di età tra ascendenti e discendenti. Ma realmente la ragione più profonda è morale : il fatto di dovere esercitare la loro autorità, impedisce ai genitori di fare il matrimonio con i loro figli; il timore reverenziale dei figli verso i genitori non lascia venire in loro il desiderio di unirsi in matrimonio con i genitori. L'etnologo sa bene quanta importanza hanno gli anziani nelle società primitive, per cui la gioventù conta poco o niente e deve tutto imparare e ricevere dagli anziani.
La natura etica dell'esogamia tra parenti stretti risulta poi chiarissima dalla proibizione dell'i. tra parenti stretti affini.
La ragione poi che dànno i popoli primitivi della proibizione dell'i. è una ragione religiosa. Così i Semang della Penisola di Malaeca, quando si commette un i. o un adulterio, dicono: Lassaid Karé, cioè peccato contro Karé (Dio). Parimenti presso i Tungusi, quando è necessario formare una nuova unità esogamica, dividendo il clan, contando cinque generazioni, si fa un sacrificio a Baga, l'Essere Sommo, l'autore dell'ordine morale, per annunziargli il fatto della divisione esogamica.
La proibizione dell'i. dev'essere esistita fin dai primordi dell'umanità. Ammessa l'unità di origine del genere umano da una prima coppia umana, come ritengono oggi la maggior parte degli antropologi, etnologi e linguisti, si deve pure ammettere necessariamente che i primi matrimoni furono tra fratelli e sorelle. Ciò però non come è inteso dagli evoluzionisti che suppongono una primitiva promiscuità dei sessi, ma come un'eccezione alla regola, eccezione richiesta dalla necessità, perché poi dovette intervenire subito la proibizione di tali matrimoni. Ciò è indicato da molte ragioni. La famiglia, come ha osservato giustamente il p. Schmidt, è di per sé centripeta, tende all'interno, ma la società per accrescersi ha bisogno di una tendenza centrifuga. Ora, se agl'inizi dell'umanità non fosse esistita l'esogamia tra parenti stretti, si sarebbe, a lungo andare, disseccata già fisicamente la fonte dell'incremento del genere umano, per infecondità del matrimonio. Ciò si osserva tra i popoli ridotti in piccolo numero, come, ad es., tra gli Annu, in cui si sviluppa una estrema irritabilità nervosa e che si avviano ad una rapida estinzione.
Anche sotto l'aspetto morale, mancando la proibizione dell'i., sarebbe venuta a mancare, come si è detto, l'autorità dei genitori. Con ciò sarebbe stata distrutta la base più potente di ogni vera cultura; la tradizione, con il trapasso di ciò che le generazioni precedenti hanno fatto, sarebbe divenuta impossibile.
Sotto l'aspetto poi prettamente sociale, le conseguenze dell'i., osserva lo stesso p. Schmidt, sarebbero state fatali. Non si sarebbero mai potuti avere quei grandi raggruppamenti sociali, che sono indispensabili al pieno sviluppo di tutte le facoltà dell'uomo.
Etnologicamente, dalla unità di forma della legge proibitiva dell'i., che si è detta universale, si deduce la sua esistenza al principio dell'umanità. Infatti, se la proibizione dell'i. in questa forma non fosse esistita fin dagl'inizi dell'umanità, ma fosse stata escegitata dopo la separazione dal centro comune, vi sarebbero state non una, ma molteplici forme di proibizione dell'i., come si osserva nei diversi tipi di civiltà.
Basc.: E. Durkheim, La prohibision de l'inceste et ses origines, in Année sociologique, I (1806-97), pp. 1-70; E. Crawley, The mystic rooc. A study of primitive marriage, Londra 1902; I. G. Frazer, Totemion and esogamy, ivi 1911; W. J. Thomas, Sesso e società, Torino 1911; W. Schmidt-W. Koppers, Völker und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Völker, Ratisbana 1924, p. 122 sg.; E. Westermarck, History of human marriage, II, Londra 1925, cap. 19; H. Töhon, Uber Incest, Vienna 1925; Br. Malinowski, Sex and repression in savage society, Londra 1927; J. G. Frazer, L'homme, Dieu et l'immortalité, trad. francese, Parigi 1928, p. 109 sg. e passim; Br. Malinowski, The sexual life of savages in North-western Melanesia. An ethnographic account of courtship, marriage and family life among the natives of the Tohriand Islanders, British New Guinea, With preface of Havelock Ellis, ivi 1929, pp. 384, 389, 416, 451; F.R.S. Raglan, Incest and esogamy, in Journal of anthropological Instilest, ivi 1931; E. H. Man, The Adamon islanders, ristampa, ivi 1932, pp. 58-59, 67-68; I. M. Cooper, Incest prohibitions in primitive culture, in Primitive mon. Washington 1932; L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1943, p. 93 sg. e passim; id., L'unità del genere umano, in Morale e biologia, ivi 1944, p. 1536; W. Schmidt, Seche Bücher von der Liebe, von der Ehe, von der Familie, Lucerna 1945; M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropologiche, linguistiche ed etnologiche, $3^{e}$ ed., Milano 1946; P. Schebesca, Die Baudeut-Pygmden von Iuri. Ergbenisse zweier Forschungsreisen zu den zentralafrikanischen Pygmden, II, Bruxelles 1948, p. 357 sg.; W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild, Vienna 1949, pp. 33-42; L. Vannicelli, La parentela di consanguineità e di affinità e la proibizione dell'i., in Atti del XIV Congresso internazionale di sociologia, Roma 1950.
Luigi Vannicelli
2. Ebrei. - Nella Gen. 19, 31-38 è ricordato per condannarlo l'i. di Lot con due sue figlie. Poi nella legislazione mosaica furono proibite le unioni della madre con il figlio, del figlio con la donna del padre, del fratello con la sorella uterina o germana, del nonno con la nipote, del nipote con la sorella del padre o della madre, perché, come osserva la legge, si tratta della stessa carne (Lev. 18, 7-15). Tra gli affini furono vietate le unioni tra il nipote e la moglie dello zio, tra il suocero e la nuora (ibid. 18, 14-15). Le pene stabilite contro gli incestuosi erano gravi : così chi peccava con la matrigna, con la nuora, con la figliastra, con la sorella germana o uterina doveva subire la pena di morte insieme con la donna (ibid. 20, 11, 12, 14, 17). Del nipote che commette i. con la zia paterna o materna è detto che insieme con la donna porterà la pena del suo delitto (non è stabilita la pena). Se uno si macchierà d'i. con la moglie dello zio paterno o materno, morrà con lei senza figli (ibid. 20, 19-21). Nel Deuteronomio sono lanciate maledizioni contro gli incestuosi e sono ricordati gli i. più gravi (Deut. 27, 20, 22-23).
La S. Scrittura ricorda ancora i rapporti incestuosi di Antimon, figlio di David, con Thamer, sorella di Absalom (II Sam. 13, 11-22), e di Absalom con le concubine di David (ibid. 16, 21-22), ecc. S. Giovanni Battista fu imprigionato per aver rimproverato Erode Antipa, che aveva, contro la legge, presa come moglie la moglie del fratello Filippo vivente (Mc. 6, 17-18).
3. Romani. - Nel diritto romano antico era considerata i., oltre all'unione con una vestale, ogni unione tra persone fra le quali esisteva un diritto di matrimonio, basato su quel complesso di norme tradizionali e religiose
## Page 1018
che vanno sotto il nome di fas. Anche nella lex Iulia de adulteriis, secondo la recente dottrina, il concetto ed i casi dell'i. si fanno risalire ai veteres mores (cf. D. 23, 2, 29, 1); nell'età classica, però, non tutte le violazioni dei divieti matrimoniali costituiscono i., alcune di esse rientrando nel concetto di stuprum. In base a questo nuovo concetto è i. l'unione fra ascendenti e discendenti, anche se la parentela sia solo adottiva, l'unione fra fratelli, quella con lo zio o la zia paterni e materni, l'unione tra affini in linea retta, anche dopo sciolto il matrimonio che ha dato luogo all'affinità; accento a questi, che sono casi indubbi, è probabile che la giurisprudenza classica ne abbia collocati altri, quali, ad es., l'unione di un coniuge con i figli nati all'altro coniuge posteriormente al divorzio, quella del figlio con la concubina del padre.
La legislazione imperiale dell'epoca postclassica fissò nuovi divieti matrimoniali che possono essere collegati a quelli antichi stabiliti dai mores e farsi quindi rientrare nel concetto di i.; cosi si vedono proibite le unioni tra affini in linea collaterale entro il secondo grado, quelle tra cugini e, per influsso della nuova religione, quelle fra cristiani ed Ebrei.
Non grande importanza si deve attribuire, secondo la recente dottrina, alla distinzione fra i. iure civili (proibito legibus) ed i. iure gentium (proibito moribus), distinzione che è probabilmente postclassica, originata dalla costituzione di Caracalla che estese la cittadinanza a tutto l'Impero, quindi anche a quelle province orientali in cui unioni riprovate dal costume romano erano assai diffuse.
III. Disciplina del Cristianesimo. - 1. Prima del CIC. - Nel Concilio apostolico di Gerusalemme viene proibita la fornicazione e quindi anche tutte le unioni incestuose riprovate nel Pentateuco (Act. 15, 19-21). S. Paolo esclude dalla comunità di Corinto uno che aveva preso in moglie la sua matrigna (I Cor. 5, 1-8). I Concili dal sec. Iv sanzionano gravi pene contro gli incestuosi. Così il Concilio di Elvira, all'inizio del sec. iv, nel can. 61 ordinò che se un uomo sposava una cristiana sorella della moglie tutti e due erano privati della comunione per cinque anni, salvo un'anticipata riconciliazione in caso di pericolo di morte (Mansi, II, 15-16). Il Concilio di Neocesarea (314-25) nel can. 12 scomunicò fino alla morte la donna che sposava successivamente due fratelli e, in caso di morte di una delle parti, l'altra doveva continuare la penitenza (ibid., 539). Il Concilio Trullano (Quinisesto) del 692, nel can. 54 annullava i matrimoni incestuosi, scomunicando i trasgressori per 7 anni (ibid., XI, 698). Il Concilio di Worms dell'888 nel can. 32 proibiva i matrimoni incestuosi, però lasciava la libertà di contrarre matrimonio quando vi fosse dubbio di grado proibito. Il Concilio Lateranense IV del 1215 con il can. 50 tolse la proibizione per il $3^{\circ}$ e $2^{\circ}$ grado di affinità e restrinse la consanguineità al $4^{\circ}$ grado per la difficoltà di osservare la proibizione in gradi più elevati (Mansi, XI, 1035-38).
2. Disciplina canonica attuale. - Il CIC ha ristretto la nozione dell'i. Infatti prima l'affinità nasceva anche dal rapporto illecito, invece tale affinità è attualmente esclusa. Però, mentre, prima, dal matrimonio rato e non consumato si aveva solo l'impedimento di pubblica onestà, ma non i., oggi invece l'affinità sorge da ogni Matrimonio validamente contratto, benché non sia stato consumato e, quindi, nel caso nostro, si avrebbe i. se due affini commettessero peccato carnale. Non vi è i. nell'unione tra quelli che sono uniti da parentela legale, comunque sia considerato nei singoli luoghi tale impedimento, cioè dirimente o impediente, perché il vincolo è semplicemente legale o spirituale.
3. Pene canoniche. - S. Paolo e i Concili hanno punito l'i. con pene severe come la scomunica perpetua o tem-
poranea, pene corporali, proibizione di contrarre un nuovo matrimonio e con penitenza di diversi anni come si desume dai libri penitenziali dei secc. viII e ix (H. Wasserschlehen, Die Einzandnungen der abendländischen Kirche, nebst einer rechtogeschichtlichen Einleitung, Halle 1851, passim; M. Schmitz, Die Bussbücher und die Bussdisciplin der Kirche, I, Magonza 1883; II, Düsseldorf 1898, passim).
Le Decretali comunicavano la scomunica intre sententiae per chiunque contraeva matrimoni nei gradi proibiti. Inoltre Clemente V canonizsò le pene civili della confisca dei beni, dell'esilio e della fuatigazione. Nel 1869, Pio IX abrogò la scomunica. Invece la proibizione di contrarre il Matrimonio susseguente, stabilita dai concili per i colpevoli d'i., pare che sia stata abrogata dalla consuetudine; certo prima del CIC non vigava più (P. Gasparri, Tractatus canonicus de Matrimonio, Roma 1932, p. 436, n. 713 ).
Il CIC nel can. 2357 \& i sanziona: "I laici legittimamente condannati... per i. sono ipso facto infami, oltre le altre pene che l'Ordinario crederà loro di infliggere". Nel can. 2358 contro i Chierici minori che si macchiano d'i. è stabilita non solo l'infamia ipso facto, ma si dichiara che devono essere puniti secondo la gravità dello colpa, anzi, se le circostanze siano molto gravi, possono essere dimessi dallo stato clericale. Il can. 2359 \& 2 ordina che i Chierici in sacris i quali commettono i. nel primo grado di consanguineità o affinità devono essere sospesi, dichiarati infami, se hanno un ufficio, beneficio o dignità devono esserne privati e nei casi più gravi devono essere deposti.
L'unione incestuosa può divenire Matrimonio legittimo, quando l'impedimento (se è di diritto ecclesiastico) viene dispensato dalla competente autorità. Da notare che nelle domande di dispensa dagli impedimenti matrimoniali prima era necessario esprimere l'i., altrimenti la dispensa era nulla, finché la S. Congregazione dell'Inquisizione abrogò tale sanzione di nullità e dichiarò che neppure era necessario manifestare l'i. Oggi, invece l'i. costituisce uno dei motivi per concedere la dispensa nei casi di impedimento ecclesiastico.
Biss.: Oltre i trattati di teologia morale, e di diritto canonico, cf. E. Mangenot, Incerte, in DThC, VII, coll. 1539-55; A. Guarino, Studi sull'incestum, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, Roman. Abt., 85 (1941), p. 174 sgg.; E. Kalt, Blutschande, in Biblitehes Reallexikon, I, col. 283.
Giuseppe Sirna
INGETTA. - E l'impossessarsi totalmente o in quantità notevole delle merci esistenti su un certo mercato per rivenderle poi a condizioni vantaggiose oppure per servirsene più tardi quando saranno difficilmente ottenibili.
Tale fatto può verificarsi in tutti i tempi e riguardo ad ogni sorta di beni, dando origine al fenomeno del monopolio. Solitamente però si verifica nei periodi di reale o temuta carestia (spazialmente in occasione di guerre, perturbazioni sociali, ecc.) e a riguardo di beni di vasto consumo e di grande necessità (soprattutto materie prime e generi alimentari), producendo i notissimi fenomeni di arrischimenti di guerra o di congiuntura.
L'importanza sociale del fatto ha indotto tutti i governi ad intervenire. La loro azione si è svolta in due direzioni: a) impedire il sorgere dell'i. sia sottraendo i generi in questione alla libera contrattazione privata mediante l'ammasso obbligatorio, sia assicurando ai cittadini un minimo di essi mediante il tesseramento; b) distruggerlo colpendo l'incertatore con pene severissime. L'esperienza ha dimostrato che tali provvidenze raggiungono il loro scopo quando l'autorità assicura davvero almeno l'indispensabile, e si dimostra veramente infestibile nel colpire i grandi incettatori : due cose che, purtroppo, si sono verificate raramente.
Dal punto di vista morale sembra si debba distinguere fra accaparramento a scopo di lucro e accaparramento a scopo di "copertura personale o familiare»; inoltre nell'accaparramento a scopo di lucro sembra si debba distinguere fra accaparramento di beni indispensabili e accaparramento di cose voluttuarie.
## Page 1019

L'fer. Caldorini)
S. GIROLAMO NELLO STUDIO. Incisione di A. Dürer (1514).
## Page 1020

(fot. Gob. fot. uas.)

(fot. Sonriatendensa all'arte med. e moderna di Firenze)
In alto: LA FIERA DELLA QUERCIA. Acquaforte di C. A. Petrucci (1928) - Roma, Calcografia nazionale. In basso: IL MERCATO DEL PESCE. R. Earlom (1743-1822) da Snyder e Long, maniera nera o mezzatinta - Firenze, Gabinetto delle Stampe e disegni della Galleria degli Uffizi.
## Page 1021

Incihione - S. Girolamo in contemplazione iananza al Crocifisso. anonimo fiorentino del sec. xV (bulino) - Firenze, Galleria Uffizi.
L'i. di cose indispensabili a scopo di lucro è condannata dalla morale. Viola infatti non solo la legge della carità che obbliga ciascuno ad amare gli altri come se stessi, ma anche la legge della giustizia sociale che obbliga ciascuno a concorrere al bene di tutti nella misura delle proprie possibilità. Meno severo sembra debba essere il giudizio per l'i. di cose voluttuarie o per l'i. a scopo di «copertura personale o familiare». In questi casi infatti non c'è quel danno altrui e quella manifestazione di egoismo che si osserva nel primo caso.
Bial.: C. Antoine, Acraporentnt, in DThC, 1, coll. 292-93: e inoltre le bibl. alla voce cartello.
Giovanni Battista Guzzetti
INCHINO, Gabriele. - Predicatore, canonico regolare lateranense, n. a Vicenza nel 1548, m. ivi nel 1608 cs .
Le prediche che I. tenne in varie città d'Italia furono più volte pubblicate e tradotte in latino e in francese: Conciones de quntuor hominis nostrisimis (Venezia 1593, 1596, 1601; Colonia 1632; in francese Lione 1609 e 1610); Le vie celesti (Venezia 1603; in latino Colonia 1609 e Venezia 1610; in francese Parigi 1604).
Bibl.: A. Possesino, Apparatus sucer, I. Venezia 1606, p. 522; G. Pennotto, Generalis totius S. Ord. Clericorum canoni-
corum... historia tripartita, Roma 1624, p. 791; C. Rosini, Ly. cemu Lateranense, I. Cesena 1649, pp. 336-39; Angiolgabriello di S. Maria, Bibliotece e storia di... scrittori... di Vicenza, V. Vicenza 1779, p. 292; Ministère de l'instruction publique, Catalogue général des livres imprimés de la Bibliothèque nationale. Auteurs, LXXV, Parigi 1922, coll. 880-81. Renata Orasi Ausenda
INCISIONE. - E propriamente l'arte di incidere su una superfice qualsiasi delle figure, degli ornamenti, ecc. Può essere quindi fine a se stessa, come nella glittica, nell'intarsio, nel nielio, ed è in questo senso molto antica (basti pensare alle i. rupestri degli uomini delle caverne) ma può anche servire per ottenere una matrice donde trarre copie delle immagini incise; e già nei tempi andati si incidevano matrici per stampare il cuoio o la stoffa, nonché punzoni per il conio delle monete. Ma oggi, quando si parla di i., si intende generalmente alludere al procedimento che permette di riprodurre su carta, per mezzo della stampa, dei segni incisi su una matrice. Il procedimento è stato in tempi relativamente recenti sfruttato anche meccanicamente (v. fotomeccaniche, ARTI). Qui si tratterà invece delle diverse specie di i. ottenute direttamente dalla mano dell'artista.
Le tecniche fondamentali sono due: l'i. su legno e quella su metallo; a queste si può aggiungere la fotografia (v.), inventata alla fine del sec. xviri. L'i. su legno viene chiamata xilografia, e sua caratteristica è che il disegno ottenuto a rilievo sulla matrice, stampato sulla carta, presenta il segno inciso, a differenza dell'i. su metallo (generalmente su rame, e detta quindi anche calcografia) che, essendo ad incavo, darà invece delle copie stampate con segno a rilievo, poiché al torchio la carta viene fortemente compressa negli incavi della lastra (v. acquaporte). Per l'i. di una composizione su metallo si può d'altra parte far uso di procedimenti diversi. Se per incidere la lastra non ci si serve dell'aiuto di acidi, si ha l'i. a bulino, la puntasecca, la maniera nera o mezzatinta; se invece ci si vale dell'ausilio degli acidi si ha l'acquaforte, l'acquatinta, la maniera punteggiata, la vernice molle.
L'i. a bulino è quella ottenuta incidendo la lastra per mezzo dell'arnese chiamato appunto bulino (v.). Nei solchi delle i. si fa penetrare l'inchiostro, mentre si avrà cura di pulire il resto della lastra. Ricoperta la lastra con un foglio di apposita carta umida, e questa, a sua volta, di un feltro, la si fa passare nel torchio calcografico, formato da due cilindri sul tipo di un comune laminatolo: ad operazione avvenuta l'inchiostro raccolto nei segni incisi si andrà a stampare sulla carta, mentre questa resterà bianca nei punti non toccati dall'incisione. A questo tipo di i. si può riconnettere anche la puntasecca (v.), ottenuta lavorando il metallo per mezzo di una punta in luogo del bulino. Nella maniera nera o mezza tinta, invece, tutta la lastra viene preparata in precedenza, granendola in modo che stampata darebbe una superfice uniformemente nera; il lavoro d'i., pertanto, consisterà nel togliere per mezzo di appositi raschietti la granitura, là dove dovranno risultare dei chiari. Infatti la lastra incisa con tale procedimento fu usata specialmente nel passato per riproduzioni di quadri a fondo scuro per cui si presta ottimamente, anche se ha l'inconveniente di non permettere tirature molto elevate.
Dall'acquaforte (v.) derivano l'acquatinta (v.) e la vernice molle, cosiddetta perché la normale vernice dell'acquaforte viene resa più molle con l'aggiunta di sego per cui, dopo la morsura, si ha un segno caratteristico come quello della matita grassa. Tutti questi procedimenti possono anche usarsi insieme nell'incidere una unica lastra, e si hanno così, ad es., lastre all'acquaforte o al bulino riprese alla puntasecca o al punteggiato. Quest'ultimo procedimento è quello della cosiddetta maniera punteggiata, nella quale i disegni vengono condotti a punti invece che a linee. Oltre che in bianco e nero l'i. può essere anche a colori. e in tal caso si usano generalmente quattro matrici, una per il nero e una per ciascuno dei colori fondamentali.
## Page 1022

(per cortesia del dott. N. Vian)
InCisione - S. Filippo Neri. Ritratto inciso contenuta nel libro del card. Gabriele Paleotti, De bona senectutis (Roma, A. Zanetti, 1595), che venne in luce alcuni mesi dopo la morte del Santo.
Storia della xilografia. - La xilografia ha preceduto la stampa su metallo: le carte da gioco, le stoffe stampate, e soprattutto le immagini religiose, si trovano in abbondanza già nel Trecento. Anzi, sono proprio queste ultime le prime i. in legno di una certa importanza, anche se ben poco ormai rimane di esse, stampate su fogli volanti e destinate, quali oggetti di culto, ad un rapido logoramento. Di queste figure a semplici contorni, spesso colorate a mano, senza tratteggio e senza chiaroscuro, si ricordano qui l'Andata al Calvario (cs. 1400, Albertina di Vienna) e la Madonna e quattro Santi (1418, Gabinetto di Bruxelles). Tra le i. italiane, anch'esse rarissime, e prodotte generalmente da artisti fiorentini o veneti, va rammentato uno dei primi libri xilografici, illustrante la Passione (Gabinetto delle stampe di Berlino), in cui sia il testo che le vignette sono stampate usando un blocco di legno per ogni pagina. Tale primitivo sistema di stampa era diffuso specialmente in Germania, e non sembra azzardato pensare che l'invenzione dei caratteri mobili abbia trovato proprio in questa produzione libraria la sua occasione e la sua origine. Dopo l'invenzione della stampa la xilografia è di questa il maggiore ausilio per la decorazione e l'illustrazione dei volumi: si ricorda il famoso De re militari di F. Valturio (Verona 1472), per le cui illustrazioni si è fatto il nome di Matteo dei Pasti; l'Etopo di Verona (1475) e quello di Napoli (1485). Importanti anche le pubblicazioni fiorentine, adorne di xilografie riflettenti lo stile dei migliori artisti locali, e quelle di Venezia, numerosissime, di cui va per lo meno ricordato l'Hypnerotomachia Poliphili (1499) del domenicano Francesco Colonna, le cui illustrazioni hanno portato l'attribuzione anche di Giambellino e di Mantegna. Ai primi del ' 500 si hanno le prime i. xilografiche a più legni; le usò in Germania, tra gli altri, L. Cranach, e in Italia Ugo da Carpi (v.) che venne ritenuto anche per alcun tempo l'inventore del nuovo procedimento. Seguaci di Ugo da Carpi furono A. Fantuzzi, G. Nicolò
e A. Andreani. Tra gli altri incisori attivi in quest'epoca si ricordano i veneti Domenico delle Greche, N. Boldrini e G. Scolari, che lavoravano specialmente su disegni tizioneschi. Nel '600 notevoli le i. dei Coriolano, da Tiarini e da Guido Reni. Nel ' 700 incomincia la decadenza di quest'arte che doveva riprendere soltanto sulla fine dell' ' 800 e ai primi del ' 900 , specialmente per opera del gruppo sorto attorno alla rivista Leonardo, del quale fecero parte, tra gli altri, A. Spadini e A. De Carolis. Nutrita la schiera degli xilografi derivati dal De Carolis, e notevole anche l'opera di molti artisti contemporanei.
Storia della calcooratia. - Sfatata la tesi del Vasari che volle ricollegare l'origine dell'i. a Maso Finiguerra e alle impronte dei suoi nielli (sono state infatti trovate stampe tedesche anteriori di alcuni anni al 1460) il problema delle origini della i. non è stato ancora completamente risolto. Nel racconto vasariano tuttavia si potrebbe trovare una indicazione che le botteghe degli orafi fiorentini furono tra le prime fucine di questa nuova tecnica dell'illustrazione. Le impronte dei nielli sono oggi rarissime, e si ricordano tra le più preziose le prove superstiti di A. Pollaiolo. Anche in questo campo, come in quello della xilografia, le prime i. mostrano chiari gli influssi degli artisti più famosi del Quattrocento: notevoli quelle del Maestro della Grande Passione, influenzate da Andrea del Castagno (cf. il Gerolamo penitente degli Uffizi). Di A. Pollaiolo è famosa la stampa con il Combattimento dei 10 mudi e degna di ricordo la grande Assunzione della Vergine di ispirazione botticelliana che fu, anzi, per lungo tempo ritenuta dello stesso Botticelli. Tra gli interpreti dei disegni botticelliani è stato tramandato il nome di Baccio Baldini, cui si attribuiscono le illustrazioni del volume il Monte Santo di Dio (Firenze 1487) e quelle della Divina Commedia (ivi 1481). Tra gli altri incisori si ricordano C. Robetta che incise da disegni di Filippino, del Pollaiolo, del Ghirlandaio, con influssi anche di composizioni düreriane. Nell'Italia settentrionale molti degli artisti più noti, tra i quali primo A. Mantegna, si sono dedicati all'i.: tra questi Nicoletto da Modena, Benedetto Montagna, Jacopo de' Barbari, Gerolamo Mocetto e Giulio Campagnola, che

(1st. ibid. 501. nux.)
InCisione - S. Girolamo. Acquaforte di Pietro Testa detto il Lucchesino (1611-50) - Roma, Gabinetto naz. delle stampe e disegni.
## Page 1023
diede stampe di una notevole morbidezza servendosi di un sistema di i. a puntinismo. Tra i lombardi si è fatto il nome di Bramante, ma in questi ultimi tempi un'attività vera e propria di incisore da parte sua è stata messa in dubbio. A Bologna, ove incise nielli F. Francia, è notevole soprattutto M. A. Raimondi, interprete personale di opere dei più grandi maestri : influenzato dapprima da F. Francia di cui fu allievo, soggiacque anch'egli all'influsso delle stampe tedesche (specialmente durante il suo soggiorno veneziano del 1506), mentre visibili nelle sue opere sono poi i passaggi per Firenze (1508) e la dimora a Roma, ove entrò in stretto contatto con Raffaello e ove subì il fascino dell'arte antica. Tra i discepoli di Marc'Antonio si ricordano Marco Dante da Ravenna e Agostino de' Musis veneziano, il cosiddetto "macetro B nel dado". Su disegni dei manieristi Rosso fiorentino e Perin del Vaga, oltre che di Raffaello, di Tiziano e di Michelangelo, incisero G. J. Caraglio e il parmense Enea Vico. Nell'orbita di Giulio Romano operarono i mantovani G. B. Scultore con i suoi figli Adamo e Diana,

(fol. Gab. (ut. nzc.)
Incisione - Bottega d'incisori. Pellegrino Del Colle (sec. xvir) - Roma, Gabinetto nazionale delle stampe.
mentre un altro mantovano, Giorgio Ghisi, attende a riprodurre principalmente l'opera michelangiolesca della Sistina. Tra gli altri incisori più famosi del ' 500 si ricordano il Parmigianino, importante soprattutto quale precursore di una maniera di incidere più rapida e più spontanea, che avrà largo sviluppo nel secolo successivo; il suo seguace A. Meldolla, detto lo Schiavone, che fu tra i primi ad usare la puntasecca, e, sulla fine del secolo, i Carracci. Nel '6oo notevoli le i. di O. Borgianni, del Baroccio (si ricorda l'Annunciazione, a più tecniche), del fiorentino A. Tempesta che influì specialmente su Callat e su Stefano della Bella. Tra i pittori emiliani incisero il Guercino, G. Reni e il suo migliore seguace S. Cantarini da Pesaro; tra i napoletani Ribera e S. Rosa; tra i genovesi il Grechetto; mentre delle altre scuole bisognerà per le meno ricordare il veronese G. Carpioni, il pisanu G. B. Vanni, il lucchese P. Testa. Ma è nel '700, soprattutto ad opera dei veneziani, che l'i. italiana doveva toccare le più alte vette. G. B. Tiepolo (v.), e Piranesi (v.) hanno dato origine ad una scuola fiorentissima. Tra i più celebri incisori veneziani si ricordano anche il Carlevaris, il Bellotto, il Canaletto, Marco Pitteri (che incise soprattutto su disegni del Piazzetta) e F. Bartolozzi (i. da M. Ricci e da Zuccarelli). Sulla fine del '700 e i primi dell'80o l'i. si ridusse quasi esclusivamente alla riproduzione di opere pittoriche, e si citano, tra i numerosi incisori che attesero a questa pratica attività, G. Volpany e R. Morghen. L'invenzione dei processi fotomeccanici fu determinante nel ridare all'i. il suo primitivo carattere di creazione autonoma, e nella seconda metà dell'80o notevole, in questo senso, è l'opera di M. Fortuny, di G. Fattori, di T. Signorini, di F. Faruffini, di A. Fontanesi. E grande favore l'i. su metallo, nelle varie tecniche, va riscuotendo nuovamente ai giorni nostri, quale attività principale di moltissimi artisti. Vedi tavv. CV-CVI.
Bib.: C. A. Petrucci, s. v. in Enc. Ital., XVIII, pp. 970974, e M. Pirtaluga, s. v. ibid., pp. 974-91; M. Audin. Les deux tapes de la grataire sur bois, Parigi 1933; L. Vitali, L'i. italiana moderna, Milano 1934; L. Servolini, Problemi e aspetti dell'i.,
rarl. danno le i. che muovono ad atti nell'ordine della Grazia: nel mondo fisico-biologico le i. coincidono con la spinta espressa dalle leggi fisiche e dagli istinti (v.): nella vita dello spirito esse soggiacciono alla libertà. Secondo s. Tommaso le i. nell'ordine spirituale sono più attive di quelle della natura fisica e quelle dell'ordine soprannaturale, conseguenti alle virtù infuse (specialmente i doni dello Spirito Santo), operano nell'anima "secundum quandam connaturalitatem" con le cose divine che muove l'anima a seguire docilmente l'istinto dello Spirito Santo (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{20}}}$, q. 68, a. 2).
C'è quindi una i. naturale o inconscia (appetitus naturalis) secondo il quale ogni creatura tende a ciò che le è conveniente, prescindendo da qualsiasi conoscenza (ibid., $1^{2}$, q. 78, a. I ad 3), ed è perciò comune a tutta la natura e ad ogni forma e facoltà. C'è poi una i. conscia (appetitus elicitus: $\delta \rho \varepsilon \xi \iota \varsigma$ 8:2v077128: Aristotele, Eth. Nic., VI, 2, 1139 h 3), che consegue alla conoscenza sensitiva o intellettiva; quando consegue alla deliberazione della ragione costituisce la i. libera (la $\delta \rho \varepsilon \xi \iota \varsigma$ Bouleavroè di Aristotele : ibid., III, 5, 1113 a 10). La i. è quindi principio intrinseco di movimento nella natura, ma essa attinge il suo fondamento e la ragione del suo oggetto e del suo fine dalla forma e dal grado di essere a cui appartiene. E su questo principio che si deve prospettare l'educazione e insieme anche il problema della moralità delle i.
Bib.: L. Schutz. Appetitus, in Thomas Lexikon, $2^{2}$ ed., riprod. Intellitogr., Nuova York 1950, p. 27 sg. Cornelio Fabro
II. La pedagogia delle i. - In pedagogia le i. vengono considerate come tendenze impulsive e innate, aventi per oggetto la conservazione e lo sviluppo della vita psicologica; a differenza degli appetiti propriamente detti, che tendono alla conservazione e allo sviluppo della vita fisica. Donde la diversità fra le due tendenze, perché : a) mentre l'appetito si riferisce alle cose, l'i. si estende anche alle persone
## Page 1024
(si appetisce il cibo, l'azione muscolare, il riposo; si ha i. verso un amico, la famiglia, la patria); b) l'appetito genera una sensazione di piacere o di dolore, l'i. nascita un sentimento di gioia o di pena, secondo che è assecondata o contrariata; c) l'appetito è limitato e periodico, cessa quando è soddisfatto, risorge ad intervalli determinati, l'i. invece è permanente, non è mai interamente soddisfatta (più si sa, p. cs., e più si è curiosi di sapere), non essendo la vita psicologica ristretta entro fissi confini; d) si può anche aggiungere che l'appetito è comune all'uomo come agli animali, mentre le i. sono proprie dell'uomo.
1. Classificazione delle i. - Mancando una classificazione condotta secondo criteri strettamente scientifici, si può seguire quella più comune, usata dai moralisti e dividere le i. in personali, sociali, superiori o impersonali.
a) I. personali. - Nella sua vita psicologica l'uomo tende prima di tutto alla conservazione e allo sviluppo di se stesso; personali saranno perciò quelle i., che tendono all'attuazione del bene dell'individuo, che implicano per conseguenza l'amore di sé, al quale nessun uomo può naturalmente sottrarsi, e corrispondono ai vari bisogni e alle varie facoltà : a) sensibilità (curiosità di sentire, di provare, e sperimentare, sete di felicità, ripugnanza alla sofferenza, desiderio di emozioni, donde : visione di scene tragiche, lettura di romanzi commoventi e affascinanti, giochi arrischiati, scalate pericolose, storie poliziesche, vaporosi racconti di fate, ecc.); (i) intelligenza (curiosità di sapere, di conoscere, di immaginare, malessere di fronte all'imprevisto, all'ignoto, tormento del dubbio e della incertezza; ansia di scoprire il futuro); y) volontà (curiosità di agire, tendenza alla proprietà per rendersi indipendenti dagli uomini e dalle circostanze, tendenza all'autorità, donde : ripugnanza alla subordinazione, desiderio di comandare, di imporre le proprie idee, di dirigere gli altri, di essere serviti; bisogno di attività; tendenza alla riputazione, alla fama per sentirsi superiori agli altri, imporsi a tutti).
b) I. sociali. - Poiché l'uomo non è chiuso nelle ristrette barriere della propria personalità, ma è naturalmente socievole, si sente portato verso i suoi simili; di qui un secondo gruppo di i., chiamate sociali, perché tendono all'attuazione anche del bene degli altri, sentiti come variamente necessari al proprio perfezionamento; si avranno così tre tipi diversi di i.: a) i. all'imitazione, per cui si adatta il proprio "io all'« io" degli altri e all'ambiente, in cui si vive. Questo spiega l'omogeneità di ogni raggruppamento umano, in cui si prendono insensibilmente le medesime idee e i medesimi sentimenti; la potenza e il conseguente contagio dell'esempio, del pregiudizio, dell'opinione, delle convenienze, della moda, che tendono a creare in due o più individui analoghe disposizioni intellettuali e affettive; la psicologia delle folle disattente o incomprensive, le quali abbandonano per cosi dire l'anima personale per prendere un'anima collettiva; la psicologia degli «io» sociali, cioè quegli atteggiamenti che l'« io» personale tende a prendere di fronte alla sua situazione sociale, al suo compito, alla sua professione, alla parte, insomma, che deve disimpegnare. (i) I. alla simpatia, o partecipando i sentimenti e le disposizioni degli altri (simpatia passiva) o andando oltre e facendo partecipi gli altri dei sentimenti propri. E un bisogno essenziale di uscire dalla propria cerchia, di non sentirsi felici o infelici da soli, perché, quando vengono partecipate, la felicità sembra moltiplicarsi e l'infelicità si fa più sopportabile. y) I. alla benevolenza, che porta a volere il bene degli altri e a procurarlo loro, indipendentemente dal proprio vantaggio.
Le i. sociali vanno considerate anche secondo l'oggetto, a cui tendono; si avranno perciò: i. elettive (amicizia e amore); i. domestiche (affetti familiari); i. corporative (spirito di corpo); i. patriottiche (amore verso la patria); i. filantropiche od umanitarie (amore verso l'umanità in generale).
Come ci sono i. sociali, cosi altre ce ne sono, da considerate antisociali: l'antipatia; la misantropia; la gelosia; l'odio.
A corona e sintesi di tutte le i. sta quella religiosa.
Dio, anche psicologicamente, appare come colui che solo può appagare tutte le nostre aspirazioni personali e i nostri complessi e infiniti bisogni. Lo si apprende come l'assoluta verità, bontà e bellezza.
2. L'educazione delle i. - Deve naturalmente variare secondo le diverse i., non solo, ma anche secondo le molteplici sfumature che ciascuna di esse prende nel complesso psicologico di ogni individuo. Le norme particolari saranno accennate alle singole voci; qui basteranno alcune osservazioni generali : a) essendo le i. altrettante tendenze innate, la loro educazione non dovrà tanto consistere nello svilupparle (sono già da sé tutto quello che possono essere), quanto piuttosto nel disciplinarle, assoggettandone l'esercizio alla ragione e alla volontà, guidandole ad un uso equilibrato, che eviti gli eccessi e le deviazioni, sempre facili. Così, p. es., l'adattamento all'ambiente, che può portare al livellamento delle personalità, all'afflosciamento delle energie di resistenza, può essere trasformato in adattamento dell'ambiente alle nostre aspirazioni; l'imitazione, che può diventare papagallismo, negazione della propria originalità, può anche invece trasformarsi in emulazione e in lotta contro ogni mediocrità abulica e passiva; la curiosità di sapere e di vedere, che può condurre a vizi anche precoci, può diventare stimolo allo studio; la simpatia, che può scendere, oltre al resto, a morbosità e a vena ostentazione di sé, può diventare amabile pietà, comprensione dolce e delicata delle miserie altrui, ecc.; b) poiché le i. non sono tutte uguali di grado e di forza nei diversi individui, ma variamente distribuite dalla provvida natura, che ne rende alcune preponderanti, e altre meno, cosi l'educazione dovrà mirare ad orientarsi verso quelle i. che, assecondate, dànno speranza di migliore successo, evitando il pericolo di lasciarle cadere nell'oscurità e di formare caratteri piatti e quasi amorfi, persone spostate, che non renderanno tutto quello che avrebbero potuto rendere alla società; c) non tutte le i. portano al bene; tutte però nell'individuo normale sono disciplinabili e di tutte le volontà può rendersi padrona. Occorre perciò orientare l'esercizio del dominio di sé su quei punti che costituiscono in ciascuno il pericolo maggiore, se trascurati; d) l'educatore (genitori, insegnanti, direttori) dovrà, in questo campo cosi vario e cosi difficile, possedere non solo una buona cultura pedagogica, ma anche uno spirito di vigilanza costante, di adattamento flessibile, di sensibilità penetrante e soprattutto di amore intenso alla sua missione.
Bon...! J. de la Vassière, Psychologie pédagogique, $5^{2}$ ed., Parigi 1926, pp. 217-25; L. Riboulet, Psychologie appliquée à l'éducation, $4^{2}$ ed., ivi 1928, pp. 192-250; C. Lahe, Cours de philosophie, I, $26^{\circ}$ ed., ivi 1929, pp. 282-312; E. Baudin, Corso di psicologia, vers. it., Firenze 1948, pp. 481-504. Celestino Testore
INCLINAZIONE (liturgia). - Il gesto naturale di rispetto espresso dall'inchino è stato accolto dalle liturgie orientali ed occidentali sin dalla più remota antichità quale espressione di umiltà, di venerazione e di adorazione. Tuttora l'uso dell'i. nel cerimoniale liturgico è assai più comune in Oriente chè in Occidente, dove, a cominciare dal sec. x-xI, incominciò a prevalere per l'adorazione l'uso della genuflessione, rito in origine di carattere penitenziale. L'i., come atto di adorazione, specie al momento dell'elevazione dell'Ostia nella Messa, prima di scomparire dal cerimoniale occidentale dette origine ad ardenti polemiche, come quella sorta in seno al Capitolo di Lione nell'ultimo quarto del sec. xVI.
Nei sermoni pastorali di s. Cesario d'Arles si ha tutta una serie di accenni all'i. durante la preghiera (cf.
## Page 1025
Serm. 72, 76, 77, 152, ed. G. Morin, Opera Omnia s. Cnesarii, I, Maredsous 1937, pp. 303, 305, 306, 589, 591). L'Ordo Romanns I (cap. 88, ed. M. Andrieu, II, Lovanio 1948, p. 96) e Amalario di Metz (cf. Liber Officialis, III, 22-23: ed. J. M. Hanssens, Città del Vaticano 1948, pp. 329-30) attestano che nel sec. viit-ts a Roma il cloro stava inchinato per tutta la durata del Canone. All'inizio del rito dell'olevazione dell'Ostia, Onorio III parla solo di i. anche per i fedeli (Porthast, 6165, lettera del 19 nov. 1219). I fedeli dovevano inchinarsi particolarmente per ricevere la benedizione, il che già si rileva da vari passi del I. VIII delle Constitutiones Apostolorum (cf., ad es., i capp. 6,37, 39 ecc.: ed. F. X. Funk, Paderborn 1906, pp. 481, 542, 549). Di tale uso, divenuto comune a tutte le liturgie, è rimasto un vestigio in quella Romana nell'humiliste capitis vestra Deo prima della recita dell'oratio super populum nelle ferie di Quaresima.
Si distinguono due specie di i.: quella del capo (il mposciangue orientale; l'inclinato capite degli Ordines antichi) e quella del corpo (la $\mu \varepsilon \tau \dot{\alpha} \nu \sigma \alpha \mu \varepsilon \varepsilon \rho \dot{\alpha}$ orientale; il permanent inclinati degli Ordines): nella liturgia romana la prima si suddivide in profonda, mediocre e piccola, l'altra in profonda e mediocre a seconda dei casi.
Bibs.: C. Callewaert, Carremoniale in Misto privata et solemni, $3^{\text {v ed., }}$. Bruges [1934], pp. 18-24; P. Browe, L'integriaminto del corpo durante la Messa, in Ephem. Liturgicue, 30 (1936), pp. 402-14 (ricca raccolta di testi); P. Oppenheim, Institutiones systematico-historicus in ourma liturgium, VI, Torino 1941, pp. 440-41; L. Brou, L'inclination de la tête au Memento des Morts, in Miscellanea in honoreo L. C. Mahlberg, I, Roma 1948, pp. 1-31. A. Puitto Trutas
INCMARO, arcivescovo di Reims. - N. ca. l'806, di nobile famiglia franca, m. il 21 dic. 882 a Epernay nella fuga dei Normanni. Educato nel monastero di St-Denis sotto l'abate Ilduino, nell'822 entrò alla corte di Ludovico il Pio ad Aquisgrana. Nell'845 ricevette da Carlo il Calvo l'arcivescovato di Reims, vacante dopo la deposizione di Ebbone (v.). Esercitò una intensa attività come vescovo, come politico, teologo e canonista, prendendo parte a tutte le questioni politiche, teologiche e giuridiche del suo tempo.
I. Il politico. - Fu fedele aderente del re Carlo il Calvo, per il quale scrisse: De regia persona et regio ministerio (PL 125, 833-96), De fide Corolo regi sernanda (ibid. 961 sgg .), Pro institutione Cariomanni (ibid. 993 sgg .). Ciò dispiacque all'imperatore Lotario I, per cui dovette subire le conseguenze del suo atteggiamento politico.
Nel caso del vassallo di Lotario, Fulcrico, che I. aveva scomunicato, il papa Leone IV protestò energicamente contro la maniera con cui il «monaco I. " aveva usurpato contro ogni diritto, e vivente ancora Ebbone, la sede di Reims. Il Papa manifestò tali sentimenti anche in una lettera a Lotario (Jaffé-Wattenbach, 2619). Ciò nonostante, dopo la Conferenza di Péronne (genn. 849), Lotario riconosceva I. e chiedeva per lui l'uso quotidiano del pallio, il titolo e l'autorità di vicario della S. Sede. Leone IV concesse solo il pallio.
II. Il sEtropolita. - Nell'affermare la sua autorità metropolitana, incontrò molte difficoltà da parte dei suoi vescovi suffraganei e dei romani pontefici.
La questione degli ecclesiastici ordinati da Ebbone durante il tempo in cui aveva rioccupato la sede di Reims (dal dic. dell'840 all'autunno dell'841) interbidò i suoi rapporti con la Curia pontificia. Papa Leone IV, non approvando la scomunica pronunciata dal Concilio di Soissons, li reintegrò. Nella lite con i suoi suffraganei, Rotado di Soissons ed Incmaro di Laon, I. si mostrò prepotente. Rotado, suffraganeo di Reims, il miglior rappresentante dello spirito che, in quel tempo, ispitava le False decretali isidoriane (limitazione del potere secolare in materia ecclesiastica e limitazione dell'autorità metropolitana) fu deposto da I. nell'862 (cf. E. Perels, Denkschrift Hinkmers im Provera Rothads, in Neues Archiv, 44 [1922], pp. 43-100). Papa Niccolò I però lo reintegrò. Incmaro il giovane, suo nipote, da lui educato e pro-
mosso alla sede episcopale di Laon nella provincia di Reims, sopportò malvolentieri le ingerenze dello zio nell'amministrazione della sua diocesi. Nell'estate dell'868 il malumore trovò occasione di esplodere : accusato di aver tolto a certi « uomini del Re» taluni benefici loro attribuiti, il vescovo venne citato a comparire davanti al tribunale secolare; ma egli non compari. Il Re decretò il sequestro dei redditi, ma l'intervento di I. accomodò la faccenda. Al Concilio di Douzy, I. pronunciò la sentenza di deposizione di suo nipote, salvo il giudizio in contrario della S. Sede, che di nuovo non approvò il gesto.
III. Il teologo. - Contro il benedettino Gotescalco di Orbuis e il suo predestinazionismo, I. redasse una breve confutazione (testo ritrovato e edito da W. Gundlach sotto il titolo Ad reclusos et simplices, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 10 [1889], pp. 258-309). Scrisse ancora una lettera all'arcivescovo di Lione, esprimendo le proprie idee sulla prescienza divina e sulla predestinazione e aggiungeva alcune osservazioni nel Concilio di Quierzy dell'849. Il successore Remigio di Lione rispose con il Liber de tribus epistolis (PL 121, 985-1068). Dopo il Concilio di Soissons dell'853 furono elaborati e sottoposti alla firma del re Carlo il Calvo i quattro famosi capitoli, nei quali I. aveva inteso riassumere la dottrina ortodossa. La prima critica alla teologia di I. veniva dalla Chiesa di Lione. I canoni dogmatici del Concilio di Valenza (855) si appuntano proprio contro I. Frattanto questi preparava un terzo trattato sulla predestinazione (PL 125, 53-474), nel quale intendeva fare un parallelo tra i canoni di Valenza e gli articoli di Quiercy, mettendo al servizio della sua tesi tutta la sua erudizione scritturale e patristica. Nonostante i suoi difetti, il Trattato di I. inaugura un nuovo modo di trattare lo spinoso problema. La lettera sinodale del secondo Concilio di Toul, dell'860, costituiva per I. un relativo successo; egli era almeno riuscito a fare penetrare nel documento conciliare (Ep. 21: PL 126, 122-32) un buon numero delle idee e delle espressioni che gli erano care, proprio quelle a cui sarebbe ricorsa la teologia posteriore. In ultima analisi arbitro della situazione rimaneva I., il quale non riammise alla comunione ecclesiastica Gotescalco, prigioniero a Hautvillea, che dopo l'abiura dei suoi presunti errori (cf. Fliche-Martin-Frutaz, VI, passim). I. scrisse anche contro la formola Trina Deitas dell'inno Sanctorum meritis inclita gaudia del «Comune dei martiri». Ratramno però, monaco di Corbiù, gli replicò con un opuscolo oggi perduto.
IV. Attività giuridica e letteraria. - I. ebbe due occasioni di mostrare la sua vasta conoscenza del diritto canonico: la prima nel divorzio dell'imperatore Lotario I, da Teubergo (cf. De dicario Latharii et Teuftergae: PL 125, 623 sgg.), la seconda nella lotta con suo nipote Incmaro di Laon, contro il quale scrisse l'Opusculum LV capitulorum (ibid. 126, 290-494), in cui combatté anche le False decretali isidoriane, con le quali Incmaro di Laon difendeva il suo diritto. Fra gli altri scritti di I. restano 80 lettere, indirizzate al Papa, al Re e ai Sinodi, che trattano i problemi del suo tempo (ibid. 9 sgg.); inoltre alcuni lavori storici.
La Vita di s. Remigio (ibid. 125, 1129-88; MGH, Script. rer. Merov., III, pp. 239-341) è solo opera di edificazione. Gli Annali di s. Bertino, da lui continuati dall'86r fino all'882, scritti con stile involuto, testimoniano uno spirito penetrante ed una larga visione (MGH, Script. rer. Germ. in usum schol., IV [1883], pp. 53-154).
Bibs.: PL 125-26: Flodoardus. Historia Remensis ecclesiae libri tres, in MGH, Scriptores, XIII, p. 475 sgg.; PP. Maurini, Histoire littéraire de la France. V. Parigi 1740, pp. 544-94; H. Rietzer, s. v. in DTNC. VI. II. coll. 2482-86 (con bibl.); Fliche-Martin-Frutaz, VI, passim. L. Lucchesio Späling
INCOMODO. - I. (dal latino incommodum, cioè disagio, disturbo, danno) sta a indicare in morale e in diritto quella singolare difficoltà o quel particolare pericolo accidentalmente congiunto alla osservanza di una legge, per cui ci si può ritenere esonerati dall'osservanza di essa.
Per questo si richiede: 1) che la particolare situazione di difficoltà o di pericolo presenti un accentuato carattere
## Page 1026
di gravità : cioè che il motivo per la violazione della legge sia sufficientemente grave in relazione alla qualità della persona, alle circostanze di tempo o di luogo, quali, ad es., la necessità di uno sforzo straordinario, l'imminenza di un male grave o il timore di incorrere in esso, ovvero la consequenziale perdita di un bene che interessi in modo particolare colui che è sottoposto alla legge;
2) che non sia posta una legge, se non umana; nessuna legge umana pertanto può obbligare per sé, quando vi sia pericolo di vita o i. di natura simile per coloro che debbono osservarla. Afferma infatti il Suárez (Tract. de leg., ed. C. Berton, Opera omnia, V, Parigi 1836, 1. III, cap. 30, n. 6) che il legislatore umano oltrepasserebbe i suoi poteri, se obbligasse a qualsiasi precetto nonostante qualsiasi difficoltà. Una tale forza obbligatoria della legge non è necessaria per il bene comune; e quantunque qualche volta l'obbligazione straordinaria non sia apertamente ingiunta o non oltrepassi i poteri del legislatore, se essa è eccessivamente grave e dura, la si considera al di sopra della volontà del legislatore e quindi non costringente (v. EPIKEIA; EQUITA).
A tutto ciò fa eccezione il caso, in cui l'osservanza della legge umana sia richiesta per la tutela del bene comune o per allontanare un male comune; obbliga, anche con pericolo della vita, quella legge, anche umana, la cui violazione è richiesta per odio contro la fede o per il disprezzo verso la religione; il grave i., quindi, non deve essere unito per sé con la stessa natura del precetto della legge.
Poi la gravità dell'i. deve essere in relazione anche con il bene comune che la legge intende tutelare. Pertanto si deve esaminare con la massima prudenza s