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. 40; J. P. Brown, pp. 230, 255; L. Massignon, I, p. 263; C. Godard, p. 52); al a magismo a dei popoli primitivi (E. Bozzano, passim; P. Joire, p. 77 sg .; C. Godard, p. 54 sg .; V. Heiser, pp. 349-50); al a medianismo a moderno (v. METAPSICHICA).

L'importanza di questi fenomeni e delle teorie escogitate per chiarirne l'intima causa, sarebbe grande se

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l'esistenza dei fenomeni stessi, almeno dei più notevoli e straordinari, fosse scientificamente accertata. Non è prudente dubitare di tutto in blocco : convinzioni protratteo per si lunga tempo e da tanti condivise, debbono pur avere qualche fondamento. Ma, proprio per quei fatti che nel fachirismo sarebbero i più prodigiosi, manca oggi la certezza scientifica. I documenti, che potrebbero sembrare i migliori, non valgono molto, perché troppo pochi, insufficientemente descritti, privi di dati essenziali per il controllo delle testimonianze, raccolti spesso da autori screditati (p. 12., lo Jazalliot). Suntomo grave contro l'autenticità dei fatti più straordinari e che, alla critica dei moderni viaggiatori, essi si sono dimostrati o inesistenti o dovuti a frode; i fenomeni più semplici non appaiono superiori alle forze naturali, e possono essere riprodotti, come realmente lo furono, da chiunque disponga di sangue freddo e sufficente esercizio. In particolare, il rapetristi pare assodato sia un trucco (L. Roure, op. cit. in bibl., III, coll. 163-64; H. Price, p. 371 sg .); il "prodigio del fuoco" sembra invece autentico. Esso accade certamente presso i primitivi d'Oceano (V. Heiser), ma allo stato presente della scienza non è spiegabile con cause naturali : il ricorso al fenomeno di "calefazione" non basta, che l'imponenza dei fatti richiederebbe tale produzione di sudore dal corpo da oltrepassare di gran lunga le possibilità, anche esagerate, della natura umana; né durante i fenomeni, dai corpi degli attori si sviluppa vapore di sorta. Piuttosto, la circostanza che i fatti avvengono soltanto durante riti magici, inclinerebbe ad ammettere la preternaturalità della causa, esaurivendo il fatto ad asione del demonio. La "morte apparente", con relativo seppellimento, probabilmente è un trucco: le relative narrazioni, infatti, sono contradditorie (C. Godard, p. 48; J. De Bonniot, pp. 172-74); comunque, se vero, il fatto potrebbe, secondo alcuni attribuirsi a quelle medesime cause, o analoghe, capaci di dar luogo al letargo e ad altre forme di vita latente di parecchi animali invertebrati e vertebrati. Casi di morte apparente sembrano esser stati osservati anche nell'uomo (J. B. Ferreres).

Concludendo, i fenomeni del fachirismo, considerati nella loro generalità e sostanza, sono ancora sub indice; potranno divenire oggetto d'indagine scientifica solo quando si potrà, finalmente, disporre di un materiale sufficientemente ampio, degno di fede, ben descritto.

Bra...: R. Houdin, Confidences et révalations, Parigi 1888; L. Jazalliot, l'ayage au pays des fables charmeses, ivi 1883 ; P. Gibier, Le spiritisme. Falsirisme accidentel, ivi 1889 ; A. Boulon, Ueber psychische Beobachtungen bei Naturvölkern, Lipsia 1890, p. 20 sg.; J. De Bonniot, Le miracle et ses contraignos, Parigi 1895; A. De Rochas, Recueil de documents relatifs à la lévitation du corps humain, ivi 1897, p. 8 sg.; C. Godard, Le fablirisme, ivi 1900; R. Schanidi, Fobire and Fablition, Brelino 1908; P. Joire, Les phénomènes psychiques supernormaux, Parigj 1909; A. Grezza, Studio sulla morte apparente e la morte reale, Roma 1913; M. Asta Palacios, La ntiatiene d'al-Gazadit, Lovanio 1914; H. Oldenber, La Bouddha, sa vie, sa doctrine, sa commentati, Parigi 1921; L. Massignon, La passion d'al-Husaye (bu Mawson al-Hallaj..., ivi 1922; L. Wieger, Histoire des croyances religieuses et des opinions philosophiques en Chine, Hienblon 1922; M. F. Ossandowski, L'homme et le mystère en Asie, Parigi 1922; L. Roure, Fobire, in Dictionnaire des connaissances religieuses, III (1926), coll. 182-64; J. P. Brown, The dervisher or oriental spiritualism, Oxford 1927; T. K. Oesterreich, Les possédés, La possession démoniaque chez les primitifs, dans l'antiquité, au moyen âge, et dans la civilisation moderne, trad. franc. di R. Sudre, Parigj 1927; G. Leroy, La idvitation, ivi 1908 ; J. B. Ferreres, Le muerte real y la muerte aparente con relación a los Santos Sacramentos..., Barcelona 1930; H. Price, A cuesta degli spiriti, Milano 1937; V. Heiser, L'adissea di un dottore americano, trad. it. di P. Monaci, Firenze 1939; E. Bassano, Papali primitivi e manifestazioni supernormali, Verona 1946.

Alighiero Tondi
FACOLTA. - Principio prossimo immediato di attività nell'essere vivente. Esprime i concetti di potenza, energia, forza, capacità.

La dottrina delle f., quale la presenta la filosofia tradizionale, può essere dedotta da un quadruplice ordine di considerazioni: a) l'anima non è sempre attiva, conscia; suppone quindi la realtà di forze che da una relativa inerzia la inducano al-
l'azione; b) i nostri sensi parimente agiscono secondo dei ritmi discontinui; c) le nostre azioni sono di differente e spesso discorde natura se paragonate a vicenda; d) nonostante questa poliedrica e intermittente attività noi sperimentiamo una convergenza nell'unità del principio cui attribuiamo ogni nostra azione spirituale, sensibile, o vitale. S. Tommaso (Sum. Theol., 14, q. 78, a. 4) e s. Bonaventura ( i Sent., d. 3, p. 2, a. 1, q. 3 ad 3) definiscono le f. come "principium proximum et immediatum operationum animae». Non consegue da questa definizione che le f. tutte risiedano esclusivamente nell'anima. Mentre essa è la sede unica delle potenze inorganiche (intelletto e volontà), l'intero compoco umano è soggetto delle f. che si esercitano per mezzo degli organi (Sum. Theol., 15, q. 77, a. 5 e Quaest. disput. de animo, a. 12 ad 16 ).

In quanto potenzae le f. hanno un intrinseco rapporto o tensione all'atto, e questo atto è differente secondo l'oggetto. La diversità degli atti e degli oggetti pone il fondamento della distinzione e della molteplicità delle f. (Sum. Theol., loc. cit., s. 3), che invece Sesto ripone nella formalità propria delle singole potenze (Quodl., q. 13, n. 39). La classificazione aristotelica (De anima, II, 3) ammette cinque generi di f. : la f. vegetativa ( text { ( ̇} germués), l'appetitiva ( text { ( ̇} germués), la sensitiva ( text { ( ̇} ( text { ( ̇} germués), la locomotiva ( text { ( ̇} ( text { ( ̇} germués), l'intellettiva ( text { ( ̇} germués). Gli scolastici accettarono, senza apportarvi rilevanti modificazioni, la classificazione dello Stagurta. Ecco lo schema delle f. secondo s. Tommaso: potenza vegetativa, tripartita in nutritiva, aumentativa e generativa; sensitiva, specificata in cinque sensi esterni (vista, udito, odorato, gusto e tatto) e quattro interni (senza comune, fantasia, estimativa e memoria); appetitiva, che si duplica in sensibile e razionale (volontà); locomotiva o motrice; intellettiva per le cognizioni che superano la sfera della sensibilità. Le classificazioni delle f. in attive e passive, superiori e inferiori, sono inutilive, cosi da non richiedere spiegazioni.

Anmessa la definizione secondo la quale le f. sono principi per mezzo dei quali l'anima opera, è evidente la necessità di stabilire tra queste e quelle una distinzione. Controversa ne è però la natura. Alberto Magno, Tommaso, Egidio Romano, Vásquez, Suárez e più genericamente i tunisci difendono le distinzione reale, facendo proprio il principio dell'Angelico: "Cum potestio animae non sit eius essentia, oportet quod sit accidens (Sum. Theol., 17, q. 77, a. 1 ad 3). Sesto invece con la sua scuola (probabilmente anche s. Bonaventura), nell'intento di salvare l'unità dell'anima, che gli sembra compromessa nell'opinione opposta, asserisce che tra anima e f. intercede soltanto la distinzione formale (Ossar., II, d. 16). Occam e nominalisti infine, sostenendo l'identità reale tra la sostanza e gli attributi, ammettono fra anima e f. una semplice distinzione di ragione.

Distinto a vicenda, le f. hanno una loro gerarchia, un ordine di priorità e dignità. Gerarchicamente le f. vegetative sono subordinate a ordinate alle sensitive a queste alle razionali. Quanto alla priorità, essa può essere riguardata sotto un duplice aspetto: temporale-storico e empirico. Sotto il primo aspetto si sottolinea la differenziazione funzionale successiva delle f., cosi che il neonato offre un tipico predominio delle potenze vegetative, cui presto s'inserisce la sensibilità affettiva e motorica, mentre l'esercizio pieno dell'intelligenza e del valore coincidono con uno stadio ulteriore dello sviluppo corporale. Sotto l'aspetto empirico si considera la priorità nel significato di predominio e cioè si ricerca quale tra le f. imperi nella vita dell'uomo adulto medio. La risposta è relativa allo psichismo individuale : a seconda della prevalenza della sensibilità, dell'intelligenza o della volon-

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tarietà si avrà un predominio direttore-operativo della f. corrispondente. Finalmente la dignità delle potenze ha dato luogo alla controversia scolastica tra intellettualisti e volontaristi. Anche qui le due tendenze si polariziano rispettivamente verso s. Tommaso e Scoto. L'Angelico, aristotelico, scrive : "Si ergo intellectus et voluntas considerentur secundum se, sic intellectus eminentior mventur" (Sum. Theol., 14, q. 82, a. 5), e prova il suo intellettualismo sia dalla maggior nobilità dell'oggetto, sia dall'influsso che la ragione esercita sul volere. Scoto, sulle tracce di a. Agostino e di a. Bonaventura, difende il primato della volontà, fondandosi principalmente sulla maggior eccellenza dell'amore di Dio in confronto della sua conoscenza e sulla funzione direttrice che esercita la volontà sull'autorità intellettuale (Guse., IV, d. 49, q. 4). - Non convenit in parte intellectiva hoc imperare nisi voluntati" (loc. cit., d. 14, q. 2, n. 3).

La filosofia moderna fin dal suo esordire ha rifiutato la concezione scolastica delle f. Descartes, identificando l'essenza dell'anima con il pensiero, annullò ogni distinzione tra quella e le sue potenze. Spinoza e i monisti rigettarono formalmente le f. Leibniz le ridusse a possibilità. Il più noto tra gli avversari della dottrina delle f. è Herbart, che però non la impugnò nella sua formulazione classica (ch'egli dichiara "psicologia mitologica "), bensì in quella assunta da Kant, che classifica le f. in rappresentative, affettive e conative. Anche Beneke nega la loro realtà di forse psichiche originarie e distinte, riducendole ad abitudini acquisite.

Un posto singolare nella moderna interpretazione delle f. è riservato alla scuola scozzese che, partendo dall'analisi dei fatti psichici e dalla constatazione della loro molteplicità, ammette una serie di attitudini o capacità, cause della specifiche manifestazioni della vita conscia. Ma se anche, in polemica contro gli associazionisti, Reid e seguaci affermano vigorosamente l'esistenza delle f. e dell'anima, tuttavia reputano che studiare la natura di questa non spetti alla psicologia, la quale deve occuparsi delle sole realtà che ci è dato conoscere empiricamente, cioè operazioni e f.

Foullée, Renouvier, Ribot, ecc., premendo sull'unità della funzione psichica, ignorano le f. nel senso tradizionale. Così ancora, per coerenza sistematica, sono esse rifiutate dai positivisti, che con Prulsen riducono le potenze a forme di pensiero, e dai difensori del dinamismo (v.), che identifica integralmente l'energia con la realtà.

Bisc.: Oltre le opere citate, cf.: A. Garnier. Traité des facultés du Fóme. Parigi 1830; W. Hamilton. Lectures on metaphysics and logic. Londra 1830-60; I. Taine. De l'intelligence. Parigi 1870; C. Gutberlet. Der Kampf um die Seele. Magonza 1809; J. Goyez. Leiribati des allgemeies Physiologie, 4 e ed., Münster in West. 1920; A. Rosvadovski. Distinctio potentiamm a substantia secundum doctrinam s. Thonne, in Gregorianum, 16 (1915), pp. 272-81.

FACOLTÀ QUINQUENNALI : v. QUINQUENNALI, FACOLTÀ.

FACOLTÀ UNIVERSITARIA. - L'espressione può essere spiegata storicamente in due sensi. Secondo il primo e più semplice si intendeva per f. la licenza (facultas) ubique docendi; ma il termine è passato poi a disegnare il complesso di insegnamenti a proposito dei quali la facultas poteva essere conferita.

E da avvertire altresì che il termine "università" non indicava l'insieme degli insegnamenti impartiti in più rami dello scibile, sibbene la corporazione organizzata degli studenti e dei professori (corpus, collegium, materias, consuntias, consortium o universitatis consortium o anche communis consortium a semplicemente universitas scholarium a magistrorum).

Il termine f. venne in seguito, e specialmente per influsso dell'organizzazione scolastica degli studi, ad indicare l'insieme degli insegnamenti relativi ad un particolare settore a arte. Così per il diritto diviso in civile e canonico, così per la grammatica, retorica, filosofia, così anche per la teologia, la medicina o fisica. In questo senso il termine facultas è correlativo all'altro di collegium. L'organizzazione dei dottori, docentes di una stessa branca di cultura, era pure indicata cosi : si annoveravano il collegium iuridicum, il collegium medicinae a simili.

Questi collegi potevano essere separati e formare una università di per sé. Secondo il concetto della università degli studi di oggi potevano sembrare incompleti. Più spesso una stessa universitas si ripartiva in settori interni, a cui corrispondevano altrettanti collegi o fundiates predisponendosi cosi il concetto più moderno di universitas studiorum. Le varie f. o collegi avevano i propri dirigenti e una certa autonomia interna nell'ambito della universitas. Tipica è la divisione di questo genere che si trova nell'Università di Padova fin dai tempi più antichi della sua storia. Anche Bologna al primitivo nucleo per l'insegnamento del diritto (sess o facultas iuridica), aggiunse altre artes nei primi del ' 2000 o f. per la medicina e per la filosofia.

Bisc.: C. F. Sariens. Storia del diritto romano nel medioevo. vers. iv., II. Torino 1830; H. Denifle. Die Universitäten des Mittelalters bis 1400. I. Berlino 1882; H. Rashidali. The Universities of Europe in the middle ages, a voll., Oxford 1804. S. d'Jescy. Hist. des Universités françaises et étrangères des origines à nos jours. I. Patioi 1922. pp. 142-72. Antonio Rota

FACONDO di Eremiana. - Vescovo africano del vi sec. Quanto si sa di lui è strettamente connesso con la parte ch'egli sostenne nella questione dei Tre Capitoli, dei quali fu uno dei più strenui e tenaci difensori, impiegandovi le sue doti di vigoroso polemista e di profondo conoscitore dei Padri greci e latini.

Vescovo di Erminna nella Bisacene d'Africa, si recò a Costantinopoli quando ferveva la controversia, e là, invitato da altri vescovi, scrisse fra il 548 e il 548 la sua opera maggiore: Per defensione Trium Capitulorum Concilii Chalcedonensis libri XII ad Iustinianum imperatorem. Preso atto che l'imperatore - accettando la proposizione che una delle Persone trinitarie ha sofferto nella carne, ed inoltre la maternità divina della Vergine e l'unione delle due nature in Cristo - è nella vera Fede, cerca di dimostrare che gli oppositori dei Tre Capitoli, eutichiani e origenisti, si servono della questione come d'un pretesto per scalzare l'autorità del Concilio di Calcedonia, e difende energicamente gli uomini e gli scritti incriminati, soffermandosi a lungo su Teodoro di Mopononia e Hibâ di Edessa, mentre Teodoreto di Ciro è solo brevemente menzionato. Insiste, a tale intento, su alcuni principi : dovere dei vescovi d'illuminare nella Fede i principi e di questi di sottomettersi all'autorità dei vescovi in materia di Fede e di morale; irreformabilità delle decisioni prese da un concilio; illegoltà d'un procedimento contro i morti, su cui la Chiesa non ha giurisdizione; ingiustizia della condanna pronunciata contro una persona per qualche sbaglio occasionale e della tacita di eretico attribuita a chi non fu pertinace nell'errore. Prima che quest'opera fosse compiuta, giunse a Costantinopoli papa Vigilio, che richiese a 70 vescovi una relazione scritta sulla questione. F. redasse in sette giorni un riossunto dell'opera che aveva per mano, in oltre 7000 righe, che andò perduto. Quando, con il Indicatum dell' 21 apr. 548 , Vigilio condannò i Tre Capitoli - condanna confermata, dopo forti contrasti del Papa; con Clustinians, dal Concilio Costantinopolitano del 553 - F., con la maggior parte dell'episcopato africano, si seporò dalla comunione con i vescovi orientali e con il Papa. Sostenne questo punto di vista, verso il 371 , mentre stava nascosto per sfuggire alla persecuzione imperiale, nel Liber contra Mocianum scholasticum, appellandosi a precedenti storici, e in tono ancor più sopro nella Epistola Fidei catholicae in defensione Trium Capitulorum, ove attribuisce agli avversari tutta la colpa d'aver turbato la pace della Chiesa e conferma il suo rifiuto di

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comunicare con essi. In questo atteggiamento F. si ostinò sino alla morte.

Bint.: Opere: PL 67, 327-878. Studi: J. Nirschl, Lehrbarch der Patrologie und Patristik, III, Magonza 1889. pp. 475-79: Bardenhewer, V. pp. 320-24: Moricca. III, pp. 1267-70. Michele Pellegrino

FAENZA, diocesi di. - In prov. di Ravenna; è suffraganea di Bologna; la Cattedrale è dedicata a s. Pietro Apostolo. La diocesi ha un'estensione di 700 kmq . e conta 125.000 ab., di cui 23.250 in città, 47.660 nel comune e ca. 80.000 in altri 10 comuni. Le appartengono 14 parrocchie di città e 103 di campagna divise in 23 vicariati. Conta 247 sacerdoti, 536 religiosi e religiose, divisi in 7 monasteri, 9 conventi o addetti alla cura di 14 collegi o istituti di educazione.

Centro di comunicazione tra la Toscana e la zona ravennate, deve principalmente a ciò il suo sviluppo fin dall'antichità (è ricordata per la prima volta nelle fonti storiche come alleata di Roma nella seconda guerra punita, 216 a. C.). Di un cristianesimo precostantiniano a F. non abbiamo notizie dirette (leggendari i martiri faentini Emiliana e Savino) : però al Sinodo romano del 313 è già presente un suo vescovo Constantius a Faventia (Ottato Mil., CSEL, 26, 26), e questo fa supporre che il cristianesimo vi fosse già da tempo numeroso ed organizzato. Nessun'altra diocesi dell'Emilia ha date sicure tanto antiche. Ad un vescovo, pure di nome Costanzo, si rivolge ca. 60 anni dopo s. Ambrogio (PL 16, 879) come a vescovo vicinissimo ad Imola, per affidargli la temporanea cura di questa chiesa. E verosimile trattarsi di un vescovo di F., la città più vicina ad Imola; le obiezioni mosse al riguardo dal Lanzoni (p. 770) sono basate su di un singolare equivoco geografico in cui è caduto l'illustre studioso. L'antica Cattedrale corrispondeva all'attuale S. Maria vecchia (vi si notano ancora importanti avanzi murari del vi sec.) ed era una basilica cimiteriale a tre navate, posta fuori e ad ovest della città. Con le guerre longobarde (a. 740) questa chiesa passò ai monaci assumendo il nome di S. Maria foris portam e divenne cattedrale la Pleba S. Petri, al centro della città, basilica anch'essa a tre navi, volta con la facciata ad oriente : dopo vari incendi e distruzioni, fu riedificata dal vescovo Federico Manfredi (1474).

I secc. vi-xi segnano lo sviluppo delle pievi e dei monasteri in questa diocesi. Una bolla di papa Celestino II (Kehr, Italia Pontificia, V, Berlino 1911, p. 148) dice che nel 1143 la diocesi di F. comprendeva ben 22 pievi e 6 monasteri, e si estendeva dalla cresta dell'Appennine alle porte di Ravenna, con largo sviluppo anche a valle di Imola ed a monte di Forli. Di tali pievi sono particolarmente antiche quelle di S. Pietro in Silvia
e di S. Giovanni in Ottavo; tra i monasteri celebri quello di S. Maria foris portam (dove nel 1072 muore s. Fier Damiano, supolto oggi nella Cattedrale) e quello di S. Benedetto in Alpe (per il quale nel 1021 s. Romualdo ottiene un diploma da Enrico III). Dal sec. 21 sorgano attorno alle pievi le cappellanie o parrocchie; nella sola citta nel 1200 sono già 27 , e le Ratio Declmorum del 1301 (Studi e Testi, 60 [Città dal Vaticano 1949], pp. 199221) per tutta la diocesi ne elenca 237 con 12 monasteri. Anche durante il periodo delle lotte tra guelfi e ghibellini (Sno all'affermarsi della signoria dei Manfredi, 1313) è notevole il rifiorire della vita religiosa a P., dovuta principalmente allo sviluppo degli Ordini mendicanti. Nel 1223 si ha il primo convento di Domenicant e nel 1224 quello delle Clarisse (era ancor vivo a. Francesco). Sono di questo tempo i faentini b. Novellone (m. 1289), s. Umiltà (m. nel 1310, nel 1266 aveva fondato il suo monastero di monache vallamircozane) ed il b. Filippo Giacomo Bertoni(m. 1483). Però nel sec. xvi la città è infestata dalle dormice dei novatori, ed in tutta Italia acquista fama di città luterana: tristemente celebri i processi del 1547 (vi è condannato il giovane fornaio Fanino Fanini, giustiziato poi nel 1552) e dal 1567 -69. Non mancano tuttavia personaggi insigni per cultura, pietà e carità, e ad essi F. deve la sua salvezza. Tra i più celebri, fra' Saba da Castiglione, cavaliere del S. Sepolcro e commendatore della Magione (m. 1534), il vescovo Rodolfo Pio da Carpi, anima della riforma pretridentina (1528-44) ed il suo successore G. B. Sighicelli, il quale partecipa alle ultime sessioni del Concilio di Trento, emana l'editto di fondazione del seminario ( 1569 ) e dirige tutta la controriforma tridentina nella diocesi. Altri grandi nomi dell'episcopato faentino: il card. Carlo Rossetti (1643-81), il card. Antonio Pignatelli (1682-86, poi papa Innocenzo XII), Marcello Durazzo (1679-1710) ed Antonio Cantoni (1742-67). Grande sviluppo vien dato in questo periodo ad istituti di cultura, di assistenza dei poveri, ad orfanotrof, scuole, ospedali, confraternite religiose, e soprattutto al seminario, inaugurato nel 1576 , e divenuto negli ultimi due secoli uno dei principali centri del neoclassicismo romagnolo (negli aa. 17661771 vi fu allievo Vincenzo Monti), e di cui sta ora sorgendo la nuova sede monumentale su disegno dell'arch. Dante Fornoni. Altri insigni figure dalla vita cattolica di F. dell'ultimo periodo sono il vesa. Gioacchino Cantagalli (1884-1912), lo storico Francesco Lanzoni (m. nel 1929), il giurista card. Michele Lega (m. nel 1936), il moralista Emilio Berardi (m. nel 1916), il direttore spirituale del seminario Paolo Taroni (m. nel 1912) ed il conte Carlo Zucchini presidente dell'Opera dei Congressi (m. nel 1928).

I monumenti sacri di F. hanno subito gravissimi danni per la guerra 1940-45: il 50 \% delle chiese è andato totalmente distrutto ed il 20 \% gravemente danneggiato, mentre quasi tutti i campanili sono scomparsi. Sono rimasti fortunatamente in piedi, con danni più leggeri, alcuni fra i monumenti più preziosi: la Cattedrale, di Giuliano da Maiano ( 1474 : nell'interno fu compiuta da Lapo Fortigiani il giovane nei primi decenni del Cinque-

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cemo, e fu consacrata nel 1381), in cui si ammirano il sepolcro di s. Savino, di Benedetto da Maiano (1442-97), l'altare di s. Terenzio, di Agostino di Duccio (1418-98), minore di Ferrati Fenzoni (m. 1643), ecc.; la chiesa della Commenda, del sec. xi, con affresco absidale di Girolamo Trevisano (m. nel 1544) ed altro affresco sulla tomba di Iro' della di Castiglione del Minocchi (m. 1564); S. Ippolito, opera di Giocochino Tomba (1771); S. Maria dell'Angelo (1621), su disegno del romano Girolamo Rainaldi; S. Domenico (1759) col presioso coro in legno del Paganelli; S. Bartolomeo (sec. 1x); ceramiche e tele cinquecentesche trasportate poi nella Pinacoteca comunale e nel Museo delle Ceramiche, ecc.

Biel.: Assal vasta: quasi ogni parrocchia ba una sua bibliografia, th interesse più generale; G. B. Matarclli, Ad Scriptores Rerum Italicarum et. Muratorii Accesiones historicos Piscinimus, Venezia 1771 (raccolta di cronache e documenti fiam. uni, ripubblicati nel RIS, 28); F. Lancioni, I primordi della Chiesa fientina, Fiemza 1906; P. Fr. Gehr. Italic Pontificia, V. Berlino 1911, pp. 146 180; A. Mercati, E. Niselli-Rocca, P. Sella, Rationes decimarum Iisbar nel rev. XIII e XIV. Aemilia, Città del Vaticano 1933, pp.

197-221; F. Lancioni. Cronotassi dei vescovi di F. dai primordi a tutto il sec. XIII. Fiemza 1913; id., La Controriforma nella città e diocesi di F., ivi 1923; id., La fondamione e l'apertura del Seminario di F., ivi 1926); Cattinemi, I. 1296-1100. Giovanni Lucchesi

FÁGÁRAS. - Città della Transilvania, già sede di un vescovato istituito nel 1721 dal papa Clemente IX, in sostituzione di quello più antico di Alba Iulia.

A F. chiedette però solo il vescovo Giovanni Giurgiu, perché il successore di questi trasferì la propria sede a Blaj. La diocesi ha tuttavia conservato il titolo di F., fino alla rianizzazione del vescovato di Alba Iulia (1635). Quando questo venne innalzato al corso di arcivescovato e metropolia, l'arcivesco venne ad assumere il titolo di metropolita di Alba Iulia e F. Il 10 maggio 1930 è morto per la causa della Fede, nel carcere di Vacarcati in Bucarest, l'eusiliare di F. e Alba Iulia, mons. Basilio Aftenie.

Superfice 201.572 kmq.; ab. 17.000 .000 ; cattolici 412.486 ; parrocchie 606.

Biel.: N. Doussaianu, Monumente istorice pentru istoria Tärii Pägiropului, Bucarest 1889.

Maziano Baffi
FAGE, MARIE-ANTOINETTE. - In religione suor Maria di Gesù, n. a Parigi il 7 nov. 1824, m. ivi il 19 sett. 1883. Dopo una triste infanzia, orfana a 14 anni, fu accolta in casa di parenti, dove visse dando esempi di fortezza nelle avversità e nelle sofferenze.

Nel 1864 l'incontro con p. Stefano Pernet decise del suo avvenire. Con lui infatti fondò l'Istituto delle Piccole Suore dell'Assunzione (v.), infermiera dei poveri a domicilio, dei quale fu la prima superiora generale. A fianco del Pernet lavorò inde/essemente per l'ampliamento dell'Istituto, sopportando privazioni e vincento contrarietà. Il introdotta presso la S. Congregazione dei Riti la causa della sua beatificazione.

Biel.: anss., Il p. Stefano Pernet., trad. it., Roma 1906; id., La madre Maria di Gesù, ivi 1914.

FAGNANI, Prospero. - Canonista e teologo, n. a S. Angelo in Vado nel 1587 , m. in Roma nel 1678. Laureato in utroque iure a Perugia (1618), insegnò diritto canonico all'Università di Roma.

Segretario della S. Congregazione del Concilio a soli 22 anni d'età, disimpegno lo stesso ufficio presso altre quattro Congregazioni (vescovi e Regolari, visita apostolica, stato e nforma dei Regolari, indulgenza). Chiamato nello stesso tempo a vari altri impegni di Curia, ebbe importanti incarichi presso undici dicasteri insieme. Gregorio XV lo volle sua collaboratore nella redazione della bolla Aeternis Patris circa l'elezione del Sommo Pontefice. Cieco a soli 44 anni d'età, continuò la sua attività curiale e scientifica, chiamato per antonomasia "doctor caccus oculatissimus».

I suoi classici commentari alle Decretali (Ius Canonicum seu commentaria absolutissima in quinque libros decretolium, Roma 1661, e successive edd., 5 voll., in-fol.), compooti per ordine di Alessandro VII e arricchiti dell'importante materiale desunto dalle decisioni della S. Congregazione del Concilio e di varie altre Congregazioni, gli valsero un posto ambiente tra i canonici postglossatori; essi godono ancora di molta autorità e sono particolarmente utili per la storia della disciplina ecclesiastica
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(Isl. Enii)
postridentina. In teologia morale professò il probabiliorismo e scrisse un opuscolo contro il probabilismo, per cui s. Alfonso lo definisce: "magnus rigoristarum pater».

Biel.: Note biografiche si ricavano dalle prefazioni al I vol. dei Commentaria: Huttor, IV, col. 213 sgg.; J. F. von Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, III, 1. Stoccarda 1880, p. 483; J. Bond. Catalogus auctorum qui scribuerunt de theologia morali et practica, Rotterdam 1940, p. 23. Zaccaria da San Mauro

FAGNANO, Giuseppe. - N. il 9 marzo 1844 a Rocchetta Tanaro (Alessandria), m. a Santiago il 18 ag. 1916. Nel 1880 entrò nell'Oratorio di S. Giovanni Bosco in Torino e, ordinato sacerdote nel 1868, fu inviato nei collegi di Lanzo Torinese e Varazze. Nel 1875 fece parte della prima spedizione di missionari, che il Santo mandò nella Repubblica argentina sotto la guida del futuro card. Giovanni Cagliero (v.), apostolo della Patagonia.

Fondò dapprima la casa di S. Nicolas de los Arrogos, in provincia di Buenos Aires; poi, nel 1880, quella di Carmen de Patagones, sul Rio Negro, al confine settentrionale della Patagonia, dove sperduti in immense praterie vivevano i superstiti indii Araucani, ricacciati in quelle terre dalla recente spedizione dell'esercito nazionale, e varie famiglie di indii Tehuelches. Don F. vi eresse la prima chiesa parrocchiale, aprì collegi, fondò un osservatorio metereologico e si diede all'evangelizzazione degli aborigeni. Nel 1883 furono eretti il vicariato apostolico della Patagonia meridionale e Terra del Fuoco; al primo venne preposto il Cagliero e alla seconda il F., che vi trasferì a Punta Arenas, sulle stretto di Magellano, per svolgervi un'azione missionaria e civilizatrice durata oltre sei lustri, aiutato anche dai confratelli e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Con un'opera complessa e tenace, riuscì ad inserire nella vita civile zone deserte dell'Argentina e del Cile, portando impulso egli studi, istituendo scuole e musel. Il F. è sepolto nella chiesa madre di Punta Arenas, da lui costruita.

Biel.: L. Barrantes Molina, Mons. José F., Buenos Aires 1918; M. Borgatello, Novae d'argento, ossia 25 anni della missione

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solecione della Patagonia meridionale e Terra del Funeo, 2 voll., Torino 1921: id., Mons. G. F., ivi 1030 ; R. A. Entraigas, Mons. F.; el hombre, el misionero, el piensor, Buenos Aires 1949. Luigi Carano

FAIDA. - Dal tedesco Felide, fu nota nelle leggi longobarde con il termine inimicitia e altrove con l'espressione vindicta parentum. Essa rappresenta la lotta di un gruppo familiare contro un altro gruppo familiare per rimuovere le offese fatte a un proprio appartamento. La f. si apriva con un processo in seno al gruppo vendicante, che deliberava sulla gravità dell'offesa e della lesione, a che impegnava tutti gli appartenenti del gruppo stesso fino a che non fosse compiuta materialmente la vendetta o si fosse ottenuto l'indennizzo.

Regolata prima dalla consuetudine, la legislazione la tollera e le riconosce, ma la restringe man mano con il progredire dell'alto del potere dello Stato, escludendosene i reati di minima gravità, che vengono risolti giudizialmente con la dichiarazione pubblica dell'indennizzo (compositio), a quelli di massima gravità (reati contro la sicurezza dello Stato), i quali ultimi si estendono asserbendo un numero sempre più grande di reati privati. I reati pubblici erano ritenuti offese all'intero popolo. Ne derivava che l'autore dell'offesa era posto al bando e lasciato impunemente all'offesa di chiunque.

Nei delitti privati la legislazione longobarda lasciava l'alternativa a di chiedere giudizialmente la composizione fissata per legge e di ricorrere alla vendetta. Liturprando cercò di limitare per quanto era possibile l'uso della vendetta privata, riconoscendo in effetti tuttavia la difficoltà di vincere il cenero della sua gente. Ma più ancora operò l'imperatore Carlomagno, il quale si richiamava espressamente al sentimento di fraternità cristiana la dove disponeva (Cap. Aquizg. 802, 32) : - ne peccatum accrescat, ut inimicitia maxima inter christianos non fiat, uti suadentes (sic) diabulo homicidia contingant, statuimus ad suom emendationem recurrat, totoque celeritate perpetratum malum ad propingues extincti, digna composizione emender *.

La Chiesa ripetutamente aveva disposto per 8 perdone delle offese private, per la sospensione delle vendette, con la istituzione delle tregue di Dio e delle paci, e con lo stabilimento dei luoghi di rifugio (chiese e monasteri) in cui il colpevole o presunto tale si potesse riparare (v. adito, buritio di). Essa faceva poi contempo opera attraverso il clero e i vescovi per la ricerca delle responsabilità effettive, e, una volta queste accertate, invitava l'offeso a la sua famiglia all'accoglimento della composizione in sostituzione della vendetta privata.

Sicché si deve specialmente alla Chiesa e alla sua opera di persuasione morale se si ritesti a rimuovere dai costumi lentamente l'uso radicato germanico della vendetta privata.

Bim.: F. Del Giudice, La vendetta nel diritto longobardo, in Studi di storia e diritto, Milano 1889, p. 246 sgg.; A. Perlin, Storia del diritto italiano, 2^{°} ed., V. Torino 1802, p. 1 sgg.; H. Brunner, Grundzüge der deutschen Rechtsgeschichte, 2^{°} ed., I. Lipsia 1907, p. 221 sgg.

Antonio Rota
FAILLON, Etienne-Michel. - Sulpiziano, poligrafo, n. a Tarascon (Bouches-du-Rhone) il 3 genn. 1800, m. a Parigi il 25 ott. 1870. Sacerdote il 18 sett. 1824, entrò nella Compagnia di S. Sulpizio, il 16 febbr. 1825 , dove tra l'altro occupò le cariche di Assistente (1842), di visitatore delle case d'America del Nord (1849, 1854) e di procuratore generale a Roma (1864).

Ebbe una capacità di lavoro sorprendente, come ne fanno fede le 58 opere di varie genere date alle stampe o lasciare manoscritte. Le più impegnative sono: Matériaux pour la vie de M. Emery, 13 voll. in-fol. mss., materiale di prima mano per la storia del noto Sulpiziano; Vie de M. Oliet, fond. du Sém. de St-Sulpice (2 voll., Parigi 1841; 4 ediz., 3 voll., ivi 1873), opera di valore; Monuments inédits sur l'apostolat de ste Marie Madeleine en Provence et sur les autres apôtres de sette contrée et Locaux, st Maximin, ste Marthe, les stes Marie Jacobé et Salomé (2 voll., ivi 1848,2^{°} tiratura ivi 1859 ; il primo vol. è ormai sorpassato, utile invece il secondo che contiene le fonti
relative alla questione dei Senti di Provenza); Mémoires particuliers pour servir a l'histoire de l'Eglise de l'Amérique du Nord, che contiene la Vie de le Soeur Bourgeois (Parigi-Villemarie 1833), de Mâle Mestre (ivi 1854) e de Mme d'Yenville (ivi 1852), ottima biografie: Histoire de la Colonie franfoise en Canada ( 3 voll., Parigi 1865-66), opera che occupa un passo eminente nella storiografia canadese. Come storico è onesto, pur con qualche difetto, e le sue opere sono frutto di immense ricerche archivistiche, alle quali fa continuo riferimento nelle citazioni.

Bim.: [F.-H. Gamon], Vie de M. F. prêtre de St-Sulpice, Parigi 1877; L. Bertrand, Bibliothèque salpiciause ou Histoire littéraire de la Compagnie de St-Sulpice, II, ivi 1900, pp. 317-56; [A. P. Frutze], Bontillunianis et romanizationis l'an. Servae Dei Mariae Margaritas Defrost de Lascunuerais viduae d'Yenville... Sacomorum additionem (Sucre Réseau Coup, Sectio historica, 74), Città del Vaticano 1930, pp. 217-51. A. Pietro Frutze

FAKENHAM, NICOLA: v. NICOLA di FAKENHAM. FALANSTERIO: v. FOURIER, CHABLEZ.

FALASCIÀ (falaîa = emigrato =, dal ge'ez falaza = migrare = ). - Esigui gruppi di religione giudaica dell'Eliopia settentrionale, nella zona fra Quara ad occidente del lago Tana e il Semien. Parlano una lingua agau (linguaggio camitico).

1. Halévy li considerava discendenti di sbrei depertati dagli Abissini dopo la conquista dello Jemen (sec. vi d. C.). 1. Guidi in credava oriundi dalle colonie militari ebraiche poste ai confini criziani sotto Psammetico II (sec. vi a. C.). C. Conti Rossini li rialloccia ai nuclei di commerciomi ebrei formativi sulla costa eritrea, i quali, frammisti con indigeni, avrebbero formato le popolazioni falascià.

Alle spedizioni dei negus abissini nel 1332 e verso il 1390 i F. opponevano strenua resistenza, passando al contrattacco contro chiese e monasteri cristiani. Dopo la spedizione del negus Ishaq ( 1+14-29 ), si ebbero dei massacri di F. sotto i negus Ba'eda Màrjim ( 1+68-76 ) e Malak Sagad ( 1579,1580 mathrm{e} 1583-86 ). L'insurrezione del falascia Gedeone fu domata e il condottiero ucciso (1623). Da allora in poi : F., assoggettati ed isolati, decrescono di numero. Le varie confessioni cercavano di convertirli. Per opera di Jacques l'aitlovich e S. H. Margulies sorse un cambiato elenico allo scopo di aiutare i F. e di ricordurli alla religione ebraica d'oggi, benché taluni studiosi, come Scheltelowitz, abbiano dubbi sulla loro origine israelita. Il negus Hâjîi Sel'â-e offrì al Faitlovich un terreno per la costruzione d'una scuola per i F. Dogpovani falascia furono inviati a Firenze ed a Pongo allo scopo di prepararsi per l'insegnamento.

La letteratura dei F. è di carattere religioso. Nei loro scritti si valsero della lingua aripica (ge'ez) frammista all'agau. Seguono il Vecchio Testamento servendosi unicamente della traduzione ge'ez a loro provenire dalla Chiesa abissina e conservano alcuni sporcif, pur con la traduzione cristiana. I F. ignorano la tradizione talmudica. Passano il sabato, notte e giorno, ad eccezione delle ore dei pasti, nella sinagoga; conservano vestigia del culto sacrificale. Osservano il digiuno precedente, ma non la fesra di Purim; ignorano anche le Encenie. Celebrano la Pentesoste 57 giorni dopo la Pasqua; ma il loro calendario è empirico, per cui le date delle feste oscillano. Per i cchi e l'intera vita hanno severe leggi di purità. Dediti per la più a mastieri umili, sono perciò circondati da disistimo.

Bim.: C. Conti-Rossini, Appunti di storia e letteratura falascia, in Riv. studi orientali, 7 (1900), pp. 463-90; id., J F., in Rassegna mensile di Israel, 10 (1936), nn. 9-12; id., Fierale note falascia, in Annunzia di studi ebraici, 2 (1937), pp. 107-11; id., La situazione etnica del nord-novest dell'Abissiale veduta da uno storico, in Rassegna sociale dell'Africo orientale, 3 (1942, 20), n. 633; E. Cerulli-U. Casento, s. v. in Stuc. Ital., XIV (1932), p. 735 ; A. Z. Aescoly-Weiratsub, Falaslan-Ibrim, in Amer. Journal of Semitic Lonz., 31 (1934-35), pp. 127-30; id., The Halacha and the customs among the Abyssian Jews in the light of the rabbinic and Curcile Halacha, in Tarbita, 7 (1935-36), pp. 30-36, 121-24; C. A. Viterbo, in Israel, 7-14 maggio 1936. Eugenia Zolli

FALGANDO, Uoo. - Storico. Nulla si sa sulle sue origini; visse in Sicilia durante il sec. air ed è autore di una Historia o Liber regni Siciliae, in cui narra gli avvenimenti dell'isola dal 1154 al 1169 , cioè

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Fallo - I pumonotar apostolic sostengono la f. di S. S. Pio XII.
dalla morte di Ruggero II alla reggenza di Margherita durante la minoritá di Guglielmo II, esponendo i fatti di cui fu testimone o che udi da testimoni diretti, indugiandosi di proposito e con passione sulle lotte dei partiti e degli uomini di corte.

Vent'anni dopo scrissc l'Epistola ad Petrum Panormitane reclasia tionnvtarium, in cui, piú da politico che da storico, di fronte alla minaccia del dominio straniero in seguito al matrimonio di Costanza con Enrico VI, invoca l'azione commode di tutti i siciliani sotto un re italiano contro i tedeschi, prospettando i mali che altrimenti atavano per seguire.

Biel.: Otere, a cura di G. B. Sirames, Roma 1897; cf. M. Vattasso, Del codice benedettino di S. Nizzalo dell' Avena di Catania, coniomente la - Historia - e la -Ep. ad Petrum di G. F., in Archivio Mornatoriano, fasc. m. e C. A. Carupi, Roberto di S. Giovanni, studi storico-diplomatici, in Arch. storico per la Sicilia, 7 (1941), pp. 3-98; 8 (1942), pp. 33-128. Pio Patechini

FALCK, BENEDICT: v. ANASTASIO della CHUCE.
FALCONE, Giuseppe. - N. 2 Napoli il 4 luglio 1802 , m. ivi il 13 giugno 1866. Apparteneva alla Congregazione della Missione (ammessovi il 3 dic. 1816) e per parecchi anni attese al ministero delle missioni e agli esercizi al clero nell'allora Regno di Napoli.

Costretto dalla malattia all'insalione in età ancor valida, si diede a comporre opuscoli ascetici, che ebbero notevole successo. I principali sono: Gesù dalla Croce al cuore del mandano (Napoli 1823, 6a ed. ivi 1848); Raccolta di sacre indulgenze (ivi 1848); Vita cristiana (Bari 1842); Raccolta di sacre cerimonie (Napoli 1850).

Amabile Bragnini
FALCONI, Juan, venerabile. - Mercedario, n. a Fiñana nel 1596, m. nel 1638. Fu professore a Segovia 8 ad Alcalá.

Nei suoi scritti Cartilla para saber leer en Cristo, Vida de Dios, Memento de la Misa, El pan muestro de cada dia (tutte postume; per le edizioni cf. Dudon, pp. ix-x), F. postula, nell'impossibilità di meditare, il metodo contemplativo; la totale rassegnazione al volere di Dio può sostituire il metodo ragionativo. Accusato di far parte della sette degli Alumbrados, se ne dovette scagionare nel 1629. Enorme fu la fortuna degli scritti del F. presso

Molinos a i quietisti italiani; dell'Alfabeto per saper leggere in Cloristo si contano le edizioni di Lecce 1660, di Roma 1663, 1669, 1680.

Il 1^{°} apr. 1688 furono condannate dal S. Uffizio le seguenti traduzioni italiane (altre il precedente Alfabeto): Lettera scritta ad una figlinola spirituale nella quale linsagna il più puro e perfetto spirito dell'ora. tione; Lettera scritta ad un religioso in difesa del modo d'oratione in pura fede da lui insegnate. Probabilmente le traduzioni italiane furono poste all'Indice non per la dottrina in sé, quanto per il pericolo che una falsa lettura poteva recare nell'ingrandire la vampata quietista della 2ᵃ metà del sec. avir.

Biel.: P. Dudon, Le quietime eipagmi Michel Molinos, Parigi 1921, passim a bibl. ivi citata; P. Pourrai, La spiritualité chrétienne, IV, ivi 1947. p. 127 s82. Come esempio dell'induoso del F. sul quietismo italiano cf. M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Selcemo, Roma 1948, p. 180.

Massimo Petrocchi
FALDA. - Veste di seta bianca tendente al crema, lunga coda che il papa cinge ai fianchi, e si trascina per terra. Poco o nulla si sa delle sue origini e dell'epoca della sua assunzione a ornamento pontificale : ora esclusivamente riservato al papa. I diari di Alessandro VI (sul finire del sec. xv) ne parlano come di veste già esistente, e solo ne regolano l'uso.

Anteamente si aveva anche una f. di lana che il pontefice portava nei giorni feriali e nelle domeniche di Avvento e di Quaresima; ma al presente la f. è solamente di seta. Essa è di due specie: una più corta, usata nei concistori segreti, nei quali il santo padre interviene in mozzetta e stola; l'altra, molto più grande, indossata dal papa tutte le volte che è vestito pontificalmente. Viene assunta dopo il rocchetto, nella camera detta «delle f. » presso la Sala dei Paramenti nel Palazzo Apostolico. Siccome l'una e l'altra sono molto più lunghe dell'altezza della persona a terminano con una lunga coda - strascico, è necessario sollevarla perché il papa possa camminare. Due protonotari di numero, o due uditori di Rota, secondo il cerimoniale, hanno l'ufficio di sollevare i lambi anteriori alla f., mentre due camerieri segreti sorreggono l'estremità laterali ed il principe assistente al Soglio l'estremità posteriore insieme al monte pontificale. La f. è usata dal papa tutte le volte che assiste o celebra solennemente la Messa o i Vespri, sia nella cappella del Palazzo Apostolico, che, una volta, nelle diverse chiese di Roma; cioè in tutte le funzioni sacre, in cui indossai i paramenti pontifici, come nella processione del Corpus Domini, lavanda dei piedi, apertura a chiusura della Porta Santa, conciutovo, ecc.

Biel.: G. Mononi, s. v. in Dizionario di erudizione storicaecclesiastica; A. Batrandier, Annuaire pontifical catholique, 23 (1907), pp. 7-11.

Enrico Dante
FALDISTORIO. - Dal tedesco Falstuhl (sedia piegata). E una sedia con bracciuoli ma senza spalliera, che si pone ai gradini dell'altare nel lato dell'Epistola per il vescovo o abate quando non può servirsi del trono, come nel Venerdi Santo e nelle Messe pontificali per i defunti o in presenza di un legato apostolico o di un cardinale, o nelle sacre ordinazioni. Gli altri vescovi l'usano quando dal vescovo diocesano non hanno ottenuto il permesso del trono; gli ausiliari e coadiutori devono servirsene sempre (S. Congregazione dei Riti, decr. 4023). I protonotari apostolicí di numero e soprannuonarari quando celebrano pontificalmente secondo il motu proprio Inter multiplices di Pio X (1905).

Lo ricorda già l'Ordo Romanus XIV del sec. xiv (PL 78, 1139). Non ha i gradini, ma semplicemente un

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podio o uno sgabello. Secondo il Coeremoniale Episcoporum deve essere coperto con seta (prima con tela: Paciano, sec. iv, Episi. 2 ad Sympremistamn lo chiamo + (intestam sedem + ). Secondo l'uso tradizionale lo si copre con stoffa del colore dall'ufficio del giorno ed ha un cuscino dello stesso colore.

L'origine del è è da ricercarsi probabilmente nella praticità di avere vicino all'alzare un comodo sedile, dato che il trono, o cattedra vescovile, era in fondo all'abside dietro l'altare. Nelle chiese abbeziali accanto all'altare era la sedia dell'abate.

BibL.: L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturizh, I. Frthurgo in Br. 1932. pp. 377-72; Ph. Oppenheim, Bemerkungen zum Meiduch der Klusinsmuerndische, 2. Dir. Abtamese, in Bibel und Liturgie, 11 (1935-37). pp. 421-31; P. Bayart, in Liturgia, Parigi 1947. pp. 225-32.

Silvario Mattei
FALK, Adalbert. - Ministro prussiano del Culto, n. a Matschkau (Slesia) il 10 apr. 1827, m. a Hamm il 7 luglio 1900 . Entrato nella magistratura nel 1855 , fu dal genn. 1872 al luglio 1879 ministro del Culto.
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Carina delle Isole Falkland.
sione dei suoi beni, affinchè si provveda a che il patrimonio, nella maniera il più possibile giusta, venga devoluto all'estinzione dei debiti.

E evidente che il debitore è tenuto per sé sempre al pagamento integrale dei suoi debiti, salvo condone, compensazione o composizione. Ci sono però delle cause, che, senza estinguere l'obbligo di restituire, autorizcano un ritardo nel pagamento. Tra queste si può elencare il dissesto finanziario. Ordinariamente, un dissesto simile è moralmente colpevole, quando lo si annunzia senza una suffocente garanzia di non peggiorare, con la propria, la situazione dei creditori o, senza una fondata speranza di ripresa, continuare il commercio, nonostante il dissesto. E se ciò avvenisse, si e responsabile dei danni ulteriori.

In tali circostanze, il diritto naturale esige che: a) il padrone legistimo risbba le cose, che esorto esistono, senza essere passate in proprietà del debitore, come cose affidate, prestate, trovate, rubate, ecc.; b) i credi-
tori privilegiati, come i creditori di ipoteche, vengano soddisfatti prima degli altri; c) si faccia poi luogo agli altri creditori, tra i quali, pur nel pagamento parziale, occorre ragionevolmente conservare un certo ordine o di antecedenza nel debito o nella richiesta. E comunque necessario che rimetta a disposizione dei creditori quanto rimane, detratto il necessario per un nocato sostantamento, secondo il proprio stato, e fermo restando l'obbligo di compiutire la restituzione, quando potrà. Commetterebbe quindi evidentemente ingiustizia colui che non potendo soddisfare a tutti i suoi creditori, vendoase i suoi beni si figli o li intestasse alla moglie. Può aver luogo un'eccezione, quando la moglie stessa veramente sia creditrice.

Ma negli odierni ordinamenti giuridici lo Stato suole intervenire con le sue leggi, indicando la via da seguire o costringendo a seguirla con diverse aggiunte a quello che sarebbe il puro diritto naturale. L'epilogo di questi provvedimenti cautelari e repressivi e il f. cioè lo stato di insolvenza dichiarato da una sentenza di tribunale, dalla quale seguono speciali effetti di ordine personale e reale, e si fa luogo ad una procedura concorsuale culminante nella liquidazione delle attività e nella distribuzione del ricavato netto tra i creditori.

Gli antichi diritti gravavano pesantemente la mano sul debitore in modo da ledere i diritti più fondamentali della persona umana. Il debitore era in prima o seconda linea tenuto con la propria persona o dei suoi e ridotto a ridotti in condizione servile. Senza addentrarsi nella lenta evoluzione storica, per quanto riguarda i diritti orientali basterà rifarsi alla vivida descrizione che ne abbiamo in una parabola del Vangelo di s. Matteo (18, 23-34) e per quanto riguarda l'antico diritto romano, basterà ricordare lo ius novae dandi. Ma anche nel diritto intermedio la ossia bonorum era accompagnata da tali e tante circostanze umilianti da infrangere la dignità personale. Il debitore quasi nudo e scalzo, conservando una sola veste, doveva sedersi su di una pietra nella piazza e rimanervi un'intera giornata, dicendo: cada bono.

Nei diritti odierni i diritti insopprimibili del fallito sono tutelati con sufficente larghezza, ma occorre tener mente a questi precedenti per comprendere il linguaggio,

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che può sembrare eccessivamente accomadante per il debitore, di alcuni moralisti specialmente antichi.

Nel diritto italiano, raccolto ora nel R. decreto 16 marzo 1942, n. 267 ed in alcuni articoli del Codice civile (1977-86, 2288, 2308) innanzi tutto una temporanea sospensione di pagamenti può dar luogo alla procedura dell'amministrazione control. lata con la nomina di un commissario governativo. Inoltre non tutti gli imprenditori o società sono soggetti alle disposizioni legislative riguardanti il f. : per alcuni, imprenditori od enti, ad es., gli enti pubblici, si fa luogo alla liquidazione coatta amministrativa.

Varic vie poi sono aperte, prime di giungere alla dichiarazione di f.; ed innanzi tutto il concordato.

Il concordato può essere stragiudiziale, ed è una specie di transazione tra debitori e creditori, che si accontentano della percentuale loro offerta, oppure giudiziale. Quest'ultimo può essere o concordato preventivo o concordato nel f.

Si fa luogo al concordato preventivo, quando il debitore offre serie garanzie di pagare, oltre il cento per cento dei crediti privilegiati ed ipotecari, almeno il 40 \% dell'ammontare dei crediti ai chirografari, entro sei mesi dalla data di omologazione. Il concordato preventivo può essere prop