volume-05

Back to Volumes
pte à la fin de la XIXdentelle égyptienne, in Vives et penser, 1942-43, p. 187 s4.; L. Jullien, Les Juifs d'Alexandrie dans l'antiquité, Alessandria 1944; V. Tcherchower, The Yours in Egypt in the Hellenistic-Roman age in the light of the Papyri, Gerusalemme 1945; B. Maisler, Palestine at the times of the Middle Kingdom in Egypt, in Revue histor. latine en Égypte, 1 (1947), p. 36 s2.; A. G. Rona, Yaden en Yadenvermögingen in het oude Egypte, in De Gids, 110 (1947), p. 149 s2.; A. H. Gardiner, The Delta residence of the Pharaos, in Journal of Egyptian archaeology, 5 (1948), pp. 127, 177. 245 s2. - Lingua a letteratura: H. Schneider, Kultur und Deahen
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(da Encyclopédic photographigre de l'art. Le Musée du Caire, Parigi 188. (en. 6)
Eurito - Pannello di legno scolpito dalla tomba di Hraj-Ra*, Dinastia III, cs. 2700 s. C. - Cairo, Museo.
der alter Aegyptor, Lipsia 1909; W. Wresinski, Die Medizin der alter Aegyptor, 3 voll., ivi 1900-11, p. 22 s2.; G. Maspero, Les contes populaires de l'ancienne Égypte, 4^{°} ed., Parigi 1911; P. Humbert, Recherches sur les sources égyptiennes de la littérature nationaliste d'Israël, Neuchâtel 1919; W. Spiegelberg, Demotivitas Grammatik, Heidelberg 1925; G. Farina, Grammatica della lingua egiziana antica in caratteri geroglifici, 2^{°} ed., Milano 1926; A. Erman-G. Grepam, Wörterbuch der aegyptischen Sprache, 2 voll., Lipsia 1926 s2.; A. Gardiner, Egyptian grammar, Oxford 1927; Suppl., ivi 1935; G. Roeder, Altägyptische Erzählungen und Märchen, Jena 1927; M. Pieper, Die aegyptische Literatur, Potsdam 1927; E. T. Pies, A comparative study of the literature of Egypt, Palestine and Mesopotamia, Londra 1931; A. Erman, Die Literatur der Aegyptor, Lipsia 1932; G. Lefebvre, Grammaire de l'égyptien classique, Cairo 1940; id., Romans et contes égypt-

## Page 120

tions de l'époque pharomique, Parigi 1949: P. Gilbert, La composition des recueils de poëmes amoureux égyptiens et celle du Cantique des Cantiques, in Chron. d'Egypte, 23 (1948), p. 22 2g.; id., La poërie égyptienne, Bruxelles 1949; B. Van De Walle, La transmission des textes littéraires égyptiens, ivi 1948.

Aristide Calderini

## III. Religione dell'antico E.

I. Cenni sullo sviluppo storico. - Nonostante la copiosità di testi e di documenti religiosi distribuiti per oltre trenta secoli di storia è impossibile seguire uno sviluppo graduale a logico della religione poiché non tutte le singole fasi di trapasso ele cause di mutamenti ci sono note.

I più antichidocumenti religiosi, alcuni dei quali risalenti al periodo predinastico (pitture vascolari e parietali) attestano già uno dei concetti che rimarrà fondamentale nella storia della religione dell'E., quello, cioè, del mumen loci per cui ogni divinità era strettamente legata ad un determinato luogo di culto. Infatti ciascun distretto territoriale (nòmo) possedava ab antiquo un'insegna religiosa sormontata dalla raffigurazione, più o meno stilizzata, dell'oggetto di culto. L'uso di queste insegne, recate processionalmente in determinate occasioni, si perpetuò anche dopo l'unificazione del paese. Su di esse si notano rappresentati sia oggetti inanimati (ad es., uno scudo con due freccie incrociate, uno scettro, un albero, ecc.) sia animali (un falco, un coccodrillo, uno sciacallo, ecc.). Questi sacri simboli del nòmi furono interpretati da alcuni studiosi come un indizio di precedenti credenze animistiche, da altri come un residuo di culti totemici: comunque sono i più antichi documenti religiosi dai quali però non va disgiunto un significato politico.

All'inizio dell'età storica si notano profonde innovazioni nella iconografia e nelle concezioni religiose. Gli antichi simboli divini sono stati sostituiti o da divinità antropomorfe che recano (di solito sul capo) l'antico oggetto di culto, oppure da divinità teriocefale (in omaggio all'animale sacro). Un'altra importante novità è costituita dalla presenza di divinità cosmiche (anch'esso raffigurate antropomorfe) delle quali si ignorano le forme primitive. In molti casi poi, a causa di un processo sincretistico comune nella religione dell'E., le divinità cosmiche si sono fuse con quelle encoriche e alle volte le hanno addirittura soppiantate. Inoltre, dato che in oeni luogo,
accanto alle divinità maggiori ve ne erano delle minori, uno spontaneo desiderio di sintesi fece si che tra di loro si stabilisse una relazione di parentela in modo da creare varie famiglie divine, per lo più triadi (coppia di genitori con figlio). In processo di tempo alcune divinità acquistarono attributi specifici che ne modificarono ed accentuarono alcuni aspetti, cosi, ad es., alcuni dèi furono venerati come propizi ai defunti, altri come protettori di una determinata categoria sociale, e ciò avvenne anche fuori del centro del loro culto. Tuttavia nagli appellativi con cui sono
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
invocati rimane sempre un accenno al luogo di origine.

Un faltore determinante nello svolgimento della religione fu senza dubbic quello degli av. vocinzent: storici. Infatti già nelle lette che precedettero l'unificazione dell' E. le divinità locali di un sovrano vincitore avevano il sopravvento su quelle del sovrano vinto, cosicché mentre alcune divinità acquistarono una diffusione e una fama maggiori, altre quasi scomparvero. Anche ad unificazione avvenuta, il favore che godettero alcuni dèi, si da assumere un carattere quasi nazionale, e dovuto al fatto di essere stati quelli ufficiali del luogo di origine di una dinastia regnante. Cosi Hôro dall'età prethinita divenne il dio dinastico per eccellenza ed i sovrani si chiamarono appunto sservi di Hôro s: successivamente assurde importanza Prob di Manô, quindi, con l'avvento della V dinastia originaria di Eliopoli, il dio solare R8'.

Alla caduta dell'antico regno, Amôn, una divinità secondaria di Tebe, era destinata ad acquistarsi i più alti onori giacché godeva il favore dei sovrani della XII dinastia i quali ristabilirono l'ordine e le pace nel paese. Amôn fu presto assimilato al dio solare R8' e Amôn-R8' rimase la divinità dinastica e nazionale per antonomasia sino al periodo asitico, nonostante la bufera degli Hyksos (v.) a lo scisma religioso di Amenophis IV (v.). Naturalmente la fama di questi dèi dinastici non annullò quelle dei vari culti locali che continuarono a sussistere parallelamente.

Due fattori ancora determinarono sviluppi notevoli nel campo religioso: la speculazione teologica e le leggende divine. La prima, dovuta ai sacerdoti dei santuari più famosi, intese stabilire una gerarchia divina fondata sulla cosmogonia. A capo sta la divinità originaria da cui dipendono le altre in filiazione più o meno diretta. Cosi la cosmogonia più famosa, quella eliopolitana, era formata da una enneade con a capo Atum, nato a sua volta da Nûn, l'oceano pri-

## Page 121

![img-19.jpeg](img-19.jpeg)

RAFFIGURAZIONE DI SCENE NILOTICHE
Mussico del tempojdi Adriano - Palestrina, Museo Barberini.

## Page 122

![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

A sinistra: STATUA DI DIORITE DEL FARAONE CHEPHREN. Dinastia Iv (ca. 2600 a. C.)-Cairo, Museo. A destra: STATUA IN BASALTO DEL FARAONE THUTMOSIS III. Dinastia xvili (1504-1450 a. C.)Cairo, Museo.

## Page 123

![img-21.jpeg](img-21.jpeg)

In alto: STELE FUNERARIA DI UN PERSONAGGIO DI NOME HOR. L'iscrizione geroglifica contiene una formula ottativa per assicurare al defunto gli alimenti. Medio Regno (sec. xz-xvii a. C.) - Parigi, Museo del Louvre. In basso: RILIEVO CON SCENE DI DANZE E LAMENTAZIONI FUNEBRI. Dinastia xix (sec. xir a. C.) - Cairo, Museo.

## Page 124

Tav. XIV
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

## Page 125

mordiale. Altra sintesi cosmogonica importante era l'ottoade di Ermopoli.

Ma queste elucubrazioni teologiche non crano comprensibili per il popolo che da tempo remoto aveva intessuto attorno alle divinità che gli erano più care una serie di affascinanti leggende in cui gli dàl, pur nella loro potenza, agivano spinti da sentimenti e passioni umane. Fra tutte le leggende, quella che per il suo profendo significato e per la sua vitalità permeò l'intera religione dell'E. fu la commovente vicenda di Osiride. Dalle testimonianze più antiche, nei Testi delle Finanidi sino alla torda relazione plutarchea, la leggenda di Osiride è incessantemente citata con ampie varianti, nella letteratura religiosa dell'E. In origine Osiride non era che un antichissimo sovrano divinizzato il quale, vittima di patetiche vicende, divenne successivamente protagonista di un mito
![img-23.jpeg](img-23.jpeg)
lth. M. Gencrill. Martiri. Histoire générale des tritantes. 1, Parial B12. p. 227 Egrrto - Secre cosmogonica con il sollevamento di Su (Paris) e la separazione di Géb (terra) da Nût (cielo). Da un sarcofago al Museo del Louvre - Parigi.
tengono al gruppo a): Ammone (v.) o Amôn. - Anubi (v.). Atum(v.). - Basie, dea-gatta venerata a Bubasti; presenta il carattere di divinità gioiosa, protettrice della musica e della danza. - Hathor, dea raffigurata con il capo di vacca o con il capo umano sormontato delle corne bovine tra le quali campeggia il disco solare (indizio quest'ultimo di assimilazione con divinità cosmica); principali luoghi del suo culto furono Aphreditopolis e Dendéra. - Hôro (v.). - Iride (v.) - Goun, dio-ariete, adorato particolarmente a Elefantina. - Min, il Priapo degli Egiziani rappresentato
tifallico e con il fucellum sollevato nell'atto di colpire: divinità locale di Cop-
tos. - Mûs, dea te bana, divenuta in seguito sposa di Amôn. - Nephitys (Nô.t-bt.t = = La signora del palazzo \% ), dea che reca sul capo il geroglifico del proprio nome, venerata a Diospolis Parva; nella leggenda di Osiride compare come sorella di Iside. Neith, dea bellicosa il cui emblema era formato da due fraccie incrociate sopra uno scudo; centro del suo culto era Sais. - Osiride (v.). Ptah, il principale dio menfita, considerato come una delle divinità primordiali e raffigurato come un rozzo idolo ar-
ceico, con le mani che gli fuoriescono dal ventre. Saljme (o Sahlmis = = La possente x ), dea-leonessa venerata a Menfi e in una località del Delta. - Seth, dio che appare sotto forma di un animale non ben identificato (forse un ocapi o un levriere, in epoca più tarda lo si scambierà per un anno), originario di Omboa che dai tempi più antichi compare come avversario di Hôro e di Osiride. Il suo carattere di divinità malvagia è dovuto soprattutto alla parte che sostiene nella leggenda di Osiride. - Sebeb, dio-cascadrilto, proprio del Fayetion e di Kôm-Ombô. - Thut (Dhutf), dio-fbis venerato a Hermopolis Magna ma originario del Delta; assimilato a divinità cosmica divenne altresi dio della luna. Patrono degli scritti e dei contabili, assume talora, si ignora per quale motivo, l'aspetto di un babbuino.

Principali divinità cosmiche b) : Géb (pron. Gheb), il dio della Terra (in egiz. maschile) personificata; lo si immaginava stesso supino. - Ha'pî, il dio Nûto. - Nûn, l'oceano primordiale dal quale erano nate tutte le cose e che circondava la terra. - Nût, la dea del Cielo (in egiz. femm.) personificato, sposa di Géb; era raffigurata con i piedi e le dita delle mani poggiate sulla terra e il resto del corpo sollevato ad arco al di sopra del marito. - Ra' il dio del sole, massimo fra le divinità cosmiche il quale, oltre alle due ipostasi di Atum e Hepprl (dio-scarabco), fu assimilato con un gran numero di divinità encoriche: basti ricordare Amôn-Ra'. Si immaginava che Ra' percorresse il cielo su due barche, una per il giorno e una per la notte, accompagnato da un corteggio di divinità minori. - Su, il dio dell'aria, cioè dello spazio fra Géb e Nût.

Fra le divinità minori sono da ricordare le dee M a d e Sen, personificazioni astratte la prima della Verità, la seconda della Scrittura; tra gli animali sacri il celebre torello Agi (Hê) ritenuto una incarnazione dell'anima di Ptah; tra i semidei Imholpe, divenuto nei bassi tempi il dio della medicina. Il popolo venerava inoltre una pletora di piccole divinità quali Bês, Tueris, Nefertum, ecc.

## Page 401

manuali religiosi cattolici del vescovo Giovanni IV Kicvel e dei gesuiti Th. Busilus, J. A. Weltherus, W. Buccius (fino a noi è pervenuta la sola Agenda Parea del 162a) e protestanti dei sece. xvI-xvII; seguono manuali religiosi e pratici dei protestanti (Nuovo Testamento 1715 , Bibbia 1739). Il folklore estone che ha assimilato molti elementi germanici è ricchissimo ed è stato raccolto dopo l'impulso dato da J. Hurt alla fine del sec. xix. La lingua della classe colta rimane a lungo il tedesco; solo dopo il 1830 appaiono vere opere letteraria estoni.

Dopo libri di ispirazione pictistica (specialmente degli Herrahuter) all'inizio del sec. xvili nasce, sotto l'influsso dell'illuminismo, la letteratura laica popolare. Diede una caratteristica impronta alla cultura nascente una corrente romantica di colorito storico (divenuta col tempo sempre più nazionale). Sullo sfondo della Società erudita estone (fondata nel 1838), F. R. Kreutzevald creò il Kaleviporg (1861) epopea imitante la poesia popolare. Questa opera influenzò molto il risveglio nazionale e tutta emunta la letteratura risorgimentale, culminante nella lirica potrionica di Ledia Koudula. Alla fine del secolo si diciassero i - lirici puri - Julian Lviv od Anna Herva, mentre nella prosa si affermava il realismo di E. Wilde, E. Peterson-Särgava, A. Kitzberg. Attorno si 1901 i lirici G. Suits e V. Ridaia ed il novellista e critico F. Tu-
![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(da E. Miglieriel, Le città dell'E., in Le vie d'Italia, giugno 1818, p. 680)
Estonia - Municipio di Tallinn. Costruzione gotica del sec. xiv.
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
giugno 1818, p. 680)
Estonia - Chiesa di S. Olav di Tallinn (sec. XIII).
glas. corifei del movimento letterario-culturale Noor Eesti (Giovane Estonia), nonché il poeta K. Emm impostarono la cultura estone sul piano della cultura europea, con un distacco deciso da orientamenti contenutistici. Dopo il 1917 nuovi indirizzi vengono affermati dai lirici M. Under e H. Vianapuu, dallo scrittore A. Gailit e da altri facenti capo al dinamico movimento Siuru.

L'indipendenza conseguita nel 1918 crea condizioni favorevoli allo sviluppo di una cultura nazionale. Dopo un periodo di dominio di una lirica influenzata dall'Occidente, prevalse il realismo ed il naturalismo di A. Kivikas, H. Raudsepp, O. Luts, A. Jakobson, M. Metsanurk e del notevole A. H. Tammssare; i due ultimi trattano spesso soggetti religiosi. Altri presatori degni di nota sono K. A. Hindrey, K. Ristikvi, A. Mäik e la scxiterice fannico-estone Aino Kallas. Si citano inoltre, fra i poeti, B. Alber, A. Talvik, B. Kangro.

L'arte figurativa e la musica estoni nel senso proprio ebbero inizio con il risveglio nazionale del sec. xix e sono rappresentate dai pittori J. Köler, A. Leip-man-Lalkmaa, P. Burman, K. Raud, N. Triik, K. Mägi, A. Wabbe, E. Ole, E. Witralt, dagli scultori A. L. Weisenberg, A. Adamson, J. Koort, V. Melnik-Mellik, F. Sannamees, A. Starkopf-Rea e dai compositori A. Kapp, R. Tobias, M. Saar, J. Aavik, C. Kreek, H. Eller, E. Aav, E. Tubin.

Con l'annessione all'U.R.S.S. la vita culturale dell'E. è stata sottoposta all'ideologia marxista, mentre numerosi intellettuali continuano nell'emigrazione le tradizioni culturali dell'E. libera. In E. numerosi intellettuali sono stati deportati.

Bibl.: F. J. Wiedemann, Grammatik der estnischen Sprache, Pietenburga 1873; Eesti Kirjandus (rivista filologico-zoetica), Tartu 1906 sgg.; G. Suits. Die estnische Literatur, in Die Kultur der Gegenwart I. IX. Berlino-Lipsia 1908; Looming (rivista letteraria), Tartu 1923 sgg.; G. Loortis, Estnische Volksdichtung und Mythologie, ivi 1932; A. Saxreste, Die estnische Sprache, iv1 1932; E. Arm, Geschichte der estnischen Musik, I, ivi 1933; R. Faria, L'art estonien, ivi 1935; M. Kampman, Eesti kirjandusloo penjooned (s Lineamenti della letteratura estone ) a voll., 4² ed., ivi 1933-38; L. Salvini, Sommario di storia letteraria dell'E., Roma 1940; O. Suits. Estnisk Litteratur, in Europos litteraturhistoria 1918-39, redatto da A. Lundkvist, Stoccolma 1946; E. Howard Harris, Literature in E., 2² ed., Londra 1947; id., Estonian literature in Exile, ivi 1949. Storia culturale : Verhandlungen der Gelehrten Estnischen Gesellschaft. Dorpat 1840 sgg.; I. Menninen, Die Suchkultur Estlands, 2 voll., Tartu 1932; R. v. Engelhardt, Die deutsche Universität Dorpat in ihrer geistesgeschichtlichen Bedeutung, Monaco 1933; Acta 88 Commentationes Universitatis Turturatis, 1931-40.

## Page 402

ESTORSIONE. - E cosi denominato, nel diritto penale moderno, il delitto di chi, mediante violenza a minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettore qualche cosa, procura a so o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.

Si distingue dalla rapina, nella quale la violenza o la minaccia sono usate come mezzo per impossessarsi della cosa altrui sottraendela a chi la detiene; ossia nella rapina è il colpevole che sottrae la cosa, nell' e., quando in essa si ha passaggio della cosa dalla vittima al colpevole, è la vittima che in consegno al colpevole (almeno questo è il criterio distintivo che sembra più accettabile). Si distingue dalla truffa, perché nella truffa il mezzo consiste, anziché nella violenza o minaccia, nella induzione in errore (anche se tale induzione ha lo scopo di ingenerare nella vittima il timore di un pericolo immaginario), invece una sottospecie di c. è il ricatto, che si ha quando taluno sequestra una persona allo scopo di conseguire, per se o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione.

Nel diritto italiano vigente l'e. è punita con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da lire 40.000 a 160.000 ; la pena è aumentata da un terzo alla metà, se la violenza o minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, ovvero se la violenza consiste nel porre taluno in stato d'incapacità di volere - di agire (art. 629 del Cod. pen. e decreto legislativo luogoten. 21 ott. 1947 n. 1250). Il ricatto è punito con la reclusione da otto a quindici anni, e con la multa da lire 80.000 a 160.000 ; ma la pena della reclusione è da dodici a diciotto anni, se il colpevole consegue l'intento (art. 630 del Cod. pen. e decreto cit.).

E in parte una e. qualificata anche la concussione che è il fatto del pubblico ufficiale, il quale, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità (non si può considerare e. qualificata, quando non si ha costruzione ma solo induzione, e quando l'effetto consiste nel conseguimento o nella promessa di una utilità non economica): nel codice penale italiano la concussione è punita con la reclusione da quattro a dodici anni, con la multa da lire 24.000 a 400.000 , e con l'interdizione (normalmente perpetua) dai pubblici uffici (art. 317 e decreto cit.).

In diritto canonico e in teologia morale i delitti e peccati di cui abbiamo qui parlato non sono previsti specificamente, ma rientrano, secondo i casi, nelle figure delittuose più generiche di rapina, furto, violenza grave, enumerate nel can. 2354 del CIC: la pena per i laici è la esclusione (latae sententiae) dagli atti legittimi ecclesiastici e da qualsiasi incarico ecclesiastico; ai chierici, a seconda della gravità del fatto, sono applicabili penitenze, censure, la privazione dell'ufficio, del beneficio o della dignità, e, se del caso, anche la deposizione. Un caso particolare di concussione è poi previsto nel can. 2408, per cui chi esige diritti di rola (v. stola, diritti di) o altre tasse ecclesiastiche in misura superiore a quella stabilita, deve esser punito con una grave multa, e, in caso di recidiva, con la sospensione dall'ufficio o con la rimozione dal medesimo.

Bim.: Per l'e. vera e propria: N. Palopoli, s. v., in Nuove digeste italiane, V, pp. 680-86; V. Manzini, Trattato di dirito penale italiano, IX, parte 1*, Torino 1938, pp. 346-60. Per 8 ricatto: N. Palopoli, Seguestro di persona a scopo di rapina o di e., in Nuoto digeste italiane, XII, 1, pp. 128-29; V. Manzini, op. cit., loc. cit., pp. 368-72. Per la concussione: E. Altavilla, Pubblica amministrazione (Delitti dei pubblici ufficiali contro la), in Nuoto digeste italiane, X, pp. 933-34, 941-42, 948; V. Manzini, op. cit. V. Torino 1935, pp. 149-64. Per il diritto canonico: Werne-Vidal, VII, pp. 231-34, 604; I. Chelodi-P. Cipretti, Ius concubines de delictis et poenti, 5^{°} ed., Vicenza-Torino 1943, pp. 115-16, 161.

Foto: Ciprotti
ESTOUTEVILLE, Guillaume de. - Cardinale di nobile famiglia normanna, n. nel 1403 ca., m. a Roma il 22 genn. 1483. Benedettino, dopo aver retto
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(da M. Hollier, Le card. G. E., Parisi 1963) Estouteville, Guillaume de - Il card. E. si presenta alla corte di Carlo VII come logoro pontificio, Ministero di Jean Chartier per la Cronaca di Carlo VII (sec. xv).
in Francia varie abbazie e vescovati, fu eletto cardinale il 18 dic. 1439. Nell'ag. 1451 Nicolò V lo inviò legato in Francia, per la mediazione della pace tra questo regno e l'Inghilterra e per cercare di far abolire, o almeno attenuare la "Pranunatica sanzione": incarichi assai difficili che non poré portare a compimento (cf. J.-P. Ourliac, in Mélanges d'archéol. et d'hist., 1938). Riformò, invece l'Università di Parigi, togliendone i molti abusi, e iniziò a Rouen la revisione del processo di Giovanna d'Arco (1452).

Molto colto e stimato, nonostante la sua vita mondana, pose la sua candidatura nei Conclavi del 1458 e del 1464. Rischissimo per le molte cariche e i molti benefici, molto si occupò e spese per le imprese crociate, e per opere pubbliche: in Francia, specialmente a Rouen, da cui fu vescovo dal 1433 alla morte, e in Italia, specialmente a Roma, per le chiese di S. Maria Maggiore e S. Agostino. I gioielli di cui era coperto il suo cadavere diedero luogo a disgustosi tafferugli. Da un suo figlio, Girolamo, ebbe origine la casa dei Tuttavilla.

Bim.: Due Ringer furono scritti da M. Jullien e M. Roux de Laborie, Parigi 1788; G. J. Eaux, Supplémentum novum parporae doctor. Augusta e Greta 1720, pp. 189-91; F. Goleotto, Il padre di Gerolamo Tuttavilla, Torino 1809; G. de la Marandière, Hist. de la nation d'E. en Normandie, Parigi 1903; M. Mollier, Le card. G. d'E. et le grand etcarini de Pontoise, ivi roob; Pastor, J-JI, v. indice (con ricca bibl.); P. Peachini, Roma evi Rinascimento, Bologna [1940], v. indice; M. Armellini, Le chiese di Roma, I. Roma 1942, pp. 290 e 338; II. ivi 1942, pp. 1337 e 1231.

Ronna Greci Anienda
ESTRÉES, César d'. - Cardinale, n. a Parigi il 5 febbr. 1628 , m. ivi il 18 dic. 1714. Figlio di Francesco Annibale, addottorato alla Sorbona, fu nominato vescovo di Lson; rivelatosi abile diplomatico, ebbe dal re incarichi in Germania e in Spagna.

Ambasciatore presso la S. Sede, sostenne con strenuo zelo gli interessi della corona, non mancando sovente di modi prepotenti a arditi, che gli valsero anche gravi censure dal Papa. Ottenne il cappello cardinalizio da Clemente X il 5 febbr. 1671 (pubbl. 16 maggio 1672). Prese parte a quattro conclavi; contribuì all'elezione di Clemente XI. Ebbe parte nella composizione della cosid-

## Page 403

deta - pace clementina - ( 1669 ) a proposito dei quattro vescovi giansenisti, e neila condanna di Molinos e di altri quieclati. Accompagnò in Spagna Filippo V, presso il quale rimase qualche anno. Membro dell'Accademia francese, fu in relazione con gli uomini più illustri del suo tempo, esercitando fra loro una disereta influenza; tenutola al vescovato di Loon nel 1662 ed ebbe dal Re Pabbezia di St-Germain-des-Prés, dove morì a Fy ann.

Bull, Pastor, XIV-XV, possint; M. Petrocchi, Il quistitano italiano del Sricento, Roma 1948, v. indice, Antonio Castellini

ESTREMA UNZIONE (Olio sANTO). - E il Sacramemo istituito da Gesù Cristo a sollievo spirituale a corporale dei fedeli gravemente infermi.

Sommano: I. Sguardo d'insieme. - II. Analisi dei particolari (materia, forma, effetti, ministro, soggetto). - III. Liturgia.

I. SQUARTE d'INIZIEME. - Verso l'anno 60 d. C. s. Giacomo il Minore a tutti i convertiti dal giudaismo scrisse: "C'è tra voi qualcuno che sia ammalato? Faccia chiamare i sacerdoti della Chiesa, che preghino sopra di lui, angendolo con olio in nome del Signore e l'ornziano della fede ediverà l'infermo e il Signore lo soffriverà e se trovasi in peccati gli seranno rimessi" (Iac. 5, 14-15). Questo documento attesta l'esistenza, fin dall'età apostolica, di un rito composto di un'unzione (dàzì̀̀avizc sù̀óv Ë̀zù̀̀) accompagnata da una preghiera ( π ρ ° σ σ ἐ ἐ ἐ ἐ ἐ ἐ v ) eci sono uniti degli effetti sùpronnaturali sia materiali e spirituali insieme ( σ ὠ σ ε ), ( τ τ ρ ε i ), sia esclusivamente spirituali ( ν ω̃ ν ó μ α ρ- π i ε ς à π ε σ σ η μ ε ἐ ς ó σ ε θ ἠ σ ε τ α ι sù̀̀̀̀). Tale rito deve estere praticato dai capi della comunità cristiana ( τ ἐ ἐ σ ε σ α β ι τ ἐ ρ ° ς τ ἐ ς 'E α ι ἐ χ ° i ε ς ) sopra un fedele ( ἐ ν ó μ ν̃ ν ) gravemente infermo ( ἀ ἀ ἀ ε α α̃, π ἀ μ ν ν ν α ), secondo il comando del Signore ( ἐ ν tò óvó μ α τ ι тó Kıplou).

Questo passo e nel suo nucleo centrale cosi determinato da lasciare intravvedere gli elementi fondamentali di un Sacramento (istituzione divina, materia e forma, effetti spirituali, soggetto, ministra), ma è anche cosi vago nei particolari (non dice infatti quale olio si debba usare, quanto unzioni si debbono praticare, quali parole pronunziare), da persuaderei che l'Apostolo con tale assunzione non intendeva proporre qualche cosa fin'allora ignota ai primi cristiani, ma soltanto di richiamarli all'osservanza di un'uso, di cui nell'ordinaria coscchess daverano aver già appreso i particolari e l'intimo significato. Questa conclusione viene confermata dal fatto che se con questo monito s. Giacomo avesse voluto introdurre un rito nuovo, i capi della comunità cristiana, cui ne veniva assegnata l'amministrazione, non avrebbero potuto cogliere da un cosi scarso canno sufficienti istruzioni sul modo di comportarsi. Siamo dunque in presenza di un'esortazione scritta, che suppone un insegnamento orale, in cui origino si deve far risolire a Gesù Cristo, tanto più che riguarda un rito produttivo della Grazia, che gli Apostoli non avrebbero mai potuto introdurre, se non dietro esatte prescrizioni del Signore. Cosi le discussa frase "in nomine Donsin", pur suscettibile di altre interpretazioni, sembra acquistare maggior naturalcese se s'intende in questo senso: "secondo l'ordine e il comando di Gesù Cristo».

Da ciò risulta che la Chiesa nascente era in possesso di un'unzione insignita di tutte le note di un Sacramento. Questo fatto storicamente dimostrato è la chiave di volta per l'interpretazione delle testimonianze dei Padri. Se pertanto nei documenti posteriori si trovano degli accenni all'unzione degli infermi, è lecito considerarli come anelli di una catena, che s'inizia con il passo di s. Giacomo.

Nel sec. II sono lievi ma preziosi i cenni della Didachè, 10, 7 (soltanto nel frammento copto pubblicato
nel 1923) e di s. Irenzo, Adv. haereses, 1, 5 (PG 7, 663). Nel sec. III le testimonianze si fanno più precise, presso s. Ippolito, Traditio Apostolica (testo con relative commento in A. Chavasse, L'Occitiva des infernes dans l'Eglise Latine du IIIr siècle à la réforme carolingienne, in Revue des sciences religieuses, 20 [1940], pp. 65-122), e nel Commento a Daniele, 1, 33 (G. N. Bonwetsch e H. Achalis, Hippolytus Werke, 1, Lipsia 1897, pp. 44-45), Tertulliano, De praescripitone haereticorum, 41: PL 1, 56, e specialmente Origene, Ham. e in Lev. 8. 4: PG 12, 419. Nel sec. iv i documenti diventano molto chiavi: Alsaste, Demonstratio, 23, 3 (Rouët de Journel, Enchirid. Patristic., 698), Scrapione, Eucologia (ibid., 1241), s. Giovanni Crisostomo, De sacerdotis, 3, 5: PG 49, 644. Nel sec. v appare un documento pontificio di eccezionale importanza: la lettera di Innocenzo I (scritta nel 416) a Decenzo di Gubbio (testo in Denz-U, 90), in cui sono chiariti molti punti destinati e disciplinati: a) il Papa fornisce la prima interpretazione autentica del passo di s. Giacomo: "non est dubium", dice, che questo testo si riferisca all'unzione degli infermi, aggiungendo che l'Olio santo è preparato dal vescovo: "ab episcopo confectum -; b) al sec. v vige un duplice uso dell'Olio santo, uno sacramentale, riservato al ministero del vescovo e dei preti, un altro priorito, per cui tutti i fedeli possono servirsene a scopo religioso, "in sua aut sucrum necessitate -; c) l'E. U. non si può amministrare che a fedeli regolarmente assulti - paenitentia functa : è dunque considerato un Sacramento dei vivi, complemento della Penitenza, come già aveva insegnato Origene: d) il rito è chiamato Sacramento "genus Sacrament" in senso proprio, perché viene collocato nello stesso piano dell'Eucaristia, infatti l'inciso: "quibus reliqua Sacramento negantur" si riferisce certamente all'Eucaristia, ricusata ai penitenti non ancora assulti.

La lettera di s. Innocenzo, posta al centro dell'età patristica, proietta luce tanto sul passato (perché conferma il valore sacramentale della pericope di s. Giacomo, dissipa quanto c'è d'indeterminato nelle precedenti testimonianze, attesta l'uso costante dell'unzione degli infermi nella Chiesa di Roma) quanto sul futuro perché traccia la strada, che sarà battuta dall'intera Chiesa occidentale: infatti venne accolta in tutte le collezioni canoniche dal sec. v fino alle Decretali di Gregorio IX (1254) e passò attraverso a Beda Venerabile (m. il 135) a tutti gli scrittori ecclesiastici dell'Occidente. Non reca quindi meraviglia se verso la metà del sec. xII, al primo formolarsi della definizione esatta del Sacramentum questa venne immediatamente applicata all'unzione degli infermi. Si era ormai giunti al periodo delle somme abbraccianti in armonico sistema tutto lo scibile teologico. Fu appunto allora che s'imbasti un piccolo trattato de extrema unctinae, destinato a prendere il suo regolare posto alla d. 23 del IV Sant. di Pietro Lombardo e alle qq. 20-33 del supplemento della Sum. Temi. di s. Tommaso, trattato che, pur fissando il fondo comune della dottrina rivelata, lasciava un largo margine alle dispute di scuola. Queste discordia degli scolastici, su punti accidentali invero, prestò facile pretesto ai protestanti per rigettare con particolare disprezzo questo Sacramento (Calvino la chiamò ipocrista da istriene) che in realtà non potevano accogliere in un sistema teologico, nel quale la dottrina delle "reliquie del peccato", come residui gravanti sull'anima anche dopo la giustificazione, era stimata un assurdo. L'utero disse che era un rito destinato a curare esclusivamente il corpo: in questa idea fu seguita da molti dei suoi e dai moderni razionalisti. Fu allora che il Concilio di Trento, dopo maturo esame, fatto nel periodo della sua traslazione a Bologna, promulgò nella sess. XIV, celebrata nel 1551, i tre capitoli con i relativi quattro canoni (Denz-U, 907-10; 908-29) con cui fissò per sempre l'indole sacramentale di questo rito, arricchendola di preziose chiarificazioni. Da quel tempo, i teologi cattolici, contro gli attacchi dei primi normativi e dei loro epigoni (J. Dallé, G. A. Bengel, R. Pulleyn, modernisti), difesero la costruzione dogmatica del Concilio Tridentino, mostrando come affondi le sue basi nel terreno della Rivelazione.

## Page 404

II. Analisi dei particolari. - Dopo questo sguardo complessivo, da cui risulta storicamente a dogmaticamente accertata la natura sacramentale dell'E. U., se ne possono analizzare i singoli elementi.

1. La materia remota di questo Sacramento è costituita :
a) dall'olio di ulice, che, come risulta dalla Scrittura: "Ungentes eum oleo" (Jac. 5, 14) e da tutta la tradizione, confermata dai Concili di Firenze e di Trento, è richiesto per la validità del Sacramento. I Padri (speCalmente Vittore di Antiochia e Gregorio Nissero) o il ciatcchismo romano ne illustrano la convenienza basandosi sul simbolismo dell'olio (vigore, medicina, luce, calore);
b) benedetto dal vescovo, come si desume dalla tradizione liturgica-(Traditio Apostolica di Ippolito Romano, Eucologia di Serapione, Sacramentario gregoriano), patristica (Innocenzo I), conciliare (Châlons 813, Aquisgrana 836), confermata dal S. Uffizio nel 1611. I documenti ora citati provano che la benedizione deve essere impartita dal vescovo, ma ve ne sono altri che dimostrano che tale potere può essere concesso a un semplice sacerdote: si allude alla disciplina orientale, che risale a tempi remoti (sec. viI?) e che gode dell'approvazione di Clemente VIII (1595) di Benedetto XIV (1742), e alla disciplina occidentale stabilita da Benedetto XV durante la guerra 1914-18 accolta poi nel CIC (can. 945);
c) benedetto ad hoc", ossia con una formola espressamente ordinata a consacrare l'olio degli infermi, come sembrano insinuare tutti i documenti liturgici, che contengono formole apposite (ad es., la Traditio Apostolica, l'Ecologia di Serapione, il Sacramentario gregoriano). E certo che questa speciale benedizione è necessaria per la licetis, ma si discute se si richieda per la validita del Sacramento. Il Suárez sta per la sentenza negativa e sembra aver ragione perché non consta che Gesù Cristo abbia stabilito una determinata benedizione. Pertanto "ad validitatem" basta che l'olio sia benedetto in un modo qualunque, onde, in caso di necessità, si può usare di altri olii consacrati dal vescovo, ad es. il s. erisma, l'olio dei catecumoni.
2. La materia prossima è l'applicazione dell'olio benedetto, ossia l'unzione dell'infermo "ungentes cum" (Jac. 5, 14), che, secondo quanto stabilisce il CIC per la Chiesa latina (can. 947 \& 1), si depraticare sugli occhi, sulle orecchie, sulle narici, sulla bocca, sulle mani e sui piedi, che sono come gli organi del peccato (si deve sempre tralasciare l'unzione delle reni); la Chiesa, come osserva s. Tommaso (Sum Theol., suppl. 9, 29, 2. 2; 9. 32, a. 6), vuol porre la medicina dove sono le radici del male. I Greci, al contrario, ungono la fronte, il mento, le guance, le mani.

Ma se queste molteplici unzioni si richiedono * di diritto ecclesiastico " non consta, come già osservava Benedetto XIV, che siano necessarie "di diritto divino"; percio in caso di necessità basta ungere un sol senso, a meglio la fronte; ed è lecito, per qualsiasi ragionevole motivo, omettere l'unzione dei piedi. L'unzione deve essere fatta dalla mano del ministro; non si ammettono strumenti se non nel pericolo grave di infezioni a contagi (CIC, can. 947).
3. La forma è una preghiera "orantes... oratio fidei" (Jac. 5, 14-15), che varia accidentalmente nei diversi riti. Per la Chiesa latina il Concilio di Trento sancí (Denz-U, go8) questa formola, che compare soltanto dopo il Mille: "Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia il Signore ti perdoni tutto cio che hai commesso di male con gli occhi, con le orecchie, con l'odorato, con il gusto e con la lingua, con le mani, con i piedi. Amen ". La formula greca invece è così concepita: "O Padre Santo, medico delle anime a dei corpi, che mandasti il Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, sana anche
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(fta. (frvciunare)
Estrema unzione - L'E. U. Dipinto di Giuseppe Maria Cristodetto * lo Spagnolo * (della sena dei Sette Sacramenti) - Dresda, Finacoteca.
il tuo servo N. N. da tutte le infermità, che lo affliggono, e riempilo di vita con la Grazia del tuo Cristo*
4. Gli effetti. - Il Concilio di Trento, riepilogando l'insegnamento dei Padri, chiamò l'E. U. "perfezionamento non solo della penitenza, ma anche della vita cristiana, che deve essere una perpetua penitenza" (Sess. XIV, cstodio, in Denz-U, 907). L'E. U. è il perfezionamento della Penitenza (consommativum paenitentiae) perchú :
a) completa l'incorporazione a Cristo, restaurata dal Sacramento della Penitenza. Infatti tagliendo, da una parte, le ultime reliquie del peccato, abbatte gli estremi ostacoli che impediscono la perfetta inserzione del membro nel Corpo mistico, dall'altra, aumentando "ex opera operato " la Grazia abituale, rinaalda i vincoli di unione con Cristo. Inoltre, disponendo l'infermo a soffrire e a morire in Cristo a per Cristo associa e configura i singoli membri, come osserva il Bossuet, alle sofferenze e alle morte del Capo (aspetto erietologico della Grazia dell'E. U.);
b) irrobustisce l'organismo soprannaturale e lo rende atto a superare le ultime debolezze dello spirito, aggravate dell'infiacchimento del corpo. Infatti le ferite del peccato originale, curate nel Battesimo, e quelle dei peccati attuali, rimarginate nella Penitenza, lasciano estro molti aspetti indebolito l'organismo spirituale del fedele, che al sopraggiungere dello sfacelo del corpo e degli attacchi del demonio (v.) si trova esposto al pericolo grave di soccombere nella prova suprema e di mettere cosi a repentaglio tutte il corso della vita cristiana. A ovviare a tali pericoli la Grazia sacramentale infonde un vigore nuovo alla Grazia santificante, aumenta la virtù della speranza, per cui l'infermo si rimette fidente nella mani della misericordia divina, moltiplica i soccorsi della Grazia attuale, per cui il morente oppone pronta ripulsa alle insinuazioni del tentatore. E questa l' "alleviatio" (della Vulgata) o l' "prectio, excitatio" (Eyspef del testo greco) di cui parla Jac. 5, 15. Nel caso in cui l'infermo non possa confessarsi, purché abbia un dolore di attrizione

## Page 405

dei propri peccati, questo Sacramento supplisce anche la Penitenza, rimettendo "ex opere operato" non solo i veniali ma anche i peccati mortali, come sempre intese d'vivo magistero della Chiesa, insistendo sul testo biblico "et si fuertt in peccatis, reminentur ei" (Jac. 5. 15). L'E. U. inoltre, essendo ordinata a togliere tutti gli oracodi che si frappongono all'immediato conseguimento della gloria (cf. s. Tommaso, Cantor Gentra, 4, 73) rimette anche la pena temporale del peccato (supposta una perfetta disposizione nell'infermo) e talora procura la sanità del corpo (sul allude il odore: salvabit di Jac. 5. 15), quando, secondo l'inscrutibile giudizio di Dio, ciò giovi a un più facile conseguimento della gloria (aspetto antropologico della grezza dell'E. U.).
c) Midititica le rallecitudini della Chiesa intorno al fedele sofferente. Il moribondo, ormai di nulla capace e di tutto bisognoso, si abbandona nelle braccia della più madre comune, che si piega sopra di lui avvolgendone l'anima in un alone di preghiere, di reccomandazioni, di suppliche, convocandogli intorno tutti i membri della Chiesa militante, purgante, trionfante: Angeli e Santi, anime del purgatorio e giusti della terra sotto schierati, invisibili ma oranti intorno al morente, mentre il sacerdote compie il sacro rito, al cui offerto, come insegna s. Tommaso, "plorimum valet duveto suscipientia et personala meritum conferentium et generale totius Ecclesiae" (Sum. Theol., Suppl., q. 32, s. 3). Nella luce di questa verità è concepito in stupendo pormenro del card. Newman, Il sogno di Geronimo, tradotto in italiano da B. Masperi, in C. Martindale, Lo spirito del card. Newman, Brescia 1932.
5. I ministri dell'E. U. sono i "preti" (apeopórepos di Jac. 5, 14), non gli anziani del popolo (come vollero i protestanti), ma i vescovi e i sacerdoti debitamente ordinati, come sempre intese e praticd la Chiesa (cf. Innocenzo I) e definì il Concilio di Trento (cf. ora anche mathrm{LIC}_{1} can. 93⁸-8 1). Dal fatto che il testo biblico usa l'espressione plurale "i presbiteri" (che è effettivamente un plurale di categoria, onde l'inciso "advocet presbyteros" equivale a "chiami uno dei presbiteri", come quando si dice a chiami i medici a l'intende, chiami uno dei medici), invalse l'uso nella Chiesa antica, conservato tuttora in Oriente, di amministrare l'E. U. con l'intervento di molti sacerdoti, generalmente sette. Secondo il diritto vigente, nella Chiesa latina, l'E. U. deve essere conferita da un sol ministro (ad licetatem); e di regola deve essere il parroco del luogo, salvo il caso di necessità o di permesso del parroco stesso o dell'ordinario locale (can. 938-39).

La S. Congregazione de Propaganda Fide dichiarò che anche in caso di necessità, in mancanza cioè di altro parte, nessun missionario può amministrare e se stesso questo Sacramento.
6. Il soggetto. Per la valida recezione si richiede che il soggetto sia :
a) battezzato, come risulta da Jac. 5, 14 "infirmatur quis in vobis? " non tra voi fedeli, e come si deduce da tutta l'economia sacramentale, alla cui base ata il Battesimo. Anche chi di recente è stato lavato al fonte può ricevere questo Sacramento perché il Battesimo, sebbene cancelli tutti i peccati, non toglie però quella debolezza spirituale, che può compromettere l'anima nel supremo combattimento;
b) con l'uso di ragione e con l'intenzione almeno abituale di ricevere questo Sacramento. Gli «infantes et perpetuo amantes", non avendo mai peccato personalmente, non hanno bisogno di questo beneficio spirituale; c) gravemente ammalato, come risulta da Jac. 5, 14-15 "debeveí, adjuvovex" e dalle dichiarazioni tridentine. Per grave malattia "non si deve intendere un male che non lascia speranza alcuna, ma che può condurre alla morte. E dunque un detestabile errore quello di considerare l'Olio Santo come un prodromo della
morte, mentre molte volte, amministrato quando ancora le forze fisiche si possono riprendere senza un miracolo, questo Sacramento è un vero messaggero di vita (cf. can. 944).

Sebbene l'E. U. non sia assolutamente necessaria ("necessitate medii") per ottenere la salvezza, non deve essere trascurata ("nemini licet illud negligere", can. 944).

L'E. U. non si può amministrare a chi è in buona salute, anche se prossimo alla morte come il soldato che si accinga al combattimento o il condannato nell'ammintenza dell'esecuzione, perché l'uomo sono 8 in possesso delle sue forze e di altri aiuti spirituali, che può facilmente applicarsi, mentre il malato è privo di energia e bisognoso dell'aiuto altrui.

Bim.: S. Tommaso, Sum. Theol., suppl., q. 29-33 con i commenti del Contenson, Gonet, Bilibert, Biller, Paquet, Hugan. Tutti i testi e manuali di domanda, nel trattato dei Sacramenti, conoscono alcune pagine all'E. U. Le monografie più importanti sono: R. Bellarmino, Concessoria de sacramento Extremae Unctionis, Venezia 1599; I. Schmitz, De effectibus sacrament Extremae Unctionis, Friburgo in Br. 1803; J. Kern, De sacramento Extremae Unctionis, Ratisbana 1907 (sangio e solidali; M. Rath, De Extremas Unctione et Ordine, Hauren 1912; C. Roths), Codelves, s.v. in DThC, V, coll. 1807-2022; A. Quien, Some aspect of the dogma of Exer. Unction, Dublino 1920; J. S. Sord, L'Extrême Omicion d'après l'épère de si Jacques examinée dans la Tradition, Bruges 1923; A. Kilber, Exte. Cnction, St Louis 1927; Th. Emoll, Doctrines Orientis separati de opera infirmation unctione, Roma 1931; P. Brome, Die letze Oberg in der abendländischen Kirche des Mittelalters, in Zeitschrift für Kath. Theologie, 23 (1931), 513-61; H. Weismeller, Das Sacrament der letzten Oberg in den 2512 rmeitlichen Werken der Frühscholastik, in Scholiestik, 7 (1932), pp. 321 sgg., 324 sgg.; J. Lehn, Die subrassoniale Kranbendung im augeheuden Altertum und im Frühmittelalter, Karlsruhe 1834; T. V. Gester a Zell, Sacra Extremis Unctio ad mentem t. Bonmentorum, Torino 1976; Hamilis a Genus, Infirmat Patrum et theologorum in doctrinum s. Sacramentorum de institutione sacrament Extremae Unctionis, in Col. tertanen Finarisano, 8 (1938), pp. 325-24 (con raccolta preziosa di testi); C. De Chien, Ordre, Mariage, Extrême Oucition, Parigi 1938, pp. 141-74; A. Chavasse, Etude sur l'Oucition des infirmes dans l'Eglise Latine du IIIe au XIr siècle, I, Lione 1942. Per l'esegesi del passo di a. Giacomo cf. J. Chaine, L'épère de si Jacques, Parisi 1927, pp. 126-30; A. Schelfhout, De sacramento Extremae Unctionis in epistola s. Iacobi, in Collationes Gaudiariones, (1932), pp. 216-21.

III. Liturgia. - 1. Rito romano. - Il rito dell'amministrazione dell'E. U. è sostanzialmente quale fu indicato da s. Giacomo nella sua Epistola; le formule e le cerimonie col passare del tempo differirono da regione a regione. "Essa era quasi ultimo complemento della Penitenza, e precedeva il Viatico. Nei primi secoli non si aspettava, come oggi, che il malato fosse egli estremi ma si amministrava non appena lo stato dell'infermo cominciasse a destare apprensione. Molto spesso, nel medioevo, come oggi ancora in Oriente, il sacramento dell'E. U. veniva conferito pubblicamente in chiesa, mentre l'infermo se ne stava seduto o genuflesso davanti al sacerdote. L'odierno abuso di amministrare il Sacramento all'ultimo momento sembra aver avuto origine, oltre che dalla ignoranza e dalla illanguidita fede dei tempi moderni, anche dalla superstizione invalsa verso il sec. xut che, cioè, dopo ripetuto l'Olio Santo non fosse più lecito di mangiar carne, di danzare o di vivere nello stato euntugale" (I. Schuster, Liber Sacramentorum, I, Torino 1932, p. 192).

Dei riti e delle preghiere usate anticamente nella Chiesa latina ben poco si sa: la prima notizia è data dalla lettera di Innocenzo I (del 416) a Decenato di Gubbio, ma vi si accenna soltanto all'unzione in generale, e al testo di s. Giacomo ( 5,14 ) e nulla ai dice delle parti del corpo sulle quali compiere l'unzione, né delle preghiere che accompagnavano il rito. Alquanto più estese sono le prescrizioni contenute nel can. 4 del Sinodo di Nantes (ca. 656), nella collezione dei capitolari di Benedetto Levita (dell'850), riprese da Re-

## Page 406

ginone di Prüm (m. nel 915) e da Burcardo di Worms (m. nel 1025) e le istruzioni ai sacerdoti di Teodulfo di Ordians (m. nell'E21). A cominciare, invece, dai secc. IX e X, numerosi sono i Sacramentari e gli Ordines che riferiscono i formolari per l'amministrazione dell'E. U.: Ordo ad visitandum et ungeadum infirmum (M. Ferotin, Le liber ordinum, in Monumenta Erel. liturgica, V, pp. 7172); Ordo Bumanus X (ed. J. Mabillon: PL, 78, 1021-22); Sacramentarium Foldense sasc. X (ed. G. Richter-A. Schönfelder, Fulda 1912, pp. 279-300). Poiché i formolari variavano, il Rituale Romano di Paolo V (1614) pensò di introdurvi definitivamente l'uniformità. Delle preghiere ivi contenute, alcune già erano in uso da molto tempo: p. es., le preghiere aRespire fatiscentem... e - Domine Deus, qui per apostolum... dal sec. IX; le altre: a Introeat e a Domine sancte... aegria infundendo corporibus... dal sec. X; l'invocazione: a in nomine Patris... extinguatur in te omnia virtus diaboli... e) trova di già nell'Ordo X (sec. IX).

Il rito conteneva e contiene, pure in mezzo a tanta varietà, i seguenti punti capitali: 1) benedizione della camera dell'ammalato. Entrando il sacerdote dice: a Pax huic domui et omnibus habitantibus in ea ed asperge la camera con l'acqua benedetta (talvolta anche l'incenso: "cum odere incensi * : Sacram. Foldense, n. 2394); seguivano ancora ammonizioni all'ammalato. 2) La riconciliazione e la confessione. Alla prima, congiunta con l'imposizione della mano, richiamai l'invocazione odierna: a in nomine Patris... extinguatur in te... per impositio-nem... a; alla seconda la recita del Confiteor. 3) L'unzione. Le formule sono varie: indicativa: a Ungo te, ed... a; depressiva od ottativa: a Indulgeat»; come oggi imperativa: \& Accipe». Vario era pure il numero dei membri da ungere, da 7 a 14 : a ubi plus dolor imminert x, a ubi maximus dolor x (cf. Franz, op. cit. in bibl., p. 82). Non si unge la fronte a nessuno, né ai sacerdoti la palma delle mani, perché già unte rispettivamente nella Cresima e nell'Ordinazione. Già Teodulfo ordina di fare le unzioni in forma di croce; vi partecipano diversi sacerdoti : a perungant singul: sacerdotes infirmum x, a item ab alio sacerdote * (Sacram. Foldense, n. 2410) e si ripetevano per 7 giorni : a et sic septem continuos dies x (ibid., s. 2445). Poi si diceva la Messa per l'ammalato, che si comunicava; - Mine canterur Messa pro ea Deinde communicat cum sacerdot corpore et sanguine dominu (ibid., n. 2445). Oggi la Comunione precede l'unzione. 4) La solenne benedizione finale da parte di tutti i sacerdoti presenti: a Domino Jesus Christus apud te sit..., circa te sit + (ibid., 2451); poi si dava all'ammalato una Croce: a Deinde aquam benedictans, nisi aliam habeat et Crucem coram eo relinquet x (Rituale Romano).

Questi quattro elementi, più semplificati, si ritrovano anche oggi. Già l'Eurologion di Scrapione di Thmuis (m. dopo il 359) contiene una formola: a oratio pro obiis et aquis * (vut omnia febris et omne daemonium et omnis morbus per potum et unctionem removestur * ). Nel rito romano le formule della consacrazione dell'olio per i malati, fatto dal vescovo nella Messa del Giovedi Santo, si trovano sia nel Sacramentario Gelasiano, sia in quello Gregoriano.

Bist.: L. Bieschider, Handbuch der katholischen Liturgik, II, Friburga in Br. 1933, pp. 348-52: R. Stapper, Katholische Liturgik, 5*-6* ed., Münster 1931, p. 288; Ad. Franz, Das Rituale von St. Florian aus dem 12. Jahrb., Friburgo in Br. 1902, pp. 71 82. 8 165 29.: A. Chavasse, L'unction des infirmes dans l'Eglise, latine de IIIe siècle à la Réforme carolingienne, in Rep. des sciences religieuses, 20 (1920), pp. 84-122.

Tieto: Siffrin
2. Riti orientali. - Presso tutti gli Orientali, ad eccezione dei nestoriani, il rito tradizionale della E. U. è lunghissimo.

Nel rito bizantino, dopo le preghiere iniziali, si recita e canta il canone di Arsenio (probabilmente vescovo di Corfù nel sec. IX), cioè un lungo inno che celebra le virtù dell'Olio Santo. E un vestigio del tempo anteriore al sec. xiri, quando la vigilia (Vespro a Mattutina) precedeva l'amministrazione di questo Sacramento. Poi sette sacerdoti recitano insieme l'orazione per la benedizione dell'Olio; l'Olio è di olivo puro, talvolta mescolato con
un poco di vino. Segue il canto di alcuni tropari, in onore di santi martiri e taumaturghi, che anticamente si eseguivano mentr