e rivelatrice, non può essere consolidata in uno stato permanente e realistico: non può essere estesa a tutta l'esistenza senza falsarla con una presunzione d'infinità e di sufficenza divina. Il pensiero concettuale avela l'incompiuto dell'esistenza, ridona trasparenza all'atto umano, affinché l'uomo riconosca in sé quello che non è da sé, oltre il riconoscimento predisponendolo all'adorazione.
La soluzione del problema dei rapporti tra l'arte e il linguaggio segue la natura lirico-espressiva dell'arte. Ma affinché tra arte e linguaggio, tra c. e linguistica, la coincidenza fosse perfetta, giungendo fino all'identità, l'uomo dovrebbe esprimersi soltanto quando crea l'immaginoso e non anche quando pensa, concepisce, calcola. Invece appartengono all'umana espressione sia l'arte sia la scienza: l'atto umano, pur restando sempre espressione, è ad un tempo costitutivo e significativo, immagine e segno, termine a tramite, a quindi la parola dell'uomo assumma le due qualità che la rendono atta a reggere il sentimento e l'idea, la musica e il pensiero (Schieiermacher), la poesia e la prosa (W. v. Humboldt). Perciò il raggio della lingua si prolunga oltre quello dell'arte: e. a linguistica restano concentriche, ma non coesiznsive.
Si fa questione sui rapporti tra l'estetico e l'artistico e, come s'è detto all'inizio, si tende a distinguere l'uno dall'altro, perché il bello sarebbe oggetto di pura constan-
tasione o contemplazione, mentre l'arte impegna l'umana produtrivita. Si supera l'ingenua distinzione con il concetto approfondito di bellezza, la quale non a proprietà delle cose se non per la loro appartenenza all'atto generatore dello spirito che in esse si riconosce e si ama; sicché in ogni visione di bellezza è impegnato l'atto espressivo, come, reciprocamente, non v'ha espressione d'arte finché l'immagine bella non sia vista o contemplata nella sua realizzata oggettività.
Quanto al concetto classico di miniesi, si osserva che l'arte è sempre esecuzione dell'interno, non imitazione dell'esterno. L'arte non copia le natura, ma crea una natura sua propria. Anche quando la rappresentazione artistica sembra aderire ad un modello percettivo, quello che vale in essa come arte non è il figurato, in quanto tale, ma il tono, lo stile, il "come" dello figurazione. Quindi anche l'arte più realistica, se è riuscita come arte, è sempre trasfigurazione, è sempre arte "pura", quantunque si voglia denominare con tale oggetto un'arte che ripudia ogni traccia realistica di emotivita o di rappresentazione. Però, per quanto "pura", l'arte non può essere "vuota": deve eseguirsi in un cosmo coerente, organizzato nei propri ritmi interni, e in questo senso un certo realismo artistico è sempre essenziale a qualunque esecuzione riuscita, per quanto astrattiva e trasfiguratrice. Classicismo e romanticismo, oggettivismo e soggettivismo, esecuzione realistica a intimismo, segnano una nota che s'accentua, non una sostanza indivisibile spezzata e dimostrata. L'arte la quale non sappia che offendere la sensibilità per la sua stravaganza e irrazionalità è arte fallita perché non è riuscita a creare il suo cosmo.
Nel precedente problema è implicito l'altro dei rapporti tra forma e contenuto. Se vale l'analogia con il creare divino, l'espressione artistica non è superficiale, epidermica: è, anch'essa, un "producere rem subsistentem totam, non solum rem inhacrentem, scilicet formam in materia" (C. Gent., II, 16). Il cosiddetto contenuto viene investito e risolto nella forma piena, in modo che in questa nessun elemento persista che pesi per la sua estraneità. Però la risoluzione del contenuto nella forma non importa esclusione di quello che potremmo dire il "contenente". La forma vive non per ciò che essa significa, ma per la spiritualità che in essa si significa, e quindi non è possibile rivivere l'opera bella senza riesprimere in essa il "motivo spirituale", il "principio fontale", il "nucleo generatore", che è costituito dalla personalità dell'artista e dal sentimento che l'ispira nell'atto della generazione. Il motivo spirituale è, al posto del cosiddetto contenuto, l'idealità che regge la fisicità della forma, trasfigurandola in bellezza.
Si può suggerire una soluzione del problema del sentimento in arte, distinguendo il sentimento specifico dell'arte dagli altri sentimenti domestici nella vita di tutti i giorni. Il sentimento specifico dell'arte è il colorito dell'atto generativo, la gioia del creare, l'"amor in verbo" di s. Agostino. Tutti gli altri sentimenti della nostra vita quotidiana sono commisti a passività, a sofferenza: solo quello è "puro", "innocente", come lo vide Platone, perché controlla la perfezione dell'attività. Per esso l'arte è estarsi, cioè liberazione dall'interna gravezza e dal peso dell'impressione nell'espressione. Quanto agli altri sentimenti domestici, essi non entrano nell'arte direttamente, perché di segno contrario rispetto ad essa, ma indirettamente, attraverso la personalità dell'artista che in essi e per essi, cioè attraverso una vita realisticamente sperimentata o sofferta, rempra il vigore che lo renderà capace del gesto sovrano dell'arte. Così l'arte non è sfogo, ira, invettiva, confessione : ma tutto quello che ferve nella nostra mediocre
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umanità, attraverso la metamorfosi del sentimento generatore, diventa tono o tocco dell'opera bella. L'arte non può mai disumanarsi, quantunque tutto ciò che è umano essa avvolga nella sua luce che avviva e purifica.
Il problema della storicità dell'arte può trovare una relazione analoga. L'arte è occasione, miracolo e pur vive nella storia di cui reca la testimonianza più fedele. Vive nella storia non come accadimento in una successione condizionante di cause e di effetti, ma come espressione singolare e irrepetibile d'un uomo che sul terreno della storia affonda le radici della sua esperienza e della sua passione. Attraverso questo processo di carossi, l'etios di un popolo e i suoi ideali politici, morali, religiosi filtraino nella sostanza autonomo dell'arte a si trasfigurano in bellezza. Per educare l'arte al bene non bisogna recidere i rami o strappare i fiori, ma sembrare nell'innova della storia le esezanze fertilizzanti, affine di ritrovarle poi nella rinnovato fioritura. Anche le medinzioni dei filosofi e i tormenti del pensiero sono suscettibili della palingenesi artistica. L'arte è l'infanzia dello spirito non in quanto rimbambinisce nell'ingenuo o inselvaticbisea nel primitivo, ma in quanto puó innovare giovanilmente ogni frutto, anche il più esperto e consumato, dell'esistenza.
Il problema della tecnica nasce dalla collisione dell'analista spontaneità della creazione con il complesso di condizioni e cui sembra sottostare l'esecuzione artistica : attitudini da acquistare, resistenza dei materiali, leggi della mescita dei colori, dell'equilibrio delle masse, del coccoopponto musicale. Ma tuttocis che è fuori dell'arte condiziona l'artista, non l'artista; riguarda la bottega, non l'Olimpo. Attraverso il calvario della tecnica non si condiziona la creazione, ma si libera progressivamente dagli attriti e dagli impacci un'attività che affine deve porsi come legge esclusiva dei suo operare. Quando il gesto dell'arte è compiuto, ogni esterna difficoltà scompare, travolte dalla divina facilita della creazione. Se la fatica musicale persiste, se si esibisce la perizia acquisita, emergono la bravura, il virtuosismo, la maniera : emerge l'industria al posto dell'arte.
La critica d'arte (v.) è problema per la difficoltà d'intendere come possa essere interpretato, giudicato, tradotto in altra lingua cio che è intime, singolare o non può esser detto con parole diverse da quelle antiche che costituiscono tutto il suo pregio e la sua rarità. Non si può uscire dall'impaccio, se non riconoscendo alla critica una funzione circoscritta che avvicini al nucleo dell'opera, senza presumere di coincidere con questo nucleo e di rendere un equivalente della emozione estetica. Lo spazio in cui si muove la critica è tra l'ispirazione e l'esecuzione, tra il sentimento e la forma, tra l'artista e l'opera, per la penetrazione del motivo spirituale che innerva il sensibile e l'individuazione degli elementi stilistici che obbediscono all'intima necessità, evitando l'arresto unilaterale sia al puro biograficato sia alla pura sensibilità o alla pura visibilità. E problema anche il rapporto tra giudizio e gusto nella critica d'arte: in quanto, da una parte, il mero giudizio che, con l'applicazione della categoria estetica a un determinato soggetto, importi soltanto elezione o condanna (poesia o non poesia), appare troppo rigido, ricreazione e inadatto alla natura delicata dell'arte; ma, d'altra parte, il mero gusto, cioè il solo rivivimento emotivo dell'opera, è troppo soggettivo e aperto a ogni apprezzamento arbitrario, quando non sia disciplinato da una categoria estetica, cioè dal prezzo coniocato di ciò che sia arte. La difficoltà si risolve sulla base di una categoria estetica che riconosca l'arte quale espressione singolare e assoluta, in modo che il critico, precisamente per obbedire alla disciplina del concetto estetico e per pronunciare un giudizio avveduto, non possa non far valere come unità di misura la sua sensibilità che si pone e confronto con l'opera e la ritrive congenialmente, riasprimendo singolarmente cio che, appunto, vale soltanto per la singolarità dell'espressione. L'universale estetico è al vertice dell'individualità : e quindi la categoria estetica, che regge la critica avveduta, è il gusto del critico.
Bibb.: Storia generale dell'e.: B. Zimmermann, Geschichte der Aesthetik als philosophischer Wissenschaft, Vienna 1838; Ch. Levique, Enamen des principaux systèmes d'esthétique anciens et modernes, in Le science du beme, II, Parisi 1862; M. Schlauz, Kritische Geschichte der Aesthetik, Berlino 1872; M. Messindex Polayo, Historia de las ideas esteticas en España, Madrid 18831891, 3a ed. Santander 1900; B. Besnzquez, A history of aesthetics, Londra 1892; W. Knight, The philosophy of beautiful, being outlines of the history of aesthetic, Londra 1895; B. Croce, Storia dell'e., in E. come scienza dell'esperizione e linguistica generale, Bari 1902; 7a ed. ivi 1941; A. Rolla, Storia delle idee estetiche in Italia, Napoli-Genera-Casa di Caserbo 1924; E. Utze, Geschichte der Aesthetik, Berlino 1935; K. Everett-H. Huhn, A history of aesthetic,, Nueva York 1939. Storie generali della critica d'arte: G. Saintabury, A history of criticism and literary taste in Europe from the earliest texts to the present days, 17 ed. Edimburgo e Londra 1909-1924; 3a ed. ivi 1908. Per altre indicazioni: v. CATTICA D'ARTE, Studi di c.: P. Vallet, L'idée du beau dans la philosophie de si Thomas, Parigi 1883; E. Krug, De poëchristadine distine, Friburgo in Br. 1902; A. Walgrave, L'émotino poétique, in Revue néorcalent, de philos., 2 (1902), pp. 246-49; L. Stefanini, Il problema del bello e didattico dell'arte, Torino 1924; H. Bremond, Poésie pure, Parigi 1906; J. Maritsin, Art et Scolastique, Parigi 1927; G. Zamboni, Avviamento alla filosofia: P. Milano 1925; G. Florès d'Arcsin, Il problema dell'arte, Napoli 1936; L. Sodenini, Problemi attuali d'arte, ivi 1999; id., Arte e critica, 17 ed. ivi 1942; 2a ed. ivi 1942; E. Pena, L'arte come personalità, Milano 1941; G. Polvera, Trattazione teorico-pratica dei principi estetici: II. Il bello, ivi 1942; N. Putruccollis, Filosofia dell'arte, Roma 1944; L. Stefaniini, Metodisica dell'arte e altri saggi, Padova 1948; id., Metodisica della forma e altri saggi, ivi 1949. Per altri scritti di a. v. arca.
Luce: Brefadini
ESTETISMO. - E denominazione, a margini fluttuanti, d'un modo di sentire e di pensare che subordina la realtà e i valori della vita all'arte e al giudizio estetico. L'arte è tale sintesi d'idealità e sensibilità, di ragione e sentimento, d'infinito e finito, tale gioia creativa ed émpito di piacere contemplativo, che può sembrare legittimo un acquistarsi soddisfatto della vita in essa.
Le manifestazioni dell'e. ritornano, con vario accento, in tutta la storia della cultura, caratterizzando soprattutto l'omico mondo della Grecia e il mondo moderno che discende dal romanticismo. Si possono distinguere un e. ingenuo, cioè irriflesso, spontaneo, che è quello da cui nacque la civiltà del Grado; e un e. riflesso, consapevole, con cui si caratterizza il moto romantico. Classicismo e romanticismo, per molti aspetti espressioni antitetiche dello spirito umano, si congiungono idealmente e storicamente nel comune fondo estetistico. Si possono anche distinguere un e. dell'oggetto e un e. del soggetto : nel primo si divinizza l'immagine dell'arte, come succede nell' idolo e della clasicità che è frutta della fantasia tologonica; nel secondo si divinizza il soggetto dell'arte, come succede nel «genio » romantico che è sentito quale espressione d'una forza primordiale, sovrumana e creatrice. Dall'ispirazione di Fichte discende un e. titanico che gode della realtà dominata dallo spirito libero e creatore; ma questo disposizione si alterna per lo più, nello spirito romantico, con l'altra, depressiva e angosciante, del poeta che non riesce a contenere nella sua immagine una realtà traboccante e ostile. Il poeta-titano si alterna con il poeta-martice; e così un e. del signoregiamento s'intreccia e si confonde spesso con un e. dell'evasione che, ripudiando come banali la vita comune e la realtà percettiva, si rifugia nell'arduz atmosfera d'impressioni rare, spremute dalla sovraverticazione e dalla zregolarizza dei sensi. Il decadentismo francese, che nel penultimo decennio del secolo scorso discende dall'ispirazione di Baudelaire, ha accentuato il carattere dell'e. delicato e aristocratico che, vellutando d'idealità un abbandono sensuale e voluttuoso, attraversa la letteratura inglese con Shelley, Coleridge, Keats, e raggiunge una espressione zzregiudicata e alessante nel decadentismo di O. Wilde. R. Wagner agita nel mondo tedesco il programma d'un e. costruttivo che redima la collettività per virtù della musica, ma impegna egli stesso il fucilino musicale come persuasore di dissoluzione e di morte. P. Nietzsche sperimenta in se medesimo i frutti di un.
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[^0]c. teso, al di là della logica e della morale corrente, in esasperato affamazioni sovromane. Wagner e Nietzsche si attraggano e si respingono come si attraggono e si respingono il lato solare e il lato notturno del loro e.
Il dramma intrinseco all'e., in tutte le sue espressioni storiche, controlla la sconnessione d'una vita che non rispetta la glusta proporzione tra i valori umani del vero, del bene e del bello.
BibL.: M. Pira, La carne, la morte e il diavolo nella letzentura romantica, Milano-Roma 1930, 3^{°} ed., Firenze 1949; Ch. Lalu, L'espressione de la vie dans l'art, Parigi 1933; U. Spirino, La vita come arte, Firenze 1641; L. Stefanini, Lo vita come arte?, in Arte e critica, Milano-Messine 1940, pp. 123-75; G. M. Bertin, L'ideale estetico, Vervan-Milano 1949.
Luigi Stefanini
ESTIENNE (Stephanus), famiglia. - Tipografi che esercitarono la loro attività a Parigi e a Ginevra nel sec. xVI, a partire dal 1502.
Capostipite è Hevni I (n. fra il 1465 e il 1475 , m. nel 1526), di cui è famosa l'edizione di un Salterio su 5 colonne ( 1500 ). Il suo secondogenito fu Robert I, n. a Parigi nel 1499, m. a Ginevra il 7 sett. 1559. "Vir ad promovendas bonas litteras quasi natus" (Thesaurus, I, ed. 1740, p. 12), versatissimo in latino, greco, ebraico, già dal 1526 curò nella sua propria tipografia, con zelo instancabile, l'edizione critica e la diffusione di classici latini, di scrittori ecclesiastici greci ed un utilissimo Thesaurus latimne linguae ( 4 voll., Parigi 1531; 2^{text {a }} ed. ivi 1536; 3^{°} ed. ivi 1543; poi edizioni a Lione 1573, Londra
1735, Basilea 1740-13), meritandosi il titolo di imprimere du roi (1539) e di lexicographorum princeps. Però la sua attività, chiaramente distinta in un periodo cattolico a Parigi (fino al 1551) ed un altro protestante a Ginevra (1551-59), già dal 1523 fu particolarmente dedicata alla S. Scrittura.
Cosi curò più volte l'edizione del Nuovo Testamento in latino (1523), della Bibbia intera in latino o Volgata (1528), della Bibbia ebraica ( 4 voll., 1539-44), del Nuovo Testamento in greco ( 1546 ), del Nuovo Testamento in francese (1553). Nel 1553 fece seguire Concordantime Bibliorum utelusque Testamenti, Veteris et Novi, novae integrare, quas revera maiores appellore possis, prima opera del genere.
Nelle varie edizioni della Volgata ( 1528 -57), E. tentò di ristabilire criticamente il testo autentico di s. Girolamo e - s'est acquis une place de premier ordre dans l'histoire de la Vulgate * (H. Quentin, Mémoire sur l'établissement du texte de la Vulgate, Roma 1922, pp. 104-20). Nella 4ᵃ ed. del Nuovo Testamento greco-latino (Ginevra 1551) introdusse quella divisione del testo sacro in capitoli e versetti numerati che egli aveva eseguitos inter equitandum tra Parigi e Lione, divisione non sempre buona, ma ancor oggi in uso. Le sue edizioni bibliche, specialmente per le sue annotazioni, erano viste di mal occhio della Serbono, cosicché nel 1551 si trasferi a Ginevra e passo al protestantesimo, mettendo a disposizione dei "riformatori" la sua casa editrice ginevrina. Vedasi la sua Reaperico ad eamuras theologarum Pustisianiam, quibus Biblia a Roberto Stephano, typographo regro, excusa co. lumnisse notaruut (Ginevra 1552, contemporaneamente anche in francese).
Altre pregevoli opere su temi biblici sono un thesaurus della lingua ebraica o delle glosane ai Sinottici, ossia: Nomina hebraea, chaldaea, graeca et latina virarum, mulierum, populorum, idelarum, urbium, flaviorum, montium caeterorumque locorum quae in Bibliz leguntur, restituta... (Parigi 1537); Phrases hebraicae, seu loquendi genera hebraica quae in Veteri Testamento passim leguntur... thesauri linguae hebraicae altera pars (ivi 1538); In Evangelium secundum Matthaeum, Marcum et Lucam commentarii ex ecclesiastici scriptoribus collectae, novae glosane ordinariae specimen (Ginevra 1553).
Suo figlio Nema II (n. nel 1531, m. a Lione nel 1598) portò alla decadenza la casa tipografica, ma come ellenista raggiunse una risonanza per l'edizione di Annemone (1554) e ancor più con il Thesaurus graecae linguae (1572), che, riveduto e rielaborato (Parigi 1831-65), è ancor oggi il più vasto repertorio lessicografico greco.
BibL.: A.-A. Remouard, Annales de l'imprimerie des Esticenus ou histoire de la famille des Esticnues et de leurs éditions, 2^{°} ed. (Pariq) 1843; G.-A. Crapelas, R. E. imprimere rapid, et le roi Principes I, ivi 1839; L. Poupure, Essai sur la vie et les ouvrages de Henri (II) E., ivi 1853; A. Firmin Didot, Les E., ivi 1856. B. Heurtschke, s. v. in DB. II, coll. 1989-84; W. Korbe, Die Druckerjamille der E., in Zeitsluift für Bieberfunde, 1905-1906, p. 179 sgg.; G. Avenai, s. v., in Enc. Ital. XIV (1952), pp. 409410; R. Schotteringer, Stephano R., in Leschen des greencen Buchwesens, III, p. 336. Lavori recenti sull'argomento non ce ne sono: bisogna ricorrere ai manuali di bibliologia, fra cui sempre utile A. Claudin, Histoire de l'imprimerie en France au XV' et XV' siècle, I, Parigi 1900.
Adalberto Metzinger-Alessandro Pescesi
ESTIMATIVA. - E la facoltà interiore per la quale l'animale apprende le cose utili o nocive alla sua vita, e corrisponde a ciò che nella psicologia moderna vien detto istinto. L'animale, essendo privo di ragione, non può formarsi da sé quest' apprezzamenti di valore e perciò è necessario che siano insiti nella sua psiche e che entrino immediatamente in funzione al primo contatto con il reale. Tale valore si riferisce alle cose come tali e non alle loro qualità esteriori: " ... stout ovis videns lupum venientem fugit, non propter indecentiam coloris vel figurae, sed quasi inimicum naturae. Et similiter avis colligit paleam, non quia delectat sensum, sed quia est utilis ad nidificandum" (Sum. Theol., 16, q. 78, s. 4 c). Perciò
[^0]: (do Cv. B. Khräsing. Dis Kunst der Letier, Lipnis SM. o 30. Estienne, famiglia - Propaganda dell' Ars versificatoria di Ulrich von Hutten, Parigi 1528.
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l'e. rappresenta nell'animale il grado più alto di conoscenza perchć lo guida nella condotta della vita. All'e. corrisponde nell'uomo la cogitativa. (v.).
BibL.: H. A. Wolfson. The leternat sense in latin, arabic and beheco philosophical texts, in Hacqard theological review, 28 (1931), pp. 69-134; id., Inask Israeli on internal sense, in George Kiddut Némorial, Nuove Tgrti 1935, pp. 383-98; id., Nomenides on internal senses, in The jewish quarterly review, 27 (1932), pp. 441-68.
ESTIUS, Guilielmus (Hessel van Est, Willem). Esogeta, teologo ed agiografo, n. a Gorkum (Olanda) nel 1542, m. a Douai il 20 sett. 1613. Compluti i primi studi a Utrecht, frequentò l'Università di Lovanio, ove si laureò in teologia nel 1580 . Ebbetra i professori Michel Baius (v.), del quale accolse qualche idea meno ortodossa, rimanendo però di sentimenti profondamente cattolici, tanto che Benedetto XIV lo qualificò ductus (inadabititium). All'Università di Douai insegnò dapprima teologia, poi, dal 1582 , S. Serittura; ne fu cancelliere dal 1595 alla morte. Per due volte fu pure rettore del Seminario di Douai.
Commentò mirabilmente s. Paolo e la Epistole cattoliche. Le sue opere, pubblicate quasi tutte dopo la sua morte, riguardano la Bibbia, la teologia, l'agiografia.
Tra le bibliche segnaliamo: In amore Dini Pauli epistolas commentaria (2 voll. in-fol., Douai 1614): In quingue epistolas catholicas commentaria (ivi 1616). Le note da 1 mathrm{Is} .5 .7 alla fine dell'epistola e quelle riguardanti le minori di Giovanni furono aggiunte dall'editore B. Petsers (Petrus). Questo commento, che costituisce il suo capolavoro, ebbe molte edizioni (fino al 1892 a Parigi) ed è ancora molto utile e ricercato. Scrisse pure: Annotatimes in praecipua ac difficiliora S. Scripturae loca (Anverso 1621). Le opere bibliche apparvero insieme a Venezia nel 1659 (In S. Scripturam opera omnia).
Tra le opere teologiche notiamo: Orationes theologiae XIX (Douai 1614); Commentaria in quattuor libros Sententiarum Petri Lombardi (ivi 1613, poi Napoli 1720). Un'opera agiografica, Historia martyrum Carcaserasium, (ivi 1603) e l'unica apparsa durante la vita dell'E.

Entus, Gollolzato - Ritratto. Incisione in nome del Commentario del In quattuor libros sententiarum commentaria, Douai 1615.
BibL.: Elegium amplissimum viri D. Gullelmi Estli, premesso alle 1^{text {a }} ed. del Commentario. - Horner, III, pp. 484-89.; Th. Leuritan, in Rev. de sciences eccles., 8^{°} serie, a (1895), pp. 120131, 326-40; L. Salembier, Estius, in DThC, V, coll. 871-78.
Pietro De Ambrosio
ESTONIA. - Costituisce del 3 nov. 1940 una delle repubbliche federate dell'Unione Sovietica; già dominio danese, polacco, svedese (1629) e russo (1721), s'era resa indipendente nel 1918.
I. Ceccarola. - Il territorio ( 46.200 kmq .; due volte la Lombardia) è un lembo del Sassopiano sarmatico (la penisoletta chiusa tra i golfi di Riga e di Finlandia, che nell'interno giunge al lago Peipus), pianeggiante o collinoso. Nella popolazione ( 1.2 milioni di ab., 26 a kmq.) prevalgono ( 80 \% ) gli Estoni, di stirpe ugro-finnica, professano il lateranesimo. L'economia si basa sull'agricoltura e l'allevamento (burro e carne), con modesto sviluppo industriale (tessili, cellulosa). La capitale Tallinn (Reval, 158 mila ab.) è porto sul golfo di Finlandia; nell'interno è Tartu (Dorpat, 60 mila ab.) centro intellettuale (Universitd).
BibL.: E. Migliorini. Finlandia e Stati Baltici, Roma 1937; J. Jackson, E., Londra 1941; E. G. Woods, The Baltic Region, 1141943 . Giuseppé Caraci
II. Storia ecclesiastica. - Si ritiene che gli Estoni, che prima insieme con gli altri ugro-finnici vivevano fra il Volga e gli Urali, all'inizio dell' era volgare già occupassero il territorio dell'E. odierna. I primi tentativi di cristianizzare l'E. da parte degli Slavi e dei Danesi risalgono al sec. xI, ma non ebbero successo. Gli Estoni, attaccati alla loro tradizione aramistica, guerrieri e pirati arditi, rendevano mal sicura il commercio in tutto il mare Baltico, estendendo le loro scorrerie fino alle città della Svezia e della Danimarca. Alla fine del sec. xit non vi erano ancora città in E., né si era formato un ordinamento statale centralizzato. I capi (canemad) delle piccole regioni univano le loro forze solo in caso di guerra.
Il papa Alessandro III affidò verso il 1180 all'arcivescovato di Lund, e quindi alla Danimarca, l'evangelizzazione dell'E. Nessuna decisione invece era presa per la Livonia e la Curlandia, che in seguito diventarono centro per la cristianizzazione dei paesi baltici. I commercianti tedeschi diretti alle città russe per il fiume lettone Dvina portarono seco il monaco agostiniano Meinhard di Segeberg. Oriundo della Germania, egli fu consacrato primo vescovo di Livonia dal vescovo di Amburgo-Brema nel 1186 con un territorio dai confini non esattamente sca biliti soggetto al metropolita di Amburgo-Brema. Dopo la lotta di papa Alessandro III contro Federico Barbarossa era naturale il desiderio dei suoi successori che la missione nel Baltico fosse considerata puramente pontifical. Figli dell'età loro credevano però che chi abbandonava la fede cristiana fosse gravemente colpevole non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini ed erano persuasi che costui doveva essere costretto con la forza a restar fedele e parimenti protetto contro i pagani. Il successore del pacifico Meinhard (1186-96), l'abate cistercense Berthold di Lokkum (1196-98), arrivò con una schiera di crociati, ma cadde in battaglia. Il terzo vescovo, Alberto di Riga (v.), fondò l'ordine dei cavalieri Portaspada e il centro fortificato di Riga (1201). Poco dopo (1207) Alberto abbandonò la linea direttiva del Papa e prestò giuramento di vassallaggio al re tedesco Filippo di Svezia; l'Impero germanico prendendo la forma di Stato puramente ecclesiastico in terra di missione, vi iniziò la sua politica di espansione.
Appena convertiti i Livoni e i Lettoni, i Portaspada cominciarono (1207) la sottomissione dell'E., ma per la tenacissima resistenza vinsero la battaglia decisiva solo nel 1217. In seguito si vedono costretti a chiedere l'aiuto dei Danesi che arrivano nel 1219 sotto la guida di Waldemar II nell'E. del nord, ove fondano la fortezza di Reval, l'attuale Tallinn. Nel 1124 il paese è praticamente sottomesso; per conquistare la maggior isola Saaremaa (tedesco Osal) occorre una crociata speciale nel 1227.
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al 1694 è in vigore l'ordinamento ecclesiastico svedese del 1686, riveduto solo nel 1872.
Nel 1710 l'E. venne conquistata da Pietro il Grande (definitivamente con il trattato di Nystadt del 1721). La situazione dei superstiti contadini estoni si aggravo per le concessioni fatte dai Russi ai baroni locali. Solo dopo un decreto imperiale per l'E. (1816) si abolirà la servitù della gieba. La nobilità ottiene dal Senato russo la direzione del concistoro protestante estone e conserva tale privilegio durante tutta la dominazione russa. Dal 1730 in poi fece molto prosciiti tra i contadini la setta protestante dei Pannostelugodovici (in tedesco Herrnbuter). Dal 1830 al 1848 oltre 75.000 Estoni e Lettoni della Livonia, sperando così di liberarsi dai grandi possidenti passarono alla Chiesa di State, l'ortodossia russa. Questo movimento fu incoraggiato e talvolta spinto soprattutto dal vescovodi Riga l'Eurete Guoulovski( 1841-48 ).
Favorita dalle circostanze politiche, l'E. si dichiarò indipendente nel 1918 e vinse una dura lotta contro la Russia bolscevica e le armate tedesche organizzate dai baroni. Nel 1925 venne legalmente definita la separazione tra Chiesa e Stato. Vi erano in E. (1934) il 78,6 \% di protestanti; il 19 \% di ortodossi (autocedali), dei quali l'8,2\% di Estoni; l'1,5\% di altre sette cristiane; lo o, 4 \% di Ebrei; lo o, 3 \% senza confessione. I cattolici, ca. 2500 ossia lo o, 2 \%, erano divisi in 6 parrocchie (Tallinn, Tarmu, Narva, Valga, Pärnu, Kuressaare), appartenenti prima all'arcidiocesi di Mohilev, dal 1918 alla diocesi di Riga. Nel 1924 venne ripristinato il vescovato di Tallinn, già soppresso dalla cosiddetta riforma, retto da un amministratore apostolico.
Nel 1940 l'E. venne occupata ed incorporata nell'Unione Sovietica; dal 1951-44 subl l'occupazione tedesca; in seguito venne riconquistata dell'U.R.S.S. che vi estese la sua legislazione antieristiana.
Bias.: E. Winkelmann, Bibliotheca Livoniae historica, 2^{°} ed., Berlino 1878; Enrico di Livonia, Chronicon Livoniae, ed. Pertz, Hannover 1879; L. Arbuseve, Grundriss der Geschichte Lio., Est- und Kurlands, 4^{°} ed., Riga 1918; id., Einführung der Reformation in Lio-, Est- und Kurland, Lipala 1921; Eesti Entsütlogendia, 8 voll., Tartu 1928-38; H. Maora, Die Vorzeit Finlanda, ivi 1932; H. Kruse, Grundriss der Geschichte des estnischen Volkes, ivi 1932 (tradotto in francese); Eesti apologia 's Storia dell'E. 6, nest. H. Kruse, 3 voll., ivi 1932-39; A. M. Ammann, Kirchenpolitische Wandlungen in Ostbaltikum blz zum Tode Alexander Henckis, Roma 1936: Essri vobine ajmluga ó Storia del popolo estone 6. Taim. J. Libe jr., 3 voll., Tartu 19321937; G. Sild, Eesti hieihulugu is Storia della Chiesa estone 6, ivi 1938; J. Laepik ad altri, E., Roma 1942 (con bild.); H. Perlitz, The Fate of Religion and Church under Soviet Rule in E., Nuova York 1944; A. Oros, Boliie Eslipea, Londra 1948; R. Indrska, Origins and Area of Settlement of the Fenns-Ugrinin Peoples, Hekdsiberg 1948; Eesti (opera informativa), 4 voll., Geislingen 1949; O. Loorita, Grundzüge des estnischen Volksaloubene, I, Lund 1949.
III. Letteratura. - I primi libri in lingua estone (un ramo della famiglia ugro-finnica) sono alcuni
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1 (1920), pp. 219-21; B. Bote, La Sconste dans les liores raplentiows, in Revue de scierres philosophiques et chlobaiques, 10 (1936), pp. 83-94; P. von linschout, La Sngerse dans l'Aul. Test. etr-elle une bygastore?, in Coll. Gunderentes, at (1934), pp. 80-92; id., Sngeste et esprit dans l' Aut. Test., in Reme bibliqne, 47 (1938), pp. 34 49; F. Ceunpene, De conceptie - Sopientine divince - in libris didacticis clat. Test., in Angelicum, 12 (1935), pp. 332-34; H. Renard, Le lhre des Procerbes (S. Bible, ed. L. Foret-A. Clamer, 6), Parigi 1943, p. 78 2p. - Altri studi: W. Baumarther, Die literarischen Gattungen in der Writhcit des 3 eaus Sirach, in Scrivin di f. d. citrizi. Wissenscbaft, 34 (1914), pp. 161-98; S. Liebermann, Ben-Sira d la Inasire du 3 ercunbalut, in Rev. des et. luscs. 97 (1934), p. 36-47; T. Vargus, De Poelmo hebraico Ecclesiasici, in Assunzione, 10 (1935), pp. 1-10; P. Szcazsiel, Doniel et Indith in libro Sirach, in Prazglud Bibl., 1 (1937), pp. 117-47; H. Truhuserler, Des Weizes curriculum vitae nach Sirach (39. 1-13), in Theologizhpeditiche Quarialshrift, 94 (1941), pp. 140-47; T. Gallus, - A mallece initium pecenti et per illius numer mariume (Str. 13, 74-75), in Verbum Domini, 13 (1943), pp. 272-77; C. Schorr, Traces of the - Saysings of the Seven Sages in the Libas Ecclesiasitica, in The Catholic Bibl. Omitrivity, 2 (1943), pp. 284-74; id., A study of Ecdi., 17, 10-19, ibid., 8 (1946), pp. 306-14; L. Santoro, L'ima al Crentere di Gesù Ben Sirat, in Citiz di Vita, 2 (1947), pp. 233-61.
Francesco Spadafors
ECHOS D'ORIENT. - Rivista mensile iniziata dagli Agostiniani dell'Assunzione nel 1897 come continuazione degli Echos de Notre-Dame de France. L'autorevole rivista si propose di illustrare le questioni dell'Oriente cristiano; essa ha preso sempre più un carattere strettamente scientifico e si è segnalata egregiamente nel campo dagli studi bizantini. E. d'O. si è pubblicata a Parigi e ultimamento a Lione, mentre la redazione era a Bucarest. Sospesa con il 39^{°} volume nel 1942 essa ha trovato una continuazione nella Revue des études byauntines che dal 1943 esce due volte all'anno e la cui redazione, prima a Bucarest, si trova ora a Parigi.
Ignazio Ortiz de Urbina
ECHTER, Julius. - Vescovo, n. a Mespelbrunn (Spessart) il 28 marzo 1545, m. a Würzburg il 13 sett. 1617. Studió a Parigi, Angers, Paviz e altrove; licenziato in diritto, il 1^{°} dic. 1573 fu nominato vescovo di Würzburg, dove era decano della cattedrale dal 1570 ; fu ordinato sacerdote e vescovo nel maggio del 1575).
Si dedicò con zelo all'applicazione della riforma tridentina, cosi da restituire stabilmente la sua diocesi al cattolicesimo. Dotato di spirito religioso, di volontà decisa e intelligente acuta, fondò un seminario, cresce in Università il Collegio dei Gesuiti di Würzburg (1582), istituì tre convitti, costrui ca. 300 chiese e il celebre 3allungital (1579). L'influenza della sua azione riformatrice si estese anche nei territori confinati di Fulda e Bambergs. Rese la diocesi per 43 anni, ed è ricordato come il vescovo più insigne della sua città.
Bux.: J. N. Buchinsee, 7. E. v. M. Bischof v. Würzburg v. Herazg v. Franken, Würzburg 1843; v. scritti vari, in occasione del centenario, di T. Henner, Monaco 1948; Pastor, IX, pp. 227-14 e passim; X-XIII. passim; Eubel, III, p. 209.
Antonio Cistellini
ECK, Jokann. - Teologo e polemista antiluterano, s. a Egg, nella Svevia, il 15 nov. 1486, m. a Ingolstadt il 10 febbr. 1543. Il suo cognome era Maier, però è meglio conosciuto con l'appellativo di E. da lui stesso scelto e derivato dal luogo di origine. Studio in varie università (Heidelberg, Tubinga, Colonia, Friburgo) e si laureò in teologia nel 1510 . Nel 1508 era divenuto sacerdote. Chiamato a insegnare teologia a Ingolstadt, tenue quella cattedra per 32 anni, e vi ebbe anche l'ufficio di decano e di rettore, dal 1512 di cancelliere, e infine anche di parroco accademico. Con l'attività sorprendente e la solida dottrina fu il principale sostegno del cattolicesimo in Baviera. Deciso e tenace avversario di Lutero ne sollecitò da Roma la condanna. Nel 1520 Leone X affidò la pubblicazione della bolla Exurge a Giro-

Iper curtesis di mens. A. P. Fruter: EcK, Jomann - Epitaffio e ritratto di E. (s. 1523). Frauenkirche - Ingolstadt.
lano Aleandro (v.) e all'E., nominato per questo protonotario. L'E. venne accreditato presso molti vescovi e principi tedeschi. La sua missione fu quanto mai difficile e delicata; egli adoperò ogni mezzo per riuscire nell'intento, sopportando disagi, persecuzioni, ingiurie e calunnie. Nel marzo del 1523 era di nuovo a Roma per affari politico-ecclesiastici dei duchi di Baviera, ma non dimenticò la questione della riforma, che discusse minutamente con Adriano VI.
D'accordo con gli uomini più illustri del tempo e soprattutto con il Papa, esigeva vaste riforme a Roma stessa; nel suo memoriale, senza alcuna reticenza, mise a nudo gli abusi esistenti nella Curia e fece un vivo ritratto degli intrighi dei esecatori di prebende. Nel 1626 si recò anche nella Svizzera per partecipare a una disputa contro Zuinglio. Per il suo ardore nel combattere, a ragione il card. Pols (v.) lo definil l'e Achille dei cattolici a.
Numerose le sue pubblicazioni, e tutte, se si eccettua l'affrettata traduzione della Bibbia in tedesco, s'impongono all'attenzione dello studioso. Le principali sono: Chryséparcus praedestinationis (Augusta 1514); De primatu Petri (Ingolstadt 1520); De paenitentia et confessione secretu (s. 1. 1523); De Purgatorio (Roma 1523); De Satisfactione (ivi 1523); De initio paenitentiae (ivi 1523) e soprattutto l'Eschiridion locorum communium (Landslust 1525) e il De Sacrificio Missae (ivi 1527). Cf. H. Jedin, Storia del Cancilio di Trento, vers. it., I, Brescia 1949 (v. indice).
Bux.: J. Greving, 7. E. als junger Gelehrter, Münster 1906; id., 7. E. Pfarrbuch, ivi 1908; J. P. Kirsch, s. v. in Cath. Euc., V (1909), pp. 271-73; A. Humbert, s. v. in DThC, IV, 11 (1911), coll. 2056-57; J. Metzler, s. v. in DThE, III (1931), coll. 223-26 (con scelta bibl.). Il Greving ha iniziato l'edizione critica della opere di E.
Francesco Spedalieri
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## ECKART: v. sccardo.
ECKSTEIN, FERDINAND von. - Uomo politico e scrittore, n. ad Altona (Amburgo) nel sett. del 1790, m. a Parigi it 25 nov. 1861.
Trovatosi a Roma nel 1809 , si commesse vivamente alla deportazione di Pio VII ed abbracciò la fede cattolica. Avverso a Napoleone, si arruolo nel 1812 nel corpo franco di Lützow e partecipò alla battaglia di Lipsia. Alla caduta del Bonaparte, prestò servisio ai ministeri della guerra e degli esteri francese. Convinto che non vi fosse antitesi fra cattolicesimo e libertà, sostenne per tutta la vita tale assioma con una azione pubblicistica inesauribile. Fondò e diresse dal 1826 al 1829 il Catholique e fu collaboratore di Le correspondent.
Bim.: T. Feinest, Le baron d'E., in Le correspondent, 55 (1862), pp. 118-28; W. Koch, s. v. in LThK. III, coll. 271-32.
## ECLIETTISMO. - Da èxléyus (trascelgo). E, in
genere, ogni indirizzo filosofico e scientifico che sceglie, da vari e opposti sistemi, dottrine diverse, coordinandole in una nuova sintesi. Fu talvolta confuso con sincretismo (da ouyxepávvųis, " mescolo " che ne è, se mai, la forma deteriore.
Il termine è accolto anche dalla storia delle religioni; ma ha uso più comune a più proprio in filosofia. Raro presso i Greci, e, negli scritti rimastici, solo in forma aggettivale o avverbiale. Riferito alla filosofia, si trova in un unico testo di Diogene Leerzio (sec. III d. C.), che accenna (Vitae, Prooemium, 21) a una éxkexvukí xípens (scuola eclettica) fondata da Potamone Alessandrino, contemporaneo, secondo la Suda, di Augusto. Una scuola eclettica di medicina è nominata in un testo attribuito a Galeno. Completamente ignoti tanto e, che eclettico presso i Latini (cf. il Thesaurus linguae latinae, Lipsia 1900 sgg.). Riappare del sec. xv: in poi, tuttavia sporadicamente e senza raggiungere un significato tecnico ben preciso. E Reinhold (1758-1829) critica a una presunta filosofia che dai suoi seguaci è chiamata eclettica, perché lascia la più completa libertà... di scegliere da tutti i possibili sistemi ciò che ogni singolo scrittore crede possa accordarsi con l'ordinaria intelligenza umana a (Über das Fundament des philosophischen Wissens; Jena 1791).
Maggior concretezza acquista l'e. col Cousin (v.). Egli lanciò il suo e. nella lezione di apertura del corso del 1818 (tenuta nel dic. del 1817); il termine l'aveva trovato probabilmente presso i Tedeschi; il primo germe dell'idea forse l'abbe dal Leibniz. Dell'e. di V. Cousin sono da distinguere due periodi: nel primo, che va fino almeno al 1839 , è non soltanto un metodo di ricerca, ma anche un sistema; nel secondo, attestato chiaramente dal 1853 , è negato come sistema e sussiste solo come metodo. Dopo il Cousin il termine e., meno usato dai suoi seguaci, è frequente negli avversari, che ne fanno un equivaleus a quasi di sincretismo, oppure semplicemente un sinonimo di spiritualismo. Passè invece stabilmente nella storia generale della filosofia a designare un pensiero filosofico non originale, che, senza la guida di profondi e fermi principi metafisici, crede poter discernere col solo criterio del buon senso quanto v'è di vero nei contrastanti sistemi.
Quando è tale, l'e., sia come sistema sia come metodo, cade inevitabilmente nel sincretismo: "Io stimo, - scriveva non a torto il Rosmini nel 1837 che sarebbe troppo difficile al signor Cousin evitare la taccia di quel sincretismo, che è certamente diverso dall'e., sebbene da questo non sia difficile lo sdrucciolo a quello " (Lettera al dr. Luigi Gentili, in Opere, ed. naz., II, Roma 1934, p. 380). Quando invece la scelta a coordinamento di elementi vari tratti da sistemi diversi è fatto in base a solidi e approfonditi principi che valgono come norma direttiva per una nuova sintesi, può dirsi che in sostanza ai su-
pera l'e. Infatti se e. dovesse dirsi la ricerca e assimilazione, nella misura in cui si è riconosciuto giusto, del pensiero altrui, nessuno dei più vigorosi filosofi potrebbe non dirsi eclettico. Nel primo caso, dunque, si fa e, ma non genuina filosofia; nel secondo caso, genuina filosofia ma non a.
Bim.: A. Fresneau, L'electisme, Parigi 1847; P. Janet, Virtue Cousin et son univers, ivi 1889; A. Lalande, s. v. in V'e. cab. de la philos., 3^{text {a }} ed., ivi 1947, pp. 248 - 59 a 12, 17-18 (appendice).
Felsee Cenci
E. in arts. - In arte e. designa un concetto riguardante periodi e personalità diversi. Impropriamente infatti si è parlato di c. a proposito dei Carracci (v.), per indicare un movimento figurativo storicamente determinato.
Intorno, il famoso sonetto di Agostino Carracci, in Iode di Niccolò dell'Abate, è probabilmente un falso del Molvasia; né i Carracci stessi muovevano da una linea programmatica altrettanto precisa quanto artisticamente inattualile, quale è quella indicata nel sonetto: "chi farsi buon pittore cerca e desia - il disegno di Roma abbia alla mano - la mossa, coll'ombrar Veneziano - e il degno coltrir di Lombardia - di Michelangelo la terribil via il vero natural di Tiriano, - del Correggio lo stil puro e sovrano - e di un Rafael la giusta simetria - del Tibaldi il decoro e il fondamento - del dotto Primaticcio l'insontare - e un po' di grazia del Formigianino...". Del punto di vista teorico, la posizione dei Carracci è solamente critica e non artistica e cosi il loro e, non ha un fondamento particolare. In realtà può definirsi eclettica in generale l'artista che subisce ed assimila rapidamente l'influsso figurativo, pur senza esser privo di personalità. Sotto questo aspetto, anche un grande pittore come Raffaella è stato un eclettico.
D'altra parte, la esigenza di una posizione eclettica per l'artista appare già un fatto chiaro nella teoria artistica del manierismo, segnatamente presso l'Armenino (Veri precetti della pittura, I, Milano 1820, p. 74), là dove tratta della doria maniera, che consiste nel "conoscere ed imitare il buono per le fatiche dei più eccellenti", ossia la possibilità di raggiungere il grado dell'arte ricavando il meglio dall'utile dei grandi del Rinascimento.
Bim.: L. Venturi, Storia della critica d'arte, Roma-Firenze, Milano 1945, p. 181 sgg.
Luigi Grassi
ECLOGA. ISAURICA ('Ecloayh vēv vóusv). Compilazione, eseguita con materiale tratto soprattutto dalle quattro parti del Corpus iuris civilis (v.), per ordine dell'imperatore Leone III Isaurico e del figlio di lui Costantino V Coprónimo a promulgata nel 739-740.
È divisa in 18 titoli o libri e tratta quasi esclusivamente materie di diritto civile; doveva servire essenzialmente per la pratica giudiziaria. Nell'E. profonde modificazioni sono state introdotte, specialmente nella materia del diritto di famiglia e del matrimonio, rispetto a quella che era la disciplina giustinianca; p. es., accogliendo una decisione del III Concilio di Costantinopoli (Trullano), viene considerato «dolterio il matrimonio con la fidanzata sirtui; e inoltre è vietato il matrimonio fra cattolici ed eretici (decisione del Concilio di Laodicea). Per quanto successivamente ripudista - perché opera degli imperatori iconoclasti - l'E. fu usata largamente nella pratica e servil di base ad altre compilazioni, quali l'Ecloga priuaia, l'Ecloga prioata aucta e l'Ecloga ad Prochiron mutato, queste due ultime molto importanti per la storia del diritto italiano, perché furono composte nel sec. xII, nell'Italia meridionale, durante la dominazione normanna.
L'edizione principe dell'E. è quella dello Zachariae von Lingenthal nella Collectio librarum iuris Graeco-romani ineditorum (Lipsia 1852, pp. 9-52); la ristampa più recente, con traduzione francese, è quella di C. A. Spulber.
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Birl.: C. E. Zachariae von Lingenthal, Geschichte des Griech.-Röm. Rechts, 3⁰ ed., Berlino 1892, p. 16 e passim; C. A. Spalber. L'Eclogue des Inoutrons (Texte, tradacrion, histoire), Cernhoti 1909; V. Grumel. La dote de promulgation de l'Ecloge de Léon III, in Echos d'Orient, 34 (1933), pp. 327-31; A. d'EmiLis, Appunti di dirlito bizantino, Le fonti, Roma 1943, p. 35 sgg. Rodolfo Danieli
ECO DI BERGAMO, L'. - Quotidiano cattolico, fondato come una delle espressioni del movimento sociale dei cattolici italiani, che aveva in Bergamo uno dei centri principali, da un gruppo facente capo a Niccolò Rezaara e a Stanislao Medolago Albani. Il primo numero uscì il 1^{°} maggio 1880 ; il primo direttore fu G. B. Csironi, che era stato direttore del "Cittadino di Brescia ".
Il giornale ebbe subito l'atteggiamento assai vivace che ha sempre conservato, ma il suo periodo più florido cominciò col 1888 e la sua importanza, benché locale, è andata sempre aumentando. Ora è diretto da don. Andrea Spada ed è il giornale più diffuso in Bergamo nella diocesi; è collegato, con gli altri quotidiani cattolici italiani, nel S.I.R. (Servizio informazioni romano) dal quale ha il notiziario romano e vaticano.
Bibl.: anon., L'E. di B., in Ragguaglio dell'attivild culturale e letteraria dei cattolici in Italia, Firenze 1930, pp. 243-48. Enrico Lucatello
ECOLAMPADIO (Oekolampad, Heuregen), Johann. - Uno dei riformatori minori, o. a Weinsberg (Würtemberg), allora nel Palatinato, nel 1482, m. a Basilea in Svizzera il 24 nov. 1531. Fatti gli studi umanistici a Heilbronn, Bologna, Heidelberg, Tubinga a Stoccarda, ed ordinato sacerdote, E. ebbe l'ufficio di precettore dei figli dell'elettore palatino, e con la sua egregia conoscenza del greco e dell'ebraico collaboro con Erasmo di Rotterdam alla nuova versione latina del Nuovo Testamento dal greco (1515-16). Nel 1521 passò tra i riformatori dopo aver subito in un primo tempo l'influsso delle dottrine di Lutero. Divenuto pastore a Basilea, vi si dittinse per il vigore della predicazione, specialmente nella chiesa di S. Martino, con grande proselitismo, finché nel 1529 ottenne, dopo grandi lotte, il trionfo della Riforma sul cattolicesimo e favorì una costituzione eligo-democratica della Chiesa (assemblea mista di pastori e laici). A lui si appoggiarono i valdesi ( 1530 ) e molti altri riformatori, ad Ulms, Memmingen e Biberach. Nel 1528 prese moglie, e il 24 nov. 1531, poco dopo la conclusione della laga Smalcaldica, mori a Basilea. La vedova passò tosto a seconde a terze nozze con Capitone a Bucer.
Nella dottrina E. abbracciò le idee antipapali della Riforma, la libera interpretazione della S. Scrittura, oscillando tra Lutero, di cui divenne in seguito un oppositore, Zwingli, con il quale entrò in amicizia e condivisa gran parte della ideologia. E. fu un sacramentario, e nella celebre questione del significato della parola di Gesù all'istituzione della S.ma Eucaristia, attribuil ad esse un puro valore di rappresentazione. Invece di a Questo è il mio corpo * (Mt. 26, 26; Me. 14, 22; La. 22, 19) la parola devovano intendersi: «questa è l'immagine (o figura) del mio corpo" (De gemina verborum Domini "hoc est Carpat meum ... expositione, 1525). E. incollob la Comunione sotto entrambe le specie ed impone nella liturgia la lingua tedesca.
Nella questione circa la dichiarazione di annullamento del matrimonio tra Enrico VIII d'Inghilterra e Caterina d'Aragona egli fu contro la sentenza papale ed in favore dello scioglimento.
Temperamento combattivo, E. Icttò non solo contro i cattolici, ma contro Lutero, Brens, Serveto e gli anabattisti, conservandosi tuttavia in una linea abbastanza moderata, in confronto d'altri riformatori.
Il suo influsso si esercitò soprattutto a Basilea e nella Germania meridionale.
Bist.: W. Hadorn, c. v. in Realencykl. f. protest. Theol. nad Kinden, 3 I ed., XIV, p. 186 sgg.; E. Stachelin, Briefe und Akten zum Leben Oeholampads, 2 voll., Lipsia 1927-34; M., Das Buch der Bader Reformation zu ihrem pro Itholzen Jubilerum, Basilea 1929; id., Das Reformatismuerh des 7. Oeholampad, Bercu-Lipsia 1932; H. Grisse, Lutero, vers. n., Torino 1934, v. italico; E. Stachelin, Das theologische Lebenswerk 7. Oeholampads, Lipsia 1939.
Arnoldo M. Lana
ECOLE BIBLIQUE. - Primo centro cattolico di studi scientifici biblici, fondato dal domenicano M.-J. Lagrange a Gerusalemme nel 1890 , per suggerimento di Leone XIII al p. M. Lecomte, che acquistò il terreno ed eresse il convento accanto alle rovine dell'antica basilica di S. Stefano. Sotto la direzione geniale ed infaticabile del Lagrange, il 15 nov. 1890 ebbero inizio i corsi di esegesi, introduzione, e di tutte le materie sussidiarie (lingue, storia, geografia, archeologia, storia delle religioni, ecc.) riguardanti la Bibbia e le antiche culture in relazione con essa. Il Lagrange era coadiuvato da scelti confratelli delle tre province francesi dell'Ordine. Conferenze di studi palestinesi ed orientali fin dall'inizio accompagnarono i corsi suddetti; una grande biblioteca s'arricchì rapidamente delle opere più preziose antiche e moderne; un museo archeologico accolse i frutti delle importanti scoperte operate. All'E. b. accorsero alunni di tutti gli ordini, sacerdoti e laici d'ogni nazione.
Nel 1892 s'iniziò la pubblicazione della Revue Biblique, per la diffusione delle ricerche e degli studi dei professori dell'E. b. Rigorosamente scientifica, abbraccia tutte le specialità del campo biblico (cf. lettera di Leone XIII al p. Lagrange: Hierarolymne in coenabia, del 17 sett. 1892, in Revue Biblique, 2 [1893], pp. 1-3). Nel 1902 si aprì la collezione esegetica Etudes Bibliques, annunziata in Revue Biblique, 9 (1900), pp. 424-22: «Abbiamo bisogno di commenti cattolici fondati su di una buona traduzione degli originali da un testo critico accuratamente ricostruito, con applicazione speciale alla critica letteraria... Sarà soprattutto la spiegazione del testo...» (ibid., p. 422). Tale programma è anche quello dell'E. b.: «la conoscenza esatta del testo, il culto del senso letterale, la ricerca del pensiero integrale e nelle sfumature degli autori sacri» (Spica), sfruttando tutti i risultati e il metodo delle ricerche scientifiche (cf. encicliche Providentissimus [1893] e Divino afflante Spiritu [1943]).
Particolare importanza l'E. attribuì a es