e tramandato.
II. Tipi. - Dei Cipitulare Evangeliorum si sono occupati prima il card. Tammasi e piú recentemente, con stretto metodo scientifico, il Frees e il Klauser, che indipendentemente, sono giunti a eguali conclusioni, salvo qualche divergenza di dettaglio. Il Klauser, che ha esteso l'indagine ad oltre 1300 manoscritti, classifica i capitolari sotto quattro tipi:
Tipo II. Rappresenta l'uso romano puro intorno al 645 ed ha il miglior esponente nel codice di Würzburg (Biblioteca dell'Università, cod. mp. th. f. 62; ed. G. Morin, Liturgie et batilignes de Rome au milieu du VIIe siècle d'opres les listes d'evangilez de Wïrzburg, in Rev. bened., 28 [1911], pp. 286-330; v. anche dello stesso: Les notes liturgiques de l'Evangeliatre de Burchard, ibid., 10 [1893], pp. 113-26), detto anche E. di Burchard, perche pare appartenuto a s. Burchard, monaco inglese, poi vescovo di Würzburg del 741 al 753 .
Tipo A. - Dà ancora l'uso romano puro, ma in epoca più tarda, ca. il 749 , ed è rappresentato dal codex aureus (ma nella Biblioteca Comunale di Trevii, cod. XXII), scritto intorno all'800 (ed. N. Menzel, Die Trierer Adu-Haudschift, Lipsia 1880, pp. 16-27).
A questo tipo appartiene anche il capitulare, che si trova nell'E. di s. Corberto (Beitah Museum, Cormn Nero D. IV) trascritto a Lindisfarne da un E. usato nella chiesa di Napoli e portato in Inghilterra dopo la metà del sec. viI (edito da G. Morin, La liturgie de Naples au temps de si Grégoire, in Rev. bened., 8 [1891], pp. 481-93, 529-37, in Anecdota Marodeolana, I. Marodeous 1893, pp. 426-35).
Tipa E. - Rappresenta ancora l'uso romano puro del 759. Principale manoscritto cod. lat. 1388 nonv. ecq. della Biblioteca nazionale di Parigi, scritto ca. l'800.
Tipo A. - Rappresenta l'uso romano franco dopo il 750. Principale esponente cod. lat. Vat. 8523, scritto tra il IX e X sec.

Evangellario - Noticita e Ansoncio ai pastori, Pagina miniera dell'E. detto della contessa Matilde (sec. xI) - Nonantula, Abbasia.

(10. Ennivtioi)
Evangelialio - Copertura dell'E. di S. Maria in Via Lata (sec. xi) - Biblioteca Vaticana, Museo Sacro.
III. Nella liturgia. - La Chiesa ha professato sempre verso l'E. grande venerazione a rispetto. L'arte ha reso questo sentimento rappresentandolo su un trono. Cosi nei musaici di Ravenna, Roma e Aquileia. Nel IV Concilio di Costantinopoli (869), celebrato nella basilica di S. Sofia, l'E. stava su un trono assieme alla reliquia della S. Croce. Il medioevo conobbe un altro uso, che risale al sec. v: quello di tenere il libro dei Vangeli sull'altare: la parola di Dio vicino all'Eucaristia. Sul Vangelo ancora oggi, dal tempo di Giustiniano, si proferiscono i giuramenti.
Nella liturgia pontificale del medioevo l'E. veniva portato all'altare con gran pompa, processionalmente prima della Mesza, da un accolito, accompagnato da un suddiacono. Arrivando in preebiterio, tutto il clero si alzava in piedi in segno di ossequio. Quindi il suddiacono riceveva dall'accolito l'E. per metterlo sull'altare dove restava fino al canto del Vangelo. La mensa consacrata, che anticamente non tollerava alcun altro oggetto, all'infuori dell'oblato, accoglieva l'E. Questa cerimonia è rimasta, in parte. L'E. è ora portato nel corteo pontificale d'ingresso all'altare, davanti al celebrante, ma, appena questi l'ha baciato dopo la Confessione, vien riposto sulla credenza. Altri segni di venerazione sono l'incensazione e i cori accesi che ne accompagnano la lettura.
Tutte cerimonie già in gran parte consegnate nell'Ordo Romanus I del sec. viII (cf. M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen-âge, II: Les textes, Levanto 1948, pp. 87-88) e in parte completate e sviluppate nei secoli seguenti. Sono l'espressione viva della fede della Chiesa verso la parola di Dio.
BbL.: I principali documenti relativi all'E., oltre che nelle fonti citate volta per volta, sono raccolti da G. Godu, Evangiles, in DACL, V, coll. 892-923; J. Baudot, Capitulare Evangeliorum, ibid., II, coll. 2080-60; J. M. Tammasi, Opera omnia, ed. A. F. Verassi, Roma 1750, pp. 431-526; J. Baudot, Les Evangeliaires, Parigi 1907; W. H. Frees, Studies in early roman liturgy: III. The roman gospel-lectimary, Londra 1925; T. Klauser, Das Römische Cipitulare Evangeliorum, 1: Typen, Münster in West.
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1935: e il lavoro pio completo sull'argomento (seguimono altri due volumi, una per le prove relative alla datazione dei singoli tipi, l'altro per la classificazione dei capitolari rimanenti. A pp. 227n-227 completa bibliografia fino al 1934 (cf. anche Ephem. lit., 50 (1936), pp. 81-82).
Annbale Bugnini
IV. Decorazione. - A varie gradazioni dell'arte orientale del sec. vi appartiene un cospicuo gruppo di E. quali il codice purpureo della cattedrale di Rossano, il codice siriaco detto di Rabula (monaco di Zaglia in Mesopotamia) datato all'a. 586 , ora nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; il codice di Sinope oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi; ad essi si ricollega, sebbene più tardo (sec. x) l'E. di Erschmiadein (Armenia) racchiuso in un dittico eburneo anteriore.
L'E. conservato a Cambridge nella Biblioteca del Corpus Christi College (cod. 286) appartiene forse al gruppo di quelli inviati in Inghilterra ad Agostino di Canterbury da papa Gregorio I ( 500 -604) e sembra eseguito a Roma o nell'Italia meridionale, perché le miniature che l'ador nano risentono delle forme pittoriche proprie dell'Italia centrale fra il vi e il vir sec.
Al principio del vil sec. appartione anche l'E. di Lindisfarne oggi nel Museo Britannico, che dimostra nelle belle miniature delle iniziali il senso raffinato della decorazione allora proprio dell'arte che fioriva nelle isole britanniche.
Nell'età d'oro degli E., cioè sotto Carlomagno, si formarono apposite scuole, annesse agli scripsorin dei monasteri, che, lavorando con amore, intelligenza ed arte, produssero veri capolavori. Il monastero di S. Martino di Tours, diretto dal celebre Alcuino, le scuole di S. Colto, Mers, Reims, Orléans, l'abbasis di Corbie, Luxeuil, ecc. lasciarono opere meravigliose. Tra i calligrafi pió farnosi di quel tempo sono meritamente ricordati Alcuino, autore dell'E. donato da Carlomagno all'abbasis del S. mo Salvatore di Aniane (Montpailier), Godescalco che scrisse l'E. oggi al Museo del Louvre, Pietro a cui si deve l'E. di Carlomagno oggi nella "Schatzkammer" di Vienna; notevoli sono ancora le miniature dal codice Ada, nella Biblioteca Comunale di Treviri e dell'E. di Echternach del a sec. conservato a Gathe.
Nel sec. 12-x le prime pagine degli E. sono tinte di porpore. D'oro si trovano le inquadrature delle pagine, le iniziali, grandi e piccole, poi i titoli e le rubriche (E. di Carlo di Rohan-Soubiss, ora alla Biblioteca nazionale di Parigi), infine tutto il resto viene scritto in oro o argento (E. di S. Martino des Champs, ora alla Biblioteca de l'Arsenal). Questa magnificenza aurea raggiunge il suo più grande splendore nel periodo carolingio, quindi declina.
Appartiene agli inizi del xir sec., ed ha miniature che rammentano il fare proprio della pittura cassinese nelle iniziali, e della pittura romana di quella età nelle figure, l'E. proveniente da Farfa ed ora nella Biblioteca Vallicelliana di Roma (cod. E. 16). Mostrano un gusto analogo anche le figure dell'E. forse proveniente dal Convento romano di S. Cecilia oggi nella Laurenziana di Firenze (PL 17-27) mentre l'E. proveniente dal Convento dei S8. Apostoli, pure di Roma ed ora nella Biblioteca Vaticana (cod. Vat. lat. 5974) ha schiotto carattere bizantino perché eseguito nel xir sec. dai miniatori della badia greca di Grottaferrata.
Caratteristiche sono anche le forme proprie delle miniature dell'E. donato dalla contessa Matiide alla badia di Polizone ca. l'a. 1109. Il codice è oggi nella Biblioteca Morgan a Nuova York a riflette i modi propri della pittura nell'Italia settentrionale agli inizi del xir sec.
Riflessi invece dell'arte ottoniana sono in un codice della cattedrale di Vercelli e più vivi ancora in un altro che è nel tesoro del duomo di Padova eseguito l'a. 1170 da un Isidoro doctor bums.
L'E. della fine del xir sec. detto della contessa Matiide che è nella badia di Nomantula ha alcune miniature che imitano modelli germanici mentre altre hanno un fare più libero e spigliato in armonia con le contemporanee pitture italiane.
Pili frequenti si fanno gli E. nei tempi successivi, ugualmente riflettendo nelle decorazioni - come gli altri testi sacri - i modi propri dell'arte delle regioni in cui vennero eseguiti.
Per abbellire ed animare gli E. furono usati disegni e pitture. Le iniziali ebbero la preferenza dei calligrafi, che o usarono simboli (fase retatica) o riprodussero la natura (fase naturaliste); poi si sviluppò la tendenza verso la rappresentazione di edifici, scene, personaggi fittizi o anche reali, come i donatori, i grandi del tempo o il calligrafo stesso. Si deve ai libri liturgici la conservazione d'un gran numero di ritratti storici che senza di essi non sarebbero mai giunti fino a oggi (p. es., Carlo il Colvo sull'E. di St Emmeran di Ratiebona, Enrico III e l'imperatrice Agnese, Corrado il Salico e Gisèle au quello dell'Escuriale, la contessa Matiide sul suo E. alla Biblioteca Vaticana ecc.). La magnificenza appare anche nella rilegatura dei manoscritti. Già a. Ambrogio ricorda "cosa Testamenti undique aura tecta ideat doctrina Christi" (Epist., IV, 4: PL 16, 890). Nel duomo di Milano si conservano due tavolerie d'avorio del sec. v, che ricoprivano un E. Cescilia in lamina d'oro è la custodia dell'E. di Mensa (sec. vi), donato dalla regina Teodolinda alla chiesa di S. Giovanni. L'avorio e l'oro furono molte usati per gli e. Si può citare per il 12 sec . l'avorio che orna una parte dell'E. di Loesch alla Biblioteca Vaticana; per il sec. x gli avori dell'E. di Echternach; per l'xi la celebre rilegatura dell'E. di Besançon. L'avorio veniva fissato con placche d'oro e d'argento, ma poi si fecero intere fegature con questi metalli preziosi, come l'E. gotico di Uffils (Codes argentinus) e le legature decorate con smalio e rilievi delle regioni della Mensa e del Reno. - Vedi sec. LVII.
Bibs.: P. Macre, s.v. in Cuth. Enc., V, pp. 840-41; P. Tvesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim.
Annibale Bugnini - Emilio Lovagnino
EVANGELICI. - Presso gli autori protestanti, le primitive sétte, come la luterana, la calvinista, l'anglicana, ecc. sono indicate con il nome colletrivo di "Chiese evangeliche " per contrapporle alla "Chiesa cattolica ". E in questo senso che i protestanti moderni hanno voluto risuscitare il nome e. Difatti alcuni delegati del Congresso o Conferenza protestante panamericana di Panama (1916), finito il Congresso visitarono varie nazioni dell'America latina. Ed avendo notato le triste impressione che i nomi diversi di tutte sette facevano fra i cattolici latino-americani, per cancellarla consigliarono di assumere il nome di "Chiesa evangelica", quale nome comune a tutte le sétte protestanti di una stessa nazione, e che i membri non si chiamassero più battisti, o metodiati, ma semplicemente e. In Italia, negli ultimi censimenti, i membri delle varie sétte rinunziarono, per gli effetti del censimento, al loro nome di valdesi, battisti, ecc. per attenersi all'indicazione comune di e., come se tutti fossero membri di una sola Chiesa evangelica che non esisteva. Ma il nome di e. si dà in modo speciale ai i membri della Chiesa evangelica di Prussia.
La Prussia abbracciò il luteranesimo nel 1523 quando il gran maestro dell'Ordine teutonico, Alberto, apostatò e si proclamò duca di Prussia. L'elettore di Brandeburgo, Giovanni Sigismondo (1606-19), che aveva unito l'elettorato di Brandeburgo con il ducato di Prussia e che era calvinista (v. conservatori di fede protestanti; luterano-calviniste), tentò inutilmente di fare calvinisti i Prussiani. Lo stesso volle fare 8 primo re di Prussia, Federico I (1700-17), ma invano. L'amica di Voltaire, Federico II (1740-86), concessa bensì a tutti i suoi sudditi ampia libertà di culto, ma ridusse le diverse sétte dei suoi stati e semplici società religiose sotto il suo controllo. Questo dominio dei principi protestanti tedeschi sulle sétte del loro territorio non era cosa nuova. Difatti Lutero già lo aveva concesso, almeno sui luterani, quando
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scrisse all'elettore di Sassonia che nel nome della carità cristiana e per l'amore di Dio prendesse nelle sue mani la cura della chiesa ccc. n. Quanto poi si calvinisti o riformati della Prussia, essi erano obbligati alla famiglia l'informaliero perché calvinista era stato l'elettore e duca Giovanni Sigismondo e la sua confessione di fede, e perché il grande elettore Federico Guglielmo (1640-88) aveva assunto nei suoi Stati i calvinisti scacciati dalla Francia per la revoca dell'editto di Nantes. Di questa autorità sulle due sotte principali dei suoi Stati si valse il re Federico Guglielmo III (1767-1840) per istituire la Chiesa evangelica unita. Finito le guerre contro Napoleone, egli volle nel 1817 , in occasione del 3^{°} centenario della riforma, unire in una sola chiesa i luterani e i riformati dei suoi Stati. Propose dunque che, lasciate da parte le differenze dottrinali e conservando ciascuno i suoi libri simbolici, si unissero tutti in spirito di amore fraterno per ricevere insieme la Cena del Signore. L'idea fu ricevuta abbastanza bene, più dei riformati che dai luterani, a venne approvata dai molti vinodi provinciali, che chiesero al re la riunione di un sinodo generale per studiare la costituzione della nuova Chiesa, cosa che non piacque al re né ai suoi ministri. Trattò quindi di introdurre l'episcopato, ma davanti all'opposizione dei protestanti, sensibili a tutto ciò che poteva rassomigliare all'aborrito cattolicesime, si contentò che fossero chiamati sovraintendenti e che tra essi uno avesse una certa sorveglianza su tutti i sinodi e concistori. Ciò che però stava più a cuore al re era la nuova liturgia da lui stesso composta, avata dalle prime liturgie luterane e anglicane, ancora molto consiglianti alla liturgia cattolica, e nella quale discendeva fino alle più minute rubriche. Nel 1822 la impose a tutte le Chiese che dipendevano da lui. L'opposizione anche questa volta fu forte, ma il re continuò avanti nel suo proposito. Tra gli oppositori si distinsero lo Schleiermacher, professore all'Università di Berlino, e lo Scheibel, pastore luterano di Breslavia nella Slesia. Alcuni dei dissensienti emigrarono nell'America del Nord e diedero origine al Sinodo di Missouri o Ohio e al Sinodo luterano di Buffalo. I successori di Federico Guglielmo III concessero maggior libertà religiosa, ma anche dopo la Costituzione del 1851, per la quale si concedeva alla Chiesa evangelica un regime indipendente dallo Stato, con un'abile distinzione tra Stato e principe, la Chiesa evangelica rimase come prima soggetta al re, il quale la governava per mezzo di un consiglio speciale chiamato "Evangelischer Oberkirchenrat", direttamente responsabile verso di lui, pure permettendo che si tenessero amodi provinciali, e nei 1869 anche uno generale. Questa soggezione della Chiesa al re di Prussia durò fino alle Costituzione di Weimar (1919), che separò il nuovo Reich da tutte le Chiese. Nell'assemblea di Stoccarda del 1921 molte di queste organizzarono la confederazione delle Chiese evangeliche tedesche, e delle 29 chiese che la formarono, la prima e più numerosa, con ca. 20.000 .000 di fedeli, fu la Chiesa evangelica dell'antica Unione di Prussia.
La Confederazione si chiamò Deutsche Evangelische Kirche (D. E. K.), e istituì tre dicastori per costituire le varie autorità preesistenti: il Kirchming, a corpo legislativo di bici ed ecclesiastici, il Kirchenbundesrat, o corpo di consiglieri, ed il Kirchenausschuss, a corpo esecutivo, nei quali ancora predominavano gli s. per il loro numero. Così le trovò Hitler quando arrivò al potere (1933-34). Al principio non pare che egli si mostrasse avverso alla Chiesa, ma con la formazione dei «Cristiani tedeschi» e con la sua politica, presto si rivelò grande nemico tanto dei cattolici come dei protestanti. La Chiesa evangelica ebbe a soffrire specialmente quando il de Jaeger, uno dei capi principali dei «Cristiani tedeschi», fu imposto da Hitler come capo della Chiesa evangelica di Prussia. Le molteplici vicende degli e., durante il governo hitleriano seguirono quelle di tutti gli altri protestanti tedeschi e se non pochi passarono ai cristiani tedeschi, parecchi, precisamente per la spietata persecuzione del nazismo, si rafforzarono nei principi religiosi e nelle pratiche di pietà, spiccando fra tutti il ministro Martino Niemoller. Dopo il collasso tedesco del 1945 la D. E. K. cambiò il nome in Evangelische Kirche
in Deutschland (E. K. I. D.) e la Chiesa evangelica di Prussia ne segul le vicende. Nel 1940 nella E. K. I. D. il 10 \% era formato dai riformati, il 70 \% dai luterani ed il 20 \% dagli e. Al presente pare che tutta la speranza degli c. e di tutti i protestanti tedeschi s'appoggi nell'ecumenismo; e difatti tutti lavorano insieme nella Hilfswerk o opera di ausilio, nella quale, aiutati efficacemente dai protestanti stranieri, si sforzano per rimediare alle calamità causate dalla guerra.
BibL.: J. H. Blunt, s. v. United Ecougclical Church, in Dictionary of Sests, Londra 1874, 8. bell.: Kerr D. Macmillan, Protestantism in Germany, Nunsy York 1917, p. 164; D. C. Tabricius, Ecumenical Handbook of the Churches of Christ, BerlinoStregitz 1907, pp. 48-49; M. Bendiscioli, La Germania religiosa nel III Reich, Brescia 1936; M. Power, Religion in the Reich, Oxford 1939; A. Keller, Christian Eurebe Today, Nuova York-Londra 1942, p. 95; H. Smith Leger, Christianity Today, c. 4, Nuova York 1947, p. 38; Kenneth G. Grubb e E. J. Bingle, World Christian Handbook, Londra 1949, p. 33. Candlo Crivelli
EVANGELISMO. - E un movimento di riforma cattolica della prima metà del sec. xvı. Il nome è, però, di origine recente ed è stato creato da Pierre Imbarr de la Tour per designare le tendenze riformistiche francesi. Hubert Jedin lo ha poi applicato alle correnti parallele italiane. Il termine vuol sottolineare la tendenza fondamentale del movimento: la riforma della vita cristiana mediante un ritorno allo spirito del Vangelo, distinguendolo dal pretesantesimo che gli fu contemporaneo e dalla cosiddetta controiforma che lo segali. L'e. fu cronologicamente l'ultimo fra i tentativi di riforma cattolica pretridentina, i quali aspiravano a una riforma della Chissa nelle sue membra. Le radici dell'e. affondavano da una parte nella devotio moderna e in Erasmo, dall'altra nel neo-platonismo del Ficino, nella mistica della Croce del Savonarola, nella etica della Compagnia del Divino Amore, e persino nella mistica spagnola eterodossa degli Alambrados.
L'e. non fu la creazione originale di un determinato riformatore religioso, ma sorse spontaneamente dalle ispirazioni e dai bisogni del tempo, e in luoghi diversi. Centro dell'e. in Francia fu Metua sotto il vescovo Briconnot e Lefevres. In India l'e. ebbe una fioritura di appena dieci anni, da quando, nel 1534, l'umanista spagnolo Juan de Valdés si stabilì a Napoli e riunì intorno a sé una cerchia di persone che la pensavano alla stessa moda. Poco dopo si formavano altri gruppi simili in Venezia, intorno ai card. Contarini, a Lucca, intorno al Vermigli, priore dei Canonici Regolari, a Viterbo, intorno ai card. Pole, a Roma, intorno alla marchesa di Pescara, Vittorio Colonna. Non avevano una organizzazione particolare, né un programma determinato, ma erano legati da concordi espirazioni. Questa devozione elevata e formata nella spirito umanistico fu diffusa e propagata nel pubblico più vasto da predicatori come Bernardino Ochino e da scritti anonimi come il Trattato utilissimo del beneficio di Gesù Cristo crocifisso verso i cristiani. I seguaci dell'e. formavano la corrente moderata dei riformatori nel seno del collegio dei cardinali (Cervini, Contarini, Pole, Morone, Ercole Gonzaga, Sudoletn, ecc.). Espressione del loro spirito è il Consilium de emendanda Ecclesia (1537). Speravano ancora di poter evitare la rottura venendo incontro, con comprensione, alle esigenze del protestant. Quando alla Dieta di Rotisbona il Contarini presentò la tesi della duplex insititio (1541), sembrò per un istante giunto il momento trionfale dell'e. e si sperò in una riconciliazione dei protestanti con la dottrina cattolica. Il fallimento delle trattative portò seco il fallimento dello stesso e. Nell'anno seguente mori il Contarini, si ebbe l'apostasia dell'Ochino, e fu istituita l'Inquisizione.
E quando sembrò che ancora una volta l'e. potesse risorgere e perfino conquistare il trono pontificale nel Conclave del 1549 , al card. Pole mancò un solo voto, quello di Pietro Carafa, che allora, sotto il nome di Paolo IV, iniziò la cosiddetta controriforma. Le tendenze eretiche dell'e. si separarono da quelle ortodosse (Ochino,
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Vergerio, Vermigli fuggirono) o si fusero con altre sètte, soprattutto con l'anabattismo e il socinianismo. Pochi furono giustiziati (ad es., Carnesecchi), molti rimasero fedeli alla Chiesa, nella quale attuarono un profondo rinnovamento apirituale (Morone, Pole, Seripondo, ecc.).
L'e. non è affatto un sistema teologico, ma piuttosto un atteggiamento religioso molto serio e nobile, ma incerto e diviso in se stesso, Caratteristico di questo atteggiamento irresoluto è il consiglio del Pole a Vittoria Colonna: credesse come se dalla fede dipendesse la giustificazione, ma ogisse come se solo dalle buone opere dipendesse la salute eterna. Ridotto a formola, il principio fondamentale dell'e. sarebbe il seguente : giustificazione per mezzo della Fede, senza comunque e. seludere le buone opere. Tuttavia i suoi seguaci si aricnevano da qualsiasi definizione troppo impegnativa e precisa, in attesa delle prossime definizioni del concilio.
Senza dubbio, l'e. aveva non pochi tratti in comune con il protestantesimo, come il paulinismo, l'agostinismo estremo (il pessimismo della sua concezione del mondo e dell'uomo), l'avversione per qualsiasi speculazione scolastica e formalismo giuridico, l'aspirazione verso una Chiesa spiritualizzata e una pietà semplice e cristocentrica nello spirito dei Vangeli, lo studio della Bibbia, la partecipazione dei laici all'indagine dei problemi religiosi.
Vi era, però, una differenza sostanziale tra c. e protestantesimo: l'e. non protestava, non voleva rifermare la Chiesa con la violenza, ma i singoli fedeli per mezzo della Fede. L'e., qualche volta poté sembrare vicino all'eresia, ma non fu mai scismatico. Gli mancava il carattere rivoluzionario, come quello dogmatico. Fu un fenomeno transitorio, né pretendeva essere altro. Fu un movimento aristocratico, e come tale non mirava affatto alla conquista delle grandi masse. Ad un'anima in lotta con i problemi spirituali e religiosi, l'e. non offriva altro che una mistica dell'interiorità spirituale, alquanto tinta da una dolce rassegnazione.
Bibl.: B. Fontana, Nuovi documenti vatiraui. Roma 1898; P. Imbart de la Tour, Les origines de la réforme en France, III, L'éoangélisme, Parigi 1914; F. Church, The Italian Reformers, Nuova York 1932; H. Jedin, Girolamo Seripondo, 2 voll., Würzburg 1937; D. Cantimori, Gli ereticitaliani, Firenze 1939, passim. Estratti dalle opere di V. Colonna, G. Contarini, M. Flaminio, E. Gonzaga, G. Morone, R. Ochino, R. Pole, J. Valdés, ecc., sono raccolti da G. Paladino, Opuscoli e lettere dei Riformatori italiani, 2 voll., Bari 1919.
EvangeliSTA. - Appellativo, negli scritti del Nuovo Testamento, del predicatore o propagatore del Vangelo (v.). Mentre sono frequentissimi i vocaboli «Evangelo» ( ε ἀ α γ γ ε λ ω ν ) ed "evangelizzare" ( ε ἀ α γ γ ε λ ε ε ε ν ), solo tre volte nel Nuovo Testamento si legge la parola e. ( ε ἀ α γ γ ε λ ε τ η ς ), che indica precisamente chi attende alla diffusione del messaggio di Gesù. La prima volta l'appellativo è applicato al diacono Filippo (Act. 21, 8), forse per distinguerlo
dall'Apostolo omonimo. Gli altri due casi si trovano negli scritti di s. Paolo.
Nell'ultima sua lettera l'Apostolo raccomanda a Timoteo di essere un buon E. (II Tim. 4, 5). In Efesini (4, 11) Paolo enumera alcuni doni o carismi, ognuno dei quali ha un suo fine determinato (apostolato, profetismo, officio dell'E., governo delle comunità, dottorato); ma nulla vieta che una medesima persona fosse incognita contemporancemente di più carismi. Non si tratta di offici incompatibili, ma di una maggiore accentuazione di una caratteristica particolare. Rispetto agli Apostoli in senso stretto gli E. crano nella relazione notata già da Pelagio nel suo commentario (ed. A. Souter, Textes and studies, IX, Cambridge 1926, p. 764 ). - Ogni Apostolo era E.: ma non ogni E. Apostolo \% Secondo Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., V, io, 2: CR, I, p. 450), gli E. sarebbero stati i continuatori degli Apostoli, nel senso che coloro, cui fu attribuito ancora il termine che presto muterà significato, sopravvissero come più giovani ai Dodici.
In Ippolito (De Autichristu, 56; CB, I, p. 37) ed in Tertulliano (Adverres Pracesm, 21) l'appellativo E. già viene riservato per gli autori dei quattro Vangeli. E questo sarà il suo significato
specifico ed ordinario in epoca successiva.
Bibl.: F. Vignurous, Evangeliste, in DB, II, coll. 2037-38; F. Hauck, ε ἀ α γ γ ε λ ω τ η ς, in R. Kittel. Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., II, pp. 734-32.
Angelo Penna
1. Archeologia. - Nella pittura cimiteriale tutti hanno riconosciuto in un affresco del cimitero detto di Marco e Marcelliano, dipinto nella parete di fondo d'un cubicolo, Gesù Cristo tra i quattro E. Il Signore, di aspetto giovanile, nimbato, in tunica e pallio, assiso in trono è in atto di parlare, tenendo aperto con la sinistra il volume della sua Lex; a destra e a sinistra in alto due \&; in basso è lo scrinium. Anche i quattro personaggi che lo circondano sono in tunica e pallio; il primo a sinistra indica una stella, perciò il Wilpert vi riconosce s. Matteo che parla della sua apparizione (Mt. 2, a sgg.), poi verrebbe s. Marco e dall'altra parte Luca e Giovanni (Wilpert, Pitture, p. 230, tav. 162, 2).
Nel sarcofago di Apt (Francia) i quattro E. sono in tunica e pallio; su due si leggono ancora i nomi «Iohannes» e "Mar(cus)»; Matteo ha barba e capelli lunghi, gli altri tre hanno aspetto giovanile e sono imberbi (Wilpert, Sarcofagi, I, 54, tav. 37, 2-3).
Sul sarcofago di Concordio vescovo di Arles, contenente la scena della consegna della Legge a s. Pietro, i quattro E. sono distinti dai loro nomi incisi sul volume o sul libro; il secondo da sinistra, è «Marcus» il quinto "Matteus», il nono "Lucanus», l'undecimo "Iosnnes»; Luca e Marco sono barbati, Matteo e Giovanni imberbi (Wilpert, ibid., I, 54 e tav. 34, 3).
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L'arte cristiana espressc in più modi simbolicamente i quattro E.; il più comune fu quello toito dalla profezie di Ezechiele (1, 5-13) e dall'Apocalisse (4, 6-8) : il leone è simbolo di. Marca, il vitello di Luca, l'uomo di Matteo, l'aquila di Giovanni. Cosi essi appaiono a Roma, ad es., nel musceco absidide di S. Pudenziana, nell'arco sriostale di S. Paolo, nell'abside dei SS. Cosma a Damiano, in Ravenna nel mausoleo di Gilla Piscidia, nella cappella di S. Pier Crisologo, nel battistero degli Ariani, nel fronte dell'abside di S. Apollinare in Classe. In S. Vitale al disopra di ciascuno dei quattro E. è rappresentata la relativa figurazione simbolica; a Milano in S. Vittore, in S. Matrona e S. Prisco presso S. Maria Capua Vetere ecc. Gli stessi simboli si trovano anche in alcuni avori; ad es., a Milano in una copertura d'evangeliario; nella valva superatite del diritto Trivulzio sono i simboli di Luca e Matteo.
I quattro fiumi che sgorgano dal monte sul quale e Gesú Cristo in persona o sotto l'aspetto di agnello divino sono - Evangelistae viva Christi flumina = a cui si dissetano i cervi, cioè i fedeli (s. Paulina da Nolo, ep. 32, 10: PL 61, 336); un bell'esempio è offerto in uno dei lati della capsella argentea africana, ora nel Museo Sacro della Biblioncce Vaticana (G. B. De Rossi, La capsella argentea aflicana, Roma 1889, p. 30).
I quattro E. furono simboleggiani come pecore, in un frammento di lastra per sarcofago nel Museo delle Terme. L'agnello divino è nel centro, sul monte, dal quale sgorgano i quattro flumi. Da destra si appiessano due pecore; sulla prima è scritto - Mar(usa) -, sulla seconda = Ioan(n)es Evangelista) - Nella parte mancante a sinistra dovevano essere le altre due pecore con i nomi di Matteo e di Luca (Wilpert, ibid., I, p. 34, tav. 36, 1).
Singolare è la rappresentazione simbolica degli E. in un mutilo coperchio di sarcofago di Spoleto, oggi nel Museo Lateranense : da destra una barca con pilota e tre vogatori imberbi; il pilota che sta in catiodra in tunica e pallio è Gesú, come mostra il tipo iconografico a la scrito IESVS; i tre vogatori sono indicati dai nomi: MARCVS, LVCAS, e (IOH)ANNES; dovese procedere nella parte mancante MATHEVS e Wilpert vi aggiunge PETRVS perché vede nella scena la rappresent-

(1st. Allain)
Evangelista - Cristo con il rosolo della Legge e i simboli degli 8. Particolare della porta lignea della basilica di S. Sabina (scc. v) - Roma.

Evangelista - Gesú Cristo fra i simboli dei quattro E. (scc. xil) - Chartres, Cattedrale. Facciata orientale.
tazione di quante è narrato da L c .5,4-6 (G. B. De Rossi, Bull. di arch. crist., 2² serie, 2 [1871], p. 123, tav. VII).
Bull.: H. Leclercq, Evangelistes (symboles des), in DALL. V. 1, coll. 849-52
Enrico Jasi
2. Arte. - A proposito delle rappresentazioni simboliche dei quattro E., quali appaiono fin dai primi secoli dell'arte cristiana e che sopra sono state ricordate, è da osservare come esse abbiano continuato ad essere usate per tutto il medioevo, spesso divenendo elemento decorativo, anche tradotto in plastica, nelle facciate di chiese romaniche e gotiche (S. Rufino di Assisi, S. Pietro di Tuscania, S. Trofimo di Arles, cattedrale di Chartres, ecc.). Nella facciata della cattedrale di Orvieto i simboli degli E. sono in bronzo (xiv sec.): in quella di Siena in marmo (xiv sec.). Una simultanea raffigurazione non dei simboli, ma proprio dei quattro E., appare prima nell'Oriente. La = pala d'oro = della basilica di S. Matco a Venezia, capolavoro di orefoceria bizantina eseguito nella parte più antica a Costantinopoli nell'876, ha al centro il Cristo, circondato da quattro tondi di smalto con gli E., i quali vi appaiono senza i loro simboli. Anche i pennacchi della cupola maggiore della Basilica veneziana hanno raffigurazioni a mussici dei quattro E.
Nel tardo Trecento e nel Quattrocento si fanno più frequenti le simultanee raffigurazioni degli E. e dei loro simboli negli apartimenti triangolari delle vòlte a vela; cosi li affrescò Spinello Aretino in S. Miniato al Monte a Firenze nella vòlta della sagrestia. Talvolta sono in atto di insegnare ognuno ad un Dottore della Chiesa, cosi negli affreschi della vôlta nella cappella dipinta da Maotlino nella chiesa di S. Clemente a Roma. Nel Palazzo Vaticano, il = beato = Angelico dipinse nel 1430 i quattro E. nelle spartizioni triangolari della vôlta della cappella di Niccolò V, Benozzo Gozzoli nel 1452 in quella della navata destra della chiesa di S. Francesco e Montefalco ed il Pinturicchio nel 1485 in quelle della Cappella Bufalini in S. Maria in Aracoeli a Roma. Tipica è la raffigurazione dei quattro E. in una pala d'altare di Antonio e Giovanni da Murano, conservata nella chiesa di S. Pantaleone a Venezia, dove essi assistono all'Incoronazione della Vergine.
Lorenzo Ghiberti adornò quattro spartizioni della sua prima porta per il Battistero fiorentino con gli E.; lo segni Luca della Robbia nella porta di bronzo della vecchia sagrestia in S. Maria del Fiore.
Nella Cappella Pazzi a Firenze ci sono quattro medaglioni in terracotta con gli E. dello stesso Luca della Robbia. I rischiaroni missaici della vôlta della cappella di S. Elena nella basilica di S. Croce di Gerusalemme a Roma, eseguiti nel 1508 secondo i cartoni di Baldassare Feruzzi, hanno la rappresentazione degli E. nei quattro tondi angolari. Nell'interna decorazione musica della cupola sulla Basilica Vaticana di S. Pietro a Roma, eseguita alla fine del Cinquecento secondo i disegni del Ca-
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Evangelista - Agnello mistico tra i simboli degli E., attorno Apostoli e Profeti, Frammento di relinniario in bronzo (sec. xit). Tivoli, santuario di S. Maria in Vulturella.
valiere d'Arpino, i quattro pennacchi sono stati adornati di immensi medaglioni con gli E., ognuno accompagnato del suo rispettivo simbolo. In seguito i quattro E. furono spesso dipinti in diverse chiese barocche sui pennacchi delle cupole, come si vede, p. es., nella chiesa di S. Andrea della Valle a Roma negli affreschi ivi dipinti nel 1623 dal Domenichino.
L'iconografia dei singoli quattro E. non è sorta peró da queste raffigurazioni simultanee di tutti a quattro i Santi; essa si formò e stabili assai prima per ciascuno E. separatamente, precedendo nel tempo le loro raffigurazioni simultanee. V. a questo proposito anche le voci relative ai quattro santi E. - Vedi tavv. LVIII-LIX.
Bibl.: K. Künste, Jhonographie der christlichen Kunst. I. Friburgo in Br. 1928. p. 609 sgg. Witold Wehr
EVANGELISTI, Luigi. - Colonnello pontificio, n. in Roma il 21 maggio 1821, m. ivi agli inizi del secolo seguente. Cominciò la carriera militare il 1^{°} maggio 1840 come cadetto nei Dragoni. Capitano al comando di uno squadrone di gendarmeria a cavallo, il 19 maggio 1860 , agli ordini del colonnello De Pimodan, sbaragliava alle Grotte di S. Lorenzo (Viterbo) una banda garibaldina comandata dallo Zambianchi, o nel sett. dello stesso anno fece parte della colonna mobile De Mortillet combattendo a Pontecorvo ed altrove. Promosso maggiore, il 6 ott. fu incaricato di recar soccorsi ai soldati pontifici prigionieri in alta Italia. Colonnello il 27 luglio 1867 , ebbe il comando dell'intero eorpo di gendarmeria distinguendosi nel salvaguardare l'ordine a scompigliare le rinnovate trame dei novatori. Citato con particolare menzione dal pro-ministro Kanzler nel suo rapporto sugli avvenimenti bellici dell'autunno del 1867, durante i quali fra l'altro l'E. per poco non restò vittima di una bomba lanciata in piazza Colonna; dopo il 20 sett. 1870 si ritirò a vita privata.
Bibl.: Per lo scontro di Grotte di S. Lorenzo ef. Giornale di Roma del 21 maggio 1860. Per il resto v.: G. G. Franco, I Crociati di S. Pietro, 3 voll., Roma 1869-70, v. indici; A. Vinevano, La campagna delle Marche e dell' Umbria, ivi 1920, passim; id., La fine dell' onerctes pontificis, ivi 1902, passim; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1928, passim. Paolo Dalla Torre
EVANGELO ETERNO. - Espressione di Apoc. 14, 6, con cui Gioacchino da Fiore intendeva l'interpretazione spirituale del Vangelo di Gesù Cristo, che avrebbe contraddistinta la terza età del mondo,
quella dello Spirito Santo. Ma i Gioachimiti francescani, particolarmente Gherardo da Borgo S. Donnino, considerarono per E. c. le tre opere principali di Gioacchino, Concordia Noci ac Veteris Tr. stamentti, Expositio Apocalypsis, Psalterium decem Chardarum, che avrebbero dovuto subentrare al Vangelo di Cristo, decaduto fin dal 1200. A questo scopo Gherardo pubblicò nel 1254 a Parigi l'Introdustorius in Evangelium aeternum, che scatenò le ire dei professori secolari della Sorbona, con a capo Guglielmo di S. Amore, che lo denunziarono alla S. Sede. L'Introdustorius fu condannato alle fiamme dal papa Alessandro IV nel 1255; Giovanni da Parma, Generale dei Minori, creduto troppo benevolo verso gli spirituali-gioachimiti, fu destituito dall'ufficio e gli successe s. Bonaventura; Gherardo, pertinace nell'errore, fu buttato in carcere, dove mori nel 1276.
Il generalato di s. Bonaventura tenne a bada i faziosi; ma questi rialzarono il capo verso le fine del sec. 2 mi , con Pier di Giovanni Olivi, Ubertino da Casale a Angelo da Chiarino, corifei della fazione degli aelanti nell'Ordine francescano, che finì nelle deviazioni ereticali dei Fraticelli, condannati da Giovanni XXII.
L'E. e., in questi ultimi tempi, ha avuto dei riflessi danteschi; perché G. Papini, dietro il Cassel, il FilomoniGuelis e altri, ha sostenuto che il «Veltro» dantesco adombri la terza economia gioachimita dello Spirito Santo, scoprendo in esso una specie di criptogramma dell'E. e.: VangEL eTeRnO. Dietro di lui, anche il Merezkowskij ritiene il Veltro come una sigla dell'E. e.
A torto però sia il Papini che il Merezkowskij fanno appello al Libro delle Figure, attribuito a Gioacchino da Fiore da poco pubblicato da L. Tondelli, dove il simbolo dello Spirito Santo non è dato dal cane, come essi erroneamente ritengono, ma da quello tradizionale della colomba.
Bibl.: Fonti: H. Denifle, Das Evangelium aeternum und Kommission wun Anogut, in Archiv f. Literatur u. Kirchengesch., 1 (1885), pp. 49-142: Chronica di Salimbene da Adam, la cui edizione più completa è quella di G. Holder-Egger, in MGH, Scriptores. XXXII, Berlino 1913. Studi: X. Souvenirs, Histoire de l'Evangile dieruel, Parigi 1887; E. Rénan, Jacobins de Fiore et l'Evangile dieruel, in Nouvelles Etudes d'histoire religieuse, Parigi 1884, pp. 217-322, e in Revue des deux mondes, 1886. 1V. pp. 94-122; F. Tocco, L'eroise nel medioevo, Firenze 1884; id., L'E. e., in Arch. storico it., 42 seriz. 17 (1886), pp. 243-61, e in Studi francescani, Napoli 1909, pp. 191-222; G. Bondani,
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Gioarbluismo e franscosmesimo nel Dogente, Assisi 1904. Per i niferai danteschi: P. Cassel, Il Veltro. Der Richter und Dichter Dautr. Berliam 1890: L. Filomasi-Guelb, Numei studi danteshi, Città di Castelle 1911, pp. 41-49; G. Papini, Dante cino, Firenze 1933, pp. 365-90; id., Storia della letteratura italiana, iv. 1927. p. 206; D. Murešlowski, Dante, Bologna 1938. pp. 392-93.
Francesco Russo
EVANSVILLE, diocesd di. - Città e diocesi negli Stati Uniti d'America, Staro di Indiana, creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ecclesiae Universalis del 21 ott. 1944.
La diocesi comprende le seguenti dodici contce: Daviess, Dubois, Gibson, Greene, Knox, Martin, Pike, Posey, Spencer (eccetto la citta di Harrison), Sullivan, Vanderburgh, Worrich. Ila una superficie di sôro miglia e conta 394.725 ab. dei quali 56.085 cattolici (1949). Annovea 65 parrocchie, 80 sacerdoti diocesani e 17 regolari, tre comunità religiose maschili, tra le quali l'abbazia di S. Meinrad, e 6 comunita religiose femminili; 5 High Schools e 40 scuole elementari; nel 1946 si ebbero 320 conversioni. La diocesi è suffraganza di Indiana; la Cattedrale è dedicate all'Assunzione di Maria S.rua.
BRL.: AAS, 37 (1945), pp. 103-105; The official catholic directors 1945. Nuova York 1947, pp. 440-42. Enrico Josi
EVARISTO, FAPA, santo. - Incerte o false sono le notizie riguardanti il suo pontificato; resse però la Chiesa tra la fine del I e l'inizio del sec. II (97-105).
Dall'anonimo del Liber Pontificalis è detto greco, nato a Bethleem da padre zindeo. Arrebbe distribuito i preti di Roma per i diversi titoli urbani e stabilite che sette disconi assistessero il vescovo durante la sacra liturgia. Lo Fseudo-Isidoro gli attribuisce quattro decretali. Dublà è anche la notizia che fosse morto martire e sepolto in S. Pietro. Il giorno della sua morte sembra possa stabilirsi, secondo i martirologi e la testimonianza di Eusebio, al 26 ctt.; ma rimane ignoto l'anno.
Bols.: Acta SS. Gerobrís, XI, Parigi 1870, pp. 799-804; Jaffe-Wattenbach, I. p. 4; Lib. Pont.. I, p. 126.
Agostino Amore
EVEI: v. HEVEI.
EVELPIO: v. CHERCHEL.
EVEMERO. - Filosofo greco. Quasi nulla si conosce della sua vita: nativo di Messene (è dubbio se di quella di Sicilia o di quella del Peloponneso), fu amico del re Cassandro ( 317-298 a. C.) e pubblicò la sua opera principale, la 'Ispá ávaypagá, intorno al 280 , come si può desumere da Callimaco.
Di questo scctito sono rimasti pochi e rielaborati frammenti greci; altri in latino tramandati da autori cristiani - soprattutto Lattanzio - i quali certamente attinsero alla tradizione (e rielaborazione) dell'opera di E. fatta nel sec. III a. C. dal poeta Ennio.
In tale "descrizione" E. racconta (cf. Diodoro, V, 41-46; VI, 11, 4 sgg.) che durante un viaggio dal Mar Rosso all'Oceano Indiano aveva incantato un gruppo di isole. Sbarcato in una di queste (Patohsia) ne descriveva minutamente i costumi: la divisione della popolazione in tre classi sociali (sacerdoti-artigiani, agricoltori, soldati), la preminenza politica esclusiva dei sacerdoti, l'equa di. distribuzione fra tutti dei prodotti dell'isola, ecc. Inoltre riferiva di aver visitato il tempio di Zeus Triphiglio, dove Zeus stesso, mentre era ancora in vita, aveva voluto tramandare ai posteri, incidendolo su di una stele, il ricordo delle più famose imprese dei suoi avi, a cominciare da Urano, primo re sulla terra, per finire all'età del proprio felice regno.
Tutta la mitologia in tal modo da E. era ridotta dal piano divino a quello umano. La 'Ispá ávaypagá non era può originale nelle sue impostazioni teoriche sia sociali che religiose. Mentre le prime infatti si ispiravano a quelle utopie comunistiche tanto comuni nel sec. iv, che avevano a luminoso esempio soprattutto la Repubblica, le seconde, razionalistiche in quanto negatrici
di un valore obiettivo della mitologia nel ritenere gli dèi antichi regnanti assurti al rango di divinità in seguito alle loro opere a favore degli uomini, avevano dei precedenti - anche sc. forse, non pienamente formolati - assai lontani: Ecateo di Mileto, Erodoto, Erodoro di Erscles, ecc. Ma oltre a costoro E. aveva avuto un più immediato precursore in Ecateo di Tcos dell'epoca di Tolomeo ( 323-285 a. C.) il quale era arrivato alla conclusione che gli dèi greci, a somiglianza di quelli egizi, erano nient'altro che benefattori dell'umanità deificati.
Tuttavia, nonostante tanti sostenitori, tale teoria, o perché E. l'avesse meglio formulata o perché la sua opera fu più conosciuta ed apprezzata, sta di fatto che rimase legata al suo nome e fu detta evemerismo.
In Grecia l'evemerismo, o parte qualche seguace tardo e di poco rilievo (Leone di Pella, Dionisio Skytobrachion) fu nettamente ripudista ed il racconto di E. ritenuto una falsificazione (Callimaco, Eratostene, Strabone, Plutarco) : alla fervida fantasia ellenica, difatti, una cosi piatta teoria doveva troppo ripugnare.
A Roma invece l'evemerismo incontrò favore : Ennio infatti aveva ritenuto degna di traduzione l'opera di E. (intitolandola: Eubenerus, vive Sacra historie), per volgarizzare, forse, quei principi che giustificavano quasi il crudo razionalismo religioso del mondo romano, dove, ad es., le più arcaiche divinità del Lazio, quali Giano, Saturno, Pico, Fauno, ecc., si ritenevano antichi re autoctoni e miti famosi, quali quelli di Ramolo, Orario Coclite, Clelia, ecc., erano diventati fatti autentici della più antica storia di Roma.
Le teorie di E., attraverso la traduzione di Ennio, furono conosciute ed accettate dagli apologisti cristiani e giudaici, i quali si servirono di questa comoda arma, offerta dagli stessi avversari, per dimostrare ai pagani la falsità della loro religione.
BRL.: F. Jacoby, s. v. in Pauly-Wissowa, VI, coll. 932-72; J. Geffcken, Eubemerism, in Enc. of Bel. and Eth., V. p. 372 sg.; A. Pincherie, Gli oracoli tibetini giudalvi, Roma 1922, p. 211; A. B. Drachmann, Atheism in pagan antiquity, Londra 1922, p. 84; i frammenti sono raccolti in F. Jacoby, Die Fragmente d. griech. Hittoriher, I, Berlino 1923, p. 300 sgg.
Cesare d'Onofrio
EVENZIO e TEODULO, santi, martiri: v. alessandro, evenzio e teodulo, santi, martiri.
EVIDENZA. - Da e-videre (gr. évápycta) è, in senso generale, la chiarezza e manifestazione del vero, Il significato etimologico della parola avvia a una determinazione più precisa del contenuto reale del concetto; la chiarezza della verità non essendo in fondo che la necessità del giudizio, l'e. può definirsi l'oggettiva necessità con cui un giudizio si impone al pensiero. E evidente tutto e solo quello che si impone alla mente come necessariamente pensabile (di necessità assaluta o ipotetica), in forza della sua oggettiva determinazione emocetuale, o della sua concreta presentazione nell'esperienza. Cosi intesa, l'e. pur implicando sempre, in quanto concetto relativo, un rapporto al soggetto conoscente, si afferma tuttavia come valore essenzialmente oggettivo.
Non va quindi confusa né con la certezza, né con la chiarezza della percezione (Cartesio), che possono essere entrambe illusorie e indipendenti dalla verità e necessita del giudizio. Ugualmente, e di conseguenza, è solo per rapporto alla conoscenza intellettiva che si puó parlare di e. in senso proprio; la cosiddetta e. empirica e estetica, formalmente non è tale, se non in quanto il dato della percezione sensibile o estetica viene assunto nell'atto assertivo dell'intelletto, in cui solo si realizza il valore formale di verità.
L'e. può ritrovarsi tanto nei giudizi primi (principi razionali e giudizi intuitivi di fatto) quanto in quelli derivati; ma in questi anche l'e. è mediato, in quanto ottenuta attraverso il processo della dimostrazione che ne mostra la connessione con le verità e i principi evidenti
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per se stessi. Si parla poi di e. intrinseca e estrinseca, secondo che la necessità del giudizio è colta nel rapporto stesso fra soggetto e predicato, e è invece conosciuta indirettamente nel valore estrinseco dell'autorita (evidentia veritatis, evidentia auctoritatis). Soltanto l'e. intrinseca è e. in senso formale.
La gnoseologia tradizionale, seguendo in questo Aristotole, la scuola epicuren a stoica e s. Tommaso, ripens nelle e. il criterio universale della certezza, nel senso che essa ne è la condizione necessaria e suffocante. Conoscere infatti è percepire, intuire: perche questa spirituale intuizione sia possibile, condizione indispensabile e che l'oggetto si apra nella sua intelligibilità al pensiero; ed è anche condizione sufficente, perché le mente non può non passare all'assenso non appena ha colto l'intelligibilità e verità dell'oggetto. Né occorre, propriamente, un ulteriore criterio per discernere la vera e. della cosiddetta e. apparente: questa, appunto perché non si pone come assoluta necessità o pensabilità dell'oggetto, può essere sempre superata mediante una rigorosa disciplin. mentale e una piena libertà spirituale che non ceda a moventi d'ordine puramente soggettivo.
Occorre peraltro avvertire che l'e., come criterio di verità, non può rivendicare maggior valore di quello che la nozione stessa di criterio di verità comporta (v. certerio). La verità, per la complessità di forme e di piani secondo cui si distribuisce nella conoscenza umana, in dipendenza dalla rispettiva complessità degli oggetti, non può essere normata da un unico criterio astratto e teorico. L'e. quindi va sempre vista e giudicata nella concretezza ogget-tivo-soggettiva con cui si presenta nella coscienza individuale, ove incidono sovente, in misura più o meno rilevante, i fattori soggettivi e relativi delle personalità singole. L'e. cosi in concreto viene a coincidere, in un certo senso, con la verità stessa e va soggetta alle stesse esigenze e apparenti antinomie che comporta, in alcuni suoi aspetti, il problema della verita (v.).
Bun. - A. Blanche, Sur l'usage de l'evidente comme suprême criticism, in Revue thomiste, 11 (1903), pp. 505-10; C. Geny. Critica, 2^{text {a }} ed., Roma 1952, pp. 86-91; A. Brunner, La conminance humaine, Parigi 1943, p. 87 sgg.; G. Van Riet, L'éphistomologie thomiste, Lovanio 1946, passim (v. indice); U. Viglino, Postibilitio e limiti dell'e., in Zantes docete, Comm. Urbaniana, 1 (1948), pp. 76-91.
EVIL-MERODACH (bab. Awtl-Marduk = servo di Marduk»; Sett. Ejuapuasu86y). - Re di Babilonia, figlio di Nabuchodonosor, cui succedette sul trono nel 561 a. C. Regnò solo due anni. Le iscrizioni sono mute nella politica estera del nuovo re: solo si accenna che egli non aveva una diplomazia conciliante nella politica interna per aggraziarsi e dominare il partito sacerdotale. E difatti E. fu vittima di una congiura, diretta dal suo cognato Nergal-far-ugor con l'aiuto della casta sacerdotale.
Anche se gli annalisti lo biasimano con l'accusarlo di essere "troppo arbitrario", si manifestò un re mite ed umano liberando dalla prigione il re Ioschin di Gerusalemme, in ceppi sin dal 596-97, cioè durante ca. 37 anni, cieco. Egli fu commensale di E. fino alla sua morte (II Reg. 25, 27-30; Jer. 52, 31-34).
Giustino Boson
EVO. - Dal gr. alóv (al Fov: lat. aevum) indica il tempo, la durata di qualcosa, cosi che secondo la varia concezione dell'essere si hanno varie nozioni di e. opposte e discordanti.
Nei presocratici alóv indica un certo "periodo di tempo", ad es., la durata della vita di un uomo: cosi Empedocle parla di un e. "incessante" (Eumع8os alóv: fr. B 17, 8); Anassimene (fr. A 6), Anassimandro (fr. A ro) e lo stesso Empedocle (fr. B 16, 2) parlano di un e.
"immenso" (áamatos alóv). In Platone, non si sa per quale processo di sviluppo, alóv indica l'eternita di cui il mondo visibile diventa la visibile immagine ( ε (oáóv) e il tempo ne è l'intermediario (Tiu., 37 d-38 b). Tale sviluppo è invece più visibile in Aristotele : trattando della durata dei corpi celesti, dopo aver detto che i suoi predecessori con dirino senso ( δ ritos) avevano introdotto lo alóv per indicare la durata totale propria di ciascun essere: 76 76p 76 los 76 naplazov 76 v 78 s 246070 ; 2463 730000, 96 3286v 260 2276 960v4.,, continua affermando che "per la stessa ragione" si può dire alóv la durata (infinta) di tempo di tutto il cielo e la totalita del tempo fino all'infinito: "significato questo, osserva Aristotele, fondamentale e originario perchè alóv viene da "essere sempre" (amó 706 dzi clval) e quindi essere "immortale ed eterno" ( ἐ δ ἐ ν