� noto il fatto determinante fu lo possibilità di disporre di correnti elettriche prodotte dapprima in proporzioni modeste con pile di vari tipi, tutti conseguenti dalla nota grande scoperta di A. Volta, poi per mezzo di apposite macchine, dette dinami, atte a fornirle in condizioni e proporzioni sempre più imponenti.
La corrente elettrica fu subito considerata come un flusso di e. positiva entro i conduttori, in generale lineari o filiformi. Ma per sé queste correnti non portarono alcuna maggior conoscenza circa la natura intrinseca dei misteriosi fluidi elettrici. Si scopersero invece una notevole quantita di fenomeni elettromagnetici, elettrodinamici, elettrotermici, elettrochimici ecc. che per la loro perfetta regularità permisero di definire un buon numero di grandezze di natura elettrica e di misurarle. Dalla misura delle quantita di e. fluenti nei conduttori risultò una prima impressionante sorpresa: le quantitá di e. fluenti in ogni istante nel più modesto circuito elettrico sono di gran lunga superiori a quelle che ponevano in giuoco le brillanti e rumorose scariche delle grandi macchine elettrostatiche.
IV. Le legoi elettrolitiche di Faraday. - Fra i primi e fondamentali effetti osservati delle correnti elettriche stanno i cosiddetti fenomeni elettrolitici. Soluzioni di alcune sostanze dette elettroliti, inserite in un circuito elettrico, possono venir attraversate dalla corrente elettrica, cioè apparentemente funzionare come conduttori, però come conduttori assai differenti dai consueti conduttori metallici. Il passaggio della corrente elettrica in tali soluzioni è in generale accompagnato da sviluppi o da depositi di parte degli elementi costituenti la sostanza disciolta = anche il solvente stesso. M. Faraday indaga a fondo codesti fenomeni e ne diede le leggi. Di particolare interesse è quella che afferma che il passaggio di una stessa quantità di e. decompose sempre quantità chimicamente equivalenti di elettroliti. Ora codesto accostamento, codesto legame di una proprietà chimica quantitativa delle sostanze e della quantitá di e. costituisce uno dei più profondi e dei più fecondi risultati della scienza, anche se al momento del suo enunciato non risultò a tutti palese. Si era infatti nel periodo che la reazione di equivalente chimico stava cedendo innanzi alle nozioni di atomo, di molecole e di valenza. La materia veniva ormai quasi generalmente considerata costituita corpusco-
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larmente e l'anadetto accostamento indusse a presumere anche una analoga costituzione doli'e. che risulto presto di grande interesse conoscitivo e applicativo.
V. La pregeitalimax ionica. - Ma il vero andamento del fenomeno dell'elettrolisi solo assai più tardi potè venire chiaramente esposto e formulato per opera di S. Arrhenius (1833) e di W. IJitorf.
Nell'elettrolito le molecole delle sostanza disciolta devono considerarsi almeno parzialmente dissociate nel loro iovi, costituiti da due frazioni delle molecole stesse: portanti rispettivamente gli anzidetti atomi di e positiva e negativa. P. es., la molecola dell'acido cloridrico HCl dissociata negli ioni \mathrm{H}+\mathrm{e} \mathrm{Cl} \rightarrow; quella del cloruro di sodio \mathrm{NaCl}, negli ioni \mathrm{Na}-\mathrm{e} \mathrm{Cl} \rightarrow. Questi ioni, in numero enorme e uniformemente distribuiti nel solvente, non manifestano all'esterno alcun campo elettrico dati è loro egual numero e i segni contrati delle loro rispettive cariche elettriche. Le due schiere degli innumerevoli ioni positri e negativi compenetranti l'una nell'altra, si muovono in senso opposto sotto l'azione di un campo elettrico, sia pure di minima intensità. Questo fatto di esser in grado di poter fare scorrere l'una nell'altra codesta sostanze ioniche fino a due elettrodi terminali, ove perdono la loro carica e si trasformano, è di estrema importanza tecnica e pratica; senza di esso tutta l'enorme industria metallurgica elettrolitica non esisterebbe.
Ma è anche molto interessante e importante rendersi conto dell'anomalia delle cariche ioniche. La quantita di e corrispondente alla ionizzazione di un equivalentegramma di ionc, per la legge di Furalar è di 96.500 coulomb positivi o negativi. Queste enormi quantita di e. sono, p. es., nel caso della ionizzazione dell'acido cloridrico, connesse a grammi : di \mathrm{He}_{\mathrm{e}} \mathrm{O}_{35.5} di \mathrm{Cl}_{-}; quindi il tutto può essere contenuto in un bicchiere di elettrolito. Delle enormità di quelle cariche possiamo rendersi conto, p. es., pensando che, se fosse possibile separare gli anzidetti i gr. di \mathrm{H}_{3} \mathrm{e}_{35.5} \mathrm{gr}. di \mathrm{Cl}_{-}, essi posti alla distanza di 100.000 km . si attirerebbero ancora con la forza di una tonnellata! Sono forse queste le considerazioni che per prime condussero al riconoscimento dell'anormità delle forze e delle energie che possono nascondersi in pochi grammi di materia. Merita però di essere ricordato che, se non ci è possibile produrre quantita rilevanti di singole materie ioniche, siamo però in grado di produrre raggi corpuscolari dei quali ogni corpuscolo è costituito de un tone, in particolare, p. es., da un tone positivo di elio, \mathrm{He}_{+}; ed essi permettono di confermare sperimentalmente l'atecabilitá dell'ipotesi ionica.
VI. L'atomo isolato di e. - Finora si è incontrata l'e. in fenomeni nei quali poteva venire interpretata prevalentemente come un ipotetico fluido positivo o negativo; solo in base al suo comportamento nei fenomeni elettrolitici è apparsa opportuna una differente ipotesi : che cioè essa sia di natura corpuscolare e quindi discontinua; ipotesi che non esclude affatto che essa possa apparire nella maggior parte dei fenomeni alla nostra scala come un fluido a ragione dell'estrema piccolezza e dell'enorme numero dei corpuscoli che si deve supporre vi entrino in gioco. Ma in turti questi casi l'e. si è sempre presentata unita a ordinaria materia, cioè, e distribuita macroscopicamente su od in essa, oppure ad essa incorporata microscopicamente determinandone lo stato ionico.
Ma è evidente l'interesse di studiare l'e. anche in eventuali fenomeni in cui si presenti isolatamente.
Uno di codesti fenomeni è costituito da raggi emananti del catodo dei tubi a vuoto in cui si fanno avvenire scariche elettriche, raggi ormai notissimi e detti raggi catodici. Una lunga serie di esperienze pose in evidenza dapprima la natura corpuscolare di tali raggi, poi, per opera di J. Perrin e di J. J. Thomson, la loro carica negativa e la loro consistenza di pure e., senza alcun supporto materiale.
Consentita cosi una facile possibilità di procurarsi quei corpuscoli, se ne studiò a fondo i vari comportamenti. In primo luogo si constata che, malgrado l'assenza di qualsiasi massa materiale ponderabile, essi possedevano una massa dinamica, vale a dire che per accelerarli occorreva l'impiego di una forza (evidentemente di natura elettrica) e un certo dispendio di energia, che essi restituivano, trasformata in irraggiamento elettromagnetico, quando invece perdevano velocità in seguito a un qualsiasi loro fenomeno.
A tutto rigore però le esperienze ora ricordate non fornivano separatamente le due caratteristiche di quei corpuscoli, la loro carica elettrica e a la loro massa dinamica se ma solamente il rapporto delle due ele, che risultava sempre costante per corpuscoli di non eccessiva velocità. Per conseguire i singoli valori e ed si occorreva, per mezzo di qualche ulteriore esperienza, giungere alla misura di uno di essi, evidentemente della carica e, operando su un solo o al più su un noto numero di corpuscoli.
E ciò che fece con piano successo R. Millikan (1908) dimostrando che la minima carica che può assumere un corpuscolo elettrizzato (cioè un corpuscolo unito o un sole atomo di elettricità) è di 4.77 · 10^{-10} unità elettrostatiche, pari a 1,50 · 10^{-13} coulomb, e che quindi tale deve considerarsi la carica e. Delle stesse esperienze risulto pure brillantemente confermato che in qualsiasi elettrizzazione di corpuscoli interviene sempre un numero intero di codeste cariche. Cosi venne attribuito all'atomo di e. negativo, atomo che era già stato designato col nome di elettrone, l'anzidetta carica e.
In seguito alla determinazione della carica e la massa dinamica se dell'elettrone a piccolo velocità (praticamente del cosiddetto elettrone a riposo) risultò m=8.9 · 10^{-15} \mathrm{gr}.
VII. L'atomo di e. positiva. - La fisica fino a pochi anni fa non conosceva alcun fenomeno che ponesse in gioco della pura e. positiva. I raggi corpuscolari positivi, a differenza dei raggi catodici, non erano costituiti da corpuscoli puramente elettrici, ma da ioni. Fu cosi che per un certo tempo si pensò che l'e. positiva dovesse sempre trovarsi connessa a qualcosa di materiale e che l'eventuale scarica di questo non fosse da attribuire alla perdita della sua e. positiva, bensì a un acquisto neutralizzante di altrettanta e. negativa.
Ma finalmente nel corso di ricerche sui raggi cosmici, Anderson dapprima (1932) e poi Blackett e G. Occhialini (1933), tra numerose tracce di elettroni che intervenivano nelle reazioni provocate da quei raggi, tracce per la maggior parte certamente attribuibili a consueti elettroni negativi, ne rilevarono alcuna che, con altrettanta certezza, dovevano attribuirsi a elettroni positivi. E cosi fu risolta l'incertezza circa la possibilità di esistenza della pura e. positiva e fu posta in evidenza la sua corpuscolarità, identica a quella dell'e. negativa.
Non è forse fuori luogo ricordare che parecchi anni prima P. A. M. Dirac, in base a considerazioni teoriche sul comportamento di un generico elettrone, aveva prevista la possibilità di esistenza anche di elettroni positivi, preannunciandone anche qualche proprietà.
Ad ogni modo codesti elettroni positivi liberi nel nostro mondo terrestre ripieno di elettroni negativi hanno una vita effimera; quando un elettrone positivo si incontra con un elettrone negativo (e ciò avviene inevitabilmente dopo un brevissimo istante dalla sua produzione) entrambi speriscono e si manifesta invece un fotone di energia equivalente a quella posseduta da essi all'istante dell'incontro. Anche il fenomeno inverso risulta confermato: un fotone di sufficente energia può sparevole dar luogo alla produzione di due elettroni di segno contrario.
VIII. Conservazione dell'e. - Il fatto sperimentale che quando si produce dell'e. di una specie si debba necessariamente produrre, in egual quantita, e. dell'altra specie,
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unitamente all'uso invalso di attribuir loro rispettivamente i segni opposti + e -, e alla mentalità scientifico meccanicistica dominante fin quasi alla fine del sec. xix, indussero a formulare per l'e. un principio conservativo analogo a quello che da tempo si ammetteva per la materia ponderabile. Ma i brevi accenni precedenti a recentissime constatazioni inducono già a pensare che codesto principio debba venir sottoposto a una più o meno profonda revisione (v. EVERGHE).
BibL. I v. elettrologia.
Paolo Straneo
ELETTROCHIMICA. - In qualsiasi reazione chimica, dalle più semplici alle più complesse, ha sempre luogo una variazione della distribuzione spaziale degli elettroni, cosiddetti leganti, di uno o più atomi o gruppi atomici delle molecole reagenti. Per conseguenza l'e., presa nel senso etimologico, dovrebbe estendersi a tutto il campo delle reazioni chimiche. Per comodità di studio si è però convenuto di attribuire alla e. un campo più ristretto: oggi pertanto sotto il nome di e. si intende quella parte della chimica-fisica che studia, ed anche sfrutta, le relazioni tra reazioni chimiche e lavoro elettrico prelevato da un circuito esterno indipendente del sistema reagente o riversato in esso.
In altre parole: 1) le reazioni elettrolitiche (forzate) per mezzo delle quali, consumando un lavoro elettrico fornito da una sorgente esterna indipendente, si fa avvenire una reazione chimica, che non avverrebbe spontaneamente, in modo da ottenere i prodotti finali desiderati partendo da certi prodotti iniziali. Una caratteristica di questa trasformazione è che il sistema formato dal o dai prodotti finali ha un contenuto energetico maggiore di quello del sistema formato dal o dai prodotti iniziali e per tale ragione la trasformazione non può avvenire spontaneamente; 2) le reazioni svolgentisi, spontaneamente negli elementi galvanici (pile ed accumulatori), le quali portano il sistema formato dal prodotto o dai prodotti iniziali al sistema formato dal o dai prodotti finali, che ha in questo caso un contenuto energetico minore. La differenza tra i contenuti energetici dei sistemi iniziale e finale, conducendo la reazione in modo opportuna, viene trasformata in parte in lavoro elettrico ceduto ed utilizzato in un circuito esterno indipendente. La frazione di tale differenza che può essere trasformata in lavoro elettrico corrisponde alla variazione dell'energia libera messa in gioco durante la trasformazione. In questo caso la natura dei prodotti iniziali, nonché di quelli risultanti dalla trasformazione chimica, ha un interesse relativamente minore.
Le reazioni elettrolitiche sono oggi molto sfruttate industrialmente per la preparazione di un gran numero di prodotti, ottenuti in genere ad un elevato grado di purezza difficilmente ottenibile con altri metodi: metalli, soda caustica, cloro, idrogeno, ossigeno, ecc. Alcuni di tali prodotti, come, p. es., soda caustica e cloro, sono prodotti basilari per tutta l'industria chimica.
Le reazioni degli elementi galvanici, in conseguenza dell'odierno sviluppo della elettrotecnica, hanno perduto moltissimo della loro importanza pratica: le loro applicazioni industriali restano oggi confinate nel campo degli accumulatori e delle pile cosiddette a secco, queste ultime usate quasi esclusivamente per lampadine tascabili e per apparecchi radio portatili. Le reazioni degli elementi galvanici hanno invece assunto una grande importanza come mezzo di ricerca scientifica. Moltissime reazioni possono infatti essere condotte in modo che la variazione della energia libera messa in gioco per la reazione chimica possa essere trasformata in energia elettrica misurabile con mezzi molto semplici in un circuito elettrico esterno ed indipendente dal sistema in reazione. Ciò permette di poter misurare in modo molto semplice, volendosi delle relazioni termodinamiche, molti dati chimici-fisici interessanti il sistema e calcolarne quindi altri di alto interesse teorico: affinità chimica, costanti di equilibrio, decorso di reazioni ecc.
Infine i fenomeni compresi nel campo della e, sono
utilizzabili (e sono anche ampiamente utilizzati) per risolvere problemi analitici mediante misure di conducibilità (analisi conduttometrica), di differenze di potenziale (analisi potenziometrica e misura del p H ), di intensità di corrente in funzione del potenziale eletrodico (analisi polietrografica e polarometrica), mediante elettrolisi (analisi elettrolitica) ecc.
BibL. V. Engelhardt, Handbuch der technischen Elektrochemie, Lipsia 1931 sec.; D. A. Mac innes, The principles of electrochemistry, Nuova York 1930; G. Milazzo, E.: fondament iovici ed applicazioni, Roma 1947.
Gischo Milazzo
ELETTROLOGIA. - Sotto questa denominazione si intende lo sviluppo sistematico e, per quanto possibile, logico della scienza dell'elettricità, indipendentemente dalle sue grandi applicazioni che sono riservate all'elettrotecnica. La ripartizione a l'ordine di tale sviluppo lascia evidentemente un certo margine di arbitrarietà. Prima della scoperta delle correnti elettriche voltaiche non si avevano da considerare che i fenomeni della produzione e distribuzione di elettricità in condizioni prevalentemente statiche, e dei campi che tali distribuzioni producevano. Ciò è ancora il compito dell'elettrostatica, che in generale si premette alla considerazione delle altre parti dell'e., cioè allo studio della correnti elettriche e dei complessi fenomeni con cui esse vengono prodotte e che poi producono.
Non è privo di interesse ricordare che alla fine del sec. xix e nei primi decenni del secolo attuale si verificò una certa tendenza a iniziare senza'altro l'e. con lo studio delle correnti elettriche assunte come principale fenomeno fondamentale, considerando poi l'elettrostatica come un capitolo particolare di essa. Ma, forse anche in conseguente di alcune vedute delle fisica moderna nella quale è fondamentale la considerazione dell'atomo di pura elettricità, cioè dell'elettrone e del suo campo coulombiano, l'anzidetta tendenza non ebbe che qualche successo parziale, p. es., con il diffuso trattato di R. W. Pohl.
I. Elettrostatica. - Questo ramo dell'e. è essenzialmente basato (v. Elettricita): i) sul fatto confermato dall'esperienza dell'esistenza di due specie di elettricità e delle loro note proprietà di attrazione o di repulsione quantitativamente governate dalla legge di Coulomb; 2) sul fatto, pure confermato dall'esperienza, dell'esistenza di corpi isolanti e conduttori; 3) sull'ipotesi che nei corpi materiali siano in generale contenuti in eguali enormi quantità le due suddette specie di elettricità che, pur sussistendo distinte in essi, annullano mutuamente i loro effetti esterni in modo che i suddetti corpi risultino neutri agli osservatori esterni; 4) sull'ipotesi che nei corpi conduttori una almeno di queste due specie di elettricità si muova sotto l'influsso di qualsiasi campo elettrico per quanto tenue.
Immediata conseguenza dell'attrazione di cariche, comunque distribuite, di elettricità di specie differenti e della ripulsione di analoghe cariche di elettricità di ugual specie è l'importunissimo fenomeno dell'elettrizzazione per influenza o per induzione, scoperto verso la metà del sec. xvili. Consideriamone il caso più semplice. Un corpo conduttore qualsiasi, sostenuto da un filo o da un manico isolante, venga elettrizzato partendo su di esso dell'elettricità. A cagione della repulsione che si esercita fra tutte le sue parti tutta codesta elettricità si porta alla superfice del corpo stesso. Accusando queste ed un altro conduttore analogamente isolato e allo stato neutro si constata che una parte della sua elettricità interna di specie contraria a quella del primo corpo che diremo induttare si porta sulla parte della sua superfice più prossima a questo, mentre sulla parte della sua superfice più lontana si accumula una eguale quantità di elettricità della specie di quella dell'induttore. Risulta evidente che se si elimina quest'ultima parte di elettricità (p. es., disperdendola a terra attraverso il nostro corpo toccando con un dito la
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superfice ove essa si trova) si verrà in possesso di una quantil di elettricità di specie contraria a quella del corpo induttore, trasferibile, almeno in parte, a piacere su qualsiasi altro conduttore isolato; e ripetendo l'operazione, si potrà evidentemente accumulare su conduttori opportunamente disposti (su condensatori) anche notevoli quantitá di tale elettricita.
Le macchine per la produzione dell'elettricità statica funzionano tutte in base a applicazioni più o meno seternanche del criterio ora esposto e di pochi altri assorgimenti secondari.
Nello sviluppo della teoria dei campi elettrici l'elettricistica introdusse ed elaborò la nozione importantissima di potenziale elettrica, coincidente con quella che Volta aveva genialmente intuita e detto tensione elettrica. Uno catico elettrico in un campo elettrico è sempre sottoposta a una forza di una certa intensita, direzione e verso; quindi una carica elettrica muovendosi sotto l'azione di cadente forza può compiere un lavoro, mentre per costringerla a muoversi in senso opposto dovremmo compiere noi un lavoro analogo. In base a questa considerazione diremo che fra due punti P_{1} e P_{2} di un campo elettrico esiste la differenza di potenziale V_{1}-V_{2} quando una carica elettrica unitaria positiva, muovendosi da P_{1} a P_{2}, può compiere il lavoro V_{1}-V_{2} oppure quando per muovere una egual carica da P_{2} a P_{1} occorre somministrarle la stessa quantita di lavoro; oppure ancora quando muovendosi in egual maniera una carica unitaria negativa, si interrono le predette produzioni o somministrazioni di lavoro. Siccome l'esperienza ci assicura che quanto precede dipende solo dai punti estremi P_{1} e P_{2} ed è indipendente dal cammino seguito dalle cariche, possiamo considerare V_{1}-V_{2} la differenza di energia potenziale fra i punti P_{1} e P_{2} del sistema costituito dalle cariche elettriche determinanti il campo, più la suddetta massa elettrica unitaria.
Da quanto precede risulta che il potenziale è una grandezza che non possiamo definire assolutamente, ma solo per differenza rispetto ad altra grandezza analoga, p. es., al potenziale V_{2} della terra. Aggiungiamo che, a semplice scopo di chiarimento approssimativo, si usa sovente dire che la nozione di potenziale elettrico sta a quella di elettricità come la nozione di temperatura sta a quella di calore.
II. La CORRENTE ELETTRICA E LE SUE LEGGI. - Se poniamo in comunicazione due conduttori isolati carichi di elettricità e a differente potenziale per mezzo di un sia pur sottilissimo filo metallico immediatamente si stabilisce in tutto il sistema un potenziale uniforme. E in tal caso logico supporre che nel filo si sia avuto un flusso di elettricità positiva in un senso o eventualmente negativa nell'altro, o anche contemporaneamente i due flussi, cioè quello che si dice in breve una corrente elettrica; ma una corrente elettrica istantanea. Anche applicando ai due conduttori le macchine elettriche che li avevano preventivamente elettrizzati e portati ai rispettivi potenziali, non riesce più possibile riportarli ad essi e quindi mantenere permanentemente una apprezzabile corrente nel filo.
E ció che invece fa con la massima facilità una piin violente ponendo in giuoco differenza di potenziale incomparabilmente minori delle precedenti. Come è noto A. Volta, in seguito a lunghe discussioni intorno a un fenomeno di natura elettrica posto in evidenza da L. Galvani, che lo interpretava attraverso a ipoteriche proprietà elettriche della materia vivente, riusci a costruire una cosiddetta catena, cioè una serie di corpi in successivi contatti, e formanti un circuito chiuso, nella quale si verificavano condizioni analoghe a quelle delle catene che automaticamente si venivano a costituire nelle esperienze di Galvani. Ma mentre le catene di Galvani constavano sempre, oltre che di alcuni elementi metallici, di un elemento, che si riteneva essenziale, costituito da materia vivente (la parte posteriore del corpo di una rana appena uccisa), le catene di Volta constavano oltre che degli ele-
menti metallici, di un elettrolito (sequa acidulata) senza alcun ricorso a materia vivente. La catena chiusa, rame-elettrolito-sinco-rame, presentava l'impressionante caratteristica di possedere una permanente differenza di potenziale fra il rame e la sinco, la quale conseguentemente implicava l'esistenza di una corrente elettrica circolante nella catena. Così la prima più elettrica era scoperta (1799).
In breve tempo si idearono numerosi altri tipi di più che permisero di disporre di correnti elettriche più intense di quelle che potevano fornire le primitive pile voltaiche, e cosi si impose il problema di misurare a di studiare nei loro effetti cadeste correnti. Ma alle leggi più fondamentali delle correnti non si giunse finché nonve o sorprendenti scoperte di effetti di esse non permisero di perfezionare notevolmente i mezzi di ricerche. Nei tre primi decenni del sec. xix si chiarirono i concetti di resistenza elettrica specifica e di resistenza elettrica di un dato conduttore, di forza elettronatrice, e si giunse cosi alle notissime leggi di Ober e di Jorde, fondamentali per le correnti, in qualsiasi forma si presentino.
III. Magnetismo. - La conoscenza dell'esistenza dei più evidenti fra i fenomeni che diciamo magnetici risale alla più lontana antichità; è anche certo che nell'Estremo Oriente furono in uso utilizzazioni di essi a scopo orientativo sul grande magnete costituito dalla nostra terra oltre dieci secoli a. C. I primi studi sistematici in Europa furono quelli di G. Gilbert (1600). Fino a quel tempo, a ancora per oltre due secoli, il magnetismo venne interpretato con l'ipotesi dell'esistenza di due materie o fluidi magnetici che nei corpi magnetizzati si addensavano intorno ai cosiddetti poli; con una ipotesi cosè meceniciatica di materie agenti a distanza, la quale, specialmente dopo la scoperta di Coulomb della notissima sua analogia con quella valevale per le masse materiali e per quelle elettriche, parve essere quanto di meglio la fisica potesse desiderare.
Ma qui interessa in modo particolare ricordare che, almeno dopo Gilbert, sia pure in forma indeterminata, vennero ripetutamente previsti rapporti fra magnetismo e elettricità per interpretare qualche fenomeno verificatosi in qualche scatola di macchine elettriche e in qualche caduta di fulmini, tanto che l'Accademia di Baviera aveva fin dal 1773 (cioè ancor prima della scoperta della legge di Coulomb) posto a concorso lo studio delle analogie tra le forze elettriche e le forze magnetiche. Ma le idee in proposito cominciarono a chiarirsi solo dopo la scoperta di H. C. Oersted che aghi magnetici vengono deviati dalle correnti elettriche; scoperta che, precisata da Blot e Savart a interpretata da Arago e soprattutto da A. M. Amplea, non solo determinò l'inizio del più vasto e utile capitolo dell'e., ma sollevò i primi a forse i più gravi dubbi circa la attendibilità delle ipotesi meceniciatiche nelle interpretazioni fisiche, proprio nel periodo che quelle ipotesi avevano raggiunto il più vasto consenso e proprio in un capitolo che pareva dovere ad esse la sua esistenza. Ma è appunto dall'adozione di leggi incompatibili con l'ipotesi meceniciatica che ebbero origine i più interessanti sviluppi della fisica moderna.
IV. Elettromagnetismo. - La forza deviatrice di ogni corrente elettrica sui poli di un ago magnetico scoperta da Oersted e da lui oscuramente interpretata come un conflitto fra tendenze elettriche e magnetiche, fu subito, ancora in senso di azioni a distanza, quantitativamente formulata da Blot e Savart e interpretata da Arago come dovuta a un campo magnetico avvolto intorno alla corrente; interpretazione che venne pure confermata per mezzo di una notissima e semplice esperienza. In base ad esso si costruirono svariati tipi di apparecchi (che furono in fondo i primi motori elettromagnetici) i quali dimostravano che ogni polo magnetico tende a rotare intorno a ogni corrente rettilinea in un piano normale ad esse e in direzione e verso dipendenti della natura del polo e dal senso della corrente; come pure, conformemente al terzo principio della dinamica newtoniana, furono costruiti apparecchi in cui conduttori rettilinei percorsi da corrente tendevano a rotare intorno a poli magnetici.
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Ma ciò che più impressiond fu il fatto che le forze agenti fra polo magnetico e correnti eletriche rettilinee, contrariamente a ogni previsione meccanicistica, non erano dirette secondo la direzione polo-corrente, ma perpendicolarmente al piano passante per la corrente e il polo. Ciò non era comprensibile senza supporre un particolare intervento del mezzo interposto. E fu probabilmente per ovviare a questa difficoltà oltre a quella più antica della interprecazione delle azioni a distanza che M. Paradis giunse alla concezione delle sue linee di forza nel mezzo, e poi all'ammissione di un intervento sempre più importante di esso nello svolgimento dei fenomeni elettrici a magnetici.
Altro fatto sorprendente fu che nella espressione di Biot e Pavart della forza con cui un polo viene sollecitato nell'anzidetta direzione in dipendenza dalla sua intensita, dall'intensità della corrente e dalla loro distanza, il fattore di proporzionalità, a priori introdotto, risulta per la necessaria omogeneità dell'equazione, delle dimensioni e quindi della natura di una velocità; e che impiegando un qualsiasi coerente sistema di unità di misura delle dette grandezze e si eseguendo un'esperienza, quella velocità può venir determinata e risulta eguale alla velocità e della luce espressa naturalmente con quello stesso sistema. Fu questo il primo accostamento, a quel tempo molto misterioso, di una grandezza ottica a grandezze elettriche e magnetiche.
A breve complemento di questi fondamentali accenni va ricordato che Ampère intuì subito che azioni analoghe alle precedenti dovevano verificarsi anche fra circuiti percorsi da correnti e scoprì quindi i fenomeni elettrodinamici; che Paradis' usutandosi con le sue linee di forza intuil l'analoga esistenza dei fenomeni di induzione elettromagnetica, per i quali, variando la corrente di un circuito a quindi la quantità delle linee di forza con esso concatenate, dovevano aversi varie importanti ripermosioni su altri circuiti (induzioni mutue) e anche sullo stesso circuito inducente (autoinduzione). Sono questi i fenomeni che in scala enorme sono oggi impiegati per la produzione di tutte le correnti continue e alternate, per tutte le loro trasformazioni e in tutti i motori elettrici; i fenomeni che in scala più modesta condussero alla previsione teorica e alla produzione delle onde elettromagnetiche e alle loro sempre più numerose e sorprendenti applicazioni.
V. Onde elettromagnetiche. - Conformandosi alle idee di Paradis circa la partecipazione allo svolgimento dei fenomeni elettromagnetici dei mezzi nei quali si trovano immersi i corpi materiali che fino allora erano stati la sola sede di essi, J. C. Maxwell si propose di costruire la generica espressione della legge elementare dello svolgimento di quei fenomeni in qualsiasi elemento spaziale occupato da materie conduttrice o isolante, oppure anche vuoto, e in qualsiasi elemento di tempo. Era questa la più ampia sintesi scientifica che fosse mai stata tentata. Maxwell, oltre che in qualche precedente pubblicazione, la espose nel 1870 nella prima edizione del suo celebre Trattato. Quantunque i procedimenti deduttivi seguiti non fossero sempre rigorosamente conseguenti, e che qua a là apparissero piuttosto abolzi geniali che delle logiche deduzioni e quindi avessero sorpreso a persino scandalizzato qualche cultore dell'estrema esattezza scientifica, la teoria di Maxwell in pochi anni si impose.
Non è possibile dire in breve come si passi dal sistema delle equazioni differenziali generiche alle soluzioni concrete di singoli problemi. Ma per convincersi immediatamente della straordinaria potenza della teoria maxwelliana, a riconoscerne un merito imperituro, basterà ricordare il caso particolare di esse che conduase alla previsione delle onde elettromagnetiche alla teoria elettromagnetica della luce.
La condizione che le equazioni di Maxwell corrispondessero ai fenomeni elettromagnetici, intesi nella loro integrità, implicava l'intervento in esse, oltre che delle grandezze che si volevano determinare, cioè della distribuzione a densità superficiale dell'elettricita sui conduttori p, e delle intensità dei campi elettrici e magnetici E ed H come funzioni incognite, anche di coefficienti esprimenti alcune proprietà fondamentali, quali la con-
duttrivit a dei conduttori, il potere dielettrico e e la permeabilita magnetica p. dei mezzi. Dovera inoltre evidentemente intervenire quel coefficente che si è veduto insinuarsi misteriosamente nell'espressione di Biot e Pavart della legge elettromagnetica e risulter poi identificabile con le velocità della luce. Ora Maxwell considerando il caso particolare dell'assenza di conduttori, e quindi di distribuzioni di densità elettriche nulle, osservò che le perturbazioni della intensità dei campi elettrici e magnetici E ed H che risultavano fra loro ovunque concatenate, si propagavano trasversalmente (cioè perpendicolarmente al piano di quelle perturbazioni) con la velocità t_{\mathrm{pp}} \rightarrow 0, coincidente aioe con la velocità della luce. Quindi egli pensò che la propagazione delle onde trasversali della luce, che fino allora si consideravano avvenisse in un atore escegitato ad hoc e necessariamente dotato di proprietà assai misteriose (v. RTERE) dovesse avvenire invece nell'etere assai più semplice che doveva porsi a base delle sue teorie. Tutti sanno che le onde elettromagnetiche cosi preconizzate furono realizzate da H. Hertz diciotto anni dopo ( 1888 ) e quale parte abbiano oggi nella nostra vita quotidiana; che la teoria elettromagnetica della luce esistuti con notevole vantaggio la precedente teoria di Fresnel e che nella nostra consueta fisica macroscopica essa è ancora di pianta validita.
Bial., R. M. Pabl, Elementi inainopentici di elettrofisica moderna, trad. di C. Rossi, Milano 1928; E. Perucca, Fisica generale e sperimentale, Torino 1946.
Paolo Stanco
## ELETTROBHOCK : v. SHOCK.
ELETTROTECNICA. - Dopo la scoperta dei fenomeni elettromagnetici, elettrotermici e elettrochimici nessuno poteva dubitare della possibilità di notevoli applicazioni pratiche delle correnti elettriche, ma certamente nessuno avrebbe osato pensare che esse prendessero in un secolo le proporzioni attuali.
Data la impossibilità di scendere a particolari, si accennerà solo sommariamente quali siano i caratteri salienti dell'attuale tecnica dell'elettricita.
1. Produzione industriale delle correnti elettriche. - Per quanto sorprendente e utile allo sviluppo dell'elettrologia, la produzione delle correnti elettriche per mezzo delle pile, anche le più perfezionate, risultava troppo limitata, incomoda e costosa per poter essere diffusamente impiegata. Perciò subito dopo la scoperta dei fenomeni di induzione elettromagnetica che permettevano di produrre correnti elettriche per altra via si impose il problema di quella realizzazione in scala industriale. I primi apparecchi, ancora di potenza limitatissime, costituiti da circuiti con i quali si facevano concatenate alternativamente linee di forza emanenti da magneti permanenti, posero in evidenza la possibilità di una soluzione del problema, ma nello stesso tempo ne rivelarono la difficoltà. Le correnti che si potevano in tal modo produrre, oltre che ancora troppo cague, risultarono alternate e praticamente non si potevano usare che per dare le cosiddette scosse elettriche, talora a scopo terapeutico, ma più sovente come divertente novità.
Solo nel 1860 A. Pacinotti riuscì a costruire la prima macchina che, ulteriormente perfezionata, avrebbe potuto fornire automaticamente una corrente continua. Teoricamente il problema poteva considerarsi risolto, ma solo dopo ca. un decennio si ebbe la prima generatrice meccanica industriale di corrente elettrica (dinamo elettrica) costruita in Francia, ma funzionante in base al principio di Pacinotti.
Ora generatrici di correnti continue di potenze di migliaia di HP e di tensioni anche assai elevate (migliaia di voli) si costruiscono secondo vari criteri in tutto il mondo.
Ma anche in questo settore della attività umana si verificò una curiosa rivoluzione. Le correnti alternate (che invertono il loro senso periodicamente), che si sarebbero potute produrre anche in notevoli proporzioni assai prima delle correnti continue, e che si credettero poco a punto utilizzabili praticamente, ora sono invece quelle di gran lunga più diffuse, mentre le correnti con-
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(da L. Brehner. Atturib. V'vile. Ilerlino. 502, lus al Eumini, marcei - Ceramica greca una feparazione del m. e. (sec. iv a. C.) - Atene. Muson.
tinue sono impiegate quasi solo a scopi particolari, specialmenie di trazione (ferrovie e tranvie) e elettrochimici.
E intereasante rendersi conto delle ragioni di questa evoluzione perchè tocca interessi economici e sociali di grande importanza.
I primi impieati di produzione di energia elettrica foreno in gran parte, come oggi si dice, elettrotermici, cioè utilizzanti, come energia prima da trasformare, la energia termica. Si comprende autelultro che in molti paesi, specialmente in quelli poveri di combustibili naturali, sorgesse 8 desiderio di utilizare come energie prime quelle idriche. Ma questa si trovano in migliori condizioni di utlilizzazione fra i monti e in generale lontane dai grandi centri ove l'energia elettrica ottenuta può esser vantaggiosamente utlilizata. Sorse cosi il problema del trasporto di quell'energia anche a grandi distanze.
Ora per le leggi fondamentali delle correnti eletriche è noto che le perdite di potenza su una linea di trasporto sono tanto più ridotte quanto più è bassa 1 intensità delle corrente e conseguentemente alta la tensione. Ma tensioni elevatissime (superiori a qualche migliaio di volt) non possono ottenere direttamente con la macchine produttive di correnti sia continue, sia alternate; però per queste ultime esiste la possibilità di ulteriormente trasformarle a tensioni elevatissime (anche di parecchie centinaia di migliaia di volt) impiegando i cosiddetti trasformatori statici, dispositivi semplicistimi basati sui fenomeni di induzione mutua, nei quali non interviene alcun meccanismo. Per mezzo di altri analoghi trasformatori al luogo di arrivo funzionanti in senso inverso, le corrente puó essere ritrasformata alla tensione di distribuzione. Cosi il problema del trasporto per le correnti alternate fa risolto in maniera più che soddisfacente.
Anche le altre difficoltà inerenti all'utilizzazione delle correnti alternate furono superate. Per il loro impiego a scopo di illuminazione bastò che le loro frequenze (le loro alterazioni al secondo) fossero non inferiori a 50 ; per il loro impiego ad alimentare motori, a loro volta azionanti ogni sorta di macchine occorse, nella grande maggioranza dei casi, un'altra grande invenzione italiana: il motore a campo magnetico rotante, ideato e realizzato da Galileo Ferraris. Ed è per questo complesso di cose che le correnti alternate si impasero a diffasero ovunque.
Ove necessita le corrente continue (p. es., per scopi elettrolitici) oppure ove essa è solo quasi generalmente
preferita (p. es., per la trazione ferroviaria e tranviaria) si impiegano i cosiddetti convertitori, macchine complesse che alimentate da correnti alternate producono correnti continue alle tensioni di utilizzazione.
A questo punto è interessante osservare che gli anzidetti processi risultano convenienti solo perché il rendimento (cioè il rapporto fra quanto si spende e quanto si ricava) delle trasformazioni elettromagnetiche è elevatissimo rispetto ad altre trasformazioni in altri campi della fisica. Mentre, p. es., i rendimenti delle macchine che trasformano energia termica in energia meccanica (motori termici) si aggirano tra il dieci e il trenta per cento, quello delle analoghe macchine che trasformano energia elettrica in energia meccanica o viceversa può esser superiore al novanta per cento, a ancor piú elevato quello dei dispositivi che trasformano energia elettrica da una ad altra sua forma. I trasformatori statici poi possono raggiungere anche rendimenti del novantanove per cento.
II. Utilizzazioni elettroclitiche delle correnti. Queste applicazioni che si sono iniziate nelle modeste proporzioni di argentature o dorature o della galvanoplastica di qualche medaglia hanno assunto ora proporzioni enormi. Tutte il rame che si impiega nei sempre più diffusi macchinari e impienti elettrici viene raffinato, cioè riprodotto elettroliticamente. Tutto l'alluminio, buona parte della soda, degli ipocloriti che si producono nel mondo e innumerevoli altri prodotti chimici sono preparati attraverso procedimenti elettrolitici. Non è quindi esagerato dire che una notevole parte dell'energia elettrica che si produce viene assorbita dalle industrie elettrochimiche.
Bull.: E. Gerard. Leymi sur l'électririté. Parigi, ed. varie: L. Lombardi, Lezinal di e., 2 voll.. Torino, ed. varie; E. Kintler. Handbuch der Elechtratechnich, 2 voll., Stoccarda, ed. varie.
Paolo Straneo
ELEUSINI, MISTERI. - Si celebravano ad Eleusi (oggi Lefsina) villaggio a 22 km . a nord-ovest di Atene. Erano dedicati a Demetra, la «terra madre» di biade e a Core la «fanciulla» cioè la vegetazione sua figlia. Di significato in origine puramente agrario come le altre feste che ivi si celebravano nelle varie ricorrenze dell'anno agricolo: Proerotia (semina), Chloia (lo spuntara del grano), Kalamain (irrobustimento del caule), Halon (aratura), le feste eleusine, per quella capacità intrinseca che hanno i riti agrari di sollevarsi ad un significato superiore, assursero, specialmente dopo la stretta unione verificatasi tra Eleusi e Atene, a un significato spirituale e aprirono agli iniziati la speranza e la visione di una vita migliore.
L'epoca di questa trasformazione va collocata tra i secc. viI e vi, epoca del grande travaglio spirituale e sociale della Grecia antica, religiosamente rappresentato dalla corrente orfice-dionisiaca. Che sia stato Dioniso, il dio caro alle plebi per i suoi entusiasmi beatificanti, a provocare tale trasformazione lo si induce dal fatto che Eumolpo, l'eponimo della prima famiglia sacerdotale eleusina, è oriundo della Tracia, patria di Dioniso; che i piccoli misteri, che si celebravano in Atene, erano in parte dedicati a Dioniso; che la grande processione che portava le "cose sacre" (vè leps) da Atene ad Eleusi aveva per miatagogo Iacco, forma giovanile ed entusiastica di Dioniso; che Pindaro (Isth. 6, 3, 5) chiama Dioniso parèdro cioè consorte di Demetra perché le è assocista nei misteri.
Il santuario rimonta ad epoca minoica come ha dimostrato lo scavo che sotto l'attuale telesterio, "aula delle Inisissioni", sola ipocolla di 4 a colonne costruita da Pericle (sec. v), con sedili ortogonali a squadra ricavati per tre lati nella roccia, ne ha messo in luce un'altra assai minore che si richiama appunto all'epoca minoica. Tutto il santuario che comprendeva cappelle e sacravi minori, era chiuso da un muro di cinta (peribolo) che lo celava agli occhi dei profani.
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Il sacerdozio era esercitato specialmente dalle due famiglie degli Eumolpidi e dei Keryci. Degli Eumolpidi si traeva in ierofante, cosi detto dall'ufficio suo proprie di "mostrare le cose sacre». Dai Keryci si traeva il "portatore della fiaccola" (daduco) nella cerimonia notturna dei misteri. V'erano anche sacerdozi minori.
La celebrazione dei grandi misteri, che cadeva in autunno, era preceduta dai piccoli misteri, che vanno considerati come una istruzione preliminare dei grandi e cadevano nei giorni 19-21 del mese antesterione (febbr.marzo). I grandi misteri seguivano a sei mesi di distanza dal 13 al 21 del mese boedromione (sett.-ott.). Di questi giorni i più notevoli erano il 16 in cui avveniva la purificazione degli iniziandi al mare del Palere con sacrificio di un parcellino; a il 19 in cui aveva luogo la grande processione, guidata dal simulacro di Iacco, la quale recava in un pleuatro tirato da busi la cesta con le "cose sacre" e costeggiando la baia di Salamina giungeva nella sera, tra danze e canti, innanzi al peribolo del santuario. Quel che avveniva nell'interno nei giorni dal 20 al 22 era segreto (juovzjpov) e riservato agli iniziati. Il segreto è stato mantenuto quanto al cerimoniale; pertanto solo frammentariamente si può tentare un abbozzo di quelle che furono le più solenni celebrazioni misteriche dell'ellenismo.
a) 21 boedromione. - Dramma liturgico di Demetra e Core : iniziazione di primo grado ( μ ógac). Di due sorte erano le celebrazioni segrete che si compievano nei telesterio: drammi liturgici ( δ ρ \dot{α} μ ε ν α ) e riti iniziatici ( τ ε λ ε τ α i ).
Per dramma qui si deve intendere non una rappresentazione scenica che la costruzione ipostila del telesterio non avrebbe permesso di vedere, ma una cerimonia di tipo liturgico in cui l'ufficiante compie, in forma ridotta e con indumenti rituali, l'azione sacra il cui protagonista è l'essere di cui egli è ministro. Il dramma liturgico che si svolgeva nel telesterio aveva come protagonista le due dee, Demetra e Core. Un'idea abbastanza adeguata di questo dramma l'offre l'Iune omerica a Demetra (fine sec. vi a. C.) specie di laude sacra, non liturgica, nata in ambiente eleusino e diretta ad esaltare il privilegio religioso della città.
L'iano, di 495 esametri, narra il rapimento di Core da parte di Plutone che la porta nell'Ade, la costernazione di Demetra, che postasi alla ricerca della figlia, giunge ad Eleusi, dove si incontra con la famiglia reale cui rivela l'essere suo e ordina al re Celso di costruirle un templo. Appena terminato questo, vi si chiude finché non la sia restituita la figlia, sottraendo cosi alla terra il beneficio della vegetazione. Zeus ordina a Plutone di rilasciare Core e stabilisce che la fanciulla stia per due terzi dell'anno con la madre e per un terzo con Plutone (mito trasparentissimo che significa il seme celato per tre mesi entro la terra e per gli altri spuntato come vegetazione). Cessata la reclusione di Demetra tutta la terra rifiorisce.
Questo drammatico mito delle due dee consta di due parti : una dolorosa, corrispondente al rapimento di Core, al lutto di Demetra e alla conseguente sterilità della terra; ed una lieta corrispondente al ritrovamento di Core, alla letizia della madre e alla conseguente rifioritura della vegetazione.
Che due momenti, uno triste e uno lieto si celebracsero in Eleusi risulta genericamente da Platone (Pinedr., 250 B C) da Temistio (in Stobeo, Flor., 4, 107), dal retore Aristide (Eleus., 256); e, con diretta menzione delle due dee, da Clemente Alessandrino (Protr., II, 12), da Apuleio (Met., VI, 2), dal grammatico Apollodoro (frg. 36, Muller), da Stesto (Silv., IV, 8, 50-51), da Lattanzio (Div. Inst. Epit., 18).
Dai quali accenni diretti si riceva che 8 dramma mistico delle due dee riprodotto in Eleusi doveva essere una processione liturgica in cui gli iniziati correvano affannosamente, squassando le fiaccole dietro il daduco in funzione di Demetra, alla ricerca della figlia. Le modalità e le formole in uso in questa corsa liturgica sono rimaste nel segreto.
Non è possibile stabilire quando avvenisse il rito iniziatico vero e proprio; la formola conservataci da Cie-
mente Alessandrino attesta che esso era proceduro da un digiuno e dalla sunaione di una pozione di farina acqua e mentuccia (xuxeciv, ciccone) e che consisteva nel toccamento e nell'uso di carattere sacramentale delle cose sacre.
Grazie a questo rito l'iniziato veniva quasi adottato nella famiglia spirituale della dea.
Cittolente Alessandrino (Protr., II, 20) infatti, in un passo prezioso che Arnobio (V, 25) riproduce, ci dà la formula iniziatica dei misteri che il agnus pronunziava dichiarando di avere compiuto le cerimonie prescritte. Essa è la seguente: "Io ho digiunato; ho bevuto il ciccone; ho preso (le cose sacre") dalla cesta, dopo averle toccate le ho messe nel calathes; e dal calathos (le ho rimesse) nella cesta ".
L'interpretazione più recente, e più probabile (Koerte, Kerr), vede nelle "cose sacre" una riproduzione (in posta?) del sesso (meglio del grembo femminile) toccando il quale l'iniziato attuava l'unione con Demetra uscendo da lei come figlio.
Certo, attraverso questa iniziazione i mysti attuavano l'unione sacra con la dea, si sentivano ad essa assimilati in modo tutto speciale e capaci, pertanto, di partecipare alla sua visione e delle sue gioie come erano stati partecipi del suo digiuno e del suo dolore.
Così si chiudeva il dramma liturgico del 21 boedromione e si esauriva l'iniziazione di primo grado. Non tutti i mysti ricevevano anche il secondo ed in ogni caso ciò avveniva ad un anno od anche più, di distanza.
b) 22 boedromione. - Da informazioni molteplici si ricava che la notte sul 22 era dedicata alla celebrazione dei sacro connubio tra Zeus e Demetra, rappresentati rispettivamente dallo ierofante e dalla sacerdotessa della dea. Lo scaliaste del Corpus platonico (Schol. Plat., Gorg., 497, C) lo afferma in modo indubbio: I Padri della Chiesa (Clem. Alex., Protr. 2,15; Tertull., Ad. not., 2,7; Hippol., Ref. haer., 5,8,39; Greg. Nas., Grot., 39,4) se ne mostrano scondolizzati e se ne servono come di un'arma per invece contro le oscenià del paganesimo.
Un'antichissima tradizione registrata da Omero (Odyn., VI, 125) e da Esiodo (Thorg., 969-71) narra l'occupplamento di Demetra con Iasione; le dee si sarebbe giaciuta con lasione sul novale tre volte arato; ovvero secondo un'altra versione raccolta allo scoliaste di Arratide (Schol. Arist., p. 22) si sarebbe data al re Celso nel territorio di Eleusi per avere in compenso notizie della sparizione della figlia.
Questa tradizione deve considerarsi come un'eco di quella vetusta pratica magico-agraria, per cui, presso molti popoli primitivi, si compie l'atto sessuale da una coppia eminentemente rappresentativa, a fine di provocare ed aiutare la fertilità della terra.
S'intende che una volta costituito il m. e. con il relativo elevamento del suo valore spirituale, il valore magico di quel rito nuziale si venne obliterando per dar luogo a un valore mitico e mistico, e Demetra anziché accoppiarsi con un mortale si accoppiò a Zeus. A questa evoluzione può aver contribuito lo sviluppo del pensiero filosofico che in quella ierogamia vedeva la fecondazione della Terra Madre (Demetra) da parte del Clelo Padre (Zeus) per mezzo della pioggia che appunto nell'epoca autunnale, in cui cadeva la celebrazione dei grandi misteri, cominciava a riversarsi sulla Grecia.
Nel rito eleusino la coppia divina era rappresentata dallo ierofante e dalla sacerdotessa. Lo ierofante traeva la donna da parte, mentre tutte le fiaccole si spegnevano e i presenti rimanevano taciti in un'attesa religiosa. Poi, ad un tratto, si rifaceva la luce, e lo ierofante smuonciava solennemente che la divina Brimo (la "forte") aveva partorito Brimo (il "forte") mostrando a prova una spiga di grano.
L'ostensione della spiga simbolicamente significava la rinascita dell'iniziato, divenuto il "forte" grazie al rito.
Con il 22 Boedromione si chiudeva la serie delle celebrazion