volume-05

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 della pittura nordica: vi domina - sia di uno o di due artisti - un senso plastico, un naturalismo largo e potente, un'espressione individualistica che contrasta con il precedente stile gotico e la tenerezza del cosiddetto stile internazionale del principio del secolo: il che va inteso anche come un'affermazione della ricca borghesia delle città fiamminghe, in contrasto con il gusto corrigiato delle generazioni precedenti.

A seconda si attribuiscono le singole parti dell'altare di Gand all'uno o l'altra dei fratelli sarà necessario rivedere le attribuzioni delle opere precedenti. Esse sono la Crocifissione a l'Ultima Giudizio nella Galleria di Washington (prima a Leningrado), le Tre Morte alla tomba di Cristo nella collezione Beuningen, Vierhouten (prima Cook, Richmond), la Madonna nella chiesa e il Crocifisso fra s. Giovanni e la Madonna nella Galleria di Berlino, tutti

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(per cartaria di mons. A. P. Freire)
Eymard, Pienne-Julien, beato - Resto di Rodin - Parigi, Musco Rodin.
ascritti anche a H. a stilisticamente antecedenti all'altare di Gand. Discussi fra H. e J. anche certi fogli del Libro d'ore "di Torino" (bruciato nel 1904 nella Biblioteca di Torino); un'altra parte pervenne recentemente dalla collezione Trivulzio nel Museo civico di Torino. Queste Très belles heures de N. Dame furono dipinte per il duca Giovanni di Berry a per Guglielmo VI d'Olanda ( 1416-17 ca.) a sviluppano la vecchia miniatura fiammingo-borgognona verso la nuova plasticità, luminosita dello stesso altare di Gand.

Successivi all'altare di Gand, e percio opere sicure di J., sono diversi ritratti: 1432: quello di Londra con l'iscrizione Thymotheoi; 1433: I' Uomo col turbante (autoritratto I) a Berlino; 1434: l'Armofini con la moglie (Londra); 1436: il De Leerua a Vienna; 1439: il Ritratto della moglie del pittore a Bruges e il Niccolò Albergati a Vienna; nonché altri ritratti a Berlino, ecc.; alcune Madonna a Melbourne (1433), Bruges, con il canonico van der Peele (1436), Anversa (1439); non datate quelle a Francoforte, Dresda, Parigi (con il cancelliere Rollin), l'Amnunclazione a Washington; del 1437 la S. Barbara ad Anversa; in due repliche autentiche si conserva una rappresentazione delle Stimmate di s. Francesca (Torino, Filadelfia).

La fama altissima dei E., specialmente come "inventori" della pittura ad olio (la quale effettivamente perfezionarono), è molto antica. Vengono menzionati già da Ciriaco d'Ancona, da Bartolomeo Fazio, dal Filarete, da Giovanni Santi, nonché dal Culcciardini e dal Vasari.

Bibl.: W. H. J. Weale, E., Londra 1908: A. Schmarrow, E., Lipsia 1924: M. Dvorak, Das Rätsel der Kunst der Brüder von E., Monaco 1925: M. Devieno, E., Parigi 1926: Tiaruna Gevaert, Hist. de la peinture flamande, Parigi 1927, v. indice: M. J. Friedländer, Die altwiederländische Malerei, I-XIV, Berlino e. Leida 1924 e 1927, v. indice: E. Randers, H. van E., Bruxelles 1933: id., 3. van E., Bruges 1932: G. J. Hoogewerf, Vlaamsehe Kunst en italiaansche Renaissance, Malines 1933. p. 21: O. Kerber, H. van E., Francoforte 1937: P. Coremans - A. Janssens de Bischoven. L'adoration de l'Agneau
mystique, Anversa 1943: F. Jewett Mathur, The problem of the adoration of the Lamb, in Gassette des beaux-arts, 20 (1948), pp. 269-84 e 30 (1946), pp. 73-92; A. Edmy, La dicuncette de 3. v. E., Parigi 1947: A. H. Cornette, De portretes van 3. e. E., Anversa 1947: L. v. Puyvelde, The Holy Lamb, ParigBruselles 1947: id., The flemish primitives, Londra 1948: Th. Musper, Untertreibungen zu Rosier v. d. Wenden e 3. v. E., Stoccarda 1948. Cf. anche riammica, abtitibibl. Bernardo Degenhart

EYMARD, Pienne-Julien, beato. - N. a La Mure d'Isère (Grenoble), il 4 febbr. 1811, m. ivl. il 1^{°} ag. 1868. Superati ostacoli familiari, entro neil'ott. del 1831 nel Seminario di Grenoble, donde usciva ordinato sacerdote il 20 luglio 1834. Prima vice-parroco a Chatte, e poi parroco a Monteynard, diede luminose prove di pietà e zelo così da essere tenuto esempio di perfezione. Austero con sé, ma generoso con gli altri, esercito un tale fascino da trasformare in pochi anni una parrocchia, da tempo abbandonata, in modello di vita cristiana.

Entrato nella Società di Maria, fu giudicato degno di coprire le cariche di direttore spirituale a Belley, di provinciale a Lione, di superiore del collegio di La Seyne-sur-Mer.

Nel santuario di Fourvière la Madonna lo chiamò a fondare ana Congregazione religiosa consacrata alla adorazione perpetua del S.mo Sacramento e all'apostolata eucaristica. Assicurando della volontà di Dio, iniziò a Parigi il 13 maggio 1836 la Congregazione dei Religiosi del S.mo Sacramento (la quale comprende sacerdoti e fratelli) e più tardi quella delle Ancelie del S.mo Sacramento. Fondò pure l'Aggregazione del S.mo Sacramento per unire i fedeli e soprattutto i sacerdoti alla vita di adorazione del suo Istituto, formando una grande famiglia di adoratori.

Per 12 anni lavorò all'ampliamento del regno eucaristico con fede viva ed ardente amore, fra innumerevoli croci ed umiliazioni, evocamente sopportate. La sua predicazione fu raccolta in cinque apprezzatissimi volumetti di elevazioni. Fu beatificato nel 1925.

La sua Congregazione, sparsa in tutte le parti del mondo, continua l'opera del fondatore, attuando il suo motto: "Venga il tuo regno eucaristico sempre a dappertutto".

Bibl.: anon., Un religieux du St-Sacrament. Le b. P. 3. E., 2 voll., Parigi 1928: P. Fossati, L'apostolo dell'Eucarista b. P. 3. E., Milano 1928: P. Guirino, Gelukonige Pater E. Apostel van het allerh. Sacrament, Nitroga 1925: T. Trochu, Le b. P. 3. E., Lione 1940.

Enrico Evers
EYMERICH, NICOLAS. - Inquisitore e scrittore domenicano, n. a Gerona (Spagna) nel 1320 ca., m. ivl, il 4 genn. 1399. Religioso nella sua patria il 4 ag. 1334, successe nel 1357 a Niccolò Russell come inquisitore generale dell'Aragona. Per il suo zelo ebbe molto a soffrire, finché fu esiliato. Accompagnò Gregorio IX a Roma, dove si fermò per due anni (1376-78).

Sotto lo scisma, per la difficoltà di discernere il vero pontefice, partecipio per Clemente VII e poi per Benedetto XIII. Nel 1378 ritornò in Aragona ma, avversato dei lullisti, si dovette rifugiare ad Avignone presso il Pontefice. Qui si dedicò a scrivere, finché nel 1397, ormai vecchio, poté ritornare in patria.

Inquisitore intrepido a intransigente difensore della verità, dedicò particolarmente le sue energie a carabattere gli errori di R. Lullo, la cui dottrina raccolse in articoli e condannò come sospetta di orscia. Scrisse varie opere di carattere agiografico, dogmatico, esegetico, filosofico e polemico, che si conservano ancora tutte manoscritte. Di lui fu edita solo la Vita de B. Dalmacio Moneri, suo maestro di noviciato (in F. Diaga, Historia preuletica Aragoniae, I, Barcellona 1599, pp. 259-65; 2⁰ ed. in Anal. Ball., 31 (1912), pp. 49-81) e la sua opera più importante : Directorium inquisitorum, Barcellona 1503. E un manuale per gli inquisitori che l'E. scrisse, o almeno terminò di scrivere, ad Avignone nel 1376. L'opera fu molto divulgata ed ebbe in seguito varie edizioni. Fr.

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Pefo, nel 1578, a Roma ne curò una seconda edizione, aggiungendovi un vasto commento; in un'altra edizione, nel 1587 , vi premise anche un canno della vita dell'autore. In seguito fu edita ancora a Venezia 1591, Roma 1597, Venezia 1607.

Bibl.: Quotif-Echard, 1, pp. 709-17; P. De Arenss, Chronicon G. P. (Alonum, O. P. hist., 7), Roma 1904, pp. 52, 62; Hutter, II (3* ed.), coll. 710-12; E. Mangonot, a. v. in D'TNC, V. 11, coll. 2027-28; E. Longari, Lnile II., ibid., IX, 1, coll. 11351138; J. Berkeboom, a. v. in L'TNC, III, Eumetiens, coll. 924925; H. Finks, Drei Spanische Publizisten aus den Anfängen des grotes Schliman: Matthäus Clementis, N. E., der hl. Vren. scate Förrer, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Sganiens, 1, Münster in West, 1928, pp. 174-95. Alfonso D'Amato

EYMIEU, AnTOMIN. - Gesuita, conferenziare e psicologo, n. a Chamaret (Drôme) il 21 nov. 1861, m. a Marsiglia il 9 ott. 1933.

Il frutto migliore dei suoi profondi studi di psicologia, avvalsenti dall'esperienza viva delle anime, possono considerarsi i volumi che formano la serie intitolata: Le gomper. necesat de soi-même. I: Les grandes lois (Parigi 1906; vers. it., Roma 1913); II: L'obsession et le scrupule (Parigi 1910, vers. it., Roma 1913); III: L'art de vouloir (Parigi 1934); IV: La loi de la vie (ivi 1921); nei quali tutti
il vigore logico e scientifico mira a formare convinzioni profonde e radicate, che si risolvono nella fermezza e costanza di un carattere temprato, volitivo, dominatore di se stesso. La meito numerose edizioni ne dimostrano la perseverante efficacia.

Sono assai utili: La part des croyants dans les progrès de la science en XIX e siècle (2 voll., ivi 1913), rivolto a dimostrare che i nomi più celebri del secolo, nella scienza, se non appartenevano tutti a cattolici o a cristiani, erano almeno di credenti in Dio; En face de la douleur. Le rôle de Dieu; l'attitude de l'homme (ivi 1916); La Providence et la guerre (ivi 1917); Les buts de guerre de la Providence (ivi 1918).

EZECHIA. - 1. Re di Giuda (ebr. Hizajijāh [ā], gr. 'EÇechec, accadico Hazonijau) dal 718 ca. al 589 a. C. Succedendo venticinquenne al padre Achaz, si adattò dapprima alla politica da lui seguita di sog. gestione all'Assiria, non trascurando però di dare in segreto ogni appoggio ai circoli profetici, di cui era esponente Isaia, difensori contemporaneamente degl'idcali nazionalisti e monoteisti. Appena gli fu possibile, attuò la riforma religiosa per ricondurre il popolo al puro jahrvismo, per cui è indato nella storia biblica come il più retto dei monarchi davidici (II Reg. 18, 3.5).

Aboll i colti idolatrici, eretti nello stesso Tempio, cercò con qualche buon successo di ricuperare ai nazionalismo e allo jahrvismo i residui Samaritani, curò la raccolta del patrimonio spirituale e letterario d'Israele per mezzo di una apposita commissione (Proc. 25, 1). Si sforzò, intanto, di migliorare la finanza dello Stato (II Reg. 20, 13), fece qualche preparativo militare (armamenti e fortificazioni), rinnovò gl'impianti per i riforzimenti
idrici di Gerusalemme, costruendo tra l'altro un tunnel che portava l'acqua entro la città (lavoro ricordato in un'iscrizione nel tunnel, ritrovata nel 1880 ; v. silob).

Intanto maturarono all'estero i fatti che mutarono completamente i rapporti con l'Assiria. E. non partecipò alla rivolta antiasvira del 711 , presto domata da Sargon: dovette però in quell'occasione mostrare la sua fedeltà con un più forte tributo. Nel 704 l'agitatore babilonese Merodach Baladan, con il pretesto di congratularsi con E. per la guarigione (miracolosa: Is. 38, 5) da una grave malattia (è di quell'occasione il "cantico" In dimidio, Is. 38, 10 sgg.), inviò una legazione a Gerusalemme a concludere un'alleanza militare: trattative furono fatte da E. anche conl'Etiopia(Is.18, 1) e l'Egitto (ibid. 30, 1 sgg.). Nel 703 avvenne la rivolta, di cui Sennacherib, nuovo re d'Assiria, ebbe facilmente ragione.

Giuda fu attaccato per ultimo: l'assiro invase il regno, deportò molti abitanti e strinse d'assedio Gerusalemme, come ricordano gli stessi documenti assiri (H. Gressmann, Altar. Texte, 2² ed., Berlino-Lipsia 1908, p. 353). Ciò che questi documenti non narrano e si raccoglie dalla Bibbia (confermata da Erodoto, II, 141) e la fine dell'invasione: mentre Sennacherib, dopo aver cercato invano di venire a parti con E. sasediato, si preparava a tornare in Assiria, ove era scoppiata una rivolta, una notte l'sangelo del Signore \% forse mediante un'epidemia, uccise nell'accampamento 185.000 suoi soldati (II Reg. 19,9-37).

Dopo l'invasione per una decina d'anni ancora il re, sostanzialmente vittorioso, attese alla ricostruzione del regno, che divenne uno dei più floridi dell'Asia occidentale.

Bibl.: Oltre i commenti a Isaia, Re e Paraliponemi, G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1922, pp. 445-60; W. M. Smith, The glorious Revival under the King Ezeahish, Grand Rapids 1927. 2. Nome di vari giudei vissuti dopo l'esilio (I Par. 3, 23; Neh. 7, 2; 10, 18; nella forma ebr. Jēbizajijāhā: I Par., 28 12; Esd. 2, 16. Giovanni Rinaldi

EZECHIELE (ebr. Jēbecojē) - Dio è forte o "Dio fortifica \% ). - Terzo grande profeta scrittore, vissuto tra gli esuli di Babilonia nel periodo tormentato in cui si preparava il nuovo Israele.

Somblato: I. Tempo e ambiente. - II. Attività profetica e doctrina. - III. Il libro. - IV. Atcheologia. - V. Iconografia. VI. Apocrifo di E.
I. Tempo e ambiente. - Nabuchodonosor costrinse alla rosa Gerusalemme, che gli si era ribellata; deportò in Babilonia il re Ioachin, la regina madre, la corte, 7000 tra i più influenti, 1000 operai, parecchie altre persone; spogliò il tempio degli arredi più preziosi (II Reg. 24, 14.16). E. fu tra i deportati (Ex. 1, 1-3).

Essi vennero posti, almeno nella maggior parte, lungo il canal grande (nar-kabari), che, lasciato l'Eufrate presso

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Babel, si dirigeva verso sud-est, e, attraversata Nippur, si ricongiungeva con lo stesso fiume. Erano adibiti ai lavori dei campi (cf. i nomi Tèl 'Abhībh, "colle delle spighe ", in Ez. 3, 15; Tèl Harīa, "colle dell'aratro ", in Erd. 2, 59, ecc.), ma godevano di una larga autonomia. Formavano delle colonie, in cui gli anziani ritenevano una certa autorità (Ez. 8, 1; 14, 1; 20, 1). Il consiglio di Geremia di costruir case e piantare orti (Jer. 29) e la grande prosperità degli esuli al tempo del rimpatrio dimostrano come fosse consentito agli esuli di migliorare le loro condizioni e divenire proprietari e benestanti. E. ha una casa sua ( 3,24 mathrm{sg} . ; 8,1 ). Ma alla quiere dell'ambiente rispondeva il più grave turbamento degli animi. I deportati speravano una rivincita di Gerusalemme contro Babel e un loro immediato ritomo. La sopravvalutazione dell'eleato Egitto aveva in questo sogno una parte importante, ma principalmente li animavano idee erronee su Dio e sul culto. Jahweh non poteva permettere che Gerusalemme subisse la sorte di Samaria (721) e di Ninive (612), perché con esso sarebbe perito anche il suo culto e il suo stesso "nome". Da ciò la fiducia superstiziosa nel Tempio: Jahweh poteva permettere una punizione temporanea, ma mai lasciare che il suo dominio fosse conquistato da Marduk! Per il suo prestigio, doveva punire i Caldei che avevano portato le loro mani sacrileghe sugli arredi del santuario; invece la distruzione di Gerusalemme sarebbe stata la rottura del patto del Sinai; tutte le promesse giurate da Dio ad Abramo, ai patriarchi, a David sarebbero risultate vane. Inoltre, per la legge della solidarietà, i meriti dei giusti dovevano salvare la nazione dal castigo; la giustizia divina non poteva distruggerla, quando da Abramo in poi e fino alla loro generazione (Ez. 9, 4) tanti e tanti Giudei avevano amato il Signore e le veneravano come in nessun altro popolo poteva avvenire. Falsi profeti e sacerdoti sciovinisti alimentavano queste concezioni erronee (Jer. 29, 31-32; Ez. 13). Cesi i deportati non si curavano affatto di riformare i loro primi costumi; credevano anzi di aver espiato abbastanza subendo quella deportazione e aspettavano da Jahweh il premio d'un immediato, trionfale rimpatrio. Aspettavano la salvezza dalla Giudea.

Quando nel 587 Gerusalemme, dopo un assedio di ca. 18 mesi, durante il quale il Faraene, mossosi in suo aiuto, fu sconfitto (Ez. 30, 21 sgg.), fu preso, saccheggiata e incendiata, la dura realtà svelò le loro stolte illusioni, e, scuotendone le idee religiose, li avrebbe indotti ad aderire al culto di Marduk a Bel, che appariva più potente del loro Dio. Questa tentazione era già forte lontano dalla Giudea e dal Tempio, e vicino alle grandi città caldee, nelle quali avettavano le siegmeat, dal culto vario e sontuoso. Il piano misericordioso di Dio di purificare Israele dall'idolatria e dagli altri gravi peccati mediante le sofferenze e le umilazioni dell'esilio (Lev. 26; Deut. 28) sarebbe così naufragato. Per scongiurare questo pericolo, per preparare gli esuli al grave disastro del 567 , per impedire che essi, com'era avvenuto per i deportati del regno di Samaria (721), fossero assorbiti dal mare delle genti e scomparissero per sempre, per prepararli alla conversione e farne il nuovo Israele, erede delle promesse, il Signore elesse tra gli stessi deportati, come suo portavoce, E. In una visione sublime, che richiama quella d'Is. 6, questo sacerdote figlio di Buei ( 1,3 ), nel 593 , lungo le rive del canal grande, riceve da Dio la missione di "sentirella della gente d'Israele" (3, 17). Egli eserciterà il suo lungo ministero (22, 22 anni) a Tèl 'Abhībh. L'ultima data delle sue profezie (29, 17) ci porta all'apr. 571. Non è probabile sia vissuto sino al 581 , anno della scarcerazione di Ioachia, di cui non fa parola. A differenza di Geremia, E. aveva una sposa, che perdette nel 9^{°} anno d'esilio (24, 1. 16 sgg.). Secondo un'antica tradizione, E. fu ucciso da un capo del popolo, da lui ripreso per la sua idolatria (PO 25, 160; 43, 401; PL 83, 143).
II. Attività Profetica e dottrina. - Essendo Jahweh onnipresente, non è legato al Tempio o al culto di Gerusalemme, e si manifesta sovrano assoluto del cielo e della terra nonché possente in Ba-
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(1st. aliseat)

Ezechiele - La visione di E. Diritto di Raffaello. Frunze. Galleria Pitti.
bilenia, terra ritenuta dominio di Marduk. Tutti gli splendori a tutte le potenze venerate dai Caldei (bërābhīal), gli servono di sgabello. Dio si occupa della conversione degli esuli nonostante la loro perversità, e domina E. con la sua azione irresistibile ( 1,3 mathrm{~b} ; 2,2 ; 3,12.14, ecc.); gli comunica le sue parole (2, 9-3,3); lo manda suo rappresentante agli esuli per fare di essi il nuovo popolo di Dio. E questo il senso della sublime visione inaugurale (capp. 1-3), che si ripete ( 3,23 ; 8-10 ldots ) e riempie di sé tutto il libro ( 43,2 sgg.). E. per 7 giorni rimane muto, a meditare sulla bontà e maestà di Jahweh, sulla perversità dei suoi compagni d'esilio, che non gli risparmicranno sprezzo e persecuzioni ( 2,55 ; 8 ; 3, 8.26). Quindi inizia la sua missione.

Bisognava scuotere il torpore di quei ribelli; le parole sarebbero state vane: per colpire fortemente le mani, E. compie una serie di azioni simboliche, raffiguranti l'assedio di Gerusalemme, i tormenti degli assediati, la distruzione o l'esilio dei pochi superstiti. Tra l'altro si fa vedere a giocere immobile sul lato sinistro, posizione più incomoda, per un periodo di tempo più lungo; a poi sul destro. Spiegherà loro che il Signore ha fissato 390 giorni (l'assedio) perché Gerusalemme espii i peccati del passato, e continui poi l'esplazione per 40 anni in esilio (capp. 4-5). Seguono due profezie (capp. 6-7) dello stesso tenore: il castigo è imminente, che troppi sono i peccati d'idolatria, gli assassinii, le ingiustizie. Dinanzi a vaticini al precisi, la comunità degli esuli cominciò a preoccuparsi: dopo ca. 11 mesi della visione iniziale, si adunano alcuni anziani nella caserta del profeta, e domandano perché mai un tale castigo. E., in una visione interiore, è trasportato a Gerusalemme e vede nel tempio l'idolatria irti praticata ( 8,9-16 ), come in tutta la Palestina ( 8,17 ); percio Jahweh fa distruggere il tempio e la città (cap. 9). Solo i pochi giusti saranno salvi. Pensando con gli esuli che il «resto» doveva essere tra i Giudei allora in patria, E. prega Jahweh onde non

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(1st. Biblioteca Vaticana)
VISIONE DI EZECHIELE. Miniatura di scuola fiorentina (1475-82) nel commento ai profeti Ezechiele e Daniele di s. Girolamo - Biblioteca Vaticana, Cod. Urb. lat. 57, f. 17.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(1st. Aliaur)
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(1st. Andezen)
a) PALAZZO DEL PODESTA (1255). b) OSPEDALE E CHIESA DI S. MARIA DEL BUON GESÙ (1456).

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distrugga completamente Israele; Jahweh risponde che il resto, cui egli benedirà, e che formerà l'Israele di domani, sono appunto gli esuli del 397. Giuda e Gerusalemme sono votate alla rovina, la salvacea verca solo degli esuli che si convertiranno. Jahweh quindi abbandona Gerusalemme; E. narra tutto agli estanti (capp. 8-11). Ma la restaurazione promessa per 8 futuro non piace ai ribelli, che sognano una rivincita materiale, immediata; cosi motteggiano gli annunzi di sventura che sfumeranno con il tempo, e le promesse fatte per epoche lontane (12, 21-26). E. insiste sull'immimenza del castigo a sul sorso compimento della parola di Dio. Annunzia plasticamente la sorte che toccherà a Sedecia, la sua fuga, la cattura, l'aceccamento e la deportazione in Bibel (12, 1-16), come poi descriverà Cavanzerai di Nabuchodonosor e l'attaceo contro Gerusalemme (cap. 21). Ai fidei profeti ed alle pseudo-profotesse, che secondano venalmente le illusioni degli esuli, annunzia la morte, l'esclusione dalla nuova teocrazia (cap. 13). Né si possono invocare i meriti dei giusti; sarebbe comodo usar di essi come parafalmine per perseverare tranquilli nell'empietà. C'e invero la solidarietà nel premio, ma lo stesso principio vale anche per il castigo. Ora l'iniquità in Gerusalemme è al colmo; Jahweh per la sua giustizia non può differire più il castigo. Ne va della sua stessa santità agli occhi della genti. I giusti, questa volta, potranno salvare soltanto se stessi (cap. 14).

Un concetto dominante in E. è la crisi del patto del Sinai (capp. 15, 16, 20, 22, 23). L'alleanza mosaica ora libera scelta da parte di Dio del popolo d'Israele a sua porzione peculiare, sulla base della misericordia divina da una parte, dell'osservanza dei precetti morali dall'altra. In conseguenza, Jahweh difende Israele, gli largisce ogni bene, purché Israele sia a lui fedele, fugga l'idolatria e pratichi la giustizia. Avendo invece Israele agito sempre contro il patto, Iddio, per la sua dignità di sposo offeso e tradito, per la sua stessa santità deve punirlo. Essendo Israele più colpevole di Samaria e di Sodoma, Jahweh deve punirlo almeno come puni quelle due città (cap. 23). Israele è stato scelto perché tenesse accesa l'idea del vero Dio tra le genti; venendo meno alla sua missione, non ha più ragion d'essere (cap. 15). La rottura, almeno esterna, dei patto, sarà però solo temporanea. Dio punisce Israele perché si ravveda (16,35-63 ; 20,1-38). E. illustra cosi meglio di ogni altro profeta l'idea centrale dell'economia del Vecchio Testamento : la solidarietà collettiva. Anche la casa di David vien punita; sarà eclissata (capp. 17. 19). Memore però delle sue promesse, Jahweh farà sorgere da essa il Messia. Né ai dica (cap. 18) che, essendo il castigo collettivo ineluttabile, sia inutile la conversione. A che pro-si chiedevano gli esuli-far penitenza, quando bisogna restare egualmente in esilio, assistere inermi al trionfo definitivo degli aborriti Caldei? Avendo già espiato, con la deportazione a quei 6 anni ca. di esilio, si vede che Dio ci fa scootare, in più, i peccati dei padri. E gridano all'ingiustizia. Non è il principio di solidarietà che essi combattono, ma questa sua parziale applicazione. La risposta di E. condanna tale bestemmia contro la giustizia di Dio. La pena collettiva non li riguarda; perciò, si convertano o no, essa avrà luogo egualmente. Ma non per questo essi possono continuare impunemente nell'empleta a nel peccato. Oltre alla giustizia collettiva, con il premio ed il castigo per l'intera nazione, ce n'è una individuale, che loro fa comodo dimenticare. C'è la responsabilità strettamente personale che li pone a tu per tu con Dio, il quale colpisce ciascun empio, con una pena egualmente terribile : la morte, temporale a perpetua; come premia ciascun giusto. Nulla sfugge al Signore
che ha il dominio assoluto su ogni mortale. A torto dunque gli esuli mettono in gioco il principio di solidarietà, sorvolendo invece sullo stato delle loro coscienze. E. li richiama, loro malgrado, sulla retta strada morale; essi devono regolare i loro conti direttamente con Dio, ciascuno separatamente e personalmente. E son questi conti che non tornano : essi sono dei pravi, come dimostra anche l'opposizione alla sua voce. Jahweh usa già tanta misericordia attendendo che si convertano. Essi credono d'aver espiato abbastanza, mentre permangono tuttora nella ribellione e nei vizi; ma chi non si converte sarà colpito dalla divina giustizia e annientato. La conversione è l'unico mezzo loro offerto per sfuggire alla morte e partecipare alla futura restaurazione.

Del principio della solidarietà collettiva E. continuerà poi a parlare, come si cap. 16 e nei capp. 20, 22, 23, 36, 37. Il giorno stesso in cui Nabuchodonosor inizia l'assedio di Gerusalemme (388), E. ne dà l'annunzio agli esuli; indi tace: per lui parleranno gli srenti (cap. 24). Termina qui la prima parte della sua missione. In essa combatte gli errori, le illusioni dei suoi compagni d'esilio. Muove contro corrente; incontra disprezzo e ostilità. La sua predicazione spesso è limitata a coloro che lo vengono a trovare in casa ( 3,24 sgg .; 8, 1; 14, 1); arriva però e si diffonde tra tutti gli altri. Bisogna infatti che tutti, o niscoltanti o apertamente ostili, odano le parole di Jahweh, in modo che quando si avvereranno rientrino in sé e riconoscano infine che essa eran vere, facciano perciò penitenza e incomincino una nuova vita (2,5 ; 12,2) : cf. la formula spesso usata: "Allora riconosceranno che Io sono il Signore" (8, 7, 13; ecc.). Il miracolo della profezia dovrà risvegliare questi intorpiditi. Solo chi dimentica questo scopo delle profezie di E. si meraviglierà ch'egli fino al 387 porti tanto dei giudei rimasti in patria, dei loro peccati, della distruzione di Gerusalemme (Tondelli), o peggio sognerà di un ministero palestinese del nostro profeta (Bertholet). Cinque mesi dopo la distruzione di Gerusalemme, uno scampato ne porta la notizia a E. (33,21), che inizia la seconda parte della sua missione. Predica ormai apertamente (33, 21 sgg.), consola, impedendo l'abbattimento degli animi, lavora in profondità alla loro conversione. Le disposizioni degli animi, in genere, sono mutate. Le profezie, avveratesi fin nei particolari, fanno riconoscere agli esuli le loro illusioni e i loro torti. E. ora appare loro vero profeta. Si ignorano i particolari della lunga attività di E. (587-571), perché il libro offre solo una scelta dei vatiomi più significativi di questo secondo periodo. Ribadita la necessità della conversione (cap. 33), E. annunzia la nuova teocrazia, che continuerà poi assorbita nel Regno del Messia (cap. 34). La restaurazione è sicura perché Jahweh la compirà per la sua gloria, per dimostrare alle genti la sua potenza; santificherà gli esuli, per dimostrare al mondo la sua santità (36,16-38). La visione simbolica delle ossa che, al comando di Dio, si rivestono di esime a ritornano uomini (cap. 37), conferma vivacemente questa sicurezza. La teocrazia è ora predetta vivere in pace sui colli della Palestina: sorgeranno potenti nemici, che in uno sforzo supremo cercheranno di distruggerla, ma Jahweh li annienterà (capp. 38-39). L'organizzazione del ricostituito Israele è descritta, in modo ideale e simbolico, nei capp. 40-48. In essi s'insiste sullo spirito che animerà la nuova teocrazia: osservanza piena e filiale dell'essenza del patto del Sinai; venerazione dell'unico Dio, che deve permeare il culto e tutte le manifestazioni della vita sociale e individuale. Questi hanno voluto trovare in questi capitoli non più il profeta, ma l'architetto e il legislatore, hanno urtato in difficoltà insormontabili.

Forse in Baruch (1-3, 8), si possono già vedere i frutti dell'opera profetica di E.

Caratteristiche di E., quanto alla forma, sono le visioni descritte fin nei minimi particolari, e le frequenti azioni simboliche, talvolta complicate a strane. Le visioni sono presentate come reali, og-

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gettive, e non c'è motivo di intenderle diversamente; rispondono ai dati dell'ambiente babilonese, pur ripetendo e sviluppando gli elementi tradizionali dei libri sacri; avvengono nei sensi interni del profeta e sono congiunte a rivolazioni intellettuali. Le azioni simboliche furono effettivamente congiunte, come generalmente oggi si ammette. Geremia si avvicina ad E. per visioni ( 1,11 sgg.; 13-16; ecc.) e azioni simboliche ( 13,1 -11; 18, 1-12; ecc.). Alcune azioni simboliche: la reclusione volontaria (3,23), il mutismo ( 3,26 sgg.), l'immobilità ( 6,4 -8) ed alcune espressioni (e caddi faccia a terra»: 1 , 28; ecc.) sono servite al Klostermann per varare la tesi dell'epilessia di E., abbracciata da parecchi critici (Kraetzschmar, Bertholet, ecc.). L'incongruenza degli argomenti addotti dispensa da ogni confutazione.
III. Il libro. - Si è d'accordo nel riconoscergli un ordine sistematico perfetto. Si notano distintamente due parti: nella prima (capp. 1-24) si preparano gli esuli alla scossa del 587 , con l'animatio del disastro e la sua giustificazione contro le false argomentazioni degli esuli. Nella seconda (capp. 3348) è predatta la ricostruzione, il nuovo Israele che sorge dalle rovine, e vengono preparati gli animi ad entrarvi. Tra l'una e l'altra, al centro del libro, sono raccolti i vaticini contro le genti (capp. 25-32) : l'idea che vi presiede è il dominio universale di Jahweh, che regola tutti gli eventi umani : si serve dei pagani per punire il suo popolo, ma punisce poi anche essi, per la loro superbia, la loro crudeltà, specialmente per la nefasta influenza esercitata sul popolo eletto. E mentre il castigo per Israele è solo temporaneo e medicinale, per costoro è definitivo.

Il libro, quasi sempre, a differenza di quello di Geremia, segue lo svolgerà dell'attivita di E. ed è integralmente sua opera. Unica eccezione all'ordine cronologico sono i vaticini contro le genti. A questa unità di tracciato e di composizione va aggiunta quella dello stile : le stesse stereotipe flessioni ed espressioni ricorrono per tutto il libro. Tuttavia sarebbe esagerato ritenere con il Cornill a con il Lajčiak che tutto sia in ordine, nell'insieme come nei dettagli, «dalle prime alle ultime sillabe».

Il libro di E., pur cosi omogeneo, svela qua e là qualche correzione ed aggiunta, estendentesi solo e particolari o brevi pericegi (Rothstein, Heinisch, Herrman e Cooke). Sicché possono trascurarsi la tesi di Hölscher, basata sul criterio estetico soggettivo, che assegna ad E. solo i brani di alta poesia (in tutto ca. 170 vv .), come Duhm fa per Geremia; e quella del Torrey (103c), che attribuisce tutto ad un ignoto del 230 a. C., per la testimonianza del Talmud a gli uomini della grande Sinagoga scrissero il libro di E. " (Babha' Bāthra'). Ma tale asserzione che mette insieme E. e tutti i profeti minori deve essere a rigettata a corretta, intendendola di semplice trascrizione. Più seguita fu l'ipotesi di due recentioni, varosa dal Kraetzschmar e messa in particolare rilievo dal Bertholet (1936), basata sui cosiddetti doppioni: spesso in E. pensieri simili vengono ripetuti con forme leggermente diverse, e si dedusse trattarsi di testi paralleli provenienti da diverse forme e messi insieme da un terzo. Ma la deduzione è arbitraria: le ripetizioni, riconosciute da tutti i critici, dal Cornill al Cooke, sono da attribuirsi allo stile caratteristico del profeta, o talora al testo corrotto. E. si ferma a lungo nell'esporre un'idea e vi ritorna su, illustrandola sotto i suoi vari aspetti; non lasciandosi sfuggire alcun particolare, enuncia con termini generici un'idea, poi ne analizza ad uno ad uno gli aspetti, definendola sempre meglio, a infine sintetizza quanto ha analizzato : tale sua maniera di comportre appare evidente là dove non si è osato ricorrere a varietà di recensioni (cf. 1, 4-2, 1; 4-5; ecc.). Le ripetizioni erano quindi inevitabili, specie mancando nel
nostro libro il lavoro di lima, onde ben rilevava s. Girolamo: aSerme libri Ezechialis nec satis disertus, nec admodum rusticus est, sed ex utroque modo temperatus». Ma data la progressione delle idee, non possono neppure dirsi ripetizioni. Basta poi smentere che lo stesso E. abbia redatto definitivamente il suo libro, verso la fine della sua esistenza ( 570 ca.), servendosi di suoi scritti o raccolte antecedenti rispecchianti l'attività di tanti anni, per spiegare esaurientemente questi frequenti ritorni d'idea.

Il libro di E., scritto quasi calusivamente in prosa, ha carattere prevalentemente didattico: vuol convincere. L'insistenza con cui ritorna sullo stesso argomento produce alquanto monotonia. Non mancano però pagine di sublime poesia, non splendide immagini (capp. 13, 17, 19, 21, 26-28) : l'allegoria della nave (cap. 27) può essere avvicinata alle migliori pagine di Isaia. Purtroppo è difficile fissarne il ritmo, per la corruzione e l'incertezza del testo.

La lingua risente fortemente l'influsso oramaiso; per il lessico è notevole anche quello scendico. Il testo ebraico masoratico è particolarmente corrotto, e per la sua ricostruzione critica si usa ricorrere ai Sertanta. Ma dal Cornill in poi si svalutò troppo il testo masoretico, preferendogli la versione greco, come nella Biblia Harbonae di R. Kittel ( 2^{mathrm{a}} ed.) fa il Rothstein. Il Besser per primo si oppese a questa svalutazione; e nella stessa Biblia Haehraica ( 3^{mathrm{a}} ed.) rida al testo masoretico il posto che gli compete. La versione dei Sertanto appare infatti mediocre, onnate i passi che non comprende, quando non li parafrasa in modo disconante dal contesto. I popiri del fondo Scheide, pubblicati dal Johnson, hanno confermato questa posizione della critica più recente; da essi risulta inoltre l'unicità del traduttore greco.

Bull. Per la bibl. completa fino al 1023 cf. J. Hermann, Ezechiel, introduzione (v. più oltre). - Per il testo : non cattolici: C. H. Cornill, Das Buch des Praph. E., Lipsis 1886: A. B. Ehrlich, Readejistum zur hebraischen Bibel, v. ivi 1912; F. G. Kengue, The Chester Beatty biblical papers, fasc. viI, Londra 1936: A. C. Johnson, H. S. Gebman, E. H. Kase, The John Shevde biblical papers Ex., Princeton 1938. - Per l'ambiente storico : non cattolici : E. Klemrath, Die jüdischen Exulanten in Bablancien, Lipsis 1912: R. Kittel, Geschichte des l'ulles Irrari, III, 1, Strassania 1927. - Commenti principali : cattolici: Tradizono di Con (PG 81), s. Girolamo (Pl. 22, 12-490); J. Knebenbauer, in Corone E. Siv., Parigi 1804: P. Heinisch, in Bonner Bibel, Bonn 1923: L. Tondelli, Le profecie di E., Reggio Emilia 1930; F. Spadaliou, E., Torino 1946. Non cattolici: A. B. Davidson, in Cambridge Bible, Londra 1895: A. Kraetzschmar, in Handlommentor zum A. T., di W. Nowack, Gottings 1902; C. M. Tyy, in The Sacred Books di E. Haunt, XII, Lipsia 1904: J. W. Rothstein, in Die heil. Schrift des A. T. di A. Bertholet, Tubinga 1922: J. Herrmann, in Komnataitio zum A. T. di E. Sellin, Lipsia 1924: A. Noordhily, De Profese Ezechiel, Kluisden 1932; A. Bertholet, in Handbuch zum A. T. di O. Rissfeldt, Tubinga 1930: A. Cooke, in International Crit. Commentary, Londra 1937: L. G. Matthews, Ezehiel, Philadelphia 1932: H. Velikamp, De profest Ex., Kampen 1940: H. Bardike, Hevebiel, Amburgo 1941. - Studi particolari più notevoli: cattolici: J. Lajčiak, Ex., sa personne et son enseignement, Parigi 1909: F. Chassanant, Les prethéites d'Ex. contre Tyn, vi 1912: J. Plessis, Les prephéites d'E. contre l'Egypte, ivi 1914: L. Dürr, Et's Vision det hunde, Münster in W. 1917; id., Die Stellung des Propheten E. in der israelitisch-jüdischen Apokalyptik, ivi 1925: D. Burr, Les troubles de l'A. T., Parigi 1923, pp. 127-264; P. Herzog, Die ethischen Auschamungen des Praph. E., Münster in W. 1943: W. Grunkowski, La messianismo d'E., Parigi 1950: E. Overink, Die Offenbarung Gottes in der Fremde: Die Botschaft des Buches Ezechiel, Mornes 1929. Non cattolici: K. Bourich, Das Monismbild des E., Tubinga 1904: G. Hölscher, Hevebiel des Dichter und des Buch, Giessen 1924; W. Kuesler, Die innere Einheitliche heil des Buches E., Herrmhut 1926: C. C. Torrey, Pseudo-E. and the original Prophecy, Nueva Haven 1930.

Francesco Spadaliou
IV. Archeologia. - La figura del profeta E. compare poche volte nell'arte paleocristiana ed esclusivamente nella scena rappresentante la sua famosa visione del campo ricoperto d'ossami che si ripopola di viventi. Questa visione, cosi spesso ricordata dagli antichi cristiani, tanto che s. Girolamo (in Ezech., 37) poteva scrivere Famosa est vizio et amntum Ecclesiarum lectione celebrata, fu già da Tertulliano (De resurrectione carnis, 29) ricono-

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sciuta quale simbolo della resurrezione dei corpi : nostram futuram restitutionem clare demonstrati. La scena non è mai stata riprodotta nella pittura cimiteriale e neanche nei mussici basilicali. Nel sec. iv si incontra soltanto su un numero limitatissime di sarcofagi e su un vetro dorato. Sui sarcofagi gli artisti hanno rappresentato il momento in cui il profeta con la verga taumaturga richiama in vita i defunti: accanto ad un corpo disteso in terra se ne vede in genere un altro già in piedi, mentre un terzo, grazie allo spirito vivificatore, sta per alzarsi; di altri cadaveri si scorge solo la testa che sembra emergere dalla terra. Tale scena si vede, p. es., in un sarcofago della cattedrale di Gerona e su quattro ora conservati nel Museo del Laterano. Più realistica è la scena figurata, insieme con molte altre trarre dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, sopra un vetro dorato rinvenuto nel 1866 a Colonia: E. è presso un albero con 8 bacchetta diretta verso un lungo dove trovarsi sparso due mani, due gambe, due piedi e una testa: le orse orisin che stanno per rianimarsi.

Ad uno spirito pure realistico si informa una miniatura del manoscritto greco n. 310 della Biblioteca Nazionale di Parigi della fine del sec. ix. Vi si vede il profeta che, condotto dall'angolo Gabriele in un campo coperto di ossa, parla con Dio raffigurato in alto per mezzo d'uno mano luminosa sporgente dalle nubi sotto cui sono scritte le parole sîre al φ ἐ ρ α γ α : ἀ ócres.

Il con Dobschutz ha riconosciuto la rappresentazione della visione di E. anche in una tavoletta eburnea bizantina del sec. ix, ora conservata nel Museo britannico.

Bim.: A. De Waal, Die biblischen Tatenersaeclungen an der altheirlichen Grabstatten, in Römische Quartalschrift, 20 (1906), p. 28; D. Kaufmann, Etudes d'archéologie juive et chrétienne, Parigi 1887, pp. 25-27; J. A. Martigny, s. v. in Dictionnaire des antiques chrétiennes, ivi 1889, p. 313; H. Lachetse, s. v. in DACL. VI, coll. 1050-52; E. Von Dobschutz, Die Vision der Ezechiel (rap. 77) auf einer byzantunichen Elfenbeinplatte, in Repertorium für Kunstunterschrift, 26 (1903), pp. 381-88: la riproduzione dell'acorio bizantino è in G. Dalton, Catalogue of early christian antiquities and objects from the christian East in the Department of British and Mediaeval Antiquities and Ethnography of the British Museum, Londra 1901, tav. XI, 1, p. 56, n. 209. Il vetro dorato di Colonia è riprodotto da J. Klinkenberg, Die Kunstdenkmälere der Stadt Köln, Colonia 1906, p. 273, Sg. 119. la miniatura del codice greco della Biblioteca di Parigi in Ch. Dold, Manuel d'art byzantin, Parigi 1942, p. 282 : 89, 324 ed in riproduzione e colori in DACL., V, 1, col. 1920. I sarcofagi sono in R. Germani, Storia dell'arte cristiana, V, Prato 1873-80, tavv. 321, 1: 327, 2: 374, 3: 376, 4: 398, 3: in Wilbert, Sarcofagi, III, p. 260-70; tavv. 112, 2: 123, 3: 151: 182, 1: 206,7: 212, 7:212,1. Giuseppe Savini
V. Iconografia. - Sebbene le prime raffigurazioni di E., oggi conosciute, risalgano all'arte paleocristiana (iv sec.), non di meno la sua individuale tipologia si soddifì lontaniante e con scarsa precisione. Tuttavia quasi sempre appare quale un vecchio di dignitosa aspetto e barbuto. Tale anche nel xiri sec. quando, specie gli scultori, per individuarlo gli posero fra le mani un cartiglio con il suo nome o con un brano delle sue profezie, come si vede ancora nella sua più famosa raffigurazione dipinta da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina ( 1308 e 1312). Le raffigurazioni iconografiche delle visioni di E. appaiono nel medioevo nelle miniature di diversissime Bibbie, senza che in esse il profeta sia raffigurato. Un ricco sviluppo di tali rappresentazioni appare in diversi manoscritti ministi spagnoli. Anche nella piccola tavola con la visione di E. conservata alla Galleria Pitti a Firenze e dipinta da Raffaello (ca. 1518), e in cui si vede il Padre Eterno portato nei cieli dei quattro contesti degli Evangelisti e da angioletti, l'immagine del profeta non appare.

Bim.: K. Kónatle, Demographie der Christlichen Kunst. I. Folbarga in Br. 1918, pp. 307-308, 312, 610 sgg.; W. Neuss, Das Buch Ezechiel in Theologie und Kunst, Münster 1912, p. 141 sgg.; ed in modo particolare per le miniature spagnole : id., Die Katolonische Bibellillustration, Bonn-Lipola 1922, p. 84 sgg.
Witold Welte
VI. Apocripo di E. - Apocrifo giudaico composto tra il 50 a. C. e il 50 d. C.

L'elenco aticometrico di Niceforo ricorda un apocrifo di E., di cui Pantica letteratura cristiana ha conservato parecchi frammenti. S. Epifanio (Haer., 64, 70 [ed. Hall, 64, 71] : PG 41, 1196 sg.) ne dà il più lungo, sul giudizio particolare. E l'apologo del cieco che si pone sulle spalle il paralitico per rovinare il giardino del re, e perciò vengono puniti insieme; così l'anima verrà giudicata insieme al corpo; donde la necessità della risurrezione. Clemente Alessandrino (Quis diem salvatur, 40, 2: PG 9, 645) ne cita un altro passo: - Vi giudicherò secondo lo stato in cui vi troverò e. Altra citazione in Clemente Romano (Ad Corinth., 8, 3); Tertulliano, De carne Christi, 23: (PL 2, 790) attribuisce ad esso la frase: «La vacca che generò e non generò», intesa della Vergine Madre di Gesù, che altri Padri riferiscono a fonti diverse. - Vedi tav. LXIII.

Bim.: K. Hall, Das Apocrighen Ezechiel, in Aus Schrift und Geschichte. Theologische Abhandlungen A. Schlatter zu seinem 70. Gebarstene dargebracht vom Fremden und Schülern, Goerderds 1922, pp. 83-98; J. B. Frey, in Dib., I, coll. 418-62; L. Wallach, The Parable of the blind and the lame. A study in comparative literature, in Journal of Biblical Literature, 62 (1947), pp. 333-39. Francesco Spadaleva

EZNIK. - Detto Kolpatzi, o di Kolb, scrittore armeno del sec. v, che prese parte alla traduzione della Bibbia e scrisse un Adeserzo haerano, in 4 voll., per confutare le teorie del paganismo, del mazdesimo, della filosofia greca e del manicheismo. Il suo stile è considerato eminentemente classico per purezza ed eleganza (prime edizioni a Smirne 1762 e a Venezia 1826).

Bim.: Esistono due buone traduzioni tedesche di E., quella di J. M. Schmid (Vienna 1900) e quella di S. Weber (Ausgew. Schriften.... I. Monaco 1917, pp. 1-180). Alquanto difettosa la traduzione francese di P. E. Le Vaillant de Florival, Rétat, des différents sectes... par le docteur E., Parigi 1833. Cf. inoltre: L. Maties, Le De Deo d'E. de Kolp, connu sous le nom de "Contre les sectes", Parigi 1904; Bardentiewer, V, pp. 209-16.

Cirillo Kibarian
EZR (EsDRAS). - Katholikós armeno (639-41), che sotto l'imperatore Eraclio, quando questi aveva debellato definitivamente Coarce Parwiz (628), ed esteso le frontiere dell'Impero fino a quelle conquistate da Maurizio imperatore nell'Armenia Maggiore, convocò il Sinodo di Karin (Erascom) fra gli aa 629 e 630 . Alla presenza dell'Imperatore egli accettò ufficialmente il IV Concilio ecumenico e la sua formula cristologica, e comunicò con i Greci. In cambio gli fu permesso di esercitare la propria giurisdizione patriarcale sui territori dell'Armenia posti sotto Bisanzio e ricevette in dono oltre un terzo della provincia di Kolp.

Si attribuisce al katholikós E. la istituzione dell'ora canonica dell'Orologhlan armeno, chiamata Ortus colls. E l'ora che segue il Manutino e precede la «Terza».

Bim.: M. Cianciun, Storia. II. Venezia 1786, pp. 328-42. 239-34; V. Matsuni, Le questioni importanti, ivi 1277 (in arm.), pp. 427-35; F. Tournejuice, Hist. politique et religieuse. Parigi 1900, pp. 130-40, 320-32. Garabed Amaduni

EZRAHITA: v. ETHAN.
EZZOLIED (AnEgenge). - Canto in tedesco antico ( 1060 ca .) su Cristo e la redenzione del mondo, composto da Ezzo, canonico del duomo di Bamberga.

Continuose, con il Momento mori e la Comzone di Anno, uno dei più antichi monumenti letterari di quella lingua, e rispecchia i diversi aspetti del movimento religioso da cui scaturi la lirica sacra dell'epoca. Privo d'originalità, il merito consiste nella maniera incomparabile onde Ezzo, per fervore entusiastico, ardore religioso e concisione, elaborò la materia teologica; onde la straordinaria influenza esercitata su componimenti del genere.

Bim.: Indicazioni bibliografiche in G. Ehrismann, Geschichte der deutschen Literatur bis zum Ausgang der Mittelalters, II, 1. Monaco 1922, p. 40 sgg.; cf. inoltre: H. Steinger, s. v. in Die deutsche Literatur der Mittelalters, in Verfasserlexikon, I, coll. 204-09.

Giovanni Guerra

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FAA DI BRUNO, FRANCESCO. - Sacerdote, n. ad Alessandria il 29 marzo 1825 dalla nota famiglia, m. a Torino il 27 marzo 1888. Capitano e combattente a Novara, studio matematiche a Parigi per essere precettore dei principi reali : perché svanita questa prospettiva o per aver rifiutato un duello, si dimise dall'esercito e, laureatosi alla Sorbona, entrò nel 1857 all'Università torinese, non riuscendo, per mene massoniche, a divenir ordinario.

Ancora laico scrisse o curò pubblicazioni ascetiche (notevole il Manuale del soldato cristiano, Torino 1862, 27 ed. ivi 1866) e si diede a opere di apostolato come sveva veduto farsi dal suo maestro Cauchy, di cui stese una biografia. Fondò (1859) l'Opera di S. Zita, tuttora esistente, per le domestiche protondendovi tutto il suo e innestandovi le istituzioni che ideo, con originalità, per venire incontro a bisogni ancora non soddisfatti, come: infermeria e convalescenziario, pensionati per vecchie signore di condizione civile e per sacerdoti di passaggio, ecc. Tra le tante altre attività va ricordata l'erezione di una Casa per minorenni divenute madri. Di tali opere, alcune di non lunga né florida vita, resta il Conservatorio di N. S. del Suffragio e di S. Zita, come si chiamò l'opera di S. Zita dal 1876, che accoglie l'Educandato professionale, e l'Istituto F. di B. per allieve maestre; per dirigerlo il F. sveva fondato, tuttora laico, le Suore Minime di N. S. del Suffragio (1869); e per officiare la chiesa omonima da lui eretta, soprattutto in suffragio dei caduti, con pensiero allora nuovo, prese gli Ordini sacri nel 1876.

I suoi contributi scientifici (principale: Théorie des formes binaires, Torino 1876, specialmente nell'ed. tedesca, Lipsia 1881) e le non poche invenzioni furono assai apprezzate.

L'introduzione della causa di beatificazione è allo studio presso la Congregazione dei Riti.

Biel.: A. Berteu, Vita dell'abate F. di B., ecc., Torino 1897: L'ab. F. F. di B.: l'uomo e l'opera nel 10 cent. della sua nascita, ivi 1923 (num. unico); L. Condin, Soldato, scienziato, sacerdote: il cav. ab. F. F. di B., ecc., ivi 1932 (con bibl. degli scritti, come il precedente). Mario Colpo

FABBRI, FIUPPo. - Filosofo e teologo scolista dei Francescani conventuali, n. a la Spianata, presso Faenza, nel 1564, m. a Padova il 28 ag. 1630. Religioso a Faenza, professò nel 1583. Compl gli studi filosofici e teologici a Ferrara e a Padova e insegnò nel suo Ordine e all'Università di Padova.

Opere principali: Pbilicapbia naturalis 7. Duns Senti (Parma 1601, Venezia 160a, Parigi 1622); Expositiones et disputationes in 12 libros Aristotelis Metaphisicorum (Venezia 1637, ed. del Ferchio); Disputationes theologicae in 2 libros Sent. (ivi 1613-14, Parigi 1620); Theologicae disputationes de praedestinatione (Venezia 1623, 1626). Il F. ebbe il merito di aver reso facile e chiaro il pensiero filosofico a teologico di Scoto.

BibL.: Wadding, Scriptores, p. 196; Sbaralea, II, pp. 378-79; G. Franchini, Bibliowfla di scrittori G.F.M. Cawu., Modena 1693, pp. 204-18, 983-84; A. Montanari, Gli uomini illustri di Faenza, I. II. Faenza 1883, pp. 68-72; Hurser, III, coll. 643-44; U. Smetta, Lineamenta bibl. Scolisticae, Roma 1942, pp. 30, 93-94, 146, nn. 130-31, 386-89, 1060.

Giovanni Orlandi
FABBRI, OdoARDO. - Letterato e patriota, n. a Cesena il 13 ott. 1778, m. ivi il 7 ott. 1853.

Entrò nella vita pubblica con la Cicalpina a poi sotto la Repubblica italiana e il Regno italico; appoggiò il Murat nell'infelice tentativo del 1815 e fu nominato viceprefetto di Cesena. Aecusato di cospirazione contro il governo pontificio, fu coinvolto nel processo Rivarola e condannato al carcere a vita. La sentenza gli fu poi commutata in dieci anni di reclu-
sione e il F. venne tradoto a Civitacastellana, donde fu liberato dagli insorti del 's1. Tornato a Cesena, vi fu vicoprefetto sino all'intervento austriaco, riparò quindi in Ancona e più tardi a S. Marino.

Amnistiafo dopo due anni, tornò ai suoi studi, sino a che Pio IX lo nominò nel 1848 prolegato di Pesaro e Urbino e il a ag. lo incaricò di comporre un ministero, durato quaranta giorni : il 16 sett. il F. era costituito da Pellegrino Rossi. Sinceramente affezionato a Pio IX, cercò, durante il breve periodo del suo governo, di conciliare i diritti della Sede Apostolica con le nuove idee liberali, e assai a malincuore il Papa accetto le sue dimissioni, allorché il F. si rese conto dell'inanità dei suoi sforzi. Durante la Repubblica romana del ' 39 fu consigliere comunale della sua citrà natale, dove trascorse poi da privato gli ultimi anni di vita.

Lascio alcune medioevi tragedie e un interessante diario, di cui fu pubblicato, con il titolo Sei anni e due mesi della min vita (Roma 1913), il periodo dal 15 dic. 1821, data del suo arresto, al febbr. 1831.

BibL.: Fondamentale è il diario cit., inquadrato da N. Trovanelli in una documentaia biografia del F., U. de Maria, Delle vita, degli scritti e degli amici del conte G. F., Bologna 1921.

Hiram C. Mionis

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