pieno accordo con l'etnologia, non conosce che l'uomo pienamente a realmente uomo e cio fin dall'inizio. E chiave che sono escluse cosi tutte le forme dell'e. estremo. Che anche i principali studiosi di antropologia fisica (Fr. Weidenreich, W. E. Le Gros Clark, J. Weninger) incomincino a cedere a queste convincenti argumentazioni, è dimostrato dal fatto che essi, nei casi in cui reperti ossei non consentano una chiara conclusione, se si tratti o no di uomo nel dato caso, si appellano parimenti agli oggetti della cultura come a fattore decisivo, come, p. es., nel ritrovamento dell'australopiteco del Sud-Africa. Con cio si dà modo allo studioso, sia esso preistorico e etnologo, di decidere con sicurezza, se nel singolo caso si tratti di un uomo realmente e pienamente uomo. In base a tutto ciò si può certo ritenere come definitivamente rischiarato e definito un capitolo, abbastanza discusso, dell'indagine dell'uomo primitivo. E certamente significativo che esso sia terminato, riconoscendo inequivocabilmente e chiaramente lo spirituale come criterio di distinzione anche per l'uomo primordiale a noi scientificamente accessibile.
3. Che l'umanità non cominciò con la promiscuità o i matrimoni di gruppo, ma con le normali unioni familiari monogamiche, è divenuta da decenni fra i competenti una convinzione pressoché generale. Ma ogni etnosociologo sa che cio non pertanto gli ultimi segreti, che circondano l'inizio e il successivo sviluppo della famiglia e della collettivita, non sono in alcun modo pienamente scoperti e spiegati. Prima di tutto, si pone il problema dell'esogamia, cioè il problema del comportamento dei singole individuo rispetto alla scelta del coniuge, scelto che richiede una particolare attenzione. Poiché questa esogamia, seguita a meditate fino in fondo, conduce non soltanto oltre il
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puro naturale-umano, ma porta certamente e chiaramente anche a qualche cosa che e al di sopra e al di fuori del mondo, fatto che, naturalmente, non si può accordare con l'e estremo. Considerando le varie forme di esogamia esistenti nella vita dei popoli, si ai accorgo subito che si suddividono in due gruppi principali contrapposti. Da una parte c'e quella forma di esogamia che ha per base il principio della parentela, primieramente, come è naturale, quello della diretta parentela di sangue. Essa è tanto più facilmente comprensibile, in quanto corrisponde perfettamente alle nostre concezioni e ai nostri usi europei. Dall'altra si tratta di forme di esogamia, in forza delle quali interi gruppi (clan, classi, stirpi) sono tenuti a non fare matrimoni nell'ambito di questi gruppi, ma a cercare invece d' coniugs in un altro clan (tostemco), in un'altra classe ecc. Anche qui sussiste il divieto del matrimonio tra parenti, ma al di là di questo vale la legge, più o meno artificiale, della esogamia di clan, di classi o di stirpe. Siccome su questo già da tempo non c'è più alcun dubbio, che cioè quest'ultime forme di esogamia siano di origine posteriore a quindi secondarie, non interessano oltre in questo studio. Naturalmente si pone qui la domanda: - come è giunta l'umanità primitiva a questa rigida proibizione del matrimonio tra consanguinei, cosi profondamente radicata?-. Forse dall'esperienza pratica che i matrimoni fra consanguinei (incessa) conducono a conseguenze deleterie? Ciò è molto inverosimile. Poiché tutto (si consideri a questo riguardo specialmente il concetto fondamentale unitario dell'esogamia) indere che l'umanità ancora nella sua originaria omogeneità ha introdotto questi divieti matrimoniali. Se ciò fosse avvenuto in un'epoca posteriore, allora rintarrebbe impiegata la grande uniformità delle fondamentali leggi esogamiche. Anzi, avrebbero dovuto esserci anche dei popoli, che non conoscevano affatto proibizioni matrimoniali. Ma è noto che non è questo il caso. Rimane dunque il problema: come sono giunti gli uomini già ai primordi a queste proibizioni matrimoniali? Da diversi studiosi è stato occasionalmente accennato, come tra fratelli, o anche in generale tra i giovani che fin dalla più tenera età sono cresciuti insieme, generalmente non si sviluppano affatto, o almeno assai difficilmente, gli stimoli che conducono ad una passione amorosa, o al matrimonio. Ciò potrebbe spiegare il costume, l'uso e, in fine, le legge di non far sposare i consanguinei, quindi principalmente i fratelli. Questa teoria è senza dubbio molto affascinante. Ma trascura che essa si addice solo a persone della stessa generazione. Essa non chiarisce, o non a sufficienza, il timore del matrimonio tra i parenti delle linee discendente, fra i genitori e figli particolarmente, che certo è dovunque una delle ripugnanze più fortemente radicate. Anche qui possono essere coagenti quegli elementi che sono giunti da questa teoria: anzi la mancanza dello stimolo può, in generale, essere ancora più forte a causa della diversità di età. Ma non si può negare che vi influiscono anche altre forze, e cioè quelle di natura etica. Appunto la circostanza, che i genitori vogliono mantenere la loro autorità di fronte ai figli, impedisce di contrarre con essi legami matrimoniali; e appunto il timore riverenziale, provato dai figli verso i genitori, non lascia sorgere in essi il pensiero di un legame matrimoniale. Questo richiamo al motivo etico è indubbiamente non soltanto giusto, ma anche importante. Solo ci si chiede subito: Come sono giunti i primi uomini a questo motivo etico? I popoli attuali etnologicamente primitivi, presso i quali si trovano in ogni caso relativamente meglio conservati gli elementi intimi e primordiali, non hanno, in genere, alcun dubbio a questo riguardo. Essi credono, come in molte altre cose, cosi anche in questa, di esserne stati istruiti e obbligati (direttamente o indirettamente) dall'Essere supremo. Essi, come riconoscono universalmente nel Dio supremo l'origine dei loro doveri morali, cosi lo fanno anche nel caso presente. Chiaramente e precisamente in questo senso, p. ex., presso i primitivi Bernang, abitanti della penisola di Malacca, si dice: Laverà Karè, cioè peccato contro il (Dio supremo) Karè, quando taluno pecca sia per incesto e sia per adulterio. Cosi la legge dell'esogamia
dei consanguinei, legge geograficamente e temporalmente universale, conduce infine in campi, che certo hanno rapporto con l'uomo e le vicissitudini della famiglia e comunità umane, ma che portano inoltre in regioni originariamente estraumane, o meglio al di sopra dell'uomo. Il motivo etico, apparso fin dall'inizio nelle proibizioni matrimoniali, rende visibile e tangibile un legame con un mondo superiore, davanti al quale tutti i tentativi di spiegazione dell'e. estremo devono fallire.
4. Che i popoli, detti etnologicamente primitivi e più antichi, in genere possiedano una propria fede, relativamente chiara e viva, in un Essere supremo, lo dimostra W. Schmidt nei primi sei volumi della sua grande opera - L'origine dell'idea di Dio - (Der Ursprung der Gottesidei). I popoli primitivi che vengono qui in questione sono principalmente i Fuegini, determinate stirpi primitive della California come anche del Nord-America e dell' 'Article e, inoltre, certi gruppi di popoli dell'Australia dei sud-est, e finalmente i popoli nani (i Pigmei) dell'Africa centrale e dell'Asia sud-orientale. L'approfondita ricerca comparativa ha portato alla conclusione che nella religione di tutti questi popoli primitivi viene in luce un importante numero di elementi fondamentali concordanti, come l'unità, il nome, la natura, l'abitazione e la proprietà dell'Essere supremo, ecc. Lo studioso, che pensa e lavora storicamente, da questo stato di cose giustamente conclude che queste caratteristiche concorriane devono essere esistite già prima della separazione e della dispersione di questi popoli primitivi nelle varie parti del mondo. Perché se si volesse supporre che i popoli etnologicamente primitivi e più antichi avessero più tardi acquisito e accertato queste conoscenze religiose, tale supposizione arterebbe contro serie difficoltà. Se le avessero ricevute più tardi dai popoli vicini, culturalmente più progrediti, si dovrebbe supporre che questi possedevano in una corrispondente forma la conoscenza dell'Essere supremo; ma, come è noto a ogni competente, ciò non si può ammettere, perché nessuno dà ciò che non ha. Ma se i gruppi di popoli etnologicamente primitivi e più antichi sono pervenuti al complesso di conoscenze riguardante l'Essere sommo, solo dopo la loro separazione, e cioè in base ad un indipendente processo mentale, allora, poiché questo complesso di conoscenze è profondamente unitario, sarebbe difficile o impossibile spiegare proprio questa uniformità. Quindi non resta altro che ammettere, come unica spiegazione realmente soddisfacente, che prima della separazione e della dispersione dei popoli primitivi e più antichi si aveva una commnanza di patrimonio spirituale riguardante le conoscenze dell'Essere supremo. E chiaro, inoltre, che in questo modo la ricerca giunge da sé, primieramente rispetto a questa conoscenza dell'Essere sommo, in profondità di tempo sempre più grandi, anzi essa si spinge più o meno nei vari tempi primordiali dell'uomo.
Anche qui, naturalmente, si pone in domanda: donde questa primitiva credenza in Dio? E chiaro che quei primitivi non la hanno creata o pensata da sé. E neppure essi dicono ciò dei loro antenati. Infatti, di questi dicono che essi ricevettero da loro la tradizione di una credenza in un Dio supremo, come di tante altre cose. Ma come mai quegli antenati vi sono giunti alla loro volta? E sufficente qui il ricorso al concetto della causalità, in base al quale anche i più antichi uomini poterono giungere da sé alla conoscenza di un autore dell'universo, di un altissimo Signore e Creatore? La situazione attualmente nota delle cose indice, difatti, che presso i rappresentanti più primitivi e più antichi dell'umanità, accanto alla concezione della causalità e alle naturali deduzioni dalla totalità dei fatti del mondo ad un Essere supremo e buono, vi può essere stato ad avere influito anche qualche altra cosa. Che altro può essere stato questo qualcosa, se non qualche Rivelazione personale di Dio agli uomini? La ricerca solo da poco tempo ha cominciato ad occuparsi di queste cose. Non è da escludersi che in questo modo il fatto di una primordiale rivelazione di Dio agli uomini possa essere, se non assicurato,
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reso almeno verosimile. Che qui si debba aggiungere il momento etico, già sopra accertato per la famiglia umana primordiale, è chiaro. E ancor più questo vale in relazione al complesso del Paradiso e del peccato originale, al quale si deve ora rivolgere l'attenzione.
5. In stretta connessione con il complesso di credenze sull'Essere supremo sta l'antichissima e diffusissima tradizione del Paradiso e del peccato originale. Si tratta qui di una informazione caratteristica, data dall'umanità, sui suoi primi inizi e i più antichi avvenimenti, che come tale è stata fino ad ora conosciuta e valutata in maniera del tutto insufficente. Per quanto possano essere numerose nei singoli casi le varianti, si riscontrano sempre determinati elementi fondamentali. Questi sono principalmente i seguenti : Dio fece gli uomini (la prima coppia umana) e li collocò nel mondo (direttamente o indirettamente, cioè attraverso un essere intermediario) come uomini perfetti. Dio li istruì (direttamente o indirettamente) non soltanto nelle cose religiose, ma anche in quelle profane. La vicinanza di Dio distinse l'età primordiale; la giustizia e la pace regnavano; gli uomini dovevano vivere sempre e non morire. Questo bel tempo «primordiale paradisiaco» (l'età dell'oro) ebbe fine per la trasgressione di un comandamento dato da Dio, che, secondo la tradizione di alcuni popoli, è talvolta divenuta un errore, un equivoco e altro fatto consimile. Tutte le tradizioni, considerate nel loro insieme, non lasciano alcun dubbio che il male fisico nel mondo è considerato come una conseguenza di un precedente male morale, di una mancanza etica. Generalmente si ammette che incominciò con questo fatto una vita di disagi; venne anche la morte sugli uomini, e la Divinità, senza abbandonare del tutto gli uomini, si ritirò adirata. In una forma particolarmente caratteristica questa tradizione della condizione primordiale dell'uomo si ritrova presso le tribù pigreee dell'Africa centrale, che sicuramente rappresentano lo strato umano e culturale più antico dell'Africa. Del resto questa tradizione, come si è già detto, è diffusa veramente in tutto il mondo. Che queste informazioni, nei punti essenziali, concordino con quelle della Genesi, come è facile rilevare, non abbisogna di particolari spiegazioni. Non si può far derivare le narrazioni tradizionali degli altri popoli della terra semplicemente da quelle della Bibbia. Si afferma piuttosto il vero, quando tutte le tradizioni che vi si riferiscono, compresedj quelle bibliche, si riportino essenzialmente ad una più antica fonte comune. Ora, che cosa significa, per lo storico, questo dato della tradizione sulla condizione primordiale dell'uomo, sulle dottrina riguardante il Paradiso, e la caduta nel peccato?
Dinanzi al fatto che questo complesso di credenze ha raggiunto una cosi universale diffusione, e che esso, anzi, proprio presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi è per lo più distinto da particolari caratteristiche (come, p. es., il porre in rilievo la coppia dei primi uomini, la loro formazione da parte di Dio creatore, il male morale, il peccato come causa effettiva dell'origine del male fisico, ecc.) non vi può essere altra spiegazione soddisfacente per lo storico che ammettendo che questo complesso di credenze risalga realmente ai più antichi tempi dell'uomo.
Naturalmente lo storico non si ferma qui, ma si pone un altro problema: come sorse presso gli antichi, anzi i più antichi uomini un tale insieme di credenze? Furono queste il prodotto della riflessione dell'uomo, della sua fantasia? O sono fondate sui fatti storici?
Non vi sono altre possibilità di spiegazione. Il buon senso umano (e lo storico non è in fondo che un uomo, che, per la sua educazione metodologica, dovrebbe essere caratterizzato da una doppia dose di buon senso) non può certo essere soddisfatto che dalla seconda parte dell'alternativa posta. E signifi-
cativo al riguardo che anche quegli studiosi che, come J. Feldmann, F. Hellmich, J. de Vuippera, in passato si sono occupati in modo particolare di queste tradizioni dei popoli sullo stato primordiale dell'uomo, non poterono ammettere altra possibile spiegazione soddisfacente che quella che vi ravvisa dei fatti storici precedenti.
IV. Origine dell'uomo. E. mitigato. - 1. Di gran lunga prevalente, specie nella cerchia dei popoli etnologicamente primitivi e più antichi, si rileva diffusa l'idea che un grande Dio, concepito come persona, abbia creato l'umanità (la coppia umana) dandole un'esistenza perfettamente umana. I primi uomini sono uomini veri e reali, non soltanto sotto l'aspetto fisico-spirituale, ma anche sotto quello eticorefigioso. Il gran Dio vien concepito, sia prima che dopo la caduta nel peccato, come una potenza che è al centro delle loro vita e del loro destino, e che tutto sovrasta e domina. Ricordi o indizi di una eventuale fase areligiosa o prereligiosa mancano completamente, soprattutto fra i popoli etnologicamente primitivi e più antichi.
2. Una derivazione dell'uomo dall'animale non appare propriamente in alcun luogo, particolarmente presso i popoli più primitivi. Viceversa, in parecchi casi si dice anche che in quegli antichissimi tempi (della catastrofe ) gli uomini divennero animali. Cosi in Africa, fatto sul quale Baumann ha già richiamato l'attenzione, uomini si trasformarono in scimene. Dunque, se si vuole, una specie di darwinismo alla rovescia.
3. E chiaro quindi che, in base a tutto ciò, alla luce delle ricerche etnologiche sui tempi primordiali, gli schemi dell'e. estremo non si possono ammettere. Le tradizioni riguardanti i primi tempi, di cui è questione, si basano in modo inequivocabile su una concessione del mondo (Weltanschauung) teorica. La concessione di un Dio supremo, personale, si rivela sia causa efficient, sia causa finalis, il fine e lo scopo di tutta la storia, specialmente della storia umana. Voler qui dare dell'universo e dell'uomo una spiegazione in senso atro-materialistico o anche panteistico-monista è assolutamente impossibile. Chi, dunque, si mette dal punto di vista dell'e. estremo e in questo senso si altezza di spiegare l'origine dell'uomo, non può in alcun modo appellarsi alla credenza e alle idee della più antica umanità.
4. Ma come si deve giudicare l'e. mitigato che, come si è detto, vorrebbe ammettere l'origine del corpo umano dal regno animale? Rispondiamo che qui il materiale d'indagine dell'etnologia e della storia delle religioni non è né pro né contro. In senso negativo potrebbe eventualmente spiegarsi il fatto, che il Dio supremo presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi (Baumann si riferisce in modo particolare all'antico strato pigmeo dell'Africa) venga molto spesso presentato espressamente come formatore, modellatore anche del corpo dei primi uomini. Ma il problema è (come nel relativo passo della Genesi) se ciò si debba o no intendere letteralmente. Certo che non ci si deve rappresentare il Creatore come un vascì, secondo il giusto rilievo fatto già da s. Agostino. Se si ammette, dunque, un Dio personale creatore come lo ammettono i popoli etnologicamente primitivi e più antichi di cui si è parlato, allora si deve ammettere anche, di conseguenza, che tutto è stato creato e fatto da Lui. Ciò vale anche a riguardo del corpo dell'uomo, pur restando completamente indifferente se Dio creatore, creandolo, abbia fatto una creazione totalmente nuova, oppure si sia servito di un corpo animale, come di una materia preesistente (materia praeincens). In questa questione particolare l'indagine etno-
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logica sui tempi primitivi non pud pronunciarsi decisamente, come del resto fa anche la Bibbia. Anzi, con cio concorda, finalmente, anche il noto fatto che il magistero ecclesiastico lascia aperto il problema, perchć, esso cosi inteso, non costituisce una questione religiosa, ma scientifica.
Dicendo che il magistero ecclesiastico lascia liberi nella questione dell'origine del corpo dell'uomo dall'animale, non si vuole in nessun modo affermare che questa origine del corpo dell'uomo dell'animale sia un fatto scientificamente dimostrato. Questo, secondo la convinzione dei Koppers, non è il caso neppure attualmente d'ammettere, benché taluni studiosi, anche cattolici, ritengano di potere o dovere sostenere il punto di vista contrario. Si pud dimostrare in modo convincente che, secondo l'odiemo stato delle ricerche, anche in questo speciale problema del punto di vista scientifico conviene una relativa riserva di giudizio (non licei), e non il contrario.
V. Difficoltà della derivazione dell'omo dall'animale. - Alla luce delle odierne ricerche vi sono serie difficoltà ad ammettere che l'uomo derivi corporalmente dall'animale. Alla luce della biologia la difficoltà sono di doppia natura. E certamente giusto dire che negli strati geologici, che si susseguono l'uno all'altro, le forme della vita si manifestano sempre nuove e più perfette. Ma in generale non è constatabile come le forme recenti dipendano da quelle antiche. E vero che si afferma la loro dipendenza genetica, ma generalmente questa è una ipotesi, non ancora una verità scientificamente dimostrata. Le mutazioni, p. es., della drosophlia, ottenute in laboratorio, rendono comprensibile, fino ad una certa misura, l'evoluzione. Non bisogna poi dimenticare che si tratta qui esclusivamente di microevoluzione, cioè dello sviluppo di organismi microscopici; mentre le macroevoluzioni o gli sviluppi dei grandi organismi, quelli che mostra, o meglio sembra mostrare, la storia della terra, non sono in alcun modo spiegati soddisfacentemente. Tanto meno cio vale in rapporto alla supposta singolare macroevoluzione dall'animale all'uomo. Un'eventuale derivazione del corpo umano dal regno animale urta, inoltre, contro grandi difficoltà, in quanto l'uomo, considerato anche nel suo corpo, appare assolutamente, e cioè fin dall'origine, caratterizzato dallo spirito. I biologi, che hanno studiato più profondamente la questione, dichiarano che qualora si ammettesse la derivazione del corpo umano da quello dell'animale, si renderebbe necessaria una ipotesi complementare. Non si sarebbe potuto arrivare alla formazione dell'uomo, infondendo semplicemente in un corpo animale, nel
suo più alto sviluppo, un'anima umana in luogo di quella animale. L'entrata dello spirito umano in un tale corpo avrebbe assolutamente rese necessarie delle trasformazioni fondamentali anche sotto l'aspetto puramente corporale. Anche l'asserzione, che i reperti paleoantropologici parlerebbero, più o meno chiaramente, di una derivazione del corpo umano da quello animale, incontra, alla luce delle ricerche più recenti, difficoltà da prendersi seriamente in

(fol. Siurstein)
Evinux, diocesi di - II Palazzo episcopale (sec. xv).
considerazione. Pasimenti la teoria antropologica dei tre stadi, nell'evoluzione dell'uomo, cioè dall'anthropos al neandertalensis e al sapiens, risulta fortemente scossa dai reperti di homo sapiens del pleistocene antico a medio, reperti provenienti dagli scavi fatti particolarmente nel corso degli ultimi quindici anni. Anzi, essa appare completamente messa in dubbio, se, come sembra molto plausibile, la spiegazione "storica", proposta de A. Portmann e da altri, delle varianti di forma dell'uomo dei tempi primitivi, rappresenta una interpretazione essenzialmente esatta.
Bull.: Essenzialmente: W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild. Vienna 1949. Cf. anche: Fr. Grübner, Die Methode der Ethnologie. Heidelberg 1911; J. Feldmann, Paradies und Ständepfell, Münster in West. 1913; W. Schmids-W. Koppers, Völker und Kulturen, Raxlebens 1924; J. de Vuijpena, Le Paradis terrestre au troisième ciel, Friburgo 1925; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, Münster in West. 1906 292.; id., Handbuch der vergirichenden Religions-geschichte, ivi 1930; F. Hellmich, Oroschichtliche Theorien in der Antike, in Mitteilungen der anthropologischen Gesellschaft in Wien, 40 (1931), pp. 29-73; V. Lebzelter, Rosengeschichte der Menschheit, Eshleburgs 1931; H. Bauman, Schöpfung und Urasil des Menschen im Myrius der afrikanischen Völker, Berlino 1936; W. Schmids, Handbuch der kulturhistorischen Methode der Ethnologie, con aggiunto di W. Koppers, Münster in West. 1937; trad. it. L. Vannicelli, Manuale di metodologia etnologica, Milano 1949, pp. 257-81; W. Koppers, Bhagwan, the supreme deity of the Blicb, in Anthropos, 35-36 (1940-41), pp. 264-325; G. Kraft, Der Urmensch als Schöpfer. Die geistige Welt des Eliceitmenschen, Bectina 1942; A. Portmann, Biologische Fragmente an einer Lehre von Menschen, Basilea 1944; Revue philosophique, 1947, pp. 257-81 (carnets Levy-Bruhl); A. Portmann, Das Ursprungsproblem, in Eramesfuhrbuch, 1948, pp. 15-40; id., Probleme des Lebens, Basilea 1940; H. V. Vallois, The Fontéchevade Fossil Men, in American Journal of Physical Anthropology, 5 (1949), pp. 339-60. Wilhelm Koppers
EVORA, ARCIDIOCESI di. - Città del Portogallo, capitale della provincia di Alentejo, con 22.000 ab. E. è l'antica Ebora Cerealis, ridotta da Giulio Cesare a municipio romano con il nome di Liberalitas Iulia. Vescovato fra i più antichi della penisola iberica, secondo la leggenda il suo primo pastore sarebbe stato il romano a. Mancio, inviato dagli stessi Apostoli in Spagna; esisteva certamente come diocesi fin dal periodo visigotico-cristiano (sec. IV), ed il suo vescovo Quinajano prese parte al Concilio di Elvira.
La diocesi venne elevata a metropoli ecclesiastica il
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24 sett. 1540, e suo primo arcivescovo fu il card. Enrico, che più tardi divenne re di Portogallo (Enrico I), ed al quale si deve anche la fondazione dell'Università, succesiivamente abolita dal marcheso di Pombal, all'atto dell'espulsione dei Gesuiti dal regno. L'ercidiocesi, della quale sono suffragance le diocesi di Beja e Faro, conta oltre 200.000 fedeli, ripartiti in 176 parrocchie.
Tra i suoi monumenti, oltre i resti dell'antico acque. dotto, detto "di Sertorio", ed il tempio di Diana, vanno ricordate la Cattedrale, costruzione romanica del sec. xit, con la facciata adorna di due torri a pinnacoli, e la chiesa di S. Francesco, del sec. xiv.
BibL.: F. De Fonseca, E. gloriosa, Roma 1728; Leite de Vancorcellos, E., in O Arch. portug., 2 (1008); C. David, E., Opcrto 1030.
Marian Baffi
EVREUX, diocesi di. - Città e diocesi della Francia, capoluogo del dipartimento dell'Eure, sul fiume Iton. Si estende per 603.748 kmq . con una popolazione di 303.800 ab . dei quali 303.000 cattolici. Ha 582 parrocchie, servite da 335 sacerdoti secolari e 33 regolari, un seminario, a comunità religiose maschili e 25 femminili (1949). La diocesi è suffraganea di Rouen. La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Assunta in cielo, patrona della diocesi.
Face parte della II provincia Lugdunense. Primo vescovo è considerato s. Taurino, ricordato nel Mavtivolgio di Usuardo; noti sono nel sec. vi Maurizio, Licinio e Londolfo il quale avrebbe creato la basilica di S. Taurino. Al sec. vi appartengono Erminolfo, Bagnorico, Concesso, Aquilino e Desiderio; al sec. viII Gervoldo, poi abate di Fontenelle. Al sec. ix Gunteberto, Ilduino e Sibardo, il quale si trovò all'invasione di E. da parte dei Normanni (892). Per i vescovi di E. dal 1201 al 1591 v. Eubal, I, pp. 234-35; II. p. 148; III, p. 206; dal 1592 al 1664 P. Gauchar, Hierarchia medii et recentiavis aevi (Münster 1035, pp. 179-80).
La basilica gotica di S. Taurino risale parte al sec. xi parte al successivo. L'edificio, incendiato nel 1119 , fu ricostruito tra il 1126-37; distrutto ancora nel 1194 venne riedificato dalla metà del sec. xiri al xiv; nella sua architettura ricorda la cattedrale di Amiens. Artistiche le vetrate che risalgono dal sec. xiv al xvi. Il reliquiario di s. Taurino è uno dei migliori prodotti dell'oreficeria nel sec. xiri. All'esterno in una delle torri sono inseriti 4 frammenti marmorei di una antica iscrizione cristiana che da Roma fu portata all'abbazia di Pontisara (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1⁰ serie, 6 (1868), pp. 15-16; A. Silvagni, Jour. Christ. Orbis. Romus, nuova serie, I, Roma 1922, n. 3886). - Vedi tav. LX.
L'abbazia femminile benedettina del S.mo Salvatore, fondata nel sec. xi, venne distrutta nel sec.xit; e trasferita fuori città fu poi ridotta a caserma.
BibL.: L. Duchesne, Postes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2^{°} ed., Parigi 1010, pp. 225-30; Costinoun, I, coll. 1088-89; Guide de la France chretienne et missionnaire, 1948-49, Parigi 1948, pp. 571-73.
Enrico Iosi
EWALD, Heinrich Georg August. - Orientalista ed esegeta protestante, n. a Gottinga il 16 nov. 1803, m. ivi il 4 maggio 1875. Dapprima (1822-24) fu maestro liceale a Wolfenbüttel, ove nella celebre biblioteca gli divennero famigliari i manoscritti orientali. Ritornato a Gottinga come ripetitore alla facoltà teologica (1824) e come professore di lingue orientali e di esegesi ( 1827-37 e 1848-67), la sua vita fu assorbita da lotte scientifiche, religiose, politiche.
Due volte, nel 1837 e 1867 , gli venne tolta la cattedra di Gottinga, specialmente in seguito alla sua sferzata avversione contro la Prussia. Dal 1867 al 1874 fu deputato al Reichstag per la città di Hannover; da uomo politico colse già prima ogni occasione, quasi in tutte le prefazioni o appendici delle sue opere scientifiche, per invalte contro tutto e tutti, in specie contro Roma ed i Gesuiti (v., p. es., in Johanneische Schriften, Gottinga 1861-62, pp. 410-39, l'appendice Uber Jesuiten im jetzigen Deutsch-
laud). Negli au. 1838-48 l'esule occupò la cattedra di Tubinga, addivenendo anche nella nuova sede a gravi contrasti con i suoi colleghi, D. Fr. Strauss e F. Chr. Baer. Nel 1862-63 fu aziente promotore della riforma della sua Chiesa hannoveriana e confondatore del Protestantencerein.
Autoritario all'eccesso, non ammise le opinioni altrui; - prendeva troppo spesso le sue immaginazioni per realtà (F. Vigouroux). Mordace nel linguaggio, perse molta del suo prestigio scientifico e si creò ovunque avversari (A. Knebel, Exegetisches Viedemerum für Herrn Professor E. in Tübingen, Giessen 1844).
La produzione letteraria scientifica di F. fu immensa ed ebbe allora attraverso le varie nuove edizioni una grande risonanza. E. abbruciò anzitutto: 1) la linguistica orientale, cosi da meritarsi il titolo di fondatore del metodo storico-comparative della linguistica semitica. Con questa preparazione filologica e con tale metodo storica si rivolse alla Bibbia: 2) storia, archeologia, traduzione ed interpretazione, teologia biblica; 3) dedico anche particolare attenzione agli apocrifi del Vecchio Testamento. Fu inoltre confondatore della Zeitschrift für die Kunde des Morgenlandes (1837-50), fondatore der Jahrbücher der biblischen Wissenschaft (1849-63), collaboratore instancabile di Göttinger Gelehrte Anzeige (dal 1824), di Theologische Studien und Kritiken, ecc.
Tra le sue opere sono da segnalarsi: 1) De metric carminum Avabescum (Braunschweig 1825); Kritische Grammatik der hebräischen Sprache (Lipsia 1827; 5² ed. ivi 1844, sotto il titolo Ausführliches Lehrbuch der hebräischen Sprache; 8² ed. (vi 1870); Grammatica critica linguae Arabicae (ivi 1831-33); Abhandlungon zur orientalischen Literatur (Gottinga 1832); Hebräische Sprachlehre für Anfänger (Lipsia 1842; 2² ed. (vi 1874); Uber die arabisch geschriebenen Werke jüdischer Sprachgelehrten (Stoccarda 1844); Sprachwissenschaftliche abhandlungen, (I-III, Gottinga 1861-62, 1871). 2) Die Komposition des Genesis kritisch untermeht (Braunschweig 1823); Commentarius in Aponlypsin Ieamah exegeticus et criticus (Lipsia 1828); Die Dichter des Alten Bundes (4 voll., Gottinga 1835-39); Die Prophese des Alten Bundes (Stoccarda 1840-41; 2² ed., 3 voll., Gottinga 1867-68); Geschichte des Volkes Israel bis ins nachopostolische Zeitalter ( 3 voll., ivi 1843-52; 3² ed., 7 voll., ivi 1864-68); Die Bücher des Neues Bundes übersetzt und erklärt (ivi 1850 1870); Die Lehre der Bidel von Gott, oder Theologie des Alten und Neuen Bundes (4 voll., Lipsia 1871-76). 3) Abhandlung über das äthiopischen Buches Ileamah Eutrohung, Sinn und Zusammensetzung (Gottinga 1854); Uber Entstehung, Inhalt und Wert der Sibyllinischen Bücher (ivi 1858); Das vierte Exzobuch auch seinem Zeitalter, seinen arabischen Übersetzungen und seinen Wiederherstellung (ivi 1863).
BibL.: E. e C. Bertheau, s. v. in Renfrew, J. erot. Theol. n. Kirche, V, pp. 682-87; F. Vigouroux, s. v. in DB, II, coll. 2131-32; T. W. Davies, H. E., Londin 1903; A. Bertholet, s. v. in Die Bri. in Gesch. u. Gegen., II, coll. 443-55. Adalberto Metzinger
## EX CATHÉORA: v. invalldibiltà.
EXCERPTA BOBIENSIA. - Cosi è detta la raccolta trovata in un manoscritto di Bobbio (attuale cod. Ambros. G 58 sup. S. X/XI) contenente, oltre testi romani (ricavati dalle fonti giustiniane, codice e novelle, questo ultime secondo la versione dell'epistome Iuliani), anche testi di diritto canonico. La denominazione della raccolta Excerpta ex libro legum novellarum et codicis ad episcopos et clerum pertinentia, che appare tracciata nel manoscritto da mano del sec. xv, e, secondo il Maassen e il Conrat, di dubbia autenticità.
La raccolta, risultante di 86 capp., appartiene o al Ix o all'inizio del sec. x. Contiene, tra l'altro, disposizioni sull'ordinazione dei vescovi, sull'obbligo di residenza di essi, sui privilegi processuali dei vescovi, il riconoscimento dei canoni dei primi quattro concili ecumenici, il riconoscimento del potere giurisdizionale dei vescovi, metropoliti e patriarchi a i privilegi dei chierici e delle chiese.
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BibL.: F. Masson, Geschichte der Quellen und Literatur des Kanonischen Rechts, 1, Gese 1870, p. 376 sgu.: M. Conrat, Geohichte der Quellen und Literatur des Römischen Reghes im fröheren Mittelaiter. 1, Lipsia 1891, pp. 220-12
Antonio Rota
EXEQUATUR e PLACET. - Forma di controllo esercitata dagli Stati giurisdizionalisti sugli atti della Chiesa, che si estrinsecava nella necessità di essere ed autorizzazione preventivi da parte dell'autorità civile per qualsiasi disposizione dell'autorità ecclesiastica, soprattutto pontificia, perché potesse avere pubblicità ed esecutività nel territorio dello Stato. Questo istituto - che s'incontra, a seconda dei luoghi o dell'ambito materiale di applicazione, sotto le piú diverse denominazioni: e., p., nidiatus, parentis (dal significato letterale dei vocaboli stessi : eseguisca, piace, ecc.), placitum regitum, praemunire, droit d'annexe, de vérification, lettre d'attache, regio pase, e che viene comunemente designato nella terminologia pubblicistica come diritto di placitazione - costituí una delle più notevoli e discusse prerogative giuridico-politiche arrogatesi in passato dai governi nei confronti della Chiesa, intesa come affermazione di supremazia su di essa, sia come misura cautelativa, discendente come corollario dal cosiddetto ius cavendi, o diritto di tenersi guardati nei di lei riguardi.
Quando affatto istituto - che provocò sempre, come naturale, le più energiche prateste della Chiesa - abbia avuto inizio non può dirsi sicuramente accertato. Le prime tracce sembrano doverai vedere, sia pure come semplici misure di natura occasionale e non come affermazione di un diritto dello Stato al controllo dell'intera legislazione ecclesiastica, in Inghilterra, nei provvedimenti di Guglielmo il Conquistatore (1005-80) vietanti che fossero ricevuti messi papali o pubblicate bolle pontifice, e si radunassero sinodi e concili senza il suo consenso. Piú tardi, sempre in Inghilterra, si precisò con l'istituto del praemonire, stabilito nel sec. xili, e che con Riccardo II fu soprattutto diretto a proibire l'importazione di bolle a scomuniche senza il consenso regio e l'accettazione di benefici direttamente dal papa.
Si volle anche vedere il più remoto precedente dell'istituto, sempre nel sec. xiv, nella facoltà, concessa durante lo scieno d'Occidente da Urbano VI ai pedati di determinati luoghi, di non consentire l'esecuzione di atti pontifici se non fossero prima presentati ad essi ed approvati, onde evitare gli inconvenienti che potevano derivare dall'esecuzione di bolle di popi diversi. Comunque l'istituto andò generalizzandosi in Europa assumendo un carattere giuridico solo nel sec. xvI, e nonostante le piú vive proteste della Chiesa (cost. Quand antidion di Martino V. 30 apr. 1418; bolla In coena domini di Giulio II dell'apr. 1311; ecc.) andò introducendosi sempre piú largamente nei vari Stati. La placitazione venne cosí estesa agli atti ecclesiastici di provvista dei benefici maggiori e minori, alle bolle pontifice, alle citazioni e decisioni dei tribunali e delle congregazioni romane, alle pastorali, istruzioni e circolari vescovili, alle deliberazioni dei Capitoli e dei sinodi, come pure alle disposizioni di autorità ecclesiastiche residenti solo transitoriamente nello Stato, quali i nunzi, delegati e visitatori apostolici. Si giunse ancora a sottoporre all'assenza preventivo del governo la convocazione di sinodi a concili e persino, in quel sec. xviri che fu per la Chiesa il periodo di maggiore avvilimento di fronte alle affermazioni di supremazia degli Stati, a proibire la comunicazione del clero e dei fedeli con la S. Sede, all'infuori che per il tramite ufficiale dello Stato. Taluno arrivò ad affermare la necessità dell'esame preventivo del governo per la promulgazione non solo dei provvedimenti concernenti le cosiddette cause di natura mista (a questo titolo, ad es., non furono ricevuti in Francia i decreti disciplinari del Tridentine), ma anche dei documenti puramente dogmatici, riguardanti cioè unicamente la Fede e la dottrina, sia pure con
la motivazione del doverai accertare che non vi fossero mescolate prescrizioni di altra natura, il che praticamente faceva dipendere anche l'ammissione delle bolle puramente dogmatiche dal beneplacito del governo.
Non è a stupire quindi se, mentre i regalisti, quali il Van Espen, definivano il p. - un diritto di guarenrigia contro gli attentati della Chiesa inerente per natura nel governo politico -, esso sia stato oggetto, nei vari atti pontifici, delle più verosimti riprovazioni, e se autori ortodossi io dicessero rasentare e si da vicino l'eresia, da non isdrucciolare nella voragine dell'anatema soltanto per difetto di un canone che con espressione formale lo condanni come tale - (D'Avino).
In sostanza la placitazione permetteva una minutissima ingerenza dello Stato in materia ecclesiastica, che i giurisdizionalisti giustificavano con un triplice scopo : di polizia (specialmente col vietare la divulgazione di atti delle autorità ecclesiastiche e nel controllare la corrispondenza fra i cittadini e le S. Sede); politico-economico (specie con l'ingerenza nel conferimento di benefici e dignità); stantorio o giuridico (mirante e controllare i mutamenti ed aggiunte al corpo delle leggi a statuti della Chiesa, onde non contrastassero a leggi dello Stato).
E chiaro come tutta questa costruzione non solo fosse nettamente contraria alla dottrina cattolica del rapporto fra Chiesa e Stato (v.), ma anche incompatibile con la più comune concezione delle funzioni e della competenza dello Stato moderno e con una esatta delimitazione della sua sfera di attività, che non consente sconfinamenti e intrusioni in rapporti estranei al suo ordine. Tali quelli di natura religiosa, di mera competenza della Chiesa, società perfetta od ordinamento originario, e perciò nel proprio ordine autonoma e sovrano; onde, se vi sono rapporti misti, che in qualche modo possano interessare entrambi gli ordini o sfere di competenza, il loro regolamento non può essere risoluto che sulla base di intese dei due poteri, e non con una semplice attività unilaterale di controllo a tipo più o meno poliziesco, quale la placitazione.
In Italia l'esercizio delle placitaqione, che in varie forme si trovava ancora in vigore in quasi tutti gli exStati, dapprima venne ridotto a disciplina uniforme con il R. D. 3 marzo 1863 n. 1169 , e col R. D. 26 luglio 1863 n. 1374 e altre norme successive. Con l'art. 16 dellaLegge delle Guarenrigie (v.) si dichiaravano e aboliti l'exequatur e placet regio ed ogni altra forma di assenso governativo per la pubblicazione ed esecuzione degli atti delle autorità ecclesiastiche -, salvo che per gli atti riguardanti la destinazione dei beni ecclesiastici e la provvista dei benefici maggiori e minori eccetto quelli di Roma e sedi suburbicarie. Un successivo R. D. 25 giugno 1871 a. 3 se precisava che l'exequatur era richiesto per gli atti e provvizioni della S. Sede, e il Regio placet per quelli degli ordinari diocesani. L'exequatur veniva concesso o negato con decreto reale, mentre la concessione dei placet veniva delegata al Procuratore generale presso la Corte d'Appello del luogo ove erano posti i benefici. Ma poi col 'T. L'. 6 maggio 1920 n. 640 si stabiliva invece che fossero soggetti all'exequatur gli atti della S. Sede riguardanti la provvista dei benefici maggiori e la destinazione dei relativi beni, e al placet gli atti della S. Sede e degli Ordinari diocesani riguardanti le dignità, canonicai, parrocchie e altri benefici minori.
Exequatur e placet venivano aboliti dal Concordato dell'11 febbr. 1949 (art. 24), ove peraltro si fissarono speciali modalità perché le nomine a uffici e benefici ecclesiastici siano fatte in accordo col Governo italiano.
BibL.: B. Z. Van Espen, Tractatus de promulgatione legum ecclesiasticarum, in Opera omnia, II, Lovanio 1721 (altra ed. in Opera omnia, VI, Venezia 1769, con premessa confezizione del cord. de Bissy): Manuel Hochelin, De placito ecclesiastico, Odling 1782; P. Govaen, Adversus Eipendi ductrinum de placito regio, Bruxelles 1830: A. A. Besier, De iure placeti historia in Belgicia, Utrecht 1848; C. Turguini, Discernita de regio placeta, Roma 1872: V. D'Avino, Regio Exequatur, in Ecclesiastia dell'Ecclesiasisto, III, 3* ed., Torino: s. d.; H. Papius, Geschichte des placeta, in, itechto The book, Kirchenrecht, 18 (1867), p. 161 sgg.: F. Hinschius, Systeme des bathal, Kirchenrechts, III, Berlino 1880, p. 740 sgg.: A. Galante, Il diritto di placitaqione e l'ecum.
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Ex LIBRIS - E. I. di Bruno da Osimo per la Biblioteca di Pio XI. Originale conservato alla Biblionon Vaticana.
dei benefici vacanti in Lambardia, Milano 1894; H. Siegmüller, Lerbbuth des hatholischen Kirchenrechts, 4² ed., Friburgo in Br. 1927. p. 93 sgg.: P. Gismondi, Exequatur e placet, in Nuovo Digesto Italiano, V, pp. 740-44. Arnaldo Bertola
EX LIBRIS. - Contrassegno costituito da un foglietto che si applica generalmente sul risguardo del primo cartone di un libro e che indica, mediante il nome o una figura simbolica, il suo proprietario.
L'uso risale già ai codici, dove si trova indicato il nome del possessore nei fogli di guardia, e si trasmise immutato agli incunaboli. Nella forma attuale comparve, sembra, già nel sec. xv, ma il più antico e. I. dateto è del 1516 . Il disegno fu ottenuto inizialmente con il processo silografico; nei secc. xvir e xviri prevalse la calcografia, agli inizi del xix la litografia, poi tornò in auge la silografia. In tempi recenti l'e. I. è divenuto oggetto di studio scientifico e di collezione; la raccolta più vasta è quella del British Museum (100.000 esemplari).
Differiscono dagli e. l. i superlibros, costituiti dal nome o dall'impresa del possessore di un libro impressa sulla rilegatura.
Biel.: Gli studi sugli e. l. sono moltissimi: si rinvia per tutti alle bibliografle specializzate di E. Budan ( 2² ed., Lipsia 1908), A. A. Vorstermann v. Oyen (Amhom 1910), G. W. Fuller (Spokane, Washington 1926) e al saggio appasso nel Catalogo della mostra nazionale di e. I., Firenze 1928, pp. 21-31. Si aggiunga: C. Ratta, L'e. I. italiano contemporaneo, Bologna 1934.
Alessandro Pratesi
"EX MORE DOCTI MYSTICO". - Inno del Matutino nella Quaresima, composto probabilmente da s. Gregorio Magno.
La quaresima è il tempo del digiuno, già praticato da Mosè: da Elia e da Cristo.
La prima parte è una patetica esortazione ad una vita migliore e a far tesoro del tempo accettevole (tempus acceptabile), mentre la seconda è una sommessa preghiera a Dio per il perdono delle colpe.
Biel.: G. Belli, Cli inni del Breviario tradetti, Roma 1836, pp. 134-35; G. Venturi, Gli inni della Chiesa, 3² ed., Firenze 1880, p. 107; C. Blume, Die Hymnen des Themums hymnologium H. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 22; V. Torreno, Gli inni dell'Ulferio dittimo, Mondavi 1932, p. 10; A. Mirza, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 104-107. Silvetto Marmi
EXPOSITIO BISEXTI: v. COMPUTUS DE PASCUA.
EXTRAPIRAMIDALE, SISTEMA: v. NERVOSO, SISTEMA.
## EXTRATERRITORIALITÀ : v. IMMUNITÀ DIPLOMATICHE.
EXTRAVAGANTES, IOANNES : v. CORPUS IURIS CAPIONICS.
## EXTSPICINA : v. ARUSPICINA.
"EXULTET". - E il preconio pasquale, il solenne Lucernarium proprio alla notte di Pasqua; in sostanza è l'offerta solenne del cero pasquale (v.) inserita nella proclamazione e nell'esaltazione dei Misteri della stessa notte, cioè della Resurrezione e della nostra Redenzione. L'elevazione della forma e del contenuto, fa di esso un autentico capolavoro.
Già s. Agostino (De civit. Dei, XV, 22) parla di una - lode del cero pasquale 1 s. Girolamo (Ephs. 18: PL 30, 182 sgg.) rimprovera il ducono Presidio di Piacenza per la eccessiva descrizione della natura, in specie delle api, nell'E. (CSEL, 6, p. 415). Ennodio di Pavia (op.uce. 9 e 10) e il Gelassimion (So) ce ne hanno conservato il testo. In Roma non c'era uso né della benedizione, né del cero pasquale, nù dell'E. prima del sec. vir (nel cosiddetto Gregoriano non si trova la formula); ai diaconi delle chiese suburbicarie fu data licenza di benedire il cero del sec. vi. Il formolario attuale dell'E., cantato dal diacono

(Ist. Eno. Catt.)
"Exultet" - Accensione del cero, Miniatura dell'E. n. 1 (sec. xI). Mirabello Eclano, Archivio chiesa collegiata.
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(fol. Enc. Gutt)
"Exullet" - In alto: inuside V con Aloma Dei e Cristo in surado; sotto: Dicem: il Londe. Misiatum dell'E. n. 2 (sec. XIXII) - Mirabella Eelano. Archivio chiesa collegiata.
nell'ambone, si trova per la prima volta nel Sacramentario di Bobbio (sec. viI) sotto il titolo: "Benedictio cerei s. Augustini episcopi (quam) cum adime diaconus esset, cecinit", poi nel Mistafe Gallicum vetus (L. Muratori, Liturgia Romana vetus, II, Venezia 1748, pp. 787 e 845) e nel Mistafe Gollicum (ibid., 78 : sgg.), donde entró nel supplemento del Sacramentario Adriano e cosi nella liturgia romana (per la critica del testo cl. L. Duchesne, Origines de culte chrétien, 5² ed., Parigi 1925, p. 254). Alla fede unisce la preghiera per le autorita ecclesiastiche e civili. Anticamente i singoli passi erano ben illustrati.
Alcuni brani dell' E. un tempo erano oggetto di acuta discussione, come quello della "felix culpa", delle api come simbolo della verginitá e maternità di Maria S.ma, ed altri, e possib in molti manoscriti o mancano o sono cancellati. - Vedi Iavv. LXI-LXII.
BibL.: J. Braun, Oiterproconium und Osterborzenweibe, in Stimmen aus Maria Laach, 56 (1899), p. 273 sgg.; anom., Le miniature dei ratoli dell' E., Monocontino 1899; F. Ladi, De praecento pachati, in Ebbonerides liturgione, 15 (1902), p. 123 sgg.; A. Mercati, Paraliponema Ambrosiano (Studi e Testi, 12), Roma 1904, pp. 24-43; F. Di Capua, Il ritmo della prosa liturgica e il Praecenimo Puschale in Didaskalema, nuova serie, 2 (1927), pp. 1-13; R. Buchwald, Osterlore und E., in Theologisch-praktische Quartalschrift, 80 (1927), pp. 240-49; B. Ebel, Zum Verständius des E., in Liturgische Zeitschrift, 3 (1930-31), pp. 165-73; O. Casal, Der ästerliche Lichtgesang der Kirche, ibid., 4 (1931-32), pp. 179191; S. Capullo, La procession du Lumen Christi an SannaliXsint, in Remo: hbidellet., 14 (1934), pp. 163-191 id.. L'Exultet passal oentra de st Ambrosio, in Miscellanea Mercati, III, Città del Vaticano 1916, pp. 219-46.
Filippo Oppenheim
"EXULTET ORBIS GAUDIIS". - Inno dei Vesperi nelle feste degli Apostoli, d'autore ignoto.
Il cielo e la terra son chiamati a celebrare le lodi di questi primi seguaci di Gesù. Costituiti giudici di tutte le genti nel giudizio universale (Mt. 19, 28), gli Apostoli
sono la luce del mondo (ibid., 5,14 ), coloro che hanno la facolè di aprire e chiudere le porte del cielo (fa. 20, 25) e che guariranno i malati con la imposizione delle mani (MI. 16, 18).
Bella e ispirata è la preghiera, perché vi esala come un minorioso profumo dalle parole di Gesù: egli Apostoli; altrettanto però non si può dire della poesia.
Biel.: G. G. Bell, Gli iomi del Breviario tradotti, Roma 1896, p. 346; C. Blume, Die Hymnen des Theoiames hymnologiens H. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 126; V. Terreno, Gli iomi dell'Ulfitio diavon, Mondovi 1932, p. 300; A. Mirra, Gli iomi del Breviario romano, Napoli 1947, p. 245.
Silverio Matei
EX VOTO: v. vOTO.
EYB, Albrecht von. - Scrittore tedesco, n. presso Anabach il 24 ag. 1420 e m. ed Eichstätt il 24 luglio 1475. Dopo aver studiato all'Università di Padova fu successivamente canonico a Bamberga, arcidiacono a Würzburg e camerlengo di Pio II.
Le sue opere dimostrano una diretta conoscenza dell'umanesimo italiano. Lo Spiegel der Sitten (Sperchio dei costumi) contiene per la maggior parte traduzioni dai Padri della Chiesa e da antichi autori latini a italiani. Piú originale l'opera sulla convenienza del matrimonio ( O b einem Manne sey zecumen ein eelich Weib oder nit), dove a citazioni varie si alternano vivaci e delicati racconti quali "Der bluge Procurator" (L'astuto procuratore) ed una rielaborazione della leggenda di Gregorio sullo scoglio.
Biel.: M. Hermans, A. van E. und die Frühzeit des deutschen Eiuscentienas, Berlino 1893; J. A. Hillier, A. v. E. medieval moralist, Washington 1935.
Alda Manehi
EYCK, Hubert a Jan van. - H., m. nel 1426, menzionato ancora nel 1425 ; J., il fratello minore, m. nel 1441. Una tarda (?) iscrizione sulla cornice dell'altare di Gand è il principale documento per attestare l'esistenza di H. come pittore, che avrebbe cominciato l'altare, finito, dopo la sua morte, da J. La vita di J. è molto meglio documentata: nel 1422-24 è pittore presso il conte Giovanni di Baviera all'Aja; nel 1423, dopo la morte del conte, diventa "varlet de chambre" e pittore di corte presso il duca Filippo il Buono di Borgogna, e tale rimane anche quando si trasferisce dal 1425 -28 a Lilla, e, dal 1430, a Bruges, dove rimane fino alla morte, e dove finì, nel 1432, l'altare di Gand. Per il duca fece viaggi a Tournai, in Portogallo, ecc.
Sull'altare di Gand esistono tuttora delle tesi contrastanti : secondo alcuni studiosi sarebbe tutto di Jan; le diversità stilistiche fra le 12 tavole verrebbero spiegate come derivanti dalla evoluzione dell'artista durante il lavoro. Secondo altri, che si attengono alla iscrizione, l'altare avrebbe stato cominciato da Hubert e finito dal più giovane Jan. In questo caso la divisione fra i due fratelli rimane difficilissima e malsicura. Forse sono di Hubert (o in parte) le parti inferiori, con l'Adorazione dell'Agnello, le Sebiere dei cavalieri, gli Eremiti, ecc. Di Jan sarebbero gli sportelli superiori ed esteriori a alcune ridipinuture a compimenti delle parti inferiori.
In ogni caso con l'altare di Gand ha inizio una nuova era della pittura nordica: vi domina - sia di uno o di due artisti - un senso plastico, un naturalismo largo e potente, un'espressione individualistica che contrasta con il precedente stile gotico e la tenerezza del cosiddetto stile internazionale del principio del secolo: il che va inteso anche come un'affermazione della ricca borg