volume-05

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etiop. 3, il Vaticano etiop. 50 e il cod. Parigino ethiop. 10. Tutti presentano dei caratteri molto secrici : p. es., i Vangeli sono del tipo di codici e frontespizi multipli, avendo cioè tutte le rappresentazioni della vita del Cristo in una serie di miniature a pagina intera raggruppate all'inizio del codice, mancando il tipo di miniature marginali ed inserite nel testo; il Parigino ethiop. 32 non ha se non tre miniature, riferentisi al ciclo della morte del Redentore ed alla Ricurrezione, e sono le tre scene che sole figurano sulle antichissime ampolle palestinesi del tesoro di Monza e sul piatto di Perm; la rappresentazione del tempietto con la fontana di vita. E da notare anche che nel citato manoscritto parigino, quanto nel cod. Aharon, nella scena della Crocefissione, la Croce del Salvatore è vuota per un concetto derivato dalla setta dei fantasiasti di cui l'influsso deve esser stato notevole sul primitivo cristianesimo abissino. Lo studio delle miniature di tutti questi codici dimostra che esse derivano principalmente da modelli orizzitali e ben poco da quelli dell'Egitto cupo. Più tardi riscontriamo nelle miniature abissine degli influssi occidentali, europei. Così il cod. Parigino ethiop. 8I del xv sec. presenta una miniatura della scuola veneto-cretese, opera probabilmente di un artefice emigrato in Abissinia. Il periodo però del massimo splendore artistico è il sec. xvir: è allora che si crea l'illustrazione del Libro dei miracoli di Maria (di cui i manoscritti più antichi a noi pervenuti sono quello del British Museum, Or. 641, datato del regno di Fasiladas ( 1632 -67), quello già di proprietà del fu principe Johann Georg di Sassonia e il cod. della Biblioteca Naz. di Parigi, D'Abbadie 114), quando l'iconografia della Vergine si fissa secondo un tipo che diverrà canonico in Abissinia, derivato dalla famosa Madonna di S. Maria Maggiore a Roma di cui molte copie erano state diffuse dalle missioni dei Gesuiti. E appunto alla fine del regno di Fasiladas che fu eseguito il più bel manoscritto a miniature abissino, cioè il Tetraevangelio ora al British Museum, Or. 510 , scritto dal calligrafo Takla Maryam in grandi lettere di oltre un centimetro di altezza, tipo calligrafico che oggi porta il nome di guelf, iniziatozi, sordero, nella seconda metà del sec. xvir alla corte reale di Gondar. In esso le illustrazioni sono sparse nel testo a successivo commento di questo, con un procedimento che rappresenta una netta rottura con la precta tradizione indigena, che è quella dei frontispizi multipli, ancora rappresentata poco prima dal ms. del British Museum, Or. 48I della metà del sec. xvir. Anche allo stesso periodo, cioè probabilmente al regno di Yohannes I il Santo ( 1667-82 ) sono da attribuirsi le pitture parietali su tela, già alla chiesa di S. Antonio presso Gondar, ed ora al Musée de l'Homme a Parigi. Con il sec. xviri si introduce nell'arte pittorica abissina un altro principio di origine europea; quello del chiaroscuro. Ma allora comincia anche una decadenza precipurosa che ci conduce ben presto alla rozzzza della opere moderne. - Vedi tav. XLIV.

Bibl.: Per l'epoca abissinha l'opera fondamentale è la Deutsche Abissin Expedition. II (di Krencker), Berlino 1913; cf. anche U. Monnerei de Villard. L'origine dei più antichi tipi di chiese abissine, in Atti del III congresso di studi coloniali. IV, Firenze 1937, pp. 157-51. Per l'arte dell'epoca zagué : A. A. Monti della Corte, Labbetd, Roma 1940 (per il solo materiale illustrativo); U. Monnerei de Villard, La chiesa monalitica di Yahhd Bkhad'd, in Navegno di studi etiopici, 1 (1941), pp. 226-33; D. R. Buxton, The christian antiquities of Northern Ethiopia,
in Archaeologia, XCII, Oxford 1947. Per la trasformazione submonide U. Monnerei de Villard, Problemi di storia religiosa dell'Abissinia, in Navegno cesiolo dell' Abissin italiano, 4 (1941, x), pp. 183-91. Per la miniatura abissina, U. Monnerei de Villard, Note sulle piu antiche miniature abissine, in Orientalia, 1000-2000, 8 (1959), pp. 1-24; id.. Miniatura 20000 -cretese in un codice etiopico, in La bibliofilia, 47 (1942), pp. 1-13; id., La Madonna di S. Maria Maggiore e l'illustrazione dei Mirovali di Maria in Abissinia, in Annali Lettoniani, 11 (1947), pp. 9-90.

Ugo Monnerei de Villard

## ETIOPICO, COLLEGIO PONTIFICIO : v. COLLEGI ECCLESIASTICI.

ETNARCA (gr. ε \dot{α} \dot{α} ρ χ η ς ). - Etimologicamente significa "capo di un gruppo etnico" particolare. Il vocabolo, rarissimo nel mondo classico (si ha in Luciano, Macrobiai, 17), appare in uso in quello semitico.

Uno sccicco nabareo ha il titolo di e. del re Areta (II Cor. 11, 32) in Damasco. Presso gli ebrei il primo e. figura al tempo maccabaco, quando i re Seleucidi insignirono di questo titolo un'autorità, che rappresentasse gli abitanti della Giudea di fronte al governo centrale. In pratica si veniva a sanzionare una relazione di uno Stato vassallo con poteri piuttosto estesi (I Mach. 14, 47; 15, 2). I romani ristabilirono la medesima gerarchia, quando nominarono e. dei Giudei l'ammesso Ircano (v.). Più tardi Archalco (v.) si vide sostituire l'ambito titolo di re in quello di e. da Augusto.

Fuori della Palestina, si trova la comunità ebraica di Alessandria retta da un e. con poteri supremi nelle questioni interne e con grande autorità per trattare con il governo imperiale (Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XIV, 117).

Bial: A. Steimann, Areias IV, Könle der Nabatäer. Eine historisch-exegesische Studie zu z. Kor. 11, 307, in Biblische Zeitschrift, 7 (1909), pp. 312-23; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter. Peter Christi, 3 voll., 3-4* ed., Lipsia 1901 1909, passim (specialmente I, pp. 424, 432; II, pp. 76-78).

Angelo Perma
ETNICO. - Termine greco ( ε \dot{ε} π \mathrm{x} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} ), 100 cui i giudei ellenisti designavano il pagano, appartente alle "genti" che non professavano il monoteismo.

E il senso non esclusivo, ma prevalente nella Bibbia, di ε \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} ; (scat.): Mt. 5, 47; 6, 7; 18, 17; sinonimo al plur. di và ε \dot{ε} \dot{ε} \dot{η} che nei Serranta traduce l'ebr. haggâ̂im (Ex. 34, 24; Lev. 18, 24, ecc.; Is. 9, 1), cf. Mt. 4,15; 6,30 e passim; in opposizione ai giudei : Rom. 3, 39; 9, 24, ecc.; Le. 2, 32; Act. 28, 17.23.

Nel Vecchio Testamento c'è la distinzione più netta tra il popolo di Dio ( \dot{ε} λ α \dot{ε} \dot{ε} ) e "le genti" (vè \dot{ε} \dot{ε} \dot{η} ), con la proibizione di relazioni matrimoniali e trattati d'amicizia (Ex. 34, 16; Esd. 9-10; Is. 7, 17; 30; 31; Ier. 2, 18; Ex. 16, 28, ecc.) e con l'evolusione dal culto e dal Tempio, per il grave pericolo dell'influsso idolatrico.

Distinzione e separazione, non odio; la legislazione mosaica prescrive giustizia e benevolenza verso gli e. (Ex. 22, 21; 23, 9; Lev. 19, 33 sg.; Deut. 10, 18 sg., ecc.; cf. H. Lesôtre, Etranger, in DB, II, col. 2040); essi potevano abbracciare la religione giudaica (v. pnosaluti); ed i profesi annunziano la loro aggregazione al regno messianico: Is. 2, 2; 42, 6; 49, 6; 90, 3; Zeth. 2, 15; 8, 23; Mal. 1, 11, ecc. Nelle persecuzioni subite al ritorno dall'esilio (Neb. 5, 8; 9, 2; 13, 1-3) e particolarmente dai Seleucidi (I-II Maccabei) si sviluppò nei giudici quell'odio contro gli "e." o "gentili", che i farisei consecrucono nel loro programma.

Nel Nuovo Testamento la distinzione rimane (cf. Mt. 15, 24; Gol. 2, 15, ecc.) e la Chiesa figura distinta come lo erano i giudei dal mondo dei gentili (Mt. 18, 17; M.-J. Lagrange); ma Gesù ha eliminato l'antica barriera (Eph. 2, 14) e chiamato tutti gli e. al suo regno (cf. Mt. 28, 19; Mc. 16, 15; Le. 24, 47;

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Rsm. 1, 17, ecc.). Gli Apostoli attuarono tale missione universale ricevuta da Gesù (cf. Act. 8, 10-11, ecc.).

Bra.: W. Grimm, Lexicon Graecum Nost Test., 2^{2} ed., fena 1888, p. 116; I. Krahenbourr, Ethnicus, in Lexicon biblicum, II, coll. 231-36; H. Lesdere, Gentili, in DB. III, coll. 189-92; V. Zertil, Lexicon Graecum Nost Test., 2^{2} ed., Parigi 1911, col. 339 sc., id., Lexicon Hebeticum, II, Roma 1940, p. 143 s8.; J. Bonneren, Le jubilante palestinien, I, 2^{2} ed., Parigi 1933, pp. 77-110. Francesca Spadalora

ETNICO-CRISTIANI. - Nome con cui si usa indicare i non giudei convertiti al cristianesimo nel l'ero apostolico ("Etisque: Act. 14, 1: 17, 4, ecc.; Rom. 1, 16; 2, 9 sg.; Gal. 2, 3, ecc.; 16 28v9; Act. 10, 45; 11, 1.18; 13, 46; Gal. 2, 12.14).

- primo fu il centurione Cornelio (v.), battezzato da Pietro, dopo intervento diretto di Dio, per vincere la mentalità giudaica, cui ripugnava ogni contatto, spe. cia e mensa, con i gentili, ritenuti impuri (Act. 10-11, 18). L'esempio di Pietro fu il segnale per la predicazione del Vangelo ai gentili, in Palestina e fuori (partenza degli Apostoli per il mondo). La prima Chiesa formata con prevalenza di e.-c. sorse ad Antiochia, dove i fedeli furono denominati - cristiani - (Act. 11, 19-26). Quindi seguirono tutte le comunità sorte nei centri dell'impero ad opera di Paolo, a Roma e dovunque pervenne il Vangelo. La gretta mentalità di alcuni forisci convertiti (i - giudalzzanti-) pretese impedire il Batlesimo dei gen. rili, se prima non fossero stati intestati con la circoncisione al popolo giudaico, sostanendo che la salvezza rimasense privilegio dei soli discendenti di Abramo. La pretesa, pericolosissima per la conversione delle genti, fu debellata dall'esempio di Pietro, dalla solenne decisione apostolica (Act. 15) a dall'energia apostolica di Paolo, paludino della libertà delle genti di fronte alle pretese giudaiche (Gel. 2-5).

Bra.: A. Camerlynck, Commentarius in Actus Ap., Bruges 1023, pp. 53, 230, 264-86, 248 sgg.; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, 2^{2} ed., Parigi 1926, pp. 311-23, 458-73, 631-37; I. Lagrange, Egilire aux Galates, 3^{2} ed., ivi 1926, pp. 2210-21v, 22-37; M. Van Wanray, Eumetims Architge a dianone Philippo conversus, in Verbum Domini, 20 (1940), pp. 288-93; F. Spadalora, Ove sermione Apostoli profecti suni in anticernum mundum, ibid., 21 (1941), pp. 281-86, 306-10.
Francesco Spadalora
ETNOGRAFICA, TAVOLA. - Nome dato a Gen. 10, perché sotto forma di un grandioso albero genealogico, i cui capostipiti sono i tre figli di Noè, vengono ivi indicati i principali popoli o nazioni conosciute dagli Ebrei.

A Iapheth sono attribuiti 7 discendenti, per i quali le identificazioni più probabili sono: Gomer = Cimmeri, Medal = Medi, Iavan = Ioni, Thubal = Tubalu o Tibareta, Mossoh = Mosku o Moschui, Ascenez = Sciti, Tharsis - Tartassos (Epagna), Cethim - Ciprioti, Rodiani (corretto da Dodonim) = Rodii, Eliza, un'isola o una punta del continente (Peloponneso ? Italia Meridionale ?) nel Mediterraneo. Gli altri nomi rappresentano popoli o tribù dell'Asia Minore attorno al Mar Nero.

Al gruppo zamita o discendente da Cham sono ascritti: Chas (= Etiopi), Mearsim (= Egisiani), Phuth (= Punt, lungo la costa africana del Mar Rosso) e Chanaan (= Cananei, antichi abitanti della Palestina). A Chus, poi, sono riailacciate tribù arabe fra il golfo Persico e la costa africana. Dal medesimo Chus, attraverso Nemrod ( = Ninerta sumero o Gilgames accadico?) deriverebbero i regni e le città dell'antico Babilonia ed Assiria. Propaggini egizia sono considerati i Ludim, i Lashim (=Libici) ed altri gruppi più o meno confinanti, fra i quali anche i Cretesi (Capharim) ed i Filistei. Chanaan, infine, è ritenuto capostipite dei vari alau abitanti fra Sidone, Gaza ed il Mar Morto.

A Sem sono riportati anzitutto gli Ebrei; quindi gli Ebaniti, gli Assiri, gli Aramei, a non poche tribù arabe.

Il termine di «c. e. » non deve far supporre nel testo un concetto scientifico moderno. La classificazione non segue motivi somatici o di colore e neppure raffronti linguistici o culturali. L'elemento geo-
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(da Anthropological Essays presented to Edward Burnett Tyler in honour of 111 Dib. tertidics vol. 8, 268. Oxford 2003. ENOLOGIA - Rittatto di E. B. Tylor (1832-1917), fondatore dell'c. religiosa evoluzionista.
grafico sembra sia stato il più decisivo per certi raggruppamenti; mentre quello dei rapporti commerciali (Egitto-Creta) o una nota satirica (i Cananei, certamente semiti, sono inclusi fra i Camiti!) spiega altri ravvicinamenti. E da notare l'idea dominante dell'unità del genere umano, considerato tutto discendente da Noè, l'unico scampato dal diluvio.

Per molti esegeri il testo, antichissimo, sarebbe la compilazione dei documenti jahwiani a sacerdotale. Altri, invece, ne spiegano le strane singolarità (alcune tribù arabe sono dette contemporaneamente oriunde da Iapheth e da Sem) con possibili rimaneggiamenti successivi.

Bra.: F. Hommel, Grundriss der Geographie und Geschichte des Alten Orients, I, Ethnologie des Alten Orients, Monaco 1904, 2^{2} ed., ivi 1926; Th. Aziéi, Die Völkertafeln der Genesis und ihre Bedeutung für die Ethnologie Vordenziens, in Wiener Zeitschrift fur Kunde des Morgenlandes, 20 (1917-18), pp. 264-317; J. Firsais, Babylone et la Bible, in Dibs. I, col. 765-72; A. S. Wagner, Die Stamminfel des Menschengeschlechtes, Saarbrücken 1939.

## TNOLOGIA. - E la scienza che studia le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive.

Sommerio: I. L'e. e il suo compito. - II. L'e. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - III. L'e. come scienza indipendente. - IV. L'inizio dell'indivizzo storico (Ratzel, Paschel, Schurtz, Weule). - V. La scuola storico-culturale: il concetto di "congressione e i criteri base di qualità e di quantita (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Koppers, Pinard de la Boullere, van Bulck). - VI. Chiarificazione del termine "primitivo". - VII. Le culture più arcaiche a noi accessibili. - VIII. Confronto tra le culture più arcaiche per stabilire quale sia la più vicina all'originaria. - IX. Conclusione.
I. L'e. e il suo compito. - Si è fatto spesso confusione tra i termini antropologia, etnografia ed e. che in alcune nazioni sono usati ancora indifferentemente e causano una confusione dannosa alla disciplina, la quale, come scienza indipendente, è ancora giovane.

L'antropologia studia l'uomo sotto l'aspetto ana-

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tomoico e fisiologico e tratta i problemigenerali della famiglia umana connessi con questo studio: l'origine, la classificazione e la mescolanza delle diverse razze. L'antropologia appartiene alle scienze naturali con cui ha in comune il metodo. L'etnografia si limita a raccogliere informazioni sulle manifestazioni della vita psichica dei popoli: l'economia, la sociologia, la religione, l'arte, la lingua, ecc. Le sistemazione e la comparazione di questi dati, lo studio della formazione delle varie culture, del loro sviluppo e della loro fusione, ossia la loro storia, costituiscono il compito dell'e., come indica anche l'etimologia: 80 vv = popolo, e λ \dot{ε} γ α ;= discorso, ragionamento. Negli ultimi decenni l'e. ha precisato sempre meglio il suo oggetto di studio - le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive viventi -, si è staccata dall'antropologia, alla quale era stata unita per parecchio tempo, e tende a stringere legami sempre più stretti con la preistoria, la quale studia le popolazioni primitive scompare. L'e. e la preistoria sono discipline storiche, perché studiano le manifestazioni spirituali dell'uomo; ad esse non è applicabile il metodo delle scienze naturali, ma soltanto il metodo storico.
II. L'e. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - L'e. come disciplina indipendente, è piuttosto recente, benché informazioni etnografiche spesso buone ed esatte sugli usi e costumi dei popoli si trovino già negli antichi scritturi cinesi, egiziani, greci e latini.

Il medioevo ignora la letteratura classica greca e quindi la maggior parte della conoscenza etnologiche acquisite dagli antichi. Però i missionari che evangelizzarono prima l'Europa e si spinsero poi nelle altre parti del mondo, lasciarono nei manuali per la confessione, nelle prediche, negli atti dei concili preziose notizie etnografiche.

Le grandi scoperte geografiche allargarono molto in estensione il campo dell'e. ma non altrettanto in profondità perché i viaggiatori, spinti spesso soltanto da interessi materiali, si preoccuparono soprattutto delle terre e dei tesori e considerarono gli indigeni come un inciempo e un peso che eliminarono talvolta in modo brutale.

L'illuminismo a gli enciclopedisti del sec. xviri, soprattutto il Montesquieu e il Rousseau, cercarono spesso di fondare le loro teorie sull'e. ma il loro dilettantismo, appunto perché vivace a geniale, fu particolarmente dannoso.

La soppressione e la secolarizzazione delle Congregazioni religiose in molte nazioni interruppe per quasi un secolo l'attività missionaria e limitò le informazioni etnografiche alle sole relazioni dei viaggiatori. Poco si cercò in questo periodo ( 1800 - 59 ) di studiare le manifestazioni spirituali dei popoli. L'e. si rivolse prevalentemente allo studio e alla classificazione delle razze ma la documentazione di cui si disponeva era ancora insufficente e fu rielaborata inoltre con poca preparazione. Si giunse cosi a sintesi affrettate: dalla giusta constatazione che alla
comunanza della lingua è spesso unita la comunanza dei costumi, degli usi e delle credenze si identifio erroncamente la comunanza della lingua con quella della razza e si pario non di una razza indocuropea, semita, ma persino di una razza germanica, celtica, anglosassone, gallica. In questo periodo J. A. Gobineau pose i fondamenti del razzismo nella sua opera Estai sur l'inégalité des races humaines ( 4 voll., Parigi 1893-95).
III. L'e. come sciznea indipendente. - Con il 1859 si inizia un periodo completamente nuovo per l'e. : crolla definitivamente la teoria della degenerazione e s'inicia l'applicazione dell'evoluzionismo biologico alle discipline storiche e morali (v. EVOluzionismo culturale).
IV. L'inizio dell'indirizzo storico (Ratzel, Peschel, Schurtz, Weule). - Verso il 1880 il materialismo, almeno nelle sue forme più crude, cominciò a declinare e s'incominciò a riconoscere che il metodo dell'anatomia e della fisiologia non è applicabile allo studio delle manifestazioni dello spirito. In Germania si iniziò lo studio delle reazioni dell'uomo all'ambiente esterno (territorio, clima, flora, fauna), reazioni più passive che attive le quali formano l'oggetto della geografia antropica fondata da Fr. Ratzel e G. Peschel e continuata da M. Schurtz.

L'indagine storica ha dimostrato che gli elementi culturali hanno un'origine unica, ma quando emigrano da un popolo all'altro si modificano, si perfezionano e si trasformano; talvolta subiscono mutamenti tali da sembrare irriconoscibili se confrontati con la fase iniziale. H. Schurtz aveva già registrato per il solo coltello de petto africano sessanto forme diverse. Constatazioni analoghe si potrebbero ripetere per tutte le armi, gli attrezzi e gli utensili dei primitivi finora studiati e si rafforzerebbero ancora passando alla sociologia e alle altre molteplici manifestazioni della cultura spirituale. Esploratori ed
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(de: Eschbachit for d'Lindigne, Dittica, 72 (1880), fome. 320 EYNOLOGIA - Bernardo Angermann (n. nel 1820), uno dei fondatori della scuola storico culturale.

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enrologi hanno dimostrato che canti, miti, pratiche religiose sorgono in un dato posto, creati da un individuo particolarmente dotato, sono accettati e respinti dai membri della stessa tribù, i quali, a loro volta, li trasformano. Nuovamente rielaborate, queste creazioni possono da una tribù all'altra; talvolta diventano patrimonio culturale di una a anche di paracchie popolazioni, altre volte, dopo poco tempo, cadono in disuso. Non si può prevedere con assoluta certezza che cosa accadrà di un dato elemento culturale : può vivere o scomparire perché l'uomo agisce liberamente.
V. La scuola strobico-culturale: il concetto in "emigrazione - e i criteri base di qualità e di "quantità" (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Koppers, Pinard de la Boulave, van Bulck). - Se il metodo evoluzionista si fosse imposto definitivamente l'e. sarebbe fallita perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua caratteristica essenziale di disciplina storica. Fortunatamente, prima in Germania e poi nelle altre nazioni, sorsero benefiche reazioni che riportarono la disciplina al giusto posto.

Fr. Ratzel, già ricordato per l'impulso che diede alla geografia antropica, deve essere considerato come il fondatore della teoria dell'emigrazione, concetto eminentemente storico che è la base dell'e. moderna. Dallo studio della cultura materiale giunse alla constatazione che un oggetto (ad es., un'arma), spesso molto diffuso sulla terra, talvolta in modo continuo talvolta no, ha avuto un'origine unica, e che elementi culturali, ora lontani e divisi, sono sorti in un sol punto a di là si sono diffusi in continenti diversi. Lo stesso autore stabilì la prima parentela tra una determinate forma di archi della Molleassia e dell'Africa occidentale, fondata sul criterio di forma, chiamato anche di qualità, ossia sulle semiglianze caratteristiche non determinate dalla natura dell'arma o dal materiale di cui è fatta. Le due forme degli archi sono caratterizzate dal bastone a sezione ovale avvolto verso un'estremità con anelli di sostanza vegetale intrecciata; il tendine è composto con una striscia di canna chiamata rolang e formata all'estremità del bastone da un bulbo rotondo. Le freccie hanno la stessa impernatura. Questa prima scoperta, rimasta celebre, era destinata a capovolgere lo studio dell'e., perché dimostrava la necessità di stabilire anzitutto il luogo d'origine di un determinato oggetto o di un'istituzione e solo in seguito indagare sulla ragione psicologica di questa origine. Al metodo psicologico, proprio dell'evoluzionismo che vedeva dovunque invenzioni, si sostituiva il metodo storico; alla teoria della convergenza quella dell'emigrazione su cui si fonda l'e. moderna.

Allievi del Ratzel applicarono con successo il nuovo metodo: H. Schurrz, già ricordato, studiò la diffusione del coltello da getto in Africa, N. Weule la diffusione delle frecce. Leo Frobenius sviluppò in modo organico e sistematico la teoria delle emigrazioni: dalla constatazione che generalmente una relazione culturale comune non è limitata ad un oggetto o a elementi isolati (quali sarebbero la sola concordanza nella forma degli archi e di qualche altra arma o utensile) ma si estende alla sociologia, alla mitologia, alla religione, ossia a tutto un insieme organico, introdusse il secondo canone base della disciplina: il criterio di quantità che è «l'insieme delle rassomiglianze indipendenti sia a vicenda sia dall'ambiente, presentate dagli elementi che compongono due o più culture». Quanto più numerose sono queste rassomiglianze, altrettanto maggiore è la probabilità che le culture raffrontate abbiano la stessa origine. Lo stesso autore formulò per primo il concetto di ciclo culturale che, rielaborato in seguito da altri autori, può essere definito «il complesso culturale che comprende tutte le manifestazioni essenziali o necessarie alla cultura umana: l'esgeologia (cultura materiale: abitazione, utensili, armi, ecc.), l'economia, la società, i costumi, la religione" (W. Schmidt). Il territorio su cui si estende questo ciclo si chiama area culturale. I cicli culturali emigrano generalmente nel loro complesso. W. Fay, B. Ankermann, Fr. Grabner, W. Schmidt applicarono con grande successo il nuovo indirizzo allo studio delle culture dell'Ocea-
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(da Festschrift, Pobbontion d'ammange oftrite au p. it. Schmidt, Pictos 2011
Etnologia - Il padre Guglielmo Schmidt (n. a Härde in Vestfalia il 16 febbre. 1866, vivente). E il rappresentante più autorevole della scuola storico culturale, della quale ha sviluppato e perfezionato il metodo, già rielaborato in modo organico dal Grabner.
nia, dell'Africa e dell'America meridionale. Soprattutto W. Schmidt estese le indagini anche alla linguistica, alla mitologia e più tardi a tutto il complesso della religione delle culture più arcaiche e noi accessibili.

Il metodo storico fu sempre più perfezionato. Alla prima sistemazione organica datagli dal Grabner nella sua classica opera Die Methode der Ethnologie seguirono i lavori di H. Finard de la Boulave, G. van Bulck, W. Koppers e W. Schmidt. L'indirizzo storico esercitò una benefica influenza negli ambienti etnologici di tutte le nazioni; in Germania è seguito, almeno come metodo di studio, da quasi tutti i cultori della disciplina ed applicato con successo anche alla preistoria soprattutto da O. Menghin. In America si è iniziato da vari decenni una corrente storica a cui appartengono i più noti etnologi. Anche in Inghilterra e in Francia, dove la tradizione dell'evoluzionismo era più forte che altrove, il nuovo indirizzo fu visto con benevolenza pure da etnologi che si erano formati alla vecchia scuola evoluzionista.
VI. Chtabipicazione del termine "primitivo". - I cosiddetti primitivi non sono resti di civiltà decadute, ma popoli che hanno avuto una scasi nel loro sviluppo (v. PRIMITIVI).

Lo studio delle condizioni che hanno favorito tale arresto nella cultura porterebbe ad entrare in argomenti che sono in gran parte estranei all'e. Notiamo soltanto che sono ostacoli allo sviluppo e alla diffusione della civiltà tutte le condizioni geografiche, ambientali e psicologiche che impediscono la formazione di popolazioni numerose.

Fattori geografici ed ambientali contrari allo sviluppo sono piccole isole come quelle dell'Oceano Pacifico,

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divise da grandi estensioni di acqua, vallate strette e chiuse da montagne, un suolo povero come quello dei deserti dell'Africa e dell'Asia, le tuncire dell'Asia settentrionale e dell'America settentrionale, i boschi umidi dell'Africa centrale a dell'America meridionale, ossia le regioni che sono abitate ancora e lo furono fino a poco tempo fa da popolazioni primitive o da popolazioni povere di cultura. Fattori geografici favorevoli sono regioni fertili a di facile comunicazione, e soprattutto paesi irrigati da grandi fiumi. Le più antiche civiltà si sono infatti sviluppate lungo il Tigri, l'Eufrate, il Nilo e i grandi fiumi dell'India e della Cina.

Tra gli elementi contrari al progresso sono da ricordare in modo particolare le guerre: esse impoveriscono la popolazione soprattutto di giovani che sono i soggetti più adatti alla fondazione e continuazione della famiglia, e producono uno squilibrio fra il numero degli uomini e quello delle donne. Nelle popolazioni piccole queste perdite si fanno sentire ancora più gravemente che nelle numerose e favoriscono il passaggio dalla monogamia originaria alla poligamia. Anche la grande povertà dovuta al suolo e la carestia contribuiscono a scuotere le basi della famiglia. La pollandria - istituzione che permette a una donna più mariti - è spesso dovuta all'impossibilità in cui si trovano gli uomini di pagare la dote necessaria all'acquisto della sposa. Anche tra i primitivi le grandi spinte verso il progresso sono dovute a individualità geniali, sudasi a lungimiranti - uomini e donne - che hanno esercitato la loro influenza nel campo economico, religioso, politico, sociale, medico, linguistico. L'esistenza di queste personalità è ormai un fatto acquisito e viaggiatori, missionari, funzionari coloniali ed etnologi sono stati testimoni della attività di questi uomini eccezionali.

Ma le grandi individualità hanno bisogno di masse che accettino, convergino, trasmettono le innovazioni da esse apportate; senza le masse i progressi avrebbero scarse risonanza e mancherebbero i piccoli, lenti, ma numerosissimi miglioramenti che perfezionano un'invenzione, anzi mancherebbe la stessa spinta al perfezionamento. Troppo spesso si dimentica che le varie invenzioni e i cambiamenti radicali tra i primitivi, come tra i popoli con grande civiltà, sono pochi; molto spesso elementi culturali si tramandano in modo conservativo e sono soggetti solo a varienti lente e continue che li perfezionano e non a bruschi cambiamenti; la storia degli elementi culturali ce lo insegna. Ed è bene che sia cosi perché se ogni generazione pretendega di fare tabula rasa dei risultati ai quali è giunta la precedente e ricominciare ab evo, saremmo ancora tutti agli albori della civiltà. Inoltre più è piccolo un popolo, meno possibilità ha di avere forti individualità; può darsi anche che non ne abbia affatto e se sorgono, non trovano risonanza. Molte popolazioni primitive sono poco numerose, deboli, isolate, e quindi in condizioni adatte ad irrigidirsi. L'indagine etnologica ha inoltre messo in rilievo un altro fatto di capitale importanza : che in seno alla stessa civiltà di un popolo il progresso non è stato uguale in tutti i sensi, ma spesso si è progredito solo in una direzione a regredito in un'altra. Cosi il matriarcato ha trovato e perfezionato l'agricoltura, ma in molti casi ha distrutto la famiglia; il tolemismo ha sviluppato moltissimo la tecnica della caccia a senza dubbio ha contribuito ugualmente al progresso della scienza e dell'arte, ma ha indebolito anch'esso la famiglia e sostituito alla religione la magia; i nomadi pastori sono stati i primi ad addomesticare ed allevare gli animali, ma in alcuni punti della vita religiosa e sociale rappresentano a loro volta un regresso di fronte a popolazioni primitive. Questi sviluppi non armonici - una civiltà dovrebbe progredire in tutti i sensi anche negli elementi che causano doveri e oneri, come sono la famiglia e la religione - spiegano in gran parte la decadenza di grandi civiltà che avevano sviluppato prevalentemente solo gli elementi da cui potevano trarre godimento e soppresso o indebolito quelli che costavano sacrifici. L'egoismo sfrenato è senza dubbio uno dei fattori più contrari al progresso, perché mina la famiglia, diminuisce la massa e ostacola i rapporti tra popoli.

Da quanto si è accennato risultano evidenti alcune conclusioni - che le vecchie scuole evoluzionate avevano completamente trascurate - sulle quali invece non si insisterà mai troppo : 1) non ci sono popoli assolutamente primitivi, ossia del tutto privi di civiltà e di storia; 2) i cosiddetti primitivi hanno avuto una stasi nel loro sviluppo; 3) non è possibile mettere tutti i primitivi allo stesso livello ma bisogna distinguere tra più e meno primitivi; 4) i fattori etici, sociali e religiosi di un popolo non progrediscono necessariamente con il maggiore sviluppo economico.

Resta da determinare quali popoli costituiscano l'oggetto dell'e. Qualche studioso ha allargato tanto i confini della scienza da includervi praticamente anche la maggior parte delle grandi civiltà antiche. L'insistere su questo punto è un errore che genera una giusta reazione da parte dei siniologi, egitologj, seminiagi, ecc. E vero che certi aspetti delle grandi civiltà si possono comprendere e spiegare solo ricorrendo all'e., perché hanno profonde radici in strati culturali più antichi che sfuggono all'indagine dell'archeologo e del linguista : ormai è ammesso che l'arte egiziana ha ricevuto un grande impulso dal totemismo e W. Koppers, in una serie di lavori pubblicati nell'ultimo ventennio sulla rivista Anthropos, ha spiegato con l'e. molti aspetti finora ignoti della cultura e della religione degli Indoeuropei. Nel popolo continuano ancora un po' dappertutto credenze, esanze, costumi, che sono sopravvivente di culture scomparse, nel loro complesso, da secoli. Una più stretta collaborazione tra gli studiosi delle grandi civiltà antiche, dell'etnografia popolare (Joldiev) e dell'e. sarebbe utile a tutte queste scienze. Glosscina di esse però ha il suo compito e limiti che non può varcare. L'e. studia le culture di quei popoli che si possono chiamare ancora primitivi, non in senso assoluto (che non esistono più), ma relativo.

In parecchie parti del mondo (Sudan, Indonesia, Polinesia, India, Cina, America centrale e meridionale) ci sono ancora o si hanno tracce sicure di popolazioni che avevano raggiunto uno sviluppo culturale elevato. Paracchie hanno avuto contatti con l'islamismo, il lamoismo, il confucianismo, il brahmanesimo, l'induismo che si sono sovrapposti alle religioni originarie che non conosciamo più. Da queste mescolanze sono sorte nuove culture nelle quali, accanto a manifestazioni proprie delle grandi civiltà, vivono ancora spesso rigogliosi molti elementi oracici.

Non è quindi facile, anzi è impossibile, formulare un criterio assoluto in base al quale si possa includere una popolazione o una cultura nel concetto di "primitivo ". Però, forse, nessuna invenzione ha avuto un'influenza cosi profonda sul pensiero dell'uomo e sulla sviluppo della civiltà come la scrittura. Essa indica il bisogno di fissare le conoscenze tramandate prima oralmente, annulla le distanze del tempo e rende possibile registrare in modo più rapido, più esatto e completo, i progressi della generazione precedente a trasmetterli alla seguente. Fissando i concetti in modo più oggettivo di quanto sia possibile con la sola tradizione, acuisce il senso critico e la riflessione. Solo con la scrittura si può avere uno sviluppo culturale su vasta base che utilizzi il lavoro già fatto da altre generazioni. Il vero progresso è possibile solo quando si costruisce e si completa in profondità e larghezza il patrimonio culturale per cui hanno lavorato con sforzo a tenacia le generazioni precedenti.

La scrittura è stata l'invenzione che ha portato le culture ancora povere al grado di grandi culture, ed è la divisione più comprensiva che si possa fare della civiltà umana. Al primo periodo appartengono i popoli senza la scrittura, che chiameremo primitivi, caratterizzati da un pensiero ancora ingenuo; al secondo i popoli con la scrittura, caratterizzati da un pensiero critico e riflessivo. L'e. studia tutto il complesso culturale dei primitivi e le manifestazioni delle grandi civiltà che si possono spiegare soltanto con la conoscenza delle culture primitive.
VII. Le colture più arcaiche a noi accessibili. L'e., come disciplina storica, deve studiare anzitutto

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il problema dell'età e della successione delle culture e dei cicli culturali. Nella sua indagine non presuppone i postulati dell'evoluzionismo (progresso dal più grossolano al più perfetto, uniformità dell'evoluzione in tutti i luoghi), o di una determinata tesi storica e teologica, ma procede come tutte le ciscupline storiche: si preoccupa anaitutto di preparare buone monografle dedicate a singoli popoli e a regioni e, dove è possibile, a periodi culturali ben determinati. Da questo lavoro analitico passo in seguito alla sintesi e allo studio delle relazioni che intercorrono tra i vari cicli culturali vicini o lontani.

Besandosi sui dati dell'antropologia e delle scienze affini, alcuni etnologi dell'indirizzo storico ritengono di poter accettare senz'altro come postulato (il solo di cui si valgano) la monogenesi dell'uomo; altri, ben-
ché anch'essi persuasi che a favore della monogenesi ci sono argomenti molto più forti e più convincenti che per la poligenesi, ma nello stesso tempo preoccupati di tenersi liberi da qualsiasi tesi, preferiscono non dare a questa premessa il valore di un postulato, ma se ne servono solo come ipotesi provvisoria per orientare la ricerca e utilizzare poi le conclusioni convergenti delle altre scienze come la paleoantropologia, la preistoria, la linguistica ecc. (Queste conclusioni sono state esposte da M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime rinitanze antropologiche, linguistiche ed etnologiche, 3^{°} ed., Milano 1947).

Nelle culture primitive tuttora viventi o scomparse da poco si possono già distinguere tre o quattro cicli culturali molto antichi (che lo stato attuale delle conoscenze non ha finora potuto riportare ad un solo ciclo).

1. La cultura primitiva centrale, caratterizzata nella sacielogia dalla monogamia e dall'esogamia locale (v. xDOLXIIIA), alla quale appartengono i Pigmei e i Pigmoidi dell'Africa centrale, dell'Asia sud-orientale e dell'Oceania, ossia popoli che abitano i prevalentemente regioni tropicali, tutte a sud dell'equatore e quindi centrali.
2. La cultura primitiva meridionale, caratterizzata nella sociologia dall'esogamia e dal raterniamo sessuale, alla quale appartengono i Tasmaniani (ora estinti) e gli Australiani della regione sud-orientale. Sembra che i Boscimani (Africa meridionale) e i Fucgini dell'America meridionale (specialmente gli Yamana) costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale.
3. La cultura primitiva settentrionale o antica, anch'essa esogamica patriarcale, ma con partita di diritti per il marito e la moglie. A questa cultura appartengono alcuni popoli che abitano la parte più settentrionale dell'Asia e dell'America (i paleoasiatici e gli eschimesi Caribi, a occidente della Baia di Hudson). Sembra che le "popolazioni più antiche della California, gli Algonchini (America settentrionale) e i Gc-Tapuya (America meridionale)
costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella settentrionale.
4. L'antica cultura australiana (chiamata anche cultura del bumercing dal nome di quest'arma. Il bumerang è un'arma da getto che consta di un bastone molto piatto e piegato a gomito, qualità che ne facilitano la rotasione nell'aria. Se è gettato bene e non ha calpito l'oggetto o un altro ostacolo torna al lenciatore. (Quest'arma è una caratteristica di questa cultura). Questa cultura ha già subito influenze di altre non più primitive. Diffusa in quasi tutta l'Australia (dove comprende popolazioni che seguono il secondo ciclo culturale), in alcune parti dell'Africa (solo resti lungo il Nilo: tra gli Scilluk e i Denca e nella parte meridionale), dell'America settentrionale (tra gli Algonchini e nella California centrale) e forse anche dell'America meridionale.

Tutte le popolazioni appartenenti a queste culture occupano nei singoli continenti le regioni periferiche più remote e isolate, difficilmente accessibili, senza tracce di abitanti più antichi e senza attrattive per le popolazioni con culture più elevate.

I Pigmei e i Pigmoidi abitano territori montagnosi della parte meridionale o sud-orientale dell'Asia; i Vedda, selva nelle montagne dell'Isola di Ceylon; gli Andamanesi, la parte più isolata dell'Arcipelago indiano; i Senoi, i Semang e i Negrini la parte montagnosa della Penisola di Malacca e delle Filippine. I resti di queste popolazioni che si trovano nell'Oceania, ancora poco note, abitano regioni montagnose della Nuova Guinea e delle Nuove Ebridi. I Negrilli abitano la foresta vergina dell'Africa centrale e meridionale ai limiti della quale si sono fermati i Bantu e i Camiti. I Boscimani sono stati respinti da luoghi migliori fino al deserto del Kalabari e occupano la parte meridionale e sud-occidentale dell'Africa.

Rappresentanti della cultura meridionale in Australia sono alcune popolazioni respite ai limiti del continente: a nord (Cepara ed altre) e a sud (Kalin, Kumai, e Yule); i Tasmaniani abitavano la parte più meridionale. I paleoasiatici (Samoiedi, Coriachi, Ainu, ecc.) sono stati respinti nelle regioni settentrionali e nord-orientali dai grandi popoli agricoltori e pastori che venivano dall'Asia centrale e orientale. Nella regione nord-orientale gli Eschimesi raggiunsero la Groenlandia e fecero da ponte di passaggio in America; essi sono stati influenzati da altre culture. Le popolazioni più primitive dell'America settentrionale sono costituite dallo strato più antico degli Algonchini, respinti all'estremo nord-ovest del continente nelle isole vicine e nelle praterie dalle popolazioni toremiste e marriarcali venute dal sud e dall'occidente.

Anche le tribù più primitive della California (Hoka, Penuli e Yubi) sono state respinte tra la costa e le montagne. I Gc-Tapuya del Brasile sono stati respinti prima verso la costa e di là di nuovo nell'interno dai GuaraniTupi. E finalmente nella regione più meridionale del mondo, la Terra del Fuoco, abitano ancora due popolazioni molto primitive, gli Alakaluf e gli Yamana. La sola posizione geografica di queste popolazioni sarebbe già un elemento molto forte a favore della loro grande primitività. Il loro isolamento le ha rese difficilmente raggiungibili, ha costituito, specialmente in passato, una grave difficoltà al loro studio ed è stata la causa per

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cui hanno mantemuto le lore carntteristiche culturali e sono rimaste pure da influenze esterne. Anche altri elementi confermano la grande primitivita di questi popoli. Tutti sono al primo stadio della civiltà; vivono con quanto dà loro la caccia, la pesca e la raccolta, percio sono chiamati popoli raccoglitori e le loro culture (redativamente) ariginarie, perché sono le più vicine alla cultura originaria (in senso assoluto) dell'umanità, che l'e, non sarà mai in grado di ricostruire. L'abitazione, le armi, gli utensili, gli ornamenti, la costituzione della famiglia di questi popoli manifestano grande semplicità. Mancano loro gli elementi che caratterizzano le culture più giovani che li circondano (il totemismo, l'agricoltura, la successione matriarcale, l'allevamento del bestiame, la ceramica, la tessitura, la lavorazione dei metalli, ecc.). Non c'è poi il minimo indizio a favore della supposizione che queste popolazioni abbiano avuto in passato una cultura più elevata. Si pud quindi concludere che ciascuno dei cieli culturali originari (centrale, meridionale e settentrionale), considerato isolatamente nel continente in cui si trova, si manifesta più arcaico di tutti gli altri cieli culturali, dello stesso continente, chiamati primari (totemismo, matriarcato, nomadi nastori). Da questa prima conclusione ne deriva una seconda: l'insieme delle culture originarie è più antico delle culture primarie.
VIII. CONFRONTO TRA LE CULTURE PIÙ ARCAICHE PEN'STABILIRE QUALE SIA LA PIÙ VICINA ALL'ORIGINARIA. - Visti gli elementi di carattere geografico e culturale, che dimostrano la primitività delle culture originarie, l'indagine deve ancora cercare di scoprire quale sia la cultura più antica. Ci si serve anche in questa ricerca del metodo comparativo e dei criteri di qualità e quantita. Però nello studio della storia delle culture più si,retrocede e più aumentano le difficoltà. Infatti l'applicazione dei criteri di qualità e di quantita, perché sia probativa e permetta conclusioni sicure, deve fondarsi su un numero sufficente di somiglianze veramente caratteristiche. Un elemento della cultura materiale (p. es., una determinata forma di clava) che si trovi uguale in due culture separate può essere un buon indizio per iniziare il raffronto fra queste, ma non potrà mai, da solo, portare alla conclusione che le due culture sono parenti ed erano prima unite. Per giungere a questa conclusione occorre che le somiglianze, culturali siano caratteristiche ed abbondanti.

La possibilità di comparazione e la sicurezza delle conclusioni sono sempre maggiori quanto più le culture che si raffrontano risultano ricche di elementi. Questo è appunto il caso dei cieli culturali più giovani, composti di elementi provenienti da diverse culture. Ma nei primi stadi della civiltà gli elementi culturali sono semplici nella forma e limitati nella quantita. Inoltre le popolazioni più primitive, composte di piccoli gruppi isolati, hanno subito nella loro evoluzione perdite di elementi culturali caratteristici più numerose di quelle avute da popolazioni più giovani. Ma l'indagine per stabilire quale sia la più antica cultura vivente (ossia la più vicina alla cultura veramente originaria dell'uomo), non poteva essere abbandonata solo perché irta di difficoltà. Il problema è stato risolto con lo studio comparativo delle culture (relativamente) originarie.
I. Il ciclo culturale del buwerang. - In questo ciclo l'economia è ancora fondata sulla caccia e sulla raccolta; la casa ha la forma di un alveare rotondo. Le armi e gli attrezzi caratteristici sono: a) il buwerang, b) lo scudo, di forma molto rozza, chiamato scudo bastone, o bastone parabotte, perché, più che uno scudo vero e proprio, è un semplice bastone che serve a parare i colpi della clava. c) In Australia c'è già la scure immanicata.

Cominciano le prime manifestazioni del tatuaggio fatto con cicatrici. Predomina la monogamia ma ci sono già casi di poligamia. Le popolazioni appartenenti a
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)

Eynologia - Eschimene che si ciba di carne cruda. Chesterfield (Canada).
questo ciclo culturale hanno quindi gia elementi di culture più giovani e inoltre non occupano i terzitori più isolati o meno accessibili ma solo quelli confinanti con essi. Perciò non possono essere le rappresentanti delle culture più arcaiche a noi note.
2. Il ciclo culturale paleoasiatico - ossia lo strato più arcaico della cultura settentrionale - è già l'adattamento di una cultura primitiva al clima arrico, come dimostrano l'economia e tutto il complesso dell'ergologia delle popolazioni che lo compongono. a) L'economia è fondata quasi esclusivamente sulla caccia e sulla pesca (la quale è sostanzialmente una forma di caccia). Nel clima arrico generalmente non ci sono piante, non è quindi possibile la raccolta. E praticata ancora largamente la caccia individuale e familiare - che è la forma più arcaica - a cui partecipano poche persone, ma anche la caccia collettiva, forma più recente e più evoluta. In tutte e due le forme è gia usato il cane. Con il suo aiuto e con la pratica il cacciatore scopre sotto la neve i fori che la foca fa alla superfice dell'acqua per poter respirare e colpisce l'animale con l'arpione appena compare. La caccia alla renea è molto sviluppata e fatta in gruppo. Gli Eschimesi, con l'aiuto dei cani e con battute bene organizzate, spingono le mandre selvatiche in passaggi obbligati e le colpiscono con le frecce e con le zagaglie. Anche la fionda e la nassa appartengono a questa cultura.
b) In relazione all'ambiente artico, questa cultura ha dovuto ridurre l'uso del legno e si è specializzata sempre più nella lavorazione dell'osso. Solo più tardi ha conosciuto l'uso della pietra, lavorata con una tecnica simile a quella del neolitico.

Nella preparazione del fuoco si trova un caso interessanta di quest'evoluzione. Nella fase più arcaica era ottenuto strofinando con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta a tavoletta sottostante

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(1) G. Bensari. Nelle foreste di Barna, Firenze 1902).
a) GRUPPO DI CAPANNE DI NEVE, costruite aut terreno goloso. Le abitazioni sornisotterrenee annunteano tra loro mediante ciancoli - Eschimesi Igfatik, Penisola di Melville, Canada. b) LA CASA DELLE TESTE O "PALOGO" del Doiacchi di terra Mungo Baldi. c) SCENA DELLA VITA QUOTIDIANA in un villaggio dei Pigmei Bambuti - Congo Belga. d) CAPANNA A FORMA DI ALVEARE DEI PIGMEI DELL'ITURI - Congo Belga.

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(a) ALCUNE MANIFESTAZIONI DELL'ECONOMIA PRIMITIVA. Combattimento con bastoni. Il bastone impugnato con la mano destra serve per colpire; quello con la mano sinistra serve a parare i colpi dell'avversario - Popolazione Acioli dell'Uganda (Africa Orientale Inglese). b) ALCUNE MANIFESTAZIONI DELL' ECONOMIA PRIMITIVA. Come gli Acioli dell' Uganda (Africa Orientale Inglese) ottengono il fuoco, Fusco a frullivo. c) ALCUNE MANIFESTAZIONI DELL' ECONOMIA PRIMITIVA. Cacciatori Selk'nam - Terra del Fusco. d) ALCUNE MANIFESTAZIONI DELL'ECONOMIA PRIMITIVA. Ragazzu Selk'nam che raccoglie vescie.

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![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(c) PITTOGRAFIA a roccia in rosso con macchie bianche, rappresentante un animale. Roscinami (Africa mericlonalé). b) VASSOIO di argillite graffito con figurazioni mitiche (Haida, America settentrionalé). c) TAMBURG usato durante le cerimonie megiche con vari disegni rappresentanti la caccia alla renns ed all'urto bianco (Lapponia). Proveniente dal Museo Borgiano a Velletri. d) ARTE DEI PRIMITIVI: 1) Figurine di arsi scolpite in osso dal Ckukci (Asia settentrionalé); 2) Cappio, fatto con correggis di pelle infilata in due testine di arsi in avorio, con una figurina di foca. Eschimesi dell'Alaska; 3) Reddrizzatoio di frecce in osso, degli Eschimesi, con manico intagliato a forma di animale; 4) Pipa con fornello e cannello in avorio, degli Eschimesi dell'Alaska - Roma, Museo proistorico etnografico L. Figarini.

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
a) INTERNO DELLA TOMBA DETTA DELL'ALCOVA (sec. Iv a. C.) - Cerveteri. b) AFFRESCO DELLA TOMBA DETTA DELLE LEONESSE (sec. Iv a. C.) - Tarquinia.

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(fucco a frullino). In parecchi punti questa forma è stata sostituita dalla percussione di piriti di ferro. Di legno sono l'arco, l'asticella delle frecce e delle lance, il grattaglucosio, le recelente da neve, parti della slitta, gli occhiali e la vostra che servono a proteggere gli occhi del sole, qualche recipiente e pochi altri oggetti. L'osso costituisce almeno la parte essenziale delle armi e l'assieme di molti monelli: pucro di frecce di lance, pezzi dell'arpione, fucone, aspeglie con una o più pucro (anche tridenti) ami, parti della slitta, e persino parti dell'arco. Di esso sono pure parecchi altri oggetti (pipe, lavori d'intaglio, ecc.) i quali appartengono però a cultura più recenti. Di pietra sono le lampade per l'illuminazione - assolutamente necessaria data la brevità del giorno polare - e le marmitte per la cucina che gli Esplument fanno scaldare sulle lampade. Il fuoco è alimentato con stoppini di mucchio, imbevuti di grasso di foca. e) Nel clima polare il vestito e l'abitazione hanno molto importanza. L'obbiglizmento degli Eschimesi è sostanzialmente uguale nei due sessi. Esso consta di un giubbone chiuso, infilato per la testa, con maniche, cappuccio e guanti attaccati, e di stivali imbottiti. Questi indumenti sono fatti quasi tutti con la pelle della cenno che è la più calda e la più leggera delle pellic