incipio si rifiutò, dopo però un terzo invito scritto, fece sapere che era malato e non poteva obbedire. Flaviano, pieno di condiscendenza, gli con-
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cesse una dilazione fino al 22 nov., nel qual giorno, finalmente, l'archimandrita si presentò, accompagnato da un bel numero di monaci, soldati e funzionari. Crisapio non aveva abbandonato in tale delicata congiuntura il suo padrino. La sessione ebbe inizio con la lettura degli atti delle sessioni precedenti. Alle domande che gli furono rivolte, Eutiche rispose esporaddicendosi, dando cosi una prova indubbia della sua scarsa istruzione a della sua mente piceina. Si osrint contro le due proposizioni seguenti, rifiutando senza sotterfugi di accettarle: 1) In Gesù Cristo, dopo l'unione, si sono due nature; 2) Gesù è consostanziale con noi mediante la sua natura umana. La sua caparbietà spinse Flaviano ed i membri del Si nodo ad emettere una sentenza di deposizione e di scomunica contro Eutiche, ritenuto incorso nell'errore di Valentino e di Apollinare (Mansi, VI, 748). Il colpo era forte non soltanto per Eutiche, ma per Crisafo, Dioscor e tutta la critica dei monofisiti. Flaviano poteva ora ben attendere una dura rappresaglia, la quale non tardò a scoppiare. Eutiche, per prima cosa, rigettò la sentenza da cui era stato colpito e si appellò al Papa e a molti altri vescovi d'Occidente a d'Oriente. Sostenne, poi, che gli atti del Concilio relativi alla sua condanna erano stati falsificati. Per ordine dell'imperatore, il 13 apr. 440 si tenne un nuovo sinodo per accertare la giustezza delle lagnanze di Eutiche. I suoi inviati però non poterono addurre alcun pregiudizio di una certa serietà contro gli atti incriminati. Nuova commissione di inchiesta, il 27 apr. su di un punto particolare. Tutti questi intrighi, del resto, dovevano approdare a nulla. Sull'inizio del 440, Eutiche e Dioscor avevano sollecitato un concilio acumenico per riesaminare le questione. Teodosio II, che Crisafo manovrava a suo talento, non poté rifiutarsi. Con lettera datata del 30 marzo 440 , ordinò ai metropoliti dell'Impeto di recarsi ad Efeso con qualcuno dei loro suffraganei, accuratamente scelti, per il giorno 1^{°} ag. (Mansi, VI, 588 sg .). E risaputo ciò che avvenne in questo secondo Concilio di Efeso, che il papa e. Leone qualificò del titolo di "brigantaggio di Efeso" (v. oreso, lartacconto di). Dioscoro vi parlò da padrone. Ai legati del Papa fu impossibile condurre a termine la loro missione. Dopo aver recitato il Simbolo di Nicos ed espressa la propria devozione ai sz. Padri, dopo aver scagliato l'anatema a tutti gli eretici a cominciare da Simon Mago, particolarmente a Manete, Valentino, Apollinare e Nestorio, Eutiche fu riabilitato da quasi tutti i vescovi presenti, dopo che questi avevano già lanciato l'anatema a chi ammetreva due nature. Sio qòscio, in Cristo dopo l'Incarnazione (Mansi, VI, 862-70). Sen poco però durò il successo di Eutiche e di Diescoro, nonostante lo selo spiegato dall'Imperatore perché fossero sanzionate le decisioni dei conciliabolo. Poco dopo, il 28 luglio 450 , Teodosio II mori per una caduta da cavallo. L'imperatrice Pulcheria prese nelle sue mani le redini del governo e fece riconoscere come imperatore il senatore Marciano, al quale si unì in matrimonio. Crisafo fu condannato a morte, i decreti del "brigantaggio" annullati, Eutiche fu cacciato dal suo monastero e confinato in una località vicino a Costantinopoli. Nel Concilio di Calcedonia, che ebbe luogo poco dopo, Eutiche non si fece vivo. Su richiesta del Papa, fu allontanato da Costantinopoli ed inviato non si sa dove. Passò per Gerusalemme dove fu ospite del prete Esichio (L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1910, p. 471). Una lettera di s. Leone all'Imperatore con la data del 15 apr. 454 ci fa sapere che l'eretico non aveva smesso di diffondere il suo errore dal nuovo luogo dell'esilio ed invocava perciò per lui un maggiore isolamento (Ep. 134: PL 54, 1095). Dopo queste date, le storia tace di Eutiche. Antecedentemente, il 28 luglio 452, Marciano aveva condannato al fuoco i suoi scritti (Mansi, VII, 501). Non doveva, in fondo, aver scritto molto. Dagli atti dei concili possiamo ricavare qualche sua lettura e qualche dichiarazione.
Indubbiamente, Eutiche fu più ignorante che maligno. Ebbe il gran torto di occuparsi di teologia, nonostante la sua impreparazione. Il papa s. Leone lo definì multum imprudens et nimis imperitus (Ep. 28: PL 54,
736). Il favore di cui godeva presso Crisafo, insieme al suo zelo indiscreto contro il nestorianesimo, fu la cagione principale della sua rovina. Gente astuta, senza scrupoli, come Dioscoro, eretici ben camuffati, come certi apollinaristi e monofisiti, si servirono di lui come di uno strumento per raggiungere i loro obiettivi. Più che un rovatere, egli fu, ai pari di Nestorio, un prostenome per diffondere errori già esistenti. E facile notare anche altri punti di somiglianza tra i due eresiarchi, i quali hanno dato origine a sciami ancora non completamente estinti.
II. Dottrina di Eutiche. - E molto difficile sapere con precisione quale sia stata la dottrina personale di Eutiche sul mistero dell'Incarnazione, perché senza dubbio non lo seppe bene nemmeno lui. Eutiche è stato un eretico perché ha sostenuto con caparbietà formole equivoche false per di più nel loro contesto; ma siccome tali formule si prestano ad una spiegazione ortodossa e certe sue affermazioni favoriscono un'interpretazione benevola, si rimane indecisi sul suo pensiero effettivo.
Ecco qui una serie di proposizioni ortodosse calte sul suo labbro o fissate dalla sua penna: 1) Colui che nacque dalla Vergine Maria è perfetto Dio e perfetto uomo; 2) il Verbo lo preso carne dalla S. Vergine; 3) Maria è consostanziale con noi (Atti del Sinodo del 448: Mansi, VI, 723-30, 741); 4) anatema ad Apollinare, a Valentino, a Manete, a Nestorio e tutti gli eretici fino a Simone, a tutti quelli che sostengono le carne di nostro Signore asser discussi dal cielo; 5) nell'Incarnazione non vi fu mescolanza della divinità e dell'umanità, ma il Verbo rimase immutabile; 6) Eutiche accetta esplicitamente le definizioni di Nicos e di Efeso ad invoca a proprio favore le testimonianze di s. Cirillo d'Alessandria, di Gregorio il Taumaturgo, di Gregorio di Nazianzo, di Basilio, di Atanasio, di Attico e di Proclo (Lettere a s. Leone: PL 54, 716, 717, 718; Atti del Iatrocinio di Efeso: Mansi, VI, 631-34).
Perché mai Eutiche che ha al suo ottivo dichiarazioni di tale natura è stato condannato dal Concilio costantinopolitano del 4+8 come infetto dell'errore di Valentino e di Apollinare? Come mai io si è potuto accusare di decetismo, di grossolano monofisismo, di origenismo e finanche di nestorianesimo? La spiegazione di un fatto tanto strano va ricercata in due affermazioni equivoche del vecchio archimandrita: 1) Riconosco che Nastro Signore è stato (è divenuto) di due nature; 20) dopo l'unione io non riconosco più che una sola natura: lausitudo èn 860 qù̀sues 727276300 760 860 860 763 763 8760 0000, 24276 86 763 800007 2607 76077 76377637 (Mansi, VI, 744); 2) Sino a questo momento io non ho detto che il corpo del Signore nostro Dio fosse comostanziale con noi, ma confesso che la Santa Vergine è consostanziale con noi... Riconosco che il corpo di Cristo è il corpo di Dio; il corpo di Dio io non l'ho voluto mai chiamare corpo dell'uomo, ma questo corpo è umano: uùn s'ieno uùun avilquieno, 76 766 86406 26332, avilquienven 86 76 26332. (Mansi, VI, 741). Invitato ad anatematizzare le due seguenti affermazioni che gli si rimproveravano: 1) Gesù Cristo non è consostanziale con noi; 2) Dopo l'unione, non c'è che una sola natura, non due, Eutiche rifiutò nettamente con queste parole: Io non ho trovato la dottrina, di cui voi mi parlate, espressa chiaramente nella Sentenza e nessun Padre ne l'ha mai insegnata (Mansi, VI, 743). Da quelle due affermazioni si trassero i motivi per determinare specificamente l'eutichianesimo. Si attribuiramo cosi al loro autore nonostante le sue reiterate dichiarazioni, tutti gli errori che se ne possono logicamente dedurre. Se Cristo non è consostanziale con noi, la sua umanità non è che un'apparenza, oppure deve avere un'origine solo. ste : ecco l'accusa di decetismo, di valentianesimo, di origenismo, di apollinarismo fatta ad Eutiche. Maria non è veramente madre di Dio. Se "ante unionem "v'erano due nature, dunque, almeno in un determinato momento esse sono state separate e l'unione non ha avuto luogo fin dal primo istante della concezione: errore, questa, che, su testimonianza di Cassiano, molti occidentali hanno
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gratuitamente attribuito a Nustorio. Se "post unionem" non c'é gió che una sola natura, quattro sono le ipotesi : e la divinità e l'umanità si sono fuse per formare un teritam goul, o l'umanitá é stata assorbita dalla divinitá come una goccia d'acqua nell'oceano, o il Verbo si è condensato in carne e ha, cosi, perduto i suoi attributi divini, e le due nature sono divenute come le parti costitutive di un tutto naturale, alla stessa stregua dell'anima e del corpo che formano una sola natura.
Ben altre cose assurde sono state tratte dalle due affermazioni di Eutiche, che potevano avere benissimo un'interpretazione benigna, quale non sarebbe stato difficile trovare negli scritti di s. Cirillo. Ma i Padri del Sinodo del 448 erano tutt'altro che benevoli verso il vecchio ostinato che sfruttava il prestigio che aveva su Crisalio per perseguitare coloro che ammettevano due nature in Cristo. Presero alla lettera le sue parole e ne cavaron fuori motivi valentinianistici ed apollinaristici. I contemporanei, prima, ed i posteri poi li imitarono, attribuendo ad Eutiche tutti gli errori che si celano sotto l'etichetta del valentinianesimo c dell'apollinarismo. La maggior parte dei monofisiti rifiutarono essi stessi con orrore l'eutichianesimo nel senso suesposto.
III. Eutichianesimo e monofisismo. - Non bisogna confondere eutichianesimo e monofisismo, come continuano ancora a fare la maggior parte degli storici e dei teologi. L'eutichianesimo non è che una forma, la forma più grossolana e meno importante del monofisismo. Etimologicamente, la parola " monofisismo "può essere adoperata ad indicare qualsiasi dottrina che riconosce nel Verbo incarnato una sola gónc dopo l'unione dell'umanità con la divinità. Storicamente, sono stati chiamati " monofisiti "coloro che hanno rifiutato la dottrina del Concilio di Calcedonia, secondo la quale il Verbo, nato dalla Vergine Maria secondo l'umanità, è in una sola ipotesi e in due nature, èv 850 gúcos, le quali permangono inconfuse, immutate, indivise, inseparabilmente unite. Gli eutichiani sono percio dei monofisiti in quanto non ammettano in Cristo "post unionem " che una sola gónc, ma tutti i monofisiti non sono degli eutichiani. Sono eutichiani tutti coloro che compromettono l'immutabilità del Verbo nell'unione a attaccano la realtà ed integrità della sua umanità e concludono essi ad una sola gónc, intesa nel senso di "natura individua "o, magari, di "persona ", ma di persona costituente un tutto naturale, composto di vere e proprie parti. Abbiamo visto effettivamente che le due formole di Eutiche: Una sola natura dopo l'unione - Il Cristo non è consestanziale eun sui sono state capite in questo modo, qualunque sia la strada per la quale si arriva ad una tale conclusione.
Accanto a questo monofisismo reale, i teologi hanno scoperto un altro monofisismo che è puramente verbale. E quello, cioè, che pone in Gesù Cristo "post unionem" una sola gónc, intesa nel senso di essere concreto sussistente in se stesso, di soggetto unico di attribuzione, ossia di natura che é contemporaneamente ipotesi, vera persona. Gónc diviene perció sinonimo di onóconos e di upóonav. Mentre il Concilio di Calcedonia adopera gónc nel senso di natura individuale, di essenza considerata come astratta dal supposto nel quale sussiste, e la distingue dall'ipostasi e dalla persona, onóonav, "póonav, il monofisismo verbale prende questi 3 termini come sinonimi nel mistero dell'incarnazione, dicendo che in Gesù Cristo c'é una sola gónc che è nello stesso tempo una onóonav, e un "póonav. Riguardo al mistero della Trinitá, invece, distingue tra gónc e onóonav, o "póonav, dicendo che in Dio c'é una sola gónc e tre onsorúoos o upóonav. Ecco com'é sotto l'equivoco che si nota tra il duofisismo calcedonense
ed il monofisismo verbale di cui si sta parlando. E il monofisismo di s. Cirillo quando adopera la famosa espressione: uis gónc toó 0005 Noyos ocospaquion: Una natura Verbi Dei incarnata, espressione che egli riesce a spiegare ortodosamente. E la formula della maggior parte dei monofisiti nel corso dei secoli, i quali hanno dato a questa formola l'identica interpretazione che dava s. Cirillo. Ma, a differenza del vescovo di Alessandria il quale, "pro bono pacis ", aveva accettato di riconoscere in Cristo due gousc, i suoi discepoli hanno rifiutato ostinatamente nel loco fanatismo di adottare la terminologia diofisita, canonizzata da un concilio ecumenico e dal papa Leone, si quali è stato lanciato l'anatema di partigiani del nestarianesimo. Hanno un bel dichiararsi ortodossi riguardo alla eratologia, mentre poi adoperano certe formole più o meno pericolose, alcune delle quali emanano forte odore di eutichianesimo. Per i cattolici, essi sono e rimangono veri eretici, in quanto hanno rifiutato l'obbedienza al magistero infallibile della Chiesa universale, da essi accusata persino di errore.
Il principale esponente del monofisismo verbale eterodosso, di cui perlismo, è stato Severo d'Antiochia (m. nel 538), da cui è venuto il nome di monofisismo severiano dato a questo forma di monofisismo. Severo ammette in Gesù Cristo "post unionem "due essenze, 860 oúoies, ma una sola gónc. Egli scaglia l'anatema contro Eutiche. Dichiara che Gesù Cristo è consestanziale al Padre secondo la divinità, consostanziale a Maria e a noi secondo l'umanità. Non accetta qualsiasi specie di mescolanza o confusione tra le due nature e sostiene la perfetta immutabilità del Verbo. Rigetta però il Concilio di Calcedonia e l'autorità di s. Leone perché hanno sostenuto due nature, 860 gónc, dopo l'unione.
Accanto a questo monofisismo verbale eterodosso, si può collocare un monofisismo verbale ortodosso. E quello che si attiene alla formola monofisita di s. Cirillo secondo la spiegazione da lui datane, ma che accetta contemporaneamente l'ortodossia delle formole duofisite di Calcedonia e del tomo di s. Leone, anzi le preferisce alla terminologia monofisita, divenuta in modo speciale pericolosa dopo la comparsa dell'eutichianesimo. Tale specie di monofisismo, da alcuni chiamato la corrente neo-calcedoniense, ebbe per patrocinatori i teologi ortodossi i quali cercarono di porre fine allo scisma monofisita, mostrando l'accardo sostanziale tra il Concilio di Efeso e quello di Calcedonia, tra s. Cirillo Alessandrino e il papa s. Leone. Il qual monofisismo ha avuto il suo più importante esponente in Leone di Bizansia e la sua formulazione più solenne nei canoni del V Concilio ecumenico ed in quelli del Concilio Lateranense celebrato il 640 sotto papa Martino I.
S'è data, cosi, un'idea generica dell'eutichianesimo e del monofisismo verbale. Ognuna poi di queste due forme di monofisismo ha dato origine a molte sette, per le quali v. MONOFSITI.
Bias.: Fonti: Mansi, VI a VII per gli atti dei concili nei quali si tratta di Eutiche e della sua dottrina; P. Martin, Le brigandage d'Ephéie d'après les actes du Conclle récemment retrouvé, in Revue des questions historiques, 16 (1874), pp. 5-68; id., Le pseudo-cynode connu dans l'histoire sous le nom de brigandage d'Ephése, étudié d'après ses actes retrouvés en syriaque, Parigi 1875; s. Leone, Epistole: PG 24; Nestorio, Il libro di Eraclide di Damasco, trad. F. Nau, Parigi 1910; Teodoreo, Etonistes: PG 83; K. Abreu-G. Karger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Rheus, Lipsia 1800; Liberatus, Breviarium causas Nestorianarum et Eutichianarum: PG 68; Gelasio, De duobus naturis in Christo adserunt Eutychen et Nestoriano, ed. A. Thiel Epistolae Romanarum Pontificum geminae; Vigilio di Tapan, Contra Eutychen libri quique: PL 62. Studi: Tillmann, XV, Parigi 1711; Peravio, De Incarnazione, I, 13-18; IV, 9, 10; Le Quien, Dissertatio damascenica, II: PG 94, 191 sg.; P. Guessal e P. e G. Ballerini, De causa Eutychis dissertationer: PL 65; F.A. Loola, Eutyches und der eutychianische Streit, in Brolenczel. für protest. Theologie, V. pp. 632-97; Wace, Eutyches, in Dictionary of christian Biography, II, p. 404 sg.; G. Vavón, L'apollinarisme, Lovanio 1901; J. Lebon, Le monophysisme sćcérien, (vi 1909; M. Juzia, Eutychia et eutychianisme, in DThC, V, vol. 1380 1609; id., Theologia dogmatica Christianarum orientalium, V, Parigi 1932, pp. 397-432; E. Schwartz, Der Preceus des Eutyches (Abbatell. Akad. Nün., Pallol.-hist. Abteilung, 5), Monaco 1920. E utile consultare anche i manuali di storia dei dogmi.
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EUTICHIANO, papa, santo. - Dall'anonimo del Liber Pontificalis è detto toscano, figlio di un certo Marino. Non è possibile stabilire esattamente i limiti cronologici del suo pontificato ( 275-83 ?) che però va posto durante il quarantennio che precedette la persecuzione di Diocleziano, in un periodo cioé di pace, onde è da ritenerai sospetta la notizia che avrebbe seppellito un gran numero di martiri.
Gli si attribuisce un decreto con il quale ordinava che sull'altare per essere benedette si ponessero soltanto

(per cullisio del proi. E. Jons
Euticniano, papa, santo - Iscrizione sepolcrale (sec. III). Roma, cimitero di S. Callato.
le fave e l'uva; ma questa notizia sembra doversi collegare con l'eresia dei manichei i quali osserviano provenire dal principio del male i legumi e il vino dal quale si astenevano anche nella Messa. I documenti relativi al pontificato di E., se vi furono, dovettero perire nella persecuzione di Diocleziano. Fu sepolto nel cimitero di Callato dove il De Rossi trovò il suo epitaffio, ma il suo martirio non è provato. La sua festa si celebra l'8 dic.
BibL.: G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 70-72; Jaffé-Wattenbach, 1, p. 24; Lib. Pont., I, p. 24.
Agostino Amore
EUTICHIO, santo, martire: v. Plactdo, Eutichio e consoci, santi, martiri.
EUTICHIO, santo, martire. - Sconosciuto ai più antichi documenti agiografici, è commemorato nel Martirologio geronintiano il 2 luglio come sepolto nel cimitero di Callisto a Roma. L'unica fonte che ne parla è l'elogio di papa Damaso, conservato nella lapide originale nella basilica di S. Sebastiano in catazumbas. Da esso si apprende che E., catturato e sottoposto ad un interrogatorio, fu rinchiuso in carcere dove fu lasciato per 12 giorni senza cibo e costretto a dormire su dei cocci. Morì in seguito ai patimenti e il suo corpo fu gettato in un baratro. Lo stesso martire ne rivelò il luogo, e ritrovato fu seppellito con onore e venerato. Sembra che sia morto durante la persecuzione di Diocleziano.
BibL.: A. De Waal, S. E. martire nel cernetero ad catazumbas v. in Römische Onontalschrift, 29 (1912), pp. 289-73; P. Styger, Römische Miertyrergriulle. Berlino 1933, pp. 143-45; A. Ferrus, Epigrammata Damasians. Città del Vaticano 1942, pp. 144-48; R. Valentini-G. Zuccherri, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 44 sg. Agostino Amore
EUTICHIO, santo. - Patriarca di Costantinopoli, n. ca. il 512 e m. il 22 apr. 582 . Nel 553 fu eletto alla sede bizantina. Intervenne subito nella controversia sui Tre Capitoli (v. costantinoPOLI, II Concilio Costantinopolitano). Treppu ligio alla politica di Giustiniano I, presiedette le riunioni del V Concilio ecumenico, al margine della volontà di papa Vigilio, il cui nome anche da E. fu cancellato dai dittici. Posteriormente E. cadde in disgrazia di Giu-
stiniano per disaccordo nella questione aftartodoceta. Perciò fu esiliato nel 565 , ma venne richiamato nel 577 da Giustino II. Si conserva, oltre ai documenti conciliari, una lettera di E. al papa Vigilio (PG 86, 2401-2406). I Greci festeggiano E. il 6 apr.
BibL.: Acto SS. Abr., I. Anversa 1673, pp. 30-82; L. Duchesne, L'Eglise an VI' ritche, Parigi 1923, p. 206 sg.
Ienazio Orris de Urbina
EUTICHIO. - Patriarca melkita di Alessandria, in arabo Sa'd b. Batriq, n. al Cairo nell'877, m. nel 940 . Scrisse gli annali dalla creazione fino al 938 , nei quali, fra elementi leggendari ed incerti, si trovano anche notizie interessanti. La sua polemica contro il nestorianesimo ed il monofisismo suscitò dal contemporaneo copto Severo ibn al-Muqaffar il suo Libro dei Concili (PO 3).
BibL.: G. Graf, Eutychius, in LThK, III, coll.. 873-74.
EUTICO ("Euticyus). - Adolescente risuscitato da s. Paolo a Troade (Act.20.9-12). Con l'imprudenza propria dell'eti (è detto prima veavias, v. 9, poi nais, v. 12), sedeva nel vano di una finestra del terzo piano dove Paolo parlava alla comunita riunita per la "frazione del pane domenicale; preso dal sonno durante la prolungata conversazione notturna di Paolo, precipitò al suolo. L'Apostolo, ripetendo il gesto di Elia (I Reg. 17, 21) e di Eliseo (II Reg. 4, 34), curvatosi sul morto, lo ridona alla vita.
Le parole dell'Apostolo - Non vi turbate: l'anima sua è ancora in lui" (v. 10), che possono essere anche una forma di modestia, constatando che la vita è tornata, sono state prese, a torto, come indizio che il miracolo sia soltanto nell'interpretazione della folle o del narratore. Luca, testimone oculare (brano - noi -), con l'esattezza del medico, mette in rilievo la gravita della caduta e la morte facilmente constatata. Per questo è conosciuta la comunira nel condurre E. vivo al momento della partenza di Paolo.
BibL.: A. C. Headlam, Eutychus, in Dict. of the Bible, I, p. 795 ; R. Jacouler, Les Actes des abeutres, 2^{°} ed., Parigi 1926, p. 399 sgg.
Teodorico da Castel San Pietro
EUTIMIANI, scissia degli : v. EUTIMIO I.
EUTIMIO 1, patriarca di Costantinopoli. N. verso l'834 a Seleucia (Isauria), m. nell'esilio il 5 ag. 917. Monaco, fu confessore dell'imperatore Leone VI, con il cui aiuto fondò il monastero di Psammathia a Costantinopoli; conservò sempre un carattere dignitoso anche davanti al suo sovrano. Come patriarca di Costantinopoli (907-12), fu in concordia con la Sede romana nella questione del quarto matrimonio di Leone VI; ma quando questi mori, fu deposto dal successore di lui, il fratello Alessandro; fu anche avversato da Nicola il Mistico durante il suo secondo patriarcato ( 912-25 ). Allora cominciò il dissidio degli eutimiani, che durò fino alla fine del sec. a. E. e autore di 4 omelle mariana. La sua vita è stata ben descritta da un suo discepolo. Egli è venerato dalla Chiesa bizantina come santo.
BibL.: C. De Boor, Vita Euthymii, Berliou 1888: M. Jogie, E. Euthyms, patriarche de Constantinople: PO 16, 403-514; V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 2, Parigi 1936, nn. 623-29, pp. 146-47. Giorgio Hofmann
EUTIMIO il Giovane, santo. - Monaco del Monte Athos, n. ca. l'828, m. nell'898. Fondò il celebre monastero Peristerae ed ebbe fra i suoi discepoli s. Giovanni Kolobos a Basilio metropolita di Tessalonica. Questi ne scrisse la vita (ed. L. Petit, in Rev. Or. chrét., 7 [1903], p. 155 sg).
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EUTIMIO il Grande, santo. - Ascert insigne, n. a Melitene d'Armenia nel 377, m. in Palestina nel 473. Deve il suo nome al fatto che i suni genitori, chiedendo un figlio a Dio, furono esortati da una voce divina ad essere di buon animo (sóboaziv). Fu educato a Melitene dai vescovi Ottreia e Acacio, fu ordinato sacerdote ed ebbe la cura del monasteri. Presto però passò a Gerusalemme ( 406 ) e, cercando la solitudine, abitò 5 anni nella laura di Faran, poi in una spelonea e in più luoghi inospitali dove la fama dei suoi miracoli lo costringeva a ritirarsi. Ma intorno a lui sempre fiorivano nuove laure, ed e per cio che viene considerato come l'istitutore di questo genere di monachesimo in Palestina. Il tempio della principale di esse, che poi ebbe il nome di E., fu consacrato dal patriarca Giovenale nel 420 . Ivi fu in rapporti d'amicizia con s. Giovanni Silenziario, s. Ciriaco e s. Saba. Morí quasi centenario sotto Leone I il Tracio.
Ne scrisse la vita nel sec. vi, il monaco Cirillo, particolarmente stimato dal Baronio. La sua festa si nell'Oriente che nell'Occidente ricorre il 20 genn.
Converti molti s agareni alla vera fede, appresa con esulianza la condanna di Nestorio nel Concilio di Eleso I (431), ma singolarmente lavorò per quello di Ciliesdonia (431), opponendosi a Teodosio, pseudo-vescovo eulichiano di Gerusalemme, le cui calumnie serpeggierano fra i monaci. A lui pure si deve il ritorno alla fede dell'Imperatrice Eudossio, che lo chiamó per consultarlo.
Bial.: Acta SS. Inouarri. II. Pariei 1863, pp. 662-92: BHG, 90; E. Schwartz. Korillos von Skythobalis (Tesio u. Uuterinck., 49. 11). Lipsia 1939, pp. 5-84: 358-66: Martyr. Romanos, p. 26.
Eremonuele Candal
## EUTIZIO, ABBAZIA di : v. NORCIA.
## EUTRAPELIA: v. DIVEHTIMENTI.
EUTROPIO, santo. - N. a Marsiglia da nobile famiglia nella prima metà del sec. v. Trascorse una gioventú alquanto dissipata, ma dopo la morte della moglie fu ricondotto a migliori sentimenti dal vescovo Eustachio.
Ordinata diacono, si diede con entusiasmo alla penitenza pregando molto e digiunando spesso. Alla morte del vescovo Giusto di Orange fu eletto a succedergli. Era già vescovo nel 464 , poiché è ricordato in quell'anno in una lettera di papa Ilaro. Fu anche in corrispondenza con Sidonio Apollinare. Gli successe un certo Vero che ne scrisse la biografia. E commemorato il 27 maggio.
Bial.: Acta SS. Maii. VI. Pariei 1866, pp. 891-94: Martyr. Romanon, p. 212.
Auostino Amore
EUTROPIO il Pressitiero. - Teologo, vissuto nei secc. IV-V, di cui parla Gennadio (De vir. ill., 49). Fu probabilmente spagnolo e spiegò la sua attività nel nord della Spagna.
Soltanto recentemente è stata pienamente identificata e apprezzata la sua personalità letteraria. Scrisse tre "lettere", trattati di carattere ascetico-teologico contro i manichei: De contemnenda hoereditate; De vera circumcisione; De similitudine carnis pecenti. Quest'ultima era stata falsamente attribuita a Paciano di Barcellona da don Marin.
Bial.: Le due prime lettere edite in PL 30, 45-50; 188, 210. L'ultima in G. Morin. Etudes, textes et découvertes, Parigi 1912, pp. 127-32: J. Muñoz. Herencia literaria del presbítero E., in Etudios eclesiásticos, 16 (1942), pp. 27-34: F. Cavallera. L'héritage littéraire et spirituel du prêtre E., in Bull. de littér. ecclésiastique, 49 (1948), pp. 60-71.
Giuseppe Madon
EUZOIO. - Vescovo di Cesarea di Palestina, dove era stato compagno di s. Gregorio Nazianzeno alla scuola di un certo Thespele.
L'imperatore Valente lo sostituì in quella sede, per le sue idee ariane, al vescovo Gelasio. Vi sedeva ancora
nel 376-77 quando Epifanio scriveva il suo Panarion. Si adopró molto a restaurare la celebre biblioteca di quella città, costituita specialmente con le opere di Origene, raccolte e donate da Panfilo. All'avvento di Teodosio dovette abbandonare la sede, in cui tornò Gelasio. Dei "diversi e molteplici trattati che egli, secondo s. Girolamo (De viris illusis., 113) avrebbe pubblicati, non ci resta nulla.
Bial.: Tillemont, VI, p. 576: Bardenhewer, III, p. 182.
Irenco Daniele
EUZOIO, vescovo di Antiochia, già discono di Alessandria. - Fu uno dei primi seguaci di Ario, assieme al quale fu scomunicato e deposto nel 320 da Alessandro vescovo di Alessandria (Socrate, Hist. Eccl., I, 6) e poi dal Concilio Niceno (325). Nel 332 fu invitato a Nicomedia assieme ad Ario e presentò a Costantino una formola equivoca, che gli valse il perdono imperiale.
Nel 333 fu accolto nella comunione della Chiesa di Gerusalemme a nel 361 gli ariani rigidi lo elestero vescovo di Antiochia in opposizione al semiariano Melezio. Nel nov. del 381 battezzò a Llopesarene nella Cilicia il morente Costanzo II. L'ariano Valente nel 372 gli consegnd le chiese di Antiochia, strappate ai seguaci di Melezio e nel 373 comparve ad Alessandria ad installare nella sede di Atanasio l'ariano Lucio. Magra vendetta dell'espulsione di 53 anni prima. Morì nel 376 ca.
Bial.: Tillemont, VI. Venezia 1732, v. indice: Pliche-Marion-Prinaz, III, v. indice.
Irenco Daniele
EVA. - Progenitrice del genere umano. E. fu creara perchè l'uomo avesse "un aiuto a sé conveniente" (Gen. 2, 18-20). Fu da Adamo (v.) chiamata E. (ebr. Haccouli) dal verbo bäjäh "vivere": quindi "madre dei viventi" (Gen. 3, 20).
Perché l'uomo si rendesse conto della sua superiorità su tutti gli altri esseri, Iddio ordinò che gli animali del paradiso si avvicinassero ad Adamo, il quale impose a tutti il nome corrispondente alla loro natura, o comprese che nessuna specie animale era simile all'uomo; sentitosi solo, desiderò un aiuto a sé conveniente, o quasi sua stessa immagine, e Dio, alla cui opera produttrice si rivolse, l'esaudi. "Mandò adunque il Signore Iddio ad Adamo un sonno profondo" (Gen. 2, 21 : ebr. tardóndh), durante il quale Adamo doveva conoscere l'intenzione di Dio, che formò la donna da una costola o da carne del fianco (ṣelá') di lui. Il racconto, antropomorfico, vuol dire che Dio, con la sua volontà onnipotente, ha formato la donna da una parte dell'uomo. Lo scrittore sacro, come ci suggerisce la stessa forma del racconto in un libro storico e ci conferma s. Paolo (I Cor., 11, 6), vuole riferirci un fatto reale. Significa metafisicamente le relazioni morali e sociali dei due sessi; l'uomo smerà la donna come parte di sé e la donna si appoggiera al marito come al suo capo che ama e da cui dipende.
Origene, rispondendo ai sarcasmi di Celso, ha parlato di allegoria; il Gaetano ha creduto che si trattasse di una metafora, ispirandosi all'opinione di Aristotele per cui la donna è vir inesus; Hummelauer, per un capriccio esegetico come lo definì M.-J. Lagrange, sostiene che Dio non ha tolto ad Adamo una costa realmente, ma solo in visione; M.-J. Lagrange sostiene il senso parabolico, con cui s'insisterebbe solo sul fatto che l'uomo deve amare la donna come parte di se stesso. Ma tolte queste poche voci discordanti, provenienti dall'avee esteso troppo la parte antropomorfica, i Padri e i dottori della Chiesa, nell'unanimità morale, stanno per il senso letterale storico, che, secondo la decisione della Commissione biblica ( 30 giugno 1909), non può esser messo in dubbio "nella formazione della prima donna dal primo uomo".
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Eva - Il Lavoro di Adamo e di E. (fine sec. xit) - Monresie, Cattedrale.
La realta del fatto storico è richiesta anche dalle parole di Adamo (Gen. 2, 23); nel testo ebraico il nome a donna ( 'ilâth) è la forma femminile del nome "uomo" ('il), ciò che la Volgata ha reso: "bace vocabitur virago quia de viro sumpta est -. Illuminato ancora da Dio, Adamo, probabilmente, rivela l'indissolubile e totale vincolo dei coniugi (Gen. 2, 24; cf. Mt. 19, 4-6).
A tali considerazioni gli Apostoli e i Padri aggiungono altri motivi, come: 1) perché l'uomo fosse principio di tutto il genere umano e apparisse l'unità di origine e della specie (Mt. 19, 4; Act. 17, 26; cf. Gen. 3, 20; 5, 1-2); 2) perché risultasse la dignità e autorità dell'uomo (I Cor. 11, 7-9; I Tim. 2, 13-14); 3) perché figurasse l'unione di Cristo e della Chiesa (Eph. 5, 23-32; Io. 19, 34).
Dopo il peccato d'origine, di cui E. fu l'iniziatrice Dio sentenzia contro E.: a Parò assai grandi il tuo travaglio e la tua gravidanza... eppure ti sentirai attratta verso tuo marito ed egli ti comanderà (Gen. 3. 16); all'orgoglio e sensualità, elementi essenziali della colpa, risponde la pena. Non è cambiata la condizione della donna come sposa, ma per conseguenza naturale del peccato la sottomissione della donna sarà dura e dolorosa (s. Tommaso, Sum. Theol., 24-240, q. 164, 2, 2, ad 1). Ai progenitori la benignità di Dio si degnó dare la consolazione annunziando il Redentore o novello Adomo e ancora la corredentrice o novella E., come i Padri hanno chiamato Maria S.ma (cf. s. Giustino, C. Tryph.: PG 6, 710; s. Irenes, Adv. Haer., III, 22, 4: PG 5, 19 ecc.).
BibL.: G. Passaglia, De Immaculato Deiparae conceptu, II, Napoli 1835. pp. 812-54; A. Iba, Institutiones Biblicae, II, 1, De Pentateutico, 2^{°} ed., Roma 1933, pp. 158-54; V. Iacono, Maria S.ma mediatrice di tutte le grazie, Pompei 1937, p. 20 sgg.; E. Manganot, Ece. in DThC, V, coll. 1640-45; J. Schacter-J.-B. Holstammer, Manuale di storia biblica. Il Vecchio Testamento, Torino 1942, p. 142 sgg.
Vincenzo M. Iacono
Vangelo di 8. - Apocrifo in uso tra i nicolaizi, eretici del periodo apostolico, secondo s. Epifanio (Haer., 26, 2, 3, 5 : PG 41, 334-35, 339). Dalle due brevi citazioni che ne fa Epifanio, appare che questo apocrifo era di carattere gnostico, steso nella
forma letteraria di un'apocalisse. Da una frase di Ippolito su E. (Philosoph., 5, 16), Harnack conclude all'uso del Vangelo di E. anche da parte dei perati.
BibL.: A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Lattentur bis Eroditus, I. Lipsia 1893, pp. 152. 168: Bartholomew, I. pp. 309. 323.
Francesco Spadafara
EVA, beata. - Reclusa di S. Martino di Liegi, n. ca. il 1205 a Liegi, ivi m. ca. il 1265 . Confidente di s. Giuliana di Cornillon ne condivise lo zelo per l'istituzione della festa del Corpus Domini.
Per la sua più insisterza s'introdusse prima del 1251 tale solennità nella Collegiata di S. Martino, presso cui era il suo reclusorio, e per tutta la vita si adopera perché fosse estesa a tutta la Chiesa. Dopo la morte di s. Giuliana ( 1258 ), ne redasse in lingua romanza le memorie, che formano il fondo dell'antica Vita Iulianae, ove gli episodi riguardanti i rapporti di E. con la Santa di Cornillon sono improntati a grande candore e semplicità. L'antico arcidiacono di Liegi, divenuto papa Urbano IV, dopo aver istituito la festa del Corpus Domino con la bolla Trinititurni del 1264, nello stesso anno mandò una lettera a E. (riprodotta in G. Barbera, Le confezzernite del S.ma Saccamento prima del 1539, Vedelago [Treviso] 1944, p. 234), per comunicarle le grande notizie; unitamente le spedi una copia dell'ufficio de corpore Christi, composto nella Curia romana e diverso da quello attribuito a s. Tommaso d'Aquino.
BibL.: I. Demarean. La pecumere onseur wallane: la bienheureux Ece de St-Martio, Liegi 1806: C. Lambot, Ece de St-Martio et les premiers bittemans libiens de la Fête-Dieu, in Studio Euthanitico DCC: anno o condito, letto S.ma Corporis Christi, Anversa 1946, pp. 19-34; F. Callner, Deungnatezione eucaristica liegeu del vescovo di Liegi Roberto di Torale al papa Urbano IV (12.10-64), in Miscellanea Pio Paschini, I. Roma 1948. pp. 213-35.
Antonio Padani:

Eva - E. anticipo di Maria SS.ma, Tavolo di Paolo di Giovanni
Fel (1372-1410) - Nuova York, raccolta Mrs. Goodhart.
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EVAGRIO. - Verso il 430 un certo E. pubblich in Gallia sotto il titolo Alsercatlo legis inter Simonem Indaenm et Theophilum Claristianum una disputa giudeo-cristiana, che nel v sec. era in mano di tutti (Gennadio, De viris illustribus, 50).
La discussione si svolge sulla base del Vecchio Testamento. La tesi di A. Hornock, Die Alsercatio Simonii, sec. (Texte and Untersanit., 1, 101, Lapsia (883), che l'altercatio non sarebbe altro che una rielaborazione del Dialogo di Ievane e Papiceo di Anstone di Pella (v.) è insostenibile. E. ha conosciuto Terzulliano, i Tertiannia di Cipriano e Gregorio di Elvira.
Bita.: Edizione a cura di Ed. Bratke, in CSEL, 45: id. Episcopatmo zur W'ienar Abranbe der Alsercatio (Sitzungsberichte des W'ienar Abndenne der W'ieneschatten, Philos. Anstar. Kt., 148, II. Vienna 1904. Studi: A. Marmorstein, Inden und Indaenum in der Alsercatio Simonus Indaei, evr., in Theol. Tücherit, 1913, pp. 360-83: A. Lucken Willamn, Alseraus Indaeas, Cambridus 1935, p. 289 sq.
Erik Peterson
EVAGRIO PONTICO. - Scrittore ecclesiastico, n. a Iltora nel Ponto ca. il 338, m. nel 399. Figura di primo piano fra i teorici della spiritualità nella Chiesa antica, raccolse la tradizione dei secoli precedenti, specialmente della scuola alessandrina, e la elaborò con copioso apporto di speculazione e di esperienza, esercitando sulla posterità un influsso notevolissimo. Fu ordinato lettore da s. Basilio il Grande e discono da s. Gregorio Nazianzeno, col quale fu a Costantinopoli, esercitandovi il ministero della predieazione; si rimase, partito Gregorio nel 381, fine all'anno seguente; poi si diede alla vita ascetica. Dopo un breve soggiorno a Gerusalemme si ritirò nell'Egitto, vivendo fra i monti della Nitria e nel deserto delle Celle, guadagnandosi il pane con il lavoro di amanuente. Fu discepolo ed amico di s. Macario Egiziano, e rifiutò l'episcopato offertagli da Teofilo d'Alessandria.
Intensa fu la sua attività di scrittore, che solo recentemente venne studiata a fondo con l'esame di una parte delle opere pervenute, per lo più in traduzioni sirische e arnene. La perdita del testo greco è dovuta soprattutto all'anstema pronunciato dal V Concilio cecumenico e dal tre seguenti contro E., coinvolto nella condanna dell'origenismo. Notizia delle opere, seppure incomplete, si hanno da Socrate (Hist. ncd., IV, 23) e più diffuse da Gennadio (De vir. ill., 11).
Scrisse: 1) l'Antierheticus, raccolta di sentenze bibliche in 8 libri, contro gli 8 vizi capitali, tradotto in latino da Gennadio e giunto a noi solo nelle versioni sirische e arnena; 2) il Manastichus, raccolta di massime, per lo più brevi, per anacorati, accostate senza ordine logico e divise in due parti : la prima di 100 massime, intitolata Practicus, per i semplici; la seconda di 50 massime, dal titolo Gnosticus, per i monaci colti, pure tradotto da Gennadio in latino. Abbiamo la prima parte in due recensioni greche, la seconda solo in siriano; 3) uno Specchio per i monaci e uno per le monache, giunti a noi nell'originale greco, nella versione latina di Rufino e nella versione sirica; 4) 600 Problemi gnostici, conservati in siriano ed in armeno, di vario contenuto dogmatico e morale; 5) 67 Lettere, in versione sirica, per lo più brevi; 6) un trattatello in 11 capp. sui fondamenti della vita monastica, specialmente sulla quiete, in greco e in sir. itaco; 7) Capitula XXXIII per seriem, di carattere allegorico, in greco; 8) quattro serie di Sentenze, ordinate parte affabeticamente parte no; 9) uno scritto De oratione e 10) uno De malignis cogitationibus, attribuiti finora a Nilo di Ancira; 11) Commentari ai Salmi e ai Proverbi, di cui restano notevoli frammenti; (a) Gennadio gli attribuisce ancora "pancas sententialus valde obscurus et, ut ipse sit, solis monachorum cordibus agnoscibiles"; operetta non identificabile fra quelle pubbli-
cate. Altri scritti inediti rimangono in versioni arnene e sirische.
E. è il primo fra i monaci che abbia lasciato una notevole eredità letteraria ed è fra i solitari d'Egitto lo scrittore più fecondo e originale. Amò esprimersi in brevi massime, talora tolte dalla Scrittura, iniziando cosi fra i eristiani il genere gnomologico.
La sua dottrina spirituale si ispirz a Clemente Alessandrino e a Origene, ch'egli studiò accuratamente. Distingue la vita attiva o pratica, e la contemplativa o gnostica. La prima non è che preparazione alla seconda, che ha il suo compimento nella contemplazione della Trinità, in cui consiste la perfezione e il più alto grado della vita spirituale. L'ascesi mira a purificare l'anima per togliere glimpedimenti alla contemplazione. La vita attiva è caratterizzata dalla pratica delle virtù, disposte in quest'ordine ascendente: fede, timor di Dio, osservanza dei comandamenti, da cui derivano la continenza, la prudenza, la pazienza e la speranza; da questa poi viene l'impassibilità (desśbeca), da intendersi non come indifferenza verso Dio né verso gli uomini, ma come perfetta pace e libertà dello spirito, raggiunta con la totale rinunzia e la costante mortificazione. Frutto della desśbeca è l'amore, che introduce nella vita contemplativa. Nel campo ascetico E. attribuisce grande importanza alla lotta contro i demoni e le passioni. Presso di lui si trova per la prima volta la teoria degli otto vizi capitali. Nella contemplazione si distingue un primo grado, la "gnosi finica", a cui segue la "teologia", o gnosi di Dio, "grado della "pura orazione", ultima vetta dell'ascesi spirituale. E una conoscenza di Dio non discorsiva, che richiede una purità ancor maggiore che la contemplazione iniziale, cosi che lo spirito sia tutto "nudo". Per essa l'uomo vede la luce della Trinità, Dio, la natura di Dio, non attraverso un'immagine ma in una visione assolutamente semplice e immediata della realtà. Ma poiché l'infinito non può essere compreso dall'intelletto finito, proprio quest'altissima visione è anche "infinita ignoranza". Con l'intuizione della Trinità lo spirito intuisce sé stesso, ormai purificato, quindi splendente di bellezza. Pace e riposo accompagnano questa contemplazione, che affezza l'uomo con un potere irresistibile e influisce anche sul suo corpo, che sembra perdere il peso naturale.
E., come s'è detto, attinge alla speculazione alessandrina e ne feconda i principi cosi da dare una teoria profonda e particolareggiala della vita spirituale. Già s. Girolamo riconosceva la diffusione degli scritti di lui e il grande influsso da essi esercitato; questo continuò anche in seguito, sui Bizantini e sui Siri, e nell'Oriente non è ancora tramontato.
Bita., Edizioni: quella di PG 40, 1231-86, che riproduce con qualche aggiunta quella del Galland, è insufficente a dev'essere completata con quella di W. Frankenberg, in Göttinger Abhandlungen. Philol.-hist. Kl., nuova serie, XIII, 1, Berlino 1912; P. B. Surgiocus, Des hl. Voters Exagrius Pontibus Leben und Werke in enger armenischen Übersetzung des 3. Jahr., Venezia 1907; H. Greenman, Texte und Untersuchungen, 39, 4. Nonnempirget und Mönchsspiegel des E. P., Lipala 1913, pp. 148-84; le opere attribuite a s. Nilo in PG 70, 1093-1140, 1184-1228, - Studi: O. Zöckler, Biblische und Kirchenhist. Studien, IV, Exagrius Pontibus, Monaco 1893; Nordenheuer, pp. 41-98. 880: N. Bousset, Apophliegmaea Patrum, Tubinga 1523, pp. 281-314: O. Stählin, Die Altrbritti. Griech. Liter., Monaco 1924, pp. 1388-90; M. Viller, Aux marces de la spiritualité de et Massime. Les sources d'Evayer in Pontique, in Revue d'arrêt, et de mystique, 11 (1930), pp. 133-84,239-68, 231-96; S. Mesoll, Giovanni Cairiano ed E. P. Dutrius sulla carità e contemplazione (Studia Ancelmiana, 5), Roma 1936; M. Viller e K. Rahner, Assere und Mystik in der Väterzeit, Friburgo in Br. 1039, pp. 97-110. Michele Pellegrino
EVAGRIO SCOLASTICO. - Scrittore ecclesiastico, n. a Epifania in Siria nel 536-37, m. ad Antiochia sulla fine del secolo. Esercitò l'avvocatura (donde l'epiteto di "scolastico") in Antiochia, poi occupò cariche importanti; nel 588 accompagnò a Costantinopoli il patriarca Gregorio, chiamato a
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discolparsi, e lo difese davanti all'Imperatore e al Sinodo.
Egli menziona (Hist. ecel., VI, 24) un suo scrito perduto, che conteneva relazioni, lettere, deliberazioni, discorsi e dialoghi. Ci è perronuta, invece, la Storia ecclesiastica in 6 libri, in cui, proponendosi di continuare quelle di Sozomeno, Teodoreto e Socrate, comprende il periodo 431-504. Non in canno di Teodoro lettore, ed esprime ricerve, ispirate a stretta ortodossia, sugli atteggiamenti dottrinali di Eusebio. Si occupa solo dell'Oriente, estendendosi anche su avvenimenti profani, come la guerra fra Romani e Persiani (I. VI); ma il suo principale interesse è per la storia del dogma, e riesce importante soprattutto per le controversie nestoriane ed eutichiane e per gli ulteriori sviluppi del monofisismo. Pur essendo talvolta accessivamente facile a credere e appassionato del meraviglioso, è imparziale. Attinge, specialmente per la storia dell'eutichianesimo, a

EVANGELIARIO. - Per E. (da evangelizrium [ = ius], evangeliare o anche evangeliztarium) s'intende il libro liturgico, che contiene i brani del Vangelo da leggersi durante l'anno nella Messa solenne.
Il termine E. non è primitivo né il solo. Più spesso si trova capitulare evangeliorum (sec. viII), corrispondente al capitulare lectionum per le epistole. Il medioevo si sbizzarrì in molti altri nomi : breviarium ( = ius) lectionum evangeli, titoli, quotationes, tabula, registrum, volumen, liber, libellus, ordo, opusculum, pronuntiatio, intitulationes, terminationes, inventarium evangeliorum. Fu detto anche comes, ma con la differenza che capitulare indicava solo la lista delle pericopi, tutt'si più con l'incipit e l'explicit, mentre il comes riportava la pericope intera.
J. Storia. - La storia dell'E. segue assai da vicino, spesso fondendosi, a quella dell'epistolario. Il primo abbozzo di E. si trova, come per le epistole, nell'indicazione dei rispettivi brani da leggersi in determinati giorni, indicazione posta in margine al testo sacro. Si trattò, dapprima, di casi sporadici, perché originariamente, e in talune Chiese fino al sec. Iv (Africa) e v (Ravenna), il sistema normale di lettura della S. Scrittura era la lectio continua, cioè si leggeva un libro dal principio alla fine, un po' per volta, per il tempo stabilito da chi presiedeva l'assemblea, il quale commentava poi con il sermone il brano letto.
Ma sin dai primi tempi nelle solennità che commemoravano i grandi misteri della Redenzione, Pasqua e Pen-
tecoste, poi, nel iv sec., Natale e Epifania, ed anche in determinati periodi dell'anno, come Quaresima e Avvento, la lectio continua veniva interrotta per dar luogo alla narrazione evangelica corrispondente. Si venne casi formando, adagio adagio, la serie delle pericopi per le principali feste dell'anno.
Dai sermones di s. Agostino, S. Beissel ha potuto ricomporre l'ordinamento lessionale almeno per il periodo pasquale in uso nella Chiesa africana (cf. Entstehung der Perikopen des Römischen Messbuches, Friburgo in Br. 1907, p. 44); alla serie del Beissel andrebbero ora aggiunti i sermones post sonoriano repori pubblicari del Morin nella Miscellanea agostiniana (Roma 1930).
Nel sec. viI, epoca alla quale risalgono i più antichi manoscritti giunti fino a noi, si trova il sistema della lettura molto cambiata. Al posto delle latte contimua si vede l'e. lenon delle pericopi (detto capitulo fin dal sec. v) determinate una volta per sempre. Non si hanno elementi certi per stabilire come sia avvenuto il passaggio dell'uno all'altro ordinamento, e dobbiamo quindi accontentarci di congetture.
Già all'inizio del in sec. si manifesta la tendenza a fissare gli elementi costitutivi del culto. Questa tendenza si accentua nei secoli seguenti. Cosi avvenne che anche la lettura della S. Scrittura ando verso un ordinamento determinato. A questo deve aggiungersi la scomparsa dei catecument (sec. v), per i quali principalmente in lectio continua costituiva la prima istruzione cristiana impartita attraverso la celebrazione liturgica. E certo, comunque, che un'organizzazione lessonale fissa era in vigore nel 400 in Africa (s. Agostino, Sermo 86, Troct. da quarte ferie post Pascha, in Miscell. agost., I, Roma 1950, p. 324; Sermo 315, 1: PL 38-39, 1426; Troct. VI in Ionan., cap. 18: ibid., 35, 1433) e nel 450 nelle Gallie (Sedonio Apoll., Epist. IV, 11, 6: ibid. 58, 516; Genovidio, De script. eccles., 79 : ibid. 1103 sg .).
E poiché lo sviluppo liturgico delle varie Chiese d'occidente segue un solco parallelo, è verosimile che anche Roma prima del sec. viI, forse addirittura già dal sec. v, abbia avuto un proprio ordinamento di letture scritturali. La lettura era affidata a chierici, i quali fissarono giorno per giorno il testo da leggersi, segnadone il riferimento in apposite liste (capitulum, da cui il termine capitulare dato agli elenchi e poi al volume delle pericopi) all'inizio del Codice sacro o trascrivendo la pericope in un volume a parte.
Questa congettura del Klauser si basa sul fatto che le più antiche raccolte romane di pericopi evangeliche, giunte fino a noi, sono a forma di elenchi o di lezionari veri e propri: ma anche perché non c'è, in tutta la serie dei manoscritti esistenti, una terza forma di raccolta scritturale.
Il periodo aureo dei Capitularia Evangeliorum è stato il IX sec., nel quale si contano non meno di 140 codici. Nel sec. x il numero scema assai. Nel sec. xili il Capitulare va definitivamente declinando.
E si comprende. Già nel Messale di Montecassino, scritto forse a Roma, intorno al 700 , appaiono per la prima volta le pericopi in un'ultima forma: le lezioni sono inserite nel Messale assieme alle altre parti della Messa. Questa forma si svilupperà nei secoli seguenti, fino a diventare regola, con i Messali plenari del sec. xili.
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(per cartaria da Conciliazzina (ca. da Tautina) COPERTURA DELL'EVANGELIARIO DI FRATE UGO D'OIGNIES (sec. xili) - Namur, Tesoro delle Suore di Notre-Dame.
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(1)a. Aderisad

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a) INCORONAZIONE DELLA VERGINE, In basso i 4 Evangelisti, Dipinto di Antonio da Murson (metà del sec. x7) - Venezia, chiesa di S. Panta-
laone. b) GLI EVANGELISTI, in un dipinto di J. Jordaone (ca. 1670) - Parigi, Louvre.
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(fal. Neuratsa)
CATTEDRALE CHIOSTRO DEL VESCOVADO (scc. xiv).
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Con la bolla di Pio V del 1570 il Messale plenario acquosa il diritto di citradinanza nella Chiesa universale e anche l'ordinamento delle pericopi evangetiche resta per sempre fissato, quale i secoli l'avevano formato e tramandato.
II. Tipi. - Dei Cipitulare Evangeliorum si sono occupati prima il card. Tammasi e piú recentemente, con stretto metodo scientifico, il Frees e il Klauser, che indipendentemente, sono giunti a eguali conclusioni, salvo qualche divergenza di dettaglio. Il Klauser, che ha esteso l'indagine ad oltre 1300 manoscritti, classifica i ca