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il pallio da Pio IV (1562). Fu presente all'ultima sessione del Concilio di Trento (1563). Sue opere: tre poemi su Sulagá ed uno su Pio IV (v. caldei).

Bib.: P. Murin, La Chaldée, Parigi 1867, p. 23.
Saverio Pericoli Ridolfini
EBERARDO I, santo. - N. ca. il 1085 dalla nobile stirpe di Biburg e Hilpoltstein; m. a Salisburgo il 22 giugno 1164. Monaco benedettino a Prüfening presso Ratisbona, dal 1133 fu abate del monastero di Biburg fondato dai suoi fratelli; l'11 maggio 1147 divenne arcivescovo di Salisburgo.

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Nella grande lotta tra l'imperatore Federico Barbarossa e papa Alessandro III, E. fu il più indefesso difensore dell'autorita pontificia in Germania e avversario aperto dell'antipapa Vittore IV. Aiuto fortemente le riforme del suo amico Geroch di Reichersberg. Dal popolo fu venerato come santo (la sua festa il 22 giugno), ma il processo della sua canonizzazione, introdotto nel 1469 , non è ancora chiuso.

BILL: La Vita più antica (ca. 1180) in MGH, Scriptores, XI, pp. 76-84; Miracula (ca. 1280), ibid., pp. 97-103; anche in Anal. Bull., 20 (1902), pp. 177-80; Acta SS. Inuit, IV, Venezia 1745, pp. 180-89. Per la letteratura tedesca cf. Ch. Greina, s.v. in LThK. III, col. 311.

Luechesio Spätling
EBERHARD, Johan August. - Filosofo, pastore protestante, n. ad Halberstadt il 31 ag. 1739, m. a Halle il 6 genn. 1809. Studió teologia, filosofia, filologia; fu maestro privato, predicatore; professore di filosofia ad Halle dal 1778.

La Neue Apologie des Sokrates (1772) lo rese celebre per l'affermazione dell'esistenza di virtù nel mondo precristiano. Ebbe tendenze celeriche, sotto l'influsso di Leibniz e Wolff. Attaceó con libri e due riviste il criticismo kantiano.

BILL: Opere principali: Sittenlehre der Vernunft. Berlino 1781; Handbuch der Aesthetik, 4 voll., Halle 1803-1802. Stud: F. Nicolai, Gedächtnisschrift auf 7. A. E., Berlino 1880; G. Drager, A. E.: Psychologie und Aesthetik, Halle 1919.

Giacomo Soleri
EBERHARD, Matthias. - Vescovo di Treviri, n. il 10 nov. 1815 a Treviri, m. ivi, il 30 maggio 1876. Ordinato sacerdote nel 1839 , insegno dogmatica nel Seminario di Treviri che resse dal 1849 al 1862. Deputato alla dieta prussiana, richiese al governo nel 1853 un trattamento più equo verso i ministri del culto cattolici, che si trovavano in condizioni di svantaggio rispetto a quelli protestanti. Vescovo di Treviri nel 1867, si oppose con fermezza alla leggi anticattoliche nel periodo del Kulturkampf, e per questo suo atteggiamento fu arrestato e detenuto in carcere dal 6 marzo al 31 dic. 1874.

BILL: H. Bruck, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland, III-IV, Magonza-Münster 1896-1908, passim; A. Ditschield, E. im Kulturkampf, Treviri 1900; K. Sommer, Trierer Kulturkampfpriester, ivi 1926.

Silvio Futani
EBIONITI (Eßıoraios). - Con questo nome furono designati i rappresentanti del cristianesimo gludaizzante o, particolarmente, qualche specifica corrente di essi. Il nome deriva dall'ebraico 'abhābaha = poveri (gr. π τ ω χ ° α ), ed è probabile che il titolo indicasse la pratica della povertá degli adepti alla setta. Gli e. non vanno confusi con i cristiani ( π τ ω χ ° α ) della comunità di Gerusalemme, a favore dei quali a Paolo fece la colletta fra le comunità della Macedonia e dell'Acaia. La grande povertá dei «santi» di Gerusalemme spinge Paolo a raccogliere la elemosine, senza che s'avverta nessuna traccia di un gruppo di cristiani che abbia questo nome.

Gli eretici gludaizzanti appaiono sotto il loro nome speciale presso s. Ireneo, alla fine del sec. II. Essi si divisero sin dal principio in due scuole, secondoché la legge mosaica è osservata dai giudeo-cristiani oppure essa è imposta anche ai pagani convertiti. Questo, la più rigorosa, diventò subito eretica. Dopo essere stata biscimata dal Concilio degli Apostoli in Gerusalemme, oppose, come narra Egesippo, un certo Tabuti a s. Simone di Gerusalemme, e percio si separò dalla Chiesa dopo la morte dell'apostolo s. Giacomo ( 63 d. C.). Nemmeno la parte più moderata poté continuare a lungo l'unità con la comunità cristiana, perché, quantunque non cercasse di imporre a tutti le sue dottrine, si lasciò inquinare da elementi impuri. Già al tempo di s. Giunino parecchi uscirono dal seno della Chiesa, quando questo scrittore non disperava ancora della loro salute. Dopo s. Giustino essi non furono più considerati come membri della comunità
cristiana. I giudeo-cristiani rigorosi stimavano che Cristo fosse un semplice uomo; i moderati riconoscevano che egli era nato dalla Vergine e dallo Spirito Santo. S. Epifanio chiama i rappresentanti della setta moderata mizzeri. S. Girolamo conosce questo nome, ma non distingue i nazarei dagli e. La differenza di denominazione è abbastanza imprecisa e i due nomi vengono adoperati promiscuamente. E plausibile pensare che come e. siano stati principalmente designati i rappresentanti delle correnti estreme giudeo-cristiane nella comunità gerosolimitana sparaasi, a partire dal 70 , nelle regioni della Giudea e della Samaria, a oriente del Giordano, in Siria e, a sud, in Egitto. S. Girolamo ce ne attesta l'esistenza ancora sulla fine del sec. Iv. La loro sede principale fu Fella della Ferea, dove la comunità cristiana emigrò da Gerusalemme, al principio della guerra giudaica sotto Vespasiano. La setta rifiutava le lettere di s. Paolo (da essa ritenute apostate) e adoperava un Vangelo affine al Matteo canonico da alcuni identificato col Vangelo dei nazarei, da altri con quello < secondo gli Ebrei >.

Si tratta propriamente del Vangelo in uso presso gli e., ricordato da s. Epifanio (m. nel 403) e che s'identifica nella sostanza col Vangelo secondo i dodici Apostoli, che Origene e altri considerarono come eretico, e il cui influsso fu poi vivo negli scritti pseudo-elementini. Si tratterebbe forse non d'un Vangelo diverso, ma d'una recensione greca gnostico-ebionita (fine del sec. II) del Vangelo dei nazarei, con falsificazioni e mutilazioni del Matteo canonico.

BILL: M. Dibelius, Der Brief des Jacobus, Gortinus 1021, pp. 37-44; J. F. Bethune-Baker, An introduction to the early history of Christian doctrine, 3ᵉ ed., Londra 1923, pp. 62-65; G. Bonaccorsi, Fungeli agorifi, I, Firenze 1948, pp. 21-21v.

Giuliano Gomaro
EBNER, Adalbert. - Liturgista, n. a Strasburgo il 16 dic. 1861 , m. il 25 febbr. 1898 a Eichstätt ove era vicario della cattedrale e professore nel ginnasio vescovile; viaggiò in Italia per raccogliere e studiare codici dai quali trasse abbondante materiale per la storia liturgica ed artistica del Messale romano e del Rituale.

Importanti la sue opere: Quellen und Forschungen zur Geschichte und Kunstgeschichte des Missale Romanum im Mittelalter. Itsr Imlimon, e Quellen und Forschungen zur Geschichte und Kunstgeschichte des Rituale Romanum im Mittelalter, tutte pubblicate a Friburgo in Br., nel 1896.

Filippo Oppenheim
EBNER, Christina. - Mistica domenicana, n. a Norimberga il 26 marzo 1277, m. a Engeltal il 27 dic. 1356. Figlia di pii patrizi, a 7 anni si prodigava per i poveri; a 12 anni raggiunse una sorella nel monastero di Engeltal. Anima generosa e appassionata, scolpì il nome di Gesù sul suo petto e domò vigorosamente il suo amor proprio. Dal 1314 è consolata da visioni ed estasi, che cominciò a notare in scritto per volontà del confessore, il domenicano Corrado da Füssen, dal 1317 fino al 1324; continuarono le consorelle dal 1344 al 1352. Era conosciuta dagli «Amici di Dio», parlò ai flagellanti nel 1349, benedisse nel 1350 l'imperatore Carlo IV con il seguito che si genuftessero davanti a lei. La sua tomba cadde in dimenticanza nel sec. XVI.

BILL: G. W. K. Lochner, Leben u. Geschichte der C. S., Norimberga 1870 (ed. insufficente); H. Wilms, Geschichte der deutschen Dominikanerinnen, Dülmen 1900, pp. 116-19.

Angelo Wals
EBNER, Margareth, beata. - Domenicana, n. nel 1291 ca. a Donauwörth (Svevia), m. il 20 giugno 1351 a Medingen. Discendente da illustre famiglia di Verda, dotata di ricche qualità d'animo, fa gravièe M. entrò quindicenne nel fiorente monastero di Medingen che per merito suo divenne uno dei centri della spiritualità domenicana. Dal 1311 intimamente abbandonata a Dio, dal 1312 al 1313 fu

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gravemente ammalata, dal 1314 al 1332 per metà del tempo confinata in letto ma consolata da Dio. Nel 1332 il sacerdote secolare Enrico di Nördlingen le dette l'indirizzo mistico. Incapace di gravi penitenze esteriori, M. si mortificò nei cibi, nel portamento, nel sonno, dandosi ad una vita di preghiera e orazione ispirata dal ciclo liturgico e caratterizzata dalla meditazione dei misteri della vita del Signore con aggiunte di Pater e di Ave, metodo detto il Pater Noster.

Devorissima dell'Eucaristis, del nome a del Cuore di Gesù, ebbe cara l'Awima Christi sanctifica me ecc. Si dedicò particolarmente a suffragare per i defunti. Nel 1344 una statua del Bambin Gesù le fu regalata da Vienna. Per volere di Nördlingen, dal dic. del 1344 M . compilò o dettò nelle Rivelazioni molte note sulla sua vita spirituale dal 1312 al 1348. Anche da Inotano (Avignone, Costanza, Basilea, Strasburgo, Colonia) il Nördlingen si ricordò di M., facendo i suoi conoscenti amici di M. e rincodò con lei commercio epistolare. Diventata una figura centrale tra gli "Amici di Dio", lo stesso Tauler si raccomandò alle preghiere di M. Questa corrispondenza, le Rivelazioni ed il Pater Noster «sono documenta indispensabile per la conoscenza della vita religiosa dell'epoca" (G. Gabetti). La vita e la spiritualità di M. furono sempre improntate a servizievole giocandita. Duramente provata da polimenti ed infermità, accolte con inalterata fortezza cristiana, ricca di carismi soprannaturali, M. ebbe ancora vivente un'estesa fama di santità. Per il culto, sul quale il processo comincasse nel 1686 dinanzi al tribunale diocesano d'Augusta diede il 4 nov. 1910 la sentenza affermativa, si aspetta la conferma della S. Sede.

Brm.: Ph. Strauch, M. E. u. Heinrich v. Nördlingen, Fri-burgo-Tubinga 1892; La bicalcourence M. E..., in Aunde dominicaine au Vies des saints..., des frères-brécheurs. Décembre, nuova ed., Liòne 1909, pp. 570-81; A. Schauenberg, M. E., Dünen 1914; L. Zoepf, M. E., Lipsia-Berlino 1914; H. Wilms, Gesch. d. deutschen Donaishauserinnen, Dübnen 1902, pp. 110-16, 231 234; M., Der zel. M. E. Offenbarungen u. Briefe, Veche 1928; E. Krebs, s. v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters. Vorinzerlexikon, I, Berlino 1933, coll. 482-84; I. Utenweiler, s. v. in LThK, III, col. 516. J. Prestel, Die Offenbarungen der M. E. v. der Adalheid Longmann, Weimar 1939; O. Panzmann, M. E., in Stimmen aus Maria-Lauch, 81 (1911), pp. 1-11, 132-44, 244-57; id., M. E., in Stimmen der Zeit, 136 (1939), pp. 397-14. Angelo Wals

EBOLI, Pietro da: v. fietro da eboli.
EBONE. - Vescovo di Reims. Educato alla corte carolingia, fu cappellano di Ludovico il Pio, dal quale fu fatto vescovo nell'8:6.

Nell'822 si recò a predicare il vangelo in Danimarca e, come legato imperiale, si interessò anche dell'evangelizzazione della Svezia. Nell'833 si mise a capo dei ribelli contro Ludovico che fu deposto a St-Médard. E. a sua volta fu deposto dal Sinodo di Thionville. Salito al trono di Germania Lotario, nel dic. dell'849 fu riabilitato e poté ritornare a Reims. Ne fuggì l'anno successivo; fu allora deposto definitivamente e in sua vece venne eletto Inomaro. Disgustatosi anche con Lotario, E. riparò in Germania ed ottenne da Ludovico II il vescovato di Hildesheim. M. il 20 marzo 851.

Brm.: Manai, XV, 706; MGH. Concilia, II, pp. 696703, 794-813; ibid., Scriptores, XIII, pp. 467-74; Fliche-MettinFrutzz, VI, s. 246 seg. e passim (v. indice). Agostino Amore

EBRARD di BÉthune. - Controversista, n. a Béthune presso Calais, vissuto tra il sec. XII e il XII. La mancanza di dati storici rende oscura la sua vita.

E autore di Antihuereis, particolareggiata esposizione delle dottrine catare, le quali tuttavia non sono sufficientemente confutate (E. indulge all'interpretazione allegorica della Scrittura). Il primo a pubblicare l'Antihaereis fu il gesuita Giacomo Gretser in Trias scriptorum adversus Waldensium sectam (Ingolstadt 1614) con il titolo mutato in Liber contra Waldensae. L'ultimo edizione dell'Antihuereis si ebbe nello stesso secolo in Maxi-
ma bibliotheca veterum Patrum, XXIV (Lione 1677), pp. 1525-84. Incerta l'attribuzione di Graecimus, semplice trattato di grammatica.

Brm.: Hutter, II, col. 224; F. Vernet, s. v. in DThC., IV, coll. 1905-98 con bibl. Cormo Petino

EBREI. - Popolo dei discendenti da Abramo e Giacobbe, da Dio prescelto con un "patto" particolare, in preparazione dell'economia di salvezza universale. Nella Bibbia è detto comunemente Israele (v.) o bènè Yérd'él (figli d'Israele). Se ne delinea qui la storia e la lingua. Per la religione e la filosofia, v. giudaismo; per il diritto, v. legge mosaica e talmud.

I. Storil. - Il nome "e." è preferito nella Bibbia ebraica quando Israele è posto in relazione con altri popoli; 'Ibhrim ("E.") è considerato da taluni nome gentilizio, con riferimento a 'Ebher, discendente di Sem e remoto progenitore dei Terabiti, a cui appartiene il patriarca Abramo. Altri pensano a 'ebher e si di là ", gente venuta di là (dal fiume Eufrate). Discutibili gli avvicinamenti del nome "E." agli 'jere (Apecu), menzionato in documenti egiziani, oppure al nome dei Habiri, di el-'Amärnah.

Il paese che gli E. chiamarono "terra d'Israele" portava il nome di Canaan (v.); gli Egizi lo denominavano r-t-n (retenu); gli Assiri, con riferimento ai conquistatori bittiti, "terra batti", oppure, già nel periodo antico babilonese, Amarra, " regione occidentale n; i Romani, Giudea, poi Palestina. I popoli che l'abitavano con costituivano un'unità emica. La lingua parlata nella regione a partire dal II millennio a. C. è detta cananea.

Gli E. provenivano dalla Caldea, dove era nato Thare (Térab), padre di Abramo (v.). Thare emigrò a Haran, donde Abramo mosse verso Canaan. La conquista di Canaan avviene nel periodo in cui gli Azamei (v.) sono in movimento: un gruppo di essi si espande sulle rive dell'Eufrate e verso l'Assiria; poco dopo un altro muove verso la Siria del sud, dove viene a scontrarsi con gli E.

Il secondo patriarca è Isacco (v.), figlio di Abramo; il terzo è Giacobbe (v.), padre del 12 capostipiti delle 12 tribù d'Israele; uno di essi, Giuseppa (v.), diventò alto commissario per l'approvvigionamento in Egitto, e là lo raggiunse il vecchio padre con i fratelli; venne loro assegnata la terra di Gesser. (Göten). Gli E. subirono colà dei maltrattamenti e il Signore, per mezzo di Mosè (v.), li trasse da quella terra. Nel terzo mese dopo l'esodo, s'accamparono al Sinai ed ebbe luogo la promulgazione del Decaiogo (v.); le Tavole della Legge furono riposte nell'Area (v.) appositamente costruita, che seguì il popolo in tutte le sue peregrinazioni. In questo periodo avviene la sollevazione di Core (v.). Gli E. si impadronirono a mano armata del loro territorio, batte. rono Moab, malgrado Balac, re di Moab, ricorresse elle arti magiche di Balaam (v.). Mosè, poco prima di morire, preoccupato per i pericoli che la religione del suo popolo poteva correre in mezzo a genti idolatre, ripete, nella piana di Moab, davanti a Gerico, l'antica legislazione in un nuovo atto di alleanza. Successore di Mosè fu eletto per ordine del Signore (Num. 21, 18 sgg.) Giosuè (v.), figlio di Nun, ephraimita, il quale, insieme a Caleb, era l'unico superstite della generazione desertica; con lui continuò la guerra di conquista, fino alla sconfitta completa dei nemici d'Israele (cf. Jade. 3: canto di Debora).

Il periodo che segue quello di Giosuè è detto dei Giudici (v.), serie di condottieri carismatici chiamati a salvare il popolo dai nemici, a conquistarne il territorio, facendo così opera di giustizia di Dio. L'organizzazione

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politica di questo periodo può paragonarsi a quella delle anfisionie greche; i vari gruppi trovarono il loro centro comune nel lungo sacro, dove era l'Arca. Prima stanza dell'Arca fu Silo (Inde. 20, 26; I Sam. 1, 31; quando questa citta fu distrutta dal Filistei, l'Arca fu trasferita a Nob. Forse non tutte le tribù stavano sotto lo stesso capo, cosicché ne risulterebbe talvolta la simultaneita di due "giudici ". I Giudici (v.) furono Othonial, Aod (Ebâdh), Samgar, Barac con la profetessa Debora (v.), Gedeone, il cui figlio cercò di fondare una monarchia a Sichem, Thola, Isir, Ieohte (v.), Abesan, Ahialon, Abdon, e l'eroe popolare Sansone (v.).

Ai tempi che preludono al periodo monarchico in Israele, appartengono il sacerdote Eli (v.) e il profeta Samuele (v.). Questi personalmente fu da principio avverso all' istituto monarchico, in quanto diverso dal regime puramente teocratico (I Sam. 8, 5.18), ma preferi assecondare la voionta di una parte del popolo, attratto dall'esempio dei popoli vicini già monarchici; la pressione esercitata dai Filistei, abitanti della costa, favoriva l'idea di concentrare le forze nazionali in una mano sola.

Primo re fu Saul (v.), in cui si incontrano e si scontrano l'idea teocratica e la monarchia. La mancata osservanza della legge del hêrem (sterminio sacro del nemico e della preda bellica) gli aliena il sostegno morale del profeta Samuele, e dopo la morte di questi, la classe sacerdotale gli si schiera contro, mentre all'orizzonte si profila la balda figura del giovane David. Saul fu costantemente impegnato a combattere contro i Filistei, e sul Monte Gelboe (v.) cercò morte volontaria, con resistendo al disonore della sconfitta da essi patitae al dolore per losterminiodeisuoí. David (v.) venne prima unto re della tribù di Giuda, e solo più tardi di tutto Israele. Egli conquistò allora Gerusalemme e vi trasferi la sua residenza. Ebbe a combattere contro i Filistei, gli Ammoniti e gli Asamai; dopo aver battuto questi ultimi, ne occupò il territorio; malgrado ciò, l'arameo Rason organizzò la guerriglia e riusal a farsi eleggere re di Damasco. David perfezionò il canto liturgico e compose salmi. Contrasti per la sua successione insanguinarono gli ultimi anni del suo Regno; egli fece ungere re Salomone.

Salomnne (v.; 971-931) ebbe un regno pacifico. Apri il paese al commercio, e rivelo alla mentalità ebraica l'interesse dell'esperienza umana universale; nasce allora il genere letterario sapienziale. Gerusalemme prese l'aspetto di citta internazionale e vide sorgere il Tempio.

La sccessione tra nord e sud e il sorgere di due Regni distinti furono determinati principalmente da due fer-
tori, d'ordine materiale (il gravaro maggiore delle imposte sulle tribù del nord) e morale (l'allontanarsi di quando in quando della monarchia davidica dal rigido mossismo, del quale i sacerdoti di Silo si ritenevano i depositarii. Alla morte di Salomone gli successe il figlio Roboam (933-917), che fu unanimamente riconosciuto delle tribù del sud, dove l'idea dinastica era più forte, mentre Ieroboam, figlio di Nubat, ephreimita, socemuto del profeta Abia, dimorante a Silo, fu proclamato re a Sichem; intorno a lui si strinsero le tribù del nord. Il suo regno prese il nome di Regno di Israele, con capitale prima Sichem, poi (sotto Amri) Samaria; il Regno di Roboam fu detto Regno di Giuda, con capitale Gerusalemme. Il Regno del nord ben presto, per ragioni politiche, abbandonò il mossismo, e ritornò al pregiassimo camanco, perdendo cosi l'appoggio dei profeti. Infiltrazioni idolatriche si ebbero pure in Giuda. Fra i due Regni si accesero frequenti contese, da cui rossero vantaggio i nemici di ambedue especialmente il Regno di Damasco.

A Raboam successe il figlio Abia (917-915), o questo Asa ( 915-875 ); a Ieroboam Nadab (912-911). In Israele, dopo vario lotte di successione, salì al trono Amri (887885), che regalò una volta per tutte i conti con i Filistei, frenò l'invadenza degli A. ramei di Damasco, strinse alleanza con i Fenici, alleanza che si dimostrò benefica per ambedue le parti. Gli successe Achab (875-853), che sposò Iezabel, figlia del re di Tiro. Egli introdusse in pieno il culto idolatrico, ciò
che provocò la reazione del profeta Elia (v.). Insieme con Iosaphat re di Giuda ( 885-851 ), nonostante gliavvertimenti del profeta Michze (v.), attaccò Damasco e rimase ucciso in battaglia. Iosaphat fu ancora alleato del re d'Israele Ioram (852-843) contro Mosù, e anche questa volta con sorte avversa. La dinastia di Amri, che aveva instaurato il culto idolatrico fenicio nella terra d'Israele, finì in un orribile massacro, organizzato da un generale di nome Iehu, che fu unto re da un profeta mandato da Eliseo (v.).

Nella carneficina di cui fu autore Iehu, perı anche il re di Giuda Ochozia, figlio di Athalia, ex-regina di Giuda. Athalia prese le redini del governo (843-837), instaurando anche in Giuda la religione di Tiro; uccise tutti i maschi della famiglia reale. Tuttavia uno di essi riuscì a fuggire: il piccolo Ioss, che fu proclamato re ( 837-798 ) dal popolo, secondo i piani del gran sacerdote Ioiada.

In Israele Iehu perse presto il favore del partito puritano, a sotto di lui e sotto suo figlio Ioachaz (8:6-

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(co La Sacra Bibbie a cura del Pont. Ist. Bialleg. II, I libri storici,
Ebnei - Il dio Amón presenta al fersone Sczas (SeSone) un gruppo di prigionieri legati al callo, simbolizzanti ognuno una città della Palestina. Disegno del Sennacherib (sec. ix a. C.) nel tempio di Amón a Karnali (Tebe).

800) il Regno d'Israele vide tempi molto tristi. I re di Damasco, Hezael e Benhadad, gli inflissero gravi sconfitte scatenando coniro di esso anche gli Ammoniti, i Moabiti, gli Idamei, i Filiotei, e i Tiri, che misero a sacca gran parte del paese; lo stesso re di Giuda vide Gerusalemme in pericolo, e comprò con l'ero la ritirata nemica. Finalmente l'Assiria venne in ciuto degli E. e gli Aramei di Damasco dovettero restituire gran parte del territorio occupato. Isracle e Giuda respirarono sotto la protezione assira.

Morto in Isracle Ioachax, fu cietto re Ioss (800-785), che ruppe i buoni rapporti con Giuda e durante il Regno di Amasia ( 798-780 ), figlio di Ioss di Giuda, enrro a Gerusalemme e spogliò il tempio dei suoi tesori.

Del Regno di Ozia di Giuda ( 780 - 740 ) e di Jeroboam II in Isracle ( 785-745 ) cominciò un conquistennio di pace. Le grandi potenze, Assiria ed Egitto, si trovavano in un periodo di riorganizzazione, che preludeva a un grande risveglio. Damasco s'indeboliva sotto ripetuti colpi assiri. Il periodo di pace portò un grande benessere, la cultura al diffuse, il lusso crebbe, le ricchezze erano grandi a mal distribuite, cio che provocò la reazione dei profeti Amos (v.), Osea (v.), Isaia (v.).

In corrispondenza al risvegliarsi delle due grandi potenze, si svilupparono nella Siria-Palestina due opposti partiti: il filo-assiro e il filo-egiziano. Quando quest'ultimo raggiunse la maggior diffusione, si formo una coalizione di Stati (Israele, Damasco, Tiro, Sidone, parecchie città filistee) che ruppero guerra agli Stati che inclinavano verso l'Assiria. L'esercito della lega invase la Giudea. Il re di Giuda Achaz (735-720) invoco l'aiuto dell'Assiria; Damasco fu assoggettata e il regno d'Israele visse il primo atto della deportazione in Assiria. Anche il Regno di Giuda però era praticamente vassallo dell'Assiria. Nel 722 l'Assiria, dopo aver vinto la superba Babilonia (729), fece d'Israele una sua provincia. Gran numero di notabili fu deportato a Ninive; dai coloni stranieri trapiancati dal vincitore nella regione nacque una razza ibrida: i Samaritani (v.). Il santuario principale era Bethel, e un sacerdote israelita insegnava ai nuovi arrivati la religione di Jahweh.

In Giuda il quadro è dominato ora dal profeta Isaia (v.). Il pio re Ezechia (720-692) cercò di centralizzare il culto a Gerusalemme e di purificarlo da elementi idolatrici; contrariamente ai consigli di Isaia, si lasciò trascinare dal partito anti-assiro, cosicché Giuda vide venire contro di sé l'armata di Sennacherib, che aveva già battuto le città fenicie da Sidone ad Acri, mentre Ammon, Edom e Moab gli chiedevano pace. Sennacherib, città Gerusalemme d'ossidio, se ne allontano improvvisamente per opera di un angelo sterminatore (II Reg. 19, 35). Giuda restava tuttavia sottoposto all'Assiria. Malgrado ciò i profeti Nahum (v.) e Sofonia (v.) vedevano venire la fine di Ninive: l'Egitto, che aveva dovuto abbandonare al vincitore Menfi (671) e Tebe (666), si ribellava, mentre l'Assiria era impegnata in Eiam a minacciosa dai Medi. Ninive cadde nel 612 sotto i colpi dei Babilonesi, degli Sciti e dei Medi.

Davanti a Giuda si erse allora il pericolo egiziano. Il pio re Isaia (m. 609) completò le riforme iniziate da Ezechia e abrogate dal suo successore Monasse (629638); fra i sostenitori del ristabilimento del monsismo puro era Geremia. Isaia fu mortalmente ferito a Mageddo, battaglia in cui i Giudei che tentavano di opporsi alla avanzata degli Egiziani furono battuti. Il pericolo egiziano tuttavia fu di breve durata: battuti gli egiziani a Charcamis ( 805 ) dal re babilonese Nabuchodonosor a dai Medi, serse invece il pericolo babilonese. La politica della Giudea oscillò fra i due opposti poli: Babilonia ed Egitto. Nel 598 prevalse il partito filo-egiziano, ma Nabuchodonosor stesso comparve sotto le mura di Gerusalemme; il re Ioakim si arrese immediatamente. Nel 597 ebbe luogo la prima deportazione a Babilonia; fra
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(da La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Bialleg. II, I libri storici, Firenze 1811, 220. II Eneas - Icho, re d'Israele, rende omaggio a Salmanassar III. Disegno del particolare dell'obelisco di Salmanassar III (sec. Ix a. C.).

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i deportati era il profeta Ezechiele (v.). Nabuchodonosor pose sul trono di Giuda il re Sodecia. Questi, malgrado gli avvertimenti di Geremia, si lasciò trascinare in una coalizione di Stati (Edom, Ammon, Moab, Tiro e Sidone) contro Babilonia, e allora fu la fine : nel 587 Gerusalemme fu distrutta, i vasi sacri portati via, il Tempio bruciato. Il generale babilonese, che aveva condotto la campagna, formò una comunità con i Giudei che erano stati fautori di Babilonia; ad essi si unirono alcuni israeliti del Regno del nord. Governatore di questa comunità fu Godolis (v.). Ma il re di Ammon fece assassinare Godolis a allora la popolazione - e fra essa Geremia si rifugiò in Egitto, dove fin dai tempi di Salomone si trovavano colonie ebraiche, sorte per ragioni commerciali.

Nel 539 Ciro (v.) s'impadronì di Babilonia, e concesse agli E. libertà di tornare in patria. Il territorio, loro assegnato era molto piccolo: comprendeva Gerusalemme e dintorni fino a Maspha e Gerico a nord, Ceila, Bethcur a Thocus a sud. A capo degli E. era un governatore, cosdiurato da un consiglio di anziani.

Zorobabel (v.), secondo governatore dopo il ritorno, fu esortato dal profeta Aggeo alla ricostruzione del Tempio e a tenersi pronto a rivestire la dignità reale, mentre il profeta Zaccaria consigliava l'elezione di due capi. La ricostruzione del Tempio fu iniziata nel 520 e terminata nel 513 . Le condizioni della riporta comunità erano però molto tristi : raccolti cattivi, invasioni di cavallette, gravose imposte impoverivano il paese, mentre Edom, Ammon e i Samaritani, che abitavano il Regno del nord, lo guardavano di malocchio. La comunità di Babilonia mandò allora il sacerdote Eadra (v.), che arrivò a Gerusalemme nel 458. Quello che lo colpì maggiormente fu il gran numero dei matrimoni misti, e si arrivò all'abolizione di essi. Il provvedimento urtò moltissimo soprattutto i Samaritani. Fu allora che Eadra, temendo qualche attacco, decise la ricostruzione delle mura; ma il governatore di Samaria lo deounciò al governo persiano, che ordinò di distruggere quanto era stato costruito. Neomia (v.) domandò allora di essere mandato a Gerusalemme in qualità di governatore (445). Egli incitò alla ricostruzione delle mura, e insieme con Eadra si adoperò perché la Trolli possicasse veramente nella pratica di ogni giorno, e perché il culto fosse purificato.

I Giudei restarono fedeli alla Persia, fino a quando Alessandro Magno passò per il loro territorio (331). Alla morte di Alessandro (325) il suo generale comandante l'Egitto, Tolomeo, prese Gerusalemme senza resistenza in un giorno di sabato; mentre un altro generale, Seleuco, occupava la Babilonia e la Siria. La Giudea passò poi ad Antioco II, che sposò Berenice, figlia di Tolomeo; dopo varie vicende Antioco nel 200 poté dieci padrone del territorio. Il paese all'interno era diviso fra i fautori di Antioco e coloro che costenevano l'Egitto, sperandone la liberazione; fra gli ellenizzanti, spiriti aperti alle nuove correnti, e i partisti (kufahîm), cultori dell'amica religione e civiltà nazionale. Quando Antioco IV Epifane (175-164), ammiratore della civiltà greca, fu a capo della Palestina, ebbe il sostegno degli ellenizzanti. Egli però andò oltre i desideri di questi, perché volle imporre il culto greco pagano, sopprimendo la religione di Jahweh; di ritorno da una campagna in Egitto, fece massacrare gli abitanti di Gerusalemme durante un giorno di sabato e abbandonò la città al saccheggio. Nel 168 l'immagine del *Signore del cielo*
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(du La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblio, 11. I tótel sterial, Pistoia 107, mathrm{~cm}, 11
Ebate - Iscrizione ebraica del canale di Silue (ca. 700 a. C.).

Ebate - Iscrizione ebraica del canale di Silue (ca. 700 a. C.).

metrio riprese la guerra con esito favorevole, e Giuda Maccabeo trovò la morte in battaglia. I nazionalisti giudei si strinsero intorno a Gionata, il più giovane degli Asmonei, che sostenne Alessandro I Bale (v.), pretendente al trono contro Demetrio. In Siria 2 popelo malcontento passò a Trifone, ufficiale del re; questi fu dapprima amico di Gionata, poi, ingelosito, lo fece prigioniero a tradimento e l'uccise. L'ultimo dei fratelli, Simone, entrò in negoziati con Demetrio, il legittimo re di Siria, che gli concesse l'indipendenza (112). Fu nominato principe, generale e gran sacerdote a vita. Rinnovò il trattato d'amicizia con Roma, e il suo regno fu un periodo felice per 2 popelo. Ma presto il re di Siria cambiò politica e la guerra scoppiò di nuovo; Simone fu ucciso a tradimento (133), insieme con la moglie e i figli, per opera del genere Tolomeo (v. 212C(201)). Dal 135 al 63 a. C. la Palestina è governata dalla dinastia degli Asmonei (v.) : Giovanni Ircano I (134-104), Aristobulo I (104-103), Alessandro Ianneo (103-76), Alessandra Sidone (76-63), Aristobulo II (67-63). Nel 63 Tempio assoggetta la Iudaea a Roma. Per le astute meno di Antipatro ( = idumeo = ), suo figlio Erode il Grande ( 35 - 4 a. C.) ebbe il pojerce di re concessagi dei Romani, ai quali si ebinava servilmente, eseguendo un programma di cultura ellenistica che metteva talora a disagio la coscienza ebraica.

Fin dal 722 a. C., e specialmente dall'esilio babilonese (sec. vi a. C.), Israele era ridotto alla sola tribù di Giuda; gli Israeliti si chiamarono quindi a Giudei a (Jv. 40, 11-13; 44, 26; Zuch. 8, 23; Zich. 2, 3; 3, 6; 9, 29, ecc.; Eid. 4, 12, ecc.; Neh. 4, 2; 5, 17; 6, 6, ecc.; spessissimo in I-II Mach. e nel Nuovo Testamento). Stm.: R. Kittel, Geschichte des Vulice Israel, I, Stoccardo 1932: II, ivi 1928; III, 1-2, ivi 1027-29; M. L. Margolis a A. Marx, Histoire de peuple juii, Parigi 1930; A. Alt, Die Staatsbildung der Isr. in Palästina, Lipsia 1930; G. Kocioni, Storia d'Israele, I, Torino 1932; II, ivi 1934; W. F. Albright, From the stone age to christinalty, Baltimore 1942; id., Archusings and religion of Israel, 2a ed., ivi 1946; B. Jacob, La tradition historique en Israï, Montpellier 1946; A. Dupont-Sommer, Les Araméens, Parigi 1949.

Con la morte di Erode il Grande, il potere di Roma sugli E. si esercita mediante procuratori (v.) e anche

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medianta i vari discendenti di Erode (v. antipa, acrippa i e iI).

Al sorgere del cristianesimo si verifica l'opposizione tra farisei (v.) e capi del popolo (v. sadducei) da un lato e la dottrina di Gesù dall'altro, principalmente in ordine all'interpretazione della speranza messianica (v. sessiz) e dell'antichità delle legge (v.) massica. Gli Apostoli, e specialmente s. Paolo, concludono il processo di separazione tra cristianesimo e giudaismo, mediante l'esclusione della circoncisione e della legge e l'ammissione di gentili (v.), la quale fu iniziata da Pietro (v. cornelio conturUNE), poi sancita dal Concilio di Gerusalemme (v.) e rivendicata da s. Paolo contro i giudazzanti (v.), specie in Galati (v.).

Dal 66 al 70 ha luogo la guerra giudalca, che segna la fine dell'unità politica degli E., a meno che si voglia prolungare questa fino all'insurrezione a carattere messianico di Bar Kokhêbhâ' (v.). La caduta del Tempio unico di Gerusalemme nell'anno 70 comporta la cessazione del sacerdozio e del culto. Si afferma però la studio della legge, già messo in onore dopo l'esilio beizionese dagli scribi (v.), nelle sinagoghe (v.) tale studio acquista il suo centro. Essendo l'intero popolo dopo il 70 caduto nella dispersione e diopora (v.), la sinagoga divenne, con la relativa lettura e studio della legge, l'unico legame religioso visibile tra gli E. L'êra dei vobîl ( = maestri = ) si apre. I principali iniziatori della nuova fase spirituale d'larade furono R. Jôhânân ben Zakkaj, R. 'Aqlbâ' e con i tannaiti (v.). Frutto del lavoro dei tannaiti è la Miânâh (v.), redatta da R. Jôbâdhâh, il Santo, che espone principalmente, citando i maestri, la dottrina legale (bâlâhhâh, v.), mentre la parte morale-esortativa si raccoglie nei midhrâflm (v. sNDHRÊs). I commenti al testo mûnico dei maestri posteriori (secc. III-v), detti amorsi (v.), formano la gê mârâ'; l'unione della gêmârâ' con la Miânâh costituisce il Talmud (v.).

Essuritesi le "generazioni" degli amorei occidentali e orientali si ha la successione di saborei (v.), mentre svolgono lavori critici intorno al testo biblico i masoreti. Dal sec. viI si va determinando la successione dei gề'ônlm, i quali guidano culturalmente a socialmente gli E. in mezzo al mondo arabo. Di somma importanza fu poi Mosè Malmonide (v.; 1:35-120a), il quale risolve i dubbi religiosi che si erano affacciati attraverso la speculazione filosofica ebraico-araba e formulò i 23 articoli di fede ('iqqarim). Più dei grandi esegesi, ebbero importanza per la vita del popolo i "decisori". Raccolta simatica della tradizione rituale a lagala dei secoli precedenti e nel sec. xv il Sulhân 'drûkh di Jôsêph Caro.

Fin dal florido periodo della loro attività sotto i califfi annajadi di Cordova, ed in specie sotto 'Abd ar-Rahman III, gli E. si andarono caratterizzando in due gruppi : dei sêpharâhîm e degli 'albêndrâm (v. sâkERAZ), con alcune tradizioni proprie nei riti e negli usi.

Correnti contrarie alla tradizione fariseo-rabbinica si ebbero con i caralti, che si impiantarono fin tra i Cazari, il cui re si convertì nel 1140 al giudaismo. Essi ebbero anche esegesi insigui.

Le origini della cabbala (v.), affermatasi nel medioevo, sembrano già antiche. Nel sec. xvr Isacco Luria le diede nuovo vigore, che si manifestò tra l'altro nelle varie esplosioni messianiche di David Râ'dbhênd, di S̉abbêchaj S̀êhhî e del Franek.

Con Mosè Mendelsobn si inaugura apertamente la tendenza "liberale" in seno agli E., i quali cominciano ad uscire dal loro tradizionale isolamento e tendono ad assimilarsi con le Genti. Contemporaneamente però si afferma in senso opposto la tendenza dei bârlâhîm, specialmente nelle comunità dell'Europa orientale. La emancipazione, ufficialmente concessa agli E. nel 1791 durante la Rivoluzione Froncese, favorì la assimilazione e quindi il liberalismo e modernismo. I modern o liberal fesso seguono le tradizioni del loro popolo da un punto di vista più nazionale che dottrinale. Si potrebbe anche parlare di una scissione a proposito di sionismo (v.), ridottasi però oggi con la costituzione dello Stato d'larade, il quale rimedia, almeno simbolicamente, al gâlâth.

Antonino Romeo
II. Lingua. - Rappresentata, prima dall'èra cristiana, dalla Bibbia e da rari testi extrabiblici, la lingua ebraica non si esaurisce nell'ebraico biblico. Infatti l'ebraico biblico, cioè quel complesso di testi ebraici che giunsero a noi nella Bibbia massoretica, non rappresenta se non uno stadio di tale lingua, a causa di una "pianificazione" linguistica cui furono sottoposti i testi biblici lungo i secoli fino al tempo dei masoreti (v. masora e masoreti. secc. viII-x d. C.).

Fu curiosa opinione di rabbini e di alcuni Padri della Chiesa che la lingua ebraica fosse la lingua dell'umanità primitiva; da questa sarebbero derivate le altre lingue. Oggi invece si sa che l'ebraico ha il suo posto nel ceppo semitico occidentale; è lo sviluppo della lingua cananea parlata dai Semiti (?) che prima degli E. occupavano la Palestina.

I primi accenni della lingua di Canaan (v.) sono noti dalle cosiddette glosse cananee contenute nelle lettere di el-'Amârnah, dai copiosi materiali linguistici scoperti presso Rès Samrah, da altre iscrizioni fenice, e dalla grande iscrizione recentemente scoperta presso Karatepe (solo però del sec. IX-viI a. C.).

Le lettere di el-'Amârnah (v.), dirette da principi fenici e palestinesi ai faraoni Amenophis III e IV (sec. xv a. C.), al terzo babilonese in cui sono scritte aggiungono delle spiegazioni (glosse) in lingua del paese. Queste glosse sono preziosi documenti, che rivelano le forme che stanno alla base della lingua ebraica biblica. Così, p. es., la glossa jaskur (lett. 228, 19) rappresenta la forma primitiva dell'ebraico jîakôr, a cui si giunge con un modo,
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(c) La Surrá Bibbia a cura del Pont. Iit. Biblica, II, I libri storici, Firenze 1897, sec. i

Ebret - Stele di Mesa, re di Mosb (sec. IX a. C.).

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comune all'ebraico biblico, di trattare le vocali brevi primitive.

Ras Somrah (v.) pure fornisce notevoli indizi dello stadio (sec. XV-XIV a. C.) della lingua cananeo-fenicia in epoca preisraelitica. Si trova, p. es., in questi testi un significativo uso dei cosiddetti tempi inversi, che costituiscono un tratto cosi caratteristico della sintassi ebraica biblica.

Da questi riscontri si pud dedurre che la lingua ebraica non fu introdotta dagli E. quando occuparono la terra di Canaan, ma preesisteva. Se si volesse fare un'ipotesi circa la lingua parlata degli E. in quell'epoca, si potrebbe pensare all'aramaico (forse un accenno in Deut. ab, 5 "un arameo errante era il mio progenitore": cosi deve dire l'israelita offrendo le primizie al Signore; cf. pure Gen. 31, 20. 24.47) oppure all'amorritico (dialetto cananeo orientale, noto soprattutto dai testi di Mari [v.]). Non è cosa ignota nella storia dei popoli che il popolo invasore, pur sopprimendo il popolo invaso, ne eredití la lingua. Ciò sarebbe avvenuto per gli E. Entrando nel paese di Canaan adottarono, evidentemente in modo lento, la lingua preesistente, e con l'apporto del loro tesoro linguistico trasformarono la lingua di Canaan, nel protoebraico. Questo protoebraico, tipico risultato di un miscuglio linguistico, alla cui base stava il cananeo (tanto che Jr. 19, 18 potrà parlare di una lingua di Canaan) si sviluppò durante i secoli successivi. Ma non si possiede molto materiale per seguire questo sviluppo. Testi extrabiblici sono assai pochi (iscrisioni di Siloe, Mesa, lettere di Lachis, ed altri brevi documenti). Orbene questi testi, che sono più o meno del periodo aureo della prosa ebraica (secc. IX-vi a. C.), non mostrano notevoli diversità dall'ebraico biblico: questa vale soprattutto per le lettere di Lachis, contemporanee al profeta Geremia. Consta però che la pronuncia e la vocalizzazione era spesso diversa da quella fissata dai masoreti, e che in uno stesso periodo linguistico vi erano differenze dialettali (cf. sibbäleth e sibbäleth, lude. 12,6; il pronome relativo al nord era fe-, mentre al sud 'aler).

Tra le caratteristiche di questa lingua vanno notate almeno le seguenti : 1) in fonetica, a lungo protosemitico è riportato in ebraico con un o lungo (arabo salām = ebr. šāläm); 2) in morfologia: la desinenza del plurale maschile è -ím (invece in aramaico e arabo, anzi perfino nella steia di Mesa si ha -ín); 3) in sintassi: il classico uso dei a tempi inversi *, per cui una narrazione di fatti passati è cominciata con un cosiddetto perfetto o continuata con forme verbali che esteriormente sono futuri, mentre il senso è di perfetto; viceversa per la narrazione di cosa futura si incomincia con un futuro e si continua con un apparente perfetto.

La lingua ebraica parlata ebbe un colpo mortale dalle vicende dell'esilio babilonese (secc. vi-v a. C.). Al ritorno, era già iniziato il lento processo di passaggio alla lingua aramaica. Rimase però l'ebraico dei sacri testi, settimanalmente letti nella liturgia. Intorno a questo ebraico (che per la conservazione potrebbe compararsi al latino della liturgia romana) si prodigarono tutte le cure degli scribi, poi dei rabbini in epoca cristiana. La "pianificazione", cioè l'adattamento linguistico, consapevole a no, dei testi, specialmente i più antichi, all'uso corrente, ebbe il suo ultimo e definitivo atto nella puntazione vocalica per opera dei masoreti (v.) La vocalizzazione masoretica ha grandissima autorità, ma non rappresenta se non un ramo della tradizione linguistica, quella tibetiense. E noto che esistevano anche altre tradizioni, quella babilonese, con un suo sistema di postazione vocalica, a quella paleobnese: testimoni pure di tradizioni diverse sono la versione greca dei Settanta (nelle trascrizioni) a a. Girolamo.

Rilevando le caratteristiche e i gradi della pianificazione linguistica, quale risulta dal testo masoretico, si osserva che, nel trattare il testo sacro, pare si sia avuta la mira di intonarlo alla parlata di Gerusalemme. Posto poi il lunghissimo periodo storico in cui vanno reagliaglionati i diversi libri della Bibbia, si nota: 1) massima
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[da B. Torcener, The Lachis Lettre, Ustura cus, p. 231 Esret - Lettere II* di Lachis (sec. vi a. C.).
uniformità nella vocalizzazione (quindi massimo intervento pianificatore); seguono poi in ordine decrescente di uniformità: 2) variazioni soncopantiche; 3) variazioni morfologiche; 4) variazioni sintattiche; 5) variazioni lessicografiche. P. es.: il plurale costrutto di däblatr dagli scritti mossici fino all'ultimo scritto biblico è dato come däblatè: invece si sa da s. Girolamo che ancora ai suoi tempi si avete dabbat.

Dopo che l'ebraico cessò di essere lingua viva, continuò ad avere le cure dei dotti. Si componevano in lingua, che doveva imitare l'ebraico classico della Bibbia, le opere destinate al ceto colto. Sorse cosi (forse ancora sotto l'influsso della lingua parlata?) la collezione degli scritti che contengono il codice religioso extrabiblico: la Mišnāh, la Tōsephth̄̄ (collezione delle tradizioni non conservate nella Mišnāh), ed altri testi. E questo l'ebraico rabbinico, la cui tendenza è di riprodurre la lingua biblica: ma sono entrati in esso molti eremaiseni, grecismi, latinismi. Sotto l'aspetto grammaticale basti ricordare che non sono più usati i tempi inversi, si ha al plurale maschile la desin.-ím (non più-ím) : si forma un nitpa'él (invece del hitpa'él biblico).

Nel medioevo la lingua ebraica rabbinica ha uno sviluppo notevole: di questo lungo periodo sono pregevoli opere di rabbini : si hanno poesie liturgiche (detta piġid) dal greco π ρ α δ τ η ρ ), trattati scientifici, soprattutto esegatici o filosofici. E di questo periodo la creazione della grammatica e lessicografia ebraica (v. Haji σ̄ mathrm{CH} [sec. x], che scoperse la legge del triliterismo anche nell'ebraico; qimcint, famiglia di insigni filologi [sec. xit]).

Da questa lingua ebraica cosi amorevolmente coltivata, è sorto finalmente il neo-ebraico.

Il movimento sionista, che ha oggi portato alla costituzione dello Stato d'Israele, ha dovuto affrontare la questione della lingua comune da imporai agli E. che sono *saliti * (è la parola usata da loro per indicare gli immigrati) da tutta le parti del mondo e che parlano lingue differenti. E ritornò alla lingua dei padri : l'ebraico. Essendo però l'ebraico lingua morta da due millenni, si dovette pensare ad aggiornarla alla necessità della civiltà moderna. L'opera imponente di un ebreo di Odessa, Klieser Ben Iehuda (1838-1922), con il vastissimo Theaenurus tebias Habrathatis (Berlino 1908 agg.), piegò l'idlema della Bibbia alle necessità del sec. xx. E cosi si pud oggi dire in lingua ebraica "luce elettrica ", "radio ",

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"avissione", coc. Si apre in questo modo un nuovo fecondo periodo della lingua ebraica divenuta di nuovo viva.

L'ettivita letteraria ebraica è ormai notevole per le pubblicazioni scientifiche (centro soprattutto l'Università ebraica di Gerusalemme) e pubblicazioni d'indole divulgativa in Tell Asre.

Dipu.: Introduzioni delle grammatiche ebraiche d'indole scientifica, soprattutto di H. Baucr-P. Leander, Historische Grammatik der hebräischen Sprache des Alten Testaments, Holle 1918, e di G. Bergstrasser, Hebräische Grammatik, I. Lipsia 1918. Cf. inoltre: W. Baumgartner, Was mir heute von der hebräischen Sprache und ihrer Geschichte wissen, in Anthropos, 35-36 (16461941), pp. 503-616 (con emplissime bibl.).

Grammatiche più accessibili: J. Tencard, Grammare hébraïque abrégie, Parigi 1005, nuova ed. ridotta di A. Robert, ivi 1949; I. Preti, Elementi grammatiche hebraiche, Torino 1000; F. Escrbo, Gramm. della lingua ebraica, Firenze 1909; P. Jokien, Grammaire de l'hebreu biblique, Roma 1923, ristampa 1947 (ottimo specialmente per la sintassi). Circa la letteratura ebraica possibilità: U. Cassuto, Storia della letteratura ebraica postbiblica, Firenze 1938.

Pietro Boccaccio
EBREI, ePISTOLA agli. - Ultima ( 14^{°} ) lettera dell'epistolario paolino, indirizzata, secondo i più, a giudeo-cristiani. Sotto vari aspetti si distacca dalle altre, sollevando problemi non ancora risolti dalla critica.

Sosialamo: I. Indole letteraria. - II. Contenuto e caratteristica dottrinale. - III. Autore. - IV. Canonicità. - V. Destinatari, scopo e data di composizione.
I. Indole letteraria. - L'e. agli E. ha una propria e inconfondibile fisionomia letteraria.

È priva di certi elementi epistolari, quasi costanti nelle lettere paoline: indirizzo, saluto a benedizione augurali, presa di contatto con la comunità destinataria. Questo si delinea, a tinte piuttosto sfumate, soltanto nel corso dello scritto. I primi versetti ( 1,1-4 ), che vengono talvolta considerati come prologo, sono una decisa entrata nel vivo dell'argomento. Alla fine, pure non mancando un generico saluto ( 13,24 ) e auguri di prosperità spirituale ( 13,20 sg.) e di grazia ( 13,25 ), scarseggiano i segni d'inimità: poche le notizie personali ( 13,19,23 ); non saluti a e da persone determinate: le "guide" sono salutate in gruppo ( 13,24 ), come in gruppo salutano "quelli dell'Italia" (ibid.). Non si può dire, però, che lo scrivente non abbia davanti a sé una comunità determinata e che questa non gli sia sufficientemente nota nei suoi precedenti religiosi.

L'e. agli E. segue uno schema: i singoli punti non vengono, in genere, toccati occasionalmente, ma secondo un ordine prestabilito; anche se non è sempre facile seguire il filo conduttore. Non c'è la consueta distinzione tra parte dogmatica e parte morale: le applicazioni pratiche seguono passo passo lo svolgimento del tema speculativo. Nel cap. 13 si ha una serie di brevi raccomandazioni morali, in mezzo alle quali appare il motivo dogmatico quale fondamento ( 13,9 -15).

Ciò premesso, ci si domanda se l'e. agli E. sia veramente una lettera o non piuttosto un trattato dogmatico o un'omelia. S'è pensato anche che la forma primitiva dello scritto sia stata alterata con un'aggiunta epistolare rappresentata dal cap. 13, o, almeno, da 13, 18-25. Ma tutto il cap. 13 presenta uno spiccolo carattere di unità a ha tono perfettamente epistolare. Esso, poi, per la lingua, per le stile, per la teologia sacrificale ( 13,10 -15 ), collima con il resto dello scritto, che ne è quasi il presupposto necessario. Cosi 13,2 sg. non è che il suggerimento di continuare nella condotta che la comunità tenne fine dai primi giorni ( 10,32 sgg .); 13, 7 suppone 2, 3; com'è palese l'allusione di 13,13 a 11,26 ; di 13,14 a 11 , 13-16 e 12, 22. E cf. 13,4 e 12, 16; 13, 10 e 8,4 sg.; 13, 20 e 12, 14; 7, 22; 9, 12 (C. Spicq).

Ma anche fuori del cap. 31 si trovano formule come le apostrofi " fratelli" ( 3,12 ; 10, 19), "fratelli santi" (3, 1), "carissimi" ( 6,9 ), che non s'addicono a un trattato. Cosi pure 6, 1 sg.; 9, 5; 11, 32 fanno pensare più a chi scrive una lettera, e cerca d'essere breve il più possibile ( 13,22 ), che a chi fa una omelia. D'altra parte,
di coloro a cui s'indirizza l'autore conosce le condizioni spirituali ( 3,11-14 ; 6,9-12 ), i pericoli a cui si trovano esposti ( 2,1 sgg .; 3, 12 sg.; 4, 1. 11; 10, 25 sgg.), e le buone azioni compiute ( 6,11 ; 10,32 sgg.).

E tuttavia, che l'e. agli E. abbia qualcosa di più solenne e di meno epistolare, fa dice lo scrittore stesso, deliberdola un "discorso d'esortazione" ( 13,22 ) a ricorrendo di frequente ad espressioni proprie dello stile oratorio: 2,5 ; 5,11 ; 6,9 ; 7,9 ; 8,1 ; 9,5 ; 11,32. Si comprende, cosi, l'indicista posizione di J. Moffatt (p. 200) sg., e in Introduction to the literature of the New Testament, 3^{°} ed., Edimburgo 1918, p. 428 sgg.), di O. Michel (p. 6), di T. Fr. n e- J. Behm (Einleitung in der Neue Test., 8^{°} ed., Lipsia 1936, p. 215 sg.), di H. Windisch (p. 123 sg.), di P. Bonnetain (Grâce, in DBs. III, col. 1060) e d'altri, che, con sfumature diverse, vedono nell'e. agli E. un'omelia in veste di lettera a uno scritto che non è né lettera vera e propria né omelia. Ma queste tracce di stile oratorio nella veste epistolare non provano che si trattasse, originariamente, di un discorso, chiuso poi nel quadro di una lettera, potendosi il fenomeno spiegare per le abitudini dello scrittore alla parola viva.
II. CONTENUTO E CARATTERISTICA DOTTRINALE. Benché l'e. agli E. non distingua n