beneficio con un'altra persona morale.
Differisce dalla semplice unione, perché questa, a stretto rigore, ha luogo quando si uniscono tra loro due o più benefici. L'istituto della i. dei b. si può far risalire al sec. IX.
Siccome però non mancarono gli abusi, il Concilio di Costanza prima (sess. 43, cap. 2) ed il Concilio di Trento dopo (sess. 24, cap. 13 de ref.), sottoposte alla
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revisione dei singoli Ordinari le i. dei b. già fatte, sancirono che, per l'avvenire, qualsiasi unione o incorporazione di parrocchie con monasteri o abbazie, con dignità e prebende della chiesa cattedrale o collegiata ecc., fosse riservata alla S. Sede (cf. can. 1425 del CIC).
Il suddetto conone distingue una duplice incorporarazione: 1) soltanto nel temporale; 2) pleno iure.
Nel primo caso, cioè se, p. es., ad una casa religiosa si unisce una parrocchia, soltanto in quello che concerne il temporale, la casa religiosa partecipa solamente alle rendite della parrocchia ed il superiore deve presentare un sacerdote secolare all'Ordinario, assegnandogli una congrua. Se invece si tratta di un'unione pleno iure, il superiore nomina un religioso, il vescovo l'approva e l'investito, sotto la sua dipendenza, assume la cura d'anime (can. cit.).
L'autorità competente è solo la S. Sede, se si tratta di un beneficio religioso da incorporare ad uno secolare e viceversa (can. 1423 § 3). Nel caso di unioni di parrocchie con case religiose è prassi della S. Congregazione del Concilio richiedere una convenzione, tra l'Ordinario del luogo e la rispettiva casa religiosa, in cui siano determinati i confini della parrocchia, il numero dei religiosi, la dote ecc. E l'unione di questo genere si concede ad nutum S. Sedis. La S. Sede è anche competente soltanto se si tratta di benefici concistoriali o riservati perché sottratti espressamente alla comperenza degli Ordinari del luogo (can. 1423 § 2 e 1424). E invece competente l'Ordinario del luogo, non però il vicario generale o capitolare, senza un mandato speciale, nei casi previsti dal can. 1423 § 1.
Per la i. dei b. si richiede, ad validitatem, la causagiusta (can. 1428 § 2), quale la necessità o la grande utilità della Chiesa. Atteso poi il tenore del can. 105, probabilmente si richiede ancora ad valorem la consultazione del Capitolo cattedrale (una volta se ne richiedeva il consenso) e degli interessati. L'authentica scriptura (can. 1428 § 7) si richiede ad sollemnitatem actus (cf. pure il can. 159).
Per evitare poi che vi sia pluralità di benefici nelle mani di uno stesso investito, l'Ordinario del luogo deve procedere ad unioni che siano in perpetnum (can. 1423 § 3).
Contro il decreto dell'Ordinario si può ricorrere alla S. Sede, ma in devolutivo soltanto (can. 1428 § 3). Infine la incorporazione rientra fra i casi previsti dall'art. 4 della legge 27 maggio 1928, n. 848 , circa il riconoscimento degli effetti civili ad ogni mutamento sostanziale del beneficio.
Bibl.: M. Pistocchi, De re beneficiali inxta canones, Torino 1928; G. Stocchiero, Il beneficio ecclesiastico sede plena, Vicenza 1942; Wernz-Vidal, II, n. 733 sgg.
Innocenzo Parisella
INCOSCIENTE e SUBCOSCIENTE : v. PSICANALISI.
INCOSTANZA. - Dal latino inconstantia, non costanza, volubilità, è vizio opposto alla prudenza, in quanto per esso si è portati a mutare giudizio senza motivo. Il movente iniziale di tale mutamento è nell'appetito che spinge ad allontanarsi dal primo buon proposito, in vista di qualche cosa che si ama disordinatamente: ma la causa vera di esso è nel difetto della ragione che ripudia ciò che prima aveva accettato, per debolezza nel resistere all'impulso della passione, alla quale potrebbe e dovrebbe resistere.
Ne consegue che l'i. è difetto di ragione che vien meno nel comandare ciò che è già stato consigliato e giudicato. L'i. adunque è vizio contrario alla prudenza per difetto, e più propriamente a quella attività della prudenza (imperio) con la quale l'intelletto propone alla volontà il suo giudizio, come quello che deve essere eseguito (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ad}}, \mathrm{q} .47, \mathrm{a} .8 ; \mathrm{q} .53, \mathrm{a} .5$ ).
L'i. è anche un vizio interno che procede dalla lussuria, in quanto l'uomo, spinto dalla concupiscenza e dall'amore delle cose lubriche, viene impedito di eseguire ciò che aveva deciso di fare; ad es., di allontanarsi dalla occasione prossima di peccato. E il vizio di quel tale che invano prometteva di allontanarsi dalla persona pericolosa, e al quale Terenzio (Eun. 67-9) ripeteva in tono di rimprovero: Haec verba una.... falsa lacrimula... vestinguet (cf. Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ad}}$, q. 153, a. 5).
Bibl.: D. M. Frümmer, Manuale theologiae moralis. I. 6a-7a ed., Friburgo in Br. 1931, n. 420; R. H. Merkel bach,
Summa theologiae moralis, II, $5^{\text {a }}$ ed., Parigi 1947, nn. 37 e 38, 929; W. Iankelévitch, Traité des vertus, ivi 1949, pp. 608-20. Andrea Gennaro
INCREDULITÀ. - Termine usato in teologia per indicare l'assenza o il ripudio della virtù soprannaturale della fede : è quindi una forma di infedeltà. Se la mancanza di fede dipende da assoluta impossibilità oppure da ignoranza invincibile si ha l'i. impropriamente detta, chiamata anche negativa, che si riscontra, p. es., nei bambini prima del Battesimo e negli adulti pagani, ai quali il Vangelo non è stato ancora annunziato. Questa i. è involontaria e quindi esente da ogni colpo (Rom. 10, 14). Perciò Pio V il I ott. 1567 ha condannato la seguente proposizione di Baio : " l'infedeltà puramente negativa è un peccato in coloro ai quali Cristo non è stato predicato" (Denz-U, 1068). Al contrario l'i. propriamente detta, o i. positiva, siccome è dovuta ad ignoranza volontaria o alla cosciente negazione della fede, è gravemente colpevole (cf. Io. 15, 22; Rom. 11, 20; II Thess. 1, 8-10). Qui si tratta soltanto dell'i. positiva, la quale può effettuarsi in diverse maniere:
a) Anzitutto con la negazione volontaria dei motivi di credibilità, negazione la quale, sopprimendo i preamboli della fede, rende impossibale ogni credenza. Pertanto è incredulo chiunque fa professione di atcismo, perché negando l'esistenza del testimonio, che è Dio, toglie alla fede ogni fondamento. Lo stesso deve dirsi delle cosciente negazione o del dubbio positivo ad fatto della Rivelazione.
b) L'i. si ha pure rigettando il motivo formale e specifico d'ogni atto di fede, vale a dire l'autorità di Dio, il diritto del testimonio divino ad essere creduto, quando attesta una verità o un dogma. Conseguentemente, chi negasse o dubitasse positivamente dell'omniscienza di Dio o della sua veracità si metterebbe nella condizione di non poter credere, perché verrebbe a negare o a dubitare della verità della sua testimonianza.
c) L'i. può risultare inoltre dalla negazione o dal dubbio positivo sull'oggetto materiale della fede. Considerata sotto questo aspetto, l'i. è completa se comporta la negazione di tutto il contenuto della Rivelazione cristiana, come si verifica nel fedele che abbandona la Chiesa per aderire ad una religione falsa, p. es. al buddismo; è parziale se implica il ripudio di alcune od anche di una sola verità rivelata, come si avvera nel credente che rinnega la fede cattolica per dare il suo nome ad una setta creticale, p. es., al calvinismo.
d) Finalmente si arriva all'i. impugnando la norma stessa della credenza, che è l'autorità del magistero ecclesiastico: il rifiuto cosciente e pertinace di sottomettersi alle sue definizioni infallibili in materia di fede costituisce il peccato di eresia.
L'i. è considerata generalmente dagli autori come il massimo peccato, dopo l'odio formale contro Dio. Infatti il peccato consiste essenzialmente nell'allontanarsi da Dio e di conseguenza sarà tanto più grave, quanto più separa da Dio. Ora l'i. allontana da Dio al massimo grado possibile (cf. Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ad}}$, q. 10. 1. 3), soprattutto perché, rigettando la fede, distrugge il principio della salvezza, il fondamento e la radice della giustificazione (cf. Denz-U, 801). La malizia poi dell'i. può variare secondo gli aspetti diversi sotto cui si riguarda. Così quanto all'estensione, ossia al numero delle verità negative o degli errori professati, l'i. del pagano è maggiore (più vasta) di quella dell'ebreo, l'i. dell'ebreo maggiore di quella dell'eretico. Invece quanto all'intensità, cioè alla risoluzione volontaria e deliberata di rinnegare la fede, la graduatoria segue l'ordine inverso. Effettivamente nel pagano che non ha avuto nessuna notizia del Vangelo, oppure solo una notizia insufficiente ed inesatta, la fede è semplicemente assente: è una deficenza, non una colpa,
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e quindi la sua è una i. puramente negativa. Nel giudeo invece è positiva, colpevole e quindi peggiore dell'i. del pagano, perché il giudeo conosce tutta la rivoluzione del Vecchio Testamento, che ha corrotto con le sue false interpretazioni. Ma ben più grave è l'i. dell'eretico, il quale, ripudiando pertinacemente il dogma divino, viene a distruggere la virtù della fede che già esisteva nella sua anima, in virtù del sacramento del Battesimo. Per questa ragione s. Tommaso afferma che, considerata in se stessa, "l'i. dell'eretico è pessima" (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ae}}}$, q. 10, a. 3).
La ragione intima dell'i. risiede nella natura stessa della fede, la quale non solo è un atto libero, ma anche difficile a compiersi, perché esige l'assenso circa verità delle quali non ci è data dimostrazione interna, assenso non solo teoretico ma anche pratico, per il quale tutto l'uomo deve interiormente riformarsi in maniera che la fede diventi la norma di tutta la vita mediante l'osservanza di precetti gravosi e ripugnanti alla natura corrotta. E chiaro allora che la fede non può essere unanime, e che, di conseguenza, si verifica il fatto dell'i., dovuto alle resistenze dell'orgoglio (Ie. 6, 44), dell'attaccamento disordinato ai beni terreni (Eph. 4, 17; I Tim. 6, 10), del lusso, dell'avarizia (Lc. 16, 27-31) e delle altre passioni. L'i. positiva ha sempre la sua causa nelle opere cattive (Io. 3, 19) e perciò il Concilio Vaticano ha dichiarato che il cattolico non può mai abbandonare la sus fede senza peccato (Denz-U, 1797).
L'i. non va riguardata come un fenomeno raro, straordinario, ma come un fatto permanente, continuo, che si è prodotto sempre e sempre si rinnova, tutte le volte che Dio si rivela all'uomo sia direttamente sia indirettamente per il tramite di altri (Is. 53, 1; Rom. 10, 16). La vita e la storia sono impostate su questa grande scelta: Dio-non Dio, fede-i. Sino alla fine del mondo la predicazione del Vangelo arriverà sempre allo stesso risultato, che ebbe l'apostolato di s. Paolo tra i Giudei residenti a Roma, dei quali *alcuni credettero alle cose dette, altri invece non credettero" (Act. 28, 30). Tuttavia, se l'i. è un fatto persistente che si incardina misteriosamente nella vita dell'umanità, non presenta sempre la medesima fisionomia: tanto nelle sue cause come nelle sue ragioni si commisura alle modalità del tempo e dipende più o meno dalle vicende della storia. Così all'inizio della predicazione evangelica, oltre il giudaismo affiorano altre molte forme di i., quali lo gnosticismo, il marcionismo, il montanismo, ecc., cui fecero seguito le eresie cristologiche e trinitarie dei secc. iv, v e vi. Grande diffusione ebbe il manichisismo, il quale, avversato energicamente e battuto in breccia da s. Agostino, rispparve forte e minaccioso nella forma rinnovata dell'eresia degli albigesi. Altre sètte ereticali vennero ad aggiungersi alle precedenti nei secoli successivi. Ma è con la riforma protestante e specialmente con l'illuminismo del Settecento che l'i. cessa di essere parziale e diviene completa, in quanto non si limita al ripudio di una sola o di alcune verità definite dalla Chiesa, ma rigetta in blocco tutto il deposito della Rivelazione e nega perfino la possibilità dell'ordine soprannaturale. Si arriva così al naturalismo e al razionalismo, che nei secc. xvili e xix finiscono per concentrarsi unicamente sulla ragione applicata allo studio dei fenomeni e delle loro leggi, vale a dire sulla scienza.
Tra le principali forme d'i. tuttora vive e operanti nell'ordine insulettuale, morale, politico e sociale, vanno ricordate il comunismo, l'esistenzialismo di Heidegger e di Sartre, l'idealismo di G. Gentile e di B. Croce, il razionalismo puro di P. L. Couchoud, il laicismo, l'indifferentismo. L'i. è anche implicita nel modernismo (Denz-U, 2109).
Bim.: C. Bos, La psychologie de la croyance, Parigi 1902; E. Tansiv, Infidélité, in DThC, VII, coll. 1930-34; L. Capéran, Foi labeue et foi chrétienne. La question du surnaturel, Parigi 1927; A. Charue, L'incrédulité des Juifs dans le Nouveau Testament, ivi 1929; A. D. Sertillanges, Catechismo degli increduli,
trad. it., Torino 1937; G. Baroni, E possibile perdere la fede senza peccato? Dottrina dei teologi des secc. XVII-XVIII, Roma 1937; G. Combès, Le retour aeftatif du paganisme, Parigi 1938; G. B. Guzzetti, La perdita della fede nei cattolici, Venegono 1940; L. Febvre, Le problème de l'increpance au XVII' siècle. La religion de Rubelais, Parigi 1942; A. Dal Covolo, La psicologia dell'incredulo alla luce del quarto Etrangelo, Milano 1945; M. F. Sciacca, La filosofia oggi, Verona 1945; E. Borne, L'increpance, in Apologie, iique, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Mayenne 1948, pp. 852-73; M. J. Guitton, Difficultés de croire, Parigi 1948. Per una più ampia e completa bibliografia cf. Borne, op. cit., p. 873.
Emanuele Chietiini
INCUBAZIONE. - Dal lat. in-cubare "giacer dentro" (sottintendendo un tempio o altro luogo sacro, ted. Tempelschlaaf) è un rito connesso con il culto della Terra Madre, il contatto diretto con la quale, che nel suo seno custodisce le salme dai trapassati, è capace di fornire responsi e sogni premonitori. Perciò Euripide (Ecuba, 70; Ifigenia in Tauride, 1234) chiama i sogni figli della Madre Terra.
Il luogo della giacitura può essere o la terra, come a Dodona (v. Dodona, oracolo di), dove i sacerdoti dormivano sul nudo suolo, o, più spesso, un tempio, dove era più facile l'assistenza del sacerdozio addetto al santuario e in possesso delle conoscenze tecniche relative all'interpretazione dei sogni e degli oracoli.
Le notizie più abbondanti circa il rito dell'i. si riferiscono al culto di Asclopio (Esculapio), dio della medicina, divinità ctonica, come si rileva dal rito dell'i. e dal serpente, animale ctonico, che è il suo simbolo costante. Nel suo santuario di Epidauro (Argolide), in quello delI'Isola di Cos (Caria) e in Roma nel santuario costruito nell'Isola Sacra, sul luogo dell'attuale basilica di S. Bartolomeo, nel 233 a C., in seguito ad un'epidemia, si prozieava il rito, che consisteva nello stendersi sul pavimento del santuario attendendo il sogno rivelatore del dio, relativo alla guarigione della malattia.
Al tempio era addetto un sacerdote che applicava ricette empiriche: cenere, miele, vino e sangue di un gallo bianco.
Come pratica popolare di devozione in onore del santo patrono, senza attesa di oracoli o di sogni, l'i. si pratica tuttora dai fedeli nelle chiese in varie località.
Bim.: L. Deubner, De incubatione, Lipsia 1900; A. Dieterich, Mutter Erde, Berlino 1913, p. 80; H. Leclercq, Incubation, in DACL, VII, 1, coll. 511-17.
Nicola Turchi
INCUNABULO. - Dal latino incunabula, a fasce di bimbo", sostantivo che indica ogni libro stampato dall'a. 1455 all'a. 1500 , data convenzionale dopo la quale il libro stampato non si chiama più i. ma "cinquecentino".
Il primo i. è la Bibbia cosiddetta di 42 linee o di Gutenberg (v.), dal nome del tipografo che si crede l'abbia stampata in Magonza.
Dalla Germania le protostampe si diffusero negli altri paesi europei, tantoché alla fine del sec. xv un grandissimo numero di tipografi stabili o girovaghi esercitavano l'arte in Italia, in Francia, in Olanda, nel Belgio, nella Spagna. L'i. presenta alcune speciali caratteristiche : la quasi totale mancanza di frontespizio, sostituita nella maggior parte dei casi dall'occhietto; la mancanza di numerazione nelle pagine; la presenza di segnature; le note tipografiche alla fine del testo; la presenza del registro; la qualità della carta, spessa, resistente, con svariatissimi disegni nelle filigrane. L'illustrazione dell'i. è costituita dalle silografie (v. incisione) o incisioni in legno; rozza in Germania, in Francia ricca di vivacità e spesso di comicità, in Italia è magnifica di grazia, specialmente nei libri stampati a Venezia e a Firenze. Notevoli fra tutti il Segno di Polifilo, stampato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499, il Fasciculus medicinae, stampato egualmente a Venezia nel 1495, e il Morgante Maggiore, stampato a Firenze nel 1500.
Dal sec. xvili, col progredire della cultura, le protostampe cominciarono ad essere tenute in gran pregio ed a costituire argomento di studio e scopo di raccolta.
Prima della seconda guerra mondiale la più esopicua collezione era rappresentata dalla Biblioteca di Stato di
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(per cortesia della dell. T. M. Guarnaschelli)
Incunabulo - Auctoritates ad misericordiam inducentes, finito di stampare a Mantova, il 15 giugno 1486, fot. dell'ultima c. verso - Venezia, Biblioteca Marciana.
Monaco ( 16.000 pezzi), che sembra sia rimasta integra; seguono: quella del British Museum (11.000 pezzi); della Biblioteca Vaticana ( 7000 pezzi); della Pierpont Morgan Library e della Huntington Library in America. In Italia la raccolta più numerosa di quattrocentine è posseduta dalla Biblioteca nazionale centrale di Firenze, ma le biblioteche che possiedono i più rari pezzi sono l'Ambrociana e la Civica di Milano, quest'ultima notevolmente arricchitasi con l'acquisto della collezione Trivulzio.
Un catalogo centrale delle edizioni quattrocentine di tutte le biblioteche italiane aperte al pubblico (esclusa la Vaticana) è stato iniziato nel 1932 da Giuliano Bonazzi, allora direttore della Biblioteca nazionale di Roma; dopo la raccolta si è potuto constatare che gli i. posseduti dalle biblioteche italiane sono ca. 100.000 . - Vedi tav. CXI.
Bibl.: Il repertorio generale della stampa quattrocentina più antico e ricco è: L. Hain, Repertorium bibliographicum, in quo libri omnes ab arte typographica inventa ad annum MD... reconsentur, Stoccarda 1826-38. Seguono per nazioni: America: M. Stilwell, Census of American incunabula, Nuova York 1940; Belgio: L. Polain, Catalogue des livres imprimés au quinzième siècle des bibliothèques de Belgique, Bruxelles 1932; Francia: M. Pellechet, Catalogue général des incunables des bibliothèques publiques de France, Parigi 1897; Germania: Gesamthatalog der Wiegendreche, Lipsia 1925 sgg.; Inghilterra: British Museum Catalogue: Catalogue of books printed in the fifteenth century, Londra 1908 sgg.; Italia: Indice generale degli i. delle biblioteche d'Italia a cura del Centro nazionale d'informazioni bibliografiche, compilato da T. M. Guarnaschelli ed E. Valenziani, Roma 1943 sgg.; Olanda: M. T. A. G. Campbell, Annales de la typographie néerlandaise au XIVe siècle, L'Aia 1874-90; Spagna: H. Haehler, Bibliografia ibérica del siglo XV, L'Aia-Lipsia 19031917; Svezia: I. Collin, Katalog der Inhumabeln der Kgl-Bibliotheh in Stockholm, Stoccolma 1914. Teresa Maria Guarnaschelli
INGURABILI, OSPEDALE degli. - Il sorgere degli o. degli i. è un tipico fenomeno del Rinascimento. Due fatti di grande importanza, pur venendo da campi totalmente opposti, portarono alla fondazione
di questo nuovo tipo di ospedalizzazione : la pandemia di sifilide (v.) e l'oratorio detto del Divino Amore.
I sifilitici, data l'incertezza della cura, venivano cacciati dai comuni luoghi di ricovero, sia per l'aspetto frequentemente ripugnante delle loro lesioni, sia perché gli ospedali non potevano fornir loro una cura adeguata. Tali infermi, considerati incurabili, si spargevano per le città, dimostando sui gradini delle chiese o agli angoli delle strade, fino alla morte, spesso senza conforto alcuno. Di essi si occuparono i confratelli del Divino Amore, il cui oratorio fu fondato dal genovese Ettore Vernazza. Per ispirazione di Caterina Fieschi Adorno, conosciuta come s. Caterina da Genova, germogliò nell'oratorio il primo scone dell'o. degli i., fondato nel 1499 in Genova con il titolo di «Ridotto degli i.». I ridotti si moltiplicarono nelle città d'Italia, seguendo il diffondersi delle filiali dell'oratorio. In Roma, il primitivo oratorio di Tossavere ebbe come o. degli i. quello di S. Giacomo in Augusta, che era stato affidato alla Compagnia di S. Maria del Popolo nel 1451. Nel 1515 le due confraternite si trovarono d'accordo nell'adibire l'ospedale a questo nuovo uso; s. Gaetano Thiene offrì tutto lo slancio della sua carità a tal fine, e per suo merito sorsero ospizi a Venezia, Verona e Vicenza. Nello stesso anno fu fondato a Napoli uno dei più famosi o. degli i., ad opera dello stesso Vernazza. Anche s. Camillo de Lellis portò il suo contributo a tali istituzioni e Paolo IV Cantù validamente ne appoggiò il sorgere.
Bibl.: A. Castiglioni, Storia della medicina, Milano 1936, pp. 404 sgg.; A. Pazzini, Storia della medicina, I, ivi 1947, p. 793 sgg.
Gostavo M. Apolloni
INDEFETTIBILITÀ DELLA CHIESA. - Proprietà soprannaturale della vera Chiesa, per cui essa rimarrà, sino alla fine del mondo, così come Gesù Cristo l'ha istituita. Tale concetto include : a) la durata perpetua o perennità della Chiesa; b) la per-

(per cortesia della dell. T. M. Guarnaschelli)
Incunabulo - Avetoritates ad misericordiam inducentes, finito di stampare a Mantova, il 15 giugno 1486, fot. dell'ultima c. verso - Venezia, Biblioteca Marciana.
Monaco ( 16.000 pezzi), che sembra sia rimasta integra; seguono: quella del British Museum (11.000 pezzi); della Biblioteca Vaticana ( 7000 pezzi); della Pierpont Morgan Library e della Huntington Library in America. In Italia la raccolta più numerosa di quattrocentine è posseduta dalla Biblioteca nazionale centrale di Firenze, ma le biblioteche che possiedono i più rari pezzi sono l'Ambrociana e la Civica di Milano, quest'ultima notevolmente arricchitasi con l'acquisto della collezione Trivulzio.
Un catalogo centrale delle edizioni quattrocentine di tutte le biblioteche italiane aperte al pubblico (esclusa la Vaticana) è stato iniziato nel 1932 da Giuliano Bonazzi, allora direttore della Biblioteca nazionale di Roma; dopo la raccolta si è potuto constatare che gli i. posseduti dalle biblioteche italiane sono ca. 100.000 . - Vedi tav. CXI.
Bibl.: Il repertorio generale della stampa quattrocentina più antico e ricco è: L. Hain, Repertorium bibliographicum, in quo libri omnes ab arte typographica inventa ad annum MD... reconsentur, Stoccarda 1826-38. Seguono per nazioni: America: M. Stilwell, Census of American incunabula, Nuova York 1940; Belgio: L. Polain, Catalogue des livres imprimés au quinzième siècle des bibliothèques de Belgique, Bruxelles 1932; Francia: M. Pellechet, Catalogue général des incunables des bibliothèques publiques de France, Parigi 1897; Germania: Gesamthatalog der Wiegendreche, Lipsia 1925 sgg.; Inghilterra: British Museum Catalogue: Catalogue of books printed in the fifteenth century, Londra 1908 sgg.; Italia: Indice generale degli i. delle biblioteche d'Italia a cura del Centro nazionale d'informazioni bibliografiche, compilato da T. M. Guarnaschelli ed E. Valenziani, Roma 1943 sgg.; Olanda: M. T. A. G. Campbell, Annales de la typographie néerlandaise au XIVe siècle, L'Aia 1874-90; Spagna: H. Haehler, Bibliografia ibérica del siglo XV, L'Aia-Lipsia 19031917; Svezia: I. Collin, Katalog der Inhumabeln der Kgl-Bibliotheh in Stockholm, Stoccolma 1914. Teresa Maria Guarnaschelli
INGURABILI, OSPEDALE degli. - Il sorgere degli o. degli i. è un tipico fenomeno del Rinascimento. Due fatti di grande importanza, pur venendo da campi totalmente opposti, portarono alla fondazione
di questo nuovo tipo di ospedalizzazione : la pandemia di sifilide (v.) e l'oratorio detto del Divino Amore.
I sifilitici, data l'incertezza della cura, venivano cacciati dai comuni luoghi di ricovero, sia per l'aspetto frequentemente ripugnante delle loro lesioni, sia perché gli ospedali non potevano fornir loro una cura adeguata. Tali infermi, considerati incurabili, si spargevano per le città, dimostando sui gradini delle chiese o agli angoli delle strade, fino alla morte, spesso senza conforto alcuno. Di essi si occuparono i confratelli del Divino Amore, il cui oratorio fu fondato dal genovese Ettore Vernazza. Per ispirazione di Caterina Fieschi Adorno, conosciuta come s. Caterina da Genova, germogliò nell'oratorio il primo scone dell'o. degli i., fondato nel 1499 in Genova con il titolo di «Ridotto degli i.». I ridotti si moltiplicarono nelle città d'Italia, seguendo il diffondersi delle filiali dell'oratorio. In Roma, il primitivo oratorio di Tossavere ebbe come o. degli i. quello di S. Giacomo in Augusta, che era stato affidato alla Compagnia di S. Maria del Popolo nel 1451. Nel 1515 le due confraternite si trovarono d'accordo nell'adibire l'ospedale a questo nuovo uso; s. Gaetano Thiene offrì tutto lo slancio della sua carità a tal fine, e per suo merito sorsero ospizi a Venezia, Verona e Vicenza. Nello stesso anno fu fondato a Napoli uno dei più famosi o. degli i., ad opera dello stesso Vernazza. Anche s. Camillo de Lellis portò il suo contributo a tali istituzioni e Paolo IV Cantù validamente ne appoggiò il sorgere.
Bibl.: A. Castiglioni, Storia della medicina, Milano 1936, pp. 404 sgg.; A. Pazzini, Storia della medicina, I, ivi 1947, p. 793 sgg.
Gustavo M. Apolloni
INDEFETTIBILITÀ DELLA CHIESA. - Proprietà soprannaturale della vera Chiesa, per cui essa rimarrà, sino alla fine del mondo, così come Gesù Cristo l'ha istituita. Tale concetto include : a) la durata perpetua o perennità della Chiesa; b) la per-

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Tav. CVII
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A sinistra: IL CARDINALE FRANCESCO SALESIO DELLA VOLPE INCORONA BENEDETTO XV nella Cappella Sistina ( 6 agosto 1914). A destra: IL CARDINALE CAMILLO CACCIA DOMINIONI INCORONA PIO XII sulla loggia di S. Pietro (12 marzo 1939).
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(fat. ,tinari)
CRISTO INCORONA MARIA S.MA. Tavola del B. Angelico - Parigi, Museo del Louvre.
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DIO PADE INCORONA MARIA S.MA. Telaị di Botticelli (1488-90). Firenze, Uffizi.
CRISTO INCORONA MARIA S.MA. Pala d'alture di Raffaello (1503) - Pinacoteca Vaticana.
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(da = Reveleliants a. Lubbica. 1597)
Incunabulo - Silngrafia illustrante il liber VI delle Revelutiones di s. Brigida, nell'edizione princeps di Lubecca, Bartolomeo Ghorsn, 1492.
severanza della medesima in ciò che costituisce la sua essenza, cioè nella sua costituzione e nelle sue proprietà specifiche. Ne segue che per l'i. la Chiesa rimarrà sempre identica a se stessa e non perderà alcuna delle sue note. Così intesa, l'i. racchiude tutte le altre proprietà della Chiesa: costituzione gerarchica e monarchica, infallibilità, visibilità (v. CHIESA).
Che la Chiesa sia indefettibile, è verità di fede cattolica, chiaramente contenuta nella S. Scrittura e insegnata dal magistero ordinario. Non è stata ancora direttamente definita dal magistero solemne, però il Concilio Vaticano aveva preparato uno schema di definizione nei seguenti canoni: 1) "Si quis dixerit eamdem Christi Ecclesiam posse offundi tenebris aut infici malis, quibus a salutari fidei morumque veritate aberret, ab originali sua institutione deviet, aut depravata et corrupta tandem desinat esse, anathema sit»; 2) "Si quis dixerit praesentem Dei Ecclesiam non esse ultimam ac supremam consequendae salutis occoromiam, sed exspectandam esse aliam per novam et pleniorem divini Spiritus effusionem, anathema sit». Il decreto Lamentabili ha condannato la seguente proposizione dei modernisti (n. 53) : "Constitutio organica Ecclesiae non est immutabilis; sed societas christiana perpetuae evolutioni, aeque ac societas humana, est obnoxia ". Lo stesso errore era stato condannato da Pio VI nella bolla Auctorem fidei contro il Sinodo di Pistoia (Denz-U, 1501).
Preannunziata nel Vecchio Testamento dalle profecie messianiche (Is. 9, 6; Dan. 11, 44; Ier. 31, 31; $E z .37,24$ ) l'i. della C. è affermata da Gesù Cristo stesso: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell'inferno (cioè le potenze dell'inferno o della morte) non prevarranno contro di
essa" (Mt. 16, 18). Egli disse inoltre: «Ecco che io sono con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli" (Mt. 28, 20); "Io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Paraclito affinché dimori sempre con voi" (Io. 14, 16). Alla Chiesa, dunque, viene garantita sino alla fine del mondo l'assistenza divina, la quale non permetterà che essa perisca o si indebolisca. I Padri della Chiesa, soprattutto s. Agostino nella lotta contro i donatisti, hanno avuto spesso l'occasione di difendere ed illustrare contro le sètte l'incrollabile stabilità della Chiesa cattolica. La promessa di i. non può riferirsi che ad essa. Le false chiese, le sètte, gli scismi ecc. sono destinati, presto o tardi, a scomparire, come del resto conferma la storia. Sono scomparse le chiese ariane e si estingue pian piano la chiesa nestoriana; il protestantesimo si è frazionato in innumerevoli sètte; le chiese bizantine autocefale sono vittime di discordie interne.
L'i. non condanna la Chiesa ad uno statu quo perpetuo e all'immobilità; non le impedisce il progresso e i cambiamenti, ma tale progresso è omogeneo e scaturisce dal suo interno senza deviazioni (v. DOcMA), tali cambiamenti, relativi all'organizzazione, alla disciplina, alla liturgia, non riguardano l'essenza della Chiesa, non sono di istituzione divina e possono quindi subire un'evoluzione secondo le esigenze dei tempi e dei luoghi. Questa sintesi di immutabilità e di progresso non rifulge che nella vera Chiesa. Le false chiese o si corrompono intrinsecamente o rimangono attaccate alle forme vecchie e fuori uso, da cui non riescono più a sbarazzarsi, prese molte volte dalla tentazione di farsene un vanto come se fossero genuine espressioni di vera immutabilità.
Bibl.: C. Mazzella, De religione et Ecclesia, Roma 1896, p. 572 sg.; H. Hurter, Theologiae dogmaticae compendium, $2^{2}$ ed., Innabruck 1903, pp. 196-97, 220-23; C. Pesch, Praelectiones dogmaticae. De Ecclesie Christi, 7 ed., Friburgo in Br. 1924, pp. 219-22; R. Schultes-M. Prantner, De Ecclesia catholica, $2^{2}$ ed., Parigi 1931, pp. 274-79; E. Dublanchy, Effise, in DThC, IV, coll. 2143-50; M. Jugie, Où se trouve le christianisme intégral, Parigi 1947; B. Bartmann, Manuale di teologia dogmatica, trad. it., II, Alba 1949, pp. 437-41. Martine Jugie
INDEFINITO. - Oltre ad avere il significato di indeterminato (v. INFINITO), i. indica una grandezza limitata, che può crescere senza termine. I. coincide con il concetto matematico di infinito potenziale o genetico, detto semplicemente infinito (da distinguere dall'infinito attuale o trasfinito introdotto nelle matematiche da G. Cantor con la teoria degli insiemi). L'infinito (potenziale) non è una grandezza ma il modo di variare di una grandezza, che può aumentare sempre, assumendo valori più grandi di un valore prefissato. Per es., i. o infinità (potenziali) sono la retta geometrica, la serie dei numeri interi, un numero più grande di un altro prefissato a piacere, ecc.
R. Descartes, riservando a Dio il termine infinito, chiama indefinita quella grandezza di cui non si riesce a conoscere i limiti (Principia philosophiae, I, nn. 26-27; ed. C. Adam e P. Tannery, VIII, Parigi 1897-1910, pp. 14-15). E siccome non si può immaginare un limite del mondo materiale, conclude: "substantiam corpoream indefinite extensam in iis (negli spazi) contineri" (ibid., II, n. 21, p. 52 ).
Bibl.: L. Couturat, De l'infini mathématique, Parigi 1896; F. Enriques, I problemi della scienza, Bologna 1913, p. 14 sg.; A. Frambel, Einleitung in die Mengenlehre, $3^{2}$ ed., Berlino 1928. Roberto Masi
INDEGNI. - Dal lat. indignus, "non degno", "non meritevole"; moralmente, è colui al quale non si possono amministrare i Sacramenti o conferire uffici o benefici ecclesiastici (v.). Riguardo ai Sacramenti, generalmente, dicesi i. chi, pure potendoli ricevere validamente, tuttavia manca delle necessarie
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disposizioni per riceverli fruttuosamente, e perciò lecitamente. Tale è, p. es., chi riceve l'Eucaristia in peccato mortale.
L'indegnità può essere pubblica (se il peccato è pubblico) od occulta (se il peccato è occulto; noto cioè soltanto al ministro, naturalmente di notizia non sacramentale, o a pochissimi). Inoltre la domanda del Sacramento può essere pubblica (se fatta dinanzi a persone che la conoscono) od occulta (se fatta soltanto al ministro).
All'i. che chiede occultamente, di regola, si devono negare i Sacrament, ancorché la sua indegnità sia occulta. La carità infatti obbliga il ministro a impedire il sacrilegio, e la religione esige che sia salva la riverenza dovuta al Sacramento (can. $855 \S 2$ ).
All' i. occulto, che chiede pubblicamente, regolarmente, non si possono negare i Sacramenti. Il diniego infatti non solo lederebbe la fama del richiedente, ma allontanerebbe gli altri dall'accostarvisi, potendo ognuno temere per sé simile affronto (can. $855 \S 2$; cf. Sum. Theol., $3^{a}$, q. 80, a. 6).
Non è lecito, ordinariamente, amministrare i Sacramenti a un i. pubblico, ossia a un pubblico peccatore, ancorché li chieda pubblicamente. Ciò è voluto dalla carità che obbliga a impedire, potendolo, il peccato del prossimo, e dalla necessità di impedire lo scandalo altrui (can. $855 \S$ i; cf. Sum. Theol., $3^{2}$, q. 80, a. 6).
Qualora non fosse possibile negare i Sacramenti a un i. pubblico (o anche occulto) senza pericolo di gravissimo danno, probabilmente è lecito amministrarli quando non vengono chiesti in odio alla fede o in disprezzo della religione.
E vietato amministrare i Sacramenti agli eretici o agli scismatici, come prescrive il can. 73 I § 2. Tale prescrizione sembra non doversi estendere al caso di chi versa in pericolo di morte ed è privo di sensi; perché nell'estrema necessità si deve provvedere alla salute delle anime con qualsiasi mezzo, anche solo probabilmente efficace. Ché anzi sembra lecito amministrare i Sacramenti anche ad un eretico o scismatico, ben conscio di sé, ma con tanta buona fede attaccato all'errore, che si debba prudentemente temere inutile richiamarlo al dovere dell'abiura. Occorre però rimuovere il pericolo di scandalo.
L'elezione di un i. ad ufficio ecclesiastico è nulla, se cosi è previsto o per diritto comune o per legge di fondazione (can. 153 § 3). I chierici o i laici che scientemente abbiano presentato o nominato un i. sono privati immediatamente per quella volta del diritto di presentazione o di nomina (can. 2391 § 3).
Bibb.: M. Ter Haar, Casus conscientiae de praecipuis huius aetatis vitiis, Torino-Roma 1936, pp. 1-52; I. Garcia-F. Bayon, Absolución de un moribundo, in Illecir. del clero, 35 (1942), pp. 159152; I. Dormino, L'incapacitá de recevoir la ste Eucharestia, in Rev. diocénaine de Tournai, I (1944), pp. 144-47; I. De Blic, Sur l'attriition sağlamte, Lilla 1945, passim; A. Grazioli, La pratica dei confessori, Colle D. Bosco (Asti) 1946; F. M. Cappello, De Sacramentis, I, 5* ed., Torino-Roma 1947, pp. 66-70.
Andrea Gennaro
INDEMONIATI nella Bibbia. - Nei Vangeli (e Atti) sono narrate numerose guarigioni di i. Con la possessio, un demonio (v.) o più demoni animano il corpo (Lesêtre), ma come un motor adventitius (Benedetto XIV) o un esterno principio delle azioni (Leistik): lo penetrano, cioè, vi sussistono ed operano, e possono tormentarlo se non ne sono impediti da Dio (s. Bonaventura).
Ciò è negato dai razionalisti che negano il miracolo, fino ai moderni (come O. Holtzmann, E. Rasmussen, J. Weiss, A. Harnack, ecc.), che sostengono l'inesistenza degli spiriti, che sarebbero chimere di popoli superstiziosi, un residuo dell'oscurità dei secoli passati, simbolie figure del male morale e fisico; sintomi di possessione demoniaca, descritti nei Vangeli, si riferirebbero a soggetti di malattie nervose (epilettici, isterici, ecc.); le cure sarebbero avvenute per ipnosi e suggestione: Gesù non avrebbe espulso demoni, ma avrebbe curato con la sua virtù psichica siffatti uomini malati.
Di i. veri e propri non si parla nel Vecchio Testamento. Appare talora un influsso demoniaco etico (I Reg. 22, 19-23; II Par. 18, 18-22: lo spirito di menzogna inganna i profeti del re Achab) o anche fisico (come nel caso di Giobbe); ma questo influsso è piuttosto esterno. Il caso di Saul (I Sum. 16, 14-23; 19, 9) è inteso da molti (A. Calmet, M. Hagen, L. Janssens) come una forte malinconia causata e fomentata dallo spirito cattivo.
Nel Nuovo Testamento l'intervento di Satana fine alla possessio è connesso con il conato diabolico di far deviare la missione di Cristo per via di seduzione e d'intimidazione (Mc. 1, 12 sg.; Mt. 4, 1-11; Lc. 4, 1-13; Lc. 22, 31), onde ostacolare il Regno di Dio (Lc. 11, 20; Mt. 12, 28).
Il Figlio di Dio, all'opposto, è venuto a disfare l'opera del diavolo ( $I$ Io. 3, 8), e gli Apostoli sono a loro volta investiti dal Maestro del potere di "cacciare i demoni" (Lc. 10, 17-19). Gesù ingaggia la lotta finale il di della Passione (Jo. 12, 31 sg.; 14, 30; 16, 11), con una battaglia virtualmente già vinta.
Vari accenni ai miracoli di Gesù pongono accanto ai malati guariti gli i. liberati (Mt. 4, 24; Mc. 1, 32. 34. 39; Mt. 8, 16; Lc. 4, 40 sg.; Mc. 3, 10; Lc. 6, 17-19; 7, 21).
Che Gesù sia immune da errore o da inganno risulta chiaramente dai Vangeli, considerati anche solo come libri storici. Tanto Lui, quanto gli Evangelisti, distinguono chiaramente i malati dagli i., pur ammettendo che certe malattie sono causate da presenza demoniaca.
Inoltre, se è vero che Gesù si adattava al modo di parlare dei suoi contemporanei trattando di fenomeni fisici o di questioni secondarie, ciò non avveniva però in questioni di carattere religioso; anzi, su questo punto intendeva correggere le idee false (cf. Io. 9, 1-3). Ora l'influsso dei demoni sull'umanità costituiva un punto importante della sua missione religiosa; Gesù ne parlava di propria iniziativa (Lc. 11, 21 sg.; 22, 31; Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11; Mt. 25, 41 ecc.), non solo a scopo terapeutico.
Si trovano numerosi i., specialmente nei Sinottici, soprattutto in Galilea. Sono posseduti da uno o più "spiriti immondi" o "cattivi" (Mt. 12, 45, e paralleli) che li tormentano (Mc. 5, 2-6), che parlano per bocca loco (Mc. 1, 34;
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3, 10 ecc.). La possessione diabolica causa talora mutismo (Mt. 9, 32; 12; 22), cecità (Mt. 12, 22), epilessia (Mt. 17, 14-20), follia (Mt. 5, 1-5). Non tutte le malattie sono però attribuite a possessioni diaboliche, anzi, talora, sono distinte espressamente (Lc. 6, 17-18; 7, 21; 8, 2; 13, 22 ecc.).
Alcuni fatti dimostrano il carattere personale ed intelligente dell'attività satanica negli i. Le più importanti liberazioni di i. sono: "l'uomo posseduto da spirito impuro" nella sinagoga di Cafarnao (Mc. 1, 23-28; Lc. 4, 33-37); l'i. di Gerosa (Mc. 5, 1-20; Mt. 8, 28-34; Lc. 8, 26-39: in bocca all'i. è anticipata la confessione di Pietro); la fanciulla i. sirofenicia (Mc. 7, 24-30; Mt. 15. 21-28: Gesù opera secondo la preghiera e la persuasione della donna); l'epilettico i. (Mc. 9, 18-29; Mt. 17, 14-21; Lc. 9, 37-42: Gesù riconosce la presenza del demonio).
Quanto al modo di espellere i demoni dagli infelici i., Gesù accenna al modo in uso dai Giudei (Mt. 12, 27; Lc. 11, 19); in Act. 19, 13 si parla di esorcisti giudei; alcuni cacciavano i demoni nel nome di Gesù (Mc. 9, 37). A negare la causa divina del miracolo, i Giudei accusavano Gesù di operare il miracolo mediante il principe dei demoni (Mt. 9, 34; 12, 24. 27; Mc. 3, 22; Lc. 11, 15. 19).
Gesù libera gli i. con il solo comando: non segue affatto le terapie empiriche del tempo, che erano spesso a base di magia.
Per gli altri casi di i., v. DEMONIACHE MANIFESTAZIONI.
Buc.: J. Smit, De doenoniucis in historia evangelica, Roma 1913, pp. 9-23 (con la bibl. anteriore); A. Titius, Uber Heilung van Dönonischen im Neuen Test., in Festschrift für Bouscitsch, Lipsia 1918, pp. 24, 47; E. Ingram, The philosophy of mysticism, Londra 1920, p. 237 (la questione dal lato filosofico); A. Condomin, Iodictio des religions asseriennes, in Recherches de science religieuse, 13 (1923), p. 92 sg.; L. Fonek, Regnum Christi et regnum satanac, in Verbum Domini, 3 (1923), pp. 74-81; G. J. Waffelsert, Posternion diabolique, in DFC, IV, coll. 53-81; H. L. Strock-P. Billerbeck, Zur altjödischen Dämonologie (Kommentar zum Neuen Testament, 4), 1, Monaco 1928, pp. 301-35; P. D. Hamilton, The syro-phonician wamna. Another suggestion, in Exp. Times, 26 (193435), p. 477 sg.; N. Turchi, Ossessione, in Euc. Ital., XXV, col. 719-ss.; C. E. Garcil, The syro-phenician woman, in Expost. Times, 47 (1935-36), p. 43; S. V. Mc Custand, The demonic - confestions of Jesus, in Journal of religion, 24 (1944), pp. 33-36; J. A. Kleist, The godareue demoniacs, in Cath bibl. quart., 9 (1947), pp. 101-103.
Emmanuele da San Marco-P. De Ambroggi
## INDETERMINISMO : v. DETERMINISMO.
INDETERMINISMO FISICO. - L'i. f. dipende dal principio di indeterminazione, fondamento della meccanica atomica, dovuto a W. Heisenberg.
Nella meccanica classica vale il determinismo, riassunto già da P. S. Laplace, in un brano rimasto celebre (Théorie analytique des probabilités, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1820, p. viI) ; esso afferma che quando siano assegnate le coordinate (posizione) e l'impulso (velocità) di ogni punto di un sistema in un dato istante, è determinato completamente lo stato del sistema in quell'istante; ogni ulteriore condizione è incompatibile con le precedenti o in esso già contenuta. Di conseguenza, dato lo stato di un sistema in un certo istante, è fissato il valore delle posizioni, delle velocità e delle loro funzioni, relative al sistema in quell'istante, e anche il risultato di ogni misura di queste grandezze eseguite in quell'istante. Se inoltre sono note le forze che agiscono sui punti, dato lo stato del sistema in un certo istante, è ancora precisato lo stato di esso in ogni altro istante passato o futuro, quindi il risultato di qualsiasi misura in ogni istante è prevedibile con precisione grande a piacere (v. DETERMINISMO).
Nel 1927, W. Heisenberg, in una nota celebre, Uber den anschaulichen Inhalt der quantentheoretischen Kinematik und Mechanik (in Zeitschrift für Physik, 43 [1927], pp. 172 sgg.) stabilì il principio di indeterminazione: è concettualmente impossibile determinare la posizione e l'impulso di una particella in un dato istante, con una precisione superiore a quella indicata dalle relazioni $\Delta_{\mathrm{x}} \Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{x}}} \geq \frac{\mathrm{h}}{4^{n}}, \Delta_{\mathrm{y}} \Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{y}}} \geq \frac{\mathrm{h}}{4^{n}}, \Delta_{\mathrm{z}} \Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{z}}} \geq \frac{\mathrm{h}}{4^{m}}$; ove $\Delta_{\mathrm{x}} \Delta_{\mathrm{y}} \Delta_{\mathrm{z}}$ sono le indeterminazioni delle coordinate, $\Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{x}}} \Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{z}}} \Delta_{\mathrm{p}_{\mathrm{z}}}$ quelle dei rispettivi impulsi, $h$ è la costante di M. Planck.
Il principio di indeterminazione è una conseguenza delle relazioni di permutazione nel calcolo delle matrici e fu dimostrato da E. Schrödinger anche con i principi della meccanica ondulatoria; fisicamente esso dipende dalla perturbazione ineliminabile che l'osservazione produce nel fenomeno. Non è quindi dovuto ad errori sperimentali, ma esprime una legge fisica, come indica la costante di M. Planck.
Essendo lo stato di un sistema definito dall'insieme di condizioni tali, che ogni altra sia in esse contenuta o con esse incompatibile, il principio di indeterminazione muta il concetto di stato di un sistema della meccanica classica, in quanto non permette la misura esatta delle posizioni e insieme degli impulsi dei punti. Nella meccanica quantica lo stato di un sistema è definito da un complesso di tutte quelle misure che sono tra di loro compatibili, secondo il principio di indeterminazione. Il sistema mantiene il suo stato finché rimane isolato e, restando questa condizione, le leggi della meccanica quantica permettono di prevederne esattamente lo svolgimento in ogni istante futuro. Se però facciamo in esso delle misure, termina in genere l'isolamento e lo stato muta : perciò, determinato nella meccanica quantica lo stato di un sistema, non si può in genere calcolare il risultato di un'ulteriore osservazione; è possibile solo calcolare i possibili risultati di ogni osservazione con le rispettive probabilità. In genere questi possibili risultati costituiscono una infinità continua o discreta. Questo è appunto l'i. f. Questi concetti si applicano ai fenomeni elementari, mentre per i fenomeni macroscopici dove intervengono particelle in numero grandissimo, le loro misure sono una media e vale allora il determinismo.
Molti interpretano il principio di indeterminazione come la negazione di un oggettivo determinismo fisico, cioè di una causalità univoca, predeterminata, nelle particelle elementari ove regnerebbe il puro caso, benché con tendenze verso le diverse possibilità (cf. J. von Neumann, Mathematische Grundlagen der Quantenmechanik, Berlino 1932; A. Eddington, Sur le problème du déterminisme, Parigi 1934, p. 11; E. Persico, Analisi del determinismo fisico, in Fondamenti logici della scienza, Torino 1947; L. De Broglie, Fisica e microfisica, trad. di G. Crescenzi, Torino 1950, p. 205 sgg.); ma ciò importa gravi difficoltà filosofiche. Infatti, mentre l'indeterminato è potenza e il determinato è atto, "agere.... est per se proprium actus, inquantum est actus" (Sum. Theol., 10, q. 115, a. 1) e "propria forma uniuscuiusque, faciens ipsum esse in actu, est principium operationis ipsius" (ibid., $2^{\mathrm{a}}$ - $2^{\mathrm{ge}}$, q. 179, a. 1, ad 1). Dunque ogni realtà agisce in quanto determinata da una forma. Questa può essere: o una rappresentazione psichica che, se di ordine spirituale in un soggetto intelligente, può essere principio di un'azione libera, cioè autodeterminata e indeterministica; oppure una forma reale. Nell'essere non conoscente, p. cs., nel mondo atomico l'azione procede da una forma reale, determinata, necessaria; sarà quindi azione necessaria deterministica. Ciò esclude l'i. oggettivo nel mondo atomico.
Il principio di i. indica solo l'impossibilità di misurare un fenomeno senza disturbarne il processo. Il mondo atomico è bensì deterministico, benché non possiamo constatarlo a causa dell'imprecisione delle nostre osservazioni, imprecisione che è data dal principio di indeterminazione.
Buc.. Oltre le opere citate, W. Heisenberg, Die physikalischen Prinzipien der Quantenmechanik, Lipsia 1930; L. De Broglie, Introduction à l'étude de la mécanique ondulatoire, Parisi 1930; P. A. M. Dirac, The principles of quantanmechanics, Oxford 1935; L. De Broglie, La physique nouvelle et les quanta, Parigi 1937: E. Persico, Fondamenti della meccanica atomica, Bologna 1945; F. Enríquez, Causalità e determinismo nella filosofia e nella storia della scienza, Roma 1946.
Roberto Masi
INDEX COEMETERIORUM : v. ITINERARI.
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India - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
INDEX OLEORUM. - E un elenco o notula contenente i nomi dei martiri romani dei quali un tale Giovanni, al tempo di s. Gregorio Magno ( 590 604), raccolse gli olii che ardevano presso i loro sepolcri in piccole ampolle distinte mediante cartigli o pittacia con i nomi dei singoli martiri e li offrì alla regina Teodolinda in Monza, come si legge alla fine dell'elenco stesso: "quas olea sancta temporibus domni Gregorii papae adduxit Iohannis indignus et peccator domnae Theodolindae reginae de Roma". Il tutto si conserva nel tesoro della basilica di Monza. L'elenco, dettoanche papiro di Monza, non ha valore topografico; esso comincia con s. Pietro e fu forse redatto in Monza; primo editore della notula e dei pittacia fu L. A. Muratori (Anecdota latina, II, Milano 1697, pp. 191-92).
Biel.: G. Marini, Papiri diplomatici, Roma 1805, pp. 208209, 377-80; G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, ivi 1864, pp. 133-34, 175 sgg.; G. Bonavenia, La silloge di Verdun e il papiro di Monza, ivi 1902; A. Sepulcri, I papiri della basilica di Monza, in Archivio storico lombardo, $3^{\circ}$ serie, 30 (1903), pp. 241 262; O. Marucchi, Il valore topografico della silloge di Verdun e del papiro di Monza, in Nuovo bull. di arch. crist., 9 (1903), p. 344 sgg.; A. Profumo, La memoria di s. Pietro nella regione salario-nomentana, in Römische Quartalschrift, 21 (Supplementheft, 1916), pp. 91-92; R. Valentini, G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 29-47. Enrico Iovi
INIMA. - Con questo nome s'intende tanto la regione storica dell'Asia meridionale corrispondente alla penisola triangolare, compresa fra il Mar Arabico ed il Golfo del Bengala, con la bassa platea di terre che la congiungono al suo margine montuoso settentrionale (M. Sulejman, Himâlaya), quanto l'unità po-
litica che vi si costituì con la conquista inglese (Impero indiano), e, dopo la seconda guerra mondiale, il maggiore dei due Stati indipendenti che vi si stanno consolidando (Unione Indiana e Pakistan).
Sommario : I. Geografo. - II. Storia politica. - III. Le religioni non cristiane dell'I. - IV. Storia del cristianesimo. - V. Antichità cristiane. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.
## I. Geografia.
Il territorio indiano, esteso in latitudine oltre $20^{\circ}$, risulta in sostanza di tre grandi unità naturali : l'arco di maestosi rilievi che lo delimita verso settentrione (e nel quale, nonostante gl