hde, Psyche, 9^{2}-107 ed., I, Tubinga 1923, p. 68 sgg.; M. Nilsson, The Mi-noun-Myrenson Religion, Lund 1927, p. 341 sgg.; P. Caprile, Elution und Inseln der Seligen, in Archiv. für Religionswisiz, 23 (1927), p. 245 sgg.; 26 (1928), p. 17 sgg.; E. Wiken, Die Kunde der Helveten von dem Lande und den Välkern der Apenenwolkebätsel bis 300 v. Cr., Lund 1937, cap. 1; M. Nilsson, Gesch. der Griech. Religion. I, Monaco 1941, p. 302 sgg.
Lulus Banti
ELIU (ebr. 'Elīhū, Settanta 'Elusōs). - Interlocutore di Giobbe (Job 32-37), che prende la parola dopo i tre amici Eliphaz, Baldad e Sophar.
Per dimostrare la sua innocenza, Giobbe invoca un giudizio in regola nel quale si propone di affrontare Dio, che crede irritato contro di lui, e confutare i tre amici, divenuti suoi implacabili accusatori (Job 13, 18; 31, 35b-37); desidera pertanto un arbitro, un avvocato che prende le sue difese: «O se ci fosse un arbitro tra noi... > (Job 9, 33); Chi mi darà qualcuno che mi ascolti»? (ibid., 31, 35 a). Questo arbitro è E., che interviene con un tono affatto speciale: Giobbe non deve dire che Dio lo perseguiti; Egli invia i mali non solo per punire ma anche per preservare e purificare. Vendica cosi l'innocenza di Giobbe, lo illumina circa lo scopo delle sue avventure e prelude all'intervento finale in favore di lui. Io tal modo i discorsi di E. hanno un posto essenziale nel quadro e nella doctrina dell'intero libro (v. GIOBBE).
BibL.: P. Dhorme, Le livre de Job, Parizi 1926, pp. 2527KLVI, LESVIL-LESVIL, 430-523; P. Szczygiei, Das Buch Job übersetzt und erbiür, Bonn 1931; W. A. Irwin, The Elibs speeches in the book of Job, in The Journal of Religion, 17 (1937), pp. 37-47; L. Dennefeld, Les discours d'Elibau (Job 30-37), in Revue biblique, 48 (1939), pp. 163-80, con esauriente bibliografia.
[Francesco Spadafors
ELIZALDE, Miguel de. - Gesuita teologo e moralista tuatorista. N. nel 1616 ad Echalar (Navarra), m. il 18 nov. 1678 a S. Sebastiano. Professore di filosofia e teologia a Valladolid, Salamanca e Roma, rettore del collegio gesuitico di Napoli. Nel De recta doctrina morum, scritto con lo pseudonimo di Antonius Celladei è in contrasto con l'Ordine e si oppone fortemente al probabilismo.
Scritti principali : Forma verae religionis quaerendae et inveniendae (Napoli 1882); De recta doctrina morum qualituer libris distincta. Quibus accessit De natura opinionis appendix (Lione 1670).

Ios Kibsari, Sacrofoto, 10: 20. 11
Eliseo : E. racconto il pollo di Ebo e con esso norcume le scque del Giordano ottenendo la loro dimisione (II Reg. 2,8-14). Frammenta di sacrofago (sec. 17) conservato ad Arles.
Bibl.: Hurter, IV, coll. 284, 286-88; Sommerrogel, III, coll. 381-83; I. v. Dollinger, Geschichte der Moralitvattedialien. II, Nördlingen 1889, pp. 23-42.
Jaredor Skarvada
ELKASAITI: v. BLESSAITI.
ELLENISMO. - Nome coniato da J. G. Droysen (nella sua storia sull'argomento, tra il 1836 e il 1877) per designare tutto il periodo storico dalle spedizioni militari di Alessandro il Grande fuori della Grecia al momento in cui l'influsso di Roma si estese definitivamente sui paesi ellenici ed ellenizzati. E. indica in modo particolare la storia della civiltà greca su territori non greci, la lingua comune che espresse questa civiltà, l'arte, il pensiero, la vita delle nazioni (Egitto, Asia Minore, Persia, Battriana, India, Siria) ellenizzate, dalla morte di Alessandro ( 323 a. C.) alla battaglia di Azio ( 31 a. C.).
1. Origini e carattere dell'e. - La conseguente storiche delle imprese di Alessandro furono cosi vaste e profonde da renderne assai difficile la valutazione, anche soltanto sommaria; esse portarono una impetuosa ondata di civiltà occidentale che superò le secolari dighe e penetrò in mezzo a civiltà affatto diverse. L'indizzazione della cultura greca in Oriente era cominciata, certamente, molto prima; ma con Alessandro essa si approfondi e si estese fino entro l'Asia. Naturalmente, la vastissima trasformazione e penetrazione spirituale dell'e. non avvenne né ad un tratto, né ovunque nella stessa misura e maniera.
In Alessandria si sviluppa una letteratura nuova, di carattere raffinato ed erudito, e accanto alla filosofia vi fioriscono le scienze naturali, la matematica, la meccanica, l'astronomia, la medicina. Antiochia, più a contatto con la imponente civiltà assiro-babilonese ed iranica, fu il secondo grande centro di e., meno brillante certo, ma non per questo meno fecondo per gli influssi più e meno efficaci sulle regioni circostanti. Ma la cultura non si limitò alle metropoli, si diffuse nei centri minori (Efeso, Cesarea di Cappadocia ecc.). Eno nelle regioni più lontane, perdendo naturalmente dei caratteri suoi migliori e originali per costituire sempre più un tipo di cultura universale, comune a molti ceti di persone, espressione di una coscienza medie e umana, elevandosi al di sopra di confini e di razze.
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ELIODORO

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L' URNA DI S. ELISABETTA (sec. xiv). Marburgo, Duomo.
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All'unificazione della cultura corrisponde l'unificaziona della lingua. La lingua greca, gia nel passato largamente introdotta dai mercanti, si diffuse sempre più e comincio a servire da "lingua franca "internazionale dell'Aza anteriore e finl per divenire, come fu difinti chiamata, la lingua "comune", koiné (youy). Essa è la continuazione dell'Attico, modificato pero ed allargato, una lingua ossia a tutti intelligibile, ma scolorito, uniforme, che suono pressoché eguale con lievissime varicta locali in Egitto, in Siria, nei documenti ufficiali e delle pubbliche amministrazioni.
Questa alla filosofia, i nuovi sistemi che sargono nella eta ellenistica, lo stoicismo di Zenone e l'edonismo di Epicuro seguono la decadenza della metafisica a vantaggio dell'etica. L'accademia di Carneade, in luogo delle teorie delle idee, difende uno scetticismo probabilistico. Questa filosofia dell'età ellenistica si incanala in Roma con Cicerone, Lucrezio, Seneca secondo due correnti: scetticismo radicale (perronismo) o scetticismo moderato.
Giuliano Gennaro
II. L'e. e i suoi rapporti con il giudaisno e il cristianesimo. - Con la lingua greca si diffondevano, specialmente nelle citta e tra le classi colte, gli elementi della filosofia, della religione, della morale e dell'arte greca. L'e. però non era solo attivo, ma anche passivo; riceveva cioè dalle civiltà che incontrava notevoli apporli, specialmente religiosi (dai culti e dai misteri orientali). Nasceva cosi il sincrctismo ellenistico, detto semplicemente e.
Alcuni acattolici sostengono che 8 cristianesimo primitivo sia il risultato di una specie di sincrctismo nata da elementi giudalci ed ellenistici. Gieverà quindi conoscere i rapporti fra e. e giudaismo, ed e. e cristianesimo.
1. E. e Giudaismo, - a) Le fonti. - Sul vasto periodo dell'e. anteriore a Cristo abbiamo relativamente pache fonti sicure riguardanti la Palestina. Tra esse sono i libri canonici dei Maccabei, la Sapienza e l'Ecclesiatisos; inoltre gli apocrifi (v.) scritti in questo tempo: Enoch, Testamento dei 72 patriarcie, Salmi di Salomone e, sembra, anche codici scoperti nel 1947 nel deserto di Giuda (Latus fra i figli delle tenebre e i figli della luce), Flavio Giuseppe, Filone Alessandrino, la lettera dello Pseudo Aristea e gli scritti rabbinici (Miânâh, Talmud) ci conservano particolari utili per la reazione giudaica all'e.
Per conoscere il punto di vista ellenistico giovane gli scritti dei Greci e dei Romani composti in questo periodo, nei tratti che riguardano gli Ebrei. Tra essi specialmente Stridone, Plutarco, Dione Cassio, Cicerone, Plinio il Vecchio e il Giovane, Tacito, Svetonio, Seneca, Lucano, i poeti Virgilio, Orazio, Ovidio, i satirici Petronio, Persio Flacco, Marziale, Giovenale.
b) In Palestina. - L'e. raggiunto dapprima le città periferiche di Gaza, Aecalon, Dora, Pella, Dion, Filadelfia (l'antica Rabbath Ammon), Gadara, Abila. In Transgiordania sorse la Decapoli ellenistica, con un'appendice a Seltopoli-Bethsan. Sotto Antioce IV Epifane l'e. cerco di penetrare violentamente nella stessa capitale. I sommi sacerdoti (v. Giasone, Lisimaco, menslao) davano il pessimo esempio. Ma la massa del popolo resisteva e reagì fortemente alla persecuzione, inavegendo con Maimaria e i suoi figli Giuda Maccabeo, Ionathan, Simone.
Durante il periodo degli Asmonei (v.), di Erode Magno (v.) e dei suoi successori, l'e. tentava di penetrare, favorito talora dai sovrani e specialmente dai Sadducei, ma l'onda veniva respinta dalla massa del popolo guidata dai Farisei (v.). I libri giudaici scritti in quest'epoca mostrano quanto energica fosse la reazione religiosa e mazionalistica della maggioranza degli Ebrei, che si conservò fedele alla religione dei padri.
c) Nella diaspora (v.). - Fuori della Palestina gli Ebrei erano maggiormenta a contatto con l'e. Ne appro-
sero la lingua, ne conobbero le dotrine filosofiche e religiose subendone inevitabili contraccolpi; tuttavia, pure parlando e scrivendo in greco, rimasero nella sostanza autentici Ebrei.
La Sapienza, scritta in greco da un giudeo alessandrino, ci svela l'atteggiamento di questi Ebrei. Anche Pilone, che pure aveva accettato alcuni principi filosofici dell'e., rimaneva ebreo e procurava di difendere la Bibbia, ricorrendo all'eseguo allegorica. In Egitto gli Ebrei costruirono un tempio a Leontopoli, tradussero la Bibbia in greco (v. settanta) e procurarono di accrescerne la stima presso gli ellenisti, raccontando la leggenda dei 72 interprati, volgarizzata dallo Pseudo Aristea.
Anche Giuseppe Flavio, sacerdote ebreo trapiantato a Roma, pure scrivendo qualche opera in greco, non smantisce il suo carattere di autentico ebreo.
Concludendo, si può dire che anche nella diaspora l'e. aveva sfiorato solo la superfice del giudaismo, senza intaccarne profondamente la sostanza religiosa.
2. E. e Cristianesimo. - Dai Vangeli risulta che Gesù, pur essendosi recato nella Decapoli e nelle regioni ellenizzate di Tiro di Sidone e di Cesarea di Filippi, non ebbe rapporti dottrinali con i pagani ellenisti, anzi limitò la sua missione personale ai giudizi palestinesi. Affermò chiaramente di aver appreso la sua dottrina dal Padre. Quando i Greci (pagani) vollero parlargli dovettero interporre la mediazione di Filippo (Io. 12, 20-29).
Tutti gli autori del Nuovo Testamento (eccetto Matteo che scrisse in arcmáico per gli Ebrei palestinesi) scrissero in greco. Dell'ellenismo tuttavia ritennero solo la lingua comune (hoinè) ed alcuni elementi marginali: la sostanza dell'insegnamento la ripassano tutti da Cristo, Figlio di Dio, rivelatore.
In favore degli Ebrei ellenisti gli Apostoli istituirono i diaconi (v.), che hanno nomi greci (Act. 6). S. Pietro apre per primo la porta del cristianesimo e un incirconciso (Act. 10). Barnaba e Saulo ad Antiochia e nell'Asia Minore convertono i pagani, senza farli passare attraverso il giudaismo. Il Concilio di Gerusalemme (Act. 15) proclamò solennemente che l'osservanza delle norme mosaiche non era necessaria per la salvezza. Si apriva cosi il campo all'ingresso nella Chiesa dei pagani, cresciuti nell'e.; ma non era l'ingresso, o la fusione, dell'e. nel cristianesimo giudaico, bensì la conversione totale alla nuova religione fondata da Cristo.
3. Paolo, apostolo delle genti, dopo la visione di Damasco aveva purificato il suo giudaismo, aderendo alle Rivelazioni del Cristo che lo aveva ghermito ed alla tradizione apostolica. Le sue cognizioni superficiali dell'e. gli servirono per spianare la via verso il Cristo al mondo pagano, ma non costituirono mai la sostanza del suo insegnamento.
S. Paolo mostra l'indipendenza sostanziale del cristianesimo tanto dal giudaismo quanto dall'e., scrivendo ai Corinti: «I giudei domandano portenti, i Greci cercano sapienza, noi invece predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i gentili... " (I Cor. 1, 22-24).
Una buona divulgazione con la bibliografia essenziale sul complesso problema è data da L. Allevi, il quale dimostra, tra l'altro, che a. Paolo prende necta e desisa posizione "contro tutti i pericoli e i tentativi di alterazione e ellenizzazione della dottrina cristiana" (p. 72).
A proposito dei misteri pagani, da cui si vorrebbero fare dipendere i Sacramenti cristiani, conclude: «Non hanno affatto gli antichi riti misteriosofici influito a farne nascere dei simili presso i cristiani, solamente hanno potuto suggerire il nome da dare ai riti nuovi, di origine e di natura affatto differenti * (p. 108).
Confrontando la scienza cristiana con quella ellenistica osserva: a Nella Grecia il pensiero, fino dal suo
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spuntare, s'impadronisce della direzione della vita, sino allora tenuta dalla religione... con il cristianesimo si sposta questa base della vita, da intellettuslistica diventa morale * (p. 165).
G. Bardy nota che la "religione del Salvatore non è stata annunciata ad anime interamente vuote, e neppure ha svuotato quelle che avevano il coraggio di accettarla... ma è ben certo che il cristianesimo non è derivato dall'e., non è neppure derivato naturalmente dalla religione d'Israele, alla quale si connette". S. Giovanni, usando il termine logos, desunto dall'e., lo intende in senso assai diverso. L'e., donando al mondo antico una lingua comune e diffondendo la grande idea dell'unità del genere umano, ha preparato le vie al cristianesimo, ma non gli ha dato l'essenziale. La nuova religione, dovendo esprimersi in greco con il linguaggio dei pagani antichi, lo ha cristianizzato, imprimendo ai vocaboli ed alle espressioni greche significati nuovi, coniando nuove voci più idonee ad esprimere le nuove grandi realtà rivelate dal Salvatore.
Bris.: J. G. Dorrsen, Geschichte des Hellenismus, fr ed., riveduta da Berve, Gotha 1025-21; R. Cohen, La Grèce et la hellénisation du monde antique, Parigi 1934. Per la filosofia: A. J. Frenasière, L'idéal religieux des Grecs et l'Esmogile, Parigi 1932. Sulla religione: L. Allevi, E. e cristianesimo, Milano 1934; M.-J. Lagrange, Critique historique du Nouveau Testament, Les Mystères: l'orpbisme, Parigi 1937. Sul giudaisno: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, 4^{2} ed., Lipsia 1901-1909; G. Tolstoj, Storia dei tempi del Nuovo Testamento: giudaisno e cristianesimo, trad. it., 4 voll., Torino 1913-14 (e ristampi); G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1024, pp. 249-fa. Tra gli articoli di enciclopedia citiamo: F. Prat, Hellenisme, in DB, III, coll. 275-79; Hellenism, ibid., coll. 270-82; G. Bardy, Hellenisme, in DBs. III, coll. 1442-82 (con molta bibl.); G. Pasquali, E., in Eur. Ital., XIII (1932), pp. 829-34; J. P. Kirsch, Hellenismus, in LThIC, IV, coll. 340-21.
Pietro De Ambrosio
III. La religione. - Dal punto di vista religioso però l'ellenizzazione fu superficiale e le tradizioni greche rimasero lettera morta per le popolazioni cosmopolite delle nuove città. Gli dèi stranieri presero nome greco, ma carattere e natura rimasero immutati. Alla decadenza politica corrispose un diverso orientamento religioso. Finora la religione si era accentrata intorno alla città e alle sue istituzioni, i cittadini praticavano i culti tradizionali della fratria, della tribù, dello Stato. La decadenza delle città distrusse il prestigio delle loro divinità tutelari che erano state incapaci di salvarle, e, secondo l'inno a Demetrio Poliorcete, o non avevano orecchi o non esistevano o non si curavano degli uomini.
Tuttavia gli antichi culti conservarono, almeno apparentemente, l'importanza e le forme del culto tradizionale : gli atti ufficiali erano posti sotto la protezione degli dèi, i territori consacrati alla divinità, i simulacri scolpiti dai migliori artisti, le feste celebrate con splendore; i sacerdoti offrivano i consueti sacrifici, numerosi scrittori si interessavano ai culti, scrivevano sulle feste, i misteri, i culti, gli oracoli, ecc. Ma gli antichi dèi erano invocati più per abitudine che per fede, le feste divenivano più occasioni di banchetti, divertimento e licenza che atti di culto sentito. L'interesse degli scrittori ebbe carattere storico e antiquario, non religioso, favorì l'orgoglio degli abitanti, non la loro fede. Gli artisti incaricati di scalpire i simulacri rappresentavano degli uomini, non degli dèi. L'individualismo dilagò e trionfó: la religione fu affare individuale, non obbliga di buon cittadino; oggetto del culto non furono più gli antichi dèi palladi, ma quelli che l'individuo preferiva, i più pronti ad aiutarlo, gli dèi * salvatori * che non si invocavano mai invano. Asclepio, il dio più recente dell'Olimpo greco, divenne il favorito delle folle che accorrevano ai suoi santuari per cercare guarigione ed aiuto materiale - morale; gli oracoli erano interrogati per il successo delle proprie imprese. Si ricorreva volentieri alle divinità straniere, che furono assimilate alle proprie a fuse in una stessa formola e in una stessa offerta. Il nome di Zeus fu dato a tante divinità da perdere quasi ogni valore culturale ed assumere quello generale di * dio *. Le iscrizioni
attestano che questo sincretismo era molto diffuso e che divenne sempre più forte ad invadante. Ma proprio esso contribuì a distruggere gli dèi della città, a spingere gli individui a cercare altrove.
Gli spiriti inquieti, tormentati, desiderosi di riposare con fiducia nella o nelle divinità, di trovare una soluzione al problema dell'aldilà, furono attrauti verso i culti misteriosi (v. misteri) che quietavano incertezze e scrupoli con pratiche di purificazione, e davano la speranza di una immortalità basta e le norme precise per attenerla. I misteri eleusini, orfici, di Samotracia, di Andania beneficierono di questo desiderio di una più intensa vita religiosa. Nuove religioni misteriche penetrarono dall'Egitto e dall'Asia Minore: i misteri di Iside, di Cibele, di Sabazio, ecc. Fiorirono le associazioni religiose, che Platone prescriveva della sua Repubblica come fonte di disordini e di superstizione, specialmente quella con riti segreti e di iniziazione. Tutto questo appagava chi cercava conforto ai mali, emozioni spirituali a sensibili.
Gli ambienti colti, cioè una piccola minoranza, cercb la risposta al problema della vita e della divinità e la pace dello spirito nella filosofia. Nuove formole furono proposte, accettate con entusiasmo dai seguenti, modificate dai discepoli, poi abbandonate per nuove soluzioni. Nei riguardi della religione ufficiale le varie scuole furono spesso più indifferenti che contrarie. Lo stoicismo, che conosciamo soprattutto attraverso i rappresentanti più tardi, insegnava un vago panteismo: Dio è un soffio (cucù̀ra) che penetra l'universo; il saggio gode di una felicità perfetta ed è un dio in terra; ma non andava contro la religione popolare né contro le tradizioni. Epicuro, convinto che l'infelicità umana deriva dalla paura dell'aldilà e del soprannaturale, si sforzava di distruggere questo e quella, e di dimostrare che tutto è generato da collisioni di atomi, che l'anima stessa, congiemerato di atomi, si dissolve con la morte; gli dèi sarebbero esseri superiori all'uomo, più belli, più felici, che vivono negli spazi fra i mondi, non nuociono né aiutano. Neanche gli scettici negavano completamente gli dèi : non esistono prove, dicevano, né offerteative né negative della loro esistenza, perciò il saggio segue le pratiche religiose della società a cui appartiene, senza pronunciarsi né a favore delle credenze della folla né contro. Più distruttivo avrebbe potuto essere l'evemersismo. Evemero di Messene insegnava che gli dèi della mitologia sono unicamente uomini viventi molti secoli prima, benèfici verso l'umanità a deificati della tradizione popolare. Questo facile razionalismo può avere disposto gli spiriti ad accettare un nuovo culto che proprio allora cominciava a farsi strada, la deificazione dei contemporanei; specialmente del sovrano. Chi ancora credeva ad una potenza divina ne riconosceva la manifestazione in una possente individualità, quella del sovrano; chi non credeva, poteva vedere nel culto al sovrano una ripetizione di quel che era avvenuto per Zeus o Dioniso. Tuttavia non si deve esagerare ne l'influenza dell'evemerismo né quella di alcune scuole filosofica. Neanche per coloro che seguirono l'una o l'altra di queste dottrine, la filosofia sostitul sempre le antiche credenze; per la grande massa dei contemporanei poi, essa rimase lettera morta.
A far accettare la nuova religione del sovrano contribuì forse l'antico culto degli eroi. Anche i misteri, attenuando, eliminando quasi, la distanza fra l'uomo e la divinità, prepararono questa menstruosità religiosa, che gli antichi dèi avrebbero punita. Forse fu accettata anche a causa del bisogno crescente di novità religiosa, bisogno proprio delle età di irrequietezza e decadenza. Del resto non sembra che la religione del sovrano sia stata qualcosa di più di una tessera di lealtà politica, di un legame tra i popoli che lasciava l'individuo libero di accettare qualsiasi religione o, magari, di ripudiarle tutte.
Tanto nel popolo che tra le persone colte godettero grande favore la magia e l'astrologia. Non si deve
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credere che si tratti di un fenomeno proprio dell'e. In quest'età si hanno solo maggiore diffusione e prove più numerose. E caratteristico dell'e. che magia e astrologia furono quasi codificate a divennero scienza. Ci sono giuste numerose ricette magiche che pretendevano osservire ella volontà individuale il mondo inanimato, gli esseri viventi, gli dèi stessi. I papiri egizjoni ci conservano una vastissima mèese di invocazioni, preghiere, litome, formole magiche che mettono a contribuzione nel più sereno e caotico sincretismo tutte le religioni, gli dèi, i dèmoni, i patriarchi biblici. Forte influsso ebbe tre il popolo e tre i denti l'astrologia (v.) che pretendeva leggere negli astri il volere degli dèi e la vita umana.
Anche gli irreligiosi e indifferenti si premuniscono contro gli influssi malvagi e magici. Segni e prezagi tengono un posto importante nelle vita dell'individuo; sono usatissimi gli amuleti destinati a proteggere nei rischi e nei pericoli; si ricorre a purificazioni: il ritratto del superatizioos in Teofrasco può, solo le esagerazioni, dare un'idea della religione privata, fatta di piccole pratiche individuali talvolta superatiziose; si correva dietro alle apparizioni.
Per alcuni l'e. segna una decadenza religiosa, per altri è sentitamente e profondamente credente. Un giudizio netto è difficile, perché le fonti fanno conoscere solo alcune classi sociali e anche queste in parte. La grande massa senti l'attrattiva della divinità e cercò nella religione un conforto e una guida. Mancò ogni unità religiosa, le città non seppero fondere i loro culti particolari in una religione unica per il mondo greco. L'unificazione avverrà con il cristianesimo.
Bull: P. Cumont, Astrology and religion among the Greeks and Romans, Nueva York-Londra 1912, passim, id., Les relations orientales dans le paganisme romain, 4^{e} ed., Parigi 1909; id., L'Egypte des astrologues, ivi 1937; A. Trapp, Die Fragmente der Griechischen Kulturschriftsteller (Helsingenseschich. Vers. und Passch., 12.13. Giessen 1914; E. Rohde, Psyche, 94-104 ed., II. Tubinga 1923, p. 296 292; M. Nilsson, Die Griechen, in Chateque de la Saussure, Lehrbuch der Religionsgeschichte, 4^{e} ed. di A. Bertholet a E. Lehmann, II. ivi 1023, p. 384 299.; G. Pasquali, a. v. in Eur. Ital., XIII (1932), p. 834 200.; L. Gernet e A. Boulanger, Le génie grec dans la religion, Parigi 1932, p. 393 299.; R. v. Wilamowitz-Moellendorff, Der Glaube der Hellenen, II. Berlina 1932, p. 261 299.; R. Petrucconi, Grecia, in Eur. Ital., XVII (1933), p. 823 299.; F. J. Dolger, Das Abellobilden von Delphi als Kriegsamulei des Bulla, in Antike und Christentum, 4 (1934), p. 85 299.; A. J. Fussmiller, Le monde gréco-romain au temps de Notre Seigneur, II. Le milieu spirituel, Parigi 1932; C. Kazn, Die Religion der Griechen, III. Berlina 1938; M. P. Nilsson, La religiosità greco, vers. it., Firenze 1949.
Luisa Banti
ELLENISTI ('E λ λ η μ σ τ α i ). - Con questo nome venivano designati i giudei della diaspora (Art. 2, 11;6,1) che vivevano fuori della Palestina e parlavano greco. Di alcuni gruppi di questi espatriati abbiamo notizie prima del 586 , quando un gruppo di giudei palestinesi si stabili nell'isola di Elefantina, a meno di 10 km . a nord della prima catencha del Nilo. La deportazioni forzate fatte dal Babilonesi e dagli Assiri diffusero rispettivamente elementi israeliti in Babilonia e fra le popolazioni dell'Assiria settentrionale. Nella metà del sec. Iv a. C. sarebbe avvenuta la deportazione di giudei palestinesi in Ircania, fatta da Arraserse III Oco. Dalla Palestina il giudaismo sciamò in Egitto e dall'Egitto altrove; esso accentuò il suo movimento espansionistico lungo tutto il sec. III a. C.
Molti sono i luoghi che scendero gli espatriati: Alessandria, Antiochia, Apamea, Leodicea, Pergamo, numerose isole greche e città dell'Asia Minore, e la Batzione si confiai dell'India. Il centro più importante della diaspora fu Alessandria, dove i giudei furono attratti da Alessandro Magno e poi dai Tolomei, con la concessione degli stessi diritti dati ai Greci. Alla metà del sec. I 2. C. nella sala Alessandria abitavano più di 100.000 giudei. Sebbene i giudei della diaspora accogliesero con
favore la cultura e la civiltà ellenica (fu fatta allora la versione greca della Bibbia, per soddisfare le esigenze religiose dei giudei di Alessandria e di Egitto che non capivano l'ebraico) tuttavia si mantennero sempre fedeli al culto jahwistico. Nel primitivo cristianesimo si ricordano come e. (Art. 8, 5) i primi diaspori, Filippo, Procoro, Nicanore, Parmena, ecc.; e. sono quelli che tentano di uccidere Paolo, dopo la fuga dell'Apostolo da Demanio (Art. 9, 29); alcuni e. di Cipra e di Cirene, dispersi dalla burrasce che seguì la morte di Stefano, costituiscono ad Antiochia la prima Chiess, che predicò il Cristo anche ai Greci (Art. 11, 20).
Bull.: F. Prat, a. v. in DB. III, coll. 370-83; J. Vandervest, Jutafi et l' anchee Orient, Bruxelles 1929, pp. 230-33; G. Ricciotti, Storia d'Itraele, II, Torino 1933, pp. 293-30.
Gildiane Gennaro
ELMOLDO (Helmold). - Cronista, n. ca. il 11:8-22, discepolo di Geroldo vescovo di Lubecca, passò la giovinezza, fino al 1155 , nel monastero di Faldera, detto, più tardi, di Neumünster in Holstein. Dal 1156, probabilmente fino alla morte (1177), visse come parroco a Bosau.
Scrisse una Chronica Slacorum (fino al 1171), opera di valore singolare perché in parte basata su ricordi personali. Oltre alla storia civile degli imperatori, parla di s. Ansgario, di s. Vicelino, della seconda Crociata dei vescovati di Ratzeburg a Schwerin. Fu continuata dall'abate Arnoido di Lubecca (v.).
Bull.: Per le edizioni, versioni a letteratura più antica cf. A. Porthast, Bibl. hist. medii aevi, I, 2^{e} ed., Berlino 1896, p. 378. L'edizione più recente curata da B. Schmeidler, Helmoldi posteriori Bazarrienti chronico Slacorum, 2 e ed., Hannover e Ligzia 1909; I. C. M. Laurent e W. Wattenbach, Helmold's Chronik der Slatren, Ligzia 1912; E. Fieva, a. v. in LThK, IV, col. 922.
Lucchesio Suátiline
ELNE. - Città della Francia nei Pirenei orientali, sede vescovile dal sec. vi al 1601. E l'antica "Illiberis" dal fiume omonimo, situata sulla strada litoranea tra la Gallia e la Spagna, a 6 km . dal Mediterraneo, presso il promontorio "Pyraeneum", in un'altura nella grande pianura del Roussillon, a 13 km . da Perpignano. Già molto diminuita d'importanza al tempo di Traiano (Plinio, Nat. hist., III) ridurì nel sec. Iv con il nome di "Helena", donde l'attuale E.
L'esistenza della diocesi è attestata nell'a. 571 dalla cronaca di Giovanni de Bicler il quale ricorda in quell'anno il vescovo Domno (PL 7a, 864). Poi si conoscono un gruppo di vescovi di E. i quali parteciparono a vari Concilj di Toledo, come Benemato nel 589, Acundo nel 633 e nel 638, Claro nel 683; Salomone è menzionato in un diploma di Lotario dell' 834 e in uno di Ludovico il Pio dell'836; poi si ha un lungo episcopato di Riculfo almeno dall'886 al 915 (Jaffé-Wattenbach, 3354).
Soggetta la città alle incursioni dei Saraceni, fu ricostituita dai vescovi Berengario IV a Arnoldo I, ma venne saccheggiata da Filippo l'Ardito nel 1285.
La cattedrale di E., dedicata a S. Eulalia di Merida, fu costruita nel sec. xir sul posto d'un edificio anteriore che sembra imitasse il S. Sepolcro di Gerusalemme. Nel chiostro annesso sono surcofagi e testi di altri monumenti. La residenza vescovile fu trasferita da Clemente VIII a Perpignano il I sett. 1601.
Nel territorio della diocesi fiorì l'abbazia di S. Maria di Artes-sur-Tech fondata dal benedettino Castellano presso un antico edificio termale nel 778. L'abbazia fu arricchita di privilegi da Ludovico il Pio nell'821, da Carlo il Calvo e da Ludovico il Balbo. Il papa Giovanni VIII fece l'abbazia immediatamente soggetta. Sotto l'abate Aimerico fu consacrata nel 937 la chiesa abbaziale dove il suo successore Arnolfo portò, nello stesso anno, le reliquie dei martiri Abdon e Sennen. L'edificio fu ricostruito nel sec. xi e consacrato nel 1046; ne resta solo la facciata; una nuova chiesa romanica venne consacrata nel 1157; il bel chiostro romanico annesso è del sec. xiri. Clemente VIII nel 1592 riunì all'abbazia quella di
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S. Andrea di Soride. Dal : 722 fu unita alla mensa episcopale di Perpignano e soppressa nel 1790.
All'abbazia spetta il messale del sec. xit oggi nella Biblioteca di Perpignano (ms. n. 4; G. M. Tourot, Les anciens missels du diocèse d' E., in Mémoires de la Société nationale des antiquaires de France, 46 [1885], pp. 32-44).
Bist.: Bubel, 238 39; L. Duchesne, Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2ed., Parigi 1907, pp. 319-20. Per l'abbazia di Arles-sur-Tech, v. J. Capelle, s. v. in DHG, IV, pp. 243-46; Cottineau, I, coll. 152-54.
Enrico Jesi
'ELOHIM (Volgata Deus). - Nome ebraico generico del Dio d'Israele, usato come 'El (v.), di cui è sinonimo e forma plurale (F. Zorell), con la h interpolata come in 'Amahoth. In genere, mentre Jahweh esprime i rapporti di Dio con Israele, 'E. è il nome di Dio in rapporto al mondo o alle genti.
La forma plurale, preferita nella Bibbia (es. 2500 volte), indica la pienezza della potenza dell'unico Dio: pluralis virium a virtutum: cumulus potentiamm (W. Gesenius - E. Kautzsch, § 124 g ); cf. il plurale di Gen. 1, 26: «Dio ha tal pienezza di essere che può deliberar con se stesso, come parecchie persone deliberano tra loro" (M.-J. Lagrange, in Revue bibl.que, 5 [1896], p. 387). Ed 'E. è costruito come un singolare (W. Gesenius - E. Kautzsch, §§ 132 h, 145 hi). Lo confermano le lettere di el-'Amarmah (96, 4 sg.; 97, 3; 235, 2; 267, 10; 281, 2), i testi di Boghazkiol (I, 5) e di Rds Samrah (I AB, II, 13, 24, 31; III-IV, 32, 41; ecc.), nei quali il plurale idam è costruito con il verbo al singolare e si riferisce al solo faraone, e al re d'Assiria (JI Par. 35, 21 sg. ; B. Alfrink), o ad un solo dio; e l'idhm di Rds Samrah, sinonimo di 'El, esprime spesso l'Essere Supremo.
Derivazione tardiva da 'E. è il singolare 'Elbah usato solo in poesia ( 57 volte, di cui 34 in Giobbe).
Bist.: H. Zimmermann, Elohim. Eine Studie zur isr. Religionsund Literaturgeschichte, Berlino 1900; W. GeseniusE. Kautzsch, Hebräische Grammatik, 27 ed., Lipsia 1902, §§ 87r, 124g, 125i, 126a, 132h, 145hi; F. X. Kortleiner, De Hebraeorum... monotheismo, Innsbruck 1910, pp. 62-69; id. Commentationes bibl.icae, IX, ivi 1935, pp. 28-31; R. Gittel, Geschichte des Volkes Israels, I, 5 ed., Gotha 1922, p. 172 sge.; A. Irleu, Altorientalischer Kommentar zum Alten Test., Lipsia 1923, p. 18 sg.; H. Bauer, Die Gottheiten von Ras Shamra, in Zeitschrift für alt. Wissenschaft, 51 (1933), p. 85, n. 3; B. Alfrink, Der Schlacht bei Mngüde..., in Biblica, 15 (1934), p. 160 sg.; U. Cassuto, Le questione della Genesi, Firenze 1934, pp. 60-92; W. Eichrodt, Theologie des Alten Test., I, 2 ed., Lipsia 1939, p. 90 sg.; F. Zorell, Lexicon Hebraicum, I, Roma 1930, p. 53 sgg.; G. B. Roggia, Alcune osservazioni sul culto di El a Ras Shamra, in Aevum, 12 (1941), pp. 561-64.
Francesco Spadafura
ELOQUENZA SACRA, v.: oratoria sacra.
EL PASO, diocesi di. - Diocesi a città nello stato del Texas, Stati Uniti d'America suffraganea di Santa Fé.
Comprende le contee di El P., Brewster, Culberson, Hudspeth, Jeff Davis, Loving, Pecos, Presidio, Reeves, Terrell, Ward, Winkler, nell'ovest del Texas, e di Dolla Anna, Eddy, Grant, Hidalgo, Lea, Luna, Otero e tutta quella parte della Serra al sud del 33^{°} grado di latitudine nord nel Nuovo Messico, cioè un territorio di ca. 167.620 kmq . Nel 1948 su una popolazione di ca. 315.479 ab. contava 135.277 cattolici, diretti da 47 sacerdoti diocesani e 69 religiosi, con 50 parrocchie, 60 missioni, 8 cappelle e 41 stazioni, 6 accademie e High Schools e 17 scuole parrocchiali. Nell'a. 1946 si ebbero 147 conversioni.
La diocesi venne eretta il 3 marzo 1914, per smembramento delle diocesi di Tucson, Dallas e S. Antonio e nello stesso giorno divenne suffraganea di Santa Fé. La cattedrale è dedicata a S. Patrizio.
Bist.: AAS, 6 (1924), p. 188; anon., s. v. in Cath. Enc., p. 279 sg.; C. E. Castaneda, Our catholic heritage in Texas 1519 1936, 7 voll., Austin 1936, v. italica; The official catholic directory 1947, Nucen York 1947, parte 2*, pp. 430-33.
Corrado Morin
ELPHIN, diocesi di. - In Irianda; comprende le contee di Roscommon e parte di quelle di Sligo
e di Galway. La sede episcopale è in Sligo; è suffraganea di Tuam.
La diocesi si estende per 3200 kmq . con una popolazione di 103.500 ab. dei quali 100.000 cattolici. Conta 33 parrocchie servite da 108 sacerdoti diocesani e 8 regolari; ha 7 comunità religiose maschili e 14 femminili, un seminario (Dionysion College of the Immaculate Conception, 1949).
La Vita tripartita di s. Patrizio e il Libro di Armagli forniscono le più antiche memorie del territorio di Corcoghian; ivi s. Patrizio ca. il 435 fondò una chiesa ed un monastero proprio in quel luogo detto E., cioè roccia della limpida sorgente. Il primo vescovo fu Assicus e il secondo Bite. Assicus è ricordato come l'orefice di s. Patrizio; da lui deriva la scuola artistica celtica che produce presiosa suppellettile liturgica, come il pastorale di Cong, il calice di Ardagh, ecc.
Vanne poi ricordati, nella cattedra di E., Donnknall O' Dubhthaigh (O' Duffy), m. nel 1036, Flanachan of Dubhthaigh, m. nel 1168. Nel periodo della riforma e in seguito, G. Brann, J. Max O' Higgins, O' Crean; e i martiri O' Healy e Galvirius.
Bist.: J. J. Kelly, s. v. in Cath. Enc., V, pp. 302-95; Irish Catholic Directory and Almmach, Dublino 1949, pp. 339-43. Enrico Jesi
ELPIDIO Rustico. - Poeta del sec. vi, appartenente alla famiglia dei Rustici, in Italia.
Scrisse un Carmen de Christi beneficily e 24 Tristicha sotto il titolo: Historiae tatiamenti veteris et novi, spiegazioni di opere d'arte nella chiesa come il Dittachacon di Prudenzio. Il manoscritto di cui si era servito G. Patricius nella sua prima edizione non è stato ritrovato. Ristampa della primitiva edizione in PL 62, 543-48.
Bist.: M. Manitius, Geschichte der christlich-lateinischen Poesie, Buccarda 1801, p. 370 sg.; Schanz, IV, 11, p. 389 sg. Erik Peterson
ELPIS, sBnra: v. sOPHIA, PISTIS, ELPHIS e ACAFF, sante.
ELSHEIMER, Adam. - Pittore e incisore, n. a Francoforte sul Meno nel 1578, m. a Roma i'11 dio. Airo e sepolto nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Filippo Uffenbach ne fu il primo maestro in patria, poi l'E. si recò a Monaco, ma sul finire del secolo era a Venezia presso il pittore tedesco J. Rottenhamer. Fu nell'ambiente veneziano che il giovane maestro intese il senso di quei valori pittorici che poco dopo a Roma, ove subito venne attratto dall'ambiente pittorico caravaggesco, gli consentirono di acquistare una lucida chiarezza espressiva per cui spesse volte venne confuso con il Saraceni di cui, d'altro canto, fu anche collaboratore.
Ad ogni modo l'interesse maggiore che l'E. esercita su di noi dipende dal fatto che egli seppe ridurre in chiaro accento nordico, trasferendoli nel campo della pittura di paesaggio, i modi caravaggeschi che anche per tramite suo giunsero fino oltraipe, utili non solo alla formazione di un Claudio di Lorena ma dello stesso Rembrandt. Nella sua produzione si distinguono in genere tre momenti. Alla prima giovinezza appartengono alcuni dipinti quali La predicazione del Battista della Pinacoteca di Monaco, ove sono ancora evidenti gli influssi della pittura olandese; segue un gruppo di opere del tempo veneziano tra le quali sono da ricordare, oltre il S. Paolo a Listra del Museo di Francoforte, L'incendio di Troia che è nella Pinacoteca di Monaco e L'incontro di Most con Yethro del Museo di Norimberga; vanno quindi posti nel terzo periodo, che è quello della sua permanenza a Roma ed è il più importante per l'influsso esercitato sulla pittura nordica, un gruppo di piccoli quadri di soggetto sacro e mitologico ove il paesaggio ha in genere un vero predominio sul resto della composizione; se ne conser-
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vano in numero notevole nelle raccolte di Bergamo, di Firenze, di Basilea, di Berlino, ecc.
Bibl.: W. Bode, A. E. der ränische Maler deutscher Nation, Mense 1500; H. Weissleker, s. v. in Thieme-Becker, X, pp. 483487; Fr. Baumgart, s. v. in Euc. Ital., XIII (1932), p. 846; R. Longhi, in Renaniho e germanesimo di J. de Blasi, Firenze 1942, pp. 127-74.
ELTZ, JAROE. - Arcivescovo e principe, n. a Treviri nel 1510, m. ivi il. 4 giugno 158 r. Nominato arcivescovo di Treviri nel 1567 , fu il primo principe tedesco azzlecito nell'applicazione delle disposizioni tridentine, con la collaborazione dei Gesuiti, meritandosi ampie lodi da Pio V. Nell'amministrazione della diocesi ebbe collaboratore il cancelliere Wimpfeling. L'E. fu tra i più validi difensori del cattolicesimo nella Chiesa renana.
Bibl.: N. Irach, s. v. in LThK, III, col. 647; J. Hansen, Nominalerberichte aus Deutvishand 1322 bis 1363, I-II, Berline 1897-94, passim; Pastor, VIII-IX, passim; IX, pp. 640-52; Antonio Cistellini
'ELOL. - Sesto mese (contando da nîsân) del calendario ebraico, di 29 giorni (ag.-sett.). Il nome deriva dall'assiro nîsîn. I nomi arabi odierni in Palestina sono: presso i cristiani dînn, thîl; i musulmani : fahr es-salîb; i beduini : awwal safar. Secondo la Mišnāh (Rā'í haš-šândh, I, 1) «il primo di 'è. è il capo d'anno per la prelevazione della decima degli animali». I Gesuiti ricordano l'uso mesopotamico di seminare in un cesto pieno di terra dei legumi ai 7 e 14 di 'è.; il cesto veniva getrato alla vigilia del capo d'anno (1 tî̂rî) nell'acqua come sacrificio di sostituzione (Rašî a Sabbâth, 81 b). Il 20 'è. scade il termine per la consegna ufficiale della legna da ardere nel tempio.
Dal 2 di 'è. sino all'ultimo (29), escluso però il 29, vigilia di capo d'anno, si suona nella sinagoga la buccina (fäphor). Dopo la preghiera nattutina e serala si recita a salmo 27. Durante la notte che segue l'ultimo sabato prima del capo d'anno (a mezzanotte o prima dell'alba) si recitano le preghiere di perdono ( s \bar{b} \bar{b} \bar{b} \bar{b} ). La vigilia del capo d'anno ha luogo l'assoluzione dei voti (battorath nîdhârîn) per dimenticante non adempinti. Se il capo d'anno cade nei giorni di giovedì e venerdì (dimodachè si è costretti a cuocere i cibi per il sabato, giorno in cui tale lavoro è preibito), si compie alla vigilia della festa (29 'è.) il rito della «mescolanza dei cibi cotti» ('érăbh tabbêlîn).
Bem.: G. Dalman, Arbeit und Sitte in Palästina, I, Gütersloh 1928, passim.
ELURO, Timoteo: v. timoteo eluro.
ELVENICH, Peter Joseph. - Teologo hermessiano, n. a Embiken (Prussia Renana) il 29 genn. 1796, m. a Breslavia il 16 giugno 1886. Discepolo di Hermes a Bonn, ne insegnò gli errori dalle cattedre di Coblenza, Bonn e Breslavia. Nel 1837, forse ancora in buona fede, tentò difenderlo a Roma per ottenere la revoca della condanna; ma inviato, senza che peraltro si ricredesse. Dopo il Concilio Vaticano aderì ai e vecchi cattolici».
Fanatico sostenitore del maestro, dedicò l'intera sua produzione a illustrarne il pensiero: Acta Hermesiana, (Gattinga 1836-37); Acta Romana (Hannover 1838); Meletemata theologica (Lipsia 1838); Acta anti-hermesiana, (Reisbona 1839); le ultime tre pubblicazioni in collaborazione con Braun; Althererische zur gelbinnen Gesch. des Hermesianismus (s. L. 1845); Pius IX, die Hermesianer und der Erabischaf v. Geissel (Breslavia 1848).
Bibl.: G. Perrone, L'ermesianismo, Roma 1838-39, passim; Runze, V, 1, col. 903; J. Koch, s. v. in RThK, III, col. 647. Vito Zollini
ELVIDIO. - Eretico del sec. IV. Nessuna notizia si conosce dalla sua vita, se non che era un uomo medioevo ed ignorante e discepolo del vescovo ariano
di Milano, Aussenzio. Trovandosi a Roma si aggregò al gruppo di coloro che avversavano il movimento monastico, di cui s. Girolamo si era fatto banditore a patire spirituale tra le matrone romane.
Contro questo ideale scrisse un libello, in cui negava la supremazia dello stato verginale su quello matrimoniale, giungendo ad affermare che la verginità è contro natura e che non era stata mantenuta neanche dalla Vergine S.ma; la quale, dopo Gesù, aveva avuto altri figlioli. E tentava dimostrarlo fondandosi su alcuni passi dei Vangeli che interpretava e spiegava secondo le sue idee preconcette, e sull'autorità di Tertulliano e di Vittorino di Pertau. Il libello di E. suscitò apprensioni e scandalo negli ambienti ascetici di Roma, e s. Girolamo fu pregato di confutarlo. Questi scrisse allora, nel 383 , l'opuscolo De perpetua Mariae virginitate adversus Hebridium, in cui segue passo passo le affermazioni dell'eretico, dimostrando ch'egli non aveva capito le S. Scritture, e ne demoliva le conclusioni con una serie di dimostrazioni bellanti e sode, rimaste poi tradizionali nella teologia mariana. Non consta che E. abbia replicato alla confutazione di s. Girolamo: ignoto è altresì il luogo ed il tempo della sua morte.
Bibl.: S. Girolamo: PL 23. 183-206; Gennadio, De viris ill., 32; Tillemont, XII, pp. 81-84; F. Cavallera, St Yorème, in vix et the severe, I, Lovenio 1922, pp. 94-100; Merrica, II, pp. 1261-63; 1334-47. Agostino Amore
ELVIRA, Concilio di. - Primo concilio della Spagna e primo forse dei concili nazionali in genere, tenuto verso la fine del III o all'inizio del IV sec. Per quanto non ecumenico, ebbe una notevole importanza nella disciplina ecclesiastica per l'oggetto delle sue decisioni, alcune delle quali aprirono la via ad un particolare indirizzo disciplinare nell'Occidente; oltre l'interesse storico, che ha come documentazione della diffusione del Cristianesimo nella Spagna. S'ignora il motivo della convocazione; ma dall'esame interno dei canoni si deduce che furono motivi di disciplina e non dogmatici. Due città di nome E. esistevano nell'epoca imperiale: Cauco-Illiberia nella provincia Narbonense, a Illiberia nella Betica (Andalusia), non lontana dall'odierna Granata: in questa ultima probabilmente ebbe luogo il Concilio, che si tenne il 15 maggio degli aa. 300-303 secondo L. Duchesne ed E. Göller; 306-12 secondo H. Koch. E vi furono presenti 19 vescovi (un solo codice riporta il numero di 43), e 26 preti più i diaconi.
Gli atti ci sono tramandati in numerosi codici di cui l'autenticità è fuori questione; e ci dànno una specie di raccolta di canoni ( 81 ) penitenziali della Chiesa di Spagna, alcuni dei quali colpiscono severamente taluni peccati, Contro i rei di idolatria qualificata (cann. 1-2), di maleficio (can. 6), contro le divorziate e concubine senza alcuna attenuanre (can. 8), contro i residivi in colpe di sense, i lenoni (can. 12), i genitori che maritano le figlie a sacerdoti idolatri (can. 17), colei che sopprime una vita in germe (can. 63) ed altre varie specie di coipevoli il Concilio pronuncia la sentenza a placuit eos nec in finem accipere Communionem x, parole indicanti, secondo la sentenza oggi comune, la negazione dell'assoluzione.
Questo indirizzo disciplinare piuttosto rigido, che del resto si ricongiunge alla primitiva storia dell'amministrazione del Sacramento della Penitenza e dei cosiddetti peccati irremissibili, ha fatto sì che alcuni storici hanno accusato i Padri di E. di eccessivo rigorismo (B. Gams), anzi addirittura di novazianismo (J. J. Herzog). L'accusa pare però immeritata, qualora ci si riporti alle concessioni della primitiva disciplina della Chiesa. E quanto al novazianismo basta considerare che anziché negare alla Chiesa, in certi casi, il diritto di penitenace, il che è proprio dei novazianisti, i padri di E. in concedono dopo congrua penitenza. Una certa difficoltà presentano invece realmente le parole del can. 36: "placuit picturas in ecclesia esse non deberes. E se non si accetta la spiegazione di G. R. De Rossi, secondo cui il Concilio aveva l'unico scopo d'impedire pro-
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fanazioni o derisioni dei pagani, bisogna convenire che il canone sia il riflesso di un rigorismo locale, che paventava anche il lontano pericolo di idolatria.
Nei canoni conciliari si fa menzione dei Sacramenti del Battesimo e della Cresima (cann. 38, 77) e dell'indissolubilità del Matrimonio (can. 9). Ma il Concilio ha soprat tutto delle novità nella legislazione riguardante il tenore di vita dei chierici, che non debbono essere scelti tra gente poco conosciuta nella Chiesa per cui vengono ordinati (can. 24), non debbono esigere ricompense per l'amministrazione del Battesimo (can. 48) o esercitare l'usura (can. 20); debbono moderarsi nell'esercizio della mercatura (can. 19) e soprattutto non debbono tenere in casa donne estranee (can. 27) e vengono obbligati, dal chierico semplice in su, al celibato (can. 33). Questo ultimo canone è la'prima traccia del celibato (v.) obbligatorio per il clero nella legislazione ecclesiastica.
BibL.: Mansi. II, pp. 5-407: Melolo-Laclerco, I, pp. 212-64; A. W. Dale, The Synod of E., Londra 1882; L. Duchasne, Le Concille d'E. et les Nautises clérétiens, in Mélanges Renier, Parigi 1887, pp. 192-74; F. Houzecke, a. v. in Realencyklopedie, V, pp. 323-27; K. Bihlmayer, a. v. in LThK, II, coll. 647-48; G. Bareille, a. v. in DThC, IV, coll. 23762397; H. Laclerco, a. v. in DACL, IV, coll. 2687-94; F. Moriarty, The extraordinary absolution from conures, Washington 1938, pp. 20-22; V. Tower, Il celibato sceltr., Bologna 1943, pp. 11, 16-17. Pietro Polazaro
ELZEARIO di Ariano, santo. - E. de Sabran, barone di Ansouis a conte di Ariano (Benvenuto), terziario francescano n. ca. il 1285 a St.Jean de Robians in Provenza. Educato e istruito dallo zio paterno Guglielmo, abate di S. Vittore di Marsiglia, sposò Delfina de Glandèves (v.) con la quale visse in castità.
Nel 1309 venne in Italia a prendere possesso della contea di Ariano e nel 1312 combatté a Roma contro i glabellini e l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Nel 1317 scese di nuovo in Italia dove fu scelto come ministro da Carlo, duca di Calabria, figlio di re Roberto. M. il 27 setr. 1323 a Parigi dove s'era recato per ottenere la mano di Maria Valais per lo stesso Carlo; fu sepolto, vestito dell'abito francescano, nella chiesa dei Frati Minori, trasferito poi in quella di Apt, in Provenza. Canonizzato il 15 apr. 1369 da Urbano V (la bolla di canonizzazione fu pubblicata da Gregorio XI il 5 genm. 1371), è venerato ad Apt, in altre province della Francia e nell'Ordine francescano.
BibL.: Per le fonti e le vita più antiche cf. BHL, 2521-24. Inoltre: Wadding, Annales, VI, pp. 278-92, 278-82; VII, 13-23; VIII, 83-87; Acta SS. Septembris, VII, ed. Parigi, pp. 294-296; De Forbin d'Oppède, La b.te Delphine de Sabran et les saints de Prenmes au XIV e siècle, ivi 1883; P. Girerd, St E. de Sabran et la b.te Delphine de Signe, ivi 1912; Z. Lazzari, Officia rhythmica s. E. et s. Delphinus, in Arch. Franc. hist., 10 (1917), pp. 231238; G. Dubauwles, St E. de Sabran et la b.te Delphine, Parigi 1944.
ELZEVIER (Elzevier). - Famiglia di tipografi e librai che svolse la sua attività fra il 1583 e il 1712 nelle case di Leida, Amsterdam, L'Aja, Utrecht e Copenaghen.
Le più importanti sono quelle di Leida, fondate da Lodewijk I (n. e Lovanio nel 1540 ca.), estinta nel 1713, e di Amsterdam, fondata nel 1637 da Lodewijk III ( 1604-70 ) e finita nel 1681. La prima raggiunse il suo

(1)L. Efe. Catt.)
Elzevier. - Frontespizio del De repubblica Vencterum libri quingue di G. Contarini, Leida 1628 - Roma, esemplare della Biblioteca Alessandrina.
apogeo con i soci Bonaventura e Abraham, che nel 1625 iniziarono la collana delle Republiques, 62 volumetti in-120 contenenti la descrizione dei principali paesi del mondo, e nel 1629 la non meno fortunata biblioteca di classici latini. La seconda fiori sopratutto ad opera di Dandis ( 1626 -80), che legò il suo nome all'edizione francese della Bibbia in 2 voll. (1669).
Le edizioni elzeviriane sono caratteristiche per il piccolo formato (in-120, in-160 e in-240) e per i caratteri sottili e molto eleganti.
BibL.: Importantissimo è un codice della Laurenziana di Pirenza (Abharn. 1543, sec. evtl), dal titolo bilineaires refailues à la famille des E. - Fondamarsde A. Willems, Les E. Histoire et annales typographiques, Bruxelles 1880; G. Berchmann, Études sur la bibliographie elzevirenne. Stoccolma 1883; id., Nouvelles études, ivi 1897; H. B. Copingot, The Elsevier Press, Londra 1927. Alessandro Pratesi
EMAN (ebr. Hémân). - 1. Uno (Volg. Hemon) dei 4 sapienti inferiori a Salomone. Era figlio, come Chalcol e Dorda, di Mahol (metatesi per Hamul: I Par. 2, 5), in I Reg. 4, 31 (Settanta 4, 27; ebr. 5, 11); ma in I Par. 2, 6 è detto, come Ethan, figlio di Zara della tribù di Giuda.
2. Levita, figlio di Joel, della stirpe di Core; sembra distinto dal precedente. Capo di un gruppo di cantori, prima a Gabaon e poi nel Tempio tra il coro di Ethan alla sua sinistra e quello di Asaph e destra: I Par. 6, 18; 15, 17. 19; 16, 41 (da correggere in 16, 42); 25, 1. 4-6.