volume-05

Back to Volumes
 clima polare il vestito e l'abitazione hanno molto importanza. L'obbiglizmento degli Eschimesi è sostanzialmente uguale nei due sessi. Esso consta di un giubbone chiuso, infilato per la testa, con maniche, cappuccio e guanti attaccati, e di stivali imbottiti. Questi indumenti sono fatti quasi tutti con la pelle della cenno che è la più calda e la più leggera delle pellicce polari e anche la più facile a tenersi asciuta. D'inverno portano doppia veste e quella di sotto è indossata con il pelo sulla pelle. Con la foca fanno stivali imbottiti di pelliccia e sopravvesti impermeabili. Nelle popolazioni appartenenti allo strato culturale più arcaico le donne conciano le pelli inasticandole, grattandole con un coltello caratteristico chiamato ulo - che ha la forma di una mezzaluna ed è usato soltanto da esse e lasciandole a bagno nell'acqua calda a nell'acqua fredda corrente o nell'urina. L'abitazione più arcaica ha la forma rotonda e consta di due parti : una inferiore sotterranea e semiasterranea, a cui si accede mediante un corridoio, e una superiore che si riallaccia culturalmente al tipo della capanna ad alveare rotondo. d) Anche la sepoltura ha subito l'influenza dell'ambiente. Poiché è difficile scovare la fossa nel terreno gelato, il morto è deposto semplicemente sulla terra. Questa forma si chiama sepoltura su piattaforma. e) Nella sociologia si notano già influenze di istituzioni più recenti quali il toternismo e specialmente il matriarcato. f) E finalmente le tribù ariche dell'America hanno, rispetto allo stesso ciclo paleocasiatico, un aspetto culturale più recente, perché, con i mezzi di navigazione ancora molto semplici di cui disponevano durante le loro migrazioni, sono giunte nella nuova terra soltanto passando attraverso le regioni ariche. Inoltre, secondo l'opinione più corrente degli americanisti, nessun popolo è entrato in America prima dell'inizio del neolitico, il che è confermato dalla tecnica con cui è lavorata la pietra.

De tutti gli elementi finora esaminati, risulta che il ciclo culturale paleo-asiatico si presenta nel suo complesso come una formazione già secondaria. Perciò non può essere considerato come il rappresentante della cultura più arcaica a noi nota. Ciò non esclude che non possa contenere ancora qualche elemento culturale molto arcaico, che si è preso nelle altre culture originarie.

Restano ora da confrontare soltanto la cultura primitiva centrale e la cultura primitiva meridionale, nei loro singoli elementi.
3. Il ciclo culturale tasmaniano a il ciclo culturale dei pigmei. - Se questi due cicli culturali si trovassero in qualche punto in contatto, si avrebbe un criterio sicuro per stabilire quale di essi sia il più antico: basterebbe studiare bene in questi punti le mescolanze, le sovrapposizioni e le divisioni. Ma finora nessun punto di contatto è stato trovato perché i due cicli sono separati da grandissime distanze.

Il solo criterio che ci resta è quello di mettere a raffronto le due culture a vedere, dall'esame intrinseco degli elementi che lo compongono, quale sia la più antica.

Una cultura, anche la più semplice che si possa immaginare, deve aver avuto, fin dall'inizio, espressioni - una carta forma di vita economica (ad es., la raccolta) e di organizzazione familiare, un certo linguaggio, ecc. che distinguono la vita dell'uomo (cultura) da quella
dell'animale (che non ha cultura). Se, come sembra ovvio, le prime manifestazioni della cultura materiale furono originate dalla sola necessità, dovettero naturalmente essere semplici, dipendenti dalle possibilità di cui l'uomo disponeva allora, le quali erano molto limitate a ancora prive di ogni aggiunta rispondente a un puro criterio di perfezionamento. Il Foy, ad es., ha dimostrato che dal bastone rotondo, come si trova nella natura, si è sviluppato la clava piusta. Per quanto concerne la cura del corpo, l'uomo non avrà incerninciato subito a praticare forme di tetunggio, mutilazioni e deformazioni. Ai primi elementi se ne aggiungono successivamente dei nuovi - dovuti sia al progresso interno dei singoli popoli, sia al loro contatto con altri - che costituirono l'arricchimento culturale.

Il criterio, di cui si è parlato sopra, è valido solo quando si tratta della cultura materiale, e anche in questo caso deve essere applicato con discernimento, perché può facilmente far ricadere nel preconcetto del positivismo materialistico, secondo il quale lo sviluppo dell'umanità sarebbe stato in ogni campo un'ascesa dalle forme più basse alle più evolute.

Da due armi o utensili o qualsiasi oggetto della cultura materiale, non si può stabilire senz'altro che l'uomo abbia costruito prima quello che richiede minore intelligenza. L'indagine storica ha dimostrato che talvolta è avvenuto il contrario. Tra i vari esempi forniti dall'e. quello dell'arco è uno dei più intrattivi. Quest'arma dimostra un talento di invenzione a riflessione senza dubbio molto superiore a quello manifestato comunemente dalle altre armi primitive. Fondandosi principalmente su questo fatto, qualche etnologo l'ha attribuito a cultura più recenti, mentre indagini accurate hanno dimostrato che appartiene, fin dalla sua origine, alla cultura dei Pigmei, dove generalmente si trova ancora nella sua forma più semplice, consistente in un bastone rotondo (come si trova nella natura) levigato e piegato, alle cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale, la quale serve ad imprimere il movimento alla freccia. Non possono invece essere sorti subito con l'arco molti suoi perfezionamenti, i quali richiedono strumenti e mezzi che le culture originarie non hanno ancora. E difatti, questi perfezionamenti si trovano solo nell'arco delle culture più recenti. Dopo aver fissato i limiti entro cui può essere usato il criterio dell'essere intrinseco si esamina in particolare l'aspetto che presentano il ciclo culturale tasmaniano e quello dei pigmei per stabilire quale sia il più arcaico. Questi due cicli sono i più primitivi che si conoscono e si riportano alla fase più arcaica della cultura umana, alla quale possa giungere l'indagine etnologica. Nonostante che gl'inizi di questa cultura siano ancora molte oscuri, si può affermare che il ciclo culturale che nella qualità dei suoi elementi si avvicina di più al punto di partenza della cultura umana (issia della cultura originaria in senso assoluto) è senza dubbio il più arcaico. In queste indagini sono particolarmente utili due criteri metodologici formolati dal Pinard e dallo Schmidt: «Ogni elemento culturale che ne presuppone un altro è necessariamente più recente di quello che presupone" (criterio della "presupposizione necessaria a enunciato dal Pinard). «Di due elementi culturali dello stesso ordine, quello che presuppone un cambiamento dello stato originario è più recente di quello che non lo presuppone * (Schmidt).
a) Cura del corpo. - Nelle culture originarie i giovani e le ragazze giunti alla pubertà devono compiere speciali cerimonie, chiamate iniziazioni, le quali hanno soprattutto lo scopo di istruire gli iniziandi, ormai vicini al matrimonio, sui loro futuri doveri verso la famiglia e lo Stato. I candidati devono astenersi da certi cibi preferiti, ma non sono soggetti a pratiche dolorose. Solo più tardi - sotto l'influenza di culture più recenti, nelle quali le iniziazioni si praticano ormai soltanto per i maschi - i giovani devono lasciarsi togliere con una scalpello di legno un dente, senza proferire il minimo lamento. In una fase ancora posteriore si introduce la circoncisione (o l'incisione e la subincisione) degli iniziandi. La circoncisione consiste nella escissione totale

## Page 442

![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da J. R. Redelife-Brown, The Andaman Icteodire. Cambridge 1923 p. 211. 80. 21)
Etrologia - Esempi di disegni geometrici o ad intreccio che i Pigmei zandomanesi incidono o dipingono su oggetti ornamentali e utensili.
o parziale del prepuzio o anche nella semplice incisione dello stesso. La subincisione - che si comple circa un antro dopo con un coltello di pietra o un coccio molto affilato - consiste nell'incisione della pelle del pene lungo il decorso dell'uratra dal mezzo urinario all'innesto dello scerro. Questa operazione è dolorosissima; gli etnologi inglesi che per primi ne parlarono la definirono terrible rite, espressione ancora usata nelle opere etnologiche.

Sia le popolazioni pigmee sia quelle dell'Australia sud-orientale che appartengono allo strato culturale più arcaico non praticano la circoncisione, la quale invece è molto diffusa tra tutte le altre tribù australiane. L'avolzione del dente, ignoto a tutti i Pigmei, è praticata da popolazioni dell'Australia sud-orientale. Tra i Pigmei solo gli Andamanesi praticano il tatuaggio con cicatrici, che è diffuso invece tra le tribù dell'Australia sud-orientale e della Tasmania. Nessun gruppo di Pigmei pratica la perforazione del setto nasale e del labbro superiore per introdurvi ornamenti, come invece fanno tutte le popolazioni dell'Australia (esclusa la Tasmania). E finalmente le varie forme di ornamento, considerate nel loro complesso, sono molto meno diffuse tra i Pigmei che tra gli Australiani e i Tasmaniani.

Risulta percio che : a) Tutte le forme di ornamento e di tatuaggio, che mancano agli Australiani e ai Tasmaniani, mancano ai Pigmei. B) Parecchi elementi culturali relativi alla cura del corpo, noti alle popolazioni dell'Australia (anche le più arcaiche) e, in minor misura, a quelle della Tasmania, mancano invece ai Pigmei. Considerati sotto questo punto di vista, i Pigmei rappresentano una fase più arcaica di quella degli Australiani e degli stessi Tasmaniani.
b) La lavorazione del materiales la fase olitica e la paleolitica. - E molto probabile che l'uomo abbia cominciato ad usare gli oggetti di legno, le ossa, le conchiglie che trova nella natura a quasi senza lavorazione poteva far servire come armi, recipienti e utensili. Poteva infatti lavorare il legno con un altro legno più duro o conchiglie taglienti o ossa, o pietre rese appuntite dalla stessa natura. La vera lavorazione della pietra deve essere incominciata solo più tardi, come sostengono con buoni argomenti autorevoli etnologi e cultori di preistoria (Gräfner, Schmidt, Menghin, Breuil, Obermaier e parecchi altri).

Fatte poche eccezioni, le armi e gli utensili dei Pigmei sono tutti di legno, esso, denti di grossi animali, conchiglie. Tutte le popolazioni dell'Australia e della Tasmania lavorano già la pietra specialmente nella forma delle schegge e delle lame. Perciò, sotto l'aspetto della lavorazione del materiale, i Pigmei appartengono ad una fase culturale ancora olitica, più arcaica della paleolitica, che caratterizza invece le popolazioni della cultura meridionale. Non è possibile spiegare, come ha tentato di fare qualche
studioso, questa caratteristica culturale con l'affermazione infondata che i Pigmei non abbiano a loro disposizione materiale litico lavorabile, perché è da escludere a priori che non si trovino pietre in tutta l'enorme estensione di territorio dell'Asia meridionale e dell'Africa in cui vivono sparpagliati i Pigmei. Ci sono anzi testimonianze che contraddicono decisamente questa affermazione e provano invece che gruppi di Pigmei si servono di quelle pietre che trovano in natura già adatte alla lavorazione o che esigono solo qualche ritocce. Il Brown, p. es., scrive che nel territorio degli Andamanesi c'è quarse e un'altra qualità di roccia con cui gli indigeni fanno lame e schegge per radere i capelli e praticare il tatuaggio. Per ottenere questi strumenti, tengono nella mano sinistra un ciottolo di quarzo o dell'altra roccia e gli vibrano un colpo con un altro ciottolo di qualsiasi sostanza adatta, duro e arrotondato; si stacca così una scheggia che cade nella palma della mano sinistra. Se serve, è subito usata, altrimenti è gettata via e se ne fa un'altra. Le schegge e lame sono preparate solo quando occorrono a usate finahé conservano la punta o il taglio, poi subito buttate via. La donna che rade la testa di una persona può consumare, una dopo l'altra, anche una ventina di lame per ottenere le quali occorre produrre almeno il doppio di schegge. Le schegge di roccia più dure sono ottenute come quelle di quarzo, ma prima di essere usate sono lasciate alcune ore nel fuoco e poi fatte raffreddare. Gli stessi indigeni confermano di non aver mai usato, nemmeno in passato, la pietra per tagliare (fuorché nei casi che si sono ricordati) o per fare la punta delle frecce. Per queste ultime si occorrono di conchiglie. Il Brown porta ancora vari argomenti contro antichi autori che affermano di aver trovato qualche industria litica tra gli Andamanesi, e conclude che l'ipotesi più sostenibile è quella secondo cui questo popolo non ha mai lavorato la pietra, ma ha fatto sempre tutti i suoi utensili con il legno, con l'osso e con le conchiglie. Da quanto si è sopra esposto, risulta che la scarsa lavorazione della pietra è una caratteristica della cultura dei Pigmei, la quale attesta la maggiore primitività del ciclo culturale centrale rispetto a quello meridionale.
c) La produzione del fuoco. - I Pigmei andamanesi sono fa solo popolazione del mondo che non sa produrre il fuoco; mantengono percio continuamente accesi pezzi di legna. Tutti gli altri Pigmei e Pigmoidi, gli Australiani e i Tasmaniani, ottengono il fuoco mediante la frizione di due pezzi di legno. Variano però i metodi : a) i Tasmaniani (ora estinti) usavano lo "strofinio in scanalatura" ossia la frizione orizzontale fatta con la punta di un pezzo di legno nella scanalatura longitudinale di un altro pezzo di legno. Poiché i Tasmaniani hanno conservato parecchi elementi culturali arcaici, i quali tra gli australiani sud-orientali sono andati persi o sostituiti da altri più recenti, si puó ritenere che lo strofinio in scanalatura sia una forma di ottenere il fuoco più arcaica delle altre usate dagli australiani sud-orientali. B) Gli Australiani sud-orientali frullano con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta a tavolata sottostante (fuoco a frullino o a rotazione semplice), oppure seguono un pezzo di legno con un altro: "frizione a sega". Ci sono ancora due
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

[⁰]
[⁰]:    (da J. R. Redelife-Brown, The Andaman Icteodire. Cambridge 1923. p. 211. 80. 21)
    Etnologia - Esempi di disegni geometrici o ad intreccio che i Pigmei andamanesi incidono o dipingono su oggetti ornamentali e utensili.

## Page 443

popolazioni pigmec - una dell'Asie, i Semang, e l'altra dell'Africa, i Batua del Congo - la quali ottongone il fuoco mediante lo strofinio in scanalatura. La presenza di questa forma in elascuno dei due gruppi principali dei Pigmei - l'asiatico e l'africano - e, per di più, in punti cosi lontani l'uno dall'altro, attesta la persistenza presso questi popoli di un elemento culturale più arcaico del corrispondente che si trova tra gli australiani sud-orientali.
d) Le armi: l'aree dei Pigmei. - La clora e la lancia sono le armi caratteristiche della cultura meridionale, l'arco è l'arma dei Pigmei. L'arco è un'arma che consta nella sue parti essenziali di un bastone o di una canna, lunga, sottile e flessibile, alla cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale o una striscia di pelle o di cuoio. In quale sarve ad impornare il movimento alla freccia. Questa è una parte integrante dell'arco. Nelle sue forme più arcaiche è fornita di piume o foglie o pezzettini di pelle che contribuiscono a mantenerla nella direzione verso cui è stata scoccata. In culture più evolute l'impernatura scompare ed è sostituita da altri perfezionamenti dell'arco e della freccia. Fra le armi primitive l'arco è forse quella che dimostra maggior ridunto d'invenzione, riflessione e perfezionamento. Ciò ha indotto qualche natura (Grabner) a sostenere che i pigmei non abbiano avuto originariamente quest'arma tra la sola freccia, che lanciavano con la mani contro la selvaggina. Quest'ipotesi però non è confermata dai fatti, perché tra i Pigmei l'arco e la freccia sono sempre associati.
a) Come già si è visto, nel fabbricare le armi e gli uscrali necessarialla vita quotidiana, l'uomo non può avere incomunicato da forma perfezionata e complesse, ma deve essersi servire necessariamente dal materiale che trovava già quasi preparato nella natura: per ottenere il bastone di un arco bastava che levigasse e piegasse un ramo o una canna, che crescono sempre in una forma più o meno rotonda. Nella stessa natura trovava pure abbondantemente fibre vegetali e canne con cui fare la corda. Perciò la forma più antica dell'arco è, con ogni probabilità, quella che ha il bastone rotondo \odot e la corda di sostanza vegetale. Il bastone di quest'arco si spezza diffudnente ma è poco flessibile; la corda di sostanza vegetale è più debole ed esercita meno attrito di quella fatta di pelle o di cuoio, quindi facilmente si strappa e sdrucciala lunga il bastone. Quest'inconveniente poteva essere avviare in due modi: ingrossando le estremità dell'arco con un appoggio più largo (a forma di cuscinetto, cuello, disco, pallina) su cui fissare la corda; oppure praticando sulla stessa un taglio a forma di scalino che rendezza le punte più piccole del resto del bastone ed impedisce così alla corda di sdruccialare. Al primo ripiego, che sarebbe già un indizio di scultura a rilievo, non potevano ancora giungere i Pigmei, e cui manca questa forma di plastica, anche nelle sue espressioni più semplici. Non potevano fare altro che rendere le punte più piccole del resto del bastone. Ma le punte piccole facilmente si spezzano, perciò in questa forma il bastone è più flessibile, ma anche più debole. La forma base dell'arco, da cui sono derivate le altre, ha come caratteristica il bastone a sezione circolare, con le punte intagliate a scalino. La corda è fatta con una striscia di canna chiamata vatang o di bambù. Questo tipo predomina tra i Pigmei africani e si trova pure tra i Negriii delle Filippine. (i) La grande maggioranza dei Pigmei asiatici e qualche gruppo di Pigmei africani usa l'arco a sezione semi-circolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno \Rightarrow (l'arco a sempre indicato secondo la sua sezione trasversale. Si chiama interna quella rivolta verso la corda e esterna la parte opposta. Per convenzione la parte esterna è sempre indicata sopra e l'interno sotto. Ex.: \Rightarrow= arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno; \Rightarrow= arco a sezione semicircolare convessa all'interno e piana all'esterno). Il modo più semplice per ottenere questa forma è quello di dividere longitudinalmente per metà un bastone comune. Quest'arco è molto più flessibile di quello a sezione circolare e conserva la parte convessa, che è la più comoda per l'impugnatura, verso l'esterno. In questa forma si mantiene il taglio a scalino nelle punte, il quale può anzi
essere più largo, dato che la divisione permette di usare bastoni più grossi. La corda è sempre di sostanza vegetale - però non più di canna o di vatang o di bambù ma di fibre. La ragione di questa sostituzione sta forse nel fatto che la corda, essendo più flessibile, può essere fissata più facilmente al bastone di una canna. Ma l'arco a sezione semicircolare, quando è teso, si può spezzare più facilmente ed ha minore forza di lancio dell'arco rotondo. Per avviare a questo inconveniente, i Pigmei e i Pigmoidi africani situati vicino al lago Kiwu e lungo il fiume Uele applicano nella parte interna e piana dell'arco un'asticella di legno che aumenta la tensione del bastone, indebolito dalla sezione longitudinale. In tutta l'Africa quest'arco - chiamata composto - si trova solo tra i Pigmei. Il tendine di vatang è unito all'arco indirettamente con robuste fibre vegetali. A questi due tipi di arco, che sono i più semplici che si conoscano, sono associate anche le forme più semplici di impennatura della freccia. La più rozza consiste nell'introdurre semplicemente una foglia o un pezzettino di pelle o una piuma in un taglio praticato nella sezione longitudinale della freccia. Questa forma - che qualche autore non considera ancora una vera impennatura - è propria dell'arco col bastone rotondo (tipo a) e di quello composto, derivato probabilmente dal piano. Un'altra forma consiste nel fissare all'asticella solo le estremità di una o più piume, in modo che il resto non sia aderente all'asticella stessa. Questa impennatura - chiamata «a tangente» perché la piuma forma una tangente non la circonferenza della freccia e associata all'arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno (tipo 5) e a cota forma di arco semicirlesso delle Nuove Ebridi. y) Gruppi di Pigmei asiatici (Semang e specialmente Negriii) sostituiscono all'arco semicircolare, \Rightarrow, un altro ancora rotondo all'esterno ma triangolare all'interno \Rightarrow. Da questa forma resa sempre più appiattita all'esterno e rotonda all'interno, \Rightarrow, ne derivò un'altra nuovamente semicircolare - convessa all'interno e piana all'esterno = cioè rovesciata rispetto alla prima.

Quest'arco acquista una forza di lancio molto maggiore, ma come già l'arco rotondo, è poco flessibile. La corda perciò è nuovamente di vatang. In certe regioni (Melanesia, Africa occidentale) è fissata all'arco su appoggi che hanno la forma di cuscinetti, anelli, dischi o palline, intagliati o intrecciati sul bastone. Però nell'India ulteriore e anteriore - dove probabilmente è nata la cultura a cui quest'arco appartiene - si mantenne inizialmente alle estremità del bastone l'appoggio a scalino al quale il vatang - che si spezza più facilmente di una corda è unito con una treccia di sostanza più flessibile. Questo arco si trova anche fuori dell'area dei Pigmei, anzi è caratteristico del matriarcato posteriore (cultura diffusa specialmente nella Melanesia, nell'Indonesia e nell'India ulteriore ma rappresentata anche nell'Africa occidentale e nell'America). 2) Gli Andamanesi hanno un arco molto più perfezionato e simile a quello della Melanesia: grande, molto allargato alle due estremità, con l'ala superiore incurvata verso l'arciere e l'inferiore lievemente in senso opposto. Per costruirlo sculpono un bastone già piegato quando è ancora nel terreno a ne facilitano la curvatura mentre cresce. Poi fabbricano l'arco, che, al centro, dove è afferrato dal pugno, ha la sezione circolare e poi subito s'allarga al due lati i quali però terminano di nuovo a punta. Quando l'arciere tende l'arco, tira la corda verso di sé, ossia nella direzione contraria all'ala superiore, le quale, appena la corda è fascista libera, torna indietro con forza caddoppiata. Nella posizione di riposo ha la forma di un S, quando è teso acquista una curvatura uniforme. Perciò è già un arco «semicirlesso» ed ha il vantaggio di non sottoporre il bastone ad una tensione molto diversa nelle sue varie fasi di movimento. Gli Andamanesi settentrionali aumentano ancora la possibilità di quest'arco tenendo il lato piegato continuamente sospeso su un debole fuoco che ne contrae le fibre. L'arco degli Andamanesi conserva le punte intagliate a scalino. La corda, di fibre vegetali, è avvolta come un anello alle estremità del bastone. e) I Semang hanno un vero arco «siflesso» che costruiscono con un bastone,

## Page 444

![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Etnologia - Pitografia su cortcecia rappresentante scene di caccia. Indiani della America settentrionale, Roma, Museo preistorico emorgatico Luigi Pigorini.
già ricurvo allo stato naturale, sul quale fanno un'altra curva opposta alla prima. L'arco e teso nella direzione contraria a quella della curva naturale. O I popoli nomadi pastori dell'Asia settentrionale e centrale hanno un arco con la sezione semicircolare il quale è ancora più perfezionato. Nelle posizione di riposo, la parte convessa è all'esterno e la parte piana all'interno ∞, ma quando l'arco è teso la parte convessa passa all'interno, la piana all'esterno ∞. La tensione è aumentata ancora da materiale molto elastico, unito intimamente al bastone. Quest'arco è nello stesso tempo a composto e riflesso s. Alle sue estremità sono praticate tacche profonde nelle quali è fissata una robusta cordicella. La confezione di quest'arco esige molto tempo e molto lavoro. Questo tipo manca completamente ai Pigme! e ai trova invece nelle grandi civilcá (Cina, India, Persia, mondo classico) che lo hanno avuto dalla cultura dei nomadi pastori. All'arco a sezione semicircolare, convessa all'interno e piana all'esterno ∞, sono associate forme più perfezionate d'impennatura nelle quali le piume, mediante una conttura più o meno stretta, aderiscono alla freccia per tutta la loro lunghezza. Talvolta l'impennatura manca completamente ma queste forme evolute dell'arco e della freccia sono caratteristiche del matriarcato posteriore e sostanzialmente estranee alla cultura dei Pigmei.

Da quanto si è esposto, risulta che le forme dell'arco e delle frecce che prevalgono tra i Pigmei (tipo α_{1} β ) sono le più primitive che si conoscano, perché le più vicine alle forme che si trovano nella stessa natura. Perciò la presenza di quest'arco tra i Pigmei non può essere invocata contro la loro grande antichità etnologica. I suoi perfezionamenti sono dovuti sia alla natura di questi popoli - che non sono regali ma capaci di miglioramento, come attestano gli etnologi che li hanno studiati sui posto - sia a influenze esterne. Le differenze più forti si notano infatti tra il gruppo africano e quello asiatico, separati da distanza maggiore. Non è nemmeno sostenibile l'ipotesi di alcuni etnologi per i quali i Pigmei avrebbero avuto l'arco e la freccia da culture più evolute e in particolare dal matriarcato posteriore, anzi ci sono numerosi indizi a favore della tesi contraria, che cioè l'arco e la freccia siano emigrati dalla cultura dei Pigmei a quella del matriarcato posteriore, il quale avrebbe successivamente perfezionato quest'arma. Che le forme α_{1} β, siano le più primitive è confermato dal fatto che esse, fuori della cultura dei Pigmei, sono usate (solo o con altre più perfezionate) soltanto più da popoli che appartengono ancora alle culture originarie e non hanno avuto contatti né con i nomadi pastori né col matriarcato più recente. L'arco rotondo (tipo α ) è usato ancora dagli Ainsi, che rappresentano lo strato culturale più arcaico del Giappone settentrionale, dai Gé-Tapuya del Brasile orientale che appartengono, con altre popolazioni confinanti, al cielo culturale più arcaico di quelle regioni, il quale ha molte somiglianze con quello dei Pigmei. L'arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno, è usato ancora dagli Ainsi, dai popoli paleossiatric (Coriachi, Giukci, Aleuti e parecchi gruppi di Eschimesi), da indiani lungo la costa nord-occidentale dell'America fino alla California com-
presa e da popolazioni molto arcaiche dell'America meridionale (Cisco e sud delle Amazzoni).

I paleossiatrici applicano all'interno e all'esterno del bastone legno e sostanze elastiche che ne aumentano la tensione e fabbricano cosi un arco composto; le altre popolazioni hanno prevalentemente, ed alcune sostanivamente, l'arco semplice. La corda, sempre di fibre vegetali, è fissata generalmente all'arco mediante il solito taglio a scalino, una caratteristica dell'arco delle culture primitive, la quale poi scampare nelle più recenti. Accanto a questa forma se ne trovano altre (limitate però a qualche popolazione isolata o a singoli gruppi) in cui è praticato o un forellino o una turca o un appaggio. La freccia ha sempre l'impennatura a tangente.

Da quanto esposto risulta che:
le forme dell'arco prevalenti tra i Pigmei sono le più primitive che si conoscano in tutto il mondo percio non possono essere state prese da altre culture;

Iarco e la freccia, sempre associati, costituiscono l'arma caratteristica a spesso la sola della maggior parte delle tribù dei Pigmei;
poiché non si conosce nessun cielo culturale più arcaico o contemporaneo a quello dei Pigmei che usi la freccia da sola, come una lancia da getto, si deve concludere che i Pigmei hanno inventato l'arco nel suo complesso tecnico e fin dall'inizio l'hanno associato alla freccia (N. Schmidt).
e) L'arte. - Sarebbe un puro apriorismo il sostenere che l'uomo non aveva fin dagli albori della civiltà un certo senso estetico che poteva esprimere con gesti e movimenti del corpo. Altrettanto infondata sarebbe però l'affermazione che egli abbia saputo costruire subito strumenti musicali, dipingere, scolpire, ecc. a) La musica. I pochi strumenti a corda e a fiato che sono usati qua e là da qualche tribù di Pigmei tradiscono il loro carattere d'importazione dalle popolazioni vicine, per cui si può affermare che la cultura dei Pigmei non ha strumenti musicali. Altrettanto si può dire dei Tasmaniani; gli Australiani, invece, sanno già produrre suoni battendo bastoncini. I Pigmei non hanno nessuna forma di tamburo che segni il ritmo mentre in Australia questo strumento compare già, sia pure in una forma molto rozza: le donne stendono sulla cascia una pelle e la battono. Nelle loro cerimonie gli Australiani producono un certo rumore facendo roteare una tavoletta di legno chiamata, per la sua forma, "rombo". Questo strumento, diffuso fra tutti gli Australiani, manca invece completamente ai Pigmei. Risulta perciò che, per quanto concerne gli strumenti musicali, i Pigmei sono ad uno stadio culturale più arcaico degli australiani. B) L'arte figurativa. Nessuna popolazione di Pigmei conosce la plastica e rilievo anche nelle sue espressioni più semplici. Solo gli Andamanesi scalfiscono o dipingono figure geometriche su utensili e su recipienti. Gli Andamanesi e i Semang si dipingono secondo modelli ornamentali. I Semang tracciano sui pettini e sui cucchiai figure geometriche alle quali associano talvolta un significato magico. Ma sia le figure come il loro significato sono state importate dai loro vicini, i Ple, popolazione con elementi culturali di carattere matriarcale. Meno ancora si può dire dell'arte figurativa dei

## Page 445

Pigmei africani. Solo i Boscimani - i quali, sembra, costituiscano un passaggia dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale - hanno prodotto una grande arte rupestre a carattere realistico, la quale ha stretto relazioni con quella del paleolitico superiore europeo (grotte di Cogul, Alpera, Torronillo nella Spagna) ed è il risultato della mescolanza di una cultura primitiva con una totemista, quindi più recente. L'arte non è il solo punto in cui i Boscimani differiscono dal Pigmei. Gli Australiani hanno già qualche manifestazione di intaglio e di scultura a rilievo. Perciò anche sotto l'aspetto dell'arte figurativa i Pigmei sono più primitivi degli Ausiraliani.
f) Il totemismo. - La base del totemismo è la credenza in una relazione magica tra un gruppo sociale (claw) o un singolo individuo o un sesso ed una determinata specie animale (più raramente vegetale e più raramente ancora un elemento della natura: sole, luna, acqua), relazione fondata generalmente sulla credenza di un antenato comune. Ci sono tre diversi aspetti di totemismo: il sociale, l'individuole e il sessuale. Gli Australiani sud-orientali hanno già elementi di totemismo sociale, presa da popolazioni vicine appartenenti a culture più recenti, e un totemismo individualo e sessuale piuttosto sviluppato (dei Tasmaniani, che sono estinti, non si hanno al riguardo notizie degne di fede). Manifestazioni del totemismo si trovano anche tra i Pigmei ma sono molto meno numerose e meno importanti che tra gli Australiani. Perciò sotto quest'aspetto sociologico i Pigmei appartengono a una fase più arcaica di quella delle popolazioni dell'Australia sud-orientale.
g) Usi funebri. - Gli usi funebri dei paleausuraliani hanno certi elementi complicati che mancano ai Pigmei, quali : a) la manducazione di qualche parte della carne del defunto e l'unzione del corpo dei parenti con gli umori che secerne 8 cadavere; 2) l'estrazione degli intestini e altre manomissioni del cadavere; 3) le pratiche magiche fatte con l'intento di scoprire chi abbia causato la morte - le quali son proprie di cultura più recenti che attribuiscono la morte solo a influenze magiche - per poter esercitare la vendetta. Perciò, anche sotto quest'aspetto culturale, i Pigmei sono più arcaici dei paleausuraliani.

Dal confronto dei due cicli culturali si è visto che: a) in ambedue i cicli ci sono elementi che appartengono alla stessa età etnologica; 5) ci sono poi parecchi altri elementi culturali caratteristici i quali, tra i Pigmei, hanno un carattere più arcaico che tra i paleausuraliani, mentre non si verifica nessun caso contrario. Dall'insieme
![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(da M. Goulade, Oto Iangao, Medlina verita l'kano 1937, 89, 92, p. 1428)
Etnologia - Sepoltura e riti funebri. Scmi di lutto degli Yamana (Terra del Fuoco).
di questi fatti si può concludere che il ciclo culturale dei Pigmei è più arcaico di quello dei paleoautraliani.
IX. Conclusione. - L'origine e la formazione delle prime culture può essere riassunta cosi:
1. Dall'antica cultura veramente originaria, che sembra doversi collocare nell'Asia orientale, si staccarono, prima ancora dell'inizio dell'età della pietra, i popoli che appartengono alla cultura centrale (Pigmei), i quali si suddivisero presto nei due rami principali: l'asiatico e l'africano. Nonostante notevoli differenze, questi due gruppi costituiscono ancora, nel loro insieme, un vero ciclo culturale, il più arcaico che si conosca nell'e. Dal punto di vista antropologico, sembra che i Pigmei appartengano alla razza più antica, non nel senso che si debbano considerare i progenitori di tutte o anche soltanto di molte razze, bensi come un ramo distaccatosi prestissimo dal tronco principale, ramo che non subì le grandi evoluzioni successive delle altre razze e non ne originò nessuna, neppure di negroidi. (W. Schmidt).
2. Successivamente si staccarono i popoli che compongono la cultura settentrionale o artica - il cui strato più arcaico è ancora alitico - e quelli della cultura meridionale che sono già paleolitici.
3. Ancora più tardi si è formata la cultura dei Fuegini (Terra del Fuoco) che occuparono la parte più meridionale dell'America.

Queste culture, timaste per millenni quasi completamente isolate, si sono lentamente adattate al nuovo arabiente ed hanno quindi subito una diversa specializzazione : arricchendosi specialmente nella cultura materiale (ma non solo in questa) di nuovi elementi ma anche perdendone altri che già possedevano, perché non più adatti. Perciò nessuna di queste culture può chiamarsi originaria in senso assoluto. La ricostruzione della fase originaria dell'umanità è stata forse il compito più arduo affrontato e, fin dove fu possibile, risolto, dagli etnologi della scuola storico-culturale.

## Page 446

E ovvio che questa ricostruzione non può consistere nella sola somma degli elementi che compongono le culture più arcaiche ancora accessibili all'e.; al contrario, procedendo a ritroso, si devono scartare ad uno ad uno, perché più recenti, tutti gli elementi dovuti alla specializzazione e ai contatti esterni. In questo lavoro comparativo è assolutamente necessario considerare tutte le culture più arcaiche ancora accessibili all'e. ed alla preistoria, perché il fatto che una cultura sia più recente di un'altra non significa che tutti gli elementi della prima siano più recenti degli elementi corrispondenti della seconda. L'indagine etnologica ha dimostrato infatti che qualche elemento - senza dubbio molto arcaico e probabilmente già appartenuto alla cultura veramente originaria - attualmente mancante si figgner è stato conservato nell'antica cultura artica o in quella tasmaniana. Ma, anche dopo avere eliminato tutti gli elementi più recenti, l'e. non potrebbe presumere di aver ricomposto la cultura veramente originaria dell'umanità in tutto il suo complesso, perché certe manifestazioni, nel lungo e quasi completo isolamento delle culture centrale, settentrionale e meridionale, si sono fatalmente irrigidite causando impoverimento nella cultura. E sempre accaduto cosi per tutte le culture isolate e chisse, grandi o piccole che fossero. E non c'è ragione di ritenere che ci sia stata un'eccezione per le più primitive.

Questa perdita si verificò soprattutto nelle manifestazioni spirituali.

Perciò l'e. è molto scattica di poter ricostruire in tutta la sua pienezza la cultura veramente originaria dell'umanità.

Osservazioni analoghe si potrebbero fare per l'antropologia, la linguistica e la preistoria quando affrontano direttamente il problema delle origini. Questa constatazione, in sé molto amara, non deve diminuire l'interesse per queste scienze, le quali hanno dato prova di poter ricostruire, se non tutta, almeno molta parte della storia dell'umanità che sembrava definitivamente perduta.

L'e. in particolare ha gettato fasci di luce sulle prime manifestazioni della vita economica, sociale e religiosa dell'uomo. - Vedi tavv. XLV-XLVII.

Bibl.: Storia dell'e.; W. Schmidt, Die moderne Ethnologie (L'ethnologie moderne), in Archvopas, 1 (1906), pp. 134 sgg., 318 sgg., 320 sgg., 930 sgg.; H. Pinard de la Boullaye, Le mouvement historique en ethnologie, in Settimana internazionale di e. religiosa, IV Sezione (Milano 1913), Parigi 1036; id., L'étude comparée des religions, I, 3^{2} ed., ivi 1929 (l'autore tratta diffusamente le correnti del pensiero moderno anche del passo di vino etnologico); R. Riaurri, E., in Enc. Ital., XIV (1932), pp. 493204; id., Le raves e i popoli della terra, I, Torino 1941.

Autori evoluzionisti: J. J. Escholm, Das Mutterrecht, Stoccarda 1861; J. Lubbock, Prehittoric times, Londra 1863; trad. it. Torino 1873; A. Giraud-Toulon, Les origines de la famille, Ginevra-Pariq; 1874; H. L. Morgan, Sputena of commonguinity and affinity of the human family, Washington 1871 ; id., Ancient society, Londra 1877; J. Ferguson-Mc Leaman, Studies in ancient history, Londra 1876; E. B. Tylor, Primitive culture, 3 voll., 3^{2} ed. Torino 1891; id., Sopra un metodo per investigare lo sviluppo delle istituzioni sociali applicato alle leggi del matrimonio e della discendenza, in Archivio per l'antropologia e la e., 19 (1884); H. Spencer, Principi di sociologia, trad. di A. Salmelee, I, Torino 1881; Ch. Latourneau, L'évolution de la morale, Parigi 1887; id., L'évolution du mariage et de la famille, ivi 1888; J. H. King, The supernatural, its origin, nature and evolution, London-Edimburgo-Nuova York 1892; R. R. Maratt, Pre-animalis religion, in Pols-lore, 11 (1900); A. E. Post, Glorieprodensa etnologica, trad. Bonfante e Longo, Milano 1906; H. Hubert e M. Mauss, Mélanges d'histoire des religions, Parigi 1909; J. G. Preece, Tatemism and enogamy, 4 voll., Londra 1912; id., The golden hough, 12 voll., Londra 1911-13, trad. di L. De Bosis, Il ramo d'ero, 3 voll., Roma 1923; R. Pettazzoni, Dio.
formazione e sviluppo del monotrieno nella storia delle religioni, I: L'essere estesto nelle credenze dei popoli primitivi, Roma 1922; id., Saggi di storia delle religioni e di mitologia, ivi 1946; id., Altri e leggende, I, Torino 1948; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, 2^{2} ed., Parigi 1923; W. Wundt, Elements der Völkerfestelologie, trad. E. Archieri, Elementi di psicologia dei popoli, Torino 1929; M. Mauss, Manuel d'ethnographic, Parigi 1947.

Autori storica-suburati: Fr. Grübner, Methode der Ethnologie, Heidelberg 1911; id., Ethnologie, in Paul Hinneberg, Die Kultur des Gegenzurs, parte 3^{2}, sgs. 3^{2}, Lipsia e Berline 1943; H. Pinard de la Boullaye, L'étude comparée des religions, 3^{2} ed., 2 voll., Parigi 1929; G. van Bulck, Beitrage zur Methodik der Völkerkunde, in Wiener Beitrage zur Kulturgeschichte und Linguistik, 4 (1931); id., Philosophen religiens et cycles culturels en Afrique, in Congo, 1936; id., Où en est l'application des cycles culturels dans l'ethnologie africaine, in Zaire (Bruxelles 1949); W. Koppers, Le principe historique et la science comparée des religions, in Annuaire de l'Institut de philologie et d'histoire orientale et elates, 4 (1936); W. Schmidt, Handbuch der Methode der kulturhistorischen Ethnologie, Münster in West. 1937, trad. L. Vannicelli, Manuale di metodologia etnologica, Milano 1949; M. Schulon, Nouni orterenti in campo di e. e. di storia della religione, in Acta Pontificiae Academiae Romanae S. Thomas Aa, et religioni, cachidisse, nuove serie, 7 (1941); B. Bernardi, Religione e religioni, in N. Turchi, Le religioni del mondo, Roma 1946; R. Boccassino, L'irradial di A. C. Blanc ed i risultati moderni dell'e., in Bollettino di patenologia italiana, nuove serie, 8 (1946), parte 2^{2}; id., La religione dei primitivi (con un'ampia introduzione bibliografica), in P. Turchi Venturi, Storia delle religioni, I, 3^{2} ed., Torino 1949, pp. 33-102.

Monografie, manuali, trattati, enciclopedie: F. Ratzel, Le razze umane, 2 voll., Torino 1891-96; id., Geografie dell'uomo in 1914; W. Schimid, Die Stellung der Pyramidowälder in der Entwicklungsgeschichte des Menschen, Stoccarda 1010; E. Westermack, The history of human marriage, 3^{2} ed., 3 voll., Londra 1911 (trad. it. del De' Rossi, Storia del matrimonio umano, Piatria 1804, su un'ed. precedente ormai antiquato); F. Grübner, Die nechmerzliche Bogeschichte und ihre Verwandten, in Arelberger, 4 (1919), pp. 728 780, 999-1034; Th. Mainage, Les religions de la préhistoire, l'ćco paléolithique, Parigi 1921; R. H. Lowie, Primitive society, Londra 1921; A. A. Goldenswiser, Early civilization, Londra 1922; G. Buschon, Illustrierte Välberkunde, 2^{2} ed., 4 voll., Stoccarda 1922; W. Schmidt e W. Koppers, Völker und Kulturen, Reisbona 1924; W. Schmidt, Familie, in Hausharterbuch der Staatswissenschaften, III, 4^{2} ed., Jena 1928; F. Pier, Hanzitters und Hirtenhalturen, in Wiener Beitrage zur Kulturgeschichte und Linguistik, 1 (1930); O Menghin, Weltgeschichte der Steinezeit, Vienna 1931; P. Triller, Les Pygmées de la févé équatoriale, Parigi-Münster 1932; A. R. Radcliffe-Brown, The dudamen Islanders, Cambridge 1933; G. Montandon, Texté d'ethnologie cyclo-culturelle, Parigi 1934; R. Thurrowald, Die menschliche Gesellschaft, 2 voll., Berlino-Lipsia 1931-34; vari autori, Die Indocermissen und Germanen Frage, in Wiener Beitrage zur Kulturgeschichte und Linguistik, 4 (1938); W. Koppers, Der Totemismus als menscheltgeschichtliches Problem, in Arelberger, 31 (1938); K. Th. Preuss, Lelchnek der Völkerkunde, Stoccarda 1937 (v. la diffusa recensione di quest'opera fatta da R. Boccassino, in Annali Lateranenti, 2 (1938), pp. 364-68 e in Il pensiero missionario, 10 (1938), pp. 329-237; J. Hercfai, Eine Wrere u. Ursprung des Totemismus, in Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien, 69 (1939); H. A. Bernarelli, Da grano Völkerkunde, 9 voll., Lipsia 1939; id., Afrika, 2 voll., Innsbruck 1947; E. Volhard, Kansiholismus, Stoccarda 1939, trad. di G. Cogni, Il consubstismo, Torino 1949; E. Bächler, Der alpine Paläolithikum der Schweiz, Basilea 1940; W. Schmidt, Das Signatum auf den ältesten Stufen der Menschheit, 2 voll., Münster in West. 1937-40; H. Beumann, R. Thurrowald, D. Wessermann, Välberkunde von Afrika, Essen 1940; R. Biscatti, Le razze e i popoli della terra, 4 voll., Torino 1941; O. Folsizol, Il totemismo e l'animalismo dell'anima, Napoli 1941; F. Cavazza, Istituto alla origine dell'umana sociabilita, in Annali Lateranenti, 3 (1941), pp. 9-119; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesides, 9 voll., Münster in West. 1926-49; id., Manuale di storia comparata delle religioni, 4^{2} ed., Brescia (1944), - M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, 14 voll. più uno di indici, Berlino 1924-32.

Rivista: Africa, Londra; The American Anthropologist, Nuova Haven; Annali Lateranenti, Città del Vaticano; Annali Report of the Bureau of American Ethnology, Smithsonian Institution, Washington; L' Anthropologie, Parigi; Antérapos, Friburgo (Bertusconi), Archiv für Anthropologie, Braunschweig; Archivio per l'antropologia e la e., Firenze; Boessler-Archiv, Berlino; Bulletin of the bureau of American ethnology, Smithsonian Institution, Washington; Ethnos, Stoccadona; Palli-lore, Londra; Internationales Archiv für Ethnographie, Leida; Journal of the Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, Londra; Mon. London, Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien (dal 1947 Mitteilungen der Osterreichischen Gesellschaft für

## Page 447

Asthagologie, Ethnologie und Prübistorich, Vienna: Primitive man, Washington: Rivista di antropologia, Rome: Similire Mede delumbre (Banca 22 fascicoli quasi tutti in inglese), Stoccolma: Zeitschrift für Ethnologie, Berlino: Zeitschrift für Mitdienilunde und Religionswissenschaft, Münster in West: Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, Vienna: Semaines internationales d'ethnologie religieuse, 2 voll., 10 sessione, Liannion 1912: 20, ivi 1913: 3. Tilbeure 1022: 4. Milano 1023: 2. Lussemburgo 1913.

Renato Boccaseino
ETOURNEAU, Thomas. - Predicatore e conferessiere, n. a Nantes il 19 luglio 1853, m. a La Chapelle-Basse-Mer il 30 luglio 1908. Domenicano dal 1875 . Famoso oratore, predicò a tenne conferenze in varie città della Francia e del Belgio. Per 4 anni ( 1898-1902 ) predicò a Notre-Dame di Parigi, sviluppando i grandi temi della dogmatica e della apologetica cattolica: Dio, la Provvidenza, il male. Pubblicò queste sue conferenze : Les grandes nations du catholicisme, Parigi 1898-1902.

Den.: Pitecchatie, in L'annee dominicaine, 28 (1908), 29: 385-90.

Albino d'Anato
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)

Etruschi, religione degli - Schema ricostruttivo di un tempio etrusco di età arcaica.

ETRURIA: v. TOSCANA (regione conciliare della).
ETRUSCHI, religione degli. - La religione, in particolare il pensiero religioso del popolo etrusco - fiorito nell'Italia media durante il I millennio a. C. si conosce purtroppo in modo estremamente incerto e lacunoso, data la scarsità e la unilateralità delle fonti. I documenti originali in etrusco si limitano a pochi testi rituali, tra cui un solo manoscritto su tela di una certa lunghezza (quello delle fasce della memoria di Zagabria), in gran parte di interpretazione malsicura, e ad un certo numero di formole dedicatorie su statue, vasi ed altri oggetti votivi. Suppliccono, assai imperfettamente, le fonti letterarie greche e latine con notizie per lo più indirette e frammentarie sulle divinità, sui miti, sulle forme del culto, sulle usanze religiose e sugli scritti sacri degli E. Le testimonianze più sicure che si possiedono, quantunque limitate dalla loro stessa natura, sono quelle di carattere archeologico: vale a dire i resti degli impianti sacri (templi, are, ecc.) e della loro suppellettile e le figurazioni di divinità, di leggende e di cerimonie sacre che appaiono nella pittura funeraria, nella scultura, nelle urne, negli specchi incisi.

Nonostante queste difficoltà, è possibile riconoscere o almeno intravedere alcuni aspetti fondamentali del mondo religioso e diversi particolari delle credenze e dei culti di un popolo che la tradizione antica considero, con generale consenso, religiosissimo, sino al punto di farne derivare il nome, con ingenua spiegazione etimologica, dall'atto stesso del sacrificare (Tusci da Gousá̌̌̌̌tvi). La religione etrusca non può essere disgiunta storicamente, nel suo complesso, da quella degli altri popoli pagani del mondo classico con i quali gli E. si trovarono in contatto ed ebbero comuni sviluppi di civilità : tanto meno della religione dei popoli italici e in specie dei Romani che ne riassumero e tramandarono il retaggio spirituale. Tuttavia non mancano indizi per ritenere che nella religiosità etrusca sopravvivano caratteri primitivi probabilmente legati al mondo della preistoria mediterranea e confluiscano credenze a forme di culto diffuse dal pros-
simo Oriente. Il prevalere di certe tendenze irrazionali nei rapporti tra la sfera umana e la sfera divina, la oscurità delle forze soprannaturali che continuamente agiscono sulla vita degli uomini, la importanza e varietà delle pratiche divinatorie, la frequente rappresentazione di sernitici a dòmoni mostruosi contrappongono in qualche modo l'atteggiamento religioso degli E., nel suo nucleo più intimo ed originale, alle forme razziali e mitologicamente determinate delle credenze dei Greci. Ma la influenza culturale ellenica è stata cosi forte sul mondo italico, sin dagli albori dei tempi storici, da imporre a sua volta in Etruria anche i culti personali, le immagini divine e i miti greci; cosicché si può affermare che nell'àmbito della religione etrusca coesistano elementi vari, complessi e persino contraddittori. E probabile che un tentativo di sistemazione e di codificazione del pensiero e della prassi religiosa etrusca abbia luogo soltanto in età ellenistica, quando l'Etruria era già sorta la sovranità di Roma, per opera delle oligarchie sacerdotali alle quali era affidata la interpretazione della materia teologica e rituale e alle quali si
debbono i libri sacri ("aruspicini", "fulgurali" e "rituali") di cui parla la letteratura classica e che sono purtroppo perduti.

Nel pantheon etrusco si riflette la varietà delle tradizioni e delle influenze alle quali si è già fatto cenno. Sappiamo che ontitè divine erano venerate in rapporto con i fenomeni, con i luoghi, con i cicli del tempo, con le forze della generazione, con i gruppi familiari e specialmente con le oscure e superiori potenze del fato: queste ultime, gli "dèi involuti" od "opertansi", di nome, numero e sesso incerto, si concepivano come veri e propri collegi di divinità ed erano considerate come le più alte e temibili. Ma il culto pubblico e privato si rivolgeva soprattutto a divinità personali, simili, nella concezione, negli attributi e sovente anche nel nome, agli dèi della religione greca e romana. Si citano, tra questa ultime, Tin o Tinia (Zeus, Giove), Usi (Era, Giumone), Minerva (Asena, Minerva), Turan (Afrodite, Venere), Sethlans (Efesto, Vulcano), Fufluns