volume-06
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ci) può diventare colpa grave.
L'i. è sempre colpa morale; negli ordinamenti giuridici non è considerata come reato; però l'i., nei casi tassativamente previsti, può essere motivo per revocare la donazione (Cod. civ. it., art. 801). A norma del CIC l'i. del rettore di una Chiesa o dei suoi amministratori non può essere invocata per revocare una donazione fatta alla Chiesa (can. $1536 \S 4$ ).
BibL.: A. Sertillanges, La philosophie morale de st Thomas d'Aquin, Parigi 1922, pp. 291-92; Wernz-Vidal, IV, it. p. 336; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, $3^{a}$ ed., Padova 1948, p. 799 .
Lislai Oldani
INGRES, Jean-Auguste-Dominique. - Pittore francese, n. a Montauban il 29 ag. 1780, m. a Parigi il 14 genn. 1867. Allievo prima del padre, quindi, dal 1799, a Parigi del David, nel 1806 andò a Roma quale pensionato dell'Accademia francese, quando era
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già noto quale ritrattista squisito, ed in Italia rimase interrottamente, fra Roma e Firenze, quasi vent'anni, dipingendovi le sue opere migliori e più famose.
Distaccatosi dal David (v.) allora che questi, durante il periodo napoleonico, quasi rappresentante ufficiale della pittura neoclassica francese, inveiva da Parigi contro l'antico allievo che viveva solitario lontano dalla patria attratto dalla pittura dei quattrocentisti italiani, l'I. può essere considerato l'esponente del gusto purista (v. purismo) in Francia. La sua posizione infatti può essere considerata intermedia fra il neoclassicismo del maestro e la foga romantica del Delacroix (v.), più giovane di lui di diciotto anni. Al quale ultimo è consuetudine contrapporre l'I. quale esponente del gusto classicista, specie dopo che nel Salon del 1824, ove dell'I. v'era Il volto di Luigi XIII, oggi a Montauban, i due esposero affrontando per la prima volta clamorosamente le loro opere, e dopo che l'anno successivo, morto il David, l'I. veniva eletto membro dell'Institut. D'altro canto proprio in quel tempo con perfetta logica l'I. spostava gradualmente il suo interesse dai quattrocentisti ai cinquecentisti, a Raffaello soprattutto. Tanto che, nel 1826, ricevendo la commissione per un soffitto nel Museo di Carlo X al Louvre, immaginava per l'Apoteosi di Ossere una composizione ispirata alla scuola di Atene, mentre successivamente, per il Martirio di s. Sinforiano, ordinatogli per la cattedrale di Autun, componeva un vero centone di motivi raffaelleschi. A tali predilezioni egli rimase fedele anche durante la sua nuova permanenza a Roma (1834-41) quale direttore dell'Accademia di Villa Medici e nell'ulteriore corso della sua lunga vita, sia nei quadri di composizione come, anzi, soprattutto, nei ritratti. Ed è appunto nei ritratti che spesso acquista valore essenziale quella precisione e quella acutezza del disegno che, nitidissimo, ha una estrema capacità riassuntiva delle masse e delimitandone nettamente i campi esalta i valori cromatici della composizione. Una pittura chiara, limpida, nitidissima, che riflette la tendenza del suo intimo spirito romantico alla astrazione intellettuale donde una visione estatica quasi allucinata delle forme. Tra le sue opere di soggetto sacro sono da ricordare: Giovanos d'Arco (1854) al Louvre, la Vergine con l'Ostia (dello stesso 1854) ugualmente al Louvre, Gesù fra i dottori a Montauban, ove è un museo con numerosi suoi dipinti e ca. 4000 suoi disegni.
BibL.: H. Lapauze, I..sa vie et ses amures, Parigi 1911; L. Fröhlich-Bum, I., sein Leben und sein Stil, Vienna 1924; L. Gillet, s. v. in Eur. Ital., XIX, pp. 310-11; A. M. Brizio, Ottocento, Novecento, Torino 1939, pp. 111-17 (con bibl.); P. Laveden, Histoire de l'art, Parigi 1946, v. indice. Emilio Lavagnino
INGROSSAZIONE. - E il diritto con il quale, mediante compenso di terra e di denaro, durante l'età comunale, il privato poteva rettificare i confini della sua proprietà e ottenere ad essa un accesso sopra una pubblica via.
Esso fu creato dai governi comunali allo scopo di eliminare i soverchi frazionamenti della proprietà, procurandole, con una miglior forma, un minor carico di servitù. A tutela degli espropriati furono nominati dei pubblici ufficiali detti «ingrossatori» o «estimatori», incaricati delle operazioni di stima delle terre da espropriare e le cui relazioni avevano valore esecutivo.
Essi erano considerati alla pari degli elettori del podestà ed avevano una posizione economica notevole, loro derivante dall'esercizio della professione di negozianti di beni immobili. Avevano infatti anche dei propri notai, che con essi dovevano fare giuramento per quelle stime di cui ricevevano incarico dal Comune. Dell'i. si ha notizia sin dal sec. XII e la sua utilità è riconosciuta da gran parte degli statuti cittadini del secolo successivo. Si trova in vita tale istituto ancora nella legislazione modenese del 1772 e in quella lucchese del 1802.
BibL.: L. A. Muratori, Antiquitatio Italicae medii aevi, II, Milano 1738 col. 339 sg.; A. Pertile, Storia del diritto italiano, IV. II, Torino 1893, p. 329 sg.; A. Lattes, Le i. nei documenti pernenti, in Arch. stor. per le province parnensi, nuova serie, 14 (1914), fasc. v.
Giovanni Donna
INIBIZIONE. - Dal verbo latino inhibere, trattenere, frenare. Presso i giuristi conservò il suo significato etimologico, e fu usata ad indicare l'impedimento coatto dell'esercizio del diritto (cf. 1, X, 3, 2) ed indicò spesso l'azione del giudice, che proibisce un atto o l'esercizio di un dato diritto (p. es., il giudice d'appello che proibisce l'esecuzione della sentenza di primo grado).
Nell'attuale legislazione canonica l'inhibitio iuris - che è l'antica sequestratio impropria -, di cui si ha un residuo nel can. $1699 \$ 3$, consiste nella temporanea proibizione emessa dal giudice di usare di un diritto controverso, onde evitare di recar pregiudizio al diritto altrui. Perciò inibire è proibire l'exercitium iuris; proibizione che non ha carattere di pena, ma di cauzione (v. sagnisrno).
Oggetto di tale proibizione o i. può essere qualsiasi diritto. Differisce dal sequestro per la mancata privazione del possesso della cosa, che nel sequestro viene affidata a terzi.
Il sequestro, inoltre, ha come oggetto diretto la res, l'i. invece ha come oggetto proprio e diretto l'esercizio di un diritto. Propriamente perciò si dice che l'i. consiste in un non facere.
L'i. può anche essere imposta su richiesta di parte; occorre allora: 1) che venga dimostrato il possesso del diritto, di cui si vuole l'i. (can. $1672 \$ 1-2$; è sufficente il fumus bonis iuris e non è necessaria una dimostrazione piena); 2) che sussista il pericolo del danno qualora non venga ordinata l'i. e che nessun altro rimedio esista a tutela del diritto conteso (can. 1674).
Così, pendente il processo sul valore del matrimonio, può proibirsi e inibirsi l'uso del matrimonio stesso o ordinarsi la separazione dei coniugi (cf. X, IV, 1, 14; S. C. de Sacramentis, Instructio d. 15 Augusti 1936, art. 63); cosi, anche dopo due sentenze a favore della nullità matrimoniale, se il difensore del vincolo ha appellato in tempo utile, qualora fosse stato attentato un nuovo matrimonio, il giudice dovrà ex officio, o per richiesta dello stesso difensore del vincolo, ordinare la inhibitio exercitii iuris (cf. loc. cit., art. 223, can. 1672 § 3).
Nelle cause di pubblico interesse sia il promotore di giustizia come il difensore del vincolo possono chiedere l'i. dell'esercizio del diritto controverso ed il giudice può ordinarla anche d'ufficio (can. 1672 § 3).
BibL.: Wernz-Vidal, VI, pp. 244-54; F. Roberti, De processibus, I, Roma 1941, pp. 638-65; M. Lega-V. Bortoccetti, Commentarius in iudicio ecclesiastica, I, ivl 1950, pp. 389-93.
Vincenzo Fagiolo
INIUNCTIS DE IURE INIUNGENDIS. Clausola che suol essere apposta ai rescritti con cui si concedono dispense e assoluzioni. Evidentemente il contenuto varia secondo i casi in oggetto, l'entità della dispensa o dell'assoluzione richiesta. P. es., nei rescritti con cui si concede l'assoluzione da una censura, la formula i.d.i.i. significa che il censurato deve riparare i danni e lo scandalo, nel caso che ce ne fossero stati, e accettare una salutare penitenza oltre quella sacramentale. Cf. i cann. 2252, 2254 e 2290.
BibL.: A. Van Hove, De rescriptis, Malines-Roma 1936, p. 123 sgg. Giovanni Battista Guzzetti
INIZIAZIONE. - Dal lat. in-eo (da cui initium, initiare) "entrar dentro", qui nel senso sacrale di essere ammesso tra i partecipi di un dato gruppo religioso. L'i. è un rito che effettua e consacra il passaggio di un individuo (o di un gruppo) da una condizione all'altra di vita e specificamente dal mondo profano a quello sacro.
Nei gruppi umani primitivi hanno grande rilievo i riti che introducono il giovane nella società degli adulti. Per questo argomento, v. sotto.
I. Nelle religioni di cultura. - I riti iniziatici, che introducono religiosamente a una nuova condizione di
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vita, comportano tre momenti : di separazione dell'iniziando dal mondo a cui ha fino allora appartenuto, durante la quale viene ammaestrato intorno ai principi e ai doveri propri dell'associazione; di prova, nel quale l'iniziando è assoggettato a prove, spesso dolorose, che debbono dimostrare la sua capacità di resistenza, conforme agli obblighi e alle condizioni della nuova vita a cui aspira; di aggregazione che dà all'iniziando, attraverso un cerimoniale, spesso complicato, l'investitura di membro della nuova società, e il diritto di fregiarsi del distintivo della medesima.
Nei gruppi primitivi l'i. è unica per tutti gli uomini del clon, ma quando questo si allarga a tribù, per acquisto di territori e aggregazione di elementi estranei, i riti iniziatici diventano privilegio dei più anziani, che se ne valgono per esercitare un'azione direttiva sugli uomini del gruppo.
Sorgono così le società segrete che si moltiplicano a seconda degli obbiettivi specifici a cui mirano e delle capacità mistico-magiche di cui si ritengono depositarie. Queste società segrete hanno a patrona una Potenza divina o spiritica alla quale gli addetti si assimilano mediante una cerimonia che significa la morte dell'uomo vecchio e la sua resurrezione, grazie all'acquisto di una anima nuova che lo affratella agli altri membri della società facendolo partecipe delle loro capacità mistico-magiche di dominio sulle cose e sugli uomini.
Per l'iniziazione ai misteri, v. misteri. Per l'iniziazione cristiana, v. battesimo.
Nicola Turchi
II. I. della gioventú nei popoli primitivi. In parecchie popolazioni che appartengono ancora alle culture originarie, verso il periodo della pubertà, i giovani e le ragazze, prima di entrare a far parte affettiva della società, devono subire un'i., la quale ha lo scopo d'inculcare solamente l'osservanza dei precetti morali che costituiscono l'ideale dell'educazione di queste popolazioni. L'osservanza di questi precetti è pure un dovere religioso: alcune popolazioni (p. es., Yamana della Terra del Fuoco, America meridionale) insegnano espressamente agli iniziandi che "Watauinewa (l'Essere Supremo), il quale vede ogni cosa esattamente, desidera l'osservanza di queste leggi» e colpisce con la morte immatura il trasgressore o i suoi cari. Altre popolazioni, su cui si è meno informati, non sono così esplicite, tuttavia il carattere morale e religioso delle loro i. risulta dal complesso delle cerimonie. Un'altra caratteristica di queste i. consiste nel fatto che gli iniziandi sono soggetti a mortificazioni e penitenze, come digiuni, silenzi, poco riposo, ma non a pratiche dolorose.
I giovani e le ragazze andamanesi, tra gli undici e i tredici anni, devono astenersi da cibi particolarmente graditi come il miele, la carne di tartaruga e di porco selvatico, e questo divieto dura finché non siano passati attraverso le i. le quali non sono segrete e nemmeno riservate a una sola parte della tribù; le donne partecipano anche alle i. dei giovani e gli uomini a quelle delle ragazze. Durante queste cerimonie si presenta al candidato un cibo dal quale deve astenersi. Egli si limita a guardarlo; il capo gli versa addosso alcune gocce di grasso di maiale e lo unge di burro. Gli iniziandi devono inoltre stare in silenzio per alcuni giorni. Finalmente i parenti e gli amici ornano i giovani e li invitano a ballare, cosa che fanno fino all'esaurimento. Le ragazze, in queste circostanze, ricevono il nome di un fiore sbocciato allora e portano questo nome finché non siano diventate madri. La cerimonia dura nel suo complesso diversi giorni, poi cessa il primo divieto alimentare. L'anno seguente si ripete la festa, al termine della quale cessa un altro divieto.
I giovani e le ragazze yamana, giunti al periodo della pubertà, sono sottoposti a i. "le quali sono un corso sistematico di educazione" (Koppers). Anziani esperti e rispettati impartiscono ai giovani i doveri essenziali che si possono riassumere così: a Rispettate e aiutate i vecchi, non riferite le maldicenze che sentite, distribuite il bottino
della caccia non solo agli amici ma anche agli estranei, non uccidete, non rubate e non fate del male, rispettate la moglie degli altri, aiutate tutti, siate laboriosi. Se trovate un bambino smarrito riportatelo alla sua famiglia anche se fosse il figlio di un vostro nemico, perché il bambino non è colpevole della vostra inimicizia».
Sostanzialmente uguali sono i precetti per le ragazze. Ad esse è ripetuto in modo speciale che devono alzarsi presto ed essere serviziovoli con gli anziani. Questi raccomandano alle rágazze la modestia quando camminano (v. l'elenco completo dei precetti in Koppers, Gusinde e Boccassino).
Le i. delle popolazioni australiane, comprese quelle che appartengono ancora allo strato culturale più arcaico, sono molto più complesse e le donne possono partecipare solo a una parte delle cerimonie. In questa esclusione e in parecchi riti sono chiare le influenze del totemismo, ciclo culturale nel quale la posizione sociale della donna è molto indebolita rispetto a quella che aveva nelle culture originarie.
Il capo dei Kurnai (Nuova Galles del Sud, Australia), al termine delle cerimonie, narra con grande serietà l'antica storia della tribù, nella quale s'intrecciano la mitologia e la religione. Poi espone ai giovani le leggi morali che devono osservare: "Ubbidite ai genitori, dividete ciò che avete con gli amici e vivete in pace con essi, non abbiate rapporti con ragazze o con donne sposate, astenetevi da certi cibi finché gli anziani non vi diano il permesso di mangiarli». Tutte le circostanze che precedono e accompagnano l'enunciazione di questi precetti - cerimonie e balli estenuanti per diversi giorni, il silenzio della notte, la solitudine della foresta, il cielo stellato, il richiamo dell'Essere Supremo - sono ordinate in modo da lasciare nei giovani la più profonda impressione (W. Schmidt).
Ancora più complesse sono le i. degli Yuin (Nuova Galles del Sud, Australia), i quali appartengono alla cultura del bumerang (v. etnologia, VII, 4). In queste cerimonie si trova già l'avulsione di un dente, fatta con uno scalpello di legno, che l'iniziando deve sopportare senza lamentarsi, se non vuole essere deriso per tutta la vita. L'iniziato è fiero di questa avulsione perché ha dato una prova di coraggio, ma forse ancora di più perché ha ricevuto un segno che lo distingue anche esternamente dai non iniziati e lo rende uomo nel pieno senso della parola, con tutti i diritti al governo della tribù. Nelle iniziazioni degli Yuin è già evidente la divisione della tribù in due categorie : iniziati (uomini) e non iniziati (bambini, giovani, donne). Questa divisione è una caratteristica del totemismo. Ma, non ostante questi elementi non originari, nelle iniziazioni degli Yuin l'autorità dell'Essere Supremo è ancora forte : gli iniziandi sono espressamente ammoniti che egli dal cielo vede tutto e punisce i trasgressori.
Nelle i. dei Kamilaroi (Nuova Galles del Sud, Australia) gli anziani insegnano ai giovani che nella divisione del bottino devono avere la preferenza i vecchi, i mulati e le famiglie numerose.
Le i. dimostrano che: 1) anche le popolazioni primitive hanno un determinato ideale di educazione che cercano di imprimere nei giovani; 2) per un'educazione sociale completa non basta l'autorità dei genitori ma occorre anche quella del gruppo sociale, il quale nelle culture originarie è appena agli inizi e non in contrasto con la famiglia; 3) le culture originarie dànno la stessa importanza all'educazione dei giovani e delle ragazze; 4) le mortificazioni (digiuni, silenzio, scarso riposo) compiute durante queste cerimonie provano l'importanza che questi indigeni dànno al dominio di se stessi; 5) i giovani, cedendo agli anziani i cibi preferiti, dimostrano di essere convinti della necessità dell'altruismo e dell'assistenza estesa a tutti i membri della tribù (v. gli esempi di altruismo riferiti da W. Schmidt e W. Koppers in Völker und Kulturen, Ratisbona 1924, p. 185 sgg.); 6) la morale ha un fondamento religioso: lo provano gli accenni all'Essere Supremo che esige l'osservanza dei suoi comandamenti e punisce i trasgressori. La sanzione talvolta è limitata a questa vita e consiste nella morte del colpevole o dei suoi cari o nelle malattie, talvolta è estesa anche all'altra
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vita. Il buon effetto delle i. non si cancella per tutta la vita, come attestano gli studiosi che hanno osservato queste popolazioni sul posto.
Nelle culture più recenti le i. non sono più comuni ai giovani e alle ragazze e perdono in gran parte il loro compito originario essenzialmente educativo, anzi spesso sono associate a motivi sessuali osceni. Nel matriarcato solo le ragazze ricevono dalla madre una specie d'i. quando giungono al momento della prima mesfruazione.
Nel tutemismo sono iniziati solo più i giovani e sottoposti a pratiche dolorose come l'avulsione di un dente, la circoncisione, fatta con una scheggia litica tagliente o ritoccata ai margini, e la subincisione, con un coltello di pietra appuntito. - Vedi tav. CXXIV.
Lo studio delle i. primitive ha chiarito parecchi aspetti arcani dei misteri greci.
Bibl.: E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands, Londra 1883; B. Spencer - F. J. Gillen, The native tribes of central Australia, ivi 1899; id., The northern tribes of central Australia, ivi 1904; A. W. Howitt, The native tribes of south-east Australia, ivi 1904; C. Streblow, Die Arandaund Loritja-Stämme in Zentral-Australien, Francoforte sul Meno 1907-20; J. G. Frazer, Totemism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; B. Spencer, Notice tribes of the northern territory of Australia, ivi 1914; H. Webster, Società segrete primitive, Bologna 1922; W. Koppers, Unter Feuerland-Indianern, Stoccarda 1924; id., Pädagogik in den Urkulturen, besonders bei den Yamana auf Feuerland, in Osterr. pädagogische Warte, Vienna 1927; C. Clemen, Zum Ursprung der griechischen Mysterien, in Anthropos, 18-19 (1923-24), p. 431 sgg.; M. Schulien, Die Initiationszeremonien der Mädchen bei den Atxuabo, ibid., p. 69 sgg.; id., Die Initiationszeremonien der Knaben bei den Atchwabo (PortugiesischOstafrika), in In memoriam Karl Weale, Lipsia 1929; W. SchmidtW. Koppers, Välher und Kulturen, Ratisbona 1924; M. Gusinde, Zur Ethik der Feuerländer, in IV Settimana internazionale di etnologia religiosa, Milano 1925 (Parigi 1926), pp. 156-71; id., Männerzeremonien auf Feuerland und deren kulturhistorische Wertung, in Zeitschrift für Ethnologie, 58 (1926), p. 261 sgg.; id., Die Feuerland-Indianer, I. Die Selk'man, Mödling presso Vienna 1931; II, Die Yamana, ivi 1937; G. Beyer, Die Monnbarheitsschule in Südafrika ecc., in Zeitschrift für Ethnologie, 58 (1926), p. 249 sgg.; A. Mairon, Eine Untersuchung über die Erziehung bei den primitiven Völkern der niederen Jäger und Sammler, 1928; F. Speiser, Die eleminischen Mysterien als primitive Initiation, in Zeitschrift für Ethnologie, 60 (1928), p. 362 sgg.; L. Walk, Die ersten Lebensjahre des Kindes in Südafrika, in Anthropos, 23 (1928), p. 38 sgg.; id., Initiationszeremonien und Pubertäteriten der südafrikanischen Stämme, ibid., p. 861 sgg.; F. Kern, Die Welt, vorein die Griechen traten, ibid., 24 (1929), p. 167 sgg.; 25 (1930), p. 195 sgg.; A. R. RadcliffeBrown, The Andaman Islanders, Cambridge 1933; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesides, finora 9 voll., Münster in V. 1926-49; A. Schaefer, Zur Initiation im Wagi-Tal, in Anthropos, 33 (1938), p. 401 sgg.; G. Koppers, La religione dell'uomo primitivo, Milano 1947; R. Boccassino, La religione dei primitivi, in Storia delle religioni, I, $3^{\circ}$ ed., Torino 1949, pp. 35-120. La seconda sezione della III Semaine d'ethnologie religieuse, Tilbourg 1922 (Enghien e Mödling presso Vienna 1933) è dedicata alle i. e alle società segrete di vari popoli (p. 329 sgg.). Renato Boccassino
"IN MONTE OLIVIS CONSITO". - Inno del Mattutino nella festa del S. Rosario, composto dal p. T. A. Ricchini, domenicano, e già inscritto nell'Ufficio dello stesso Ordine nel 1825.
Sono cinque strofe che celebrano i cinque Misteri dolorosi : il audore di sangue al Gethsemani, la flagellazione, la coronazione di spine, il viaggio al Calvario, la Crocifissione sul Golgota.
Bibl.: V. Terrena, Gli inni del Breviario romano, Mondovì 1932, p. 266; A. Mirra, Gli-inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 179; A. Walk, Compendium historiae Ordinis Praedicatorum, $2^{\circ}$ ed., Roma 1948, p. 586. Silvério Matesi
INNATISMO. - Termine del linguaggio filosofico, usato ad indicare ogni sistema o indirizzo che ammetta l'esistenza originaria (congenita, innata) nello
spirito umano di concetti, categorie, idee non derivate dall'esperienza. Nello stesso senso è usato talora il termine nativismo (che è ansi più comune nella specifica questione sull'origine delle idee di spazio e tempo). In un senso più largo i, può anche indicare l'esistenza di attitudini spontanee nello spirito umano.
L' i. rappresenta, nelle sue diverse forme, l'antitesi storica dell'empirismo e del sensismo (v.), i quali, con la riduzione di tutti i contenuti di conoscenza a puri dati di esperienza, pregiudicano ogni vera universalità e necessità del sapere umano. E appunto nell'intento di dare un fondamento all'universalità e necessità del concetto (v.) che non poche forme di razionalismo hanno creduto doverne ricercare l'origine e la derivazione esclusiva nella natura stessa dello spirito.
L'i. ebbe storicamente forme diverse. In Platone (cf. Theaet., Resp., Tim.) le idee sono innate nel senso che non derivano, quanto al loro contenuto, dal mondo sensibile, ma si pongono come oggetto spirituale immediato della reminiscenza ( $\dot{\alpha} v \dot{\alpha} \mu v \varepsilon \rho \tau \varepsilon$ ) intuitiva dell'anima. Tale forma di i. è accentuata nella concezione di Plotino e ha un riflesso nella gnoseologia agostiniana (v. AGOSTINO), continuata poi, sostanzialmente, in non pochi scolastici, particolarmente in s. Bonaventura (v.).
Nella filosofia moderna il razionalismo cartesiano diede nuovo vigore all'i. : già esplicito nello stesso Cartesio (cf. Medit., III), come predeterminazione oggettiva nella mente di concetti e principi, esso è difeso, nel senso di preesistenza "virtuale", da Leibniz (cf. Nuov. est., I, 3; II, 1) e, con dipendenza agostiniana, da Malebranche. In Kant il problema della necessità e universalità della conoscenza determina la sua particolare forma di i., che intende le forme del conoscere (intuizioni e categorie) come struttura a priori della mente, condizione trascendentale della stessa esperienza (cf. De mundi sensibilis principiis, § 6, e Kritik der r. Vernunft, introd.). Nella filosofia posteriore va ricordata, fra le altre, la posizione del Rosmini, per cui è innata nell'intelligenza umana l'idea dell'essere, come sua immanente oggettività (cf. Nuovo saggio, sez. 30, cap. 1, art. 8 e passim).
L'istanza positiva dell'i., fatta valere contro le insufficenze dell'empirismo, sta appunto nell'esigenza di salvare il carattere di necessità e universalità del conoscere, che assicuri il valore di un effettivo sapere. Se tale universalità non può prescindere dal significato originario dell'intelligenza come potere di pensare e di affermare nell'ordine assoluto dell'essere, tuttavia essa non esige affatto che i contenuti in cui attua il pensiero preesistano nello spirito antecedentemente all'esperienza. La vera soluzione del problema va cercata nel realismo tomista, che ripone nell'oggettività dell'essere, appreso nei dati reali dell'esperienza, la ragione e il principio ontologico dell'universalità e necessità della conoscenza spirituale (v. CONCETTO; CONOSCENZA; UNIVERSALI).
Bibl.: A. Brunner, La connaissance humaine, Parigi 1943; S. Vanai Rovighi, Note sulla teoria della conoscenza e sull'ontologia, Milano 1943; C. Cuento Ferrandini, El problema del origen del conocimiento en los sistemas racionalistas, Lima 1946; G. Fausti, Teoria dell'astrazione, Padova 1947; H. Sjöbring, Subjective and objective actitude, in Theoria, 13 (1947), pp. 46-74; H. Wagner, Apriorität und Idealität. Vom ontologischen Moment in der apriorischen Erkenntnis, in Philos. Jahrbuch, 27 (1947), pp. 292-361; S. Scimé, Problemi dell'essere, Padova 1949, pp. 77-102, 111-36. Salvatore Scimé
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