due mesi della min vita (Roma 1913), il periodo dal 15 dic. 1821, data del suo arresto, al febbr. 1831.
BibL.: Fondamentale è il diario cit., inquadrato da N. Trovanelli in una documentaia biografia del F., U. de Maria, Delle vita, degli scritti e degli amici del conte G. F., Bologna 1921.
Hiram C. Mionis
FABBRICA E FABBRICERIA. - In diritto canonico s'intende per fabbrica la chiesa o edificio sacro nella sua struttura materiale, e cosi il tempio e gli eventuali fabbricati annessi necessari al culto. Fabbriceria e l'organo che provvede all'amministrazione di quella parte del patrimonio di una Chiesa che è destinato alla conservazione e manutenzione della fabbrica, e alle spese per il culto, od anche l'ente costituito, nel suo substrato materiale, da una massa patrimoniale i cui redditi sono destinati per una determinata Chiesa agli scopi suddetti.
Non in ogni chiesa vi è né deve necessariamente esservi una fabbriceria, perché agli scopi di cui si tratta si può provvedere anche senza l'esistenza di un distinto patrimonio e di una propria amministrazione, o con le rendite del beneficio o in altro modo: offerte dei fedeli, contribuzioni di comuni o di enti, ecc. Non si tratta quindi di un istituto che tragga dal diritto canonico secondo un modello tipico norme costanti di esistenza, ma che è andato nei vari luoghi costituendosi con forme e caratteri talora anche profondamente diversi.
La genesi della fabbriceria può vedersi nell'antichissimo istituto della cosiddetta portio o quarta fabricae, che si incontra nell'organizzazione finanziaria della Chiesa a partire dal v sec., quando sentendosi in necessità di regolare l'erogazione delle rendite ecclesiastiche, concentrate completamente nelle mani del vescovo in un'unica massa da lui amministrata, per disposizioni dei papi Simplicio e Oelssio veniva reso obbligatorio un sistema uniforme di ripartizione. Il reddito veniva cioè diviso in quattro parti (tre, in Spagna), delle cuelli una era destinata al vescovo (quarta episcopal), una al clero della diocesi (quarta cleri), una ai poveri (quarta pauperum) e l'ultima alla fabbrica ecclesiastica (quarta fabricae), ossia alla manutenzione della chiesa e accessori e all'esercizio del culto. L'estendersi della fede e la necessità del culto fuori delle sedi vescovili, e il conseguente sorgere di nuove chiese nelle città e nelle campagne, anche per fondazione da parte di privati, determinarono man mano il cambiamento dell'antico sistema di amministrazione del patrimonio ecclesiastico, con l'eliminazione dell'amministrazione centrale del vescovo e la costituzione del nuovo sistema beneficiario, fondato sull'indipendenza economica delle singole Chiese. Veniva cosi a trasferirsi sull'investito del beneficio l'unes fabricae, in quanto le rendite del patrimonio ecclesiastico affidato al beneficio erano assegnate indivisibilmente alla sua rimunerazione e alle finalità della manutenzione e ufficiatura della chiesa (beneficium indistinctum). Ma in molti luoghi si addivenne invece alla costituzione di due separate e autonome masse di beni (beneficium distinctum) una delle quali costituente
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il patrimonio beneficiario, e l'altra, detta patrisomium fabricae, destinata a sopperire con te relative rendite alla conservazione ed abbellimento della chiesa e all'esercizio del culto. Questo seconda massa patrimoniale autonoma, particolarmente alimentata dalle offerte dei fedeli e spesso di enti pubblici, era percio destinata a subire in mag. gore o minore misura le ingerenze dei faici, che desideravano averne la gestione o quanto meno il controllo, e che pertanto intervennero sotto diverse forme nella sua amministrazione. Sorsero cosi amministrazioni con intervento generalmente preponderante dell'elemento laico e che, riconosciute dal Concilio di Trento (cap. 9. sese. XXII de ref.), assumsero nelle varie regioni non solo diversa forma e denominazione (in Italia settentrionale fabbricerie e fabbriche, in Toscana e Umbria opere, nel napolstano cappelle, in Sicilia maramme, ecc.), ma spesso anche sostanziale differenza di natura giuridica. Talora infatti costituirono veri enti morali o persone giuridiche distinte, titolari del patrimonio, e aventi un consiglio d'amministrazione (conillium fabricae) con partecipazione più a meno larga di laici, e talora soltanto di laici con l'assistenza di qualche ecclesiastico; altra volta invece la fabbriceria era semplicemente l'organo collegiale competente per l'amministrazione del patrimonio destinato ai bisogni della fabbrica, separata ma sempre in dominio della singola parrocchia o chiesa.
Il diritto canonico, come si è accennato, non ha dato di questo istituio uno schema tipico, e anzi, essendo per sé il fatto della partecipazione normale dell'elemento laico all'amministrazione ecclesiastica differme dal generale indirizzo della restante disciplina canonica, e anche in vista degli abusi cui tale partecipazione dava luogo con intrusioni in questioni meramente di culto e di liturgia, la Chiesa cercò sempre di restringerne l'azione e vincolarla quanto più poteva al controllo a alla direzione dei superiori ecclesiastici. Il diritto canonico quindi si limitò a prevedere l'esistenza del consiglio della fabbrica (conillium fabricae) come un'eventualità tollerata, ma sempre con carattere di collaborazione e restando impregiudicata in principio la qualità originaria di amministratore ecclesiastico al titolare dell'ufficio (cf. canh. 1182-84).
La legislazione dei vari Stati mirò invece a favorire la tendenza all'amministrazione laica dei patrimoni destinati alla manutenzione delle fabbriche, e venne cosi costituendosi nei singoli ordinamenti una disciplina giuridica delle fabbricerie indipendente dalle norme canoniche e che ne ampliava notevolmente il concetto e le funzioni. Particolarmente notevoli furono in tal senso le leggi francesi del periodo napoleonico, che fecero di queste istituzioni dei soddisfi autonomi composti di laici per governare e amministrare quanto avesse attinenza al patrimonio delle chiese, con la semplice partecipazione dei rettori e limitata ingerenza dell'autorità diocesana, sotto la vigilanza delle autorità civili. Ispirati più o meno a tali direttive furono, in Italia, il decreto napoleonico del 30 nov. 1809 (per le province liguri e piemontesi) e la legge italica 15 sett. 1807 (per il Lombardo-Veneto), che ebbero vigore per più di un secolo; in Piemonte invece, dopo la restaurazione del 1814 , abolito il diritto francese, le fabbricerie cessarono di essere disciplinate da disposizioni civili, mentre nelle altre province esse si reggevano per consuetudini o disposizioni ecclesiastiche, e in qualche luogo con statuti particolari. Permanevano cosi profondissime differenze nel funzionamento e nella natura giuridica, soprattutto in quanto talune fabbricerie esistevano come persone giuridiche, e altre come semplici istituzioni interne con funzioni amministrative.
Il Concordato del 1929 si limitò a stabilire, con una disposizione negativa che ai consigli d'amministrazione, dovunque esistano e qualunque sia la loro denominazione, anche se composti totalmente e in maggioranza di laici, non dovranno ingerirsi nei servizi di culto a la nomina dei componenti sarà fatta d'intesa con l'autorità ecclesiastica (art. 29, lett. A). La legge applicativa del 27 maggio 1929, n. 848 ribadiva il principio, e il regola-
mento esecutivo a dic. 1929 dettava le norme per il funzionamento delle istituzioni in parola sotto la vigilanza e tutela del ministro per la Giustizia (ora dell'Interno), da esercitarsi d'intesa con l'autorità ecclesiastica. Vive questioni sorsero sull'interpretazione di queste norme, soprattutto in ordine al punto se dovesse ritenersi per effetto di queste soppressa la personalità giuridica delle fabbricerie che ne fossero precedentemente fornite, alla rappresentanza rispettiva della fabbriceria e della chiesa, ecc.; dubbi solo in parte risolti dal successivo R. D. 26 sett. 1933, n. 2232. Prestindendo qui da tali questioni troppo tecniche, importa però rilevare come quest'ultimo provvedimento abbia giovato a chiarire il concetto di fabbriceria agli effetti della legge e regolamento citati, nel senso che devono intendersi come tali soltanto i Consigli che abbiano voto deliberativo nell'amministrazione dei beni, e non anche le commissioni che coadiuvano, con semplice attività consultiva, l'ordinario diocesano, o il parroco o il rettore quali amministratori delle rispettive chiese. Queste amministrazioni non sono percio soggette a vigilanza a tutela governativa, ma sono semplicemente regolate dalle norme del diritto canonico.
Bull.: A. Galante, Benefici ecclesiastici, cap. 1, in Enciclopedia alusitiva, II, 1; F. Ruffini, La rappresentanza giuridica della parrocchia, Torino 1806; M. Morosco, Le fabbricerie secondo il decr. napol. 30 dic. 1809 , Milano 1903; id., Fabbricerie, in Nuova diemta italiana, V. pp. 771-76; S. Tesoraro, La maratona o fabbriceria in Sicilia, Torino 1910; A. Bertola, In tema di fabbricerie nel Piemonte, in Giur. It., I (1935, 1); G. Regolo, Il nuovo regime delle fabbricerie, Genova 1936; V. Del Giudice, Manuale di dir. ecclesiastico, 7 ed., Milano 1949, p. 167 seg. e letteratura ivi citata. Arnaldo Bertola
FABBRICA DI SAN PIETRO: v. CONGREGATIORI SENANE, SACSE.
FABBRIS, Giuseppe. - Scultore, n. a Nove di Bassano il 19 ag. 1790, m. a Roma il 22 ag. 1860. Studio a Milano con Gaetano Monti e all'Accademia di Brera, quindi nel 1813 si trasferi a Roma ove entrò in contatto col Canova. Eletto nel 1820 accademico di S. Luca fu più tardi presidente a veggente perpetuo dell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon a direttore generale dei Musei Vaticani.
Corretto, freddo, convenzionale, ma indubbiamente ottimo conoscitore della scultura antica e del mestiere, molto nato ed apprezzato ai suoi tempi e poi quasi del tutto caduto in oblio, il F. va considerato come tipico rappresentante della scultura romana della generazione successiva a quella del Canova già volta in senso accademico a purista. Tra le sue opere si ricordano: oltre una statua di a. Napoleone per una delle guglie del duomo di Milano ( 1811 ), un busto di G. G. Trissino in Campidoglio ( 1817 ) e ancora a Roma la tomba di Ugolino Mannelli Galilei in S. Giovanni dei Fiorentini, quella di mons. Fontana in S. Carlo ai Catinari, l'altra della contessa Tornati Robilant in S. Andrea della Valle, la tomba di Leone XII in S. Pietro, la statua colossale di quel Santo che è fuori la basilica e la tomba del Tasso in S. Onofrio. Quest'ultima, fra le opere del F., è forse quella che meglio rappresenta l'ulteriore sviluppo della sua arte, nel momento in cui, alla metà del secolo, si orienta, non priva di eleganza, verso il gusto romantico.
Bull.: F. Nusch, in Thieme-Barber, XI, pp. 169-70.
Emilio Lavagnino
FABER, Egidio (Gilles de Smedt). - Teologo e uomo di Stato, carmelitano, n. a Bruxelles ca. il 1440, m. nel 1506. Dottore di Lovanio e predicatore illustre, godeva il favore dell'arciduca Massimiliano che divenne poi imperatore. Rimovò il Collegio carmelitano a Lovanio, ed ebbe parte rilevante nella fondazione della certosa nella detta città.
Scrisse una cronaca dall'Ordine carmelitano, di cui si conservano alcuni frammenti tra i manoscritti di Giovanni Bale nel British Museum di Londra e nella Biblioteca Bodleiana di Oxford. Le altre opere, tra le quali si cita una Historia Brabantiae, sono andate perdute.
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Biel.: G. Bale, De scriptoribus Ord. Caros, nel Britich Museum, ms. Hadei, 1819, f. 74 I. Cosma da Villars, Bibliotheca Carmelitana, I. Orliano 1750, pp. 3-6; Biographie nationale... de Belgique, V. pp. 747-49. Bartolomeo Xiberta
FABER, Frederick William. - Teologo ascetico oratoriano, n. 8 Calverley (Yorkshire) il 28 giugno 1814, m. a Londra il 26 sett. 1863.
Trascorse la facciullezza nel Westmorland. Dalla scuola di Harrow passò nel 1832 al Balliol College di Oxford. Nel 1835 vinse una borsa di studio a nel 1837 una borsa di fellow all'University College di Oxford. Nel 1836 vinse il premio Newdigate col suo poema The Knights of St. John. Altri volumi di versi (dal 1840 al 1845) gli procurarono fama di wordsworthiano. Ardente discepolo di Newman, ricevette l'ordinazione anglicana nel 1839. Nel 1841 fece con un allievo luoghi viaggi in Europa, felicemente descritti in Sights and thoughts in Foreign Churches and among foreign peoples (1842), dedicato a Wordsworth ch'egli grandemente ammirava. Al ritorno, divenne rettore anglicano di Elton (Huntingdonshire).
Nel 1842 visitò Roma, ove il card. Acton gli ottenne un'udienza privata di Gregorio XVI che, con amorevole fransbazza, lo inviò a non aspettare gli altri per muoversi, ma a considerare la sua propria salvezza. Le sue tendenze cattoliche erano evidenti, e la sua Life of st. Wilfred allarmò i prorostanti. La conversione di Newman (9 att. 1845) lo decise, e il 17 nov. 1845 fu ricevuto nella Chiesa dal vescovo Wareing a Northampton. Si formò una piccola comunità di convertiti, subito noti come «Wif. fridians», a Birmingham, le quale si trasferì a Cotton Hall, Cheadle (Staffordshire), nel 1846; F. ne fu eletto superiore. Nel 1847 fu ordinato sacerdote. Nel 1849 i Wilfridiani divennero oratoriani a Maryvale, a si stabilirono a Birmingham. Newman mandò parte della sumentata comunità a Londra, ove fondò un oratorio in King William Street, donde si trasferì a Brompton nel 1854. F. ne rimase superiore fino alla morte. Ritorno a Roma nel 1846 e 1852 .
F. esercitò largo influsso in patria e fuori come scrittore, predicatore, teologo, direttore spirituale, mediante i suoi libri che furono tradotti in molte lingue. Oltre varie traduzioni, tra cui è notevole quella del capolavoro di a. Grignion de Montfort (1863), scrisse 49 biografie di santi nella collezione agiografice oratoriana ( 1847-56 ). Celebrì sono le sue 8 opere principali di teologia spirituale ancor oggi molto loro: All for Jesus (1853), Growth in holiness (1854), The Blessed Sacrament (1885), The foot of the Cross e The Creator and the Creature (1858), Spiritual conferences (1859), The Presious Blood a Bethlehem (1860). L'ottima traduzione italiana del can. L. Mussa (8 voll., Torino 1860-81) ha avuto molte ristampe (Tutto per Gesù, I progressi dell'anima, Il S. Sacramento, Il piede della Croce, ecc.).
Tra gli oratoriani inglesi F. vien subito dopo Newman col quale, nonostante alcune differenze di vedute, le sue relazioni furono sempre piene d'affetto. F. fu un ultramontano come Manning e Veuillot, ciò che non fu Newman; ebbe poca simpatia per i cattolici «cisalpini» e «liberali» come lord Acton. La sua devozione a Pio IX fu esemplare. Suo difetto fu una certa strettezza di giudizio, per cui imponeva forme devozionali italiane che provocavano inutilmente risentimenti inglesi, e una tal quale tendenza al rigorismo (p. es., in Progressi dell'anima). Nel complesso, F. fu certo un gran servo di Dio.
Biel.: L. Gauthier, L'esprit du père F., Parigi 1874; J. E. Bowden, Life and letters of F., 24 ed., Londra 1888; trad. it. Torino 1912; J. Gillow, Bibliographical dictionary of the english catholies, II. pp. 207-19; W. Ward, Life of Newman, 2 voll., Londra 1912 (p. indice); R. Pios, L'oratorion F. L'éternate, le maitre spirituel, in Nouvelle revue théolne., 72 (1930), pp. 296-301. Enrico E. G. Rope
FABER, JOHANNES. - Predicatore e polemista domenicano, n. ad Augusta nel 1475 ca., m. nel 1530. Fu priore di Augusta (1507), vicario generale della
Congregazione della Germania superiore (1511). In un primo tempo, avendo creduto in una resipiscenza di Lutero, lo aveva giudicato molto benevolmente, come appare dal suo Consilium cuiusdanus a onimo cupiantis erce consulium et R. Pontificis dignitati et christianae religionis tranquillitati, pubblicato anonimo nel 1520; ma quando si accorse del suo spirito ribelle mutò opinione, lo combatté distaccandosi anche dagli umanisti, cui prima era stato tanto legato.
Dei suoi scritti non si conserva che una Oratio fausbris in depositione gloriosissimi imperatoris Caesaris Maximiliani (Augusta 1519); una Epistola all'umanista Willibaldo Pirkheimer (ed. in J. Heumann, Documenta litteraria varii argumenti, Altdorf 1758, pp. 87-93) e il Consilium, più volte ristampato e tradotto che, attribuito fino al 1896 ad Erasmo, fu rivendicato definitivamente al F. del Poulos (N. Poulos, Der Dominikaner J. F. und sein Gindachten über Luther, in Historisches perit. Jahrbuch, 17 [1896], pp. 39-60).
Biel.: Quotif-Eckard, II. p. 80; N. Poulos, Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther, Friburgo in Br. 1903, pp. 292-313; R. Coulon, s. v. in DThC, V. 11 (1913), coll. 20462050; P. Sluiner, Geschichte des Donaenhunerbieters Sando Abgabefrau in Augsburg (Quellen u. Forsch. zur Geschichte des Donaenhunersordens in Deutschland, 331, Lipeia 1436, pp. 79-90, 312. Alfonso D'Amato
FABER (Favre, Lefèvre), Pierrot, beato. - Gesuita, n. il 13 apr. 1506 a Villaret in Savoia. Dal 1525 fu studente alla Sorbona a Parigi, condividendo la camera con s. Ignazio di Loyola e s. Francesco Severio al Collegio di S. Barbara. Ordinato sacerdote e promosso magister orationo diede il nome alla nascente Compagnia di Gesù accogliendo come l'unico già sacerdote i primi voti dei compagni a Montmartre (1534). Trasferitosi con essi in Italia, a Venezia (1536) ed a Roma ( 1537 ), il F. tenne per incarico di Paolo III la cattedra di teologia insieme con il Laince alla Sapienza.
Dal 1540 fu in Germania paciere nelle controversie religiose, rafforzando i cattolici contro il protestantesimo, partecipando e varie diete a Worms, Ratisbona (1540-41), Spira (1542), Magonza (1543). Dopo un viaggio in Belgio, ritornando a Colonia (1544) il F. vi fondò la prima residenza dei Gesuiti in Germania. Inviato in Spagna a Portogallo lavorò per affari ecclesiastici e per l'Ordine a Lisbona, dove Giovanni III voleva trattenerlo definitivamente, indi ad Evora, Valladolid, Toledo, Madrid, Gaedis, Valenza, Barcellona. Richiamato per partecipare al Concilio di Trento in qualità di teologo del Papa, F. partì già infermo, e morì a Roma quattordici giorni dopo il suo arrivo, il 1^{°} ag. 1546 . Fu beatificato da Pio IX ( 5 sett. 1872). La forza si celebra all' 11 di ag. Il b. P. F. per la profonda pietà, modestia, mitezza, cultura e santità di vita esercitò un grande influsso in tutti i luoghi, in cui passò, e in gran parte a lui si deve la simpatia che in tal modo ebbe la Compagnia di Gesù. Rimangono di lui il diario Memoriale, alcune lettere a scritti spirituali, che rivelano un'anima d'intensa vita interiore.
Biel.: N. Orlandini, La vie du v. b. Pierre Lefèvre, Bordeaux 1618; M. Bauin, Memoriale b. P. F., Parigi 1875, ed. francese ivi 1874; G. Boero, Vita del b. P. F., Roma 1873; A. Maurel, La vie du biauh. P. F., Lione 1873; L. Lenni, B b. P. F. e il suo apostolato in Parme nel 1533-40, Parma 1910; Maman, hitt. S. I: Fabri monumenta, bosti P. F. epistolae, memoriale et processus, Madrid 1914; L. Buffet, Le biauh. P. F., Lione 1931; G. Guittan, L'âme du b. P. F., Parigi 1934; id., Un mystique tout aimable et trop aviblé: le b. P. F., in Nous. rev. théol., 61 (1934), pp. 679-99; J. B. Kettenmeyer, Aufzeichnungen des Kölner Kartaüserprins Kalchbrenner über den Sel. P. F., Roma 1939; J. Iparraguirre, El busto P. F., in Rueda y Fe, 154 (1946), pp. 170186; id., Infidias on la espiritualidad del b. P. F., in Revista de espiritualidad, 5 (1946), pp. 438-52. Arnaldo Lanz
FABER STAPULENSIS: v. LE PÈVRE D'ÉTAPLER.
FABIANISMO. - Movimento di teorici inglesi appartenenti alla classe media, di cui i maggiori
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esponenti sono Bernard Shaw e Sidney Webb, che vogliono dare una nuova formula del socialismo ispirato alla evoluzione più recente della scienza economica.
La Fabian Society, fondata nel 1884 , prende il nome del dittatore romano Fabias Cnucistor e si ispira alla prudente politica simbolizcata da lui. Come quella di Marx, la dottrina dei fabiani ha un lato teorico, ed un lato storico, ma nello studio che essi fecero sulla società economica cosciente seppero evitare l'errore in cui era caduto Marx; respinsero la legge del valore di Ricardo, serrendosi invece largamente di quella sulla rendita, e riuscirono a dimostrare in modo convincente che una larga parte delle riechezza nazionale veniva consumata dalle classi oziose sotto forme di rendita e di interezza. I'sanilisi sconcertica forni ai fabiani il mezzo per criticare il sistema esistente e l'indagine storica suggerí loro la soluzione adeguata. Durante l'ultima parte del sec. xix, l'evoluzione sociale aveva sicuramente teso verso il controllo dello Stato; alle classi sconomicamente più deboli erano state concesse protezioni legali sotto forma di regolamenti industriali e sanitari, ecc., mentre importanti rami di attivita economica, come servizi postali, esercizi trasvidati e formiche di gas ed acqua, erano stati assunti dagli enti pubblici. Con la stessa sicurezza di Marx, ma per ragioni diverse, i fabiani annunciarono quindi che il socialismo era inevitabile, e dichiararono che tutte le attività economiche della societa sarebbero state un giorno controllate dagli enti pubblici. Queste speranze furono deluse. Le imprese dello Stato e dei comuni non hanno cessato di svilupparsi, ma sono rimaste quasi unicamente limitate ad alcuni servizi che hanno carattere di monopolio; non hanno invaso i campi dove più attiva è la concorrenza, e sembra che questa tendenza ai fermi prima di raggiungere il punto in cui provocherebbe una rivoluzione sociale.
Bun.: E. B. Pesse, The History of the Fabian Soclecr, Londra 1923: M. Cole, The Fabian Socicty, in Political quarterly, 15 (1944), pp. 245-56; G. D. H. Cole, British Warking class. politics, Londra 1946, p. 121 sgg.; M. Beer, A history of britlth Socialism, II, ivi 1948, p. 274 sgg.
C. C. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M. M
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aggiunto in seguito l'episodio della contesa tre i cristiani di Cartenna e quelli di Cesarea che ne reclamarono il corpo dopo la pace.
Il martire non è ricordato nel Martirologio geronimiano, ma al 31 luglio in quello di Adone, come ora nel Martirologio romano (p. 314).
Bibs.: P. Franchi de' Cavalieri, S. Fabio vasillifero, in Note asigerafeche, 8 (Studi e Testi, 63), Citil del Vaticano 1935. pp. 101-13; M. Delehaye, Contrilations ricsunes a l'hagiographie de Rome et d'Afrique, in Anni, Bullumi., 54 (1936), pp. 300-302. Enrico Josi
FABIO, EPISTOLA MORAL A. - Composizione poetica spagnola del sec. xvir in terzine di endecasillabi, attribuita a B. L. de Argensola (da Sedano, 1768), a Rioja (da Estala, 1786), a Fernández de Andrada (da A. de Castro, 1875), a Medrano (da Foulché-Delbosc, 1900). Si tratta di un nobile discorso in cui si fondono la tradizione storica e le visione cristiana della Spagna della riforma cattolica.
L'autore consiglia all'amico F., personaggio fint: sio, l'abbandono delle speranze e delle corruzioni corrigiane, il rifugio nei campi, l'odio per l'avventura, per l'infrigimento e per l'ostentazione, l'esercizio della virtù in fervoroso silenzio. Le sue idee derivano da Seneca (De tranquillitate animi, X) e, in generale, dagli stoici, tanto noti in Spagna soprattutto per opera di Quevedo: l'orazione Beatus ille riecheggia nell'esaltazione della felicità agreste, come riaffiorano sentimenti analoghi a quelli del famoso sonetto di Plantin C. Le bonheur de se monde. Nonostante tali precedenti, l'Epistola è una delle più originali, eleganti e concertose poesie spagnole e delle maggiormente pervase di eristiana spiritualità.
Bibs.: I. R. Foulché-Delbosc, Les monasterifs de l'Ep. mor. a F., in Revue hispanique, 7 (1900), 2 248; M. Menéndez y Pelayo, Notas a la Ep. mor. a F., in Boletin de la bibl. Menéndez Pelayo, 7 (1923), pp. 270-72; G. Vesticz, Poesie der Einsamkeit in Spanien, I, Monaco 1935-36, pp. 78-87. Guglielmo Diaz-Plaja
FABIOLA. - Suo biografo è s. Girolamo con la sua lettera ad Oceano, scritta proprio in occasione della morte di F. Della famiglia nobilissima dei Fabii, andata ancor giovanetta in sposa ad un uomo dissoluto, ne divorziò per passare a nuove nozze. Alla morte del secondo marito riconobbe le sue colpe, abbandonò i suoi agi, le sue sfarzose vesti e il Sabato Santo si presentò tra i penitenti nell'atrio della basilica dei Laterano alla presenza del papa, del clero e di tutto il popolo. Mise in vendita i suoi possedimenti e i suoi gioielli per dedicarsi tutta a opere di carità.
Fondò in Roma il primo ospedale, prodigandosi ella stesse a tutti i servizi più umili, sostentò monasteri, vesti poveri non solo a Roma, ma nei Volsci e in tutte le isole del Tirreno; contese con Pammachio il privilegio di aprire in Porto un ospizio per i pellegrini. Recatasi in Palestina, approfittò della dottrina di s. Girolamo per lo studio dei profeti, dei Vangeli, dei Salmi (s. Girolamo, Ep. 64: PL 22, 608) ma, giunta la noticia delle incursioni dei barbari, tornò in Roma, dove morì nel 399. S. Girolamo chiude le sua lettera ripetendo la sentenza di s. Paolo Ubi autem abundavit delictum, superbundavit gratia (Ad Romanos, 5).
Bibs.: S. Girolamo, Ep., 77, in PL 22, 690-98. Enrico Josi
FABRE, Jean-HenRY. - Entomologo, n. a StLéon (Aveyron) il 22 dic. 1823, m. a Sérignan (Vaucluse) il 1^{°} ott. 1915. Dopo un periodo d'insegnamento a Carpentras, Alaccio ed Avignone, si ritirò nel 1878 a Sérignan per dedicarsi interamente alla botanica e soprattutto alla entomologia, rivolgendo le sue ricerche sugli istinti e il comportamento degli insetti; riuscendo cosi a rettificare vari errori accolti anche da entomologi e a presentare alcune scoperte particolari, ad es., sulla paralizzazione, da parte degli sfegidi, dei centri nervosi della preda, per mantenerla immobile, ma viva a nutrimento delle larve;
sul sesso delle uova degli apoidci solitari, sull'ipermetamorfosi dei coleotteri muloidi. Sul termine della sua vita i meriti del F. vennero pubblicamente riconosciuti anche da parte del governo; di quelle feste giubilarí è rimasta celebre la sua risposta alla domanda, se credevo in Dio: «Se lo credo? Lo vedo. Senza di Lui non capisco nulla. E non solo ho conservata questa convinzione, ma l'ho accresciuta. Nel campo scientifico è convinto antievoluzionista e finalista.
Il frutto dei suoi studi è contenuto nei Souvenirs entomologiques (ro voll., Parigi 1879-1907; ed. definitiva, ivi 1919-23; trad. it., Milano 1922-27), che gli fecero dare il titolo di "poesia degli insetti" per l'incanto dello stile, unito ad un'alta probita scientifica e ad un'osservazione paziente e minuziosa. Scrisse anche molte altre opere di divulgazione, che, animate da uno stile vivace e arguto, conpotarono a far conoscere e gustare da un numero straordinario di lettori le meraviglie della creazione; mette conto citate: Les verragens, récits de l'anclé Paul sur les animaux antichies a l'agriculture (Parigi 1870); Les auxiliaires, récits... sur les animaux utiles a l'agriculture (ivi 1873); Les serviteurs, récits... sur les animaux domestiques (ivi 1875 ).
Bibs.: A. Fabre, 7 -vi. F., l'entomologiste, raconté par lui même, 1823-1824, 2 voll., Paris 1410-11; A. Eynoeu, La part des rregants dans les progeis de la science an XIX siècle, II, 111 1915, pp. 108-11. Celestino Tessere
FABRETTI, Raffaele. - Archeologo, n. a Urbino nel 1618, m. a Roma il 7 genn. 1700 , canonico di S. Lorenzo in Damaso e poi di S. Pietro in Vaticano. Pur avendo avuto diversi incarichi dalla S. Sede, come quello di trattare questioni diplomatiche con la Spagna e poi con Urbino, nonché di comporre i brevi apostolicj, trovò sempre modo di occuparsi dei suoi studi preferiti e di raccogliere e copiare le antiche epigrafi, di cui fece una notevole collezione nella casa paterna, spronato soprattutto dall'esempio del suo amico Lucio Giovanni di Traù che aveva già riunito un cospicuo numero di iscrizioni antiche della Dalmazia.
Al F., nominato a Custode della reliquie e dei cimiteri», non fu difficile procurarsi epigrafi cimiteriali goiché dal card. Carpegna ebbe il permesso di prendere dalle catacombe tutte le iscrizioni che desiderava; altre poi gli furono cedute dal principe Giustiniani di Bassano e dai duchi Cesarino Sforza ed Alessandro Mattei. Ad illustrazione di questa sua raccolta il F. pubblicò a Roma nel 1699: Inscriptiones antiquorum quae in aedibus paternis assercentur explicatio et additamentum; essa ebbe una seconda edizione nel 1702. Dei dieci capitoli di cui è composta, tutto l'ottavo e parte del decimo contengono epigrafi cristiane: molte di queste furono copiate nel cimitero rinvenuto nel 1687 al primo miglio sulla Via Latina, che 8 F . credette di Tertullino. Di tale cimitero, il F. pubblicò anche una piccola gianta.
Altre sue pubblicazioni sono: De aquis et aquasductis veteris Ramoe dissertatioues tres (Roma 1840) a quello, in-fol., sulla colonna traiana, la - tabula illaca e l'emissario claudiano del lago Fucino: De columna Traiana syntagma: accesserunt explicatio veteris tubellee anaglyphae Hamari Iliadem atque ex Stetichora, Artibus et Lesche Illi exsidium continentis et eminiorii locus Fucini descriptio (ivi 1863). Degna di nota è anche la Dissertazione in cui si emendano alcuni errori seguiti nella descrizione del Lazio antica fatta da S. Antonio Kircher, che fu inserita nel III tomo delle Dissertazioni dell' Accademia Etrusca di Cortona.
Bibs.: J. Mabillun, Iter Italicum, 1724, p. 71; G. B. De Rossi, Inscriptiones clarisianae Urbis Ramoe septimo surcula antiquiores, Roma 1861, p. xxvi; N. Lodaroa, s. v. in DACL, V. coll. 1064-65; A. Silvagni, Inscriptione clarisianae Urbis Ramoe, nuova serie, Roma 1022, p. L. n. 93; G. Ferretto, Note bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1940, pp. 101 173. Giuseppe Bovini
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FABRI, Honord. - Gesuita, poligrafo, n. a Vi-vien-le-Grand (Ain) il 5 apr. 1607 , m. a Roma l's marzo 1688. Da prima stimato professore di filosofia, fisica e matematica a Lione ( 1646-60 ); poi penitenziere di S. Pietro a Roma ( 1660 -80), dove, oltre agli impegni del suo nuovo ufficio, continuò ad attendere alle predilette scienze naturali.
Pronto e versatile d'ingegno, molto scrisse intorno ai più svariati argomenti; ma soprattutto ussecondo, con eccessiva vivacita, la sua spiccata inclinazione alla controversia, prendendo parte attiva alle questioni più al. sputate ai suoi tempi, mansenismo e probabilismo. Accennando solo ai Tractatus physicus de motu loculi (Lione 1646), al Tractatus duo, quorum prior de pluratu et de generatione animulinm, posterior de homine (2 voll., Parigi 1660), nel quale ultimo tratta della circolazione del sangue da lui osservata indipendentemente, quantunque posteriormente, all'Harvey, a al Physica, id est scientia rerum corporacrum (I, Lione 1669; II-III, ivi 1670; IV-V, ivi 1671), sono degne di nota le opere seguenti di controversia teologica, che suscitarono molto scalpore : Pithonophilus a Dialogus de opinione probabili (Roma 1659) in difesa del probabilismo, a Apologeticus doctrinas moralis Societatis Jesu (Lione 1670), dove, al precedente, altri dialoghi faceva seguire contro i rigoristi, come il domenicano V. Baron e il canonista P. Pagnani, aggiungendo altri opuscoli di diversi autori intorno allo stesso argomento. L'opera, messa all'indice nel 1672 , perché pubblicato senza la preventiva censura romana, frutto all'autore 50 giorni di prigione, - 43 liberioris carceris, et 5 paulo stristoris et inhonesti (Reusch [n. bibl.], p. 302). Intanto l'Apologeticus usciva in 2⁸ edizione, accresciuta del doppio ( 2 voll., Colonia 1672), deve comparivano anche una confutazione delle Provisciuli di Pascal, e, sotto i due pseudonimi di B. Stubreck e L. Carter, alcune note contro G. Wendrock a L. Montalto. L'opera fu di nuovo proibita nel 1672 a 1673, e le due serie di note ebbero pure la loro condanna particolare (1673, 1675). Quantunque a lui venissero attribuite, il F., però, negò sempre di esserne l'autore. Anche degne di ricordo sono : Carolin Virginea (Palermo 1635) in difesa dell'Immacolata Concezione; Emplomatie, seu vir lugentatus (Lione 1669) sugli studi di umanità a retorica; e in difesa delle virtù del chinino, questione allora vivacemente dibattuta, il Putele Peronimus vindicatus (1635).
Nella questione delle regalie, sorta fra Luigi XIV e Innocenzo XI, il F. manifestò il suo parere che si trattasse di cose puramente temporali; ma avendo parteggiato per il re, quantunque non ammettesse affatto gli errori gallicani, dovette rinunciare alla carica di penitenziere.
Bial.: Summervogel. III, coll. 211-21; IX, col. 309; H. Reusch, Der Index des verbatenen Bittbes, II, Bonn 1883, pp. 303 304; I. v. Dollinger-H. Reusch, Genb. der Monstornatigheiten in der ründsch-hotbalkierhe seit dem XVI. Jahrb., I, Nördlingen 1889, pp. 45, 52, 279; J. Brucher, s. v. in DTNL, V, coll. 2052-53.
Celestino Testare
FABRI, Jomannes. - N. nel 1478 a Leutkirch, m. a Vienna il 21 maggio 1541. Si laureò in teologia a Tubinga e in diritto a Friburgo. Vicario a Lindau, parroco nel paese natale, canonico e ufficiale del vescovo di Basilea, dovunque si rese celebre per zelo apostolico. Dopo un breve soggiorno romano ( 1517 ), divenne vicario generale di Costanza; durante quel periodo fu il più temibile avversario di Zuinglio, con il quale sostenne una disputa pubblica (1523). Confessore a consigliere di Ferdinando d'Austria, fu eletto vescovo di Vienna nel 1530.
Alle prime avvisaglie della riforma luterana, entrò decisamente in lotta, sia con gli scritti che con la predicazione. Il suo Heliops in lueresim Luteranam è del 1524. Prese parto alla Dieta di Augusta (1530), e per incarico di Carlo V redasse con altri teologi cattolici la risposta alla "confessione ". I suoi pareri sulla preparazione tecnica del Concilio, espressi in una lunga lettera al Papa ( 8 luglio 1536), riuscirono assai utili ai Contarini; del Concilio il F. fu uno dei più ardenti sostenitori, vedendo in esso

(Int. Orientis)
Fabriani, Severino - Rirtotto, conservato nell'Istituto delle Figlie della Provvidenza - Modena.
l'estremo rimedio ai mali della Chiesa. Sua infatti è un opuscolo del 1537 De necessitate et mera utilitate sacrosancti concilii epistula. Come vescovo, fu animatore di novelle energie nella sua diocesi; richiamò il ciero a una vita più esemplare, tenne lontano il popolo dai pericoli dell'eresia predicando egli stesso nei giorni festivi, istituì un convitto per gli studenti poveri, e povero volle essere fino alla morte che lo colse a Vienna.
Bull.: Hurser, H. n. coll. 1402-1404; L. Helbling, Dr. J. F., Múnster 1941; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, trad. it., I, Brescia 1949, passim.
Fabriani, Severino. - Sacerdote modenese, n. a Spilamberto il 7 genn. 1792, m. il 27 ag. 1849.
Entrò nel Seminario di Modena nel 1806. Ordinato sacerdote il 17 dic. 1814 , fu nominato professore nel Seminario e nel 1821 socio della Accademia di scienze, lettere ed arti sugli Atti della quale pubblicò numerosi studi. Nel 1824 assunse la direzione di una scuola privata, detta delle "Figlie di Gesù ", da lui poi denominate "Figlie della Provvidenza ", per l'educazione delle sordomute. Conaacratosi interamente a tale istituzione, si impose all'attenzione dei letterati per i suoi studi grammaticali nei quali si propose di dar risalto al valore logico nella terminologia; ma le sue geniali innovazioni, per difficoltà pratiche, sono rimaste senza seguito.
Oltre molti articoli di carattere religioso, scientifico e filologico, Regale per il Seminario e per l'Istituto delle Figlie della Provvidenza, pubblicò: Sul beneficio dalla religione cristiana recato agli uomini nell'istruzione de' sordomuti (Modena 1828); La religione cristiana dimostrata per la natura de' suoi misteri (ivi 1828); Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medioevo (ivi 1870); Lettere logiche al prof. Marc'Antonio Parenti sopra la grammatica dei sordomuti (ivi 1838-57); Primi elementi di grammatica italiana per le facciulle sordomute educate dalle Figlie della Provvidenza in Modena secondo i principi delle lettere logiche (ivi 1841 a 1873 ).
Bial.: C. Galvani, Orazione fumbre per il prof. d. S. F., Modena 1849; T. Pendola, Elogio del prof. d. S. F., Siena 1849; B. Veratti, Cenno biografico di d. S. F., Modena 1871; B. Soli, S. F. e il suo tempo con note accinate da G. e U. F., ivi 1928;
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A. Sassi, Nel I centemvrio dalla fondavione delle Figlie delle Provvidenza per le tordamate in Madona, ivi 1920; B. Donati, Autonio Rossini collaboratore delle "Memorie" di Madona, iv: 1941, p. 108 sec.
Felice da Mornio
FABRIANO, diOCESI di. - La storia della città e del territorio di F. è unita a quella della Chiesa di Camerino, alla cui estesa circoscrizione appartenne F. dalle origini per tutta l'età medievale, fino al sec. xvin. Nel 1728 Benedetto XIII la costituì sede vescovile, ma unita a seque principaliter a Camerino. Più tardi, per eliminare ogni contesa, Pio VI con la bolla Sacpe factum est dell's luglio 1785 la reso autonoma e contemporaneamente erigeva la sede vescovile di Matelica, unendola a seque principaliter a F.; le due diocesi ebbero un vescovo unico fino al presente. Il vescovo risiede in F. Complessivamente la diocesi si estende per 322 kmq . con una popolazione di 38.000 alu, tutti cattolici, diserbuiţi in 43 parrocchie, con 63 sacerdoti diocesani e 33 religiosi, un seminario; 7 comunità religiose maschili con 56 professi, e 16 femminili con 166 professe ( 1949 ).
Numerose fondazioni monastiche, fiorite nel periodo del dominio della Chiesa di Camerino, appartengono alla città e diocesi di F.: S. Maria in Campo, sec. xI; S. Salvatore di Val di Castro, ca. sec. xI, dove mori s. Romualdo (s. Pier Damiani, Vita di s. Rom., 69: PL 144, 1005); S. Angelo, sec. xili; S. Biagio, in citta, dell'Ordine dei Camaidolesi e S. Vittore delle Chiuse, presso Pictosara a destra del Sentino: 8 monastero (la prima dei Benedattini, poi della Congregazione di S. Croce di Fonte Avellana, soppresso da Innocenzo VII nel 1405; le antiche carte conservate risalgono al sec. x (R. Sassi, Due documenti capitoli su le origini del monastero di S. Vittore delle Chiusc, in Rassegan marchigiano, 8 [1930], pp. 335-53); infine S. Maria d'Appennino, sec. xi (R. Sassi, Le carte di S. Maria d'Appennino, in Studia Picono, 5 [1929], pp. 77-122). Più tardi vi si stabilirono i religioni Silvestrini, sec. xili, dei quali fu generale il ven. Andrea di Giacomo da F. (1298-1326), i Francescani (R. Sassi, Un documento per la storia francescana di F., in Atti e memorie d. r. Deput. d. storia patria per le Marche, 5^{text {a }} serie, 4 [1941], pp. 57-66) e i Domenicani.
Analogamente alla religione, anche la storia civile di F. è conosciuta per il periodo del tardo medioevo. Sorta a libero comune dopo il Mille, la città cadde poi sotto il dominio dei Chiavelli che la governarono come vicari della S. Sede fino al sec. xv, quando si pose fine alla loro tirannia con lo sterminio dell'intera famiglia (eccidio dell'Ascensione 1435 in S. Venanza). La storia ulteriore della città e territorio ha una maggiore risonanza nel sec. xvi e ne fu governatore nel 1320 il card. Giulio de' Medici (Clemente VII; R. Sassi, L'umanista camerte Vecino Favorino governatore di F., in Studia Picona, 10 [1949], pp. 65-95); le successive vicende seguono quelle dello Stato pontificio fino all'annessione del 1860.
Monumenti. - F. possiede un notevole gruppo di chiese artistiche: S. Lucia di cui rimane gran parte della costruzione trecentesca (ca. 1360); abside, fianco sinistro e campanile (R. Sassi, Chiese artistiche di F., in Rassegna march., 7 [1928], pp. 45-53); nella cappella di S. Orsola e nel convento annesso sono vesti affreschi di scuola fabrianese del secc. xili-xv; fra le tavole preziose conservate è una Madonna col Bambino di Fr. Ghissi; la Cattedrale intitolata a S. Venanza; il primitivo tempio fu decretato, insieme al culto, dal Capitolo e popolo di Camerino (ca. 1046); rimane la caratteristica abside poligonale e, in ambienti tra questa e il coro, sono conservati affreschi di scuola locale; S. Agostino, ricostruita nel 1768, con portale ed affreschi del ' 300 ; nel territorio, il tempio di S. Vittore delle Chiuse è tra i più bei monumenti romanici della regione marchigiana. Al periodo del barocco appartengono, per trasformazioni avvenute in gran parte nel sec. xvir, le chiese: S. Niccolò, originariamente del sec. xili (R. Sassi, Chiese artistiche

(101. Dab. int. sass.
Fabriano, diocesi di - S. Antonio Abate e decesi, tavola di A. Noci (seconda metà xiv sec.) - Fabriano, Pinacoteca.
di F., in Rassegan march., 8 [1930], pp. 269-82). S. Biagio, dei Camaidolesi, ricostruita nel 1657: vi si conserva il corpo di s. Romualdo traslatori nel r 380 . S. Benedetto, originariamente del sec. xili, dei Silvestrini : fu anche sede primitiva della nota Contraternita del Gonfalone (1383); S. Venanzo (cattedrale) e S. Lucia (S. Domenico).
La patria di Gentile da F. ebbe una fiorente scuola di artisti (secc. xili-xv) di tradizione giottesca, sui quali domina il pittore Allegretto Nusi (1315-73): la più regguardevole raccolta delle sue tavole, insieme con altre pregevoli, si conserva nella Pinacoteca civica (L. Serra, La Pinacoteca civica e il Museo degli orsazi di F., Fabriano 1921). Gli Archivi comunale e capitolare di S. Venanza posseggono prezioso materiale di storia medievale a monastica. - Vedi tav. LXIV.
Biol.: P. Fr. Katu, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909. pp. 123-25; Capoclietti, VII, p. 633 sE.; L. Serra, L'arte nelle Marche, Pesaro 1929: B. Molaioli, Guida artistica di F., Fabriano 1937: Corrinemi, I, coll. 1097-98. Sondrio Prose
FABRICIIIS, JOHANN ALBERT. - Grande erudito, n. nel 1668 a Lipsia, m. nel 1736 ad Amburgo, dove coprì le funzioni di bibliotecario e direttore del Ginnasio accademico.
Pubblicò la Biblioteca Graeca ( 14 voll., Amburgo 1705 -28; 4^{°} ed. di G. Ch. Marles, in 12 voll., lvi 17901806); l'Index (Lipsia 1838); la Bibliotheca Latina (3 voll., Amburgo 1697); il Codex apocryphus Veteris Testamenti
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(1 voll., ivi 1703-39): il Codex pseudepigraphus Veteris Testamenti (2 voll., ivi 1713; 20 ed., ivi 1722-23); S. Hippolyti episcopi et martyris opera (I-II, ivi 1716-18). Il F. cursva anche una edizione di Filastrio, De haeresibus (ivi 1721).
BbL.: H. I. Reimarus, Commentatio de vita et scriptis I. A. Pabriti, Amburgo 1787; Allgemeine deutsche Biographie, V, pp. 1518 -21.
Erik Peterson
FABRIS, Lurci Maria. - Sacerdote, n. a Vicenza il 6 dic. 1803, m. ivi, il 10 giugno 1887 . Fondatore dell'Istituto dei Figli della carità, diresse fino alla morte l'asilo infantile di carità, occupandosi insieme dell'educazione dei sordomuti. Patriota, offri alla patria nel 1848 la medaglia d'oro di benemerenza concessagli dal governo austriaco ed indirizzò ai suoi concittadini due nobili lettere a stampa. Lasciò vati scritti, tra cui un Diario sacro perpetuo per la città e diocesi di Vicenza (Thiene 1860 ).
BbL.: S. Rumor, Gli scrittori vicentini del sec. XVIII-XIX, in Miscellanea di storia uente, 2² sectio, 11 (1905), pp. 247-48.
Niccolò Del Bu
FABRO, Antonio (Faber Antonius, Antoine Faivre). - Giurista francese, n. a Bourges en-Bresse il 4 ott. 1537, m. a Chambéry il 10 marzo 1624. Allievo dei Gesuiti, poi si addettava in giurisprudenza all'Università di Torino. Fu quindi avvocato a Chambéry, poi giudice in varic località e alla fine membro e presidente del Senato di Chambéry a governatore della Savola.
Appertenne all'indirizzo dogmatista della scuola dei culti s, come dimostrano la sua Jurisprudentia Popinianm, i Rationalia in Pannlectas (Lione 1639-63) i Coniecturarum turis civilis II. X X (ivi 1661), ma soprattutto lo scritto De erroribus pongmaticarum et interpretum turis (ivi 1298) nel quale critica le opinioni fondate su erronee interpretazioni, dovute all'indirizzo pratico della glossa e del barzelino. Opera pratica dovuta alla sua attività di magistrato rappresenta invece il Codex Fabrianus definitionum (ivi 1610), raccolta ragionata degli a arresti s del Senato di Chambéry.
BbL.: Edic.: Opera Omnia, Lione 1658-81. Studi: A. Allard, Histoire de la justice criminelle du XVIe siecle, Parigi 1869, pp. 482-48; S. Rivier, Introducl. histor, an droit romain, ivi 1872, p. 303.
Antonio Rosa
FACCHINI, Elia, beato. - N. a Reno Centese (Ferrara) il a luglio 1839, m. in Cina a Tai-Yuan-fu (Shansi) il 9 luglio 1900 , vittima della persecuzione dei Boxers. Vesti l'abito francescano nel 1854 e nel 1868 però missionario alla volta dello Shansi (Cina).
Esercitò dapprima il ministero a Ta-tong-fu, ma fu ben presto richiamato quale rettore del Seminario indigeno di Tai-yuan-fu. La sua missione fu quella di educare nel Seminario in cui, dopo una pausa a Tong-eul-kon quale primo superiore del convento francescano ivi eratto da mano, Grassi, spese i 30 anni della sua vita missionaria, modello più che maestro ai suoi giovani, dei quali a gli furono compagni nel martirio. Fu beatificato da Pio XII il 21 nov. 1946.
BbL.: G. Ricci, Barbarie e trionfi, 2² ed., Firenze 1909, pp. 227-518; id., Acta Marterum Sinemiam, Quaracchi 1911, preasin (v. indice); C. Silvestri, La testimonianza del sangue, Roma 1943, pp. 107-24 e 415-514.
Alberto Chinato
FACCIOLATI (Fasolato), Jacopo. - Erudito italiano, n. a Torreglia, sui Colli Euganei, il 4 genn. 1682, m. a Padova, il 26 ag. 1769 . Seguendo la vocazione sacerdotale, conseguì il dottorato in teologia nel 1704. Fu professore di greco, di latino, di teologia per parecchi anni nel Seminario di Padova e nel 1723 fu chiamato alla cattedra di logica dell'Università patavina. Mantenne corrispondenza con i più illustri eruditi del tempo: fra gli altri con il Lagomarzino, con il Maffei, con il Muratori e con il card.
Stefano Borgia. Ebbe fra i suoi allievi e collaboratori il Forcellini (v.) che avviò alla compilazione del Lexicon.
Fra i suoi scritti sono dagli di ricordo : le correzioni al Calepinus (Padova 1708), l'Ortografia moderna italiana per uso del Seminario di Padova (ivi 1718) e l'ampliamento dell'Apparatus Ciceronianus del Nizolius (ivi 1734) per le quali opere si giovo dell'aiuto del Forcellini; De optimis studiis orationes X (ivi 1723); elcroases dialecticae (ivi. 1726); Il giovane cittadino istratto nella scienza civile (ivi 1740); De gymnasis Palacino syntagmata (ivi 1752); Fasti gymnasti Palacini (ivi 1797); Vinitica teologica (ivi 1763 : ed. che raccoglie anche scritti precedenti sullo stesso argomento). Particolare fortuna ebbero alcuni suoi commenti a Cicerone: le orazioni pro Rancio e pro Quintio (ivi 1723), il De officiis (Venezia 1747), un corpus di opere filosofiche (Padova 1753 ).
Mareli al F. la penetrazione del filologo e l'ampia visione dello storico: ma ebbe innato il gusto umanistico della lingua classicheggiante, che si manifesta con particolare evidenza nelle sue orazioni latine. Diversi scritti inediti si trovano presso il Seminario di Padova.
BbL.: J. B. Ferrari, Vitae illustrium virorum Seminarii Palacini, Padova 1799, pp. 49-77; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, I (vi 1834, pp. 314-83; N. Tommison, s. v. in E. De Tinsldo, Biografic degli italiani illustri, VIII, Venezia 1841, pp. 231-49.
Alessandro Pratesi
FACHIRO (franc., ingl., spagn.: fahir; red.: Fahir). - Dall'arabo faqir a povero s; il nome è praticamente attribuito in India agli asceti mendicanti di tutte le setre, che cercano di acquistare la santità con penitenze e contemplazioni, generalmente seguendo il metodo yoga. Conosciuto fin dal sec. xviri per i racconti dei viaggiatori e dei missionari, il fachirismo assunse una certa importanza negli ultimi 80 anni, soprattutto ad opera del a movimento teosofico s; accolto favorevolmente negli ambienti spiritico-occultisti, ebbe qualche eco negli studi di metapsichica (v.).
Stando alle relazioni dei testimoni oculari, i fenomeni prodotti dal f. potrebbero classificarsi in quattro categorie. a) Azioni su se stesse: immobilità e localnerabilità. Il f. è capace di adagiarsi su letti di punte acuminate, oppure di camminare su rottami toglienti o sul fuoco, senza manifestare sensazioni dolorifiche, o corrispondenti lesioni (P. Joire, p. 66 sg.; H. Price, p. 401 sg.); levitazione (O. Leroy, p. 19; P. Joire, p. 76 sg.; C. Godard, p. 41); sospensione della vita, giungendo a farsi seppellire per un tempo nonerso le in stato di morte apparente, arrestati i moti del cuore e del respiro (P. Joire, pp. 63, 65; C. Godard, p. 44 sg .) - b) Azioni su altri viventi : accelerazione della crescita di animali (esperienza delle uova di poece) e vegetali (C. Godard, pp. 41-42). - c) Azioni sulla materia : telecinesia, cioè moto impresso a distanza a un oggetto (C. Godard, p. 40 sg .; P. Joire, p. 73 sg .); espe-tricè o s guinco della corda s, prestigio descritto spessissimo dai folkloristi anglo-indiani, per cui lo spettatore vede svanire misteriosamente nello spazio il f. arrampicantei lungo una corda tesa verso l'alto, senza punto d'appoggio o di sospensione (R. Schmidt, pp. 167-68; L. Massignon, I, p. 82; C. Godard, p. 43; H. Price, p. 362 sg .). - d) Azioni nell'ambito del mondo psichico: chiaroveggenza (C. Godard, p. 41; P. Joire, pp. 74, 76, 77); apparizioni fantomatiche ed evocazioni di morti (C. Godard, p. 40; P. Joire, p. 74).
Questi prodigi, oltre che agli asceti indiani, sarebbero, almeno in parte, comuni ai «contemplativi buddhisti» della Cina (L. Wieger, pp. 90, 426, 482, 632; O. Leroy, p. 21 sg .); ai a mistici musulmani e (O. Leroy, p. 22; M. Asin Palacios, p. 40; J. P. Brown, pp. 230, 255; L. Massignon, I, p. 263; C. Godard, p. 52); al a magismo a dei popoli primitivi (E. Bozzano, passim; P. Joire, p. 77 sg .; C. Godard, p. 54 sg .; V. Heiser, pp. 349-50); al a medianismo a moderno (v