota": deve eseguirsi in un cosmo coerente, organizzato nei propri ritmi interni, e in questo senso un certo realismo artistico è sempre essenziale a qualunque esecuzione riuscita, per quanto astrattiva e trasfiguratrice. Classicismo e romanticismo, oggettivismo e soggettivismo, esecuzione realistica a intimismo, segnano una nota che s'accentua, non una sostanza indivisibile spezzata e dimostrata. L'arte la quale non sappia che offendere la sensibilità per la sua stravaganza e irrazionalità è arte fallita perché non è riuscita a creare il suo cosmo.
Nel precedente problema è implicito l'altro dei rapporti tra forma e contenuto. Se vale l'analogia con il creare divino, l'espressione artistica non è superficiale, epidermica: è, anch'essa, un "producere rem subsistentem totam, non solum rem inhacrentem, scilicet formam in materia" (C. Gent., II, 16). Il cosiddetto contenuto viene investito e risolto nella forma piena, in modo che in questa nessun elemento persista che pesi per la sua estraneità. Però la risoluzione del contenuto nella forma non importa esclusione di quello che potremmo dire il "contenente". La forma vive non per ciò che essa significa, ma per la spiritualità che in essa si significa, e quindi non è possibile rivivere l'opera bella senza riesprimere in essa il "motivo spirituale", il "principio fontale", il "nucleo generatore", che è costituito dalla personalità dell'artista e dal sentimento che l'ispira nell'atto della generazione. Il motivo spirituale è, al posto del cosiddetto contenuto, l'idealità che regge la fisicità della forma, trasfigurandola in bellezza.
Si può suggerire una soluzione del problema del sentimento in arte, distinguendo il sentimento specifico dell'arte dagli altri sentimenti domestici nella vita di tutti i giorni. Il sentimento specifico dell'arte è il colorito dell'atto generativo, la gioia del creare, l'"amor in verbo" di s. Agostino. Tutti gli altri sentimenti della nostra vita quotidiana sono commisti a passività, a sofferenza: solo quello è "puro", "innocente", come lo vide Platone, perché controlla la perfezione dell'attività. Per esso l'arte è estarsi, cioè liberazione dall'interna gravezza e dal peso dell'impressione nell'espressione. Quanto agli altri sentimenti domestici, essi non entrano nell'arte direttamente, perché di segno contrario rispetto ad essa, ma indirettamente, attraverso la personalità dell'artista che in essi e per essi, cioè attraverso una vita realisticamente sperimentata o sofferta, rempra il vigore che lo renderà capace del gesto sovrano dell'arte. Così l'arte non è sfogo, ira, invettiva, confessione : ma tutto quello che ferve nella nostra mediocre
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umanità, attraverso la metamorfosi del sentimento generatore, diventa tono o tocco dell'opera bella. L'arte non può mai disumanarsi, quantunque tutto ciò che è umano essa avvolga nella sua luce che avviva e purifica.
Il problema della storicità dell'arte può trovare una relazione analoga. L'arte è occasione, miracolo e pur vive nella storia di cui reca la testimonianza più fedele. Vive nella storia non come accadimento in una successione condizionante di cause e di effetti, ma come espressione singolare e irrepetibile d'un uomo che sul terreno della storia affonda le radici della sua esperienza e della sua passione. Attraverso questo processo di carossi, l'etios di un popolo e i suoi ideali politici, morali, religiosi filtraino nella sostanza autonomo dell'arte a si trasfigurano in bellezza. Per educare l'arte al bene non bisogna recidere i rami o strappare i fiori, ma seminare nell'innova della storia le esezanze fertilizzanti, offine di ritrovarle poi nella rinnovato fioritura. Anche le medinazioni dei filosofi e i tormenti del pensiero sono suscettibili della palingenesi artistica. L'arte è l'infanzia dello spirito non in quanto rimbambinisce nell'ingenuo o inselvaticbisea nel primitivo, ma in quanto puó innovare giovanilmente ogni frutto, anche il più esperto e consumato, dell'esistenza.
Il problema della tecnica nasce dalla collisione dell'analista spontaneità della creazione con il complesso di condizioni e cui sembra sottostare l'esecuzione artistica : attitudini da acquistare, resistenza dei materiali, leggi della mescita dei colori, dell'equilibrio delle masse, del coccoopponto musicale. Ma tuttocis che è fuori dell'arte condiziona l'artista, non l'artista; riguarda la bottega, non l'Olimpo. Attraverso il calvario della tecnica non si condiziona la creazione, ma si libera progressivamente dagli attriti e dagli impacci un'attività che affine deve porsi come legge esclusiva dei suo operare. Quando il gesto dell'arte è compiuto, ogni esterna difficoltà scompare, travolte dalla divina facilita della creazione. Se la fatica musicale persiste, se si esibisce la perizia acquisita, emergono la bravura, il virtuosismo, la maniera : emerge l'industria al posto dell'arte.
La critica d'arte (v.) è problema per la difficoltà d'intendere come possa essere interpretato, giudicato, tradotto in altra lingua cio che è intime, singolare o non può esser detto con parole diverse da quelle antiche che costituiscono tutto il suo pregio e la sua rarità. Non si può uscire dall'impaccio, se non riconoscendo alla critica una funzione circoscritta che avvicini al nucleo dell'opera, senza presumere di coincidere con questo nucleo e di rendere un equivalente della emozione estetica. Lo spazio in cui si muove la critica è tra l'ispirazione e l'esecuzione, tra il sentimento e la forma, tra l'artista e l'opera, per la penetrazione del motivo spirituale che innerva il sensibile e l'individuazione degli elementi stilistici che obbediscono all'intima necessità, evitando l'arresto unilaterale sia al puro biograficato sia alla pura sensibilità o alla pura visibilità. E problema anche il rapporto tra giudizio e gusto nella critica d'arte: in quanto, da una parte, il mero giudizio che, con l'applicazione della categoria estetica a un determinato soggetto, importi soltanto elezione o condanna (poesia o non poesia), appare troppo rigido, ricercatolo e inadatto alla natura delicata dell'arte; ma, d'altra parte, il mero gusto, cioè il solo rivivimento emotivo dell'opera, è troppo soggettivo e aperto a ogni apprezzamento arbitrario, quando non sia disciplinato da una categoria estetica, cioè dal prezzo coniocato di ciò che sia arte. La difficoltà si risolve sulla base di una categoria estetica che riconosca l'arte quale espressione singolare e assoluta, in modo che il critico, precisamente per obbedire alla disciplina del concetto estetico e per pronunciare un giudizio avveduto, non possa non far valere come unità di misura la sua sensibilità che si pone e confronto con l'opera e la ritrive congenialmente, riasprimendo singolarmente cio che, appunto, vale soltanto per la singolarità dell'espressione. L'universale estetico è al vertice dell'individualità : e quindi la categoria estetica, che regge la critica avveduta, è il gusto del critico.
Bibb.: Storia generale dell'e.: B. Zimmermann, Geschichte der Aesthetik als philosophischer Wissenschaft, Vienna 1838; Ch. Levique, Enamen des principaux systèmes d'esthétique anciens et modernes, in Le science du beme, II, Parisi 1862; M. Schlauz, Kritische Geschichte der Aesthetik, Berlino 1872; M. Messindex Polayo, Historia de las ideas esteticas en España, Madrid 18831891, 3* ed. Santander 1900; B. Besnzquez, A history of aesthetics, Londra 1892; W. Knight, The philosophy of beautiful, being outlines of the history of aesthetic, Londra 1895; B. Croce, Storia dell'e., in E. come scienza dell'esperizione e linguistica generale, Bari 1902; 7* ed. ivi 1941; A. Rolla, Storia delle idee estetiche in Italia, Napoli-Genera-Casa di Caserbo 1924; E. Utze, Geschichte der Aesthetik, Berlino 1935; K. Everett-H. Huhn, A history of aesthetic,, Nueva York 1939. Storie generali della critica d'arte: G. Saintabury, A history of criticism and literary taste in Europe from the earliest texts to the present days, 17 ed. Edimburgo e Londra 1909-1924; 3* ed. ivi 1908. Per altre indicazioni: v. CATTICA D'ARTE, Studi di c.: P. Vallet, L'idée du beau dans la philosophie de si Thomas, Parigi 1883; E. Krug, De poëchristadine distine, Friburgo in Br. 1902; A. Walgrave, L'émotino poétique, in Revue néorcalent, de philos., 2 (1902), pp. 246-49; L. Stefanini, Il problema del bello e didattico dell'arte, Torino 1924; H. Bremond, Poésie pure, Parigi 1906; J. Maritsin, Art et Scolastique, Parigi 1927; G. Zamboni, Avviamento alla filosofia: P. Milano 1925; G. Florès d'Arcsin, Il problema dell'arte, Napoli 1936; L. Soderini, Problemi attuali d'arte, ivi 1999; id., Arte e critica, 17 ed. ivi 1942; 2* ed. ivi 1942; E. Pena, L'arte come personalità, Milano 1941; G. Polvera, Trattazione teorico-pratica dei principi estetici: II. Il bello, ivi 1942; N. Putruccollis, Filosofia dell'arte, Roma 1944; L. Stefaniini, Metodisica dell'arte e altri saggi, Padova 1948; id., Metodisica della forma e altri saggi, ivi 1949. Per altri scritti di a. v. arca.
Luce: Brefadini
ESTETISMO. - E denominazione, a margini fluttuanti, d'un modo di sentire e di pensare che subordina la realtà e i valori della vita all'arte e al giudizio estetico. L'arte è tale sintesi d'idealità e sensibilità, di ragione e sentimento, d'infinito e finito, tale gioia creativa ed émpito di piacere contemplativo, che può sembrare legittimo un acquistarsi soddisfatto della vita in essa.
Le manifestazioni dell'e. ritornano, con vario accento, in tutta la storia della cultura, caratterizzando soprattutto l'omico mondo della Grecia e il mondo moderno che discende dal romanticismo. Si possono distinguere un e. ingenuo, cioè irriflesso, spontaneo, che è quello da cui nacque la civiltà del Grado; e un e. riflesso, consapevole, con cui si caratterizza il moto romantico. Classicismo e romanticismo, per molti aspetti espressioni antitetiche dello spirito umano, si congiungono idealmente e storicamente nel comune fondo estetistico. Si possono anche distinguere un e. dell'oggetto e un e. del soggetto : nel primo si divinizza l'immagine dell'arte, come succede nell' idolo e della clasicità che è frutta della fantasia tologonica; nel secondo si divinizza il soggetto dell'arte, come succede nel «genio » romantico che è sentito quale espressione d'una forza primordiale, sovrumana e creatrice. Dall'ispirazione di Fichte discende un e. titanico che gode della realtà dominata dallo spirito libero e creatore; ma questo disposizione si alterna per lo più, nello spirito romantico, con l'altra, depressiva e angosciante, del poeta che non riesce a contenere nella sua immagine una realtà traboccante e ostile. Il poeta-titano si alterna con il poeta-martice; e così un e. del signoregiamento s'intreccia e si confonde spesso con un e. dell'evasione che, ripudiando come banali la vita comune e la realtà percettiva, si rifugia nell'arduz atmosfera d'impressioni rare, spremute dalla sovraverticazione e dalla zregolarizza dei sensi. Il decadentismo francese, che nel penultimo decennio del secolo scorso discende dall'ispirazione di Baudelaire, ha accentuato il carattere dell'e. delicato e aristocratico che, vellutando d'idealità un abbandono sensuale e voluttuoso, attraversa la letteratura inglese con Shelley, Coleridge, Keats, e raggiunge una espressione zzregiudicata e alessante nel decadentismo di O. Wilde. R. Wagner agita nel mondo tedesco il programma d'un e. costruttivo che redima la collettività per virtù della musica, ma impegna egli stesso il fucilino musicale come persuasore di dissoluzione e di morte. P. Nietzsche sperimenta in se medesimo i frutti di un.
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[^0]c. teso, al di là della logica e della morale corrente, in esasperato affamazioni sovromane. Wagner e Nietzsche si attraggano e si respingono come si attraggono e si respingono il lato solare e il lato notturno del loro e.
Il dramma intrinseco all'e., in tutte le sue espressioni storiche, controlla la sconnessione d'una vita che non rispetta la glusta proporzione tra i valori umani del vero, del bene e del bello.
BibL.: M. Pira, La carne, la morte e il diavolo nella letzentura romantica, Milano-Roma 1930, 3^{°} ed., Firenze 1949; Ch. Lalu, L'espressione de la vie dans l'art, Parigi 1933; U. Spirino, La vita come arte, Firenze 1641; L. Stefanini, Lo vita come arte?, in Arte e critica, Milano-Messine 1940, pp. 123-75; G. M. Bertin, L'ideale estetico, Vervan-Milano 1949.
Luigi Stefanini
ESTIENNE (Stephanus), famiglia. - Tipografi che esercitarono la loro attività a Parigi e a Ginevra nel sec. xVI, a partire dal 1502.
Capostipite è Hevni I (n. fra il 1465 e il 1475 , m. nel 1526), di cui è famosa l'edizione di un Salterio su 5 colonne ( 1500 ). Il suo secondogenito fu Robert I, n. a Parigi nel 1499, m. a Ginevra il 7 sett. 1559. "Vir ad promovendas bonas litteras quasi natus" (Thesaurus, I, ed. 1740, p. 12), versatissimo in latino, greco, ebraico, già dal 1526 curò nella sua propria tipografia, con zelo instancabile, l'edizione critica e la diffusione di classici latini, di scrittori ecclesiastici greci ed un utilissimo Thesaurus latimne linguae ( 4 voll., Parigi 1531; 2^{text {a }} ed. ivi 1536; 3^{°} ed. ivi 1543; poi edizioni a Lione 1573, Londra
1735, Basilea 1740-13), meritandosi il titolo di imprimere du roi (1539) e di lexicographorum princeps. Però la sua attività, chiaramente distinta in un periodo cattolico a Parigi (fino al 1551) ed un altro protestante a Ginevra (1551-59), già dal 1523 fu particolarmente dedicata alla S. Scrittura.
Cosi curò più volte l'edizione del Nuovo Testamento in latino (1523), della Bibbia intera in latino o Volgata (1528), della Bibbia ebraica ( 4 voll., 1539-44), del Nuovo Testamento in greco ( 1546 ), del Nuovo Testamento in francese (1553). Nel 1553 fece seguire Concordantime Bibliorum utelusque Testamenti, Veteris et Novi, novae integrare, quas revera maiores appellore possis, prima opera del genere.
Nelle varie edizioni della Volgata ( 1528 -57), E. tentò di ristabilire criticamente il testo autentico di s. Girolamo e - s'est acquis une place de premier ordre dans l'histoire de la Vulgate * (H. Quentin, Mémoire sur l'établissement du texte de la Vulgate, Roma 1922, pp. 104-20). Nella 4ᵃ ed. del Nuovo Testamento greco-latino (Ginevra 1551) introdusse quella divisione del testo sacro in capitoli e versetti numerati che egli aveva eseguitos inter equitandum tra Parigi e Lione, divisione non sempre buona, ma ancor oggi in uso. Le sue edizioni bibliche, specialmente per le sue annotazioni, erano viste di mal occhio della Serbono, cosicché nel 1551 si trasferi a Ginevra e passo al protestantesimo, mettendo a disposizione dei "riformatori" la sua casa editrice ginevrina. Vedasi la sua Reaperico ad eamuras theologarum Pustisianiam, quibus Biblia a Roberto Stephano, typographo regro, excusa co. lumnisse notaruut (Ginevra 1552, contemporaneamente anche in francese).
Altre pregevoli opere su temi biblici sono un thesaurus della lingua ebraica o delle glosane ai Sinottici, ossia: Nomina hebraea, chaldaea, graeca et latina virarum, mulierum, populorum, idelarum, urbium, flaviorum, montium caeterorumque locorum quae in Bibliz leguntur, restituta... (Parigi 1537); Phrases hebraicae, seu loquendi genera hebraica quae in Veteri Testamento passim leguntur... thesauri linguae hebraicae altera pars (ivi 1538); In Evangelium secundum Matthaeum, Marcum et Lucam commentarii ex ecclesiastici scriptoribus collectae, novae glosane ordinariae specimen (Ginevra 1553).
Suo figlio Nema II (n. nel 1531, m. a Lione nel 1598) portò alla decadenza la casa tipografica, ma come ellenista raggiunse una risonanza per l'edizione di Annemone (1554) e ancor più con il Thesaurus graecae linguae (1572), che, riveduto e rielaborato (Parigi 1831-65), è ancor oggi il più vasto repertorio lessicografico greco.
BibL.: A.-A. Remouard, Annales de l'imprimerie des Esticenus ou histoire de la famille des Esticnues et de leurs éditions, 2^{°} ed. (Pariq) 1843; G.-A. Crapelas, R. E. imprimere rapid, et le roi Principes I, ivi 1839; L. Poupure, Essai sur la vie et les ouvrages de Henri (II) E., ivi 1853; A. Firmin Didot, Les E., ivi 1856. B. Heurtschke, s. v. in DB. II, coll. 1989-84; W. Korbe, Die Druckerjamille der E., in Zeitsluift für Bieberfunde, 1905-1906, p. 179 sgg.; G. Avenai, s. v., in Enc. Ital. XIV (1952), pp. 409410; R. Schotteringer, Stephano R., in Leschen des greencen Buchwesens, III, p. 336. Lavori recenti sull'argomento non ce ne sono: bisogna ricorrere ai manuali di bibliologia, fra cui sempre utile A. Claudin, Histoire de l'imprimerie en France au XV' et XV' siècle, I, Parigi 1900.
Adalberto Metzinger-Alessandro Pescesi
ESTIMATIVA. - E la facoltà interiore per la quale l'animale apprende le cose utili o nocive alla sua vita, e corrisponde a ciò che nella psicologia moderna vien detto istinto. L'animale, essendo privo di ragione, non può formarsi da sé quest' apprezzamenti di valore e perciò è necessario che siano insiti nella sua psiche e che entrino immediatamente in funzione al primo contatto con il reale. Tale valore si riferisce alle cose come tali e non alle loro qualità esteriori: " ... stout ovis videns lupum venientem fugit, non propter indecentiam coloris vel figurae, sed quasi inimicum naturae. Et similiter avis colligit paleam, non quia delectat sensum, sed quia est utilis ad nidificandum" (Sum. Theol., 16, q. 78, s. 4 c). Perciò
[^0]: (do Cv. B. Khräsing. Dis Kunst der Letier, Lipnis SM. o 30. Estienne, famiglia - Propaganda dell' Ars versificatoria di Ulrich von Hutten, Parigi 1528.
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l'e. rappresenta nell'animale il grado più alto di conoscenza perchć lo guida nella condotta della vita. All'e. corrisponde nell'uomo la cogitativa. (v.).
Bim.: H. A. Wolfson. The leternat sense in latin, arabic and beheco philosophical texts, in Hacqard theological review, 28 (1931), pp. 69-134: id., Inask Israeli an internal sense, in George Kiddut Némorial, Nuove Tgrti 1932, pp. 383-98: id., Nomenides an internal senses, in The jewish quarterly review, 27 (1932), pp. 441-68.
ESTIUS, Guilielmus (Hessel van Est, Willem). Esogeta, teologo ed agiografo, n. a Gorkum (Olanda) nel 1542, m. a Douai il 20 sett. 1613. Compluti i primi studi a Utrecht, frequentò l'Università di Lovanio, ove si laureò in teologia nel 1580 . Ebbetra i professori Michel Baius (v.), del quale accolse qualche idea meno ortodossa, rimanendo però di sentimenti profondamente cattolici, tanto che Benedetto XIV lo qualificò ductus (inadabititium). All'Università di Douai insegnò dapprima teologia, poi, dal 1582 , S. Serittura; ne fu cancelliere dal 1595 alla morte. Per due volte fu pure rettore del Seminario di Douai.
Commentò mirabilmente s. Paolo e la Epistole cattoliche. Le sue opere, pubblicate quasi tutte dopo la sua morte, riguardano la Bibbia, la teologia, l'agiografia.
Tra le bibliche segnaliamo: In amore Dini Pauli epistolas commentaria (2 voll. in-fol., Douai 1614): In quingue epistolas catholicas commentaria (ivi 1616). Le note da 1 mathrm{Is} .5 .7 alla fine dell'epistola e quelle riguardanti le minori di Giovanni furono aggiunte dall'editore B. Petsers (Petrus). Questo commento, che costituisce il suo capolavoro, ebbe molte edizioni (fino al 1892 a Parigi) ed è ancora molto utile e ricercato. Scrisse pure: Amnistrives in praecipua ne difficiliora S. Scripturae loca (Anverso 1621). Le opere bibliche apparvero insieme a Venezia nel 1659 (In S. Scripturam opera omnia).
Tra le opere teologiche notiamo: Orationes theologiae XIX (Douai 1614); Commentaria in quattuor libros Sententiarum Petri Lombardi (ivi 1613, poi Napoli 1720). Un'opera agiografica, Historia martyrum Carcaserasium, (ivi 1603) e l'unica apparsa durante la vita dell'E.

Entus, Gollolzato - Ritratto. Incisione in nome del Commentario del In quattuor libros sententiarum commentaria, Douai 1615.
Bim.: Elegium amplissimum viri D. Gufielmi Estli, premesso alle 1^{text {a }} ed. del Commentario. - Horner, III, pp. 484-89.; Th. Leuritan, in Rev. de sciences eccles., 8^{°} serie, a (1895), pp. 120131, 326-40; L. Salembier, Estius, in DThC, V, coll. 871-78.
Pietro De Ambrosio
ESTONIA. - Costituisce del 3 nov. 1940 una delle repubbliche federate dell'Unione Sovietica; già dominio danese, polacco, svedese (1629) e russo (1721), s'era resa indipendente nel 1918.
I. Cecognita. - Il territorio ( 46.200 kmq .; due volte la Lombardia) è un lembo del Sassopiano sarmatico (la penisoletta chiusa tra i golfi di Riga e di Finlandia, che nell'interno giunge al lago Peipus), pianeggiante o collinoso. Nella popolazione ( 1.2 milioni di ab., 26 a kmq.) prevalgono ( 80 \% ) gli Estoni, di stirpe ugro-finnica, professano il lateranesimo. L'economia si basa sull'agricoltura e l'allevamento (burro e carne), con modesto sviluppo industriale (tessili, cellulosa). La capitale Tallinn (Reval, 158 mila ab.) è porto sul golfo di Finlandia; nell'interno è Tartu (Dorpat, 60 mila ab.) centro intellettuale (Universitd).
Bim.: E. Migliorini. Finlandia a Stati Baltici, Roma 1937; J. Jackson, E., Londra 1941; E. G. Woods, The Baltic Region, 1141943 . Giusedpe Caraci
II. Storia ecclesiastica. - Si ritiene che gli Estoni, che prima insieme con gli altri ugro-finnici vivevano fra il Volga e gli Urali, all'inizio dell' era volgare già occupassero il territorio dell'E. odierna. I primi tentativi di cristianizzare l'E. da parte degli Slavi e dei Danesi risalgono al sec. xI, ma non ebbero successo. Gli Estoni, attaccati alla loro tradizione aramistica, guerrieri e pirati arditi, rendevano mal sicura il commercio in tutto il mare Baltico, estendendo le loro scorrerie fino alle città della Svezia e della Danimarca. Alla fine del sec. xit non vi erano ancora città in E., né si era formato un ordinamento statale centralizzato. I capi (canemad) delle piccole regioni univano le loro forze solo in caso di guerra.
Il papa Alessandro III affidò verso il 1180 all'arcivescovato di Lund, e quindi alla Danimarca, l'evangelizzazione dell'E. Nessuna decisione invece era presa per la Livonia e la Curlandia, che in seguito diventarono centro per la cristianizzazione dei paesi baltici. I commercianti tedeschi diretti alle città russe per il fiume lettone Dvina portarono seco il monaco agostiniano Meinhard di Segeberg. Oriundo della Germania, egli fu consacrato primo vescovo di Livonia dal vescovo di Amburgo-Brema nel 1186 con un territorio dai confini non esattamente sca-
bliti soggetto al metropolita di Amburgo-Brema. Dopo la lotta di papa Alessandro III contro Federico Barbarossa era naturale il desiderio dei suoi successori che la missione nel Baltico fosse considerata puramente pontifical. Figli dell'età loro credevano però che chi abbandonava la fede cristiana fosse gravemente colpevole non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini ed erano persuasi che costui doveva essere costretto con la forza a restar fedele e parimenti protetto contro i pagani. Il successore del pacifico Meinhard (1186-96), l'abate cistercense Berthold di Lokkum (1196-98), arrivò con una schiera di crociati, ma cadde in battaglia. Il terzo vescovo, Alberto di Riga (v.), fondò l'ordine dei cavalieri Portaspada e il centro fortificato di Riga (1201). Poco dopo (1207) Alberto abbandonò la linea direttiva del Papa e prestò giuramento di vassallaggio al re tedesco Filippo di Svezia; l'Impero germanico prendendo la forma di Stato puramente ecclesiastico in terra di missione, vi iniziò la sua politica di espansione.
Appena convertiti i Livoni e i Lettoni, i Portaspada cominciarono (1207) la sottomissione dell'E., ma per la tenacissima resistenza vinsero la battaglia decisiva solo nel 1217. In seguito si vedono costretti a chiedere l'aiuto dei Danesi che arrivano nel 1219 sotto la guida di Waldemar II nell'E. del nord, ove fondano la fortezza di Reval, l'attuale Tallinn. Nel 1124 il paese è praticamente sottomesso; per conquistare la maggior isola Saaremaa (tedesco Osal) occorre una crociata speciale nel 1227.
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al 1694 è in vigore l'ordinamento ecclesiastico svedese del 1686, riveduto solo nel 1872.
Nel 1710 l'E. venne conquistata da Pietro il Grande (definitivamente con il trattato di Nystadt del 1721). La situazione dei superstiti contadini estoni si aggravo per le concessioni fatte dai Russi ai baroni locali. Solo dopo un decreto imperiale per l'E. (1816) si abolirà la servitù della gieba. La nobilità ottiene dal Senato russo la direzione del concistoro protestante estone e conserva tale privilegio durante tutta la dominazione russa. Dal 1730 in poi fece molto prosciiti tra i contadini la setta protestante dei Pannostelugodovod (in tedesco Herrnbuter). Dal 1830 al 1848 oltre 75.000 Estoni e Lettoni della Livonia, sperando così di liberarsi dai grandi possidenti passarono alla Chiesa di State, l'ortodossia russa. Questo movimento fu incoraggiato e talvolta spinto soprattutto dal vescovodi Riga l'Eurete Guoulovski( 1841-48 ).
Favorita dalle circostanze politiche, l'E. si dichiarò indipendente nel 1918 e vinse una dura lotta contro la Russia bolscevica e le armate tedesche organizzate dai baroni. Nel 1925 venne legalmente definita la separazione tra Chiesa e Stato. Vi erano in E. (1934) il 78,6 \% di protestanti; il 19 \% di ortodossi (autocedali), dei quali l'8,2\% di Estoni; l'1,5\% di altre sette cristiane; lo o, 4 \% di Ebrei; lo o, 3 \% senza confessione. I cattolici, ca. 2500 ossia lo o, 2 \%, erano divisi in 6 parrocchie (Tallinn, Tarmu, Narva, Valga, Pärnu, Kuressaare), appartenenti prima all'arcidiocesi di Mohilev, dal 1918 alla diocesi di Riga. Nel 1924 venne ripristinato il vescovato di Tallinn, già soppresso dalla cosiddetta riforma, retto da un amministratore apostolico.
Nel 1940 l'E. venne occupata ed incorporata nell'Unione Sovietica; dal 1941-44 subl l'occupazione tedesca; in seguito venne riconquistata dell'U.R.S.S. che vi estese la sua legislazione antieristiana.
Bias.: E. Winkelmann, Bibliotheca Livoniae historica, 2^{°} ed., Berlino 1878; Enrico di Livonia, Chronicon Livoniae, ed. Pertz, Hannover 1879; L. Arbuseve, Grundriss der Geschichte Lio., Est- und Kurlands, 4^{°} ed., Riga 1918; id., Einführung der Reformation in Lio-, Est- und Kurland, Lipala 1921; Eesti Entsütlogendia, 8 voll., Tartu 1928-38; H. Maora, Die Vorzeit Finlanda, ivi 1932; H. Kruse, Grundriss der Geschichte des estnischen Volkes, ivi 1932 (tradotto in francese); Eesti apologia 's Storia dell'E. 6, nest. H. Kruse, 3 voll., ivi 1932-39; A. M. Ammann, Kirchenpolitische Wandlungen in Ostbaltikum blz zum Tode Alexander Henckis, Roma 1936: Essri vobine ajmluga ó Storia del popolo estone 6. Taim. J. Libe jr., 3 voll., Tartu 19321937; G. Sild, Eesti hieihulugu is Storia della Chiesa estone 6, ivi 1938; J. Laepik ad altri, E., Roma 1942 (con bild.); H. Perlitz, The Fate of Religion and Church under Soviet Rule in E., Nuova York 1944; A. Oros, Boliie Eslipea, Londra 1948; R. Indrska, Origins and Area of Settlement of the Fenns-Ugrinin Peoples, Hekdsiberg 1948; Eesti (opera informativa), 4 voll., Geislingen 1949; O. Loorita, Grundzüge des estnischen Volksaloubene, I, Lund 1949.
III. Letteratura. - I primi libri in lingua estone (un ramo della famiglia ugro-finnica) sono alcuni
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(101. Eer. Calt.) Gahampl. Giusppe - Rittam. Inenione di C. Antonini (1792).
logo, in 5 grossi volumi, compiato da Mariano De Romane (Roma 1796).
Dei viaggi in Europa il G. ha lasciato un diario, in parte edito, nel quale si mostra appassionato ricercatore di antichità e bibliografia. Buon diplomatico, era soprat tuto un erudito: con questo animo egli si accinse allimpress di raccogliere nell'Ordo Christiana quanto mancava alle opere dell'Ughelli, del Pirro, ecc. per dare una storia completa di tutti i vescovati che doveva constare di 22 volumi oltre il codice diplomatico. Dell'opera gigantesca, i materiali preparati dal G. e dai suoi collaboratori costituiscono il più vasto indice per la consultazione dell'Archivio Vaticano. Le schede di spoglio, raccolte e incollate in 124 volumi in-fol., sono sistemate secondo otto classi (papi, cardinali, ciffici, chiese di Roma, vescovi, abati, benefici, miscellanea), oltre un indice cronologico.
Biel.: S. Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze dell' Italia calla Russia, Polonia, etc., I. Firenze 1834, pp. 113-13; E. Bianchi, Commentario interna la vita e gli scritti del card. G. G., Foliqno 1876; G. Palmiari, Viaggio in Germania, Svizzera, Baviera, Olanda, e Francia, diario del card. G. G., Roma 1880; I. Ph. Dengel, Die politische und kirchliche Tätigkeit des mens. 7. G. in Deutschland, ivi 1905; Id., Numism 7. G. in pressitati Schiesten und in Sachsen im Jahre 1778, in Quellen und Forsch. aus ital. Archiven und Bibliotheken, ivi 5 (1905), pp. 273-68; L. Toth, Zwei Berichte der Wiener Kunzius G. über die kirchlichen Verhältnisse aus 1778, in Römische Quartalschrift, 34 (1926), pp. 330-34; Autori vari, Sussidi per la consultazione dell'Archivio Vaticano, I (Studi e Testi, 45), Roma 1926, pp. 1-48; I. Ph. Dengel, Sull'Ordo christianae di G. G., in Atti del II Congresso Nazionale di Studi Romani, II, Roma 1931, p. 497 sgg.; Postus, XVI, passim; C. Pinsi, Dizionario bibliofico dei bibliotecari e bibliofili italiani, Firenze 1934, pp. 247 249; C. Trassalli, La Repubblica Romana del 1798-99, in I'Ordo, 4 (1935), p. 38; H. Holweg, Die Kneten der ersten diplomatischen Sendung Joseph G.s (1781-82), in Römische Quartalschrift, 47 (1942), pp. 269-77.
Carmele Trasselli
GARANHUNS, DIGCESI di. - Città a diocesi del Brasile, situata nella parte orientale dello Stato di Pernambuco. La località di G., a 894 m . sul livello del mare, divenne città nel 1879.
Ha una supertice di 11.300 kmq., con una popolazione di 618.278 ab., dei quali 617.278 cattolici, discribaiti in 22 parrocchie con 109 chiese, 24 sacerdoti diocesani e 11 regolari, 3 comunità religiose maschili e 6 femminili (1949). La popolazione è dedita all'agricoltura e al commercio.
Fu eretta diocesi il 2 ag. 1918 con decreto della S. Congregazione Consistoriale, per amembramento della diocesi di Olanda di 15 parrocchie; fu elevata a cattedrale la chiesa di S. Antonio di Padova. Il suo grimo vescovo mono, Giovanni Tavares de Moura fu eletto nel Concistero del 3 luglio 1919. La diocesi è suffragarea di Olanda a Recife.
Biel.: Euc.-Eur.-Am., XXV, p. 731; Cath. Enc., Suppl., p. 332 .
Enrico Josi
GARASSE, François. - Gesuita, polemista, n. 2 Angoulôme nel 1584, m. a Poitiers il 14 giugno 1631. Predicatore efficace e irruente, deve però la sua celebrità alle opere di polemica, che lo misero alle prese con tutti i nemici della religione, ugonotti, gallicani, libertini. Logico, caustico, impetuoso, non risparmiò nessuno, né misurò sempre le parole; perciò più che attrarre simpatia alla causa che difendeva, esacerbò gli animi e accrebbe gli odi, tanto che dovette essere trasferito a Poitiers, dove scrisse : Histoire des Técnites de Paris pendant trois années 1624-26 (a cura di A. Cacayon, Parigi 1864). Morì in servizio dei colpiti dalla pestilenza.
Le opere principali: Haroscopus Anticutanis (s. 1. 1614; contro i nemici dei Gesuiti); Elixir Calvinisticum (Charecton 1615; contro i protestanti); Le banques des anges (s. 1. 1617; contro il gallicano L. Sayvin); Le Rabelais réformé (Bruxelles 1619; contro il ministro anticlericale P. Dumoulin); La doctrine curieuse des beaux esprits (Parigi 1623; contro gli atei, i liberi pensatori e specialmente contro il poeta T. de Vian); Somme théologique des vérités copitoles de la religion chrétienne (ivi 1625), dedicata a Richelieu; ma censurata dalla Sorbona e dai ganseniati.
Bial.: Sommervogel. III, coll. 1184-94; IX, col. 305; A. Przyzemhal, La controversé théol. et morale entre Saint-Cyrion et le p. G., Parigi 1917; H. Fourpuczay, Hist. de la C. d. G. en France, III, ivi 1922, pp. 569-69; IV, ivi 1923, pp. 24-27, 84-104; H. Lachroq, Un adversaire des libertins, in Eindis, 209 (1931), pp. 223-72.
Calentino Teatore
GARAVENTA, Lorenzo. - Sacerdote, istitu. tore della a scuola di carità a, n. a Calcinara di Uscio (Genova) nel 1724; m. a Genova nel 1783. Di famiglia benestante, concepì la vita come missione di redenzione e preservazione dei fanciulli poveri dai 4 ai 10 anni, che vedeva tenuti lontani dalle scuole pubbliche per evitare a ogni perturbazione sociale. Li accolse nella sua casa, ponendo sulla porta le parole: a Qui si fa scuola per carità a, imparti loro l'istruzione e l'educazione gratuitamente, completando poi i corsi infantili o elementari con una scuola di arti e mestieri. Vendette i suoi beni a si ridusse ad estrema povertà, fino a nutrirsi spesso di solo pane, per provvedere agli alunni gli oggetti di cancelleria, i libri e la refezione del mezzogiorno.
Multiplicandosi le scuole nella città, aiutato dalla Repubblica e dalla bontà di molti patrizi, provvide agli scolari anche i vestiti e si curò delle famiglie dei più poveri. Nel 1779 c'era una scuola garaventina in ogni sestiere, affidata a sacerdoti, e l'assicurativo stabili nella chiesa una questua speciale per mantenerle.
Il metodo della scuola era il a mutuo insegnamento a, adoperato prima ancora che ne parlassero A. Bell (17531782) e G. Lancaster (1778-1838), a coadiuvato da uno spirito di moderata emulazione.
Nel 1822 le scuole di carità a vennero aggregate a quelle municipali, e nel 1837 gli ultimi sacerdoti garaventini furono sostituiti dai Fratelli delle Scuole cristiane.
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Bibs.: F. Alizeri, Elogio di L. G., fondatore dello - Scuola di caritd, Genova 1809; G. Bagatta, Cammemoraztione di L. G., Torino 1883; E. Formiggini-Santamaria. Scuole di caritd, in Enc. delle Eserel., Pedagogia, Modena 1931, coll. 643-56.
Celestino Testore
GARCEES, Francisco. - Missionario francescano ed esploratore, n. nel 1738 a Morate del Conte (Regno d'Aragona), m. il 17 luglio 1781. Destinato alle missioni dell'America centrale, appartenne al Collegio di S. Cruz di Queretaro (Messico), rimanendovi alcuni anni come insegnante. Nel 1768 lasciò il collegio per dedicarsi alla conversione dei selvaggi.
Tra pericoli e difficoltà innumerevoli visitò diverse tribù fino allora sconosciute; esplorò il Rio Colorado e in una spedizione si spinse fin nell'alta California, a S. Francisco. Col martirio chiuse la sua laboriosa opera di missionario e di esploratore. Fondò, tra l'altro, le missioni della Concezione e dei SS. Apostoli Pietro e Paolo al Rio Colorado.
L'importante suo Diario ed altri scritti si trovano in : O. Mass, Viajes de misioneros Franciscanos a la conquista del Nuevo Mácico (Sevilla 1913).
Bim.: Z. Coues, On the trail of a spanish pioneer; the Diary and itinerary of F. G. O. F. M. (1273-76), Nuova York 1909; Z. Engelhardt, The mission and missionaries of California, II, S. Francisco 1012, capp. 9-21. Altre indicazioni in : Streit, Bibl. III, nn. 316, 1500.
Carlo Conti
GARCIA de Cisneros: v. cisneros, garcia.
GARCIA, Gregorio. - Missionario domenicano spagnolo, n. a Baeza alla metà del sec. xvi, m. ivi nel 1627 .
Fu per dodici anni in Messico e nel Perù, dove raccolse numerose notizie sulle tradizioni, costumi, origini delle popolazioni indigene, da lui divulgate in alcune opere. La principale è Origen de los Indios del Nuevo Mundo y Indias Occidentales, averiguado por via de opinión (Valenza 1607), in cui scatiene che le popolazione dell'America discende da varie correnti immigratorie succedutesi in tempi e luoghi diversi, affermazione confermata dall'emologia moderna. Altri suoi scritti : una storia, Monarquía de los Indos del Perú, e la Predicación del Evangelio en el Nuevo Mundo, viviendo los Apóstoles.
BibL.: Quéif-Echard, II, p. 437 sge. Piero Sannazzaro
GARCIA, Nicola. - Canonista spagnolo, della prima metà del sec. xvir (m. nel 1645). In Avila, sua città natale, fu canonico della Cattedrale e professore di diritto canonico. Dimorò per tre anni in Roma.
E noto per il suo classico Tractatus de beneficiis (Saragozza 1609, ecc.) più volte ripubblicato, ritenuto nel suo genere il più completo ed erudito trattato della letteratura canonistica anteriore al CIC.
Bim.: J. F. von Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, III, 1. Stoccarda 1880, p. 734; J. Bund, Catalogus autorsum qui seripserunt de theologia morali et practica, Rotterdam 1900, p. 38; Horter, III, coll. 280, 672.
Zaccaria da San Mauro
GARCIA MORENO, Gabriel. - Uomo politico sudamericano, n. il 24 dic. 1821 a Guayaquil, m. il 6 ag. 1875 a Quito. Studiò all'Università di Quito ed ancora giovane partecipò attivamente alla vita politica dell'Ecuador. Amico del presidente Noboa, fece riammettere nel paese i Gesuiti, che ne erano stati cacciati ai tempi di Carlo III, re di Spagna. Penequitato da Urbina, capo dei radicali, i quali erano insorti ed avevano dichiarato decaduto Noboa e ricacciato i Gesuiti, G. rimase lontano dall'Ecuador per vario tempo.
Ritornato in patria, dopo dura lotta fu eletto Presidente della Repubblica. Profondamente cattolico, si preoccupò dell'educazione e dell'assistenza popolare, e fece venire dalla Francia ecclesiastici di vari Ordini, maschili
e femminili, a fondare scuola ed ospedali. Conclusa pure un concordato con la S. Sede (20 nov. 1863) che assicurò alla Chiesa una giusta posizione giuridica. Fra il silenzio di tutte le potenze, unico l'Ecuador protestò con energica nota contro l'occupazione di Roma nel 1870. La sua sustenza fu una continua battaglia contro le forze politiche avverse tendenti alla scristianizzazione, e per questo il G. fu oggetto di odio profondo da parte dei uomini, che lo fecero assassinare all'ingresso della cattedrale di Quito. Morto, dal congresso gli fu decretato il titolo di rigeneratore della patria e di martire della civiltà cattolica.
Bim.: A. Barthe, C. M., 4^{°} ed., Parigi 1888 (trad. it., Alba 1940); F. Moda, Il martire dell'Egnotore, in Nella storia e nella vita, 2^{°} ed., Firenze 1014, pp. 381-415. Silvio Furiani
GARDEIL, Asbrenze. - Teologo domenicano, n. a Nancy il 29 marzo 1859, m. il 31 ag. 1931. Religioso nel 1879, insegnò teologia fondamentale, poi, per una ventina d'anni, spiegò la Summa Teologica di s. Tommaso, sia per la parte dogmatica che per quella morale. Fu per lungo tempo rettore del collegio Teologico del Domenicani della provincia di Francia.
Nel 1893 contribuì alla fondazione della Revue Thumiste, alla quale non cessò mai di collaborare. Pubblicò nel periodo 1893-96 una serie di articoli importanti sull'argomento L'évolutionisme et les principes de st Thomas, e nel periodo 1898-99 alcuni studi magistrali sugli argomenti Les exigences objectives de l'action, L'action et ses ressources subjectives, Les ressources du vunibie. Questi studi rappresentano una risposta all'opera del Blondel L'action ed anche la sostanza dei discorsi svolti da G. sui trattati del fine ultimo e delle bestiudine secondo s. Tommaso.
Scrisse numerosi articoli per il Dictionnaire de théologie catholique: le voci più note sono Appétit (dein naturel de voir Dieu), Bien, Crédibilité, Dans du SaintEsprit. Infine pubblicò tre opere di grande importanza : La crédibilité et l'epologétique ( 2^{°} ed., Parigi 1912); Le donné révélé et la théologie ( 1^{°} ed., ivi 1913); La structure de l'âme et l'expérience mystique (2 voll., ivi 1927), che contiene uno studio approfondito sulla presenza della S.m.s. Trinità nelle anime dei giusti: la conoscenza mistica è considerata come "lo sbocciare supremo, ma normale, dello stato di grazia" (II, p. 89).
Il G. fu, all'inizio del nostro secolo, uno fra i maggiori teologi francesi, grazie alla profonda conoscenza che aveva della dottrina di s. Tommaso e di s. Agostino. Più che discendere dalle origini alle conclusioni egli preferiva risalire dalle conclusioni alle origini e, sia in filosofia che in teologia, insisteva sul realismo superiore della vera saggezza, realismo al quale parecchi spiriti non giungono che dopo un periodo più o meno lungo di nominalismo o di concettualismo poco coscienti. Gli aspetti superiori del reale si manifestano solo quando la scienza diviene saggezza e contemplazione.
Bim.: R. Garrigou-Lagrange. Le père A. G., in Revue Thumiste, 31 (1931), pp. 797-808; anon., Le père A. G., in Revue de sciences philosophiques et théologiques, 21 (1932), pp. 124-25. R. Garrigou-Lagrange
GARDINER, Stephen. - Prelato e uomo politico inglese, n. a Bury St. Edmunds tra il 1483 e il 1493, m. a Whitehall il 12 nov. 1555. Studente a Cambridge, si laureò in diritto. Divenne segretario dei card. Wolsey nel 1525.
Nel 1528 fu invisto presso Clemente VII per ottenere il consenso papale ell'annullamento del matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d'Aragona. Nominato da Enrico VIII suo segretario, acquisid in breve grande influenza. Nel 1531, alla morte del Wolsey, gli successe quale vescovo di Winchester. Sempre per Enrico VIII fu presente a Marsiglia all'incontro tra il Papa e Francesco I (1533), e due anni dopo fu chiamato con altri vescovi a giustificare il nuovo titolo di capo supremo della
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Chiesa d'Inghilterra, che il Re s'ora attribuito. Lo fece col De vera obcedientia, la più nota delle sue difese della supremazia reale nei confronti di Roma.
Perb, pur avendo appoggiato la supremazia a l'indipendenza regia rispetto al papato, G. s'apponeva alle dottrine della riforma, tanto da essere considerato il più tenace difensore della fede cattolica. Salito sul trono Edoardo VI, il G. fu imprigionato per il suo sermone in difesa della presenca reale nell'Eucaristia tenuto il 29 giugno 1548. Liberato e restituito al suo vescovato quando il regno pose a Maria, il G. fu nominato Lord carcellone, e incoronò la Regina. In questo periodo ritratto quanto aveva sostenuto ai tempi di Enrico, a proposito della supremazia di Roma e del divorzio di Enrico VIII.
Oltre il discorso sopra ricordato, scrisse: An explication and assertion of the true catholique fayth, touchying, the mons blessed Sacrament of the oulser, with confutation of a bonbe written agayant the same (Rom 1551): opera redatta in prigione contro l'interpretazione simbolistica dell'Eucaristia di Cranmer; Confutatio cavillationum quibus sacramentum Eucharistiae Sacramentum ab impili Caphanmitis impeti solet (Parigi 1551; Levanio 1554): anche quest'opera fu scritta in prigione contro gli errori eucaristici di Cranmer a di Pietro Martire Vermigli, che sono ricordati, refiutto nomina, con la parole cavillatores e argutores nostri. A. Cambridge, nella Biblioteca del Collegio Corpus Christi, si conservano vari manoscritti inediti del G.
Sind.: Per i suoi molti scritti, v. J. S. Shillinger, Dictionary of national biography, VII, Oxford 1937-38, pp. 8b4-65; J. A. Muller, S. G. and the Tudor reaction, Londra 1928; G. Constant, La Réforme en Angleterre, I: Le schisme anglizan, Henry VIII, Parigi 1930; P. Polman, L'élimert historique dans la controverse religieuse de XT/P clatis, Gembloux 1932 (v. indice); P. Jenelle, L'Angleterre catholique à la veille du schisme, Parigi 1938 (documenta ricostruzione dell'ambiente e della prima parte della vita di G.; e p. 354 segnalazione di altre opere del medesimo); H. M. Smith, Henry VIII and the Reformation, Londra 1948 (v. indice).
GARDTHAUSEN, Victor Emil. - N. a Copenaghen il 26 ag. 1843 , m. a Lipsia il 25 dic. 1925. Insegnò storia antica all'Università di Lipsia dal 1877 al 1921, e una monografia storica è l'opera sua maggiore e migliore: August und seine Zeit (3 voll., Lipsia 1891-1904).
Ma fu anche paleografo insigne: il suo manuale di paleografia greca (Griechische Polineographie, 1⁶ ed., Lipsia 1879; 2⁶ ed., 2 voll., ivi 1911-13) è ancor oggi fra le opere fondamentali di consultazione per questa disciplina, pur coi difetti dovuti alla sua non profonda conoscenza dei testi bizantini contenuti nei manoscritti che egli studiò nella biblioteche d'Italia, Spagna, Russia, a Patmos e col Sinai. Fra le opere da lui lasciate sono da ricordare inoltre: Ammiani Marcellini Rerum Gestarum libri qui supernus (Lipsia 1874-75); Catalogus codicum Graecorum Simulitcorum (Oxford 1886); Katalog der griechischen Handschriften der Universitäts-Bibliothek an Leipzig (ivi 1898); Sammlungen und Kataloge griechischer Handschriften, in Byzantinisches Archiv, 3 (1903); Die griechischen Schreiber des Mittelalters und Renaissance (Lipsia 1909), in collaborazione con la sua allieva Marie Vogel; Das Buchtassen im Altertum und im byzantinischen Mittelalter (ivi 1911); Die Schrift, Unterschriften und Chronologie im Altertum und im byzantinischen Mittelalter (ivi 1913); Das alte Monogram (ivi 1924).
Bibl.: Necrologio di A. H (eisenberg), in Byzantinische Zeitschrift, 26 (1926), p. 251.
Mario Burzachachi
GARELLI, StanisLso. - Sacerdote, n. a Torino il 18 sett. 1817, m. a Buttigliera il 19 maggio 1899. Presi gli Ordini sacri il 13 giugno 1840 , fu nominato l'anno seguente prefetto del clero nel Convitto di S. Maria in Torino, quindi elemosiniere del re e poco dopo canonico di quella Cattedrale (1845). Offertagli da Carlo Alberto la nomina a vescovo di Fossano, ne declinò l'onore, continuando nei suoi incarichi a corte.
Il devoto indirizzo di omaggio che, insieme ad altri due canonici torinesi, inviò a Pio IX, addolorato per la ri-
volta delle Romagne (1859), suscitò molto rumore nella stampa. Il Ministro dell'interno Farini ne pretese la ritrattazione o le dimissioni e il G. perdette la carica di elemosiniere il 10 maggio 1880 , seguitando sempre e godere la più alta stima di Vittorio Emanuale II, che lo inviò anzi a Roma dai Papa, una prima volta per chiedergli l'ascoluzione delle censure incorse per l'occupazione delle Romagne e la rinuncia alla sovranità pontiflola su quel territorio, quindi una seconda volta nel 1871 in missione speciale. Il G. fu in ottime relazioni anche con Umberto I, che lo insigui dalla commenda dell'Ordine Mauriziano. Designato da Pio IX nel 1870 alla sede vescovile di Susa, rifiutò anche questa volta e continuò a dedicare tutta la sua attività in opere caritative.
Bibl.: L. Di Robilant, Un prete di ieri, il canonico S. G. di Rossano e s. Sebastiano, con documenti inediti, Torino 1901. Niccolò Del Re
GARET (Garetius), Jean. - Teologo, n. a Lovanio all'inizio del sec. xVI, m. nel 1571. Diversuto canonico regolare di S. Agostino, tenne successivamente la direzione spirituale di due monasteri femminili presso Anversa e a Gand.
Appassionato cultore di scienza sacre, scrisse con copiosa erudizione e perfetto ortodossia: De vera praesentia corporis Christi in sacramento Eucharistiae (Anversa 1851), che, arricchita di nuove trattazioni, ripubblicò sotto diversi titoli nel 1563 e 1569; di questa fonte si servirono A. Arnauld (v.) e P. Nicole nella compilazione della celebre Perpetuité de la foi catholique touchant l'Eucharistie; De mortuis vivarum precibus invandis (Anversa 1564); De invocatione Sanctorum (Gand 1570). Le opere del G. sono citate con onore dal Bellarmino e da altri illustri controversisti.
Bibl.: Hurter, II, col. 13; L. Forget, s. v. in DThC, VI, coll. 1138-60; P. Polman, L'élément historique dans la controverse religieuse du XVIe siècle, Gembloux 1932, pp. 451-52 (si noti l'essgerata inaisterea del G. nell'affermare l'invariabilità assoluta del dogma).
Amonio Polmeni
GARGUOLO, Bonaventura da Sorrento. - Vescovo di S. Severo (Puglie), scrittore cappuccino della provincia di Napoli, n. a S. Agnello di Sorrento il 26 marzo 1843, entrò nel noviziato di Nocera il 28 giugno 1859 , missionario in Inghilterra (nov. 1867 - ag. 1870), predicatore, lettore e definitivoe provinciale, nominato vescovo il 23 gem. 1895, m. a S. Agnello il 9 maggio 1904.
Instancabile nelle opere ed iniziative di ministero, fu divulgatore versatile delle scienze ecclesiaatiche con articoli, opuscoli, libri. Fondò a S. Agnello la tipografia di Andrea Festa, trasferita a Napoli. Fra le monografie si ricordano quelle di storia locale (Sorrento, S. Agnello 1877; Vita di s. Agnello, Napoli 1903; Apulia sacra, 2 voll., ivi 1900-1902), di storia francescana (S. Francesco negli Abruzzi, ivi 1885; S. Francesco nella Custodia di Napoli, Napoli-Sorrento 1894) e cappuccina (I Cappuccini nella provincia di Napoli, S. Agnello 1879; Il proto-convento di S. Efrem Vecchio, Napoli 1889; S. Lorenzo da Brindisi al cospetto di Napoli, S. Agnello 1881). Fondò a diresse le rivista bimestrale assai diffusa L'ero di s. Francesco ( 32 voll., 1873-1904). Tra gli scritti di illustrazione teologica vanno segnalati Michael ( 2² ed., Na-poli-Sorrento 1892) su s. Michele arcangelo; La corporea Assunzione di Maria al cielo : traduzione e scuola francescana (Napoli 1902). Con il periodico Il III centenario di Torquato Tasso (1894-95), ne difese l'ortodossia e il tomismo.
Bibl.: F. Sorrentino, Mons. B. G., in L'ero di s. Francesco, 32 (1904), pp. 229-38 (con il catalogo delle opere); A. Zavaro, The history of franticum preaching and of franciscan preachers (17091927), Nuova York 1928, p. 566; Beniamino da Serno, Mons. B. G., in L'Italia francescana, 8 (1931), pp. 300-307.
## GARIBALDI, Giuseppe. - Generale, eroe nazionale, n. a Nizza il 4 luglio 1807, m. a Caprera il 2 giugno 1882. Educato cattolicamente dai genitori Domenico e Rosa Raimondi, assai presto, intrapresa
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la vita avventurosa del mare, entrò a contatto con es