rno, Mons. B. G., in L'Italia francescana, 8 (1931), pp. 300-307.
## GARIBALDI, Giuseppe. - Generale, eroe nazionale, n. a Nizza il 4 luglio 1807, m. a Caprera il 2 giugno 1882. Educato cattolicamente dai genitori Domenico e Rosa Raimondi, assai presto, intrapresa
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la vita avventurosa del mare, entrò a contatto con esuli e cospiratori, nel 1833 venne iniziato dal Barroult nella setta sansimoniana e da Mazzini nella Giovane Italia. Si arruolo nella marina sarda e nel 1834 partecipò ai tentativi insurrezionali di Genova, fu processato e condannato a morte. Sfuggito alla pena ai trasferi prima in Francia poi in America, dove prese parte attive, a capo di una legione di volontari italiani, fra cui spicco il primo manipolo di camicie rosse, alla lunga guerra che l'Uruguai sostenne contro il Brasile ( 1839-46 ). Qui si manifestò per la prima volta
l'eroico valore e il genio militare di G. All' annunzio delle riforme concesse da Pio IX, egli, con un indirizzo al nunzio Bedini, mise la sua spada a disposizione del Papa; nell'apr. del 1848 , rimpatriato con 63 compagni, accorse in Lombardia, dove si combatteva la prima guerra d'indipendenza contro
l'Austria, ma trovò in Carlo Alberto

Garibaldi. Giuseppe - G. ferito ad Aspromonte, Lingraha dell'epoca. Roma, Museo del Risorgimento.
Campidoglio Vittorio Emanuele re d'Italia, sia il Re, sia Cavour, allarmati, s'affrettarono ad arginare l'avanasta garibaldina, ed a sorvegliare per mezzo del Tia Farina il movimento in Sicilia. Il timore di un rafforzamento dell'azione rivoluzionaria, personificata in G. e Mazzini, e insieme che non avesse a prevalere l'influenza inglese in Italia, persusse Napoleone a chiudere un occhio sulle occupazione delle Marche e dell' Umbria, che le truppe regie, comandate dal Re in persona, operavano sotto pretesto di aprirsi un varco per penetrare nel Napolettano e fermare G. prima che assalisse Roma. L'incontro fra il re e G. avvenne a Teano il 26 ott. a il 7 nov. entrarono, l'uno a fianco dell'altro, scontalmente a Napoli. Si trattò pur una volta fra loro della occupazione di Roma, ma Vittorio Emanuele esorto G. ad aspettare ancora. Studiandosi con tutti i mezzi di limitare l'influenza di G. e dei suoi amici, gli reggì anche la luogotenenza sulle Due Sicilie, sicché il generale, sdegnato e deluso, rifiutò emolumenti e onori, e il 9 nov., lasciate Napoli, si ritirò a Caprera.
Le relazioni con il Cavour, che G. riguardava, insieme con Napoleone, come il supremo mancdo elle sue ardimentose imprese, divennero sempre più tese. Discutendosi alla Camera subalpina il 18 apr. 1861 una proposta d'inscrizione in ruolo della ufficialità garibaldina, G. irritato già contro il Cavour per la cessione di Nizza e Savoia, lo assalì con tale veemenza, che si crede abbia contribuito ad abbreviare i suoi giorni. Ma con Vittorio Emanuele le relazioni tornarono ben presto cordiali; scompreso il Cavour e salito al potere il Rattazzi, G. volò a Torino, accolto dal Re con molta cordialità. Intraprese un viaggio nelle principali città dell'alta Italia con pretesto di una propaganda per il tiro a segno, ma con l'intento di rimaldare il partito d'azione e di riscaldare gli animi per Roma a Venezia. Ma il Re, ancora uno volta minacciato dall'Imperatore dei Francesi, ricorse al solito metodo dilatorio verso G.: rinunciare per il momento a Roma a volgere la mente ad altra meta. Si venne cosi all'impresa del Trentino (maggio 1862), la quale, dopo i primi successi, fu dovuta troncare, violentemente repressa dal governo regio, imperante lo stesso Rattazzi, in seguito all'ossilità della diplomazia europea.
Ritiratosi a Caprera, G. il 27 giugno 1862 parte per la Sicilia, prende a radunar gente, e da Palermo lancia
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un vibrante proclama agli Italiani, con il grido di: Roma o morte». Il Re cercò sulle prime di placarlo; visto però che egli insolentiva vieppiù, anche contro di lui, con un oditto in data 3 ag. lo metteva al bando. Era opinione comune che il Rattazzi fosse a parte del gioco; documenti pubblicati dal Luzio, invece, mostrano che il Rattazzi aveva impartiti ordini, che non furono eseguiti, per impedirgli quel colpo di testa. Ma non fu poco fa stupore allorché il 29 ag. il G. era fermato dalle truppe regie ad Aspromonte, e, ferito e prigioniero, veniva rinchiuso nel forte di Varignano, quindi ricondotto a Caprera. Non mancò chi avrebbe preteso che il Re, cui si faceva risalire la responsabilita di quei fatti, abdicasse la corona: ma tutto si concluse con una semplice crisi di gabinetto.
Nei marzo 1864 G. si recò a Londra e si riconcilió con Mazzini, dal quale l'aveva distaccato il suo lealismo saluondo. Nel 1866 partecipò alla campagna contro l'Austria a capo di tremila volontari e riportò dei successi a Monte Suello, a Condino, e a Bezzacca (4, 16 e 21 luglio). Con l'armistizio, pronunciato il suo "obbedisco", sgombrò il Trentino e si ritirò a Caprera. Ricongiunza anche Venezia all'Italia, non rimaneva ormai che Roma con il minuscolo Stato pontificio; e G., dominato dalla sua esasperata passione, nella primavera 1867 da Caprera ricompirve nella penisola, intraprese un giro di propaganda a tinta accessamente anticlericale nell'alta Italia, al grido di: "guerra ai prati: Roma a morte", e sferrò una si dura campagna contro il ministro Ricasoli, che gli era in uggia per le sue tendenze concilistoriste con Roma, da provocare una crisi, che riportò al potere il Rattazzi. Ripresero allora nuove insidie contro lo Stato ecclesiastico, e profittando dell'esigue forze di cui esso disponeva dopo il ritiro del presidio francese, in seguito alla Convenzione del sett. 1864 , tanto un colpo di mano, concentrando bande di volontari ai confini. Un manipolo di camicie rosse venne disperso nelle vicinanze di Terni nel marzo dalle truppe regie; ma in autunno con più forti elementi, si spinse fino a Sinalunga, a sud di Orvieto, dove fermato ( 24 sett.) fu ricondotto nell'isola. Quali accordi allora esistessero fra G., il Re a Rattazzi non è ancora chiarito, ma non per dubbio che quest'ultimo, almeno, fosse segreto artefice di questi tentativi, per mettere l'Europa davanti al fatto compiuto. Infatti nonostante apparenti misure di rigore, a un'andata di dimostrazioni ostili al governo, G. fu acclamato con dimostrazioni di simpatia, quasi plebiscito in favore dell'occupazione di Roma. Mentre bande di volontari, comandati dal Nicotera e da Menotti Garibaldi, violavano le frontiere popoli in più punti, altre penetravano segretamente in Roma, dove in pochi giorni si verificarono episodi clamorosi: l'attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serrinori (22), quelli dei fratelli Cairoli (23) e di casa Ajant ( 25 ott.), che rivelano un piano d'azione coordinato, quale appunto doveva essere nei voti di Vittorio Emanuele e di Rattazzi.
G., lasciata segretamente Caprera, sbarcava il 18 ott. a Livorno, e raggiunse i suoi gregari a Monterotondo dove ebbe un primo scontro con i pontifici, i quali in numero di ca. 2000 , comandati dal gen. Kanzler, ed appoggiati anche da altrettanti francesi sopraggiunti, inflissero ai garibeldini una decisa sconfitta a Mentana (3-4 nov.). G., arrestato a Figline, veniva ricondotto a Caprera ( 25 nov.). Il governo regio fu costretto a ritirarsi da Viterbo e Civitavecchia, che aveva occupato, e il Rattazzi a dimettersi ( 20 ott.). Il ministro degli Esteri di Francia allora proclamò che l'Italia non sarebbe mai andata a Roma.
L'occupazione di Roma, in seguito allo sfacelo di Napoleone III, avvenne invece il 20 sett. 1870 ad opera delle truppe regolari del generale Cadorna. Proprio di quei giorni G. sbarcava a Marsiglia ( 7 ott.) per offrire il suo braccio in difesa della neonata Repubblica francese. Prese parte con l'usato valore a quella campagna, che si conchiuse però con poca gloria

(fol. Alinari)
Garibaldi. Giuseppe - Ritzano.
per lui, per le acenate ignobili del Parlamento di Bordeaux ( 8 marzo 1871). Si ritirò quindi nauseato nella sua isola solitaria, dove avrebbe potuto condurre una vita più serena, se non si fosse circondato di loschi speculatori, che, abusando della sua inesperienza, lo impelagarono in imprese grandiose, come la redenzione dell'agro, la bonifica della valle tibetina, l'arginatura del Tevera, le quali per l'esecuzione avrebbero richiesto una preparazione tecnica e una base finanziaria che gli mancavano.
Questi ultimi anni di vita, trascorsi nell'inazione, sono anche i più miserevoli sotto l'aspetto morale. G. non trovò di meglio che sfogare i suoi crucci con libri in prosa e in versi, per lo più insulsi, riboccanti di volgari ingiurie e di denigrazioni contro il clero e il Papa, e di roboanti declamazioni contro una socletà che aveva il torto di non pigliare sul serio i sogni della sua mente ottenebrata da vieto anticlericalismo e da grette idealità massoniche.
Sprovvisto di una vera formazione religiosa, G. era passato attraverso tutte le forme pseudoreligioae dell'età sua. Fu di volta in volta sansimoniano, panteista, sincretista, e assai presto, insieme con i suoi fidi, si dette in braccio alla massoneria. Per far contrappeso alla corrente massonica cavouriana, nel 1862 fu fatto G. maestro perpetuo del Grande Oriente di Palermo, in antagonismo al Grande Oriente di Torino. La IV Costituente massonica, che si tenne a Firenze nel 1864, nell'intento (non riuscito) di riunire in un fascio tutte le forze massoniche, gli confermò il titolo di gran maestro della massoneria italiana, e nominò A. Mordini gran maestro aggiunto, a cui nel 1867 succedeva L. Frapolli. Ma l'opera di G., come osserva il Valori, era a diventata quasi solo verbale e letteraria n. Assai prima che giungesse l'ul-
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tima sua ora, e che le ceneri della sua salma, che volle fosse cremata sopra una catesta di ientischi, andassero disperse al vento, egli era un sopravvissuto. Il suo nome serviva di pretesto ad un anticlericalismo settario, per inasprire sempre più i vecchi rancori che separavano gli animi degli italiani.
Ciò nonostante va rilevato che in lui non si spense mai del tutto un barlume di fede e di venerazione verso il Divin Redentore, che affiorava nelle ore più belle. Al tempo della fortunata impresa dei Mille, forse attratto dal fascino di un ambiente saturo di sentimento cristiano, ebbe lui pure accenti di fede e di pietà che paiono sinceri.
Birl.: Una commisslona istituita per l'edizione nazionale dagli serilri di G. G., del 1922 in qua ha pubblicato 3 voli. di Manorte, 3 di Serilri e discorsi, e ne prometta altri di lettere con Segnalazioni bibliografiche : in S. Zavatti, nella rjviva di studi garibaldini Camicia Rona, 17 (1941), pp. 41-42; in E. Lezumi, Il Risorgimento (Guide fondazione Leonardo), Roma 1926; in A. M. Ghisalberti, Introduzione alla storia del Risorgimento, ivi 1942, pp. 79-80 e nella bibliografia sistematica della Rassegna storica del Risorgimento ( 1914 sgg.).
La letteratura garibaldina è assai ricca, ma per lo più di scarso valore civico; e se si eccettua qualche buon saggio monografico, tra cui va segnalato quello del Dalla Torre citato appresso, poco si è prodotto nel campo nostro. Le fonti migliori sono ancora quasi tutte d'impronta liberale: G. Guerzoni, G., Firenze 1882; A. V. Vecchi, La vita e le gesta di G. G., Bologna 1882; J. White-Marie, G. G. e i suoi tempi, Milano 1884; G. M. Trevelyan, G. e la difesa della Repubblica Romana, Bologna 1900; id., G. e i Mille, ivi 1910; id., G. e la formazione dell'Italia, ivi 1913; A. Luzio, G., Catonir, F'erdi, Torino 1924; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, ivi 1928; M. Rossi, G., Bologna 1932; A. Monti, La vita di G. G. giorno per giorno, Milano 1939; A. Luzio, Aspromonte e Mentana, Firenze 1933; A. Valori, G. G. (Grandi italiani, 3), Torino 1941; F. Cagnasso, Pittorie lineane le II (Grandi italiani, 23), ivi 1942.
Pietro Pirri
GARIN, André-Marie. - Missionario, n. a Côte-St-André, diocesi di Grenoble il 7 maggio 1822, m. a Lowell (Stati Uniti) il 16 febbr. 1895. Nel 1842 entrò tra gli Oblati di Maria Immacolata, nel 1844 andò nel Canadà e nel 1845 fu sacerdote. Insieme con il p. Flaviano Durocher ( 1800-76 ) e il p. Giovanni Laverlochère (1812-84) per 12 anni lavorò tra gli Indiani del Golfo S. Loreazo, della Baia di Hudson e del Sume St-Maurice.
Pubblicò con il p. Laverlochère un catechismo, un manuale di preghiere e canti, e discorsi sacri in lingua markegon. Nel 1857 passò tra i Canadesi francesi negli Stati Uniti.
BibL.: Notices névrologiques O.M.I., VII, Bar-le-Duc 1809, pp. 406-21; Streit, Bibl., III, p. 786.
Giovanni Rammerskirchen
GARIN, Marcel-André. - N. il 25 maggio 1854 a Marcury-Gemilly (Savoia), entrò il 19 ag. 1874 nel Seminaric delle Missioni Estere di Parigi e, ordinato sacerdote il 16 marzo 1878, partì il 16 apr. 1879 per la missione dell'Annam. Nel 1880 fondò una cristianità a Van-bam ed ottenne molte conversioni.
Costrui a restaurò parecchie chiese, eresse un ospedale e due stabilimenti agricoli e si attirò la simpatia di tutti per l'opera svelta in favore delle vittime della carestia e dell'inondazione. Allorché scoppio la persecuzione del 1885 rifiutò l'asilo che gli offriva un mandarino a rimase tra i suoi cristiani. Il 18 luglio 1885 fu bruciato vivo nella chiesa di Phuong-chuoi con un gran numero di cristiani.
Antonio Anoge
GARIZIM (arabo Gebel et-Tūr). - Monte (868 m.) della Palestina centrale, dominante a nord la biblica città di Sichem (presso l'odierna Nablusa), di fronte al monte Hebal ( 938 m .), dove gli Israeliti secondo l'ordine di Mosè (Deut. 11, 30) tennero la solenne cerimonia delle maledizioni e benedizioni (Ior. 8, 30-32).
Le considerazioni esegatiche - la menzione di Galgala in Deut. 11, 30 - a ambientali, l'impossibilità dell'audizione dei due cori sui monti troppo lontani fra loro, che indussero i tapogadi bizantini a spostare la cerimonia su due colli vicini a Galgala nella piana di Gerico, dove la carta di Medaba segna i monti Garizim e Hebal, non hanno prevalso, giacché i due anfitrssiri naturali aperti nei fianchi delle due montagne della Samaria si prestano alla scena raccontata da Giosuè (8, 30-32) ed una località con il nome di Galgain (Gulufail) esiste a sudest di Sichem.
Il monte G. acquistò carattere sacro soltanto dopo lo sciama del Samaritani. Etnologicamente discendenti da coloni dell'Impero assiro, immigrati dopo la distruzione di Samaria nel 721 (II Reg. 17, 2541), furono sempre riguardati con diffidenza dai Giudei, ma il distacco avvenne fra il 423-404 quando Necesia (Neb. 13, 28) copulse da Gerusalemme il figlio del sommo sacerdote Eliasib per aver sposato la figlia di Sanaballat, satrapo della Samaria. Favorito dal padre, il sacerdote Manasse costrui allora nel monte G. un templo rivale a quello di Gerusalemme, e cosi l'odio e l'antagonismo fra i due popoli si accrebbe e si perpetuò (Esd. 4, 1-23; cf. Io. 4, 9).
Seguendo la sua politica di ellenizzazione, Annoco Epifane nel 167 dedicò il tempio del G. a Zeus Zenita (Fl. Gausapoe, Antiq. Ind., XII, 1), devastato nel 128 da Giovanni Ircano (id., op. cit., XIII, 4, 1; Bell. Ind., I, 2,6 ).
Nel 36 d. C. Pilato vi massacrò un gran numero di Samaritani ivi adunati da un impostore (id., Antiq. Ind., XVIII, 4, 1-2) e molti più ne uccise, nella ribellione del 66, Caresla, generale di Vespasiano (id., Bell. Ind., III, 7, 37). L'imperatore Adriano vi eresse sopra una delle cime un tempio a Zeus Hypnistos, al quale si accedeva per una lunga scalinata rappresentata nelle monete di Flavia Neapolis.
Dopo la selvaggia aggressione dei samaritani ai cristiani nel 484, l'imperatore Zenone fece erigere, nel luogo del tempio samaritano, una chiesa alla Theotocos, recinta poi con forti mura dall'imperatore Giustiniano. Tuttora esiste questo recinto e all'interno del vasto quadrilatero furono nel 1928 e 1934 rincesse allo scoperto le fondamenta della chiesa in forma ottagonale, svetta da Zenone. Ogni anno i pochi Samaritani superstiti celebrano le feste pasquali sul monte G.
Brat.: P. Arasino, a.v. in Dib. III, coll. 132-61; A. M. Schneider, Der heilige Berg Garisim, in Neue deutsche Anqira. bungea, 1930, p. 83.
Donato Baldi
GARNET, Henry. - Gesuita, missionario in Inghilterra, n. a Nottingham nel 1555, m. sul patibolo, al Tyburn di Londra, il 3 maggio 1606. Di famiglia protestante, passò al cattolicesimo a 20 anni, entrò fra i Gesuiti a Roma (1575) e, dopo aver studiato nel Collegio Romano e a sua volta insegnatovi ebraico e matematica, passò in Inghilterra nel 1586 e l'anno seguente già era nominato superiore di tutta la missione inglese.
Governo, in quei tempi cosi tesi e scabrosi, con vigore ed efficacia; ma soprattutto cercò di sventare ogni tentativo di reazione violenta da parte dei cattolici, eccitati e malcontenti del re e del governo protestante e del regime di persecuzione. Ma lo scoppio della «congiura delle polveri a mandò a monte ogni suo sforzo; lo fece assai arrestare il 30 genn. 1606 e, nonostante le sua innocenza, condannare alla forca. Se i protestanti lo ricordano quale cospiratore, perché considerano la "congiura" come un misfatto dei Gesuiti, i cattolici, invece, lo tengono in conto di vittima, come tanti altri, dell'odio contro il Papa e la Chiesa. Il suo nome, percio, era stato elencato nella lista dei martiri inglesi proposti per la beatificazione nel 1874; ma la difficoltà di discernere bene il motivo della sua condanna, se politico o religioso soltanto, ha fatto rimandare la questione ad ulteriori studi.
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DIN.: H. Fuley. Recards of the english province, III, Londra 1878. pp. 266 sgg., 511 sgg.; IV, ivi 1878, pp. 1-192; VII, in. ivi 1883, pp. 1344-67; H. Pellen, Father H. G. and the gueporcherploi, in Menth, 62 (1887, 1), p. 303 sgg.; 63 (1888, 11). pp. 38 sgg., 382 sgg.; 64 (1888, 11), p. 41 sgg.; J. Gerard, Thomas Wister's confession and the gueporcherploi, Londra 1828; id., Contribution toward the life of father H. G., in Menth, 61 (1828, 1), passim; id., Father H. G. and his accusers, ibid., 62 (1998, 11), p. 144 sgg.; R. Challoner, Memoirs of missionary priests, 2^{°} ed. a cura di J. H. Pellen, Londra 1224, pp. 282-88.
Celestino Testore
GARNET, Thomas, beato. - Gesuita, martire, n. a Southwark (Londra) nel 1375 , m. sul paribolo, al Tyburn di Londra, il 23 giugno 1608. Fece i suoi studi ecclesiastici fuori patria, nel Collegio di St. Omer e di Valladolid; indi, ordinato sacerdote (1399), lavorò nella missione volante inglese.
Accolto nella Compagnia di Gesù dallo sio Enrico (1604), fu imprigionato ( 1606 ) a poi espulso dall'Inghilterra, dove tuttavia tornò al suo ministero nel 1607. Ma, le "congiura delle polveri" avendo rincrudito le leggi persecutrici, fu scoperto, arrestato, e, con avendo voluto pronunciars il giuramento di fedeltà, con cui si riconosceva il re arbitro supremo anche delle coscienze, condannato a morte. Fu beatificato da Pio XI nel 1929.
Bist.: H. Fuley, Recards of the english province, II, Londra 1878, pp. 473-503; R. Challoner, Memoirs of missionary priests, 2^{°} ed. a cura di J. H. Pellen, Londra 1224, pp. 206-92; C. Testore, I martiri gesuiti d'Inghilterra e di Svezia, Isola del Liri 1934, pp. 322-30.
Celestino Testore
GARNIER, Bernardo di Rodez: v. antipapa: 1. antipapi autentici: 35. Benedetto XIV.
GARNIER, Jean. - Gesuita, patrologo, a. a Parigi l'11 nov. 1612 , m. a Bologna il 26 nov. 1681. Dopo un periodo di insegnamento letterario e filosofico a Clermont-Ferrand (Auvergne), dal 1643 al 1653 , passò a insegnare per 25 anni teologia nel Collegio Clermont a Parigi ( 1653 -79). Inviato a Roma come procuratore della sua provincia, fu colto dalla morte durante il viaggio.
Il suo nome è legato agli studi patristici, nei quali dimostrò ampia erudizione e acume critico, anche se alcuni giudizi sono stati corretti dalla critica posteriore. Gli si devono: Iuliani Eclasensis episcopi libellus fidei missus ad Sedem Apostolicam in causa Pelagianorum (Parigi 1648), pubblicato su un manoscritto scoperto a Verona dal p. J. Sirmond; Marti Mercatoris opera graecumque extant (ivi 1673 ; cf. PL 48), con utili dissertazioni sul pelagianismo e il nestorianismo; Liberati Archidiaconiis Ecclesiae Carthaginesis breviatrum (ivi 1673); Liber diurnus Romanorum Pontificum (ivi 1680 ; cf. PL 105) con dissertazioni sulla questione di Onorio. Curò pure il complemento dell'edizione di Teodoreto, fatto dallo stesso p. G. Sirmond, con alcune ampie dissertazioni in parte arrischiate (cf. PG 84, 89-864).
Bist.: Sormonvogel, III, coll. 1288-32; Mutter, IV, coll. 490492; W. Rane, F. G., librarian, in Mid-America, 22 (1940), p. 75 sgg.; 191 sgg.
Celestino Testore
GAROFALI, Vincenzo. - Restauratore dei Canonici Regolari Lateranensi, n. a Roma a 29 genn. 1760 m . ivi il 3 febbr. 1839. Nel 178: entrò fra i Canonici Regolari del S.mo Salvatore. Completò la sua cultura umanistica e teologica a Bologna sotto la guida dell'abate Trombelli. Insegnò teologia nella canonica di S. Pietro in Vincoli, che egli difese abilmente dalle leggi eversive dei rivoluzionari, impedendone la occupazione e l'alienazione. Dal 1800 al 1810 il G. lavorò sapientemente, come abate procuratore generale alla ricostituzione delle case del suo Ordine, ma dovette cedere davanti alla soppressione napoleonica e nel 1812 andò in esilio volontario a Napoli. Ritornato l'anno dopo, contemporaneamente al papa Pio VII, non solo pensò a risuscitare a a tenere unite le membra sparse dalla Congregazione, ma con rara prudenza condusse felicemente a termine, nel 1823 , le pratiche

(lat. almeri)
GAROFALO, Benvenuto Tisi detto il - La Sibilla rivela ad Augusto il mistero dell'Invarnazione - Firenze, Galleria Pino.
per la fusione in un unico Ordine delle due Congregazioni italiane di Canonici Regolari, la lateranense e la renana (v. CANONICI REGOLARI DI SANT'AGOSTINO : III. Congregazioni tuttora esistenti). Fu abate generale del suo Ordine dal 1823 al 1829. Godeva da molti anni l'amicizia di Gregorio XVI, il quale nel 1832 lo nominò arcivescovo titolare di Laodicea.
Benché fosse uomo di governo il G. non abbandonò mai gli studi. Fra le sue opere si ricordano l'Illustrazione del codice inedito di Bonizone intitolato "Decretum" (Roma 1837); Biblioteca compendiosa degli uomini illustri can. reg. lat. scritta dal Cavalieri ed aumentata di nuovi articoli da mont. G. F. (Velletri 1836).
Bist.: N. Windloecher, Abus. V. G., Roma 1939. Giorgio Idamo Scatena
GAROFALO, Benvenuto Tisi detto il. - Pittore, n. verosimilmente a Ferrara nel 1481, m. ivi il 6 luglio 1539. Fu detto il G. dal paese polesano del padre. Dapprima allievo del costesco Domenico Panetti, fu poi con il Boccaccino a Cremona; ma, per un periodo non breve, seguì le orme di Lorenzo Costa, come attesta fra l'altro il piccolo Presepe giovanile, squisitamente ingenuo, della Pinacoteca di Ferrara. Quindi venne a diretto contatto con Giorgione, ma subì anche l'influsso del conterraneo Dosso Dossi e quello di Raffaello e della scuola romana in genere, inserendo nel suo repertorio figurativo, spontaneamente incline all'idillio affabile e alle norazioni realistiche, schemi di archeologia saputa e
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frigidezze d'accademia di cui è tipica testimonianza la Deposizione (1527) nella Pinacoteca di Brera.
Per parecchi decenni il G. alternò momenti felici a etasi di pura convenzione, senza ulteriori sviluppi, fino ad apparire un ritardatario provinciale ed appartato. Raggiunse, però, un perspicuo grado di eleganza e nobiltà espressiva, di una sicura scienza compositiva e di una smaltata tavolozza.
Nel 1550 diveniva completamente cieco. Il G. ha lasciato un ingente numero di opere, fra le quali emergono le pale d'altare della Pinacoteca di Ferrara (la Modenne dette delle Nubi [1514], del Pilastro e del Riposo, la Strage degliinnocenti [1519], la Resurrezione di Lazzaro, l'Adorazione dei Magi [1537], i soffitti mantegneschi nei Palazzi ferraresi Costabili e del Seminario (1519), la imponente, quasi veronesiano Modenno in trono (1533) della Galleria Estense di Modena, le Sacre conversazioni della Galleria romane Doria, Capitolina, Borghese e del Museo civico di Padova, e un gruppo di soggetti mitologici nella Galleria di Dresda, fra i quali notevolissimo, per il castigato e sereno spirito umanistico, il Triomfo di Bosco, dipinto in epoca tarda.
Bibl. : I. N. Chiadella, It. T. de G.. Ferrara 1872: G. Gruyer, L'art ferrarain... II. Parigi 1897, pp. 287-326; H. Gronzu, s. v. in Thieme-Bicker, XIII, pp. 210-12; Venturi, IX, tr. pp. 270319; R. Laugh, Officina ferrarese. Roma 1934, pp. 132-35; A. Neppi, Infiasti della romanita figurativa ull'aria del G., in L'Urso, e [1537, vi, pp. 19-20.
GAROUA, PREFETURA APOSTOLICA di. - Compress nel Camerun francese, confina a nord con il lago Tchad. E stata eretta il 9 genn. 1947 con il territorio settentrionale del vicariato apostolico di Foumban ed affidata agli Obleri di Maria Immacolata. In quella vasta zona l'opera missionaria era appena agli inizi tanto più che nel centro vi è il sultanato di Adamua completamente islamizzato.
Il resto del territorio è abitato da pagani in maggioranza animisti. Le sede dell'Ordinario puo comunicare con i vari distretti. Il clima è molto caldo e secco. La popolazione è di ca. 1.100 .000 di ab. di cui 503.357 musulmani e 509.000 pagani. Nelle regioni settentrionali presenta una densità di ca. 15 al kmq. e solo 4 al kmq. nella regione di Ngaoundéré più islamizzata. Vi si parlano le lingue fouble, specie di disferto arabo, il sara e il banana. Anche i protestanti hanno incominciato qualche fondazione a nord di Ngaoundéré e contano ca. 2745 seguaci. La superfice è di kmq. 140.000 con 609 cattolici indigeni, 403 esteri e 408 catecumeni. Vi sono 20 missionari, 8 fratelli, 8 azore, distribuiti nelle 7 quasi-parrucchie, 8 stazioni primarie e 2 secondarie.
Bibl.: AAS, 39 (1947), pp. 334-35. Saverio Paventi
GARRUCCI, Raffaele. - Gesuita, n. a Napoli il 23 genn. 1812, m. a Roma il 23 maggio 1885. Insigne filologo e archeologo, specialmente epigrafista e numismatico, e, nel campo delle antichità cristiane, tra i più benemeriti. Entrò giovanissimo nella Compagnia di Gesù; compiuta la sua formazione letteraria e teologica, quindi applicato per vari anni all'insegnamento umanistico, nonché di archeologia e di lingua ebraica, poté poi ancora più liberamente dedicarsi alle lettere classiche, agli studi biblici, alla patristica, alle lingue orientali e alle antichità di ogni genere, comprese le etrusche, le egizie, le fenicie. Aveva iniziato gli studi di filosofia nel Collegio Romano (1830), vi tornò per completare la sua formazione archeologica sotto la guida del p. Marchi (1846) stringendosi fin da allora in amicizia con G. B. De Rossi, di lui più giovane; e vi risiedette poi nella sua piena maturità come scrittore di archeologia, dal 1858 fino alla chiusura di esso dopo il 1870 . Viaggiò molto in Italia e in Europa, visitando musei, ricercando manoscritti, eseguendo disegni, calchi, fotografie. Le sue frequenti escur-
sioni in località anche impervie dell'Italia meridionale fecero sorgere infondati sospetti che andasse propagando idee liberali, e nel 1853 con regio decreto restò espulso dal Regno di Napoli.
Forte tempra di studioso, perspicace e geniale, insieme perseverante e metodico, poté sembrare poco socievole, o troppo ambisioso e presuntuoso autodidatta, assai dinamico, suscettibile, vivace, e non propenso a rinunciare alla giusta libertà di indagine e di critica; ebbe frequenti contrasti con colleghi ed amici, tra i quali G. Heuson e T. Memmson, i quali però ne riconobbero la profonda dottrina. Ma dinanzi a ostilità e denigrazioni anche eccessive, si comportò, a giudizio di imparziali, con dignità e moderazione, perdonando e dimenticando, senza venir meno alla sua consueta generosità di collaborazione anche verso chi l'aveva aspremente avversato, pur di contribuire al profitto della comune scienza.
Una specie di leggenda denigratoria, fomentata da scrittori tendendosi e superficiali, cercò di avvolgere e deformare la figura storica del G., e non avendo trovato alcun oppigho per inraccarne la fama di sacerdote e religioso esemplare (chi concesse a lungo con lui rese anzi idonea testimonianza della sua aquisita delicatezza

(per cariscia del p. Frumil)
GARRUCCI, Raffaele - Ritratto.
di coscienza), ai abizzarri invece a variamente deprimerlo nelle sue qualità di studioso. Ma a sfatare del tutto qualsiasi tentativo di tal genere basta percorrere senza preconcetti le opere da lui edite, i giudizi che ne hanno dato i competenti imparziali, le molte e gravi incongruenze dei suoi avversari e accusatori.
Le pubblicazioni del G. si seguirono senza interruzione per oltre 40 anni ( 1844-85 ); tra maggiori e minori, in Sommervogel (III, coll. 1237-46), ascendono a ca. 120, di cui oltre metà come articoli su autorevoli periodici, o dissertazioni accademiche, in Roma, Napoli, Parigi, Londra; più spesso, dal 1856, su La Civ. Catt. Comprendone argomenti : a) di archeologia classica e pagana; b) di epigrafia giudaica; c) di archeologia cristiana.
Al primo gruppo appartengono: 1) ca. 20, su antiche città, vie, necropoli, monete dell'Italia centrale e meridionale, particolarmente del Lazio e della Campania, con epigrafi in lingua latina, bilisce, naca, fenicia; 2) alcune altre trattano più in particolare la topografia e storia antichissima di più importanti centri, come Salerno (1844, 1851), Rieti (1854), Vendive (1874), Isernia (1848, 1877). 3) I piombi antichi (figurati e scritti: monete, tassere, sigilli, ecc.) della collezione dei card. Lud. Altieri (2* cd., Roma, Napoli 1847-48) con successivo aggiunte. Altra ed. ampliata di Piombi scritti v. in Dissertaz. di var. argom. (II, 1856, pp. 73-149). 4) Classis Praetoriae Misenrenii... (1852), sulla flotta romana di Minena, con 275 antiche iscrizioni; 5) Graffiti di Pompei disegnati e interpretati (Bruxelles, Parigi 1854-50); opera fondamentale per lo studio dell'antica linguistica e grammatica latina e per la lettura di antiche iscrizioni; 6) Tre sepolcri pagani in un ipogea della Via Appia (o Les mystères du syncrétisme playgien) in 2 principali edd. (Napoli, Parigi 1852-56); di cui la seconda, più ampia, in Mélanges d'archéol., di Cahier e Maryin (IV, pp. 1-47). Una 3² ed. riveduta è alla fine della Storia dell'arch. crisi. (VI [1880], tav. 493 sgg., p. 171 sgg.); 7) I segni della la-
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pidi latine vulgurmente detti acceali (Roma 1857, di pp. XV-51); premiata dall'Accademia delle iscrizioni e belle lettere di Parigi; 8) I monumenti del Museo Lateranense (2 voll. in-del., Roma 1862, pp. 123 e tnv. 21); 9) Dis. sertazioni di vario argomento ( 2 voll., iv 1864-65), contengono revisioni o aggiunte a lavori precedenti e nuovi studi, nonché interessanti rettifiche a mende, non poche e non lievi, del Mommsen, del Ritschl, del Detlefsen, del Cavedoni, ecc.; ed attestazioni di consenso scrit. tegli dal Borghesi e da altri; 10) Syllage inscript. Latimorum noti Danumne reipalii, plenissimo (Torino 1875, pp. 256); comprende tutte le iscrizioni anteriori ad Augusto; con successive aggiunte edite nel 1877 e 1881 ; 11) Le monete dell'Itatia antica ( 1885 ) illustra la connotazione di tutte le città italiane dalle origini fino ad Augusto. 12) Articoli più importanti: Il Crocifisso blasfemo del Palatino, scoperto e illustrato; Le iscrizioni di P. Salpizio Quirino e il censimento della Siria e della Gindna; L'anno 13^{°} dell'Impero di Tiberio Cesare: Nuovi studi sull'anno dello morte di Erade il Grande; Bassorilievo rappresentante il clipro di Achille secondo la descrizione di Omero; Origine dell'oro, argento e bronzo monetato in Etruria; Scavi a Vela e Preneste; Ciste prenestine; Pitture Volcenti recate nel Museo Tectoniu; Statue ed epigrafi di Semme Sence " di Siman Mogo; La necropoli dell'Esquilina in Roma: Il Tempio di Giove capitolino sulla rupa Tarpea; Origine e vicende del Museo Kircheriano; ecc.
Dell'epigrafe giudacra il G. fu meritatamente detto il - vero fondatore e e pubblicò: 1) Il cimitero degli antichi ebrei, scoperto nella Vigna Randauini sulla Via Appia (20 ed., Rome 1862, 1865); 2) Monete delle due rivolte gludelche (1865); 3) Il Cimitero di Venosa di Puglia (1882).
Di archeologia cristiana: 1) Vetri ornati con figure in oro ( 3 cdd. 1858,1864,1874; di cui la terza fa parte del vol. III, tavv. 168-203 della storia dell'arte cristiana: v. appresso). 2) Nelle due prime edizioni dei Vetri è aggiunto un esame critico della numismatica costantiniana con segni di cristianesimo, emessa dalle varie secche dell'Impero. 3) Note e illustrazioni alla edizione degli "Hagioglypta" del Mecanico (J. L'Heinicus, m. nel 1614), pitture e sculture paleocristiane. Il G. riusci a rintracciarne il manoscritto a Parigi e a pubblicarlo ( 1856 ). 4) Mélanges d'épigraphie ancienne (Parizi 1856 sg .) : sulle due iscrizioni greche di Abereio e di Petcorio. 5) Storia dell'arte cristiana dei primi otto secoli, corredata di tutti i monumenti di pittura e scultura ( 6 voll., Pesto 1873-81, con oltre 600 tavv.). Nel vol. I è una teorica generale circa la natura e i caratteri dell'arte cristiana e un ampio saggio di cronologia sistematica delle opere principali. Negli altri cinque sono presi in esame le sculture e le pitture cimiteriali, le pitture, i mussici e le sculture non cimiteriali, comprendendo in tutto altre duemila soggetti tra i quali anche i vetri dorati, le lampade, gli oreri, i bronzi, gli smalti, ecc. In complesso si tratta di un'opera non ancora superata per la vostrià dal suo campo. L'opera era stata iniziata fin dal 1856 in collaborazione con il p. A. Martin, il quale ben presto mori, e il G. la continuò da solo, servendosi in parte dei disegni, debitamente riveduti, del collega defunto, e avendo anche ricevuto dal p. Marchi egli eccellenti disegni che egli era venuto preparando " per due suoi volumi sulla scultura e sulla pittura cristiana primitiva. 6) Articoli vari su singoli monumenti con primitivi simboli cristiani; inoltre Prammenti della Cattedra di S. Pietro (in The Archeologia, Londra 1870); Il cimitero di S. Gennaro a Napoli; Una croce graffita in Pompei, ecc.
Il G. dal 1831 in poi fu nominato socio dell'Accademia degli Ercolani, della Pontificia Accademia romana di archeologia e delle principali altre accademie, o società degli antiquari d'Italia e d'Europa.
Bibs.: Cib. Cart., cenno oromologico, e recensioni sulle sue principali opere: v. in indice generale (argomenti trattati) 1830-1903), Rocca 1904, p. 105; R. Ledoveo, a. v. in DACL. VI, 1, coll. 651-64, incompleto e incoerente; G. Boccadamo, La figura di R. G., in Cib. Cart., 1938, in, pp. 220-31; id., Il G. riparaficio, ibid., 1938, in, pp. 436 ecc., 131 sec. B. Feurti.
Documenti ianditi sull'azione innovatrice del p. G. Marchi, in Rendiconti delle Pont. Arcad. romana di archeologia, 19 (19421943), pp. 105-79 (in aprecie p. 128 e n. 27), Romano Faussi
GARWEH, IONAZIO MICHELE. - Patriarca siro cattolico. N. il 3 genn. 1731 in Aleppo da genitori giacobiti, fu ordinato sacerdote nel 1757 e poco dopo si converti in segreto al cattolicesimo. Cercò invano di convertire il patriarca giacobita Giorgio II, dal quale fu consacrato vescovo di Aleppo, dove continuò a lavorare per l'unione. In seguito egli con il suo gregge si dichiarò eportamente cattolico e ricevette dal papa Pio VI giurisdizione su Aleppo.
Ebbe da soffrire molte persecuzioni e diverse volte la prigione per opera dei giacobiti e del loro patriarca Giorgio III, dopo la cui morte fu eletto a succedergli dalla maggioranza dei vescovi giacobiti nel 1781. Accettò soltanto dopo che essi gli permitero di passare al cattolicesimo. Nel 1783 il G. fu consacrato patriarca nel convento Dejr Safrán presso Mardía. Il papa Pio VI approvò l'elezione il 1^{°} sett. dello stesso anno. Senonchè un competitore giacobita, eletto da una minoranza, fu il solo ad essere riconosciuto dal sultano turco: il G. dovette fuggire nel Libano, dove prese residenza a Šarfet. M. il 4 sett. 1800 . Con lui comincia la serie ininterrotta dei patriarchi siro-cattolici.
Bibs.: L'eutobiografia di G. nella Revue de l'Or. chrd., 6 (1901), pp. 282-401.
Guglielmo de Veine
GARZON, diocesi di. - Città e diocesi della Colombia, nel dipartimento di Huila (Stato di Tolima), a 377 km . da Bogotà. Dal pontefice Leone XIII fu, in data 20 maggio 1900, creata diocesi (Dioecesis Garzonensis), con residenza a Neiva, e comprende le province di Garzon e di Neiva fin allora facenti parte della diocesi di Tolima. Detta diocesi è suffraganea dell'arcivescovato di Popayan. Suo primo pastore è stato mons. Stefano Rojas.
Comprende, nella sua giurisdizione, una superficie di 20.700 kmq . con 232.000 ab. dei quali 231.900 cattolici, ripartiti in 50 parrocchie con 65 sacerdoti diocesani, 16 regolari, 4 comunità religiose maschili e 17 femminili (1949). Vi ha la propria sede un fiorente seminario. Notevole la Cattedrale, dedicata all'Immacolata Concezione.
Bibs.: A. A. Mac Erlean, a. v. in Cath. Enc., VI, p. 390; Supplement, p. 222.
Mariano Ball
GARZONI, Tommaso. - Scrittore, n. a Signacavallo di Romagna nel marzo 1549, m. ivi l'8 giugno 1589. Nel 1566 a Porto di Ravenna vesti l'abito della Congregazione lateranense.
Spirite aperto alle nuove correnti di pensiero, fu profondo conoscitore della lingua ebraica, teologo, erudito vario ed estroso, persino biszarco e spregiudicato. Scrisse: Teatro dei vari e diversi cercelli mondani (Venezia 1583), Piazza universale delle professioni del mondo (ivi 1585), Hospitale dei pazzi incurabili ( ivi 1586), ecc.
Bibs.: C. Della Corte, T. G. Vita e opere, S. Maria Capua Vetere 1913; F. Marchianni, prefazione a l'Hospitale, Lanciano 1915.
Enzo Nevarre
GAS, TEORIA CINETICA dei. - I. GENERALITÀ. Con la parola g. si designa dal sec. xvir quel particolare stato di aggregazione di qualsiasi materia nel quale le sue particelle costituenti (oggi si dice le sue molecole) non solo non risentono alcuna mutua coesione, o semicoesione, simili a quelle corrispondenti rispettivamente allo stato solido e allo stato liquido, ma manifestano invece una spiccata tendenza alla più incondizionata espansione. La meccanica, come studia le leggi del moto dei solidi, studiò pure quello dei liquidi e dei g. in base alle loro proprietà di insieme; cosi pure la fisica, specialmente per quanto riguarda il loro comportamento termico.
Ma affermatasi nella prima metà del secolo scorso l'ipotesi atomica e molecolare, sorsero due grandi
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problemi : quello dello studio dinamico delle singole molecole a dei singoli atomi, e quello dell'interpretazione delle proprietà di insieme dei corpi nei loro vari stati di aggregazione, e in particolare dei g., con riferimento alla loro costituzione molecolare. Il primo dei suddetti problemi, che oggi si dice microscopico, non poté venire allora affrontato e costituisce solo attualmente uno dei maggiori scopi della fisica moderna; il secondo, fu invece notevolmente sviluppato, e, per quanto riguarda i g., condusse non solo ai risultati teorici previsti, ma anche ad altri che trascendono assai il ristretto campo della sua primitiva impostazione. Specialmente per questa ragione esso costituisce attualmente uno dei più interessanti e istruttivi capitoli della fisica.
II. Costituzione del G. - Gia D. Bernoulli nel 1738 considerava i g. come costituiti da un insieme di numerosissimi corpuscoli materiali pesanti, molto distanti tra loro in rapporto alle loro dimensioni e dotati ciascuno di velocità notevolmente elevata; in base a ciò egli riusciva a dimostrare che quell'insieme doveva ubbidire alla nota legge di BoyleMariotte. Ai corpuscoli di Bernoulli si pensano era sostituite le molecole nel numero stragrande determinato da Loschmidt in base alla legge di Avogadro, e si suppone che ciascuna molecola sia soggetta alle leggi della meccanica. Evidentemente una prima serie delle proprietà del nostro g. dovrà scendere come conseguenza statistica di questa posizione. Per semplicità si considerano molecole monostomiche, tanto più che è noto che, limitando queste considerazioni al solo lato statistico, il passaggio a casi più complessi non presenta insormontabili difficoltà. Le molecole sono in generale notevolmente distanti, ma talora anche si avvicinano, si urtano, rimbalzano. Siccome però a piccolissime distanze esse si respingono, è probabile che i loro urti avvengano solo fra le cosiddette loro sfere di azione (repulsive) a quindi siano elastici. E secondo questo punto di vista che Joule (1848), Kroenig (1856) e Clausius (1857) cominciarono a dar forma meno vaga alle idee di Bernoulli, seguiti da Maxwell, che nel 1859 fece il passo decisivo, che può considerarsi il fondamento non solo della teoria cinetica dei g., ma anche della meccanica statistica generalmente intesa.
III. La distribuzione maxwelliana delle velocita. - L'esperienza assicura che un g. rinchiuso in un recipiente e sottratto ad azioni esterne, qualunque sia stata la sua distribuzione iniziale, assume prestissimo uno stato stazionario. I ricercatori premaxwelliani avevano pensato che per interpretare quello stato stazionario bastasse ammettere che le molecole possedessero una certa velocità media, in qualsiasi modo costituita (non escludendo, p. es., neppure il caso particolare che tutte possedessero come velocità propria senz'altro quella velocità). Maxwell invece intuì che per caratterizzare quello stato stazionario non bastasse assegnare una velocità media, ma che occorresse anche che il numero delle molecole dotate di ciascuna delle innumerevoli velocità presenti, rimanesse invariata. Ciò non significa affatto che ogni molecola debba conservare inalterata la propria velocità, bensl che le molecole che in un breve tempo perdono quella velocità in seguito agli urti siano tante, quante quelle che, per la stessa ragione, la acquistano.
Sorgevano così due importanti questioni : 1) quale era la particolare distribuzione delle velocità che cor-
rispondeva allo stato stazionario del g.? 2) quale era la ragione precipua per cui sempre si giungeva rapidamente a codesta distribuzione delle velocità?
Maxwell, aiutandosi con intuitive analogie con la legge degli errori di V. Herschell, credette di aver dimostrato che nello stato stazionario il numero delle molecole che hanno componenti di velocità u, e, w (secondo assi cartesiani) è dato da una espressione del tipo a e bleft(u^{′}+v^{′}+w^{′}right), dove ' a ' e ' b ' sono costanti positive dipendenti dello stato fisico del g.
Ma lo stesso Maxwell riconobbe i difetti della sua dimostrazione a nel 1866 ne propose una seconda, basata sulla legge degli urti dei corpi elastici. Egli dedusse la condizione statistica perché il numero delle molecole che abbandonano una certa velocità sia, durante ogni tempuscolo, eguale al numero di quelle che la acquistano, e ritrovò la legge precedente che da allora si disse la legge di distribuzione di Maxwell.
Nel 1870 però L. Boltzmann esaminò molto a fondo la dimostrazione di Maxwell e provò dapprima che la legge è non solo sufficente, ma necessaria per lo stato stazionario; poi cercò e credette di dimostrare, ciò che l'esperienza conferma, che se lo stato stazionario di un g. viene in qualsiasi modo turbato, il g., abbandonato a se stesso, ritorna spontaneamente allo stato stazionario. La legge di Maxwell rappresenterebbe quindi la distribuzione limite, cui tende ogni distribuzione di velocità diversa da quella.
IV. Obbiezione di Loschmidt e interpretazione probabilistica di Boltzmann. - Loschmidt osservò (1876) che il passaggio irriveraibile da una distribuzione qualsiasi a quella maxwelliana non poteva conseguire dalle leggi stversibili della dinamica. Conseguentemente Boltzmann passo alla conclusione che quel passaggio non fosse in ogni tempo rigorosamente necessario, ma solo estremamente probabile. E così la stazionarietà della legge di Maxwell non sarebbe una rigorosa necessità, ma solo un'esigenza di estrema probabilità. Fra le infinite distribuzioni possibili, quelle di tipo maxwelliano rappresentano la stragrande maggioranza; perciò, anche se il g. passa a caso per tutti gli stati possibili, apparirà praticamente sempre nella distribuzione maxwelliana.
Ormai, constatata la necessità di ricorrere a considerazioni probabilistiche, la legge di Maxwell si deduce per mezzo di esse più direttamente. La conclusione è però sempre la stessa.
A questo punto è molto interessante rendersi conto dei valori altissimi delle probabilità che entrano in giuoco, praticamente equivalenti alle maggiori certezze. Si cerca di illustrarle con esempi intuitivi, p. es., supponendo che una scimmia posti su una macchina da scrivere e che rimangano registrate in modo continuo tutte le lettere e gli intervalli. Che probabilità si ha che la scimmia scriva una pagina della Divina Commedia? Teo ricamente non si può escludere quel caso che è praticamente impossibile. Ebbene la probabilità che un g. contenuto in un recipiente di un litro assuma spontaneamente per un secondo una distribuzione non maxwelliana è dello stesso ordine!
V. Rippencussioni fisiche. - Il fatto che una legge fisica che si era sempre ritenuta certa e che si era sempre verificata, sia invece una legge estremamente probabile si, ma non certa, indusse a revisioni di varie altre nozioni e leggi fisiche. E ormai anche la fisica classica ammette molte leggi fondamentali solo probabili. Si veda la voce termodinamica. La fisica
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moderna poi è prevalentemente dominata da leggi solo probabilistiche.
Bib.: I. C. Maxwell, Papers, L. Boltzmann, Goutheorie, Lieria 1696; G. Castelnuovo, Cadealo delle probabilini, 2² ed., Bologna 1947. Paolo Sirmio
GASCA, Pecro de la. - Uomo di Stato e vescovo spagnolo, n. a Barco de Avila nel 1485 , m. a Valladolid il 10 nov. 1567.
Dopo avere disimpegnato vari incarichi pubblici, nel 1546 Carlo V lo nominò presidente della Reale Udienza del Perù, dotandolo di poteri illimitati, con l'incarico di domare la ribellione e la guerra civile peruviana capitanata da Gonzalo Pizarro. Sbarcato nell'America centrale, ottenne a Panama l'adesione di Pedro de Hinojosa, comandante della flotta, e di Fernando Pizarro, fratello del ribelle.
Portatasi nel 1547 in Perù e riuscite inutili le trattative inlavidate con Gonzalo, G. riunì un esercito con il quale l'8 apr. 1548 affrontò la truppe avversarie. Avendo disertato molti soldati del Pizarro, quasi fu fatto prigioniero e poi decapitato con 8 suo luogotenente Carvajal. Spenta la rivolta, G. si dedicò ad una pronta opera di pacificazione, revocando ordinanze troppo rigorose, introducendo benefiche riforme per gli Indi, sostituindo l'amministrazione civile alla militare nelle città, sollecitando l'incremento economico, specie lo sfruttamento del sottosuolo. Il suo governo, durato fino al 1550 , fu considerato da tutti benefico e giusto ed il G. fu salutato padre restaurador y pacificador. Tornato in patria, fu eletto vescovo di Palencia (1551) e di Siguenza (1561).
Sint.: Documentos relativos al licenciado P. G., in Colección de documentos indditos para la historia de España, XLIX, pp. 3-342 e L. pp. 3-206; J. C. Calvera de Estrella, Rebelsin de Pizare en el Perí y vida de d. P. G., a voll., Madrid 1889; P. Gutierrez de S. Clara, Historia de las guerras civiles del Perú (1544-45) y atrut meceno de la Indias, 4 voll., ivi 1904-10; M. H. Saville, Some unpolished letters of P. de la G., relating to the conquest of Peru, Worcester 1918; H. Alonso Cortés, Datos de don P.G., in Rivista de Indias, 3 (1942), pp. 130-35. Piero Sannazzaro
GASPARE della Croce. - Missionario e viaggiatore domenicano portoghese del xv sec. : n. a Evora, m. a Setúbal ( 1570 ca.). Con un gruppo di confratelli, capitanati dal p. Bermudez, nel 1548 raggiunse l'India.
Gli si attribuisce la fondazione del convento di Malacca. Passato nel Cambogia, verso il 1553 penetrò nella Cina, come fanno fede le sue memorie. Va percio riconosciuto quale primo missionario che abbia varcato i confini della Cina in quel secolo, si da meritarsi l'appellativo di - apostolo dei Cinesi. Dopo qualche tempo dovette lasciare la Cina; passò allora nell'Isola di Ormuz. Infine ( 1560 ) fece ritorno in patria, ove attese alla pubblicazione del Tratado em que se contava muito por estenso as contas da Chian, con tus particularidades, e asti do regno d'Ormuz... (Evora 1569; 2² ed. Lisbona 1829). Per il suo generoso prodigarsi tra gli appestati di Setúbal, cagione della sua morte, venne proposto dal Re al vescovato di Malacca, cui rinunciò.
Bibl.: L. de Sousa, Historia de S. Domingo particular do Reino e conquistas de Portugal, parte 32, Lisbona 1678, pp. 323325; G. M. Cavalieri, Galleria de' Someni Pontifici, II. Benevento 1696, pp. 38-40; A. Touron, Histoire des hommes libertres de l'Orde de St Dominique, VI, Parigi 1749, pp. 729-32; T.Gienelli, Memorie di un missionario domenicano nella Cina, I. Roma 1887, pp. 83-84. Abele Redigenda
GASPARE da Montessanto: v. montessanto, gaspare da.
GASPARRI, Pietro. - Cardinale, segretario di Stato di due papi, principale artefice della codificazione del CIC e dei Patti Lateranensi.
N. a Capovallezza (comune di Ussita [Macerata]) il 3 maggio 1852 ; m. a Roma il 18 nov. 1934. Iniziò i suoi studi (1861) nel Seminario di Nepi, da cui passò (1870) al Seminario Romano, venendo ordinato sacerdote il 31 marzo 1877. Iniziò il suo insegnamento sui Sacramenti e di materie giuridiche a Roma nello stesso Semi-

GASPARRI, PIETRO - Ritratto in occasione del discorso al Congresso giuridico internazionale del 1934 (Roma).
nario Romano e alle scuole di Propaganda Fide. Dal 1880 al 1888 insegnò diritto canonico nell'Istituto cattolico di Parigi. E questo il periodo della sua maturazione scientifica e della maggiore produzione individuale. Sono infatti di questo tempo i trattati canonici ancora classici del De matrimonio (a voll., Parigi-Lione 1892; 2² ed. ivi 1904; 3² [post CIC], Città del Vaticano 1932); De S. Ordinazione (a voll., Parigi-Lione 1893-94); De Sima Euchari