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il medesimo scopo e in maniera più sicura in altre compagine collettive. Egli può, dunque, cercare sotto altri cieli a fra nessioni straniere i mezzi per situare il fine della sua esistenza.

Ne segue che lo Stato, in virtù del diritto di sovranità, non ha la facoltà di opporsi in modo assoluto all'emigrazione. Tuttavia l'uso di tale diritto da parte del cittadino trova delle restrizioni naturali nel bene collettivo, la cui cura è devoluta al potere supremo dello Stato, che con la sua legge può imporre delle condizioni, come le impone a qualsiasi esercizio della libertà personale nel campo sociale, affinché il deflusso emigratorio non pregiudichi gli interessi più generali della collettività. Il paese di provenienza ha conseguentemente il diritto di subordinare la emigrazione al compimento previo di alcune obbligazioni sociali, come sarebbe, ad es., il servizio militare, e può adottare provvedimenti più rigorosi o in caso di necessità, imminenza d'un conflitto, o per frenare un esodo della popolazione, che per la sua congiunta tornerebbe dannoso all'efficienza della propria vita. L'interesse più universale del corpo sociale prevale allora sull'interesse e nel diritto dell'individuo, che desidera sopportare.

Alquanto più ardito riesce determinare gli obblighi del paese d'immigrazione, il quale non ha dei doveri giuridici positivi verso l'immigrante, non appartenendo questa alla sua compagine sociale. E tuttavia, se si tiene presente il principio posto dal Vitoria della destinazione essenziale dei beni della terra al servizio del genere umano, lo Stato non ha diritto di considerare i suoi sudditi come beneficiari esclusivi delle risorse del suo territorio e di risertarne ad essi soltanto il godimento. Se, dunque, possiede dello spazio disponibile, dove le risorse naturali giacenti inoperano potrebbero essere valorizzate dal lavoro di altre braccia, ha un dovere stretto di giustizia di permettere che queste vi s'insedino e vi traggano i mezzi di sussistenza. Nondimeno anche a questo riguardo non bisogna perdere di vista l'altro principio fissato dalle stesse Vitoria della conveniente tutela del bene collettivo, e quindi si dovrà ammettere che anche il paese d'immigrazione ha la facoltà di apportare delle restrizioni all'arrivo degli stranieri, sottoponendo l'ingresso nel suo territorio a condizioni particolari, affinché il loro affluente non sia pregiudiziale all'ordine e alla sicurezza pubblica. Tali restrizioni però dovranno essere sempre fondate sopra una reale esigenza del bene comune e non dettate dall'egiziano razionale o da altri pregiudizi esteri. Indubbiamente non tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra di loro, in modo che non ne derivino inconvenienti gravi nell'ordine morale e sociale. Facendo attenzione alla maggiore e minore assimilabilita delle stirpi umane, può uno Stato stabilire delle discriminazioni; queste però non possono arrivare al grado di condannare intere popolazioni ad un'esistenza di miseria, giacché ogni uomo ha diritto di ricavare dalla terra i mezzi di sussistenza, a qualsiasi gruppo egli appartenga. Alcune leggi restrittive esistenti in qualche paese d'immigrazione, come, ad es., negli Stati Uniti, devono essere considerate come ingiuste, non perché stabiliscano dei contingenti, legittimi in certe circostanze, ma perché il contingentamento tende a escludere popoli maggiormente bisognosi di lasciar definire la loro eccedenza demografica, per ragioni infondate a antagonismo religioso.

Le condizioni di lavoro dell'emigrante nel paese di adozione sottostanno alle leggi morali e giuridiche generali, che regolano questa materia (v. lavoro; salario). Dovere tuttavia far menzione di un particolare aspetto, messo in luce da Pio XII nel radionessaggio del 1^{°} giugno 1941. Commentorando il cinquantenario della Rerum Nocorum, il Pape ha rilevato come esistano regioni abbandonate al capriccio vegetativo della natura, dove utilmente si potrebbe trasferire la mano d'opera, e come sia sovente inevitabile che alcune famiglie, emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. In questo caso va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale. - Dove questo accadrà - egli soggiunge - l'emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l'esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole
degli uomini sulla supertice terrestre, acconcia a colonie di agricoltori; supertice che Dio creò e preparò per uso di tutti \%.

Un breve cenno meritano ancora in questa parte morale e giuridica l'assimilazione e la naturalizzazione dell'immigrato, rispetto alle quali, mentre è da affermare il diritto dello Stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilitosi nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguirne l'amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l'unità, è da escludere insieme categoricamente che il processo possa essere forzato da provvedimenti oppressori. L'assimilazione deve piuttosto essere lasciata al giuoco spontaneo delle virtù naturali dell'uomo, le quali presto o tardi producono l'effetto associativo, se aiutate prudentemente dall'azione stimolatrice del potere pubblico: la naturalizzazione invece, con l'acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell'individuo, con il quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere imposta con mezzi coercitivi. Le legislazioni a questo proposito non sono concordi, ispirandosi alcune al ius soli, come quella degli Stati Uniti, altre al ius sanguinis e altre ancora a un sistema misto. Sarebbe opportuno che si conseguisse in ciò una certa uniformità, per evitare l'inconveniente grave dalla doppia cittadinanza.

L'immigrato, naturalizzato o no, gode, anche in seno al paese che lo ha accolto, il diritto di usare la lingua originaria nella sua famiglia e tra i suoi connazionali e di professare liberamente la propria religione in luoghi di culto, che le sue personali preferenze gli fanno scegliere. Sono questi dei diritti umani universali, comunemente riconosciuti persino dal diritto positivo internazionale alle minoranze etniche, che non possono essere in nessun modo negati a coloro i quali hanno emigrato, né contro di essi ha alcun valore il motivo che ritardano l'assimilazione.
III. Valutazione sociale. - I giudizi sul valore sociale dell'emigrazione si dimostrano discordanti a causa del diverso aspetto, sotto il quale viene considerata, e del rilievo dato ad alcuni elementi a preferenza di altri, che pure non vanno trascurati in una valutazione obiettiva del fatto.

Gli oppositori dell'emigrazione, generalmente di tendenza nazionalistica, indugiano in modo particolare nel rilevare i mali, che essa causa al paese. Innanzi tutto l'emigrazione involerebbe alla nazione una forza preziosa, la quale, se mantenuta entro i confini della patria, potrebbe rinvigorire la sua efficenza. L'emigrante è perduto per sempre, non soltanto come elemento numerico, ma come uomo dotato d'intelligenza, volontà e operosità fisica e spirituale, e con lui è perduto la sua prole, la quale, nata in paese straniero, conserva soltanto un pallido ricordo della patria d'origine. Inoltre l'emigrazione porta via di solito gli individui meglio dotati, nel pieno vigore delle loro forze e nel periodo di maggiore rendimento, i quali profonderanno la loro attività in terre straniere, senza che alla nazione, alla quale devono la nascita, il sostentamento e l'educazione, ne derivi alcun beneficio diretto. Le rimesse che egli manda, non arrivano a compensare le spese incontrate per il suo allevamento, educazione e formazione intellettuale e professionale. Non è esatto nemmeno dire che con l'emigrazione si dilata la cultura nazionale o si purifica l'organismo sociale dalle tossine pericolose, liberandolo degli individui meno buoni. Nella realtà l'emigrato, particolarmente alla seconda generazione, viene compiutamente assorbito nella cultura del paese d'adozione, e solo con ulteriori spese la nazione d'origine può mantenere desta la fiamma della propria, aprendo a mantenendo scuole e istituti per la sua assistenza. L'emigra-

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zione poi, come possono dimostrare le statistiche, lungi dal purificare l'organismo sociale, gli sottrae i membri più giovani, più attivi e più ardimentosi. Coloro che si avventurano verso un avvenire spesso ignoto non sono i deboli, i malati, gl'incapaci e i minorati intellettualmente e fisicamente. L'emigrazione, dunque, opera una selezione a rovescio, trascinando via gl'individui validi e lasciando in patria gli inerti. Si aggiunge agli inconvenienti descritti la sua inadeguatezza a risolvere il problema interno dell'eccessiva densità della popolazione in relazione alle risorse del suolo, giacché un popolo prolifico, nonostante il deflusso migratorio, avrà sempre di fronte la medesima scarsità di materie e la medesima sproporzione demografica. Occorre poi tener presente che l'emigrazione sconvolge sovente la vita familiare, dalla quale separa per lungo tempo il padre, che non sempre è in grado di ricostituire l'unità domestica. Premendo su queste e altre ragioni, dedotte dal prestigio nazionale, l'emigrazione viene giudicata come un male sociale, che si può accettare per necessità maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di vita d'una nazione.

Al polo contrario stanno i suoi fautori, in cui favore militano gli argomenti precedentemente accennati, fondati sulla libertà dell'uomo a scegliersi sulla terra la dimora che crede più conforme al soddisfacimento dei suoi bisogni. Non può tuttavia negarsi che una parte di verità è contenuta nelle ragioni degli oppositori, riguardo alle quali è da rilevare in modo generale che il numero è forza quando può essere utilmente impiegato in lavoro proficuo; quando, invece, è condannato all'inersia per la mancata possibilità di adoperarne le energie, al cui superamento si oppongono le condizioni economiche del paese, non rappresenta un odore, ma un peso, che può diventare sorgente di disagio per tutti, diminuendo il livello di vita e dando origine a movimenti irrequieti delle masse insoddisfatte. I computi in cifre delle perdite economiche, cui è vittima il paese di partenza, tradiscono una mentalità mercantilistica. Anche sotto l'aspetto economico, del resto, l'uomo conta o vale non per quanto costa, ma per quanto è utile, cioè per quanto in determinate condizioni può produrre. Ee, dunque, in una nazione vi è eccedenza di uomini rispetto al fabbisogno, tale eccedenza non costituirà un bene economico, finché quelle condizioni dureranno. Nel complesso compute dei vantaggi e degli svantaggi dell'emigrazione forse i primi prevalgono sui secondi. Dopo tanti anni di esperimento si possono ritenere ancora in linea di massima valide le conclusioni, alle quali pervenne il Congresso internazionale di pubblica beneficenza, tenuto a Bruxelles nel 1856 , secondo il quale: 1) l'accrescimento della popolazione non può e non deve essere contrastato da disposizioni legali; a) i mali del pauperismo dovuti all'incremento della popolazione possono essere attenuati in maniera efficace, per quanto indiretta, attraverso l'emigrazione; 2) per conseguenza deve essere accordata agli emigranti piena libertà e ogni possibile protezione; 4) i governi, le associazioni e i privati devono combinare i loro sforzi per ottenere dell'emigrazione tutti i benefici che ne possono derivare.

La valutazione positiva diventa alquanto incerta, se l'emigrazione si considera nei suoi riflessi morali, poiché è indubbio che molto spesso il trapianto in altro ambiente diventa fatale per chi lo tenta, né si può negare che l'allontanamento specialmente del capo di famiglia può disorganizzare e travolgere il nucleo familiare. Esiste poi una triste esperienza riguardo alla facile contrazione di nuove abitudini, vizi e malattie, delle quali il luogo d'origine dell'emigrante era immune. Fatto il bilancio del pro e del contro, tutto consiglia ad andar molto cauti nel pronunciarsi sul valore sociale e morale dell'emigrazione.
IV. Aspetto internazionale. - Più che nei tempi passati, nei quali ha dominato il regime della più estesa libertà, particolarmente dopo la prima guerra mondiale e maggiormente ancora dopo la
seconda, l'emigrazione è diventata un problema internazionale, che non può essere risolto se non mediante provvedimenti collettivi, i quali dispongano un piano organico per la conveniente distribuzione della popolazione sulla terra e regolino le correnti migratorie, dirigendole verso quegli sbocchi dove si sente la necessità della mano d'opera. Le mutate condizioni economiche dei paesi, le aumentate esigenze dell'operaio, che anche all'estero reclama un equo trattamento, la sempre crescente regolamentazione della produzione da parte dello Stato, impediscono oggi l'emigrazione libera di massa e permettono solo quella qualificata secondo il fabbisogno dell'economia locale. D'altra parte la situazione di disagio endemico, nella quale si trovano alcune nazioni sovrappositate in relazione alle possibilità di lavoro, crea per se stessa un problema non solo interno ma anche internazionale, alla cui soluzione sono interessate tutte le nazioni, per impedire che la pressione demografica, con il conseguente pauperismo, diventi cattiva consigliera e spinga verso l'espansione violenta. Occorre cercare a queste masse insoddisfatte uno sbocco, attenuando, per quanto è possibile, la necessità d'emigrare, e aumentando insieme le possibilità d'immigrare, e ciò non potrà ottenersi senza una collaborazione collettiva.

Il carattere internazionale dell'emigrazione risulta ancora dalla stretta interdipendenza economica delle varie nazioni, determinata dalla ineguale distribuzione della ricchezza. Nel campo economico le nazioni non possono vivere isolatamente, ma dipendono le une dalle altre e si completano a vicenda. Le più dotate di mezzi e di fonti di materie prime non possono disinteressarsi delle altre ad economia depressa, alle quali devono venire in aiuto per sollevarne il tenore comune di vita, il che sovente non si può ottenere senza un deflusso regolato della loro eccedenza demografica. Non sono poi meno internazionali gli altri aspetti dell'emigrazione, come quelli del protezionismo sociale, della parità di trattamento fra nazionali e stranieri, della cittadinanza, delle discriminazioni razziali e nazionali, ciascuno dei quali presenta un problema pratico, alla cui soluzione hanno eguale interesse tanto i paesi d'immigrazione quanto i paesi d'emigrazione. L'intima connessione poi con altri fenomeni internazionali, quali la circolazione dei capitali e delle merci, estende ancora di più la necessità di una regolamentazione a carattere collettivo, con la quale il problema venga globalmente affrontato.

Non sono mancati i tentativi di mettersi per questa via, ma sono rimasti infruttuosi. La mancanza di una sentita solidarietà internazionale, l'assenza di consapevolezza dell'interdipendenza tra le varie economie, il mancato riconoscimento della necessità di considerare a ri solvere in tutti i suoi aspetti la questione dell'emigrazione e il nazionalismo esagerato hanno impedito che si conseguissero sul piano internazionale dei risultati apprezzabili. L'unico organo internazionale a carattere ufficiale che abbia svolto un lavoro positivo, anche nel settore dell'emigrazione, è stata l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale ha promosso la stipulazione di numerose convenzioni internazionali, con disposizioni per la tutela degli interessi economici, sanitari a morali degli emigranti, e insieme, subordinatamente alla lotta per la prevenzione a repressione della disoccupazione, si è occupata del collocamento internazionale della mano d'opera. Questo organo è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, uscendone enti rafforzato per merito della sua ottima struttura, a potrà, in collegamento con l'Organizzazione delle Nazioni Unite, essere utile ancora per un efficace coordina-

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mento degli sforzi tendenti alla pacificazione delle nasioni, is quale in gran parte dipende dalla solusione che si darà al problema dell'emigrazione.
V. Assistenza religiosa agli emigranti. - Il fenomeno dell'emigrazione creò nel secolo scorso, accanto ad altri problemi, quello dell'assistenza religiosa agli emigranti. I primi emigranti, trasferiti da regioni, ove la vita religiosa era intensa, in regioni, che appena ieri avevano cessato di essere terre di missione, o erano monopolio dei protestanti, senza un'adeguata istruzione, lontani dal cisto locale, da cui spesso non erano compresi, alle prese con la miseria, con lo sfruttamento e con la cupidigia di arricchire, finirono spesso per cadere in mano o dei protestanti, o più spesso ancora dell'indifferentismo religioso o di un ateismo pratico. Fu l'esperienza diretta od indiretta di questi dolorosi fatti, che mosse nel secolo scorso alcune anime grandi ad organizzare l'apostolato per gli emigranti a per gli emigrati italiani.

Il movimento si rialloccia soprattutto a tre nomi: G. B. Scalabrini, Geremia Bonomelli, s. Francesca Cabrini, ed a varie congregazioni religiose maschili e femminili, alcune delle quali sorte con questo precipuo scopo.

E del 1883 una lettera del Papa agli arcivescovi di Napoli, Genova e Palermo per l'assistenza agli emigranti nei porti di indiarco. Furono costituiti dei comitati, ma se poté candidare ben poco. Il primo ad interessarsi in maniera efficace dell'assistenza religiosa agli emigranti fu il servo di Dio mons. G. R. Scalabrini, vescovo di Fracossa. Per ricerica della S. Congregazione di Propaganda Fide, a cui aveva fatto presente il problema, redasse un progetto, che Leone XIII approvò il 26 giugno 1887. Di questo progetto faceva parte anche quella che fu poi detta la Pie Società dei Missionari di S. Carlo per l'assistenza agli emigrati italiani (28 nov. 1887), più tardi ancora detti Scalabriniomi.

Un anno dopo invitò la madre Cabrini a mandare le sue religiose in America, per l'assistenza agli emigrati, invece che in Cina, ed il 19 maggio egli stesso consegnava il Concilioso alla fondatrice ed alle prime suore in partenza. Lo stesso invito rivolgeva nel 1900 alla madre Clelia Merloni, fondatrice delle Suore Missionarie Zelatrici del S. Cuore, e nell'ott. dello stesso anno un primo gruppo di queste partiva per S. Paolo (Brasile). Fondò poi egli stesso una Congregazione di Suore Missionarie - suddivisa in due rami - con il medesimo scopo dei suoi missionari (Scalabrinians).

Un altro apostolo dell'assistenza agli emigrati italiani fu il vescovo di Cremona, mons. G. Bonomelli, grande amico dello Scalabrini. Si occupò della questione dell'emigrazione in una sua lettera pastorale del 1895. L'emigrazione. Nel genn. del 1900 inviava inoltre un appello sull'argomento all'Associazione nazionale di soccorso ai missionari italiani (fondata dal senatore Schiaparelli).

Sorgeva allora l'Opera di assistenza degli emigrati italiani, per la loro assistenza materiale o spirituale sul luogo, dove si portavano per il lavoro, di cui nel 1901 famionavano 20 segretaristi. Essa andò sviluppandosi fin dopo la guerra 1914-18 sotto la direzione dei sacerdoti dell'Opera Bonomelli, che nel 1914 iniziavano le pubblicazioni di un proprio periodico La Patria. L'Opera si estinse nel 1928.

Con scopo identico, religioso e patriottico, sorse l'Italia gens, promossa nel 1909 dall'Associazione nazionale per i Missionari italiani, che aprì segretaristi in Italia, nel Levante ed in America, ed elargi sovvenzioni ad altre istituzioni similari.

Puoci delle congregazioni propriamente dette, sacerdoti furono inviati direttamente dall'Italia nelle ploghe d'Europa e d'altre mare abitate da gruppi di italiani. Sorse a tal fine in Roma un Collegio dei sacerdoti per l'emigrazione italiana, fondato il 13 marzo 1914 ed aperto il 6 genn. 1920. Allora la S. Congregazione Concistoriale,
presso cui Pio X con muto proprio del 13 ag. 1912 aveva costituito una sezione speciale per la cura spirituale degli emigrati (AAS, 4 [1912], pp. 326-27), aveva già avocato a 26, con il decreto Magni semper del 70 dic. 1918 (AAS, 11 [1912], pp. 39-43), quanto riguardava l'assistenza religiosa agli emigranti, assieme a tutto il movimento dei sacerdoti che, per qualsiasi ragione, intendono dall'Europa emigrare, anche temporaneamente, in America o nelle Isole Filippine. La stessa Congregazione costituiva un prelato per l'emigrazione italiana, che tenesse soprattutto i rapporti con le autorità italiane, nominandolo insieme rettore del Collegio preclatio (Notificazione della S. Congregazione Concistoriale, 23 ott. 1920 e 26 maggio 1921).
VI. Stato attuale. - La S. Congregazione Concistoriale (Sezione per l'emigrazione) segue e dirige ogni particolare attività diretta all'assistenza degli emigrati in genere, e, in modo particolare, degli emigrati italiani. Perciò a questa Congregazione fanno capo tutte le Congregazioni religiose e i sacerdoti che si occupano dell'assistenza agli emigrati.

La Fia Società dei Missionari di S. Carlo, la Congregazione più specificamente diretta a questo genere di apostolato, è fin dal 1926 sotto l'alta direzione della stessa S. Congregazione Concistoriale. Conta 87 case, di cui 39 negli Stati Uniti del nord e 27 residenze in Brasile con chiese, scuole e collegi; in queste regioni il loro ministero si svolge tra le comunità già italiane e ormai inserite nelle comunità delle rispettive nazioni (italo-americani).

Recentemente hanno aperto case in 3 diocesi argentine. Inoltre il loro apostolato si attua nell'assistenza agli emigranti italiani, nel senso stretto della parola, sia durante il viaggio, sia all'arrivo, sia nella loro temporanea permanenza all'estero. Che se la permanenza diventerà definitiva, si presenterà poi il problema dell'inserimento nella vita cattolica del paese. Da 14 anni hanno esteso il loro ministero nelle vicine nazioni d'Europa ( 6 residenze in Francia, 3 in Belgio e 3 in Svizzera). Collaborano all'assistenza degli emigrati altre Congregazioni religiose maschili e femminili, a particolarmente i Francescani, Minori e Cappuccini, i Gesuiti, i Salesiani, la Società dell'apostolato cattolico, gli Oblati di M. I., i Guanelliani, la Congregnia di S. Paolo; tra le femminili, le Missionarie del S. Cuore di Gesù (della Cabrini), le Suore Missionarie Zelatrici del S. Cuore, le Figlie della Carità, le Poverelle del Palazzolo, le Preziosine di Monza, le Suore di S. Giuseppe, le Salesiane.

Oltre ai religiosi e alle religiose lavorano tra gli emigrati altri sacerdoti del clero secolare che dipendono direttamente dalla S. Congregazione Concistoriale. Questi sono sottoposti ad un superiore per ogni nazione o gruppo di nazioni, eletto dalla medesima Congregazione.

L'assistenza religiosa, specifica per gli emigranti, deve un po' seguire 8 corso più o meno celere dell'assimilazione dell'emigrante nel paese d'arrivo, e segue naturalmente diversi indirizzi a seconda che l'emigrazione è temporanea o perpetua. Dove l'assimilazione è rapida e l'emigrazione perpetua. Tunico mezzo per assicurare l'assistenza spirituale è quello di aumentare proporzionalmente il numero dei sacerdoti, portandoli dai paesi d'origine. E quanto si è fatto e si va facendo. In Argentina sono già uno teorema i preti italiani, che si sono recati nelle diocesi di Buenos Aires, La Plata, Rosario, Mercedes, S. Fó, Bahia Blanca, Mendoza, Tucuma, Catamarca.

Quando si attua la vera colonizzazione dei grandi territori incolti il criterio è invece di far seguire i gruppi omogenei degli emigranti dal sacerdote connazionale. Ciò si è fatto in Argentina e nel Venezuela.

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Emilia - Regione consiliare emiliana: 1) Confini di resione: 2) Confini di provincia: 3) Confini di circoscrizione ecclesiastica: 4) Strade: 5) Percovic: 6) Badie: 7) Pievi: 8) Oratori.

In Europa invece l'emigrazione è più che altro a carattere temporaneo ed individuale. Data anche la dispersione degli emigranti è più difficile l'opera di accostamento. Si è tentato di supplire, organizzando soprattutto le cosiddette missioni volanti. Si è suddivisa ciascuna nazione in tante zone e si è affidata l'assistenza di tutti gli emigranti, residenti in ciascuna zona, a uno o a più missionari italiani. I quali in stretto contatto con i vescovi visitano periodicamente gli emigranti, per portare loro l'assistenza spirituale ed indirizzarli alla frequenza delle Chiese e clero locale.

Nel 1948 si contavano 13 di questi missionari in Belgio, 28 in Francia, 18 in Svizzera, 1 in Svezia, 2 nel Lussemburgo, 1 in Olanda, 2 in Inghilterra, 1 in Romania, senza contare i religiosi, trasferiti da una nazione all'altra dai rispettivi superiori di religione. Così ultimamente un gruppo di cappuccini italiani dagli Stati Uniti si sono trasferiti in Australia per l'assistenza agli emigrati italiani.

Nel loro lavoro in Francia ed in Belgio, i missionari italiani sono assistiti dagli Ordinari locali e dalle organizzazioni ACLI (v.) ed ONARMO (v.). In Francia si è costituita allo scopo una Commissione episcopale presieduta dall'arcivescovo di Sena. In Belgio ciascun vescovo ha nominato un proprio delegato per gli immigranti; questi delegati fanno inoltre capo ad un delegato nazionale, il quale ordina le varie iniziative d'accordo con il superiore dei Missionari.

Organo delle missioni d'Europa sono 8 bollettini locali. Inoltre dal 1947 presso la Segreteria di Stato di S. S., funziona un apposito Ufficio migrazione, che si occupa degli apolidi e delle iniziative cattoliche, che sorgono nelle varie nazioni in favore degli emigrati.

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grazione italiana: considerazioni e proposte, ivi 1888; id., Dell'assistenza all'emigrazione nazionale e degli istituti che si provvedono, ivi 1891; id., L'italia all'estero, ivi 1899; G. T. Geffelen, Politica della popolazione, emigrazione e colonie (Biblioteca dell'ero. monista, 32 serie, ab), Torino 1889, p. 1180 e 295 ; H. P. Fairchild, Immigration, Nuova York 1923; C. Arens, Italiani per il mondo. Politico nazionale dell'emigrazione, Milano 1927; P. G. Breuns, Storia dell'emigrazione italiana, Roma 1928; R. Gennari, Essai sur l'histoire de l'émigration, Parigi 1928; J. Feronzi - W. F. Wilson, International migrations, Nuova York 1929; J. W.Gregory, Human migrations and future, ivi 1930; G. Parola, La rivoluzione nella leggi dell'emigrazione, Torino 1933; F. Gregori, La vita e l'opera di un grande vescovo, mons. Giov. Bottista Scalabrini, ivi 1934; L. Carraggia - Medici, Anterigmuni della Conciliazione, Fidenza 1936; E. De Sanctis Rosmini, La b. Francesca Saverio Cabrini, Roma 1938; G. Bolla, Le Missioni sceladrizione in America, ivi 1939; M. R. Davis, World immigration, Nuova York 1939: vati autori, Codice di morale internazionale, Roma 1943, pp. 53-57; D. Sacca Smerdo, L'emigrazione italiana, ivi 1945; M. Tedeschi, La ripresa dell'emigrazione, ivi 1946; C. Bolla, Assistenza spirituale agli emigrati, in Ecclesia, 7 (1948), pp. 178-87; G. Stommati-A. Oglath-U. Giusti, Problemi internazionali dell'emigrazione, Roma 1947: Les travailleurs migrants. Conférence Int. du Trattail, Giocosa 1948-49; G. Baggio, Gli aspetti morali della emigrazione, in Alti della XII Settimana sociale dei cattolici italiani, Roma 1949, pp. 118-65. Antonio Mestineo

EMILIA. - 1. Geografia - Regione dell'Italia continentale, delimitata dal Po, dall'Adriatico ( 122 km . di costa) e dal crinale appenninico. In questa più ampia e generale accezione comprende anche la Romagna, corrispondente alla sua parte orientale; con la Romagna costituisce la regione E. a Romagna stabilita dall'art. 131 della recente Costituzione italiana.

Il paese è diviso press'a poco a metà fra le colline e le montagne del pendio settentrionale appenninico ( 54 \% della sua superficie) e la pianura sulla destra del Po ( 46 \% ). La sua economia è imperniata essenzialmente

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sepra una fiorente agricoltura, che occuṇa i 3 / 8 della popolazione a dà all'Italia, fra l'altro, le più alte quote di frumento, barbabietola, canapa, pomodoro, ecc., oltre una ricca produzione viticola e fruttifera; ed è integrata da un non meno florido allevamento (bovini e suini) con le congiunte attivita. Modesto, ma non trascurabili le risorse minerarie (zolfo, petrolio), accanto alle industrie alimentari (latticini, carni insaccate, zuccherifici), che ci hanno dominante importanza, si sono sviluppate in E. soprattutio le tecelli, le meccaniche e le chimiche. La posizione geografica favorisce un intenso traffico e pensio un attivo commercio, che si giovanu di una ottima rete stradale e ferroviaria (molto danneggiata dalla recente guerra).

| Provinge le copal. presente al 1^{°} agno. 1940 nel capoluogo) | Superfice in kmol. | begin{aligned} & text { Ponol. } \\ & text { (1"gunn. } 1940 \\ & text { in } 1990 end{aligned} | Densità <br> x mathrm{~km} ; |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Piacenza (Reg668) | 2586 | 299 | 116 |
| Parma (123135) | 3452 | 388 | 112 |
| Reggio E. (106323) | 2291 | 381 | 166 |
| Modena (114934) | 2690 | 484 | 180 |
| Ex Ducati | 11010 | 1552 | 141 |
| Ferrara (136303) | 2629 | 411 | 156 |
| Ravenna (86839) | 1862 | 282 | 151 |
| Forli (74946) | 2910 | 475 | 163 |
| Bologna (331444) | 3702 | 748 | 202 |
| Ex Legazioni | 11103 | 1016 | 172 |
| E.Romagna | 22122 | 3468 | 156 |

Bra.: A. Longhena, E., 2 ed. Torino 1930; Touring Club Ital., E. r Ramenna, Milano 1935; L. Perdini, Manganello ero-sumito-agraria dell'E., Bologna 1037; P. Fagandini, Note intorno alla struttura industriale dell'E., Roma 1038.

Giuseppe Caraci
II. Storta. - Il nome deriva dalla via romana fatta tracciare dal console M. Emilio Lepido nel 187 a. C., via che attraversava tutta la regione da Rimini a Piacenza, collegando cosi la Flammia alla Liguria. La provincia di E. si era staccata tra il 370 e il 381 dalla Liguria e non sembra che abbia avuto una autonomia ecclesiastica. Il cristianesimo era penetrato in diversi tempi nelle sue città, organizzandosi gerarchicamente, prima a Ravenna, poi ad Ariminum, quindi nell'interno a Faventia, Bononia, Claterna, Placentia, Parma, Forum Popilii (Forlimpopoli), Forum Livii (Forli), Forum Cornelii (Imola), Mutina. Nel complesso costituirono la Regione VIII. Parma nel 378 già dipendeva direttamente da Roma. Nel 379 Costanzo, eletto vescovo di Claterna, riceve da s. Ambrogio le direttive per il governo della sua diocesi e l'esortazione di sorvegliare la Chiesa di Imola allora senza vescovo ( E p ., 2 : PL 16, 917-26). Nell'anno 381 si trovarono presenti al Concilio di Aquileia i vescovi Eusebio di Bologna e Sabino di Piacenza (Gesta Concilii Aquileiensis, ibid., 979). Alla fine del 386 s. Ambrogio indirizza ai vescovi - per Aemilian. constituti: - una lettera circa la data per la celebrazione della Pasqua (Ambrogio, Ep. 23 : ibid., 1070-78). Ciò dimostra che sia per l'importanza civile di Milano, metropoli dell'Alta Italia, sia per l'autorità personale di s. Ambrogio i vescovi dell'E. erano in quel tempo sotto la giurisdizione del vescovo di Milano.

Al sec. v si devono assegnare le diocesi di Regium Lepidum (Reggio Emilia), Brixellum (Brescello), Vicohabentis (Voghenza), Ficuelae (Cervia); nel sec. vi Cesena.

Ma già con la seconda metà del sec. v si inizia la preminenza di Ravenna sulle Chiese della provincia, come dimostra la lettera del papa Simplicio in data 30 maggio 482 a Giovanni vescovo di Ravenna, in cui si rimprovera la consacrazione di Gregorio, vescovo di Modena, si in-
giunge un pagamento al vescovo di Bologna e si dà infine il titolo di - Ecclesiae Ravennatis sive Aemilianae; (Simplicio, Ep., 2 : ibid., 58, 35-37).

I confini della provincia furono mutati però nel 368 dall'invasione longoberda. Paolo Diacono indica allora tra le più forensi città Bologna, Parma, Reggio, Imola. In quell'epoca furono fondate le abbasie di Balibio e di Nonantola.

Nel sec. viI le sedi vescovili dipendenti da Ravenna sono: Sarsina, Cessena, Forum Popilii, Forum Livii, Faentia, Forum Cornelii, Bononia, Mutina, Regium, Parma, Placentia, Brixellum, Vicohabentis, Atria. Brescello sconerparve ben presto: a Vicohabentis successe Ferrara; Agapito II nel 948 pose Cervia alla dipendenza di Ravenna a Gregorio IX vi aggiunse Montefeltro, poi passato immediatamente soggetto. Nel sec. x i vescovi ebbero il governo della città, nel seguente i presuli di Parma a di Piacenza furono conti.

Ved Gesta pauperis scolaris Albini l'E. è ricordata come provincia, ma le diocesi vengono tutte elencate - in provincia Flaminea-; la metropoli è Ravenna con 13 suffragenee: Piacenza, Parma, Reggio, Forli, Adria, Forlimpopoli, Ferrara, Modena, Bologna, Faenza, Imola, Cesena, Cervia, Comacchio, Sarsina (Le Liber Censumm, ed. P. Fabre-L. Duchesne, II, Parigi 1903, pp. 96 a 102).

In seguito invece la supremazia ravennata decadde rapidamente finchè Gregorio XIII nel 1382 eresse ad arcidiocesi Bologna, assegnandolo come suffragance Imola, Cervia, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Crema, Borgo S. Domino. Clemente VIII pose alle dipendenze di Ravenna, Rimini e Ferrara, la quale nel 1735 divenne arcidiocesi e immediatamente soggetta.

La metropolitana dell'E. è oggi Modena; il suo arcivescovo ebbe in commenda fin dal 15 dic. 1820 l'abbazia - nullua - di Nonantola unita in perpetuo dal 1^{°} maggio 1926. Le suffragenee di Modena sono: la diocesi di Carpi, Guastalla e Reggio Emilia. Immediatamente soggette sono le diocesi di Fidenza, Parma e Piacenza.

Bra.: A. Riccardi, L'antica dipendenza dei vescovi della provincia di E. e dell'esarcata di Ravenna dalla Chiesa ravennata, in Archicio storica lodigiana, 8 (1889), p. 139 sgg.; G. Zattoni, Origine e giurisdizione della metropoli ecclesiastica di Ravenna, in Rivista di scienze storiche, 1 (1904), pp. 343 seg., 469 sgg.; P. F. Kehr, Italio Pontificio, V, Berlino 1911, passim; FlichoMartini-Prusa, III, pp. 462-63; IV, pp. 620-21; A. Mercati, E. Nossili-Rocca, P. Sella, Rationes declinarum Italiae vol. rect. XIII-XIV. Aemilia (Studi e Treti, 60), Città del Vaticano 1933. Enzico Josi

Regione conciliare dell' E. - E una delle regioni in cui è stata divisa l'Italia ai fini della celebrazione dei concili regionali, che si tengono in sostituzione di quelli provinciali (v. concilio) § IV) : ciò fu disposto con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466).

Comprende i territori della provincia ecclesiastica di Modena e Nonantola, e delle diocesi di Fidenza, Parma, e Piacenza.

Il capoluogo è Modena : e in questa città risiede il tribunale ecclesiastico regionale per le cause di nullità di matrimonio; l'appello contro le sentenze di questo tribunale può esser proposto al tribunale regionale romagnolo (Bologna) o alla S. Roca (cf. Pio XI, motu proprio Qua cura 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13).

Pio Cipratti
III. Arte sacra. - I primi accenti espressivi dell'arte che rigogliosamente fiori nella regione emiliana e nella timitrofa Romagna per tanti aspetti affine, vanno ricercati a Ravenna nelle costruzioni chiesastiche dell'ecà di Teodorico (vi sec.), dove alle strutture e decorazioni bizantine si accoppiano elementi come le ritmiche arcate, le absidi poligonali, le decorazioni esterne a lesene ed archetti, che già preludono a quello che sarà lo stile romanico nella Valle Padana. In seguito, durante il periodo dell'Esarcato,

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nuove strutture semplificatrici nell'edilizia preparano decisamente l'avvento di quello stile, come si nota nel cosiddetto Palazzo di Teodorico, sempre a Ravenna (viI sec.), e in molti campanili rotondi di quella zona, fra il vt e il ix sec.

Benché sviluppatosi dapprima in Lombardia il romatico trovò ben presto nell'E. espressioni di edilizia sacra altamente rappresentativa, a cominciare dal duomo di Modena (inizi del sec. xI) per finire con la cattedrale di Ferrara, la più grandiosa della serie, che doveva assumere nella parte superiore (sec. xili) aspetti ogival. Ed anche nelle fabbriche civili quel periodo è rappresentato con forme tipiche, quali le due ardite torri degli Asinelli e della Carisenda (sec. xII) a Bologna. La scultura, al servizio dell'edilizia, trovava un meraviglioso sviluppo nel sec. xir a Modena, per opera di Viligelmo; a Ferrara, con Niccolò e il suo seguace Guglielmo, e quindi a Parma, con Benedetto Antelami e la sua scuola (fra il 1180 ca. e la metà del sec. xili), assurgendo ad importanza europea. Nell'ämbi-
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(de T.C.I., Alimutro l'Italia: Emilla : Romagna, A.11. Milano 1956, fie 256)
Emilia - Pieve romatica di Sasso (sec. xil).

to pittorico, dopo la splendide fioritura musiva di Ravenna bizantina, seguiva una lunga stasi, finché a Bologna s'andò sviluppando l'arte del minio, verso la fine del Duecento, con una certa libertà di movenze.

Il successivo periodo gotico vanta un'edilizia religiosa con materie e caratteri locali, a Bologna (chiese di S. Francesco, di S. Domenico e di S. Petronio), a Piacenza (S. Francesco a S. Sisto), a Cesena (Duomo); fiorì pure l'architettura civile a Bologna (Palazzi del Municipio, dei Notai, di Re Enzo), a Piacenza (Palazzo comunale in pietra, mettoni e cotto) a Ferrara (Palazzo Estense e Palazzo della Ragione), mentre sorgevano per ogni dove anche feudali e fortifizi di cui basterà citare il famoso Castello Estense, a Ferrara, e i monieri di Gradara e di Castellarquato. La scultura trecentesca appare nell'S. tributaria delle regioni prossime, come attesta la finissima pala marmorea dei veneziani Delle Masogne, in S. Francesco a Bologna; ma in questa città operavano notevoli pittori, come Vitale, Andrea, Lippo Dalmasio, Simone dei Crucifesi; a Rimini, un gruppo insigne di affreschisti, attorno al più noto di essi, Giovanni Baronsio, in parte nell'orbita giottesca; a Modena il delicato Barnaba, sotto l'influenza dei Senesi, e l'acuto e già realistico Tommaso, preannunziante tipologie e tonalità quattrocentesche. Fra le manifestazioni di arte decorativa emergono, nel tardo periodo gotico, le miniature bolognesi, specie di Niccolò di Giacomo, le oreficerie di Jacopo Roseto, anch'esso petroniano, e gl'intagli ebanistici di Giovanni di Balzo, che ci ha lasciato un autentico copolavoro, a puri motivi geometrici e vegetali, con gli stalli del coro di S. Domenico, a Ferrara.

S soffio della Rinascenza letificò le terre emiliane con un certo ritardo rispetto all'Italia centrale; comunque, le nuove forme edilizie e decorative apparvero dapprima in Bologna, città più prossime a Firenze, affermate da architetti come Eggio di Lopo Portigiani e Fioravante a Arinotile Pieravanti. Verso la fine del Quattrocento, per opera del bramantesco Biagio Rossetti, si determinava il sereno volto di Ferrara estense, con la cosiddetta addizione creidea e con una serie mirabile di palazzi patrizi e di chiese, mentre l'impronta maschia e romaneggiante di Leon Battista Alberti è manifesta nel tetragono campanile di quel Duomo, e in Romagna a Rimini nel S. Francesco, detto Tempio Malatestiano. Nel corso del Cinquecento si aviluppe, soprattutto a Bologna, l'edilizia civile, rappresentata dai palazzi di Andres Marchesi, detto
il Formigine, di Antonio Morandi, detto il Terribilis, di Bartolomeo Trischini e del geniale Pellegrino Pellegrini o Tibaldi, che doveva affermarsi soprattutto a Milano e in Spagna. A Ferrara, la tradizione rossettiana si perpetuò fin verso il Seicento, con Girolamo da Carpi e Alberto Schiari, in forme classicheggianti; a Parma emergono le chiese di Bernardino Zaccagni; a Piacenza quelle di Alessio Tronello e l'incompiuto Palazzo Farnese di Jacopo Barozzi da Vignolo, architetto di fame universale. La scultura quattrocentesca fiorì soprattutto per virtù di maestri forestieri. A Bologna domina il grande modellatore e muoianime narratore Niccolò da Bari, detto dell'Arca; a Ferrara lavorano i donatelliani Niccolò e Giovanni Baroncelli da Firenze e il padovano Domenico di Paria, mentre a Modena si afferma con spirito di popoluresco realismo lo scultore locale, in terracotta policerema, Guido Marzoni. Da lui deriva, sempre a Modena, il cinquecentesco ed aggressivo Antonio Bezzralli; a Ferrara innesto sulle tendenze autoclone forme toscane Alfonso Lombardi, molto attivo a Bologna. Nucleo sempre

[^0]
[^0]:    pre ferace dell'intera pittura emiliano-romagnola, per entrambi i secoli della Rinascenza, fu la fantasiose scuola ferrerese, alimentata da succhi pierfrancescani, manegneschi e fiamminghi, al tempo corso di Cosimo Tura, Francesco del Cossa, Ercole Roberti, e in seguito da influenza venete e raffaellesche. Tributari di essa furono, a Bologna, Francesco Baibafini, detto il Froncio, e i suoi numerosi allievi; a Modena, Agnolo a Bartolomeo degli Eroi, Bartolomeo Bonascia e Francesco Bianchi Ferrari; a Parma G. F. Mainieri; in Romagna, Bernardino e Francesco Zaganelli da Cotignola, non paragonabili all'astro pittorico di quelle contrade: Melozzo da Forli. Anche durante il sec. xvi i Ferraresi, mediante la triade Dosso Dossi, Ortolano e Garofalo, esercitarono una notevole suggestione sulla pittura delle terre limitrofe e prepararono l'avvento del prodigioso colernico Correggio, che doveva fondare a Parma una nuova scuola di cui rimane rappresentante massimo Francesco Mazzala, detto il Parmigianino. Meglio che in Romagna, le tendenze manieristiche trovarono accenti di singolare vivacità tonale a Modena, con Niccolò dell'Abate; a Novellara, con Ielio Orsi, e a Bologna, con Pellegrino Tibaldi. Le arti decorative non diedero in questo periodo maestri paragonabili agli architetti e ai pittori, ma occorre tuttavia segnalare, nel campo della miniatura quattrocentesca, le meraviglie eseguite a Ferrara da Taddeo Crivelli, Franco dei Rossi, Giorgio d'Alemagna ed altri collaboratori della famosa Bibbia di Borso; le suggestive armonie formali a cromatiche dei meicliceri di Foenaz; le bellissime torpie, come l'influenza di Pier della Francesca, lavorate dai fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara; le plastiche terrecotte, sparse per tutta la regione; di squisita eleganza a Bologna, di classico decreto a Ferrara. Assai notevoli i cinquecentisti incisori di cristalli e pietre dure: Giovanni Bernardi da Castelbolognese e Luigi Anichini di Ferrara e, nel campo della stampa inclusa, il mantegnesso Niccolotto da Modena e, successivamente, il celebre Marcantonio Raimondi Bolognese (di cui furono ottimi allievi, oltre al concitradino Giulio Bocassone, il parmigiano Enes Vico e Marco Dente da Ravenna), il geniale zilografo Ugo da Carpi ed il pittore Parmigianino a cui si deve la nascita tecnica e stilistica dell'acqualorite.

    L'architettura emiliana dell'età barocca e del rococò non presenta caratteri spiccatamente regionali, ma, specie a Bologna, diede frutti opulenti, quasi sempre sorretti

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

MADONNA TRA S. GIOVANNI BATTISTA E S. CATERINA; in alto la Crocifissione. Dipinto di Barnaba da Modena (sec. xiv) - Modena, Galleria Estense.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(1el. Suil)
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(1st. Oul. fol. mer.)
In alto: VEDUTA AEREA DI BOLOGNA.
In basso: CASTELLO di Torrechiara, eretto da P. Maria Rossi (1448-60).

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![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(fat. Anderson)
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(fat. Anderson)
In alto: I DISCEPOLI E CRISTO IN VIAGGIO PER EMMAUS. Musaco del sec. vi. Ravenna, chiesa di S. Apollinare Nuovo. In basso: LA FRACTIO PANIS NELLA CENA DI EMMAUS. Attribuito al Caravaggio (sec. xVII) - Milano, Pinacoteca di Brera.

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)

RITRATTO DI ENRICO II DI FRANCIA
Dipinto di François Clouet (1522-72) - Firenze, Galleria degli Uffizi.

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da un intimo equilibrio classico, e bosterà citare i folsinei Bartolomeo Provaglia, Giovanbattista Bergonzoni, Carlo Francesco Dotti, Alfanno Torregiani, Antonio Bibbiena (architetto matrale e scenografico), massimo rappresentante di una dinastia apprezzata in tutta Europa; il ferrarese Giovanbattista Aleotti, detto l'Argenta, e il già neoclassicobergianze fientino Giuseppe Pistocchi. Modenese fu il più farvido seguace del Borromini, cioè il teatino Guarino Guarini, che lasciò a Torino le sue opere più significative, e ad Imola visse a lungo Cezimo Morelli, compassato autore del Palazzo Braschi a Roma. Massimo scultore emiliano del Seicento è da ritenersi il bolognese Alessandro Algardi, che anche in qualitá di architetto rivaleggio degnamente a Roma con il Bernini, conferendo alle forme barocche una maturata dignità. Sempre a Bologna si distinsero quindi: Giovanbattista Barberini, Camillo e Giuseppe Mazza, Angelo Pio e, a Ferrara, Andrea Ferreri di educazione bolognese. Soprattutto nella pittura la città di s. Petronio doveva in quei secoli imporsi all'attenzione del mondo artistico con l'ecletica scuola dei tre Carracci, valido strumento fidu-
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)

Ifol. EniI
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

EbHla - Veduta screa della cartodraie di Ferrara (1133-1300).
liche esotizzanti della manifattura Ferniani a Faenza, i ferri botruti del modenese settecentista Giovanbattista Malageli; le stampe intese dei Carracci a della loro scuola a quelle popolaresche di Giuseppe Maria Mitelli, anch'esso bolognese.

Durante l'Ottocento non mancarono gli artisti ragguardevoli per cotto e capacità stilistica, ma senza legame fra loro, spesso emigrati in altre regioni o all'estero, per cui nessun gruppo o scuola emiliana figura nella storia di questo periodo. L'edilizia è onorevolmente rappresentata dal bolognese neoclassico Giuseppe Nadi, dal modenese Luigi Poletti e da Antonio Sarti di Budrio, operanti con successo a Roma sotto Gregorio XVI e Pio IX, nonché dal neo-cinquecentista Giuseppe Mengoni di Fontana Elice. Buoni plastici canoviani si rivelarono, a Bologna, Giacomo De Maria e Adamo Tadolini. Nella pittura, durante il periodo neoclassico, emersero i provetti ritrattisti Gaspare Landi di Piacenza e Lodovico Lippertini di Bologna a quindi, al tempo del purismo romano, il fientino Tommaso Minardi e il modenese Adeodato Malatesta. Nella seconda metà del secolo, figurarono, fra i maggiori passisti romantici, e non solo italiani. Antonio Fontanesi di Reggio Emilia, a fra i più danni ed estrosi macchiaioli, Silvestro Lega di Modigliana. Delicato orientalista fu Alberto Pazini di Busseto; lirico interprete del passaggio appenninico, il bolognese Luigi Bertelli, e a Bologna, nacquero il robusto compositore e disegnatore solitario Luigi Serra e il decadente luminista Mario De Maria; spintero la loro feconda attività fin nel secolo attuale i ferraresi Gaetano Previsti e Giovanni Boldini; l'uno, teorico del divisionismo ma dal sognante temperamento mistico, e l'altro, commentatore impetuoso e mordente della mondanità parigina.

Bibl.: C. Ricci, La plitura romonica nell'E., Bologna 1886; id., Fioravante Fioravanti e l'architettura bolognese della prima metà del xve XV, ivi 1891: A. Venturi, L'arte emiliana, Roma 1894: id., Mladena artistica, Modena 1896: I. S. Supino, La scultura in Bologna nel xv: XV, Bologna 1910; C. Ricci, E. e Roncese, Bergamo 1911: id., L'architettura romonica in italia, Stoccarda 1925, pp. 1-xxiv, 41-72: M. Longhena. E., Torino 1906: G. Gabasi, L'architettura protoromanica nell'Esercito, Ravenna 1926; C. Ricci, La pittura del Cinquecento nell'Atta Italia, Verona 1928, pp. 32-54 e tace, 44-84: S. Somare, Storie dei pittori italiani dell'Ottocento, Milano 1928: B. Boccavoli, La pittura romugnola del Quattrocento, Fisenza 1931: A. Venturi, La pittura del Quattrocento nell'E., Bologna 1931: G. De Logu, La scultura italiana del Seicento e del Settecento, parte 2*, Firenze 1932, pp. 51-58: R. Longhi, Oflcina ferrarese, Roma 1934: G. De Logu. L'urbitretura italiana del Seicento e del Settecento, parte 2*, Firenze 1932, pp. 39-47: Catalogo delin - Mostra del Settecento bolognese, Bologna 1932: M. Salmi, La scuola di Rimini, Roma 1935: G. Sinihaldi, La scultura protocristiana, preromonica e romanica, Firenze 1936, pp. 24-45: C. Calzecchi Onesti, Archit-

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(per corrucia di mera. A. P. Frutaz)
Emilia M. G. De Roday, santa. Stemma della famiglia.

I particolari aspetti del suo
teltura fervorate nel
Omatrocento a nel Cin-
quecento. Roma 1942;
E. Bodmer, Il Correg-
gio e gli Emiliani, No-
vara 1943; U. Nebbia,
La pittura italiana
del Seicento, ivi 1946.
po. viiva.

Alberto Neppi
Folklore. -
Regione eminentemente agricola, con numerosi e importanti centri cittadini e con una vita civile molto progredita, l'E. una da questa condizione i caratteri e
i particolari aspetti del suo folklore.
Mentre le espressioni più vistose e pittoresche, quali, ad es., le fugge di vestire tradizionali, sono da tempo scomparse, si sono invece conservate usanze e feste popolari di origine e significato agreste, e cui spesso la vita cittadina ha fatto assumere carattere più festoso e importanza maggiore. Di particolare rilievo le feste di mezzaQuaresima, il cui centro è costituito da un grande fantoceio rappresentante una vecchia tutta adorna con collane di frutta secca e che, alla fine della festa, viene segata, mentre le frutta cadono e vengono contese dalla ragazzaglia, e il popolo si dà a un tripudio carnevalesco. Pertanto la festa si chiama della Segavecchia, e con particolare sfoggio viene celebrata a Reggio Emilia, a Cortignola (Ravenna) e a Forlimpopoli (Forl). Notevoli sopravvivenze, sempre di significato agreste, si hanno con i fuochi di marzo che si accendono alla vigilia di calendimarzo e intorno a cui i fanciulli ballano saltando sopra le fiemme: più importanti ancora quelle per il calendimaggio, che si conservano specialmente in vari paesi dell'Appennino emiliano: comitive di giovani girano di casa in casa, recando ramoscelli fioriti e adorni di nastri e cantando canzoni di questua