ed., a cura di A. Auer, Saluburgo 1936, pp. 472-74; J. Koch, s. v. in Verhinterlexikon, 1, col. 502; A. Dempf, Vom iusendigen Reichiun. Texte unbekannter Mistiker aus dem Kreise Meister Eckharts, Lipsia 1957, p. 150.
Angelo Wala
"ECCE HOMO". - Parole pronunciate da Pilato (Jo. 19, 5), presentando Gesù al popolo dopo la flagellazione.
1. Anco dell' E. H. - E cosi detta in Gerusalemme fino dal sec. xvi le parte centrale di un arco a tre fornici, che all'inizio della via dolorosa sormonta la strada con i lati inserrati in costruzione private. Esso fu introdotto nella storia del processo di Gesù perché ritenuto la porta d'ingresso al preto-

(1st. Andersas)
"Ecca Hossn - Dininto di Andrea Solari (prima metà del sec. xvi). Milano, Museo Poldi Pezzoli.
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(Jul. Jinderven)
ECCE HOMO. Dipinto di B. Juanes (sec. xvi)
Madrid, Galleria del Prado.
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INIZIO DEL LIBRO DELL'ECCLESIASTE
Bibbia di Borso (sec. xv), vol. I, f. 280 v - Modena, Biblioteca Estense.
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rio, da dove Pilato avrebbe mostrato Gesù al popolo pronunciando quelle parole. Due grandi pietre, sulle quali, si diceva, si sarebbero trovati Gesù e Pilato al momento della condanna o dell' E. H. si mostravano murate al sommo dell'arco.
Nel 1878 l'arco più piccolo o fornice settentrionale fu racchiuso nelle basilice, d'eustera eleganza, detta dell'E. H., e ne incornicia armoniosamente l'abside. Quello meridionale ando perduto e utilizzato in costruzioni private. Quantunque gli archeologi ascrivano l'arco al sec. II a III e lo identifchino con la porta orientale di Elia Capitolina, pure essi gli riconoscono il merito d'aver conservato nei secoli la tradizione sul processo di Gesù alla fortazza Antonia, posta a nord del Tempio, e di cui si sono ritrovata recentemente vestigia con la porta e duplice arco e l'ampio cortile a liustroto (Io. 9, 13), nelle fondamenta e nelle adiacenze dell'arco romano dell'E. H.
BibL: H. Vincent, L'Antonia et le Prélatre, in Revue biblique, 42 (1933), pp. 87-113; D. Baldi, Eucharidion Lncerum Sanctiome, Gerusalemme 1935, p. 760 . Donato Baldi
II. Iconografia. - Tra le scene della Passione quella dell'E. H. ha avuto la meno antica definizione iconografica. Infatti è molto improbabile che si possa riconoscere, come ha voluto qualche studioso, in figurazioni anteriori al tardo medioevo la scena nella quale il Cristo, coronato il capo di spine con evidenti i segni della fustigazione nelle carni, avendo tra le mani una canna a mo' di scettro e sulle spalle un drappo rosso a fingere la porpora regale, viene mostrato da Pilato al popolo.
Tale figurazione infatti appare per la prima volta in forma ben determinata nella miniatura medievale germanica (Codex Egberti, vescovo di Treviri dal 977 al 993) e quindi frequentemente nella scultura e pittura nordica del sec. xv, e bosti citare il dipinto con l'E. H. appartenente alla scuola di Westfalia che è nella Galleria oazionale d) Londra ove si vede Pilato intento a levarsi in mani e il Cristo sospinto da agherri in piedi accanto a lui, tra soldati e manigoldi. Il tema si definisce meglio durante il xvi sec., in quadri ed incisioni, e viene assunto anche dall'arte italiana che ne tarda testimonianze insigni, tanto per citare qualche esempio, nei dipinti di fra' Bartolomeo, del Cigoli, e del Sodoma nella Galleria Pirri di Firenze e nelle pitrure di Varallo, opera di Gaudenzio Ferrari.
Collegato allo svolgimento di questo tema, che durante il xix sec. ebbe la sua più caratteristica espressione nel quadro famoso del Caseri che è nella Galleria d'arte moderna di Firenze, è l'altra figurazione, ugualmente detta dell'E. H., costituita dalla sola immagine pietosa del Cristo isolato, quasi sempre a mezza figura, ugualmente con il capo coronato di spine. 8 corpo fegellato, mentre tra le braccia, strette ai polsi da lacci o catene, oltre o invece della canna, ha un fascio di verghe e la frusta della fustigazione.
Anche questa immagine, frequentissima durante il xv sec., a non solo nei passi nordici, assunse particolare
diffusione durante il Cinquecento e più nei Seicento con il diffondersi dello spirito naturalistico logicamente incline al favorevole propagarsi di un tale tipo iconografico. - Vedi tav. I.
BibL.: K. Künstla, Ikonographie der Christlichen Kunst, I. Friburga in Br. 1958, pp. 437-40. Emilio Lavagnino
- ECGE IAM NOCTIS TENUATUR UMBRA s. - Inno delle lodi per le domeniche dopo Pentecoste, d'autore ignoto, lo si trova in manoscritti del sec. x.
L'autore esortava i fedeli a pregare, al dissiparsi delle tenebre della notte, per la remissione dei peccati e per il dono della eterna pace. La breve preghiera si eleva in una saffica dal movimento regolare e da una franca ispirazione iniziale.
Biel.: G. Bell, Gli inni del Brem. tradurti, Roma 1836, pp. 17-13; V. Terrano, Gli onidiL'Uffizio divino, Mondovi 1932, p. 26; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 37.
Silverio Mattei
E G G E S G OOLPOSO: v. DIFESA LEGITTINA.
ECCEZIONE. - Diversi sono i significati del termine e. nel diritto processuale.
Un primo latissimo significato si ha quando si intende per e. qualsiasi atto defensionale del convenuto (v. processo).
In senso meno lato, si considera e. ogni difesa del convenuto, capace di provocare il rigetto dalla domanda dell'attore sulla base di fatti che impediscono o hanno estinto il diritto dell'attore, quali, p. es., l'avvenuto pagamento.
Infine, in senso stretto, e. è la difesa giudiziale vera e propria del convenuto, quando questi allega fatti e motivi che il giudice di regola non può rilevare di ufficio e che sono capaci, se non di escludere, di annullare l'azione (p. es.: prescrizione, incapacità, ecc.).
Le e. talvolta distruggono l'azione (v.) a il relativo diritto (p. es., quella di prescrizione), mentre talvolta eliminano l'azione senza peraltro escludere il diritto (exceptio inculimpleti contractus).
Nel diritto processuale canonico è ammessa anche l'e. dell'e.; ma anche in tal caso l'e. mantiene la sua autonomia e le sue proprie esigenze.
Diverse sono le classificazioni delle e. Basterà qui riferire le più importanti.
In primo luogo, le e. sono sostanziali (o di merito) e processuali (o di rito), secondo che esse riguardino il rapporto socratico o il rapporto processuale. Esse sono poi assolute o relative, secondo che la titolarità del relativo diritto spetti a tutte le parti di un determinato rapporto e ad alcune soltanto di esse. Cosi pure le e. si distinguono in perentorie e dilatorie, secondo che da esse l'azione sia esclusa definitivamente (p. es., l'e. di prescrizione) o soltanto allo stato attuale (p. es., il beneficium excusisimis). Vi è inoltre la distinzione delle e. in perpetue e temporanee. Perpetue sono le e. che possono pro-
2. - Enciclopedia Cattolica. - V.

(100. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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porsi in qualsiasi fase del giudizio; temporanee quelle che debbono proporsi entro un termine fissato dalle legge sotto pena di decadenza. Infine nella dottrina si trova la distinzione fra e. semplice e riconvenzionale, secondo che il convenuto, nel difendersi, resti o meno nell'ambito del rapporto fatto valere in giudizio dall'attore ovvero si faccia a sua volta attore contro di questi.
Con speciale riguardo alle e. processuali si può ritenere che anche per questa valga la distinzione tra e. in senso proprio (nel qual caso esso si bassino su circostanze e su motivi che impediscono la nascita del rapporto processuale) e e. in senso improprio (che tendono ad annullare la costituzione del rapporto processuale). Quali esempi di e. processuali improprio, che il giudice può rilevare di ufficio, si possono indicare quelle riguardanti la mancanza di giurisdizione, l'incompetenza funzionale, la nullità insanabile dell'atto costitutivo del rapporto e la cosa giudicata; esempi di e. processuali proprie sono quelle di incompetenza per territorio, di litispendenza e di perenzione.
Mentre l'attore non può promuovere diverse azioni che siano incompatibili tra loro, il convenuto può cumulare le e., senza che queste abbiano ad escludersi reciprocamente, anche se sono contrastanti (can. 1669).
Di regola nel diritto canonico vale, nei riguardi del diritto di azione, il principio romanistico della imprescritibilità del potere di e., in quanto il convenuto, per l'esercizio di questo suo potere, dipende dalla volontà dell'attore (r-temporalis ad agendum perpetua sunt ad excipiendum e). Devono però, con ciò, farsi sempre salvi i criteri di proponibilità dell'e. nel processo, dai quali trae la propria ragione di essere la bipartizione delle e. in perpetuo e temporanee. Vi è cioè sempre un ardo indicii che deve essere rispettato e che, tra l'altro, impone di regola di proporre e di sostenere istruttoriamente prima della contestazione della lite le e. dilatorie. Le e. perentorie viceversa (eccetto quelle cosiddette litis finitae) possono essere provate dopo la contestazione della lite.
Per quanto riguarda la prova, il diritto canonico segue il principio (dei diritto romano) ormai comune, secondo cui incombe al convenuto l'onere di provare i fatti che stanno a fondamento dell'e.
Le e. si estinguono per varie ragioni che non sempre coincidono (come accade, p. es., nel caso in cui la prescrizione non sia comune) con quelle che determinano l'estinzione dell'azione. Tra esse sono qui da ricordare: la morte dell'evente diritto all'e. qualora trattisi di azioni che si estinguono con la morte del titolare, la scadenza del termine perentorio fissato per la proposizione dell'e. o la rinunzia. Quest'ultima, a sua volta, può essere espressa - nelle forme e alle condizioni stabilite dalla legge (p. es., capacità del rinunziante) - a tacito, quale, cioè, la fa desumere il contegno processuale del convenuto, che, p. es., non può non far ritenere la sua rinunzia ad una determinata e. dilatoria, quando scende alla difesa nel merito senza curarsi di sollevare la detta e.
Bull.: Werno-Vidal, VI, p. 231 sgg.; M. Lege, Commentarius in iudicio ecclesiastica, I, Roma 1938, p. 338 sgg.; F. Roberti, De potestibus, I, ivi 1041; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 82 sgg. Fernando Della Rocca
ECGHEARDO d'Aura. - Primo abate benedettino di Aura (Herrensurach) chiamato perciò «Ekkehardus Uraugiensis ". Tra gli anni rog1-1107 dimorb a Bamberga e a Corbey; nel 1101 pellegrind in Terra Santa e l'anno seguente, di ritorno, visitò Roma; da allora cessò dal parteggiare per l'Imperatore, in favore del Papa. Il vescovo Ottone di Bamberga lo creò abate del monastero di S. Lorenzo in Aura. E inserto l'anno di morte, ma è da collocarsi dopo il 1129 .
Legò il suo nome all'opera Chronicon universale, in cui narrò i fatti del mondo dagli inizi all'anno 1125. I critici
attribuiscono all'abate Frutolf di Michelsberg la parte principale della cronaca fino al 1101. La cronaca fa largo uso di fonti, sia di autori ecclesiastici che profani, trascritti spesso ad litteram n. Pur nella vastità del racconto, E. tutto ordina con grande chiarezza e precisione. Nel convenuto a la più perfetta cronaca del medioevo e fonte principale per gli anni 1082-1125. Servi di base alla Chronaca regia Calonicensis del 211 sec.
Bull.: Ekkehardi Uraugiensis Chronicon universale, ed. G. Waltz, in MGH, Scriptores, VI, pp. 1-265. Studi: G. Bucholz, E. von Aura, Lipsia 1888; H. Brossias, Die Chroniken des Frutolfs v. Bamberg u. des Ekkehard v. Aura, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, 21 (1896), pp. 197234; P. E. Schramm, Unserïsene Kaiserbilder aus dem 2.-12. Jahrhundert; Weltehramik des Ekkehard v. Aura, ibid., 47 (1928), pp. 487-91; W. Wertenbach, Deutschinest: Geschichtsquellen im Mittelalter, I, Tubinga 1948, pp. 496-506. Ulderico Vicentin
ECGHEARDO di San Gallo. - Nome di 5 celebri monaci di questo monastero. Il più famoso è E. IV, n. ca. il 980 , m. ca. il ro6o. Ne è ignota la famiglia e la patria; si fece monaco a S. Gallo, ove fu alla scuola di Norbero il Balbisicnto, cui, dopo la morte, successe nell'ufficio di capo della scuola del duomo di Magonza, chiamatovi dall'arcivescovo Aribo. Nel 1031 fece ritorno a S. Gallo e vi mori il 21 ott. probabilmente nell'anno ro6o.
Compose diverse opere poetiche e la continuazione della cronaca del monastero di S. Gallo. Tra le poesie si notano: una breve dissertazione sulle parole fube domus benedicere; Versus ad picturas, cioè iscrizioni poetiche da apportare ai dipinti della cattedrale di Magonza ed altrettante iscrizioni per i quadri della vita di S. Gallo nel monastero canonimo; Liber benedictionum e Benedictiones ad mensas, benedizioni poetiche ad uso dei superiori in coro ad a mensa. Inoltre corresse il poema Vita Waltharii meam fortis di E. I; raccolse poesie per le feste dei santi e della Chiesa dagli scritti inediti di Norbero, che pubblicò dopo la morte del maestro, aggiungendovi note esplicative. Le sue poesie sono utili allo scrittore per le importanti notizie che cna e la riportano. Opera principale è Cama S. Galli (in MGH, Scriptores, II, 75-147) scritta negli anni 1047-53, in cui E. continua fino all'anno 971 la cronaca del monastero, lasciata da Ratperta all'anno 883.
Diligente nella ricerca e nell'uso delle fonti, E. nella narrazione è invece talvolta fantasioso, scambia nomi, incorre in znacronismi. Ciò nonostante la cronaca resta una tra le principali fonti della storia della Chiesa tedesca nel medioevo.
Bull. I. Egli, Der Liber benedictionum Eschabarts IV., in Mitteilungen z. V. G., 2* serie, 31 (1909); E. Dumniler, Ekkehart IV. von St. Gallen, in Zeitschrift für deutsches Altertum, 14 (1869), pp. 1-79; E. Schala, Über die Diskussion Ekkeharts IV. von St. Gallen, in Corona quernes (Pestgabe K. Strecker), Lipsia 1941, pp. 199-235; W. Wertenbach, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter I, Tubinga 1948, pp. 238-43. Ulderico Vicentini
ECCLESIA. - Rivista mensile illustrata (Città del Vaticano). Promossa dall'Ufficio informazioni costituito per la ricerca di notizie sui prigionieri di guerra e per il loro collegamento con le proprie famiglie, apparve (sett. del 1942) come doverosa testimonianza della carità del Papa. Al documentario fotografico e statistico associò l'informazione vaticana, e la constatazione dell'opera della Chiesa nei documenti storici. Diede anche posto alla letteratura d'ogni lingua, rimanendo tuttavia argomento precipuo il panorama della carità esercitata verso le vittime del conflitto, a commento di relazioni e fotografie che l'Ufficio e Segreteria di Stato inviavano. Per l'intera durata della guerra coordinò così un complesso materiale informativo di prima mano, facendosi portavoce della S. Sede per tutto ciò che di bene irradiava su infinite miserie.
Nell'immediato dopoguerra, imperniata su sviluppi nuovi, fu il fiorire di varie rubriche ad assicurarne la vitalità. Un orientamento monografico sembrò ad un dato momento prevalere (v., ad es., i numeri di ott.,
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nov., dic. 1945, che rispettivamente svolsero, inquadrandoli in una viva cornice, " Il clero e la guerra ", " Il dolore e la guerra", "Bestitudine cristiana sopra la guerra". Poi la linea della rivista s'è attenuta al programma di documentare la vita cattolica negli avvenimenti più significativi, spaziando anche nella poesia e nell'arte. Notevoli le "Cronache vaticane".
Sint.: U. Pirago, Una sivista: Ecclesia, in L'esucreatore romano della disonnita, 9 genn. 1049. Luigi Hatter
## ECCLESIA EX GENTIBUS, EX CIRCUMCISIONE; v. CRIESA.
ECCLESIASTE. - Quarto dei libri didattici del Vecchio Testamento, in 12 capitoli, "capolavoro filosofico di satira, d'ironia, di buon senso e, checché ne sembri e possa dirsi, di religione e vera pietà" (Busy). Nel canone ebraico fa parte dei kethibhîm o "scritti", ed è il quarto dei 5 "volumi" o méghilî̄̄li, che nella liturgia giudeica si legge nella festa dei Tabernacoli (v.). Nella versione greca dei Settanta e nel canone sancito dal Concilio di Trento (v. volGATA), è tra i libri poetici o sapienziali, come già presso i Padri, che con i Proverbi e il Cantico lo attribuiscono a Salomone (s. Girolamo, Comm. in Eccle., 1, 1: PL 23, 1063).
Il titolo, che nel testo (Eccle. 1, 1 sg. 12, ecc.) concerne non il libro ma l'autore, è la traduzione greca dell'ebraico Qäheleth (denominativo di qähäl = "essemblea "), "uomo d'assemblea", l'oratore o il predicatore per eccellenza (cf. ibid., 12,9); participio femminile, forma usata per i nomi d'ufficio di dignità (cf. Esd. 2, 53, 57; I Par. 4, 8; 7, 8; W. Gesenius-E. Kautzsch, Hebrateche Grammatik, 28 ed., Lipsia 1909, § 122 r; P. Jolion, Sur le nom de Qaheleth, in Biblion, 2 (1921), p. 33 sg.).
Fino al sec. xix, nonostante il tentativo di H. Grotius ( 1644 ), giudei a cristiani lo ritennero scritto da Salomone (cf. s. Girolamo, loc. cit. a 1, 12: PL 23, 1072 sg.; tra i recenti E. Philippe, s. v. in DB, II, coll. 1239-41). Attualmente tutti ne rimettono la composizione ad una epoca sensibilmente inferiore al ritorno dall'esilio, tra il 332 e la persecuzione di Antisco Epifano (175-64 a. C.); probabilmente ca. il 200 a. C., prima dell'Ecclesiatitica (contro N. Peters, in Biblische Zeitschrift, 1 [1903], pp. 47-54, 129-32). Lo esigono gli ammalami, la decadenza della sintassi, "vocaboli o costruiti di un'età assai tardiva, che formano come la transizione fra l'ebraico dell'età classica e quello del Talmud" (Vaccari).
Che il dotto scriba, un giudeo (Eccle. 4, 17; 8, 10), autore dell' E, si presenti come figlio di David, re di Gerusalemme (ibid., 1, 1 sg. 12 15, ecc. ; donde si deducea trattarsi di Salomone), è per i più un semplice caso di pseudepigrafia, per cui si attribuisce lo scritto didattico ad un uomo illustre, per dargli maggiore importanza; o ancor meglio "un semplice espediente di esecupificazione o di comunicazione retorica" (Vaccari), dato che manca un riferimento netto a Salomone, come invece l'abbiamo in Sup.; e s il titolo di re che si dà l'autore, può essere un titolo accademico ai pari del nome Qäheleth" (Vaccari). Inoltre, la deplorazione della tirannide regia e delle oppressioni dei sudditi, frequenti nell'E. (Eccle. 3, 16; 4, 1: 5, 7; 8, 9; 10, 5-7, ecc.), come altre allusioni storiche (cf. ibid., 12, 13), non convengono alla persona, al regno, al tempo di Salomone.
Non furono sollevati dubbi circa l'ispirazione e la canonicità dell' E., se si escludono alcune discussioni rabbiniche verso la fine del sec. I d. C. e la negazione di Teodoro di Mapeustria (PG 66. 697), condannata dal Concilio di Costantinopoli (cf. L. Pirot, L'oeuvre eségétique ed Théod. de Mops., Roma 1913, p. 159 sgg.).
L'E. è un trattato di morale pratica sulla felicità. Si è troppo parlato di pessimismo, di scetticismo nei numerosissimi commentari (cf. L. Bigot, s. v. in DThC, IV, coll. 2015-22), quasi l'E. sostenga al riguardo una sozione negativa: tutto è vano ed inutile, è impossibile essere felici. Tale misconoscimento pregiudiziale ha influito sull'esegesi dell'intero libretto, non facilitando certo la comprensione delle pericopi più difficili. Il
qäheleth è un acuto osservatore, il quale più che al ragionamento s'affida all'esperienza, alla profonda disamina della vita privata e sociale. E colpito dall'affannarsi degli uomini, dei loro sforzi, compiuti nelle varie contingenze, per raggiungere lo loro méte, a tutti i costi, logorandosi, mentre tutto è caduco. L'esperienza dimostra la vanità e il danno di tali eccessi; sforzi invariabilmente infruttuosi che non raggiungono lo scopo. L'autore vede in questo dinamismo l'umanio principale alla felicità. Prima perciò di esporre dove essa si trovi, e come acquistarla, si forma ad additare dove è vano cercarla. Causa del nostro tormento non è la vita, l'impossibilità di esser felici, ma solo lo srolido affannarci a cercare la felicità dove non si trova. L'E. condanna lo sforzo continuo, l'eccesso della ricerca, qualunque ne sia l'oggetto: la sapienza (Eccle. 2, 11. 13; cf. De inci. Christi, 1, 1-2), il piacere e le ricchezze (Eccle. 4, 8; 3, 11), il lavoro (ibid., 2, 23; 3.9), il desiderio di cambiare il corso della Provvidenza o degli eventi umani o della società, di superare le avversità degli uomini, le varie preoccupazioni che avvelenano la breve vita terrestre (ibid., 7.6 sg .; 8, 16).
L'E. insiste sulla condanna di ogni sforzo, ne fa risaltare la piena vanità e la conseguente insoddisfazione dell'animo, per sottolineare e celebrare con maggiore efficacia la via maestra del giusto mezzo, che sola conduce alla felicità. L'E. insegna che la vita è buona ed offre una felicità vera, che soddisfa realmente l'aspirazione naturale del nostro animo. Basta saper vivere e fruire con saggio equilibrio e con moderazione dei beni naturali che Dio elargisce: beni del lavoro normale e dell'agiatezza, soddisfazioni che provengono dalla famiglia e dalla società. Questo felicità eccessibile a tutti è dono di Dio (Eccle. 2, 24 sg.; 3. 12 sg.; 5. 17-19; 11, 7-10). "Il Qäheleth dunque non è un pessimista, perché crede alla felicità e ci insegna i mezzi per raggiungerla (ibid., 11, 1-6 sgg.); non è un asso perché crede in Dio e nella Provvidenza (ibid., 1, 4-11. 13; 3, 1-8. 11. 14. 17.; 6, 2-10; 7, 13; 8, 12; 11, 9; 12, 14); non è un epicureo: accetta la felicità, ne gode come dono concorso da Dio (ibid., 2, 1-11; 7, 15; ecc.); non è un materialista, perché crede all'oltretomba ed all'immortalità (ibid., 3, 11; 8, 12; 9, 10; 11, 9; 12, 13); non è un determinista, perché la nostra felicità e tante altre cose dipendono da noi (ibid., 4, 13; 7, 8); non un egoista, perché ha il senso della giustizia (ibid., 2, 26; 3, 16 sgg.; 8, 5 sgg.; 11, 13); non è uno scettico, perché toda la Sapienza (ibid., 3, 10-12; 9, 16 sg. 18) ed ha una dottrina sicura su Dio e sulla vita (ibid., 3, 10-17; ecc.). Questa morale del giusto mezzo, infine, non è mediocre, volgare, borghese; la eleva, infatti, la trasforma e l'incorpora in una morale soprannaturale il pensiero costante di Dio, che la domina e la pernora (ibid., 3, 10-13; 5, 17-19; 7, 13 sg. 18; 9, 7; 11, 9; 12. ecc.). Non è meno impregnata di pietà che di buon senso" (Busy, p. 200). L'E. è quanto mai adatto per "muovere al disprezzo di questo secolo e far stimare un nulla quel che il mondo offre" (s. Girolamo, Comm. in E., proefatio: PL 23, 1062; cf. s. Agostino, De Civitate Dei, XX, 3: PL 41, 661).
Il qäheleth presenta la sua dottrina con forti antitesi e tesi, completando qua e là il suo pensiero con le caratteristiche massime (mêEitllos) che si riscontrano nei Proverbi e nell'Ecclesiatitio. Modo di composizione affatto particolare che, a ragione, fa avvicinare l'E. e a quel genere di filosofia spicciola, che col titolo di Pensieri è conosciuto pure nelle antichità profane, antiche e moderne" (Vaccari). E difficile pertanto rintracciare in essa un ordine logico nello svolgimento delle idee, e spesso ci si ferma a ciascuna sentenza, quasi a ramo staccato, senza innervarla nel piano che solo l'esame attento del libro svela. Così per la pericope 3, 18-21, che sembra negli all'uomo qualsiasi vita oltre la morte. L'E., che sullo E C A l afferma la stessa concezione degli altri libri sacri del Vecchio Testamento (cf. Eccle. 9, 3-10 ed i passi citati sopra), ammette necessariamente che qualcosa sopravvive alla persona umana (nephot) che finisce, al corpo che si disgrega; persona, corpo, che qui presenta in una delle sue frequenti antitesi, realisticamente e sarcasticamente nella loro fragilità, nel loro destino morale. Nasce l'uomo allo stesso modo che gli altri animali,
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emette ugualmente come essi l'ultimo respiro (rûch). Sembra un animale al par di loro. Quindi la conclusione (ibid., 3, 22) invita a fruire della vita, dono di Dio, senza fissar lo sguardo oltre la tomba. Il pensiero di Dio, datore della vita, è fonte di felicità; lo sguardo nelle tenebre dello E^{′} E; fonte di inutile e dannoso turbamento.
- L'E. è misto di riflessioni in prosa intercalate da gruppi di sentenze in versi, il tutto preceduto da un prologo seguito da un epilogo» (Vaccari).
Prologo (1, 1-11). 1^{°} Sviluppo: tutto quaggiù è vanità ( 1,12-2,26 ). 2^{°} Sviluppo : vanità degli sforzi dell'uomo per modificare l'inaluttabila varietà degli eventi (cap. 3); gruppo di sentenze ( 4,1-3,8 ) su varie anomalie. 3^{°} Sviluppo: vanità delle ricchezze ( 5,9-6,21 ); gruppo di sentenze ( 7,1-12 ) sui valori della vita, pazienza e calma, vantaggi della Sapienza. 4^{°} Sviluppo: impotenza della virtù ad assicurare la felicità ( 7,13-9,10 ). 5^{°} Sviluppo: vanità degli sforzi per assicurare il successo ( 9,11-16; 10, 5-9); gruppo di sentenze ( 9,17-10,4 ; 10,10-11,8 ). 6^{°} Sviluppo: felicità della gioventù, in opposizione ai mali della vecchiaia (11, 7-12, 7). Epilogo: 12, 9-14 (altro schema di A. Miller, p. 116 sg .).
Tale genere di composizione, come indusse fin dall'antichità ad un'esegesi spezzettata, cosi spinse alcuni tra i moderni a negare l'unità letteraria dell'E., che consorrebbe di varie parti, opera di diversi autori. Il primo a distinguere nell'E. più scritti originari fu C. Siegfried (1898), la cui teoria fu ripresa e ritoccata da A. H. Mc Neile (1904), G. A. Barton (1908), E. Podechard (1912), D. Buzy (1946, pp. 193-197). Viene attribuita al qôbektîh la maggior parte dei 12 capitoli, con la tesi fondamentale. Ad un altro ( 8 -epiloghista 9), sono attribuiti l'epilogo e 1,2 ; 7,27 sg.; 12, 8*; che vi si parla del qôbektô in terzo persona; l'epiloghista inoltre avrebbe raccolto e distribuito tra le riflessioni le sentenze del primo: 1, 3,4-14. 13; 2, 14; 3, 8; ecc. Le parti riguardanti il timer di Dio e la dottrina della retribuzione sarebbero completamenti a ritocchi di un "pio" o hàrîdh. Infine ad un "sapiente" o hâkîdm apparterrebbero alcuni tra i principali gruppi di sentenze: 2, 9-12; 4, 17-5, 8; 7, 1-12, 19-22; 8, 1-4. 7 sg.; 9, 17-10, 4; 10, 10-11b.
Tale molteplicità di autori, se questi sono ritenuti ispirati, non intacca il carattere divino del libro. Ma gli argomenti addotti sono tutt'altro che probativi. E un dato innegabile che io stile delle diverse parti è identico. L'uso della terza persona potrebbe confermare la pseudepigrafia a svelare l'espediente retorico. La mancanza di connessione logica tra le varie pericopi, la imperfezione e varie antinomie apparenti, si spiegano essorientemente con il genere di composizione speciale dell'E., con lo sviluppo del tema centrale mediante forti antitesi che precedono e mettono in risalto la tesi, e tenendo presente che la dottrina morale esposta è di molto inferiore alla evangelica. In eil sono quasi concordi i cattolici (A. Condamin, V. Espletal, A. Vaccari, A. Allgeier, ecc.) e moltissimi scarmolici (E. Sellin, Einleitung..., 4ᵉ ed., Lipsia 1936, p. 150; D. Eissfeldt, K. Galling, ecc.).
Il testo ebraico è ben conservato (cf. S. Euringer, Der Messeroktext des Koheleth kritisch unterrucht, Lipsia 1890). "La versione greca dei Settanta è letterale, anzi servile, al modo del traduttore Aquila, cui erroneamente fu attribuita da alcuni (cf. B. Klostermann, De libri Koheleth versione Alexandrina, Nisi 1892). S. Girolamo, nel commento all'E. (PL 23), emendò sull'ebraico l'antica versione latina derivata dalla precedente. Nel 307 tradusse l'E. direttamente dall'ebraico, in un sel giorno. Questa versione abbiamo nella Volgata" (Vaccari). - Vedi tav. II.
BibL.: Introduzioni particolari: L. Bigot, s. v., in DThC IV, coll. 1998-2008; A. Vaccari, Imitizdiones bibl., 2ᵉ ed., Roma 1922, pp. 19-84; H. Häpfl, Introd. specialis in Vet. Test., 2ᵉ ed., ivi 1946, pp. 325-38. - Numerosi furono i commenti dell'E. fin dall'antichità; tra i recenti, i più notevoli sono quelli di D. Caselli, Pios 1866; G. Vegni, Firenze 1871; G. Morpurgo, Padova 1898; C. Siegfried, Prediger und Hoheelied, Gottings 1898; G. Gietmann, Parigi 1890, 2ᵉ ed. 1901; A. v. Schulz, Lipsia 1901; G. A. Barton, Edimburgo 1908; V. Espletal, 2ᵉ ed., Friburgo 1911; E. Podechard, Parigi 1912; L. Levy, Lipsia 1912; M. Thilo, Bonn 1923; A. Allgeier, ivi 1923; A. Vaccari, I libri poetici della Bibbia, Roma 1923, pp. 269-82; G. Kuhn, Gieszen
1926; H. W. Hertzberger, Lipsia 1932; B. Afrink, Bruzge 1932: I. Carlebach, Friburgo 1936; W. Zimmerli, Berlino 1936; M. Nicolangelo, Napoli 1938; E. T. van den Born, Kampen 1936; K. Galling, Die fünf Mephillisch, Tubinga 1940, pp. 4790; D. Buzy, in La S. Bible, ed. L. Pirro, VI. Parigi 1946, pp. 151-280; G. C. Aalders, Kammen 1948; P. Nitzscher, Nitzsburg 1948. - Studi: A. Monais, Saltonen et l'E. Etude critique, 2 voll., Parigi 1876; D. Leimdörfer, Der Prediger Saltonens in historischer Beleuchtung, Amburgo 1892; W. Batzner, Optimismus und Persimismus im Buch Kohelet, Halle 1901; L. Lane, Das Buch Kohelet und die Interpolationshypothese Siegfrieds, Wittenberg 1900; Fr. Savoldi, Der Prediger, Schopenhauer, and E. m. Hartmann, 2820 bibl. und med. Passimismus, Fulda 1903; A. H. Mc Neile, An introduction to Ecclesiastes, Cambridge 1904; P. Haupe, Koheleth oder Weltrahmens in der Bibel, Lipsia 1905; P. Torge, Seelenglaube und Unsterblichbeirbloffung im Alt. Test., ivi 1909, pp. 237-45; A. Lamnere, Le linee de Quidleth. Etude critique et philosophique de l'Ecclésiscle, Parigi 1931; R. Gordis, The wisdom of Ecclesiscles, Nuova York 1945; A. Schulz, Traurigkeit und Gietgebergescheit im Alt. Test. Die Bücher Kohelet und Habehuk und eine Auswahl aus den Problem, Warendorf 1947. Articoli: A. Condamin, Etudes sur l'Ecclésiscle, in Revue biblique, 8(1899), p. 403 sgg.; 9(1900), pp. 30-44, 324-77; L. Hugo, Die Unsterblichbeirblohre im Buch Kohviet, in Zeitschrift für katholische Theologie, 37 (1913), pp. 400-14; E. Podechard, La pensée de l'Ecclésiscle, in L'Université catholique, 7 (1913), pp. 289-310; G. B. Gray, Peb. Ecclesiastes, and a new Babylonian literary fragment, in The Expostures Times, 31 (1919 20), pp. 440-43; A. Fernandez, Es Ecclesiastes non versión?, in Biblica, 3 (1922), pp. 45-50; P. Dharma, Ecclésiscle en 3667, in Revue biblique, 22 (1932), pp. 3-27; P. Iubon, Notes philologiques sur le texte hébreu de l'Ecclésiscle, in Biblica, 11 (1939), pp. 419-25; J. Pedersen, Scepticisme (traditio, in Revue d'iciative et de philosophie religieuses, 10 (1930), pp. 317-70; L. Allert, Il messaggio spirituale dell'E., in Scuole cattolica, 60, (1932, 16, pp. 143-56; A. Dondagne, De animae humaniellisice locto Ecole, 31 18-21, in Colleliamos Brugentes, 32 (1932), pp. 10-15; A. Miller, Aufbun und Grundproblete des Predigers, in Mitteilungen biblica, II, Roma 1932, pp. 104-22; R. H. Pfeiffer, The peculiar skepticism of Ecclesiscles, in Journal of Biblical Literature, 50 (1934), pp. 100-109; D. Buzy, La notion de bonheur dans l'E., in Revue biblique, 43 (1934), pp. 494-511; L. Di Fonzo, "Quis novit si spiritus filiorum ascendat serrum...?" (Ecole, 3, 21), in Verbum Domini, 19 (1939), pp. 257-88, 280-99; 20 (1940), pp. 166-76; W. E. Staples, The "sanity" of Ecclesiscles, in Journal of Near Eastern Studies, 2 (1943), pp. 95-104; W. A. Irwin, Ecole, 4, 13-16, ibid., 3 (1944), pp. 257-57; J. Schildenberger, Alttest. Senteitsverstellung und Irrtumslosigkeit, in Biblica, 25 (1944), pp. 343-45; R. Weil, Le liere du "Déespéré". Le nom, l'intention et la composition de l'ouvrage, in Bulletin de l'Institut Français d'Archéologie orientale, 43 (1947), pp. 89194; S. De Ascuin, Et génere literaria del Euboniste, in Estudios biblicas, 7 (1948), pp. 369-406; C. C. Torres, The question of the original language of Kohelet, in The Jewish Quarterly Review, 39 (1048-50), pp. 151-60.
Transcese Spedalina
ECCLESIASTICAL REVIEW, THE AMERICAN. - Pubblicazione mensile per il clero degli Stati Uniti. Fondata a Filadelfia nel 1889, si propone di fornire ai sacerdoti un corredo di notizie e di informazioni utili allo svolgimento della loro missione. Trovano posto nella rivista, oltre agli atti ufficiali della S. Sede, seri studi sulla storia della Chiesa, sulla S. Scrittura, liturgia, arte e simbolismo cristiano dovuti alle migliori penne dei sacerdoti americani e alla collaborazione di eminenti personalità del mondo cattolico.
Giuseppe Graglia
ECCLESIASTICO. - Il più notevole dei libri sapienziali del Vecchio Testamento, per il numero e la diversità degl'insegnamenti; ben può dirsi un trattato di morale abbastanza completo, per tutti gli stati e le circostanze della vita (s. Agostino, Speculum de Scriptura Sacra: PL 34, 948); da ciò l'appellativo ἠ naváperos (s. Girolamo, Comm. in Dan., 9: PL 25, 545) a raccolta di tutte le virtù » o a virtutum omnium capax " (Cassiodoro, De instit. die. litt., V: PL 70, 1117). Dopo i Salmi, è il libro del Vecchio Testamento più utilizzato dalla liturgia.
Il titolo E., preso dal greco (ms. 248), risale alla versione latina (acc. 11-111) e già in s. Cipriano (Testim. ado. Indaeos, 2, 1; 3, 1; ecc.; PL 4, 696, 729). Esprimo l'uso che la Chiesa ne faceva nel culto, per la preparazione dei catecumeni, quasi loro catechismo ufficiale
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[Rufino, In symbolum apostolicum, 38: PL 21, 374]. Probabilmente (i manoscritti ricuperati mancano dell'inizio) il titolo ebraico fu suċ̃̌̌̌̌̌im ("Proverbi del figlio di Sira'», cf. ebr. 50, 27). I manoscritti greci hanno: Zogda 'Togod uloż Zatpily o solo Zogda Zatpily (cod. B). Cosi l'antico titolo latino Sapientia Salomonts, in quanto l'E. appartiene alla letteratura sapienziale, che quel re coltivò (s. Girolamo, Proef. in l. Salem.: PL 28, 1242; s. Agostino, De doctrina christ., 2, 8: PL 34, 41); e nella liturgia Liber Sapientiae (cf. s. Girolamo, Contra peleg., 1, 33: PL 23, 527). I moderni amano citare l'E. con il semplice pizzascinico dell'autore: «Il Siracide».
L'E. della Sapienza prende l'argomento e la divisione. Vi si distinguono dieci parti, che tutte cominciano con l'elogio della Sapienza o con un inno a Dio autore di essa.
1. Elogio della Sapienza. Doveri verso Dio, verso i genitori, verso il prossimo: umiltà e mansuetudine, compassione per gl'infelici (capp. 1-4, 10).
2. Elogio della Sapienza. Sincerità e franchezza, non presunzione; amicizie ( 4,11-6,17 ).
III. Invito alla pratica della Sapienza. Contro l'ambizione; contagio con varie classi di persone. Doveri dei governanti; dei ricchi; non fidare nelle ricchezze, ma in Dio. Persone da schivare. Contro l'avarizia ( 6,18 14, 19).
IV. Frutti della Sapienza. Il peccato viene dal libero arbitrio, non da Dio, e non va mai impunito ( 14 , 20-16,23 ).
V. Inno a Dio creatore. Generosità e previdenza. Prenar le passioni e far buon uso della lingua: cantinenza dell'anima, disciplina della bocca ( 16,24-23,27 ).
VI. Inno della Sapienza. Tra cose amabili a tre odiose, tre da temere e due pericolose; sulle donne buone e cattive. Prestiti, doni e malleveria; educazione dei figli; sanità e vizi che la guastano; temperanza; conversazione a tavola. Timor di Dio; provvidenza divina (24, 1-33, 17).
VII. Invito ad ascoltare. Come trattare i servi. Superstizioni: buona e cattiva religione. Preghiera per il trionfo della religione d'Israele ( 33,16-56,22 ).
VIII. Esatto del meglio: donna, amico, consigliere. Cura della sanità : come portarsi nelle malattie e verso i morti. La più nobile professione: lo studio della Sapienza (38, 23-39, 11).
IX. Inno a Dio creatore, che tutto ottimamente dispone a bene dei giusti, a punizione dei malvagi. Infelinità dalla vita umana, specie per gli empi. La vergogna: quale buena e quale cattiva. Le meraviglie del creato: altro inno ( 39,12-43,37 ).
X. Inno di fede ai patriarchi, che vissero secondo la sapienza loro comunicata da Dio, da Adamo a Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote al tempo dell'autore (44-50).
Seguono due appendici: inno di ringraziamento a Dio per la ottenuta liberazione da molti a gravi mali ( 51,1-12 ); carme alfabetico in cui l'autore descrive le cose da lui pure nello studio della Sapienza ed invita ad imitarlo ( 51,13-30; cf. A. Vaccari, I libri poetici..., Roma 1925, p. 327 sg.). Tra le due appendici, il manoscritto ebraico è interpone un salmo simile a P_{1}, 133 (ebr. 136); per quanto antico, non è genuino, ma derivato dall'uso liturgico.
Nella versione greca, il traduttore - nipote del Siracide - premise un prologo, importante per le notizie offerte sul nonno, sul tempo della composizione e della traduzione e sul canone del Vecchio Testamento, i cui libri dice già in massima parte tradotti in greco.
L'E. è il solo libro del Vecchio Testamento, eccettuati quelli profetici, che, oltre a numerose indicazioni sulla persona, dia con sicurezza il nome del suo autore: Gesù, figlio di Eleazar, figlio di Sira' ( 50,29 ; cf. prologo). Il nome a Simeone a nell'ebraico (ibid.) è dovuto ad una glossa.
Originario di Gerusalemme (come precisa è nipote: 50,27 greco), Gesù vi passo gran parte della sua esistenza, e, in sulla fine, vi redasse probabilmente la sua
opera (cf. la sua assiduità al Tempio: 50,5 sgg.; 51, 14). Uomo di fede profonda, il Siracide, fin dall'infanzia assidue studioso dei libri sacri (prologo; 38, 24) e ricercatore sagace della sapienza ( 51,13-30 ), arricchì la sua esperienza con i visaggi; osservò uomini a cose (cf. 34, 11; 51, 13); forse da giovane fu alla corte di qualche re straniero (cf. 8, 8; 11, 1; 41, 17); sperimentò la malvagità umana; ma Dio lo salvò da ogni pericolo ( 34,12 ; 51, 2-14). L'ardente fedeltà al jubwismo lo spinge a comunicare agli altri la sua dottrina (24, 30-34). Aduna nella sua scuola ( 51,23,29 ) la gioventù aristocratica di Gerusalemme, cui insegna il culto di Dio, le tradizioni, la Legge, cioè la religione, la morale, la giurisprudenza, e le vie della saggezza. Questo spiega nel Siracide il perfetto possesso dell'ebraico, la conoscenza profonda della letteratura sacra, la larghezza di vedute, il senso realistico della vita, il tono cattedratico del suo insegnamento a soprattutto la molteplicità dei soggetti, trattati secondo i principi rivelati e l'umana esperienza, che hanno per scopo di dare ai giovani l'educazione civile a morale, necessaria per ben vivere e piacere a Dio.
Due dati ci permettono di stabilire quando visse il Siracide: a) il cap. so descrive in modo cosi vivo e concreto il sommo sacerdote Simone, figlio di Onia, che tutti si è concordi nel ritenerlo contemporaneo dell'autore. Ci furono due scomni sacerdoti con tal nome, uno verso il 300, l'altro dal 218 al 198 a. C.; il passo so, i-5 quasi esclusivamente si adatta al pontificato di Simone II (Florio Giuseppe, Antig. Ind., 12, 4), che coincise con le gioventù del Siracide, il quale lo vide officiare nel Tempio; b) nel prologo, il nipote dice d'esser venuto in Egitto nel 380 anno del re Evergete, cioè Tolomeo II (170-116 a. C.); ché il 10 Tolomeo Evergete regnò solo 25 anni (247-222). Siamo pertanto al 132 a. C. a poco dopo iniziò la versione greca dall'E. E nonno visse dunque tra il sec. III e il II, a distanza di due generazioni, cioè di ca. 60 anni; è il tempo di Simone II. Probabilmente ca. il 180 il Siracide terminò il suo libro.
La scrisse in ebraico; non di getto, ma secondo le circostanze ne compose le diverse parti. Il Siracide persegue lo stesso fine dei profeti e dei "sapienti": la formazione morale e religiosa del "resto" ritornato in Giudea, del nuovo Israele; con un particolare riguardo (come scrive il nipote nel prologo) ai Giudei della diaspora, per preservarli dall'influsso dell'ellenismo. Il Siracide medita a riprende tutta la Rivelazione precedente e la espone nel suo genere letterario sfruttando l'esperienza e il lavoro della ragione umana (A. Robert, in Rev. bibl., 44 [1935], pp. 304-306; A. Druhbel, in Biblica, 17 [1936], pp. 414-28).
Considerata inizialmente in senso universalistico (1, 10, 25), la Sapienza è identificata con il jubwismo: per l'E., come per la Sapienza, la salvezza o la sapienza è privilegio d'Israele. Per le stesse circostanze d'ambiente politico e culturale (predominio dei Seleucidi e invasione dell'ellenismo: Spicq, p. 552 sg.), l'E. insegna esplicitamente quanto è implicito e accennato qua a là nei Proverbi, circa l'elezione d'Israele, il porto del Sinai, il rapporto particolare Jahwele-Israele. La sapienza è il monoteismo Jahwista; le sue regole sono contenute nei libri sacri, specialmente nella Töröh. Israele ha la missione d'illuminare le genti, le quali possono partecipare della sapienza, aderendo al jubwismo (cf. 17, 1-17; 24: 36, 1-17; ecc.; Spicq, pp. 653, 684-86, 746 sg.; A. Vaccari, in DFC, IV, col. 1204 sg.). Inoltre il vero culto è a Gerusalemme ( 32,14 sgg.; 50); si fa l'elogio dei pii jubwisti (44-50); sono maledetti i Pilistei e i Samaritani ( 50,25 sg.). Il nuovo Israele è l'erede della teocrazia mosaico ( 50,23 mathrm{sg}. greco); e viene accennato il suo passaggio nel Regno del Messia (36, 14-17). Altri elementi della speranza messianica: la perpetuità d'Israele (37, 25; 44, 13); la discendenza davidica (47, 11); il precursore del Messia (48, 10 sg.) tipicamente annunziato nel profeta Elia (v.).
Jahweh, che governa con sapienza l'universo (cf. 39, 12-40, 27), scruta le coscienze ( 42 , 18 sg.), discerse i suoi cultori (cf. 16, 16-23; 33, 11 sg.), li
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siuta a restar fedeli ( 2,17 mathrm{sg} . ; 22,27-23,6, ecc.). Il timor di Dio provoca le benedizioni celesti (23, 1; 40, 26) e forma la felicità della vita (23, 27). Non bisogna lasciarsi influenzare dal prestigio degli empi ( 4,27 mathrm{sg} . ; 7,14 mathrm{sgg} . ; ecc.), né cercare la loro amicizia ( 9,16 ). Dio perdona gli sviati che fan penitenza ( 17,24 mathrm{sgg} . ; 18,13 ), ma punirà gli empi e avrà gloria difendendo il suo popolo ( 35,19-36, 17; 50, 23 sg.).
Il cap. 24, culmine e sintesi dottrinale di tutto il libro, presenta la Sapienza come una realtà che è sempre stata con Dio creatore o supremo legislatore; e che Dio comunicò ad Israele sua eredità. Realtà che parla, quasi fosse una persona; abita stabilmente tra gli Israeliti, e produce in essi i suoi effetti salutari.
I Giudei, per nulla speculativi, rappresentano, personificandoli, anche la Legge, la Parola, lo Spirito di Jahweh, entità non vedute come semplici astrazioni, ma come realtà concrete, cui mai però è attribuita una esistenza personale, cioè effettivamente distinta ed indipendente da quella del soggetto che le possiede. Si tratta di personificazione poetica d'un attributo divino o della sapienza essenziale divina; che tuttavia orienta lo spirito verso l'idea di una persona autonoma (cf. Prov. 8; Sap. 7). Dopo la venuta del Cristo, Verbo eterno (Jo. 1, 1-14; cf. I Cor. 1, 24 sg.; Col. 1, 15 sgg.), era facile riconoscerlo nelle caratteristiche della Sapienza eterna, descritte dal Siracide, nel senso pieno (pleuior). Infine venne spontanea l'applicazione alla Vergine Maria a sede della sapienza e di quanto è detto della Sapienza partecipata dagli uomini, in senso spirituale allegorico.
Il testo ebraico dall'E. (cf. il prologo), conosciuto da s. Girolamo (Praef. in lib. Salom. : PL 28, 1242), citato nella sua forma ebraica ed in aramaico nella letteratura talmudica e rabbinica fino al sec. X, sembrava definitivamente perduto. Tra il 1896 e il 1900, nella gēnîzāh o ripostiglio della vecchia sinagoga di Mosè al Cairo, furono ritrovati alcuni frammenti del testo ebraico, prima adoperati per il culto nella sinagoga ed ormai fuori uso.
I manoscritti ritrovati sono cosi classificati: ms. A (sec. XI), 6 ff. : 3, 6-16, 26; ms. B (sec. XII), 19 ff. : 30 , 11-33, 3; 35, 11-38, 27; 39, 15-51, 30; ms. C (secc. x-xi), 4 ff. : un florilegio dei capp. 4-7, 18-20, 23-27; ms. D 1 f. : 36, 29-38, 1. Nel 1930 tra i manoscritti della collezione E. Adler, a Nuova York, nella Biblioteca del Seminario teologico giudaico, fu trovato un nuovo foglio, ms. dell'E.: 32, 16-33, 32; 34, 1. Così sono stati scoperti i tre quinti del testo originale: 40 capitoli su 51, esattamente ropo versetti su i 1616 contenuti nella versione greca. L'edizione completa di tutti i suddetti frammenti è stata fatta da M. S. Segal (Liber Sapientiae filii Sira, Gerusalemme 1933). Il testo ebraico, offerto da questi manoscritti, è meno perfetto di quello degli altri libri sacri. Scrivani e recensori si permisero con l'E. assai più libertà o negligenza che con le S. Scritture dei canone ebraico (Vaccari). L'ebraico, il greco, il siriaco offrono una triplice recensione indipendente del testo originale; per la cui ricostruzione sono testimoni preziosi e sostanzialmente sicuri.
La versione greca rende in genere felicemente l'ebraico, da un codice dall'ottima forma testuale. E pure nel cod. Vaticano B, in molti altri codici e recensioni; interpolata nel ms. 248 ed altri pochi. Nei manoscritti greci è comune, per un errore di trasposizione di fogli, lo spostamento di 30, 26-33, 16a dopo 36, 13. Gli editori (H. B. Swete, A. Rahlfs) rimettono l'ordine attestato dall'ebraico, nonché dal siriaco, dall'antica latina e dall'esame interno.
La versione sirisca, fatta direttamente dall'ebraico, ma con poca cura e intelligenza, suppone un testo meno
perfetto del precedente; ha omissioni e parafrasi, armonizza lezioni con la forma meno pura del greco.
Nella Volgata è conservata l'antica versione latina, neppure ritoccata da s. Girolamo; deriva da un codice greco della seconda forma, abbastanza interpolato. Con il tempo subì aggiunte, duplicati, glosse. Emendata, però, ed a ciò aiutano le citazioni dei Padri, offre non di rado ottime lezioni (Vaccari).
L'E. è tra i deuterocanonici del Vecchio Testamento, cioè tra i pochi libri sacri sulla cui canonicità, in un dato momento, vi furono dubbi: che mancava al riguardo una definizione da parte della Chiesa. Cagione di tali dubbi era l'esclusione dell'E. dal canone giudaico, fissato dai farisei verso la fine del sec. I d. C., perché posteriore agli uomini della "grande Sinagoga ", dopo i quali, spentasi la profezia, non si sarebbero avuti più libri sacri. Motivo futile e arbitrario, che l'Ecclesiaste, p. es., è del sec. III-II a. C., mentre si era convenzionalmente posta la cessazione della profezia nel sec. IV. Ingiustificato è quindi l'atteggiamento dei protestanti, che si fermano al canone giudaico. Lo stesso Siracide si presenta come profeta ed ispirato (cf. 24, 33 ; 39, 12; 51, 16; ecc.), e nel prologo il traduttore avvicina l'E. agli altri libri sacri e attesta l'uso che ne facevano i Giudei di Palestina.
Inoltre l'E. viene utilizzato come libro divino da Enoch, dai Salmi di Salomone, dalla liturgia giudaica (nelle Diclotto benedizioni, nell' Iuno per la fine del sabato), e specialmente dal Talmud che lo cita anche con la formula scienze "sta scritto" (Iărābhā̄b, 48c). Qualcuno ha, ma senza fondamento, scoperto nell'E. una tinta sodducea (cf. Spicq, p. 336 sg.) e opina che i farisei l'esclusero anche per questo motivo.
Il Nuovo Testamento non cita esplicitamente l'E., ma ad esso ha importanti riferimenti: cf. Mt. 11, 25-30= Eccli. 31, 13 sgg.; I Cor. 15, 8-10 = Eccli. 33, 16 sg.; I Cor. 7, 36 = Eccli. 42, 9; ecc. (Spicq, p. 546); così ancora nella Epistola Barnabae o Didache (cf. S.-M. Zarb, De historis canonis, Roma 1934, p. 130 sg.). I Padri pongono esplicitamente l'E. tra i Libri Sacri, eccettuati i pochi (s. Anatasio, s. Cirillo di Gerusalemme [sec. IV], s. Girolamo [sec. v]), che riconoscono il valore dottrinale e morale dell'E., anzi lo citano come Escritura Sacra (s. Atanasio, Contra arianos, 2, 79: PG 26, 313; s. Girolamo, Epist. ad Iulian.: PL 22, 961; In Is., 3, 13: PL 24, 67), ma quando si tratta di dare ai catecumeni un elenco indiscusso dei libri sacri (o, per s. Girolamo, sotto l'influsso dei suoi rabbini), dànno la lista dei soli protocanonici, confermato dal canone giudaico. Questi dubbi, sarsi al sec. IV nelle chiese più e contatto con i Giudei, presto svanirono.
I moderni son d'accordo sulla non ispirazione del prologo (fa eccezione lo Spicq).
BibL.: Introduzioni : A. Vaccari, Institutiones bibl. Vet. Test., II, 20 ed., Roma 1935, pp. 44 sg., 54-65; H. Hoefl, Intr. spec. in Vet. Test., 5 ed., ivi 1946, pp. 371-81; C. Spicq, L'Ecclesias. tique (La S. Bible, ed. L. Pirot-A. Cianter, 6), Parigi 1046, pp. 331-36. - Per il testo ebraico: N. Peters, Liber Isus filii Siracb., sive Ecclesiasticas hebraica, Friburgo in Br. 1909; R. Smend, Die Weisheit des Jesus Siracb., hebräisch und deutsch, Berlin 1906; I. Lévy, Un nouveau fragment de Ben Sira, in Revue des études juives, 95 (1932), pp. 136-45; G. R. Driver, Hebrew notes of the wisdom of Jesus Ben-Sirach, in The journal of biblical literature, 25 (1934), p. 273 sgg. - Versione greca: J. H. A. Hart, Ecclesiasticus. The Greek text of Codex 248, Cambridge 1909; A. Rohlfs, Septuaginta, II, Stoccarda 1932, pp. 377-471. - Versione latina: D. de Irecreo, Etude sur le texte latin de l'Ecclésiastique, in Revue benedictine, 40 (1928), pp. 5-48. Ottima la versione italiana dall'originale: A. Vaccari, I libri poetici... Roma 1925, pp. 327-408. - Tra i commenti: R. Smend, op. cit.; N. Peters, Das Buch Jesus Siracb. Münster 1912; G. H. Box e W. O. E. Oesterley, in R. H. Charles, The Apocrypha and Pseudopigrapha of the Old Testament, Oxford 1913, pp. 268-317; A. Eberbatter, Bonn 1925; B. Alfinis, Brugge 1935; A. D. Power, Londra 1059; C. Spicq, op. cit., pp. 557-841. - Per il cap. 24: A. Vaccari, Il concetto della Sapienza nell' Aut. Test., in Gregorianum,
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le lege in modo indissolubile al ceppo, dal quale procede, potendo egli conseguire il medesimo scopo e in maniera più sicura in altre compagine collettive. Egli può, dunque, cercare sotto altri cieli a fra nessioni straniere i mezzi per situare il fine della sua esistenza.
Ne segue che lo Stato, in virtù del diritto di sovranità, non ha la facoltà di opporsi in modo assoluto all'emigrazione. Tuttavia l'uso di tale diritto da