volume-06

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grafo. - II. Storia politica. - III. Le religioni non cristiane dell'I. - IV. Storia del cristianesimo. - V. Antichità cristiane. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.

## I. Geografia.

Il territorio indiano, esteso in latitudine oltre $20^{\circ}$, risulta in sostanza di tre grandi unità naturali : l'arco di maestosi rilievi che lo delimita verso settentrione (e nel quale, nonostante gli rimangano estranei i settori più elevati, diverse cime oltrepassano i 7000 m .); la vera e propria penisola, ch'è anch'essa un'alta terra, ma con forme ormai appiattite e consunte, sebbene sollevata sui margini (Ghats, o "colline": 2670 m . ad O.), che a lor volta incombono precipiti sulle coste; e la fascia altavionale distesa tra l'una e l'altra regione dall'Indo (Panjab) e del Gange (Indostan propriamente detto), umidissima ad E., via via più asciutta ad O., dove finisce in un deserto sabbioso (Tharr). Vario, naturalmente, il clima da zona a zona, ma, nel complesso, con caratteri tropicali e subtropicali (temperature elevate e costanti) e piogge stagionali (apr.-nov.) connesse con il regime dei monzoni. La quantità e la regolarità di queste precipitazioni sono tuttavia in rapporto soprattutto con la disposizione dei rilievi rispetto alla direzione dei venti; e cosí, da settori che figurano tra i più piovosi del mondo (Cerrspungi, nell'Assam, conta in media 12.000 mm . annui), si passa a distretti aridi (Panjab, Sind), dove i quantitativi annui variano di tanto, da determinare talora gravi carestie (ca. una metà del territorio dell'I. rimane tuttora sotto questa minaccia). In ogni modo, i raccolti e l'esistenza della gran massa della popolazione dipendono strettamente dal

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comportamento delle piogge e dalla possibilità di irrigare i terreni (la frequenza delle irrigazioni, che è del $10 \%$ delle superfici coltivate ad E., sale fino al $75 \%$ nel Sind). Analogamente, alla vegetazione tropicale rigogliosissima (giungla) dell'Indostan e del Tarai, dove anche la fauna appare esuberante (grandi felini, molti animali nocivi all'uomo), si contrappongono altrove (Indo inferiore) steppe e zone nude d'alberi, e addirittura plaghe del tutto desolate.

Il quadro razziale ed etnico della popolazione indiana appare dei più complicati, per la varietà degli incroci, i cui effetti, assommandosi con quelli della divisione in caste, spiegano il gran numero di gruppi che gli studiosi
moderni vi riconoscono. Ad una basilare distinzione fra Dravida (elemento più antico rimasto sull'altopiano) e Indo-aril (penetrati più tardi nel paese e tuttora prevalenti nell'Indostan), cara alla tradizione, non si presta più significato razziale discriminante. Meno incerto il terreno linguistico: delle più che zoo parlate diverse messe in luce dai censimenti, le indo-europee assorbono ca. il $60 \%$ degli abitanti di tutta la regione indiana, con assoluta prevalenza dell'hindustani, divenuto con l'indipendenza politica la lingua ufficiale dello Stato. Altrettanto notevoli le divisioni religiose, alle quali è dovuta, in sostanza, la secessione del Pakistan musulmano.
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India - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.

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inidia - 1-2) Siro-Malabaresi; 3-4) Siro-Malankaresi; 5) confine di Stato; 6) confine di circoscrizione ecclesiastica; 7) ferrovie.

La popolazione indiana è tra le più feconde della terra, ma carestie, epidemie e morti ne riducono assai l'attivo demografico. Le densità massime si riscontrano nel bacino dell'Indo e lungo le coste orientali; le minime nelle zone nord-occidentali. Numerosi i grossi centri urbani : dei 41 che superano i 100 mila ab., due sono città milionarie (Calcutta con 4,5 milioni, Bombay con 1,5) e quattro oltrepassano il mezzo milione (Madras, Haiderabad, Ahmedabad e Delhi). Delhi, la capitale, contava 522 mila ab. nell'ultimo censimento ( 1941 ).

L'occupazione prevalente è l'agricoltura, praticata ancora, in complesso, con sistemi arretrati, ma in continuo progresso (irrigazioni, meccanizzazione), e sempre più varia nei suoi prodotti. Riso, frumento e sorgo dominano tra i cereali; cotone, juta (per questa l'I. ha quasi un monopolio mondiale) e semi oleosi (arachide, sesamo, colza, lino, ricino) fra le piante industriali; the e caffè tra le arbustivo. Notevoli anche le colture della canna da zucchero e del tabacco. Cospicuo il patrimonio zootecnico (con i suoi 136 milioni di capi bovini, e 46 milioni di caprini, l'I. detiene due primati mondiali), ma l'allevamento è ben lontano dalle sue immense possibilità, il che può ripetersi per la silvicoltura, che pure dispone di larghe riserve e di legnami di gran pregio. Carbon fossile e ferro sono presenti in numerosi e ricchi giacimenti, né mancano manganese, mica, rame, oro, petrolio, pietre preziose, ecc., ma lo sviluppo delle industrie è ancora limitato, eccetto che per il ramo tessile (cotonificio e
jutificio). Tuttavia grandi progressi sono stati fatti negli ultimi trent'anni; è palese la tendenza a svincolarsi sotto questo riguardo dalle necessità di ricorrere all'importazione dei manufatti.

Le comunicazioni interne dispongono di numerose, eccellenti strade ordinarie e di una buona rete ferroviaria ( $65,2 \mathrm{mila} \mathrm{kmq}$ ); questa rimane tuttavia isolata dai finitimi territori asiatici. I traffici internazionali sono affidati per 9/10 ai tre grandi porti di Calcutta, Bombay e Madras.

Il nuovo Stato indiano ha raccolto in sé oltre un mezzo migliaio di distinte unità politico-amministrative del passato Impero angloindiano: l'assorbimento e l'unificazione di questo musaico di governi richiederà ancora molto tempo e molti sforsi. Per intanto, l'I. indipendente continua a far parte per volontà dei suoi membri del Com. monwealth britannico. La costituzione indiana evolve verso forme democraticorepubblicane su basi elettive.

Bibl.: A. Nobel, I., Berlino 1930; B. B. Mukherjee, An economic and commercial geography of I., Calcutta 1931; P. K. Wattal, The population problem in I., Bombay 1934; V. Auser, The economic development of I., Londra 1937: M. Barns, I. today and to-morvete, ivi 1937; N. A. Zada, Indian I., ivi 1940; R. Prasad, I. divided, Bombay 1946; R. Parkin, I. today, $2^{2}$ ed., Nuova York 1946; R. P. Dutt, I. today, Bombay 1947. Giuseppe Caraci

## II. Storia politica.

I. Dalle origini alla conquista musulmana. Le fonti della storia dell'I. per il periodo hindu sono soprattutto l'epigrafia, la numismatica e le relazioni dei viaggiatori stranieri, specialmente cinesi; le letterature indiane, con piccole eccezioni, non hanno testi propriamente storici. Più tardi interviene la ricca storiografia dell'I. musulmana, scritta in lingua persiana. Le basi naturali della storia della penisola sono rappresentate da un lato dalla sua inaccessibilità da ogni parte che non sia il mare ed i passi della frontiera del nord-ovest; dall'altro lato dalla sua divisione naturale in tre grandi regioni : la pianura indogangetica, il Deccan, l'estremo sud. Lo sviluppo storico di ognuna di queste zone fu in buona parte indipendente.

1. Preistoria e protostoria. - L'I. comincia ad essere abitata dall'uomo nel pleistocene antico. Del periodo paleolitico rimangono una quantità di siti nel Deccan e

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nell'I. meridionale; l'uso della quarzite costituisce la caratteristica principale del palcolitico indiano. Il periodo neolitico è distinto da una abbondante ma rozza ceramica; contrariamente ai periodi più tardi, i morti venivano inumati e non incinerati. Siti neolitici si trovano in quasi tutto il paese, ma specialmente nel nord. Dal neolitico si passa direttamente all'età del ferro; non vi sono in 1. tracce di civiltà del bronzo.

Nel periodo di transizione tra neolitico ed età del ferro, nella prima metà del in millennio a. C. compare la prima grande civiltà indiana, la civiltà dell'Indo (v. MOHENJO-DARO).

Dopo la fine di questa civiltà, l'oscurità scende di nuovo sulla storia indiana. Si sa solo che in un'epoca posteriore (it millennio a. C.) penetrarono in I. dal nordovest gli Arya (o ario-europei), respingendo verso sud i Dravida e sommergendo in massima parte i Munda, i due gruppi di popolazioni che prima occupavano la penisola. La loro è una civiltà di allevatori e coltivatori, viventi in piccoli villaggi e divisi tra numerose tribù. Limitati dapprima al bacino dell'Indo, essi si estesero lentamente fino ad occupare tutto il bacino del Gange e buona parte del Deccan. Con l'andar del tempo questa amorfa popolazione aria si cristallizzò in una serie di piccoli Stati. Anche la sua struttura sociale si modificò lentamente, evolvendo tra l'altro il sistema delle quattro caste (varṣa), che costituirono da allora il cardine della società indiana. Si passa cosi dall'età dei Veda a quella dei Brdhimana e quindi a quella che è dipinta nei due grandi poemi epici : il Mahdbhdrata (v.) ed il Rdindyana (v.: prima metà del I millennio a. C.); società aristocratica, cavalleresca e guerriera, percorsa da un grande fermento di rinnovamento religioso, che dà origine alle alte speculazioni delle Upaniṣad.
2. Periodo hindu. - Alla fine del sec. vi a. C., con il sorgere dei due grandi movimenti di riforma religiosa, il buddhismo (v.) ed il jainismo (v.), l'I. del nord esce dalle tenebre della protostoria. Divisa in un certo numero di regni (tradizionalmente sedici) e di repubbliche aristocratiche, essa vede il sorgere ed il dilatarsi del Regno di Magadha (odierno Bihar). Nella prima metà del sec. v a. C. tutto il bacino del Gange è soggetto al Magadha. Contemporaneamente, attorno al 516 , il bacino dell'Indo veniva conquistato dagli Achemenidi e rimaneva per quasi due secoli una satrapia dell'Impero persiano. Comincia allora quella profonda influenza iranica nella Valle dell'Indo, che, assunto più tardi un aspetto religioso con l'avvento dell'islām, condurrà nel sec. xx al distacco della regione dall'I. Il sec. Iv vede la decadenza de Magadha e la passeggen incursione di Alessandro Magno, non nell'I. ma nelle province indiane della Persia. Alla fine del secolo un improvviso movimento di unificazione nazionale porta Candragupta, fondatore della dinastia Maurya ( 32 I a. C.) a sottomettersi buona parte dell'I. e ad ottenere da Seleuce la cessione del bacino dell'Indo e dell'Afghanistan. Il greco Magastene visita la sua corte e ne lascia una brillante descrizione.

I dati statistici, elencati nella seguente tabella, sono da ritenersi approssimativi, data la recente costituzione dell'Unione Indiana.

| Unità federali | Superf. in kmq. | Popol. 1940 (rooo ab.) | Densità <br> a kmq. | Capoluogo e relativa popolaz. (rooo ab.) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Madras | 326.732 | 49.342 | 151,0 | Madras |
| Bombay | 197.964 | 20.850 | 105,3 | Bombay 1.490 |
| Bengala occid. | 71.859 | 21.211 | 295,1 | Calcutta 2.109 |
| Uttar Pradesh | 275.515 | 55.021 | 199,7 | Lucknow 387 |
| Punjab orient. | 95.969 | 12.617 | 131,4 | Chandigarh |
| Bihar | 180.619 | 36.340 | 201,1 | Patna 176 |
| Madhya Pradesh | 255.280 | 16.813 | 65,8 | Nagpur 302 |
| Assam | 130.252 | 7.471 | 57,3 | Shillong 75 |
| Orissa | 83.383 | 8.728 | 104,6 | Bhuvaneshwar |
| Stati (già province) | 1.617 .573 | 228.393 | 141,2 |  |
| Saurasthra | 45.902 | 2.885 | 62,8 | Rajkot |
| Rajasthan | 332.580 | 13.085 | 39,3 | Jaipur 176 |
| Vindhya Pradesh | 63.733 | 3.569 | 55,9 | Rewa |
| Madhya Bharat | 120.040 | 7.150 | 59,5 | Gwalior 22 |
| Patiala e Punjab orient. | 26.153 | 3.424 | 130,9 | Patiala |
| Travancore e Cochin | 23.709 | 7.500 | 316,3 | Trivandrum 128 |
| Unioni di Stati | 612.117 | 37.613 | 61,4 |  |
| Hyderabad | 213.166 | 16.338 | 76,6 | Hyderabad 739 |
| Jamma e Kashmir | 213.024 | 4.021 | 18,8 | Srinagar 208 |
| Mysore | 76.287 | 7.529 | 96,0 | Bangalore 407 |
| 'Stati dinastici | 502.477 | 27.688 | 55,1 |  |
| Delhi | 1.486 | 2.000 | 1345,8 | Delhi 522 |
| Ajmer | 6.215 | 700 | 112,6 | Ajmer 147 |
| Coorg | 4.125 | 169 | 40,6 | Mercara |
| Andamane e Nicobare | 8.139 | 28 | 3,4 | Pt. Blair |
| Territori federali | 19.965 | 2.897 | 145,0 |  |
| Himachal Pradesh | 27.451 | 936 | 34,0 | Simla |
| Cutch | 21.912 | 500 | 22,8 | Bhuj |
| Bilaspur | 11.731 | 110 | 9,3 | Bilaspur |
| Bhopal | 26.125 | 1.331 | 50,9 | Bhopal |
| Rampur | 2.315 | 477 | 206,0 | Rampur |
| Cooch-Behar | 3.413 | 640 | 187,5 | Cooch-Behar |
| Tripura | 10.659 | 512 | 4,8 | Agartala |
| Manipur | 22.323 | 512 | 22,9 | Manipur |
| Stati amm. del centro | 125.929 | 5.018 | 43,4 |  |
| Unione Indiana | 2.878 .061 | 301.609 | 105,1 |  |

I successori di Candragupta, Bindusāra (297-74) e Aśoka (274-56) dalla loro capitale Pātaliputra (odierna Patna) dominano tutta la penisola eccetto l'estremo sud; per la prima ed unica volta il nord ed il Deccan sono unificati sotto un re indiano. Aśoka, re pacifico, svolse attiva opera di propaganda buddhistica. I suoi editti, incisi nella pietra ai quattro canti dell'I., sono un monumento del suo zelo religioso e della sua moderazione politica. Il suo Impero, passato nella tradizione buddhista come una vera età del Foro, non poté però sopravvivergli; solo cinquant'anni dopo la morte di Aśoka, nel 184 a. C., i Maurya cedono il posto agli Sufiga, il cui regno, limitato al medio bacino del Gange, segna una prima reazione del brahmanesimo. Poi il Magadha, indebolito dal suo sforzo imperiale, cessa per molto tempo di essere un centro politico, e subisce anzi l'influenza degli Andhra del Deccan. Nel frattempo si erano invece affacciati nel bacino dell'Indo i Greci della Battriana, i quali dopo il 180 a. C. vi costituirono un loro dominio indiano. Continuamente dilaniato dalle lotte interne e diviso tra vari re, il medio bacino dell'Indo costituì tuttavia il rifugio dei Greci quando intorno al 130 i nomadi li cacciarono dalla Battriana. I Regni indogreci del Panjab e dell'Afghanistan, durati fino ai primi anni dopo Cristo, introdussero in I. l'influenza artistica

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greca, la quale darà origine più tardi all'arte indo-greca del Gandhāra; per lo stesso tramite entrava anche in I. l'astronomia greca. Taxila era una città in buona parte greca, come testimoniano tuttora le sue rovine. Ma i Greci furono inseguiti in I. dalle stesse popolazioni che li avevano cacciati dalla Battriana. I Saci, che fondarono regni effimeri nel nord-ovest, riuscirono a mantenersi fino al sec. Iv d. C., con il titolo persiano di kystrapa, nell'I. centrale. Anche i Parti facevano la loro comparsa. Nel sec. I d. C. però Parti e Greci venivano spazzati via dai Kuşāna, dinastia di origine Saca, che costituì un forte Stato a cavallo dell'Hindukush dal Syr Darya al Gange. Nel loro Regno si incrociano influenze artistiche e religiose dell'Iran, dell'Asia centrale, dell'I., dell'Impero romano e perfino della Cina. Il loro più grande sovrano Kaniska ( 78 -103 [?]) è un grande protettore del buddhismo, e buddhismo e arte ellenistica contribuiscono a far fiorire la stupenda arte del Gandhāra. Nel sec. int l'Impero kuṣāna decade e scompare dal bacino dell'Indo. L'I. si ripiega di nuovo su se stessa, ed il secolo seguente vede il riaffermarsi improvviso della potenza del Magadha. La dinastia Gupta (dal 320), specialmente per opera del suo secondo sovrano Samudragupta ( 325 -75), unifica ancora una volta il bacino del Gange e l'I. centrale fino al Gujarat, senza avere però la forza di penetrare nel bacino dell'Indo e nel Deccan. Dinastia vispuita, ma tollerante delle altre religioni, i Gupta seguono l'apogeo della civiltà indiana; fiorisce la letteratura sanscrita, culminando con il massimo poeta dell'I., Kalidāsa; l'arte scuote l'influenza straniera e trova la sua via nella più pura tradizione indiana. Ma neanche i Gupta durarono molto. Essi si logorarono nella seconda metà del sec. v nel respingere l'invasione dei cosiddetti Unni Uffaliti dal nord-ovest. Alla metà del secolo seguente gli Unni, che per un istante pareva dovessero sommergere l'I. del nord, erano definitivamente respinti. Ma dopo la loro scomparsa anche l'Impero Gupta non fu più che un ricordo del passato. Ancora una volta un sovrano, Harṣa ( $606-47$ ), tenta l'unificazione del nord; alla sua corte soggiorna il più famoso dei pellegrini buddhisti cinesi, Hsüan-tsang. Ma Harṣa non ha successori; e dopo la sua morte comincia nell'I. del nord l'epoca dei grandi Stati regionali, che fanno più una politica di equilibrio panindiano che una politica imperiale. Kansuj prende il posto di Pātaliputra come lo metropoli del nord. Ivi regnano i Gurjara-Pratihāra ( $805-$ 1040), provenienti dall'I. centrale, che si consuonarono in una lotta continua con i nemici del sud e dell'est, ed ebbero il coplo di grazia dall'invasione musulmana di Maḥmūd di Gaznī nel 1019. Dopo decenni di confusione succedettero loro i Gāhadavāla, la cui funzione storica fu per un certo tempo la difesa contro il pericolo musulmano ormai incombente, finché essi vennero meno alla loro missione; alla fine del sec. XII Kanauj passava in mani musulmane. La suprema resistenza contro gli invasori fu invece l'opera dei Cahamāna, una dinastia Rajput estesasi verso nord-est fino ad includere il territorio di Delhi, la cui posizione di metropoli dell'I. data da loro. L'ultimo re, l'eroico Pṛthivirājā III (1179-92), per molti anni tenne testa all'invasore al comando di infide coalizioni di principi indiani, finché la sua sconfitta e morte sul campo di Taraori (1192) segnò il passaggio dell'I. del nord sotto il dominio musulmano. La resistenza militare hindu, travolta nella pianura gangetica, si rifugiò tra le colline ed i deserti del Rajasthan. Ivi i vari principi Rajput mantennero per secoli la loro fiera indipendenza. Tenaci, valorosi fino alla follia, erano tuttavia privi di qualità politiche ed incapaci di tenersi uniti. Tuttavia i musulmani non riuscirono mai a domarli con le armi, e solo l'imperatore Akbar riuscì nella seconda metà del xvi sec. ad attirarli a sé con il magnetismo della sua possente personalità e con la cavalleresca fiducia dimostrata verso di essi. Per un secolo i principi Rajput furono tra i migliori generali dell'Impero Moghul.

L'altro grande Regno regionale dell'I. del nord fu il Bengala e Bihar, dove i Pāla (ca. 765-xit sec.) segnano un ultimo rifiorire dell'arte, della letteratura sanscrita e del buddhismo, prima che quest'ultimo scompaia definiti-
vamente dall'I. Sorgono allora i grandi monasteri-università di Nālanda e Vikramasila, donde il buddhismo si irradia verso il Tíbet. Ai Pāla seguono i Scna, śivaiti, che però intorno al 1200 cadono quasi senza resistenza di fronte a poche truppe musulmane.

Dopo la caduta dei Gupta, I'I. centrale ed il Gujarat vissero la loro vita sotto dinastic locali. Il Mabva, appartenuto ai Gurjara, passò poi sotto i Paramāra ( 16 -xit sec.), dinastia colta, alcuni dei cui re furono poeti di non piccola fama. Nel Gujarat alcune piccole dinastie (Valabhi, ecc.), che vi regnorono dal vi al x sec., cedettero nel 974 il posto ai Solanki, sivaiti, ma protettori dei jaina, la cui letteratura e la cui arte (tempii di Abu) raggiunse l'apogeo appunto in quel periodo ed in quella regione. Nel 1232 i Solanki venivano detronizzati dai Vagheli, che nel 1297 sparivano alla lor volta di fronte alla conquista musulmana.

Dopo la decadenza dei Maurya, il Deccan vide sorgere nel II o i sec. a. C. la potenza degli Sátavāhana o Andhra, che per tre secoli fanno figura di grande potenza nel Deccan occidentale e più tardi in quello orientale, estendendo talvolta la loro influenza anche a nord dei Monti Vindhya. Sotto di loro fiorisce il commercio con l'Impero romano. Buddhismo e brahmanesimo vengono imparzialmente protetti, mentre i dialetti precriti raggiungono il loro massimo fulgore come lingue letterarie. Caduti gli Andhra, il Deccan, libero da interferenze dal nord, rimase in uno stato di impotenza e frasionamento politico, che ebbe fine solo intorno al 550 d . C. con l'ascesa dei Cälukya. Dalla loro capitale di Badami questa dinastia si assoggettò tutto il Deccan fino al golfo del Bengala e tentò perfino, ma senza successo, di interferire nel nord. Un loro ramo (Călukya orientali), trapiantato nel 650 alle foci del Godaveri, vi durò fino al 1070 , quando si fuse, mediante un matrimonio, con i Cola. I Cälukya, sivaiti e vispuiti, furono anche protettori del jainismo e si segnalarono per il loro mecenatismo illuminato; sotto il loro regno furono create le parti più belle di quel ciclo di pitture delle grotte di Ajanțā, che rappresentano forse l'espressione più elevata dell'arte indiana. Nel 753 i Cälukya venivano rovesciati dai Rāṣṭaküṭa, dinastia veramente imperiale, che tentò la conquista del sud (giungendo molto vicino al successo) ed intervenne con le armi nelle lotte fra i Gurjara ed i Pāla nel nord. Fu appunto questa dispersione di sforzi che produsse nel 973 la caduta della dinastia. Ne rimangono però monumenti imperituri i grandiosi templi scavati nelle rocce ad Ellora. Dopo di loro comincia anche nel Deccan l'epoca dei regni regionali e dell'equilibrio delle forze. Nell'ovest si ha una restaurazione Cälukya, che dura fino alla fine del xir sec. Nell'odierno Mysore i HoysalaBallāla si affermano lottando contro Cälukya e Pāṇ̣̣ya. La conquista musulmana si affaccia al Deccan con un secolo di ritardo rispetto all'I. del nord. Gli Yādava, succeduti ai Cälukya, non riescono ad arginarla, e nel 1312 il Deccan passava sotto il dominio musulmano. Questo durò a lungo; ma durante e dopo la conquista Moghul dei Regni musulmani del Deccan ( 1686 -87), delle regioni occidentali del paese partì la riscossa hindu. Per opera dell'eroe nazionale Sivaji (m. nel 1680) sorse il Regno, ben presto divenuto confederazione, dei Maratha. E la confederazione Maratha per quasi tutto il sec. XVII fu il fattore più importante della storia indiana, e non fu distrutta se non nel 1803 e 1818 dagli eserciti inglesi, tecnicamente troppo superiori.

Il sud della penisola, rimasto puramente dravidico di razza e di lingua, era da tempi immemorabili diviso in tre regni: i Cera al sud-ovest, i Pāṇḍya all'estremo sud, I Cola al sud-est. I primi ebbero solo importanza locale; non così i secondi, che ebbero esistenza lunga e travagliata (intorno al 1300 erano padroni di quasi tutta l'I. meridionale) e si estinsero del tutto solo nel sec. XVII. I Cola furono la dinastia imperiale del sud. Eclissati per lungo tempo da una dinastia straniera, i Pallava, sotto i quali nacque ed ebbe il suo primo fiore l'arte dravidica, i Cola si riebbero nella seconda metà del ix sec., giungendo nell'xi sec. ad affermare la loro sovranità su tutta l'I. del sud, su Ceylon e perfino sulle coste della

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Penisola di Malacca. Fiaccat dall'immane sforzo, i Cola, grandi costruttori di meravigliosi templi, scomparvero nel 1279 davanti ad una ripresa dei Pāṇdya. Poi fu il frazionamento, complicato dall'invasione musulmana del 1310. Il pericolo strasiero produsse però la coagulazione di tutte le forze dravidiche attorno ad un nuovo Stato, sorto sulle rovine del Regno Hoysala-Ballāla, che prese il nome dalla nuova capitale Vijayanagar, fondata intorno al 1556. La missione storica di Vijayanagar fu la difesa del sud contro i musulmani del Deccan, compito a cui essa adempié per più di due secoli con alternative di vittorie e di sconfitte, finché fu travolta da una coalizione musulmana nel 1565 (battaglia di Talikota); ma nel frattempo l'Islam nel Deccan aveva perduto la sua forza d'espansione e la civiltà dravidica era oramai salva. L'I. del sud non conosce un periodo musulmano, ma passa direttamente dal periodo hindu a quello inglese.

BibL.: E.J. Rapson, Cambridge history of India, I, Londra 1922; H. C. Ray, Dynastic history of northern India, 2 voll., Calcutta 1931-33; Alickar, The Bāstrahāpat and their times, Poona 1934; Nilakantha Shastri, The Cola, 3 voll., Madras 1932-37; W. W. Tain, The Greeks in Bactria and India, Cambridge 1938; Majumdar, Raychaudhuri, Datta, An advanced history of India, $2^{2}$ ed., Londra 1949; Raychaudhuri, Political history of ancient India, $3^{2}$ ed., Calcutta 1949; Dunbar, History of India, $4^{2}$ ed., 2 voll., Londra 1950.

Luciano Pencch
II. Dalla conquista musulmana alla dinastia moGUL (711-1526). - Nel 711 Muhammad b. Qāsim occupò il Sind ed il Panğāb meridionale sino a Multān. La regione rimase sotto governatori arabi, che lo smembramento del califfato rese praticamente autonomi. I musulmani sottoposero le popolazioni locali a tributo, riscosso come di consueto attraverso l'amministrazione indigena. A differenza degli altri paesi conquistati dagli Arabi, le conversioni furono scarse e l'islamismo rimase in I. in minoranza. Una penetrazione pacifica araba, proveniente dal mare, si effettuava frattanto sulla costa del Malabar, con lo stabilirvisi di colonie commerciali.

Una nuova fase della conquista si verifica con la dinastia afgāna dei Gaznavidi ( $962-1186$ ). Subuktigīn ( $976-97$ ) occupò la regione ad occidente dell'Indo, ponendo la capitale a Peāāwar. Muḥmād ( 998 -1232) si spinse, in una successiva serie di spedizioni, nel Kaāmir, nel Hindūstān e nel Guğarāt; occupò stabilmente il Panğāh, trasferendo la capitale della provincia a Lahore.

Nel 1186 i Gaznavidi furono soppiantati in I. dai Göridi ( $1148-1215$ ). Con essi la conquista musulmana compì un ulteriore progresso. Muhammad Görī occupò tra il 1186 e il 1206 tutto il Hindūstān, trasportando la capitale a Delhi.

Alla morte di Muhammad Görī, i suoi governatori, schiavi di origine turca, si divisero il regno. Lo Stato più importante fu Delhi, dove si succedettero cinque dinastie : i «re schiavi» (1106-90); i Halğī (1290-1320); i Tugluq (o Tugluq; 1320-1413); i Sajjid (1414-51); i Lōdī (1451-1526). A queste dinastie si devono aggiungere gli Afgāni, che dal 1539 al 1544 ripresero temporaneamente il potere ai Mogul. I sultani di Delhi esercitarono per lungo tempo una supremazia sugli altri Stati. Iltutmiā, della prima dinastia, sottomise i governatori del Sind e del Bengala; vi furono in questo periodo numerose incursioni dai Mongoli di Cingiz Hān, che tuttavia non si fermarono in I. I Halği avanzarono nel Deccan, conquistando Dawlatābād; i Tugluq, con Muhammad, si spinsero ancor più avanti nel sud, trasferendo a Dawlatābād la capitale. Alla morte di Muhammad (1535) lo Stato tornò a smembrarsi; alla decadenza contribuì l'invasione di Timūr Lang negli anni 1398-99. Mentre ai sultani di Delhi rimaneva soltanto il territorio circostante a questa città, dinastic indipendenti si formavano nelle seguenti regioni: Bengala (1338-1576); Gawnpūr (1394-1476); Mālwā (1401-1530); Ksāwūr (1334-1387); Guğarāt (1396-1572); Hāndēā (1399-1599). Nel Deccan si formò la dinastia dei Bahmanidi (1347-1526), che nell'ultimo periodo si frazionò a sua volta in cinque Stati : Berār (Timād Sāhī, 1484-1572); Ahmadnagar (Nizām Sāhī, 1490-1595); Bidar (Barīd Sāhī, 1492-1609); Biğāpūr (Ādil Sāhī, 1489-1686); Golkonda (Qutb Sāhī, 1512-1687).
III. La dinastia moġul (1526-1858). - La dinastia mogul (mugal) fu fondata dal mongolo Bābar, discendente di Tīmūr Lang e sovrano di uno Stato nell'Afgānistān. Egli invase l'I. nel 1526, scienfiggendo a Pānīpat l'ultimo sovrano della dinastia Lōdī di Delhi. Alla sua morte ( 1530 ) tutta l'I. nord-ovest, con centro ad Āgra, era in suo potere. Il figlio Humājūn ( 1530 -56) perdé il regno ad opera degli Afgāni (1539-54; v. sopra) e solo nel 1555 pervenne a recuperarne una parte. L'opera fu completata dal figlio Akbar (1556-1605) : dopo una nuova vittoria a Pānīpat sulle forze indiane ( 1556 ), egli si impertornì di tutta l'I. settentrionale, spingendosi al sud fino ad Ahmadnagar. Akbar fu sovrano mecenate e tollerante; abolì il tributo particolare degli indù (gizjah), parificandoli fiscalmente ai musulmani; protesse l'induismo, tentando anzi di instaurare una nuova religione unitaria (tasshid ilāhī o din ilāhī); ospitò missioni gesuite porta ghesi. Il figlio Gahāngīr (1605-27) ebbe a fronteggiare all'esterno la guerra contro i Persiani ed all'interno numerose rivolte di figli. Sotto di lui la Compagnia inglese delle Indie ottenne le prime autorizzazioni a stabilire empori commerciali, che dovevano poi rapidamente svilupparsi. Sāh Gahān ( $1627-58$ ) continuò con sorte alterna la guerra contro la Persia e si spinse avanti nel Deccan. Qui si distinse il figlio Averangzib, che, soppiantando sul trono ( $1658-1707$ ), conquistò gli Stati di Biğāpūr e di Golkonda: tutto l'I. era in suo potere, salvo l'estremità settentrionale, e l'Impero mogul aveva raggiunto la massima estensione. Averangzib esercitò una politica religiosa ortodossa, perseguitando gli Indù e riaprendo così un disodio che doveva essere motivo importante della crisi dello Stato.

Dopo la morte di Averangzīb, l'Impero mogul decadde rapidamente, frazionandosi in Stati autonomi, di cui i più importanti furono i Sikh nel Panğāb e i Sāarāṭhā nel Deccan. Sotto Muhammad Sāh I (1719-48) le province di Haḍdarābād, Āgra, Awdh, Bengala, Rohilkhand divennero contro di governi autonomi. Nādir Sāh di Persia invase l'I. nel 1739, saccheggiando Delhi ed occupando le province ad ovest dell'Indo. Una seconda invasione fu condotta dall'Afgānistān da Aḥmad Sāh Durrānī (1756-57), che attraverso il Sind e il Panğāb raggiunse nuovamente Delhi. Intanto la Compagnia inglese delle Indie aveva esteso i suoi centri commerciali, di cui i principali furono Madras (1640), Bombay (1662) e Calcutta (1698). La concorrenza con la Compagnia francese, la quale aveva le sue basi più importanti a Pondichéry e Chandernagar, portò la penetrazione sul piano politico e militare. Prevalsero gli Inglesi con la pace di Parigi (1763). Nel 1765 Sāh 'Ālam (1759-1806) riconosceva alla Compagnia l'amministrazione finanziaria delle province di Bengala, Bihār e Orissa. A questo punto il governo inglese intervenne : con l'«atto di regolarizzazione» del 1773 e l'«atto di Pitt» del 1784 esso assumere il controllo della Compagnia e ne nominava il governatore generale. Mentre l'autorità degli imperatori mogul (Akbar II, 1806-37; Bahādur Sāh. 1837-57) rimaneva nominalmente, la conquista inglese si estendeva: i Marāṭhā furono battuti (1803, 1817); furono conquistati l'Assam (1825), il Coorg (1834), il Sind (1843), il Panğāb (1849). Sotto il governo di lord Dalhousie, furono annessi numerosi Stati dell'interno. Ciò acuì il malcontento degli indigeni. Nel 1857 le truppe del Bengala (nipāhī) si ribellarono, assumendo a capo l'ultimo mogul, Bahādur Sāh. La rivolta fu sangrinosamente domata, Bahādur Sāh fu deposto ed il $1^{\circ}$ nov. 1858 la corona britannica assunse il diretto governo dell'I., costituendosi definitivamente alla Compagnia delle Indie.

BibL.: A titolo introduttivo cf. le voci dell'Encyclopédie de l'Idilès sulle singole regioni, dinastic e personaggi (con bibl.) e le parti relative all'I. musulmana nelle storie generali dell'Islā̄̄n (v.). In generale: H. M. Elliot - J. Dowson, The history of I. as told by its own historians, 8 voll., Londra 1867-77; W. A. Smith, The Oxford history of I., 27 ed., ivi 1923; The Cambridge history of I., III. Turks and Afghans, Cambridge 1928; IV. The Maghud period, ivi 1937 (fondamentale); J. Allan - C. Wainster Haig - H. H. Dodwell, Cambridge shorter history of I., ivi 1934; G. Dunbar, A history of I. from the earliest times to the present day, Londra 1956 (trad. ted., Monaco-Betlino 1977); V. Vacca,

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L'I. musulmana, Milano [1941]: L. Suali, Storia moderna dell'I., 2 voll., Milano [1941] (con bibl. ragionata); W. H. Moreland A. C. Chatterjee, A short history of I., $2^{4}$ ed., Londra 1942; H. G. Rawlinson, $A$ concise history of the Indian people, $3^{4}$ ed., ivi 1946; R. C. Majumdar - H. C. Raychaudhuri - K. Datta, An advanced history of I., $2^{4}$ ed., ivi 1948; R. Grousset, L'Inde, Parigi 1949.

Sul periodo 711-1 226: I. Prasad, L'Inde du VIIe au XVIr siècle (E. Cavaignae, Histoire du monde, 8, 1), Parigi 1930. Sulla conquista e sulla penetrazione religiosa islamica: M. T. Titus, Indian islam, Oxford 1930. Su Mabmúd di Gannah; M. Nāsim, The life and times of sultan Mabmad of Guzun, Cambridge 1931. Su Mubammad Tuğluq; M. Husain, The rise and fall of Muhammad b. Tuğluq, Londra 1938. Su Timūr Lang: H. Melzig, Timur, Nuova York 1940.

Sul periodo mogul: P. Kennedy, History of the great Maghuls, 2 voll., Calcutta 1903-11; S. M. Edward - H. L. G. Garret, Maghal rule in I., Londra 1930; Ibn Hasan, The central structure of the Maghal empire, Oxford 1936. Su Bābar: F. Gre nard, Vie de Buber, conquérant de l'Inde, Parigi 1930; Memoirs, ed. A. S. Beveridge, 2 voll., Londra 1931. Su Humā̄̄̄n: Gulbadan Bēgam, Humā̄̄̄n-ndma, ed. e trad. A. S. Beveridge, ivi 1902. Su Akbar: V. Smith, Akbar, the great Maghul, $2^{4}$ ed., Oxford 1919; L. Binyon, Akbar, $3^{4}$ ed., Nuova York 1932. Su Gahāngir e Sāh Gahān; W. H. Moreland, From Akbar to Aurangzih, Londra 1923. Su Awrangzib: J. Sarkar, History of Aurangzih, $2^{4}$ ed., 5 voll., Calcutta 1922-30. Sulla decadenza dell'impere mogul: W. Irvine - J. Sarkar, Later Maghuls, 2 voll., Calcutta 1921-22; I. Sarkar, The fall of the Maghul empire, 2 voll., ivi 1932-34. Sui Marbihā: J. Grant Duff, A history of the Mabratas, ed. S. M. Edwardes, 2 voll., Oxford 1921. Sui Sikh: J. Clark Archer, The Sikhs, Princeton 1946. Sul l'espansione inglese fino al 1858: J. R. Seeley, The expansion of Englana, Londra 1883 (trad. n., Bari 1828); A. Lyall, The rise and expansion of the British dominion in I., $9^{4}$ ed., Londra 1926; E. Thompson - G. T. Garratt, Rise and fulfilment of British rule in I., ivi 1934; P. J. Griffiths, The British in I., ivi 1946; H. Furber, Yoln Company at work, Cambridge 1948.

Sabatino Moscati
IV. STORIA DOPO IL 1858. - Passata la bufera dal 1858 , seguirono alcuni decenni di calma esteriore assoluta, che segnarono tuttavia l'avvento di un mondo politico nuovo. La politica imperiale autonoma dei viceré cessa, sia per il più stretto controllo da parte del governo inglese, reso possibile dal telegrafo, sia perché il dominio inglese aveva raggiunto i confini naturali dell'I. Gli ultimi conati in tale senso furono la guerra afgāna del 1878-80; la conquista dell'Alta Birmania (1885) e la sua annessione all'I., grosso errore che fu eliminato solamente nel 1936; e la spedizione quasi inutile nel Tibet, voluta da Lord Curzon nel 1904. Sotto il dominio inglese, per opera soprattutto dall'educazione universitaria di tipo occidentale da esso introdotta, si veniva sviluppando intanto una nuova intelliglentzia di avvocati e professionisti, mentre l'antica nobiltà, i principi degli Stati vassalli, divenuti ora fedeli sostenitori dell'Inghilterra, scadevano lentamente da ogni prestigio tra le popolazioni. Negli ultimi decenni del secolo scorso i nuovi ceti, esclusi da ogni ingerenza nella cosa pubblica dal paterno ma autocistico governo dei viceré, cominciavano timidamente a far sentire la loro voce. Organo dalle loro richieste fu il Congresso nazionale indiano, fondato nel 1885 , il quale per molti anni si limitò a chiedere riforme in senso liberale. Il lievito dei tempi nuovi e la progressiva pressione dal basso indussero il governo inglese a concedere una prima serie di riforme nel 1909 ed una seconda nel 1919; riforme sempre parziali, insufficienti ed in ritardo sui tempi. Durante la prima guerra mondiale il Congresso, ormai orientato verso l'autonomia (svara $\bar{j}$ ) e più tardi verso la completa indipendenza (pürna svara $\bar{j}$ ), era caduto sotto l'influenza di un uomo di genio, M. K. Gandhi, che lo organizzò per la lotta attiva con due strumenti tipicamente indiani : la non violenza e la non cooperazione. La lotta, complicata da una crescente tensione tra la comunità hindu e quella musulmana, assunse aspetti altamente drammatici specialmente tra il 1928 e il 1934, ed ebbe come conseguenza una terza serie di riforme (1935), le quali istituivano l'autonomia provinciale, con parlamenti e ministeri locali, mentre il governo centrale rimaneva per il momento quasi autocistico. Il Congresso, dopo qualche esitazione, assunse il potere nella maggior parte delle province (1937), rinunziandovi però allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939).

La lotta continuò durante gli anni di guerra, alternando campagne di disobbedienza civile con periodi di tregua, mentre elementi più attivi cercavano di intensificarla collaborando con il Giappone. I musulmani intanto, sempre più scontenti dell'atteggiamento del Congresso nei loro riguardi, si stringevano attorno alla Lega musulmana, reclamando un loro stato separato. Finita la guerra e constatato l'impossibilità di tenere più a lungo soggetta l'I., il nuovo governo laborista inglese esceva all'ineluttabile, mentre a sua volta il Congresso, riuscito vano ogni tentativa di accordo, si rassegnava alla secessione delle zone abitate in prevalenza da musulmani. Nascevano cosi il 13 ag. 1947 due nuovi stati : l'Unione indiana ed il Pakistan (v.). L'Unione ebbe a superare una gravissima crisi iniziale dovuta ad una scoppio di frontismo religioso che costrinse milioni di hindu ad emigrare dal Pakistan e milioni di musulmani a lasciar l'I., fra terribili scene di massacro e di asccheggio; vittima indiretta ne fu lo stesso Gandhi, assassinato da un fanatico hindu. Con la Costituzione del genn. 1950 l'I. ha assunto una forma di governo federale repubblicana, mantenendo una vaga connessione con il Commonwealth britannico. La questione degli Stati feudali dei principi indiani è stata risolta nel senso di una loro soppressione o di una trasformazione in poche grandi unità federali. Il problema agrario è stato affrontato in una serie di coraggiose riforme. I rapporti con il Pakistan attendono ancora la loro sistemazione, soprattutto per la questione del Kashmir, conteso fra i due Stati. In politica estera il governo di Pandit Nehru, al potere dal 1947, cerca di mantenersi in equilibrio sul piano asiatico tra il blocco sovietico e quello occidentale; qualunque possa essere l'esito del tentativo, rimane il fatto che l'I. ha subito assunto una parte di primo piano nella politica asiatica.

Bias.: Oltre alle opere sopra citate, v. E. Thompson e G. T. Garratt, Rise and fulfilment of British Rule in India, Londra 1934; A. Berriedale Keith, A constitutional history of India, Londra 1937; L. Suali, Storia moderna dell'I., 2 voll., Milano 1941; P. Sitaramayya, History of the Congress, $2^{4}$ ed., 2 voll., Allahabad 1948.

Luciano Petech
III. Le religioni non cristiane dell'I.

Sono trattate sotto le voci : bRAHMAMESIMO; BUDDHISMO; INDUISMO; JAINISMO; SIKHISMO; VEDISMO.

## IV. Storia del cristianesimo.

I. Evangelizzazione. - Le leggende narrano che il cristianesimo sia stato introdotto in I. dall'apostolo s. Tommaso (v. sotto). Secondo dati più sicuri, esso vi penetrò nel sec. Iv per mezzo di cristiani, che durante la persecuzione del re di Persia Sapore II (313-81) si rifugiarono nel Malabar (v. MALABABESI), dando origine alla Chiesa cristiana di rito siro-caldeo, conosciuta sotto la denominazione di "cristiani di s. Tommaso». Formavano una comunità separata, una specie di casta propria, tenendo il medesimo grado dei nairi (nobili della regione), riuscendo in tal modo a conservare la Chiesa cristiana nel corso dei secoli. Nel sec. xiv alcuni francescani, Giovanni da Monte Corvino, Odorico da Pordenone e Giovanni Marignolli, andando in Cina, vennero in contatto con i cristiani di s. Tommaso. Quattro altri francescani destinati alla Cina, a Tana, Salsette, subirono il martirio.

Le missioni cattoliche del tempo moderno cominciarono con l'arrivo dei Portoghesi (1498) a Calicut. Sacerdoti secolari, francescani e alcuni domenicani fondarono stazioni missionarie nei luoghi occupati dai Portoghesi. Il centro fu prima Cochin, poi Goa. Con l'erezione della diocesi di Goa (1534), arcidiocesi nel 1557, con le suffragnese di Cochin (1557) e Mylapore ( 1606 ), e con l'arrivo di s. Francesco Saverio e dei Gesuiti nel 1542, l'attività missionaria cominciò ad essere meglio organizzata. Si limitò, però, in primo luogo ai possedimenti portoghesi

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intorno a Goa e Bassein, dove un piccolo territorio era sotto il dominio portoghese, e alle città dove i Portoghesi avevano eretto fortini e fattorie. Dai territori occupati nel sec. xvı, i maomettani e i sacerdoti indù furono espulsi e le pagode distrutte. L'opera di conversione degli indigeni cra nelle mani dei Francescani, dei Domenicani e dei Gesuiti, e dal 1572 degli Agostiniani. In altri territori sotto il dominio dei principi indigeni i frutti dell'apostolato furono assai scarsi. Maggiori successi si ebbero, invece, solo sulla costa meridionale. Nella Pescheria, la casia dei Parava, 20.000 in tutto, si era posta sotto la protezione portoghese. I Parava furono battezzati dal vicario generale di Goa, Miguel Vax, nel 1536. S. Francesco Saverio fu mandato ad is struirli e ad organizzare la missione. Nel 1546 lo stesso Saverio converti sulla costa del Travancore la casta dei Macuas (Macavan).
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Le due missioni furono continuate
dai Gesuiti. L'attività missionaria intrapresa dai Gesuiti nel regno del Gran Mogol non ebbe lo sperato risultato della conversione dell'imperatore Akbar, ma condusse solamente alla fondazione di alcune comunità cristiane nel nord. Il più cospicuo successo missionario del sec. xvI fu l'unione dei cristiani di s. Tommaso, ad opera dell'arcivescovo Alessio de Menezes (1594-1610), nel Sinodo di Diamper (1599). Per loro si cresse la diocesi di Angamale, trasferita nel 1605 a Cranganore, prima come suffragano di Goa, poi nel 1608 clevata ad arcidiocesi.

Nel sec. xvir la missione dei Gesuiti nell'interno dell'I. meridionale, in territorio non portoghese, ebbe grandi successi grazie al metodo di adattamento di Roberto de Nobili e dei suoi successori, specialmente nel Madura e a Trichinopoli. Le altre missioni invece fuori dei possedimenti e della sfera d'influenza dei Portoghesi non ottennero grandi risultati. Ad onta dell'erezione del vicariato apostolico di Bidjapur (1637), cui furono aggiunti i regni di Golkonda e, più tardi, del Gran Mogol, sotto i vicari apostolici indigeni Matteo de Castro (1637-77) e Custodio de Pinho (m. nel 1697), come anche del vicariato apostolico di Canara ( 1671 ) sotto l'indigeno Tommaso de Campo (m. nel 1683), e nonostante l'arrivo dei Carmelitani Scalzi (1615), dei Cappuccini (1639) e dei Teatini ( 1640 ) non si ottennero grandi successi numerici. Con questi fatti nacquero le prime difficoltà e le prime lotte tra Padroadisti, dipendenti dal Padroado portoghese, e Propagandisti, mandati dalla S. Congregazione di Propaganda Fide. L'occupazione dei castelli portoghesi dell'I. meridionale da parte degli Olandesi distrusse le missioni portoghesi, ma non quelle dei Carmelitani italiani; come pure i cristiani dell'interno, sottomessi a principi indigeni, della missione dei Gesuiti, conservarono la fede. Verso la fine del sec. xvir e nel corso del sec. xviri essi soffrirono non poco a causa delle guerre e delle persecuzioni dei principi. I cristiani di s. Tommaso apostatarono nel 1653; gran parte di essi tornò all'unione per opera dei Car-
melitani, specialmente del vicario apostolico Giuseppe di S. Maria Sebastiani. I separati si fecero in gran parte giacobiti. Per gli uniti si creò il vicariato apostolico della Serra o del Malabar sotto il vicario indigeno Alessandro de Campo (1663-87). I vicariati apostolicj di Malabar e del Gran Mogol passarono verso la fine del sec. xvir in mano dei Carmelitani. La fiorente missione dei Gesuiti si estese ampiamente, comprendendo anche il Tonjore, il Mysore e il Carnate; al principio del sec. xvir ebbe a soffrire molto per la dolorosa controversia dei riti me-
labarici. Contro it metodo di adattamento del de Nobili si erano sollevate di nuovo opposizioni, nonostante che Gregorio XV nel 1623 avesse approvato 4 usi malabarici proposti dal de Nobili. Il visitatore apostolico Charles Maillard de Tournon, nominato nel 1701, emanò nel 1704 un decreto, condannando parecchie pratiche tollerate dai Gesuiti. Il decreto fu approvato da Roma. I Gesuiti lo impugnarono, fino alla decisione perentoria da parte di Benedetto XIV nel 1744. La questione recò danni sensibili e agitazioni continue alla missione. L'espulsione ( 1760 ) e la soppressione (1773) della Compagnia di Gesù e le gravi persecuzioni da parte dei principi indiani nella seconda metà del sec. xviri, anzitutto quella del Tipu Sahib del Mysore nel 1784, causarono una grave decadenza nelle missioni meridionali. I missionari delle Missioni Estere di Parigi sostituirono dal 1776 i Gesuiti, almeno in una parte del territorio, non riuscendo però ad arginare il regresso. La missione del Tibet, affidata nel 1703 ai Cappuccini, riuscì all'inizio, specialmente sotto Orazio Penna di Billi (m. nel 1745), ad impiantarsi, ma nel 1745 l'espulsione dei missionari pose fine a tutto. I Cappuccini intrapresero in seguito la poco fertile missione dell'I. settentrionale, la quale nel 1784 fu staccata dal vicariato apostolico del Gran Mogol.

La ripresa delle missioni cominciò nel sec. xix sotto Gregorio XVI. L'erezione di nuovi vicariati apostolici dal 1832 e l'eliminazione pratica, se non de iure, delle diocesi del Padroado Cranganore, Cochin e Mylapore per il breve Multa praeslare (1838), condussero al cosiddetto scisma goanese. La questione fu in parte risolta con il Concordato del 1837 , introducendo la doppia giurisdizione, e meglio ancora con il Concordato del 1886, ristabilendo le diocesi di Cochin e Mylapore, creando quella di Damao, e con l'accordo del 1928, incorporando Damao all'arcidiocesi di Goa e sopprimendo la doppia giurisdizione. Le diocesi del Padroado portoghese, che per l'espulsione e l'abolizione di tutti gli Ordini religiosi (1832-34) avevano subito gravissimi danni, furono da nuovi energici arcivescovi e vescovi riorganizzate e riformate. Attualmente, sotto vescovi portoghesi, con clero per lo più indigeno, hanno prospere cristianità.

Nei vicariati apostolici si trattava innanzi tutto d'infondere nuova vita alle cristianità esistenti, di allargare il campo di attività e, gareggiando con il governo inglese e le missioni protestanti, di dare allo sviluppo delle scuole l'importanza voluta. Ai Carmelitani, Cappuccini, Missioni Estere di Parigi e Gesuiti (tornati nel 1836) si aggiunsero altri Ordini e congregazioni : i Silvestrini (1842)

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e gli Oblati di Maria Immacolata (1847) in Ceylon, i Missionari di S. Francesco di Sales (1848) in Vizagapatam, la Congregazione di S. Croce (1853) in Bengala, le Missioni Estere di Milano (1855) in Hyderabad e Bengala, i Missionari di Mill Hill (1875) in Madras, i Salvatoriani (1889) in Assam; poi nel sec. xI i Salesiani di d. Basco, i Domenicani, i Lazzaristi, i Verbiti, i Francescani e Premostratensi. Anche le Congregazioni femminili entravono numerosissime nella missione, principalmente per le scuole, gli ospedali e i dispensari. La missione tra i pagani si sviluppò in più larga misura soltanto verso le fine del sec. xix, penetrando in modo speciale nelle contrade abitate dagli aborigeni, e presso le caste depresse e i paria. Famosa fra tutte la missione del gesuita Costante Lievens (1856-93), con risultati straordinari presso i Khols del Chota Nagpur. Tra le caste superiori è unicamente da notarsi un modesto successo dei Gesuiti tra i bramini di Trichinopoli. Generalmente delle difficoltà pressoché insormontabili impediscono la conversione: le dure leggi della casta, che escludono i cristiani
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(da M. Hurlimann, L'Inde, Parigi 1928, (ar. 9))
dai diritti e vantaggi familiari; l'affascinante splendore della religione indù, unito intimamente con tutta la vita culturale; l'islam nell'I. settentrionale; le idee di cui si imbevono le classi dirigenti nei loro studi in Europa; negli ultimi tempi vi si aggiunge la fierezza nazionale e il pericolo comunista.

Nel 1886 Leone XIII stabili la gerarchia ecclesiastica con 7 province ecclesiastiche e 17 diocesi. Per l'opera della delegazione apostolica dal 1884 e dei concili provinciali venuti in tutte le province ecclesiastiche, si ottenne una più grande uniformità nel governo delle missioni, nella disciplina ecclesiastica e nell'amministrazione dei Sacramenti. Inoltre la Chiesa cattolica da quest'epoca cresceva considerevolmente in stima nell'I. meridionale per l'influsso degli Ordini e Congregazioni, anche contemplativi, delle scuole e delle opere di beneficenza, degli studi scientifici, dei congressi cattolici, per la formazione del clero indigeno e di una élite di laici, che cerca di far sentire la sua influenza nella vita pubblica, spesso con ottimi risultati. L'ulteriore sviluppo della gerarchia negli ultimi anni ha condotto in I., Ceylon compresa, a 13 province ecclesiastiche con 48 diocesi, 5 prefetture apostoliche.

I siro-malabarici, sino alla fine del sec. xix sotto la direzione dei Carmelitani, ebbero la loro organizzazione propria. Nel 1887 erano stati eretti 2 vicariati apostolici per i fedeli del rito siro-malabarico, ma sotto vescovi latini; nel 1896 si costituirono 3 vicariati con vescovi indigeni del loro rito, nel 1911 si aggiunse un altro vicariato, nel 1923 si eresse la provincia ecclesiastica di Ernasulam con le suffraganee Trichur, Kottayan e Changanacherry. Della Chiesa giacobita nel 1930 due vescovi, con numeroso clero e molti fedeli, si unirono a Roma; per loro si eresse nel 1933 l'arcidiocesi di Trivandrum con la suffraganea Tiruvalla.

La nuova situazione politica creata nel 1947 per la formazione dei due Stati indipendenti, India e Pakistan, pone la missione dinanzi a nuovi problemi. Nel Pakistan m5omettano la Chiesa forma una minoranza trascurabile. Nel 1950 furono erette due province ecclesiastiche,

Karachi e Dacca, e l'arcivescovo di Karachi fu nominato delegato apostolico del Pakistan. Nell'I. induista la nuova costituzione garantisce la libertà religiosa; l'erezione della internunziatura apostolica (1948) in Delhi, capitale dello Stato, ha reso possibile una cooperazione più stretta