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le fiemme: più importanti ancora quelle per il calendimaggio, che si conservano specialmente in vari paesi dell'Appennino emiliano: comitive di giovani girano di casa in casa, recando ramoscelli fioriti e adorni di nastri e cantando canzoni di questua con l'annuncio che a maggio è arrivato a. Oltre che i maggi lirici, composti prevalentemente in strofette di ottonari, esistono anche i maggi dramamatici, cioè vere e proprie rappresentazioni di soggetto epico-cavalleresco o sacro e storico, eseguite all'aperto con accompagnamento di organetto o violino: tali maggi si ripetono talvolta anche durante la stagione estiva in mezzo ai boschi. In rapporto con il cielo dei lavori compestri sono da mettere anche alcune femose fiere tradizionali come quella di s. Giovanni (24 giugno) a Ravenna, di s. Pietro ( 89 giugno) a Fiemza, di s. Lorenzo ( 10 ag.) a Cervia, che dànno luogo a originali festività popolari (tombole, girandole, gare, ecc.). Carattere festoso assumono anche alcune delle principali opere agresti come la sfoglieria del granoturco e la gramolatura della canapa, che dànno occasione all'inizio o alla proclamazione di fidanzamenti fra la gioventù contadina. Così, sempre viva e ricca di motivi burleschi è la festa di s. Martino (11 nov.) in occasione della svinatura.

La vita rurale si rispecchia anche abbondantemente nei canti lirici monostrofici che in E. assumono apesso la forma di una quartina (talora con le rime ABCC) e che in taluni luoghi, specie nel basso Ferrarese, vengono chiamati romanelle, nome caro al Carducci. Molto ricco è anche il patrimonio tradizionale di proverbi sul tempo e sui lavori agricoli, materia alimentata dagli almanacchi popolari che si stampano da secoli in varie città come Reggio Emilia, Fiemza (c Lianeri di smembar s, ecc.). Vedi tnvv. XXV-XXVI.

Tra le manifestazioni di religiosità popolare merita speciale segnalazione il culto della Madonna di S. Luca (Bologna). Numerose leggende sono fiorite intorno all'immagine stessa e alla forme di culto a cui ha dato luogo attraverso i secoli. Altri ventuari molto venerati, sempre nella stessa provincia di Bologna, sono quelli della Madonna di Beccadirio e del Monte delle Formiche. Antiche e molto graziose luvolette dipinte per co-colo si conservano nella chiesa della Madonna del Monte (Cesene). Particolari forme di venerazıone sono fiorite anche intorno alla Madonna del Fuoco, a Forlì, la cui immagine viene spesso riprodotta con quella di s. Gregorio e di s. Antonio abate nei plaustri, i grandi carri agricoli, dipinti a vivaci calari e tuttora in uso nelle pianure emiliano-romagnole.

Caratteristiche espressioni dell'arte popolare sono anche le coperte stampate a ruggine, con cui si coprono i bovi durante l'inverno, le ceramiche rustiche, le gramole per la canapa dipinte con gli stessi motivi formali dei carri e delle castellate (botti ohlunghe con cui si porta il mosto in città, dopo la vendemmia).

Abbastanza ben conservato, specie nelle province di Bologna e Reggio, le antiche danze popolari, come il bollu del feri, la galletta, il ruggiero, ma soprattutto il treccane, tipica danza di corteggiamento.

Bibl.: M. Placucci, Usi e pregiudizi dei contadini della Romagna. Forli 1818; J. Bocchialini, Rispetti d'umare raccolti nell'Appennino normano. Parma 1924; P. Tonchi, Romagna salama. Milano 1925; G. Gavazzi, L'E., ivi 1926; O. Tretche, U. Ungeselli, Castrummes e tradizioni del popolo bolognese, con postive musicali di canti e danze, Bologna 1932; G. L. Iprino, Frammenti rimasti della temperantura regnana, Reggio Emilia 1940. Molu saggi e articoli di folklore emiliano si trovano nelle antiche di La stucuma montagna, ritrusa fondata e diretta da Giuseppe Micheli, a Parma, dal 1917 con interruzioni.

Pardo Toschi
EMILIA, santa: v. BABILIO e EMMELIA, santi.
EMILIA MARIA GUGLIELMA DE RODAT, santa. - Fondatrice delle Suore della S. Famiglia, n. nel castello di Drouelle (Rodea) il 6 sett. 1787. m. a Villefranche il 19 febbr. 1852. Senti fino da giovinetta l'attrettiva alla vita religiosa, ma avendo tentato invano di entrare in vari istituti religiosi, si diede a sfogare l'ardore della sua carità nell'assistere gli umili, specialmente i bambini delle famiglie più povero e bisognose, i malati, gli orfani e i carcerati. Nel 1815 aprì nella sua camoretta a Villefranche la prima scuola per le fanciulle povere e già l'anno seguente, 18:6, si trasferiva in una povera casa con alcune sue compagne, dove, guidata dal suo direttore spirituale A. Marty, dava principio al suo istituto, che governò poi per 32 anni.

Ebbe e superare, oltre ai disagi della miseria nella
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(po. Nauti)
Emilia M. G. De Roday, santa - La stanza del castello, ove nacque S Santa. Druelle (Francia).

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nuova cosa, anche contraricta e contraddizioni, che minaccavano di far morire sul nascere la sua opera; ma la sua costanza e piena fiducia in Dio la vinsero e l'istituto prese a fiorire meravigliosamente, tanto che alla sua morte contava 36 case. Prodiga delle sue energie, umile nei favori divini, raggiunse in breve l'errimmo della santità. Fu benificata il 13 giugno 1940 ; canonizzata il 23 apr. 1950.

Biel: E. Richard. La tó́a. Suclic de R.. 5^{°} ed., Parmi 1913: AAS. 32 (1940). pp. 398-403; 42 (1950). pp. 321-24: M. E. Pietzonarchi, S. E. de R.. jomdatrice delle Smare della S. Famiglia. Roma 1950.

EMILIANA, santa. - Zia di a. Gregorio Magno, vissuta nella Roma del sec. vi, consacró a Dio la sua verginità, insieme alla sorelle Tarsilla e Gordiana.

Mentre Gordiana, nonostante gli esempi e le esortazioni delle sorelle, cominciò presto a scomare di fervore e ad abbandonarsi alle mondanità, E. restò fedele ai suoi propositi, anche dopo la morte della sorella Tarsilla. Anzi quest'ultima, una notte, le apparve a le disse: - Vieni; se ho passato il Natale santa di te, non passerò l'Epilania. E poiché E. si mostrava preoccupata della salvezza della sorella Gordiana, Tarsilla disse: - Vieni la stese; Gordiana ritornerà nel mondo - Come le era stato predetto. E. mori poco prima dell'Epilania. Non si conosce l'anno. Si festeggia il 5 genn.

Buel: Gregorio Magno. Homeliorum in Eumaelia libri don. Hom. 58: PL 76, 1290-22: Acta SS. Irenarii, I, Venezia 1754. p. 287 190.

Irenae Daniele
EMILIANI, GIRGLAHO, santi: v. GIROLAMO EMILIANI, santi.

EMILIANI-GIUDICI, Paolo. - Letterato, n. a Mussomeli (Caltanissetta) il 3 giugno 1812, m. a Ore (Hastings) il 14 ag. 1872. Domenicano, insegnò filosofia nel convento palermitano dell'Ordine, che in seguito abbandonò, stabilendosi in Toscana per sottrarsi alla polizia barbonica. Professore di cinquenza nell'Università di Pisa, si dimise perché accusato di tendenze protestanti; quindi insegnò estetica nella Accademia di belle arti in Firenze. Fu deputato al Parlamento. A lui si deve in gran parte l'istituzione della cattedra dantesca fiorentina (1859), alla quale fu chiamato G. B. Giuliani.

Scrisse la Storia politica dei municipi italiani (Firenze 1851), la Storia del teatro d'Italia, con un'appendice di scavi rappresentazioni (Milano 1860), e tradusse la Storia d'Inghilterra di T. B. Macaulay (Firenze 1852-53). La sua opera maggiore rimane però la Storia della belle lettere in Italia (Firenze 1844), ristampata col titolo di Storia della letteratura italiana (ivi 1855), la quale conclude con ginalmente la problematica stociografica del primo Ottocento, in una sintesi lucida, anche se non sempre valida, del travegito letterario italiano, determinato, secondo la visione anticlericale dell'autore, nelle sue fasi di splendore e di decadenza, dal sormontare, rispettivamente, delle idee ghibelline e gucife, in perenne antagonismo. Nonostante i suoi limiti, dovuti alla fluttuazione tra l'interesse per i valori espressivi e quello per i valori contenutistici, alla pensione architettonica non sussidiata da un'adeguata base analitica, alla sostanziale serdità per i genuini valori poetici e psicologici dei singoli scrittori, la Storia costituisce una dei più notevoli tentativi predestinutisiani di configurazione sistematica della vicenda letteraria.

Buel: E. Camerini, Nuovi profili letterari, II, Milano 1875. p. 226 292: Domusce a P. S.-G. nell'Università di Palermo, Palermo 1903; E. Scolarici, P. E.-G., ivi 1917; P. Chiesinelli, La fortuna di Dante nella cristianità riformata, Roma 1921, pp. 145191; G. Rossi, P. E.-G. e la storia letteraria dell'età romantica, in Cucumana, 11 (1939), pp. 402-60; G. Gento, Storia delle storie letterarie, 2^{°} ed., Milano 1946, pp. 178-90; G. A. Borgese, Storia della critica romantica in Italia, 2^{°} ed., ivi 1946, pp. 304-22. Enzo Navarra

EMILIANO, santo, martire. - Servo di un pagano di Durostorum nella Mesia, nel luglio del 362, durante una festa organizzata dal vicario della Trecia, Capitolino, entrò in un tempio incustodito ab-
battendo le are e rovesciando gli idoli. Fu accusato un cittadino, ma E. si costituì spontaneamente. Fu processato, flagellato e condannato ad essere bruciato vivo. La sentenza fu eseguita il 18 luglio sulle rive del Danubio, ed il suo corpo fu soppolito in una località a 3 miglia da Durostorum. La storicità del suo martirio è assolutamente certa, perché attestata da parecchi scrittori ecclesiastici antichi, ma gli Atti, quali oggi esistono, benché provenienti da un testo autentico e forse contemporaneo, furono certamente rimaneggiati.

Biel.: Teodoro, Hist. recl., III, 3; Acta SS. Iulii, IV, Parisi 1868, pp. 370-76; Synax, Cuculum/imp., col. 817; H. Delehaye, Saint de Thrace et de Mésle, in Anal. bull., 31 (1912), pp. 260-65; Martyr, Romanum, p. 294. Agostino Amore

EMINESCU, MihaL. - Il maggior poeta romeno, n. a Ipocepi (Botoeani) il 15 genn. 1850, m. a Bucarest il 15 giugno 1889.

Sedicenne, pubblicò versi sulla rivista Familia (1866) che lo resero celebre; frequenro poi la facoltà di lettere a filosofia a Vienna e Berlino (1869-74); fu membro dell'essociazione letteraria Junimea (La gioventù) e successivamente bibliotecario dell'Università di Iasi, ispertore scolastico, redattore del giornale Vingod (1877-83).

Ruso da una malattia cronica e angosciato da avvenimenti politici, dispera dell'avvenire della patria e, nell'ultimo canto di rivolta dell'intera stirpe, la Dolma ( 5 giugno 1885), esaurisce la sua energia spirituale e il 28 giugno 1883 perde la ragione. La sua poderosa attività comprende: Il principe azzurro del figlio (1875); Colin (1876); La fiasa del bosco (1878); Gh. resto: La preghiera di un Daco (1879); Epistola terza (1881); Sotto i pioppi dispari, Diana, Espero (1883); Le steile nel cielo; Una sola brama, Dolma, le novelle Il povero Dionigi (1872), e Cesara (1876), oltre a vari saggi politici e sociali. I differenti atteggiamenti religiosi delle liriche si spiegano come espressione degli stati d'animo per cui è passato il suo spirito agitato. Il buddhismo, Giordano Bruno, Kant e Schopenhauer esercitarono un forte influsso su di lui. Nel saggio La religione (1880), scritto in occasione dell'enciclica di Leone XIII contro i nichilisti e i comunisti, esalta il cattolicesimo come assertore di una più evoluta umanità; nell'articolo Gli iconografi del signor Beldimio (13 nov. 1888) esalta la bellezza delle immagini sacre italiane. Egli rende alla proiezione del particolare nell'universale, donde l'afflato cosmico e religioso che pervade il suo più intimo canto.

Biel: Osere: Poesie, trad. h. di R. Ortiz, Firenze 1927: Poesie treble, testo romeno e trad. di U. Cianciolo, Modena 1941, Studi: C. Tagliavini, M. E., Roma 1925; Bidetimil - Al. E. 1930 seg. G. Benoni, La poesia di M. E., in Architrom Romanicum, 1940, p. 3 seg.; P. Ciurcanu, E., Genova 1946. Petru Iroaio

ERLY, diocesi di: v. cashel e sMLY, arcidiocesi di.

EMMA (Hemsta) di Gure, santa. - N. nella seconda metà del sec. x, da nobile famiglia, m. a Gurk il 29 giugno 1945. Dopo la morte del marito Guglielmo (1016), conte di Friesach-Zeltachach, e del figlio Guglielmo (1036), conte della Marca della Sanna, distribuì le sue immense sostanze per il bene del popolo e per opere di religione. Fondò e dotò parrocchie, offrì vasti territori per l'erezione del monastero di Admont, e eresse a Gurk un monastero per Benedetto (1043).

E considerata come la fondatrice della diocesi di Gurk per il fatto che l'arcivescovo Gebardo di Salisburgo, nell'originale (1072) si servì della ricca donazione lasciata al monastero della stessa città. Fu sepolta nella cripta della nuova Cattedrale (1174), centro di pellegrinaggi. Suo culto si diffuse rapidamente anche fuori della Carinzia, nella Slovenia e Sinta, tanto che nel 1466-67 fu istituito il processo apostolico di canonizzazione, che non ebbe seguito. Solo il 5 genn. 1938, Pio XI ne approvò il culto con la clausola - sancta moneupata - (AAS, 32 [1940], pp. 309-11). La festa si celebra il 27 giugno.

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Ema di Goun, santa - Incisione in legno di L. Hola (1935).

Bim. : Tutto il materiale storico sulla vita e sul culto si trova riunito nella Postito super Casi excepto (S. Rit. Cnagreg. Sectio Hist., 26). Città del Vaticano 1037: J. Lhve. S. Hemmabichlein, Riegentiars 1931; D. Vimbe, Hemma cnu Gurb, 2* ed., Monaco 1930; A. Kreane, Sanht Hemme, Mödling 1940. Giuseppe Lön.

EMMAUS. - 1. Città celebre nella storia dei Maecabei (I Mach. 3, 40; 4, 3; 9, 50), capoluogo di toparchia nel 47 a. C. (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., III, 5), ridotta in cenere da Varo nel 40 a. C. (id., Anica. Ind., XIV, 122). Nei sece. II-III fu ricostruita e ricevé il titolo di Nicopolis, ma nel 637, caduta sotto il potere dei musulmani, perdé d'importanza. Oggi è 'Amwda, villaggio vicino a Latrün, 830 km . da Gerusalemme sulla via di Giaffa.
2. Terrena di E. - Fu ceduto da Vespasiano ad una colonia di 800 veterani, distante 30 stadi da Gerusalemme. Il nome di E. è assai dubbio, giacché la versione latina porta Amassa, che corrisponde ad Amosa di Ios. 18, 26, identificata con il villaggio di Qolönijieh a 6,5 km. da Gerusalemme.
3. Villaggio di E. - Gesú, il giorno della Resurrezione, vi si manifestò a Cleofa e al suo compagno (Lc. 24, 13-26). Tre luoghi rivendicano l'onore di essere l'E. evangelico, ma il testo, la tradizione e le rovine non portano ad esplicite preferenze. La maggioranza dei più importanti codici e delle versioni fissa la distanza da Gerusalemme al villaggio a 60 stadi; 6 codici unciali greci, tra i quali il Sinaitico (sec. iv) ed alcuni; minuscoli hanno invece 160 stadi. I critici generalmente preferiscono la lezione 60 , opinando che la lettera greca del numero 100 sia stata aggiunta alla cifra 60 per armonizzare il testo con la tradizione allora vigente dell'E. evangelico a Nicopolie, distante, per la via più battuta e comoda, 160 stadi da Gerusalemme. L'antica tradizione (Ori-
gene, Eusebio di Cesarea, s. Girolamo. Sesomeno) fino all'epoca crociata conosce soltanto l'E.-Nicopolis e non trova inverosimile che i due pellegrini evangelici abbiano percorso fra andata e ritorno, in un solo pomeriggio, 320 stadi e cioè 60 km .

I Crociati in un primo tempo riconobbero il Castellems E. a Qolönijieh, distanto 30 stadi da Gerusalemme, nel luogo detto oggi Abô Gôk, dove si conserva la chiesa costruita nel 1:45 dagli Ospitalieri sopra la casiddetta - fancana di E. - Nel 1172 il pellegrino Teodorico vi indicava il -Castellum E. quod moderni Pontensid vocant -. Ma più tardi (la documentazione comincia nel 1282), tutti i pellegrini indicano e visitano l'E. evangelico ad un villaggio o 11 km . ( =60 stadi) a nord-ovest di Gerusalemme, detto dagli Arabi el-Qubejbeh.

Le imponenti rovine di 'Amwâs, ove valenti archeologi hanno riconosciuto una chiesa a tre absidi, sorta nel sec. III, con trasformazioni nel sec. VI e nel XII, non hanno offerto nessuna attestazione positiva in relazione al fatto evangelico e non mancano dei tecnici che si riconoscono un monumento romano adstinto nel sec. IV o vi in chiesa. A el-Qubejbeh, che recenti scavi hanno mostrato già abitata all'epoca maecalistica, nel 1901 fu dai Padri francescani codificata la chiesa crociata, su resti d'epoca bizantina, con inclusi nella navata settentrionale i muri di un casa che i pellegrini dicevano quella di Cleofa. Il luogo, sebbene in armonia con la cifra 60 stadi e con le circostanze della narrazione evangelica, manca però di una tradizione toponomastica, per quanto sia significativo che i Crociati lo designassero come Castellum E., e di un consenso archeologico sull'antichità dei resti della casa, detta di Cleofa, e della primitiva costruzione della chiesa.

Bim.: L.-H. Vincent, F.-M. Abel. E., sa lmiliare et suo bistoire, Parigi 1932; D. Baldi, Euthrodion Locorun Sanctorum, Gerusalemme 1032, p. 897; E. Bagati, I monumenti di Emonomid Oulorbe e dei dintomi, ivi 1947.

Dunatu Baldi
Iconografia di E. - Le rappresentazioni dell'arte cristiana riferentisi al passo del vangelo di s. Luca, si distinguono in tre gruppi : l'incontro del Cristo con Cleofa e il suo compagno, il loro viaggio verso E. e la cena.

In un frammento di sarcofago conservato nel Museo delle Terme a Roma qualche studioso ha creduto riconoscere la rappresentazione della cena in E. Tuttavia, malgrado li appaiono sedute presso un desco tre figure, una della quali, barbara, è nell'atto di correre e le altre due di prestare grande attenzione al suo racconto, gli archeologi hanno in genere respinto quella suggestiva interpretazione (Wilpert).

E invece abbastanza frequente durante il medioevo la rappresentazione del viaggio di Cristo verso E. e del suo incontro con Cleofa ed il compagno di lui. Il viaggio lo vediamo nei musaiti di S. Apollinare Nuovo e Ravenna, nell'Evangeliario greco n. 74 della Biblioteca di Parigi, negli affreschi di S. Angelo in Formis che sono dell'al sec., nei musaiul di Murevale dei sec. XII, mentre in un manoscritto, che è a Monaco di Baviera e che appartiene al sec. IX, il Cristo appare come sacerdote presso un altare accanto a due personaggi. Ancora scene dell'incontro di E. e della cena sono nel Salleria Albani di Hildesheim e quindi nell'arte duecentesca e trecentesca, ad es., nella Mostid di Duccio nel Museo dell'Opera del Duomo di Siena.

Pit̀ frequente ancora esse diverranno nella pittura del Rinascimento. Il Beato Angelico rappresenterà la scena dell'incontro in una lunetta del Convento di S. Marco e Firenze dove il Cristo è in abito da pellegrino a Cleofa e il suo compagno hanno l'abito dei Frati domenicani, mentre con intendi più veristici rappresentano la scena delle cena Giovanni Bellini nella chiesa di S. Salvatore a Venezia e quindi Tiziano e Paolo Veronese in due quadri del Louvre e il Rembrandt in un quadro pur esso si Louvre. Anche il Caravaggio dipingerà una cena in E. in una tela già nella raccolta Patrizi a Roma ed ora nella Galleria di Brera a Milano, mentre Jacopo Chi-

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menti da Empoli la raffigurorà, quasi ormai una scena di genere per il realismo dei particolari, in una tela della raccolta Schifff-Giorgini a Roma. - Vedi tar. XXVII.

Bist.: K. Kúnatle, Ihmmoraplite der chritlichen Kunst, Friburga 1928, p. 511 sge.; Wilpert, Zutrelagi, II, 2. 345.

Emilio Lavagnino
EMMERANO, santo. Vescovo missionario nella Baviera o alla corte dei duchi bavaresi nel sec. vir o all'inizio dell'vini. Il suo biografo Aribo, vescovo di Frisinga (ca. 702 ) lo dice m. a Poitiers in Aquitania o vescovo della sua città natale. Fu certamente vescovo, ma forse fu un vescovo itinerante, senza sede fissa. Secondo Aribo, E. lasciò la Gallia per predicare il vangelo agli Avari in Pannonia, ma si fermò per 3 anni nella Baviera. Poco prima di un suo viaggio a Roma fu barbaramente sevisisto da Lantberto figlio del duca bavarese Uta, per il falso sospetto che avesse sedotto sua sorella. Morì poco dopo, presso la villa ducale di Aschheim dove fu sepolto nella chiesa di S. Pietro, e dopo 40 giorni trasferito a Ratisbona nella chiesa di S. Giorgio, detta poi di S. Emmerano. Fin dall'inizio fu venerato come martire. La sua festa è il 22 sett.

Bist.: B. Krusch, Vita di s. E., in MGH, Script. rer. Merowing., IV, pp. 457-506; B. Bego, Vita s. E., in Anal. Bolf., 5 (1859), pp. 226-23; A. Bighesir, Die Anfänge des Christentums in Bayern, in Festgabe für A. Knäpfler, Morsum 1907, pp. 1-24; P. Kuldingafelder, s. v. in LThK, III, col. 638 sg . Lucchezio Spätling

EMMERICK, Anna Katharina. - Mistica, n. 1'8 sett. 1774 a Flamahe presso Coesfeld (Westphalia), m. il 9 febbr. 1824 a Dülmen. Figlia di poveri ma religiosissimi contadini, che educarono i loro nove figli all'amore di Dio e del prossimo e al senso del dovere, E., di salute sempre malferma, palesò presto inclinazione alla preghiera solitaria e alla devozione verso il Redentore appassionato, devozione favorita dal commovente crocifisso medievale di Coesfeld.

Non esente da scrupoli, nella sua gioventù lotta decisamente contro i propri difatti. A sedici anni sente la prima chiamata alla vita claustrale. A questo disegno si appongono per lunghi anni continue difficoltà, nel corso delle quali A. K. interiormente si unisce sempre più alla Passione del Signore; ed è allora che, a sua stessa detta, sente i dolori della coronazione di spine, però senza segni visibili. Dopo molte prove a rinunce, purificate interiormente, A. K. nel sett. 1802 viene accolto a ventotto anni come corista presso le Agostiniane di Dülmen. La sua cagionevolezza, di cui le consorelle non si compenserano possamente, diventa per lei una fonte d'incessanti dolori. Intanto A. K. si distingue per una grande fedeltà nell'os-
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(182 G. H. Vincent - F. M. Abel, E., in bestiogau di suo bizzarro, Parigi 1822, fasc. 2) Emmaus - Pionta della basilica cristiana di 'Amurès (socc. 111-11).
servanza dei voti, compresa la povertà, a soprattutto per una profonda vita di orazione, in cui l'idea dell'espiazione occupa il primo posto.

Nel chiostro riceve i dolori interni delle stimmate del Redentore e dopo la chiusura del monastero, verso la fine del 1812 , anche le piaghe visibili, di una realtà così autentica da sfidare ogni dubbio. La sua conoscenza di cose occulte, esternantesi in cardiognostia e in visioni, è abbondantemente superata da una vita di profondissima interiorità, che si rivela in patimenti espiatori, in assistenza ai poveri e in infiammato amore di Dio. Dopo la morte, che la liberò da strazianti dolori, la sua venerazione cresce sempre più presso il popolo, da cui le sono attribuite numerose grazie.

La pietà del popolo cristiano, anche fuori della Germania, fu, sposta nella devozione alla Passione di Gesù, ampiamente influenzata da tre libri che a lei risalgono: L'acerba Passione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo (1833); Vita della santa Vergine Maria (1852); Vita di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo (3 voll.,

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1858-60). Le ricerche di W. Hümpfner hanno mostrato che l'apporto di Klemens M. Brentano (v.), al quale è dovuta la redazione di queste opere secondo le visioni di A. K., è in tanto imponente da non potervia; più distinguere dalle comunazioni letterali della veggente. La discussione scientifica sul vero carattere delle sue visioni ha avuto l'inconveniente di ricacciare temporaneamente nell'ombra il contenuto religioso e la missione religiosa della vita della stimolotizzata di Dö̈men. La sua beatificazione, della quale si è introdotto il processo, è desiderata da molti fedeli.

BibL.: Ultime edizioni delle note di Brentano: Das bittere Leiden unseres Herrn Jesus Christus. Nach den Geshichten der Diererin Gatter A. K. E. mit einem Lebembild der Seherin, ed. riveduta da A. Michaitach. Gatz 1933: Das Leiden unseres Herrn Jesus Christus und Seiner bl. Mutter. Aus den Tagebächern von Cl. Brentano, edito da O. K. Bücher. Monaco 1937: J. Sande, Les grandes visions de A. C. E., Parigi 1948. Particitemonte benemerito delle indagini sulle fonti nella cucatione emmerichiana i. W. Hümpfner. Brentanos Glaubwünligheit in seinen E. Aufzeichnungen. Würebura 1923; id., Tagebuch der Dr. med. Fr. II'. Wagner über A. K. E., ivi 1928; id., Übersicht über die Literatur über A. K. E., in Theologie und Glaube, 16 (1924), pp. 455-82: A. Stockmann, Der heutige Staud der A.K.E. Forschung, in Stitumen der Zeit, 119 (1936), pp. 292-306, 444-60. Sulla questione delle visioni: A. v. Edlinger, A.K.E. als Zeugerin, Basilea 1929. La più importante biografia recente è: H. J. Seller, Im Banne des Kreuzen. Lebembild der stigmatisierten Augustinerin A.K.E., Würzburg 1940 (elaborato sulle fonti e con una buona bibl.).

Carlo Baus
EMMERICO d'Ungheria, santo. - Figlio di s. Stefano, re d'Ungheria, e di Giaella sorella di s. Enrico II, re di Germania. N. nell'anno 1007 a Stuhlweissenburg, venne educato dal vescovo Gerardo di Csanad. E., il più fedele dei collaboratori del padre, doveva compierne l'opera nel rendere l'Ungheria uno Stato unito nazionale e cristiano, ed a questo scopo s. Stefano scrisse per lui le A d monitiones che fanno parte del Corpus inris Hungarici, ma mori prematuramente il 2 sett. 1031. Papa Gregorio VII lo dichiarò santo nell'anno 1083 insieme al suo genitore. Nel 1921 fu proclamato pa-
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Emorronas - Affresco del sec. III nel cimitero del SS. Marcellino e Pietro - Roma.
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(Int. Allieati)
Emorronas - Particolare del mucoloo del duomo di Monreale (Rive sec. viI).
trono della gioventù ungherese associata nella = Focderatio Emericiana =.

BibL.: Acta SS. Novembris, II, 1. Bruxelles 1804, pp. 477-91; B. Homan. Geschichte des mogarischen Mittelalters, 1. Berlino 1940, p. 235 129.; id., König Sizplian I der Heilige. Breslavia 1941, pp. 245-55.

Miroslav Štumpf
EMORROISSA. - La primitiva arte cristiana funeraria ha rappresentato la guarigione dell' E. narrata dal tre sinottici (Mr. 9, 20-22; Me. 5, 25-34; Lc. 7, 43-48) o nel momento in cui la donna, inferma da dodici anni, si avvicina alle spalle del Signore e tocca il lembo del suo vestito e subito si sente guarita, o nell'istante in cui il Signore si volta e dopo aver domandato chi l'ha toccato, dice alla donna prostrata ai suoi piedi : "La tua fede ti ha salvata, va in pace, tu sei guarita ". L'E. fu simbolo della profonda fede degli antichi cristiani nella divinità taumaturgica del Redentore.

La scena più antica è quella nel cimitero di Pretestato tra la fine del sec. II e l'inizio del sec. II: (Wilpert, Pirture, tav. 20); altri esempi sono noi cimiteri di Domitilla e dei SS. Marcellino e Pietro (id., loc. cit., tavv. 98, 130; G. P. Kirsch, Un gruppo di cripte dipinte del cimitero dei SS. Pietro e Marcellino, in Riv. di arch. crist., 7 [1930], p. 211, 89, 3]; nella scultura funeraria si hanno esempi in sarcofagi di Rome, Civitocastellana, ClermontFerrand, Milano (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 300; tavv. 39, 1; 123, 2; 124, 3; 143, 5).

Ma la rappresentazione del miracolo non si limito all'arte funeraria. Nel sec. v s. Asterio di Amesea deplora il lusso smodato di alcuni cristiani che sui loro vestiti

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facerano dipingere scene evangeliche e tra queste nomina il miracolo dell'E. (PG 40, 168). Fia tardi si trova riprodotto nei mosaici della basilica di S. Martino in caelo aureo (oggi S. Apollinare nuovo) in Ravenna; il supercile distico dichiarativo, attesta che era rappresentata pure nella Basilica Ambrosiana in Milano; anche alcuni avori, come la pisside di Pessara, la capsella di Brescia la riproducono. Più tardi ancora nei cicli biblici delle chiese come a S. Angelo in Formia (acc. xI).

Bull.: H. Leclercis, Heraerritate, in DACL. VI, II, coll. 2200-2205.

Enrico Josi
EMOZIONE. - J. Psicologia. - E la reazione a una sensazione, o immagine, che viene a turbare il nostro equilibrio organico o psichico, reazione costituita, come un tutto unico, da un particolare stato affettivo corrispondente al risveglio di determinati istinti e da modificazioni organiche.

Gli esseri animati tendono naturalmente verso cio che i loro sensi rivelano essere necessario o utile alla conservazione della vita individuale e della specie. Tale tendenza si manifesta con avariati impulsi di avvicinamento o ripulsione verso le azioni e le cose che, vicine o lontane, più o meno facilmente perseguibili o evitabili, possono soddisfare a possono invece impedire queste naturali esigenze. Tali impulsi dall'ipperito sensitivo, fondati sugli istinti naturali, creano una particolare risonanza affettiva congiunta generalmente a una risonanza organica; quando c'è questo si può parlare di c. Qui, però, si prescinde dalla questione - riprovendola in quanto intende esaurire il costitutivo essenziale dell'e, in un elemento isolato di essa - sulla precedenza della reazione fisica (teoria periferica del sentimento, W. James, R. Lange) o di quella affettiva (teoria intellettualistica classica) e della conseguente reciproca causalità, e si distingue accuratamente il fatto psichico da una sua eventuale coscienza, logicamente posteriore.

Appure chiaro allora la distinzione - più di grado che di spazio - fra le e, cosiddette infertori, prodotte direttamente da uno stimolo organico, che si potrebbero chiamare sensazioni affettive (di fame, piacere sensibile, ecc.) e le superiori, provocate solo indirettamente da uno stimolo esterno, che risveglia una particolare situazione di coscienza e si accompagna con una rilevante risonanza organica (di paura, di antipatia, estetica, religiosa, ecc.) che sono vere e, umane.

L'e, è dunque un fattore naturale e necessario della vita umana, ed ha una funzione direttiva delle azioni del soggetto, tendenti a realizzare il suo bene, ordinandole a ottenere uno stato di equilibrio di fronte al mondo ambientale e guidandole quindi nel continuo movimento di adattamento al perenne mutare a rinnovarsi di stimoli esterni. In questo complesso meccanismo automatico che si forma, si consolida e si moltiplica con il crescere degli anni, della cultura e delle esperienze, in relazione anche al carattere del soggetto, basta provocare uno degli elementi per suscitare l'e.; e come la sensazione esterna mette in moto il meccanismo, cosi vi può influire un intervento nella vita esolutistica, sostrato fisiologico dell'istinto. La ragione e la volontà possono intervenire sia nella composizione del complesso, sia, tanto più quando si è consolidato, nell'autoprovvicasione di esso mediante un'idea o rappresentazione adeguata.

Quando gli stimoli appaiono improvvisi, o eccessivi, la reazione pure acquisterà un tono rilevante e si potrà allora parlare di e, violenta (che alcuni denominano e-vince, mentre altri, come A. Gemelli, propongono le vange riservate, per motivo di chiarezza, il nome di e., lasciando alle precedenti il semplice appellativo di sensazione e sentimento), caratterizzata e da una più violenta risonanza organica, capace talora di provocare danni, anche irrimediabili, alla salute fisica, e da una azione generalmente dolorosa sulla psiche, essendo atta più a scompaginare l'equilibrio affettivo, che a dirigere al suo fine l'azione
del soggetto. In via normale si cercherà di evitare questa forma violenta di e., atta a creare situazioni anormali, spesso dannose alla vita dell'uomo, allontanandone le cause, per quanto è possibile, dalla propria e dall'altrai esistenza; particolarmente da quella dei fanciulli, nella cui psiche potrebbe lasciare tracce indelebili, e, in genere, delle persone più deboli per età e salute. Talora potrà accidentalmente ricoprire un ruolo provvidenziale, sia per l'organismo, eccitando funzioni intorpidite, correggendo attività sregolate, utilmente influendo su complessi psichici anormali, sia per la vita spirituale, come spinta a maggior riflessione e serietà, a conversione a a maggior fervore (è noto l'episodio che spinse Lutero alla vita monastica). Si noti peraltro che se nel primo caso l'e. si presenta atta a essere con cautela provocata artificialmente a scopo curativo, particolarmente in malattia e sfondo nervoso, nel secondo si limita - e per lo meno dovrebbe limitarsi - a essere un punto di partenza, l'eccitazione di un'attività etica o religiosa, da fondarsi poi su basi più solide e razionali.

Da notare come, strettamente parlando, la passione non si passa dire cosi semplicemente un'e, prolungata; pur essendo nullo stesso ordine, l'origine improvvisa dà all'e. un carattere di maggior violenza, mentre dalla sua permanenza proviene alla passione l'influsso e una più o meno cosciente approvazione della parte intellettuale dell'uomo. Mentre gli scolastici (ad es., a. Tommaso, Sum. Theol., 1²-2^{30}, q. 22, a. 1-3 e ii Commento del Gaetano, all'art. 1) chiamavano "passio la nostra e. a - passio habitualis - la nostra passione, non pochi moderni dànno il nome generico di e. a ogni stato affettivo (v. FASsiont, per la terminologia, un ulteriore approfondimento psicologico, la direzione classica e la trattazione medica).

Bull.: Per una conoscenza generale: W. James. Emotions. trad. franc. Perini 1022: id., Principi di psicologia, trad. it., Milano 1002; F. M. Palmis. Psicologia. Bercellova 1228, pp. 181-90; J. Frobes, Lebrbach der experimentellen Psicologie. II, 3^{°} ed., Friburgo in Br. 1020, pp. 262-90; G. Davidhouvera, Psicologia. Parigi 1034: A. Gemelli-G. Zunini, Introduzione alla psicologia, Milano 1047, p. 227 sgg.: E. Baudin. Corso di psicologia, Firenze 1048, pp. 323-34.

1i. Pedagogia. - A proposito della e. la pedagogia fissa alcuni principi, la cui applicazione è della massima utilità per l'educazione.

1. Le e. si possono sfruttare. - Esse, infatti, anche le più riprovevoli, hanno, come il piacere e il dolore, una loro finalità e possono servire di guida, di aiuto, di sanzione delle nostre azioni.

La paura, ad es., preserra dall'esporzi a pericoli; l'audacia e la forza raccolgono e concentrano le energie per superarli, quando sono inevitabili; l'angoscia può essere segnale di allarme contro di essi; la vergogna può servire a frenare atti discontevoli. Le e. non sono però sempre proporzionate alle necessità del momento, non sempre mantengono il giusto mezzo, tendono anzi a sconfinare nell'esagerazione e quindi diventare più nocive che utili; la paura può dar forza alle gambe, ma anche paralizzarle; l'audacia può raggiungere la temerità; la collera degenerare in follia; l'angoscia e la tristezza stoncano ogni attività; la vergogna fa perdere il coraggio di rialzarsi e cambiare rotta. Il che non si nota soltanto nei diversi individui, ma anche nel medesimo individuo, a seconda dell'istinto predominante in quel determinato momento, del quale non si ha sempre una chiara coscienza. Si suole, infatti, a proposito di una cattiva notizia da comunicare, dire: vchi sa che impressione gli farà e; o, a proposito di una riprensione: vchi sa come la prenderà e; una presa in giro può lasciare indifferenti, o suscitare sdegno, a anche soddisfazione di essersi prestati a un po' di gioia sferui.

Si deduce pertanto, che le e. possiedono una certa dinamogenia, che si riverbera sulle nostre forze organiche, eccitandole (e. toniche o steniche) o paralizzandole (e. asteniche o deprimenti). Uno stato no. nico (fiducia, ottimismo, serenità) anima il lavoro; uno stato astenico (sfiducia, dubbio, esitazione, scoraggiamento) lo compromette. Sarà dunque ne-

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cessario cercare di raggiungere l'ideale nello sfruttamento delle e., che consiste nell'acquistarne la padronanza e il libero uso; il che è compito della educazione.
2. Le e. si possono educare. - L'educatore (genitori, maestri, direttori) dovrà prima di tutto rendersi conto esatto, mediante un'attenta e vigile osservazione, delle varie reazioni emotive, delle varie sfumature intellettuali e volitive dell'educando. Soltanto con questo nutrito corredo di rilievi e di riscontri potrà rendersi padrone della vita psichica di lui e dirigerla nei suoi sempre mutevoli atteggiamenti.

Perché si richiede nell'e. un diverso trattamento: a) secondo i diversi individui : un carattere emotivo o eterico tende all'esaltazione della sua situazione euforica e quindi alla presunzione, alla vanità, all'esibizionismo e perciò va frenato; un carattere estetico, invece, tende al pessimismo, alla sfiducia nelle proprie forze, e quindi ha bisogno di stimolo. Lo fa il medico con gli ammalati depressi, ispirando, con la fiducia nella sua assistenza, anche la fiducia nella guarigione; lo deve fare perciò anche l'educatore. Dire ad un educando lento ad apprendere, o che sembra incorreggibile: «è inutile, non ci riuscirai 1, equivale a dare il colpo di gessia alle energie, che invece, adattamente stimolate, avrebbero potuto suscitare una salutare reazione contro la lentezza o l'incorreggibilità. Così pure non si deve mai abusare della emotivita dell'educando, perché, se qualche facile successo si può ottenere, a lungo andare si va incontro a gravi pericoli. Chi abusa dell'autorità, o eccede nel far sentire all'educando che ha si segue in tutte le azioni, o nel voler essere guida in ogni anche minimo atto, finisce con lo spegnere ogni autosttività e formare un carattere debole, incerto, irresoluto; a anche racchiuso in se stesso, in attesa di ribellarsi e di agire secondo le proprie inclinazioni in segreto; b) in uno stesso individuo secondo l'eld. Nell'infanzia e nell'adolescenza predomina la vita emotiva su quella intellettuale a volitiva; nella giovinezza questo predominio diminuisce fino a raggiungere nella maturità il dovuto equilibrio e la supremazia della ragione e della volontà; che poi di nuovo cedono, nella vecchiaia, ad un ricorso di emotivita. Perciò alcuni sentimenti, che si possono far sorgere nell'infanzia (ad es., l'orrore per la conseguenze di determinate azioni), non devono invece provocarsi nell'adolescenza e nella giovinezza, quando potrebbero generare disperazione o abbattimento a ribellione pertinace. Al contrario un atteggiamento che nella fanciullezza può suscitare confusione a timidezza, nella gioventù genera riflessione, arrendevolezza, slancio. Un'e. depressiva dovuta ad un insuccesso, ad es., ad una ingiustizia, può nella giovinezza provocare una reazione salutare, spingere a vie nuove, alla ricerca di nuovi mezzi per riuscire e quindi far spiegare energie che altrimenti sarebbero forse rimosse intenti e infruttuose; c) secondo la qualità della e. Troppo comune e deplorevole è il pregiudizio che le e. estetiche (provocate, cioè, dalla pittura, scultura, letteratura a musica) siano in se stesse buone e innocue, perché il bello e il buono non possono stare in opposizione. Ma questo, se è vero in teoria, quando il bello e il buono vengono considerati in astratto e avulsi dal soggetto, che ne subisce l'influsso, non è più vero in pratica, quando si consideri il soggetto influenzato. Il senso comune, infatti, se distinguere tra musiche guerriere, eccitanti a profezza, e musiche morbide e snervanti; tra un'arte che eleva e un'arte che stuzzica i bassifondi della natura corrotta; tra una letteratura che inciela e una letteratura che striscia e fa strisciare terra terra e fa cadere ogni barriera del pudore e dell'orrore.
3. Le e. possono suscitarsi o sospendersi con la volontà. - Questa constatazione offre la chiave migliore per sciogliere la questione della educabilità delle e. Si osserva, infatti, che basta determinare un adatto stato fisiologico per offrire il terreno adatto alle e. corrispondenti a questo stato. Un attore, p. es., riproducendo le reazioni esterne di un determinato sentimento, tanto ci s'immerge e se ne immedesima
che finisce col provarlo realmente; cosi chi legge un canto di Dante o batte le note di un Dies irae. Viceversa, si può impedire il sorgere di una determinata e. o metterla in fuga e farla svanire con e. opposte, impendendo la reazione che dovrebbe suscitarla o farla produrre il suo effetto. Chi riesce a non tremare dinanzi ad una spettro, vuol dire che ha impedito l'e. della paura. E questo vale sia per le e. esterne, e sia per le interne. Questa la ragione per cui, per farsi coraggio, si parla forte; per vincere il tremore del buio, si canticchia; per soffocare il terrore di una visione, la si assale. Si sostituisce, cioè, un'attività fisiologica a quell'altra, che avrebbe provocata l'e. che si temeva.

Di qui deriva l'insistenza su cui punta la pedagogia, perché si arricchisce la mente di ideali alti, nobili, che abbracciano per cosi dire tutta l'anima; cosi più facilmente vi si ricorrerà per suscitare e. stimolanti o fugare e spegnere e. divergenti, improvvisamente apparse all'orizzonte.

Si suola anche dire, a proposito delle e., che bisogna lasciarle - sfogare -, e esaurire -, a lasciar libero corso alle reazioni fisiologiche, che ne derivano - Questo principio, se in teoria si può forse ritenere più scientifico, in pratica va accolta con molta cautela. E vero che il piangere lenisce il dolore; il gridare a pestare i piedi o rompere qualche oggetto calma la collera; il riso, tanto contagioso nelle collettività, esonde i nervi; ma il buon senso dice pure che le lacrime si possono trangugiare, che la collera si può spegnere, che il riso si può rendere leggero; in una parola l'educazione e la padronanza di sé, la lerezza di comandarsi, la soddisfazione di superarsi possono imporsi e deviare a anche sopprimere il corso delle reazioni fisiologiche. In alcuni casi converrà, è vero, lasciare esaurire l'e.: in altri, e sono i più, non è educativo, ma può essere controproducente. Di qui l'importanza nell'ascetica cristiana dei piccoli quotidiani sacrifici e del loro valore altamente pedagogico, perché al valore di una prassi fondata su motivi naturali a umani, s'aggiunge un altro valore di ordine superiore, che li rende più utili a sé e agli altri, aumentando il merito a l'efficacia. Solo cosi si conquista la propria personalità.

Bibs.: F. Gay-L. Cousin, Comment l'élève mon enfant, 264 ed., Parigi 1951, pp. 271-96; H. D. Webb, Les passions dans la vie morale, I: Psychologie de la passion, ivi 1931; A. Firmata, Le gnusorrenome de soi-mène, I, 614 ed., ivi 1932, pp. 194-233; II, 48^{°} ed., ivi 1933, pp. 167-73; IV, 290 ed., ivi 1932, pp. 110-12; L. Guernero, Iniziazione alla psicologia scientifica e pedagogica, Torino 1946, pp. 192-200. Celestino Tuscoco

EMPEDOCLE di ACRICENTO ( { }^{′} ε μ π ε δ ω λ η̃ ς, Empedocles). - Figura complessa di medico, sottotriuta, filosofo e uomo politico, a proposito del quale la leggenda e la storia non sono facilmente separabili, vissuto fra il 490-430 cs. a. C. Fece prevalere in patria il partito democratico, ma sembra sia morto in esilio, nel Peloponneso. Leggendaria senz'altro la tradizione accolta da Grazio: \&deus immortalis haberi dum cupit Empedocles, ardentem frigidus Aetnam insiluit" (Ep., II, 3, 464), sebbene in un noto frammento dica di aggirarsi come un Dio fra i mortali, onorato da tutti.

Scrisse due opere : IIepi qó α ε ω ς e Ka δ α χ μ o i (qualche altra gli è attribuits con poco fondamento da Diogene Laercio). Nella prima si può dire, schermaticamente, che occupa come Anaxagora e Democrito, una posizione mediatrice tra la dottrina eleatica dell'essere, che esclude il divenire e quella eraclitea del divenire che esclude l'essere : secondo E. c'è l'essere e il divenire, l'uno rappresentato dai quattro elementi : il fuoco, l'aria, l'acqua, la terra, l'altro dall'unione ( μ ε i ξ ι ς ) a separazione ( δ ι α λ λ α ξ ι ς ) operate rispettivamente dall'amore ( θ ι λ λ α, 'A μ α α ἀ, 'A ρ ρ ρ η̃ τ η, Σ τ ρ ρ γ ἠ, l' μ θ ° σ σ̇ σ η, Kú σ ρ ι ς ) e dall'odio (Ne Σ ε σ ς, Kó τ σ ς, Δ ἠ ρ ι ς, "A ρ γ ς ). La natura di queste cause, che si alternano nel dominio della realtà, è incerta

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![img-16.jpeg](img-16.jpeg)

Emptogola di Acmipanto - It, dininto da Luce Signorelli mila cappella di S. Bnvio nel cluomo di Gresco (1302-1304).
tra l'interpretazione fisica e l'interpretazione mistica, e sembra attenutare il distacco che alcuni hanno voluto smergere tra il Ilapi qùzzus; e i Rofizgus. Il Deussen oppone gli elementi privi di vita di R. agli elementi animati degli ilozzisti, ma la natura dell'odio e dell'amore non è bene definita e molto meno il loro rapporto con i quattro elementi, a secondo la testimonianza di Aristotele non è nemmeno da escludersi che differiscano essenzialmente dai primi. Giovanni Filopono nel suo commento ad Aristotele (De generatione et corruptione, I, 3) dice: - E. afferma che sotto il dominio universale dell'amore tutto diventa unità e forma lo sfero (ogz/pos), non esistendo più la proprietà specifica del fuoco e di qualsiasi altro elemento \%. Nel successivo prevalere dell'odio, secondo Plutarco (De facie lumni, 12 ) - i quattro elementi sono distinti, ostili e isolati, senza comunanza, slaggendosi ed evitandosi ".

La cosmografia di E. pone nel centro la sfera terrestre. Incarno e questa girano, compresi dal firmamento, due ossidori, uno di fuoco, che forma il giorno e l'altro di aria che forma la notte. Più interessanti, per quanto grossolano, le teorie biologiche. Nel primo periodo la terra forma da sé, con la cooperazione degli altri elementi, singole membra e parti come occhi, coela, braccia, spalle; in un secondo periodo queste parti si uniscono in figure mostruose con capaci di vita; in un terzo periodo si formano le specie attualmente viventi, le quali in un quarto periodo si propagano per generazione. Anche la conoscenza si spiega con i quattro elementi, sicché noi vediamo la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, l'aria con l'aria, il fuoco con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio con l'odio.

Nei Kofizgus! ( Purificazioni ) E. insegna la dottrina della meternosicosi, che secondo la testimonianza del pitagorica Timeo, riportata da Diogene Laerzio, avrebbe appreso da Pitagora stesso. Racconta di essere stato egli stesso pianta, ascello, pesce, ragazzo e fanciulla, dichiara che gli animali sono della nostra stessa natura, vieta di ucciderli e di cibarsi delle loro carni, enuncia infine il precetto edco: vgurelioa: xoxórytnc. Questi miti orfali non sembrano conciliabili con le dottrina naturalistiche, se anche queste contengono numerosi elementi della religione politeistica.

Bac. Edizioni: H. Diels, Die Frogmente der Vorrohrutther. 4⁰ ed., I. Berlino 1922, pp. 193-283. Studi: O. Kern, E. und die Grbhiker, in Architc I. Gesea, der Philos., 1 (1888), pp. 448 308; S. Ferrari, E., Roma 1891; J. Bidez, La biografia d'E., Gand 1804; E. Bodrero, Il principio fondamentale del sistema di
E., Roma 1905; F. Jolnt, Luhrez u. E., Erlangen 1907; Cl. E. Millard, On the Interpretation of E., Chicago 1508; E. Bignone, I poeti filosofi della Grecia. E. Studio critico. Traduz. e commento delle testimonianze e dei frammenti, Torino 1916; F. Cberweg, I. pp. 91-93, 48²-49^{°}; W. Ziegunfuss, s. v. in PhilipaphesLezillon, I, Berlino 1920, pp. 283-84. - Andrea Ferro

EMPIRISMO (dal greco è́rra:yia - esperienza -). - E valorizzazione dei fatti di comune esperienza. Contro le astrattezze della pura speculazione si presenta spesso nella storia della filosofia questo ricorso alla concretezza dell'esperienza.

Già i primi filosofi della Grecia, i presefisti, inclinano a questo atteggiamento, a cominciare da Talete, che ricorse all'acqua per spiegare l'origine delle cose (altri, all'aria, al fuoco, ecc.). Ma costoro, in realta, reagiscono alle fantasie e ai miti dei poeti e delle leggende del periodo precedente, s. se muovono dell'osservazione di fatti comuni, è soltanto per costruire su essi una teoria che dia il principio a i principi di tutto cio che accade nel mondo, ossia una metafisica che qui ha carattere schieramente naturalistico. I sofisti, invece, dopo di loro, misero in valore l'esperienza riferendosi esclusivamente alla vita quotidiana dell'uomo e alle differenze degli individui. Una nota più chiara e legittima di e. è nell'atteggiamento di Aristotele in polemica con la teoria platonica delle idee, dove insiste sulla concretezza della realtà ch'è oggetto della nostra conoscenza, la quale impegna non soltanto l'intelletto, ma anche il senso : cio che veramente esiste, non è l'idea ma il singolo nella ricchezza delle sue determinazioni sensibili e concettuali. Ma Aristotele già distingue quel che noi diciamo un "sano" e. dall'e. volgare : ossia, la considerazione dei fatti, accompagnata da riflessione estesa, da quella ch'è mera constarazione. Egli ne parla nei primi due capitoli della Metafisica, dove osserva, tra l'altro, che - gli empirici calgono talora nel sogno meglio di coloro che posseggono la teoria senza l'esperienza - il'accesso riguarda la pratica medica, nella quale ancor oggi affiora talvolta il contrasto fra gli "empirici - e i - teorici \%. Ciò non ostante, la scienza, dice Aristotele, vale più del sapere. Quest'oppelle all'esperienza basta, in ogni modo, per far sorgere nella filosofia postaristotelica numerose affermazioni di un più ampio e. : stola od epicursi, ad es., concordano nel far derivare la percezione dalle impressioni che fanno sull'anima gli oggetti esteriori. Ehbe, cosi, origine e sviluppo lo scetticismo, che in quell'e. constato la mancanza di un criterio di verità stabile e sicuro, ma soltanto per conchiudere alla necessità di stare ai fatti rinunziando a ogni dimostrazione scientifica.

La questione ritorna nei tempi moderni, anzi è proprio nell'età moderna ch'essa diventa un problema fondamentale per la filosofia. In quanto, infatti, la filosofia moderna, d'accordo con la nuova scienza fisica instaurata da Galilei, reagisce all'abuso della logica formale e delle speculazioni metafisiche (talora anche fantastiche) del periodo precedente, essa valorizza al massimo il mondo dell'esperienza umana (l'aggettivo, qui, non è superfluo, anzi dà, esso, la nota più significativa, polemica, del nuovo concetto). Ma non per questo sarebbe corretto definire empiristica questa filosofia: essa, anzi, al mostro subito travagliato dallo sforzo di uscire dall'e., di costruire una nuova logica e una nuova metafisica, che meglio di quella tradizionale possano render ragione di questo mondo dell'umana esperienza. Ed ecco le discussioni sul metodo, nelle quali sono celebrati i nomi di Bacone e di Cartesio (l'uno, più inclinato alla parte sperimentale della nuova scienza fisica; l'altro, al momento matematico e costrutti