dopo p. xxiv).
Le fonti della papessa G. incominciano con la metà del sec. xili e si possono dividere in due gruppi. A capo del primo gruppo vi è la Chronica universalis Mettensis, composta verso il 1250 e attribuita a Giovanni de Mailly, O.P. (ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores, XXIV, p. 514). Qui dopo Urbano II (m. nel 1099) viene introdotta una donna, senza indicazione del nome, la quale fingendosi uomo diviene notaio di curia, cardinale, papa. Un giorno salendo a cavallo partorì ce ed è lapidata. Con poche varianti la favola viene accolta da Stefano di Bourbon, O.P., (m. ca. il 1262) nel suo De diversis materiis praedicabilibus (Quétif-Echard, I, p. 367) e nella Chronica minor di un frate minore di Erfurt (ca. 1265) edita da O. HolderEgger (MGH, Scriptores, XXIV, p. 184); qui però la papessa è collocata dopo Sergio III (m. nel 914). A capo del secondo gruppo di fonti vi è il Chronicon pontificum et imperatorum di Martino Polono, O.P. (m. nel 1279; ed. L. Weiland, ibid., XXII, p. 428). Si discute se il testo sulla papessa sia di Martino o aggiunto da altri; in questo caso l'aggiunta non è molto posteriore, poiché nel 1312 Ptolomeo di Lucca (Hist. eccl., 16, 8) dice che tutti i manoscritti di Martino da lui letti la contengono. Nel Chronicon di Martino Polono la leggenda si precisa: dopo Leone IV (m. nell'855) sale sul trono papale Giovanni Anglico, di Magonza e vi siede oltre due anni e mezzo; «hie, ut asseritur, femina fuit». Da giovane, vestita da uomo fu condotta ad Atene da un amasio, divenne dottissima, si trasferì a Roma ed insegnò, e finalmente fu assunta al papato; il sesso la tradì e un giorno andando da S. Pietro al Laterano, fra il Colosseo e la chiesa di S. Clemente, partorì, e morta fu ivi sepolta. Per questo, soggiunge il Polono, da allora in poi i papi, come si crede, non passano più per quella via. Da Martino Polono dipendono, con alcune varianti, Martino Minorita, nella sua opera Flores temporum, scritta verso il 1292 (ed. O. Holder-Egger, in MGH, Scriptores, XXIV, p. 243) e molti altri.
II. Diffusione e sviluppo della leggenda. - Per mezzo soprattutto della divulgatissima cronaca di Martino Polono, la leggenda si diffuse rapidamente e si impose universalmente, dal sec. xiv fino alla metà del sec. xvi. Nel duomo di Siena furono introdotti, verso il 1400 , i busti dei papi e vi fu ammesso anche quello della papessa G. In pieno Concilio di Costanza, Giovanni Hus si appellò alla papessa senza che nessuno lo contraddicesse. Peggio ancora: la leggenda si accrebbe di un'altra leggenda ancor più strana, quella della probatio sexus, di cui si trovano i primi indizi già alla fine del sec. xiri. La spudoratezza degli umanisti e l'odio dei protestanti verso il papato sfruttarono largamente questa volgare e sciocca creazione della fantasia popolare.
III. Origine della leggenda. - Sono state tentate varie spiegazioni. Quella più probabile si basa su questi elementi : a) Nel sec. x vari Papi rimasero sotto l'influsso di tre donne potenti: Teodora, moglie di Teofilatto, e le figlie Teodora e Marozia. In quel secolo ci furono quattro papi di nome Giovanni: X, XI, XII, XIII. Di Giovanni XI (931-35) il contemporaneo Benedetto di S. Andrea del Soratte nel suo Chronicon scrive: «subiugatus est Romam potestative in manu feminae" (MGH, Scriptores, III, p. 714). Da questo il passaggio all'idea di una donna salita sul trono pontificio non era difficile. b) Altro elemento di particolare importanza si ha nell'esistenza di una statua di donna con un bambino presso la chiesa di S. Clemente, e di un'iscrizione. La statua è ricordata anche nei Mirabilia del sec. xiv: «Item iuxta Coliseum in platea iacet ymago que dicitur papa
femina, cum puero" (ed. G. Parthey [Berlino 1869], testo latino, traduzione e commento di I. F. Corti, Albano 1930, p. 58). Secondo il Tomassetti la statua, rinvenuta al tempo di Sisto V presso la chiesa di S. Clemente, sarebbe forse da identificarsi con Giunone che allatta Ercole, esistente oggi nel Museo Chiaramonti (cf. G. Tomassetti, La statua della papessa G., in Bull. della Commiss. arch. comun. di Roma, 35 [1907], p. 90 sg.). Quanto all'iscrizione è da notare che già nella prima notizia sulla papessa, quella della Chronica univ. Mettensis, vien riportata l'iscrizione che sarebbe stata posta sulla sua tomba: Parce pater patrum papissae prodito partum. Presso Stefano di Bourbon si legge invece : Parce pater patrum papissae prodere partum. Si conoscono altre due versioni : Papa pater patrum papissae pandito partum, e: Papa pater patrum peperit papissa papellum. Analizzando le quattro versioni si trovano questi elementi comuni : P.... pater patrum P.P.P. Il titolo pater patrum era caratteristico dei sacerdoti di Mithra, e proprio sotto la chiesa di S. Clemente è stato rinvenuto un grandioso speleo mitriaco. L'abbreviazione PPP è frequente nell'epigrafia funeraria e in quella dedicatoria, ove spesso significa propria pecunia posuit. Sicché la spiegazione più ovvia è che si sia trattato di un'iscrizione dedicatoria di un certo P[spirius?], sacerdote di Mithra, fatta a sue spese. e) Finalmente un terzo elemento che può aver influiso a confermare la leggenda era il fatto che i papi, andando da S. Pietro al Laterano, evitavano di passare per quella strada, ciò che dipendeva solo dal fatto che la strada era troppo stretta per il corteo papale.
Quanto alla seconda leggenda, quella della probatio sexus, la spiegazione è più facile. Nel sec. xiri invalse l'uso che il Papa nuovo eletto, prendendo possesso del Laterano, si sedesse sopra una sedia di porfido perforata, proveniente probabilmente da qualche antico edificio termale, mentre veniva cantato il versetto del salmo : et de stercore erigens pauperem. Nata che fu la favola della papessa, la fantasia popolare suscitò l'altra leggenda della prova del sesso, e molti scrittori umanistici continuarono a divulgare l'insulas notizia contro la restiù dei fatti, come è provato, p. es., da Agnolo di Scarperia, il quale, descrivendo come testimonio oculare l'elezione di Gregorio XII (1406), accenna alla diceria che definisce «insanam vulgi fabulam» (citato dal Döllinger, op. cit. in bibl., vers. it., p. 36).
IV. Trambono della leggenda. - Non erano mancati dubbi fin dal sec. xili, ma veri studi capaci di dimostrare l'infondatezza della leggenda della papessa G. si ebbero solo dalla metà del sec. xv in poi. Fra i primi meritano di essere ricordati: Onofrio Panvinio (m. nel 1568), nelle note alle Fite dei papi del Platina (I, Venezia 1663, pp. 208-11); il card. Bellarmino, De Romano Pontifice (Ingolstadt 1586), t. I, 1. III, cap. 24; Florimondo di Rémond, Erreur populaire de la papesse Jeanne (Parigi 1588); e il protestante D. Blondel, Familier esclaircisement de la question, si une femme a esté assise au siège papal de Rome entre Léon IV et Benoit III (Amsterdam 1647). Fra i più recenti merita particolare menzione l'opera del Döllinger.
Una confutazione della leggenda oggi è superflua. Basti notare che fino al sec. xiri nessuna fonte accenna ad un fatto cosi straordinario. La serie poi dei papi come la si conosce oggi non ammette alcun intervallo fra Leone IV e Benedetto III, dove viene inserita più comunemente la papessa, né ad altre date del sec. xi.
## Page 313

(d. II l'allen, Jeanne d'are, Parigi 1277, p. 190)
GioVANNA D'ARC, santa - Lettera ai cittadini di Riom (o nov. 1429) con firma autografa. La mano della santa, illetterata, fu guidata. - Riom, Biblioteca municipale.
Bibl.: J. v. Dollinger, Dic Papstfabeln des Mittelalters, $2^{2}$ ed., Stoccarda 1890, vers. it. sulla $1^{2}$ ed. tedesca (1863), Favole del mediocca intorno ai papi, Torino 1866; E. Müntz, La légende de la papeise Jeanne dans l'illustration des livres, du XVe au XIXe siècle, in Bibliofilia, 2 (1900), pp. 323-39; F. Vernet, Jeanne la Papesse, in DFC, II (1911), coll. 1253-70; E. Vacandard, Etudes de critique et d'hist. religieuse, Parigi 1923, pp. 13-39. Ferdinando Antonelli
GIOVANNA di Valois (Jeanne de France), santa. - Figlia di Luigi XI, re di Francia e di Carlotta di Savoia e fondatrice delle Religiose dell'Annunziata, n. a Parigi il 23 apr. 1464, m. a Bourges il 4 febbr. 1505. Oggetto di avversione da parte del padre, sia per la sua profonda pietà e sia per la sua piccola statura e il corpo deformato, fu tuttavia data in sposa nel 1476, per motivi politici, al cugino Luigi, duca di Orléans.
Il quale imitò il suocero nella noncuranza verso G., e nonostante questa gli avesse ottenuta la liberazione dal carcere, a cui era stato condannato per ribellione al suo sovrano, appena salito sul trono con il nome di Luigi XII, s'affertò a domandare l'annullamento del matrimonio con G., per il motivo di costrizione subita da lui e della incapacità di lei alla maternità. La commissione papale dichiarò la nullità il 17 dic. 1498; e G. accolse la sentenza come un favore, che le offriva il mezzo di servire più liberamente il Signore. Ritiratasi nel Castello di Bourges, datole in appannaggio, vi fondò con l'approvazione di s. Francesco di Paola e l'aiuto del francescano Gabriele Maria, l'Ordine dell'Annunziata (1500), confermato da Alessandro VI il 15 febbr. 1501. Alla professione fatta nella Pentecoste del 1503, G. prese il nome di suor Gabriella Maria. Il culto, prestato a G. fin dall'inizio, fu confermato da Benedetto XIV, il 21 apr. 1742; fu canonizzata da Pio XII il 20 maggio 1950. Festa il 4 febbr.
Bibl.: L. Perquin de Gembloux, Histoire de ste Jeanne de Valois, Bourges 1839-40; M. Cagnac, La b. Jeanne de V., Parigi 1930; Duca di Lóvio-Mirepoix, Jeanne de France, fille de Louis XI, la Cendrillon des Valois, ivi 1943; A. Redier, Jeanne de France, La Puy 1946; E. Contardi, S. G., regina di Francia, Roma 1950; E. Renaud, La b. Jeanne de France, son mariage et le procès de nullité, in Ami du clergé, 60 (1950), pp. 113-21; G. Chastel, Ste Jeanne de France, Parigi 1950. Celestino Testore
GIOVANNA ANTIDA THOURET, santa. N. a Sancey-le-Lond (Doubs) il 27 nov. 1765, m. a
Napoli il 24 ag. 1826. Formatasi alla compassione verso i poveri ed i malati, alla bontà ed all'abnegazione, a 16 anni cominciò a sentire una forte vocazione religiosa. Dopo aspre lotte con il padre, vesti l'abito delle Figlie della Carità a Parigi. Interrotto per motivi di salute il noviziato, fu inviata in Borgogna e a Langres per ristabilirsi; ma lo scoppio della Rivoluzione la costrinse, tornata a Parigi, a deporre l'abito e ad abbandonar la casa. Dopo inaudite sofferenze raggiunse Besançon, passò in Svizzera, e, tornata a Lancey, aprì, attraverso molte difficoltà, una scuola rifiutandosi inoltre di prestare il giuramento alla costituzione.
Caduto Robespierre e venuta una relativa calma, l'1 apr. 1799 in via Martelots a Besançon aprì una scuola per bambine che diede ottimi risultati. Ben presto alcune signorine si unirono a lei, dando così inizio all'Istituto delle Suore della Carità (v.), che con altre case si propagò in molte città della Francia. Ritiratasi a Dole, poté meglio attendere alla organizzazione ed allo sviluppo della sua opera, per la diffusione della quale si recò nel 1810 con 7 religiose a Napoli, dove riuscì, attraverso aspre lotte, ad aprire una nuova casa. Il 23 luglio 1819 Pio VII approvò il nuovo Istituto, ma mons. di Pressigny, vescovo di Besançon, imbevuto degli errori gallicani, non volle riconoscere le costituzioni approvate da Roma, proibì alla T. di tornare a Besançon e di considerarsi la superiora delle case della diocesi, ritenendosi egli il superiore generale dell'Istituto. La T. morì senza aver visto l'unificazione della sua opera, che avvenne solo dopo la scomparsa del di Pressigny, ma l'Istituto da lei fondato è oggi uno dei più numerosi e diffusi per l'esercizio delle molteplici opere di carità.
La T. fu beatificata da Pio XI il 23 maggio 1926 e canonizzata il 14 genn. 1934.
Bibl.: F. Trochu, La bienheureuse Jeanne-Antide T., Lione 1933. Silverio Mattei
GIOVANNA D'ARC (DARC), santa. - Eroina delle più pure rivendicazioni nazionali della Francia in uno dei momenti più tragici della sua storia.
Nel 1415 Enrico V d'Inghilterra invade la Francia di cui contende il trono a Carlo VI; la guerra francoinglese si intreccia con la guerra civile tra Armagnarchi
## Page 314

(40 II. Wallen, Jcanns d'Arc. Parigi (IIT, p. 50543) Giovannz D'Arc, santa - La Vergine in trono fra s. Michele e s. G. D'A. Dipinto del sec. xv. - Parigi, collezione privata.
e Borgognoni. L'assassinio del duca di Borgogna a Montereau (1419) spinge la Borgogna all'alleanza con l'Inghilterra: Enrico V sposa una figlia di Carlo VI cui pretenderà succedere sul trono di Francia, eliminando il delfino Carlo reo dell'assassinio di Montereau e sospetto di essere illegittimo. Nel 1422 Enrico V succede a Parigi a Carlo VI ed ora le forze inglesi si apprestano ad occupare tutta la Francia cacciando il delfino Carlo che è a Bourges con poche forze ed è chiamato per derisione il re di Bourges. Nel 1428 gli Inglesi assediano Orléans; la caduta della città può decidere del conflitto. In questo momento disperato, alla salvezza della Francia che sta per scomparire come potenza indipendente, accorre G. d'A.
Era una contadinella di Domrémy (Barrois francese), nata da Jacques d'Arc (o Darc), e da Isabelle Romée, il 6 genn. 1412, forse; aveva fratelli, sorelle. Non aveva istruzione alcuna (firmerà con un segno di croce), aveva però profondo sentimento religioso. Nel 1423, a 13 anni, nell'orto paterno, sentl la prima "voce" soprannaturale; poi a diverse riprese ebbe visioni luminose: s. Michele, s. Margherita, s. Caterina. Le "voci" l'incoraggiavano ad andare a soccorrere la Francia. Solo nel 1428 , sotto l'impressione degli avvenimenti terribili, decise di obbedire alle "voci". Uno zio la accompagnò dal capitano regio di Vaucouleurs, ma vi trovò derisione: vi ritornò una seconda volta ed ora Robert de Baudricourt, impressionato dal tono energico della pastorella diciassettenne, comunicò a Carlo VII la cosa e ricevette ordine di inviargli la fanciulla. G. partì da Vaucouleurs il 23 febbr. 1429 vestita da uomo, con una piccola scorta; giunse a Chinon il 6 marzo; introdotta dal Re, lo ravvisò tra i cortigiani e calmò i suoi dubbi circa la nascita: egli era veramente il figlio di Carlo VI.
Dopo l'esame religioso di una commissione di prelati, alcune matrone accertarono la sua verginità, che essa aveva già offerto a Dio da Domrémy. Nessuno più dubitò ora della sincerità di G. quando annunziò che essa aveva una missione divina da compiere. Certo molti vi erano che esitavano su quel che potesse fare una fanciulla, ma moltissimi si fecero suoi zelanti collaboratori. Il momento era grave: solo un intervento fuori del naturale poteva salvare il paese. La Pulzella ordinò la spedizione su Orléans dopo avere scritto ai generali inglesi
di abbandonare l'impresa. Vestita da guerriero, con uno stendardo bianco su cui aveva fatto dipingere il Cristo in trono tra angeli, il 27 apr. partì da Blois con una schiera d'armati che scortavano una colonna di carri con viveri : il 28 il convoglio entrò in Orléans, il 29 vi comparve la Pulzella accolta come liberatrice. Nei giorni seguenti si combatté duramente per ricuociare il nemico: G. fu ferita al petto, ma l'8 maggio gl'Inglesi abbandonarono definitivamente l'assedio. Ora la Pulzella con il duca d'Alençon fece una spedizione per eliminare gl'Inglesi dalle rive della Loira; quindi insisterte per accompagnare il re a Reims per l'incoronazione; solo in questo modo il "gentil delfino Carlo", come essa lo chiamava, sarebbe diventato davvero il re di Francia.
La Pulzella parti il 27 giugno con l'avanguardia per Reims. Carlo VII la segul due giorni dopo; a Troyes soltanto si trovò resistenza e G. diresse l'attacco e costrinse la popolazione a cedere. Il 17 luglio avvenne in Reims la consacrazione e l'incoronazione del Re; la Pulzella gli fu al fianco durante la cerimonia con il suo stendardo. "Gentil roi, maintenant est fait le plaisir de Dieu" disse al Re dopo l'incoronazione.
G. d'Arco aveva ora compiuto la missione che le "voci" le avevano affidata e pensò a ritornare a Domrémy: non sappiamo perché invece si sia fermata. Fu un ordine delle "voci" o le insistenze dei compagni d'arme? Essa era già conosciuta dovunque: su "Jeanne la Pucelle envoyée de Dieu "correvano già le più varie leggende. Essa insistette perché si attaccasse Parigi; il 26 ag. occupò St-Denis, ma urtò contro l'indolenza e la diffidenza del Re e dei suoi consiglieri. Nell'attacco dell'8 sett. a Porta St-Honoré fu nuovamente ferita, ma rimase tutto il giorno ad animare i combattenti. Poi l'impresa fu rinviata all'anno seguente. Nel maggio 1430 essa era a Compiègne: di fronte ad un attacco di nemici usci di città per combattere, al ritorno venne catturata dai Borgognoni ( 23 maggio). Fu portata a Beaulecu, a Beaurevoir, ad Arras, poi gli Inglesi la comperarono per 10.000 lire tornesi e la portarono a Rouen; odiatissima, come strega destinata al rogo, venne incatenata al collo, alle mani, ai piedi.
Nel genn. 1431 venne iniziato il processo sotto la direzione del vescovo di Beauvais, Pierre Cauchon, che

(per cortesia di mans. A. P. Frntas)
Giovanna D'Arc, santa - Rirratto. Dipinto di statute ignoto francese (inizio sec. xvir). - Rouen, Municipio.
## Page 315
agiva per conto degli interessi inglesi; egli si fece affiancare dal rappresentante dell'Inquisizione. Si voleva strappare a G. la confessione che la storia delle "voci» non era che un suo inganno e tutto il suo operato non era dovuto che a sortilegi. In tal modo l'onore delle armi e degli interessi inglesi sarebbe stato senz'altro riabilitato. Dal 21 febbr. al 17 marzo G., incatenata, fu sottoposta ad esasperanti interrogatori; gli atti del processo mostrano quanta semplicità, quanta onestà vi fosse nella Pulzella, quanta malizia e decisione di condannarla nei suoi inquisitori. Si concluse accusandola di menzogne, superstizione, bestemmie, empietà, idolatria. Neppure la minaccia della tortura indusse G. a negare quello che sinceramente credeva. Il 24 maggio al cimitero St-Ouen con le più terribili minacce la Pulzella fu indotta ad abiurare quelli che si dicevano i suoi errori: essa dichiarò di voler obbedire alla Chiesa. Ma accortasi che la libertà promessale era un'insidia per farle ammettere di avere peccato, subito ritornò a dichiarare la sua fede nelle "voci". In seguito a questo come eretica "relapsa", fu consegnata al braccio secolare ed il 30 maggio 1431 sali il rogo sulla Piazza del Vieux-Marché. Le ceneri vennero gettate nella Senna.
Carlo VII rimase inerte di fronte alla cattura ed al processo della Pulzella. Solo nel 1453 , su richiesta ufficiale della madre di G., e per impulso del governo, il papa Callisto III autorizzò una commissione papale a procedere alla revisione del processo ed al suo annullamento per i vizi gravi di forma e di sostanza. Il 6 giugno 1456 comparve la sentenza di riabilitazione.
Dichiarata beata da Pio X il 18 apr. 1909; Benedetto XV il 9 maggio 1920 proclamò G. santa. Festa il 30 maggio. In Francia una legge del 10 luglio 1920 proclamò festa nazionale il giorno anniversario del martirio della Pulzella.
Bial.: Numerosissime sono le opere dedicate a G. d'A.: nessuna è veramente soddisfacente. I suoi biografi vanno dalla tendenza nettamente asioerativa alla tendenza razionalista. Anche G. d'A. venne discussa e spiegata ad uso dei medici e psichiatri. La realtà della missione divina è cosa superiore a tutte le spiegazioni umane; dal punto di vista storico non è possibile negare che G. d'A. ha sentito questa missione divina, vi ha creduto ed ha agito per essa e nel suo nome. Non vi è dubbio che la sua impresa fu facilitata da certe circostanze politiche e che l'elemento mistico agl attorno ad essa favorevolmente. Il documento più importante per lo studio di G. d'A. è il processo edito da J. Quicheree, Procès de condamnation et de réhabilitation de Yennne d'Arc, 2 voll., Parigi 1841-40; del processo di condanna vi è l'edizione di P. Champion, Procès de condamnation de Yennne d'Arc, 2 voll., ivi 1920-21 (dello stesso Notice des manuscrits de procès de réhabilitation de Yennne d'Arc, ivi 1930). Delle biografie vanno indicate M. Sépat, Yennne d'Arc, ivi 1869; J. B. J. Ayrolles, La vraie Yennne d'Arc, ivi 1890 sgg.; A. France, Vie de Yennne d'Arc, ivi 1908; Ph. Dunand, Histoire complète de Yennne d'Arc, ivi 1910; G. Hanotaux, Yennne d'Arc, ivi 1911; A. Fabre, Etude sur Yennne d'Arc, ivi 1912; G. Goyau, Les dupes d'une gloire religieuse, ste Yennne d'Arc, ivi 1920; M. Pribilla, s. v. in LThK, coll. 299-301 e bibl. ivi citata; S. Visconti Brasco, G. d'Arcs, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Milano [1938]; R. Meunier, Les rapports entre Charles VII et Yennne d'Arc de 1429 à 1431, Poitiers 1946; J. Calmette, Yennne d'Arc, Parigi 1946; J. Cordier, Yennne d'Arc, ivi 1948. Per altre bibl. e per lo stato attuale delle questioni cf. pure J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, $3^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1949, p. 101 sgg.
Francesco Cognasso
Iconografia. - Dai documenti del processo di G. d'A. si sa che essa non si fece mai ritrarre: non esiste dunque nessuna immagine che ne riproduca fedelmente i tratti fisionomici. Fra le raffigurazioni più antiche, probabilmente contemporanee, è un arazzo di origine tedesca, conservato nel Museo di Orléans, in cui si vede l'arrivo di G. d'A. al castello di Chinon, accolta da Carlo VII. Fin dal sec. xv, tuttavia, scultori, pittori e incisori hanno esaltato la missione divina di G.; infatti in una pittura dell'epoca essa appare accanto alla Vergine o s s. Michele, con scudo, stendardo e nimbo. Lo stendardo di G. è riprodotto, assieme alla bandiera e al pennone, in un manoscritto del 1484 (Parigi, Biblioteca nazionale, ms. frg. n. 3054); il motto era «Jesus Maria»; gigli d'oro su campo bianco e Dio benedicente. Nei secc. xvi e xvir G. d'A. appare spesso o come un'antica eroina, o come una dama con cappello piumato, spada e corazza.

(da Colvet, La litterature religicuse de François de Satre à Fivriau, Parigi 1855, p. 32)
Gioyanna Francesca FrÉmyot de Chantal santa - Rirratto della Santa all'età di 63 anni, dell'originale fatto a Parigi nel 1636 e conservato nel secondo Monastero della Visitation di
Parigi.
Così in una tavola del 158 I del Museo di Orléans e in un tondo del lorenese Deruct del sec. xvir, che si trova a Nancy. Fra le numerose opere del sec. xix si ricordano le statue di Chapu (Museo del Lussemburgo) e di Rude (Louvre), in cui G. d'A. fanciulla è in ascolto delle voci celesti; il quadro di Ingres al Louvre e i bassorilievi in bronzo di M. Vital - Dubray per la statua di G. d'A. a Orléans.
Bial.: H. Wallon, Yennne d'Arc., Parigi 1877 e la bibl. sopra citata.
Serena Madonna Setti
GIOVANNA ELISABETTA BICHIER des
AGES, santa. - Confondatrice delle Figlie della Croce dette Suore di S. Andrea, n. il 5 luglio 1773, nell'avito castello "des Ages ", sui confini del Berry e del Poitou, m. a La Puye il 26 ag. 1838.
Nel 1798 incontrò per la prima volta s. Andrea Uberto Fournet (v.) e si pose sotto la sua direzione, e nel 1805 ebbe da lui la proposta di fondare una congregazione religiosa per l'assistenza ai malati e la istruzione delle fanciulle, particolarmente della campagna. Le prime cinque figlie della Croce, come furono dette le nuove religiose, pronunziarono i voti nel febbr. 1807, nel castello di Molante, presso Maillé, da dove passarono nel 1820 a La Puye, che divenne la casa madre.
La B. des A. si dedicò infaticabilmente a estendere la Congregazione, facendo numerosi viaggi in varie province della Francia, specialmente del mezzogiorno, così che furono quasi cento le fondazioni da lei lasciate. Fu beatificata il 13 maggio 1934 e canonizzata il 6 luglio 1947.
Bial.: P. Rigaud, La b. E. B. des A. fondatrice delle Figlie della Croce dette Suore di S. Andrea, Milano 1934; J. Saubat, E. B. des A. ; son époque, sa vie, son dine, Parigi 1942. Nello Vian
GIOVANNA FRANCESCA FRÉMYOT de CHANTAL, santa. - N. a Digione il 23 genn. 1572, m. a Moulins il 13 dic. 1641 . Di nobili natali sposò nel dic. 1592 il barone di Chantal; ne rimase vedova con quattro figli nel 1601. Donna di grande pietà nella sua vita di giovinetta e di sposa, s'incamminò dopo la morte del marito sulla via della perfezione: lo
## Page 316
intenzioni non corrispondevano però ad una facile attuazione. Anima inquieta e sensibile ebbe un direttore di coscienza che aumentò i suoi scrupoli con complicate pratiche religiose.
Soltanto dopo che conobbe a Digione s. Francesco di Sales (marzo 1604) e dopo che lo scelse come direttore spirituale (ag. 1604) le si chiari l'essenza della vera libertà cristiana, ricca di dolcezza e di condiscendenza. S. Francesco di Sales le istruì pure sul più proficuo metodo di orazione : non più ad ore fisse (e spesso le più incomode nell'economia di una famiglia), ma ad ogni momento della giornata con allegrezza e semplicità di cuore. Con la metodologia salesiana G. F. potè superare l'intervallo che divideva le sue sublimi aspirazioni dalle difficoltà quotidiane dello spirito. Ella rimaneva troppo preoccupata di ottenere la consolazione interiore, ma s. Francesco di Sales le istillava la norma che nella vita interiore anche perfetta non bisogna aver di mira la consolazione.
Nel 1610 decise di lasciare il mondo e fondò con Francesco di Sales la Visitazione (ad Annecy nel giugno 1610). L'Ordine, modellato sulla dolce e umile spiritualità salesiana (s. Francesco di Sales non aveva sottolineato che "la charité est une humilité montante et l'humilité une charité descendante "?) cra sorto inizialmente come Ordine contemplativo ma al tempo stesso di aiuto ai poveri. Ma, l'opposizione dell'arcivescovo di Lione, il quale voleva che le suore vivessero sempre in chiostro e non visitassero i poveri, fece che l'Ordine tornasse su basi essenzialmente contemplative. Le costituzioni furono approvate dalla S. Sede nel 1626. Solo più tardi la Visitazione si dedicò all'educazione delle giovinette.
La vicinanza di G. F. con Francesco di Sales è stata, nella storia della Chiesa, uno degli esempi più alti di santa fraternità cristiana. Non fu solo il Santo ad ispirare G. F.; anch'ella seppe illuminare il Santo nella via della ricerca di Dio : è G. F. che apre il segreto tesoro della vita mistica al Santo, o per lo meno che contribuisce a toglierne i sospetti verso le illuminazioni mistiche. Non poco il Santo dovette nell'avvio alla composizione del Traité de l'Amour de Dieu alle esperienze mistiche di G. F.
La Santa sopravvisse di molto al suo direttore spirituale, governando con grande abilità il suo Istituto. Fu beatificata da Benedetto XIV il 13 nov. 1751 e canonizzata da Clemente XIII il 16 luglio 1767. Festa il 21 ag.
BibL.: E. Bougaud, Histoire de ste Ch. et des origines de la Visitation, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1863; M. Müller, Die Freundschaft des hl. Franz von Sales mit der hl. Johanna Franziska von Ch., Ratisbona 1924; A. Saudresu, L'araison d'après ste Jeanne de Ch., Parigi 1926; E. Du Jeu, M.ne de Ch. Sa vie dans le monde et sa vie religieuse, $3^{\circ}$ ed., ivi 1927; V. Giraud, Ste Jeanne de Ch. ivi 1928; E. Maire, St François de Sales et ste Jeanne de Ch., Lione 1933; A. Hämel-Stier, Das Seelenleben der hl. 7. Franziska von Ch., Würzburg 1937; F. Trochu, St François de Sales, II, Lione-Parigi 1946, passim.
Massimo Petrocchi
GIOVANNA de LESTONNAG, santa. - Nipote del celebre saggista, Michele Montaigne, e fondatrice della Compagnia delle Figlie di Maria Nostra Signora, n. a Bordeaux nel 1556, m. ivi il 2 febbr. 1640. Fanciulla, dovette subire il prepotente influsso di sua madre, ardente calvinista, ma non si arrese mai all'eresia; nel 1573 andò sposa al barone di Landiras, Gastone di Montferrand, da cui ebbe sette figli.
Rimasta vedova nel 1597 e provveduto alla sistemazione della famiglia, entrò nel 1603 nel Convento delle Fogliantine di Tolosa; ma la sua salute non resse alla rigidità della Regola; tornò quindi, dopo dieci mesi, alla sua casa e vi condusse una vita ritirata e tutta rivolta ad opere buone; finché nel 1606 , assecondando il disegno di due gesuiti, F. Raymond e specialmente J. de Bordes, fondò una nuova Congregazione, sul tipo della Compagnia di Gesù, per l'educazione delle fanciulle, soprattutto per sottrarle ai malefici influssi del calvinismo imperante.
L'istituzione ebbe l'approvazione di Paolo V (7 apr. 1607) e prese a prosperare in modo meraviglioso; ma ciò costò anche a G., eletta superiora fino dall'inizio, amare delusioni e dolori: mutata la struttura iniziale della fondazione, rimozione dalla carica per intrighi invidiosi di consorelle; ma G. tutto sopportò con pace serena e fiduciosa in Dio. Fu beatificata da Leone XIII il 23 sett. 1900 e canonizzata da Pio XII il 15 maggio 1949. Festa il 2 febbr.
BibL.: Dom de Saincte Marie, Abrégé de la vie de Mme Jeanne de L., s. n. t. [1645]; J. de Baissonnier, Histoire de l'Ordre des Religieuses de Notre Dame, I, Poitiers 1697; P. Mercier, La ven. 7. de L., Parigi 1891; V. Sardi, La b. G. de L., baronessa di Mont-ferrant-Landiras, fondatrice dell'Ordine delle Figlie di Nostra Signora (1556-1640), Roma 1900; L. Entraygues, La b. 7. de L., Périgueux 1940; C. Testore, Ste G. de L. de MontferrantLandiras, Roma 1949.
Colestino Testore
GIOVANNA MARIA della Croce, venerabile. - Clarissa (al secolo Bernardina Floriani), n. a Rovereto l'8 sett. 1603 , ivi m. il 26 marzo 1673. Fondò in Rovereto il Convento delle Clarisse di S. Carlo (1650), di cui fu badessa; quello di S. Anna, dello stesso Ordine, a Borgo Valsugana (1672) e persuase il condottiero Mattia Galasso a fondarne uno dei Carmelitani alle Laste di Trento.
Autodidatta di alto ingegno, studiò mistica, e a 30 anni, la vigilia della Pentecoste 1634, aveva scritto gli Evangelici spirituali sentimenti, composti di 20 discorsi; importante è la sua Esposizione del Cantico dei Cantici cui seguono le Eationazioni e varie altre opatette ascetiche, nelle quali sono sparse poesie, non senza grazia ed originalità, per cui G. cronologicamente va considerata la prima poetessa del Trentino.
La Curia di Trento nel 1643 sottopose G. all'Inquisizione; ma i giudici, p. Teberelli, agostiniano, e p. Alberti, gesuita, invitarono G. a continuare a scrivere.
Fu favorita di insigni coriani ed ebbe notevole parte nella storia politica del paese, nella terribile epoca della guerra dei Trent'anni, e fece opera pacificatrice.
Oltre le opere suddette restano di lei inedite un' Autobiografia in 3 voll. e un ricco epistolario; alcune sue operette furono date alle stampe. La causa della beatificazione è in corso.
Bibl.: [P. A. Del Lago], Vita della ven. M. d. C., Trento 1770; B. Weber. G. M. d. C. ed il suo tempo...., Rovereto 1873; F. Baroni, Una vita della ven. G. M. d. C. 1662, in Studi francetani, 25 (1928), pp. 306-46; A. Rossaro, La ven. G. M. d. C.... nella sua poesia, Rovereto 1942.
Antonio Rossaro
GIOVANNELLI (Girovanelli), Ruggero. - Musicista, n. a Vellerri intorno al 1560 , m. a Roma l'8 genn. 1625. Allievo del Nannini, molto presto eccelse per il forte e precoce talento musicale. A Roma fu maestro di cappella a S. Luigi dei Francesi dal 6 ag. 1583 al 1 apr. 1591; passò poi al Collegio germa-nico-ungarico. Tanta era la fama conquistata: che il 12 marzo 1594 venne chiamato a succedere al Palestrina nella direzione della Cappella Giulia in S. Pietro. Il 7 apr. 1599 fu aggregato al Collegio dei cappellani cantori della Cappella Pontificia. Era fra i componenti il seguito del card. Pietro Aldobrandini.
Il G. fu uno dei più insigni compositori del suo tempo, e le sue musiche si distinguono per la perfetta fusione delle voci, la freschezza d'ispirazione e la limpidezza dell'armonia.
Sono state stampate: Madrigali a 5 voci (Venezia 1585); Tre libri di madrigali a 5 voci (ivi 1856, 87, 89); Primo libro delle villanelle (ivi 1588); Gli sdruccioli a 4 voci (ivi 1589); Sacrorum modulationum liber primus (Roma 1589); Due libri di madrigali sdruccioli a 4 voci (Venezia 1587, 92); Raccolta di canzonette a 3 voci (Roma 1592); Primo libro di mottetti a 5 voci (ivi 1593); Secondo libro di mottetti a 5 voci (ivi 1594); Le villanelle eterie alla napoletana a 3 voci (Roma 1593); Secondo libro dei madrigali a 5 voci (Venezia 1599); Terzo libro dei madrigali a 5 voci (ivi 1599). Alcune composizioni a 8 voci sono in raccolte del Costantini (Roma 1614). Messe, Salmi e
## Page 317
Inni sono manoscritti a S. Pietro. Paolo V lo incaricò di preparare una nuova edizione del Graduale ad uso della Cappella Pontificia, che fu pubblicato nel 1614, dopo ben sette anni di lavoro.
BibL.: A. Gabrielli, R. G. nella vita e nelle opere. Velletri 1926 (con ricca bibl.).
GIOVANNETTI, Matteo (Gianetti, Matteo di Giovaneito). - Pittore, n. a Viterbo, attivo fra il 1343 e il 1366 nel Palazzo dei Papi in Avignone (v.) sotto l'influsso della pittura di Simone Martini, che lo aveva preceduto presso la corte papale e che in Avignone moriva nel 1344.
Il 18 nov. del 1353 il pittore si impegnava a dipingere nella Sala delle udienae del Palazzo avignonese 20 figure di profeti e sibille a grandezza naturale, su un fondo di calore azzurro. Sempre in Avignone il pittore firmava affreschi nella cappella di S. Marziale con fatti della vita del Santo. In S. Giovanni sono altri affreschi a lui assegnati con scene della vita del Battista. Dipinse pure affreschi con fatti della vita del Battista nella certosa di Villeneuve-les-Avignon. Altre opere di lui sono nel Museo di Viterbo, dove gli viene assegnata una piccola tavola d'altare, e nella collezione Stocklet di Bruxelles ove è un suo polittico.
BibL.: v. Avignone, bibl. : E. Münz, Les peintres d'Avignon, pendant le rigue de Clencnt XI. Tours 1885, v. indice; anon., Mntro di Gincannetis, in Thiene-Becker, XXIV, p. 255.
Emilio Lavagnino
GIOVANNI, santo: v. cino e giovanni, santi.
GIOVANNI, Aben Dahut (Iohannes Hispanns). Traduttore medicvale, apesso confuso con G. di Siviglia (v.). Il suo nome è legato alla traduzione delle opere filosofiche di Avicenna, fatta in collaborazione con Domingo Gundisalvo, intorno alla metà del sec. XII, a Toledo.
Era un ebreo, ma che si fosse fatto cristiano non consta. Soprattutto sembra destituita d'ogni fondamento l'audace congettura del p. Alonso che lo fa vescovo di Segovia nel 1149 e quindi di Toledo, ove sarebbe morto nel 1166, nonché autore del trattato De anima da Alberto Magno attribuito a Giovanni arcivescovo di Toledo (Sum. theol., 20, 11. 12, q. 73).
BibL.: H. Bedoret, Les premières versions toledanes de philosophie, in Rev. néascal. de philus., 41 (1958), pp. 390-91; A. G. Palencia, El arzobispo don Raimundo de Toledo, Barcellona 1942. p. 122: M. Alonso, Notas sobre los traductores toledanos Domingo Gundisalvo y Juan Hispano, in al-Andalus, 8 (1943), pp. 135188; G. Théry, Tolide grande ville de la renaissance médiévale, Orano 1944, pp. 127-49.
Bruno Nardi
GIOVANNI V bar Abgâbê. - Katholikòs nestoriano (900-905), il primo che si obbligò per iscritto dopo la sua elezione a compiere bene le sue mansioni e che ordinò a tutti i suoi successori di fare lo stesso.
Sono conservati di lui i Canoni per il servizio dell'altare e le Risposte a questioni ecclesiastiche, opere che contengono una casuistica liturgica.
BibL.: J. S. Assemani, Bibliotheca Orientalis, III, 1, Roma 1725. pp. 238-54; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur. Bonn 1922, p. 235.
GIOVANNI d'Alemagna. - Pittore di origine germanica; le uniche notizie che si hanno di lui riguardano la sua permanenza a Venezia, ove è citato la prima volta nel 1441, e a Padova dove soggiorna a partire dal 1447 e dove muore nel 1450 . La sua attività artistica si svolge unicamente in collaborazione con il muranese Antonio Vivarini, e di essa sono rimaste numerose opere: un polittico del 1441 già in S. Stefano a Venezia (Museo di Vienna); pure a Venezia le tre ancone della cappella di S. Tarasio a S. Zaccaria (1443-44), l'Incoronazione della Vergine a S. Pantaleone (1444) e la Madonna e Santi della Scuola della carità (1446, ora all'Accademia); a Padova un polittico del 1447 già in S. Francesco (ca-
stello di Konopiste in Boemia) e la decorazione della volta della Cappella Ovetari agli Eremitani (ora distrutta).
Nella mancanza di opere certe dovute al solo G. la determinazione del suo stile presenta un problema appassionante e tuttora aperto. L'ipotesi più attendibile è quella per cui, nelle opere di collaborazione, siano sue le parti in cui prevale uno spirito essenzialmente decorativo, di gusto alquanto arcaico, con forti accostamenti al gotico internazionale. In base a tale criterio è stato assegnato a G. un gruppo omogeneo di dipinti in un primo tempo considerati del solo Vivarini, e di cui fanno parte la ricca Adorazione dei Magi del Museo di Berlino, il Crocifisso con storie della Passione della Ca' d'oro a Venezia, una Crocifissione a Konopiste ed altre. La critica attuale tende invece a togliere a G. alcune opere, quali la Madonna della chiesa dei Filippini a Padova e quella del Museo Poldi Pezzoli a Milano, che in un primo tempo erano state assegnate in prevalenza a lui.
BibL.: G. Fogolari, Alemagna G.. in Thieme-Becker, I, pp. 164-66 (con bibl. precedente); A. Moschetti, Documenti sulla pittura padocana del sec. XV, in Nuovo archivio veneto, nuova serie, 20-32 (1908), p. 146; G. Lorenzetti, Un nuovo documento in G. d'A., in L'arte, 13 (1910), p. 282; G. Gebhardt, G. d'A., in Monatshefte für Kunstwissenschaft, 5 (1912), p. 395; L. Testi, Storia della pittura veneziana, II, Bergamo 1915. p. 301 sgg.; L. Plenisciq, Un polittico sconosciuto di Antonio Vivarini e di G. d'A., in Boll. d'arte del Ministero della p. i. (1921-22), p. 427; R. van Merle, The development of the italian schools of painting, XVII, L'Aia 1935, p. 3 sgg.; G. Fiocco, Le pitture venete del castello di Konopiste, in Arte veneta, 2 (1948). p. 18 .
Nolfo di Cerpegno
GIOVANNI d'Andrea. - Canonista italiano laico, n. verso il 1270 a Rifredo nel Mugello, m. a Bologna il 7 luglio 1348. Il padre Andrea e la madre Novella non erano legati in matrimonio. Già prima dell'età di dieci anni cominciò lo studio delle Decretali. Furono suoi maestri nel diritto romano Martino Sillimano e Riccardo Malombra, e nel diritto canonico Egidio e l'arcidiacono Guido da Baisio. Quest'ultimo lo addottorò, come egli dice, usando il dolo buono, in quanto gli avrebbe dichiarato che gli studi giuridici gli sarebbero piaciuti trascorsa l'infanzia (Novella in sextum, proemium). Insegnò a Bologna, dove interpretò il Decreto (1303), poi a Padova (1307), quindi ancora a Bologna (1309), dove rimase fino alla fine della vita.
Il comune di Bologna gli conferì molti incarichi pubblici. Fu amico del Petrarca, del Calderini e di Ugo re di Cipro e di Gerusalemme.
Ancora vivente poté godere di una meritata fama. I suoi scritti erano ricercatissimi, e la sua notevole erudizione storica li rende, ancora oggi, per questa parte di notizie, assai preziosi. Sotto questo aspetto sono particolarmente notevoli le Additiones che egli fece allo Speculum di Durante e che terminò verso la fine della sua vita (1346); nelle quali con abbondanti informazioni dirette di manoscritti e ragionata critica storica, addita le fonti di letteratura giuridica per lo più italiana, da cui il procedurista francese attinse largamente, e talora letteralmente.
Da quanto tuttavia indica Baldo degli Ubaldi nelle sue successive Additiones allo Speculum (l. 40, tit. de concessione praebendae), neppure G. d'A. poté sottrarsi al vezzo dell'epoca di appropriarsi talora degli scritti altrui, specie di quelli di Oldrado; e Baldo afferma in quel luogo, con particolare riferimento agli scritti di Oldrado, "insignis fur aliorum laborum Ioh. Andreae fuerit».
Tuttavia le notizie storiche che G. d'A. offre sono frutto originale della sua spiccata tendenza critica che ne fa il padre della letteratura storica canonistica e civilistica. Ma anche la sua particolare versatilità nell'interpretazione giuridica ne rese preziosissimi gli scritti. Egli fu detto dai contemporanei fons et tnba iuris.
## Page 318
Con G. d'A. si chiude il cosiddetto periodo classico del diritto canonico. Egli si può considerare altresi il riassuntore del pensiero giuridico canonistico precedente, per l'ampio riferimento che egli fa delle migliori dottrine altrui e il tentativo spesso riuscito di un quadro generale della scienza giuridica canonistica, per le varie materie, fino ai suoi tempi. Dove esprime la propria tesi, la rinforza con forte ingegno e grande solerzia.
La sua produzione si svolge soprattutto con commentari alle varie raccolte delle Decretali.
Il suo primo commentario lo compose al Liber Sextus di Bonifacio VIII, e fu opera giovanile la quale egli stesso corresse con aggiunte successive, e la redazione definitiva pare fosse compiuta avanti la morte di Bonifacio VIII (1303). Detto commentario passo come glossa ordinaria al Liber Sextus, preferendosi esso agli altri commentari scritti nel testo stesso.
Secondi, in ordine di tempo, i suoi Commentaria novella alle Decretali di Gregorio IX, compilati non prima del 1338: opera importante dove egli riferisce molte sentenze di dottori e propone con fine ingegno le proprie risoluzioni. Alle stesse Decretales gregoriane pose i suoi Casus breves. Indi scrisse una sua Lectura in librum sextum decretalium, opera che non terminò prima del 1339. Si deve a lui altresi la prima Glossa in Clementinas. Notevoli sono pure di lui le Quaestiones Mercuriales dove non sempre tuttavia è avvertibile vera originalità. Non mancano d'altra parte tra i suoi scritti opere dedicate ad argomenti particolari, come la sua Lectura super arboribus consanguinitatis et adfinitatis, che ebbe larga fortuna nel medioevo, e la Summa de spassalibus et matrimonio, rifacimento con aggiunte dell'opera di Giovanni di Cesena o di Anguissola.
Gli si ascrivono ancora Tractatus varii : De interdicto, De consuetudine (tiferito nei Commentaria novella) e un Tractatus de renuntiatione beneficiorum.
Bibs.: J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur der canonischen Rechts..., II, Stoccarda 1878, pp. 205-29; F. C. Savigny, Geschichte des römischen Rechts im Mittelalt., VI, 2r ed., Heidelberg 1890, pp. 98-125; F. Gillman, Zur Frage der Ablassungszeit der Novelle des Johannes Andrea, in Arch. für Kath. Kirchenrecht, 104 (1924), pp. 268-75. Antonio Rota
GIOVANNI dell'Annunciazione (Llanes-Campobanesi). - Teologo carmelitano scalzo, n. il 3 nov. 1633 in Oviedo (Asturia) e m. il 4 ag. 1701 in Salamanca. Fu professore e rettore del celebre Collegio Salmanticense, più volte definitore generale e preposito generale della Congregazione di Spagna (16941700).
E suo merito l'aver messo in forma più breve e più precisa il Cursus philosophicus Complutensis, che fu detto dal De Wulf un commentario enciclopedico del tomismo. Ha inoltre continuato il famoso Cursus Theologicus Salmanticensis, che il p. Antonio della Madre di Dio (m. nel 1637), aveva lasciato incompiuto dopo il IV volume. Altre sue opere sono: Promptuario del Carmen (Madrid 1698-99); Carta pastoral a los Religiosos Descalzos (ivi 1695); Carta pastoral para las monjas Carmelitas (ivi 1699).
Bibs.: Silverio di S. Teresa, Historia del Carm. Descalzo en España, XI, Burgos 1910, pp. 104-89; Humer, IV, col. 675; O. Merl, Theologia Salmanticensis, Ratisbona 1947 (storia della composizione del cursus). Ambrogio di Santa Teresa
GIOVANNI, patriarca di Antiochia. - M. nel 441-42. Educato fin da bambino nella religione cristiana, acquistò una grande conoscenza della teologia e della legislazione ecclesiastica. Buono per natura, era portato alla dolcezza ed alla moderazione. Nel 428-29 fu eletto vescovo di Antiochia e si trovò ben presto implicato nell'affare di Nestorio, del quale era amico personale, ricevendone amarezze e dispiaceri. Conosciuta la condanna dell'eretico, gli scrisse nel 430 una bella lettera, esortandolo alla sottomissione.
Nel 431 si recò ad Efeso per partecipare al Concilio che condannò Nestorio e proclamò la divina maternità di Maria. Ma vi giunse in ritardo e, conosciuta la condanna di Nestorio, prese un atteggiamento duro ed intransigente nei riguardi specialmente di s. Cirillo. Tenne allora un conciliabolo con i vescovi suoi parrigiani, nel quale Cirillo fu scomunicato; ma fu a sua volta scomunicato dal legittimo Concilio con 34 seguaci. La pace fu ristabilita soltanto nel 433 con il cosiddetto "editto di unione", a causa del quale però G. dovette affrontare le ire dei vescovi e del clero della sua giurisdizione, fautori intransigenti di Nestorio. Altri dispiaceri ebbe quando gli fu richiesto di sottoscrivere il Tomo di Proclo di Costantinopoli e condannare Teodoro di Mopsuestia; in questa occasione però seppe ben destreggiarsi e scongiurare pericolose complicazioni.
Birl.: Synodicon: PG 84, passim: Mansi, IV-V, passim; Tillemont, XIV, passim; Fliche-Martin-Frutze, IV, pp. 171-205. Agostino Amore
GIOVANNI, Apostolo, Evangelista, santo. Autore del IV Vangelo, di tre Epistole e dell'Apocalisse.
Sommario: I. Vita e apostolato. - II. Il Vangelo di G. III. Le tre Epistole di G. - IV. Archeologia. - V. Iconografia. VI. Arsi di G.
I. Vita e apostolato. - G. era figlio di Zebedeo (v.) e di Salome (Mc. 15, 40 con Mt. 27, 56 e 20, 20). Era di famiglia agiata, che lavorava "con mercenari" (Mc. 1,20), e Salome era una delle instrone che "seguivano Gesù recandogli aiuto" (Mt. 27,55) "con le loro risorse" (Lc. 8,2 sg.). Signora il suo luogo d'origine.
Con suo fratello maggiore Giacomo, fu chiamato da Gesù al suo seguito; ricevette il nome Boanerges (v.), nome che non fu di derisione o di celia, ma di onore, perché i fratelli erano "eminenti predicatori e teologi" (Teofilatto, In Mc., 3,17: PG 123,523). G. fu il discepolo prediletto di Gesù. Nonostante il suo zelo disordinato (Lc. 9,49. 54) e la sua ambizione (Mc. 10,35), non solo fu uno dei tre apostoli più intimi del Maestro, ma fu colui "che Gesù amava"; nella Cena, giacendo a destra di Gesù, si chinava (ávarzovùv) sul petto di Gesù (Io. 13, 23.25), potendo così interrogarlo in segreto. Mentre stava coraggiosamente a lato della Croce, Gesù gli affida la Madre (Io. 19,26 sg.). Corre con Pietro al Sepolcro ed è, con Pietro, onorato d'una speciale predizione (Io. 20, 2.22 sg.).
Si discute se G., in altre due occasioni, introduca se stesso nel racconto evangelico: a) nella prima vocazione degli Apostoli un anonimo compagno di Andrea abbandona il Battista per seguire Gesù (Io. 1, 35.40); b) nella storia della Passione un "altro discepolo noto al pontefice" accompagna Pietro, che lo introduce nell'atrio.
I Padri trattano raramente la prima questione; rispondono spesso affermativamente alla seconda. I moderni invece dichiarano per lo più G. compagno d'Andrea, ma non l'identificano con il compagno di Pietro noto al pontefice. La connessione G.-Andrea è affermata da alcuni ( $\tau \iota \epsilon \epsilon)$, secondo il Crisostomo (che la nega), Teofilatto, Eutimio (PG 59, 117; 123, 1179; 129, 1140) e la Catena (ed. J. A. Cramer, II, p. 194). In maggioranza tacciono: Origene, Epifanio, Cirillo Alessandro (PG 14, 180; 41, 916; 73, 217-20), e Agostino, Ruperto, Alberto Magno (PL 35, 1442; 169, 266). Altri dubitano: s. Tommaso, Maldonado. Gli odierni vedono qui G. per tre ragioni: vividezza del racconto, variante di Io. 1, 41 "Andrea trova per primo ( $\pi \rho \tilde{\omega} \tau o \varsigma$, non $\pi \rho \tilde{\omega} \tau o v$ ) suo fratello ", donde si conclude che il nuovo discepolo trovò anche egli suo fratello, cioè che G. condusse Giacomo; Giacomo nei catalogi degli Apostoli si presenta sempre avanti a Filippo, il che suppone che fu chiamato prima di Filippo (Io. 1, 43).
## Page 319
Che G. accompagnasse Pietro (In. 18, 16) fu ammesso dal Crisostomo, Cirillo Alessandrino, Girolamo (PG 59, 449; 74, 596; PL 22, 1090). A ragione dubita Agostino (PL 35, 1932) "fortasse ergo ipse hic est ", poiché in Att. 4, 13 G. appare ignoto al pontefice.
Secondo Atti e Gal. 2,9 (è posto tra "le colonne della Chiesa") G. aveva autorità preminente nella Chiesa nascentr.
La tradizione storicamente sicura, attesta cinque dati relativi a G.: fu il più giovane degli Apostoli; ebbe la prerogativa della verginità; più tardi dimorò a Efeso dove, finito l'esilio che soffri nell'isola di Patmos (Apoc. 1,19), sotto Traiano in estrema vecchiezza mori di morte naturale. Festa il 27 dic.
S. Girolamo (Adv. Ioviniammi, 1,26: PL 23, 247 [259]) attesta a Iohannem tunc [quando era con Gesù] fuisse puerum, manifestissime docent ecclesiasticae histeriae». La verginità di G. è affermata dal Prologo monarchiano (ed. H. Lietzmann, I, p. 13) "ut virgo virginem servaret" (vi si espone però la leggenda che G. fu sposo : Io. 2, 1-11), da Pistis Sophia, 41, 96 (ed. O. Schmidt, 1, 42. 148); e da Acta Ioannis, 113 (ed. R. A. Liptius, II, 1, 212). La dimora di G. a Efeso risulta de Ireneo (Adv. Huer., II, 22, 5 [33, 3]; III, 3.4 [3]: PG 7, 785, 855) e da Eusebio (Hist. eccl., III, 23, 4: PG 20, 255), che pone il suo ritiro a Efeso all'inizio della guerra giudaica (ca. 67 d. C.). Ireneo, nei passi citati, narra che G. napḑ̀ $\mu \varepsilon \iota \nu \varsigma$ aúroís [i presbiteri d'Asia] $\mu \varepsilon \varepsilon \chi \rho \alpha$ tūv Tyaiawō $\mu \dot{\rho} \dot{\omega} \omega \nu \nu$. Epifanio (Huer., 51, 12, 2: PG 41, 910): G. "scrisse il Vangelo dopo il $90^{\circ}$ anno di sua vita"; Agapio di Gerapoli ( $\mathrm{PO}_{7}$, 503) : "dopo la Passione del Signore visse 71 anni e mori l'anno $6^{\circ}$ di Traiano ". Della sua morte dice Tertulliano (De anima, 50: PL 2, 780): "Obiit Ioannes, quem in adventum Domini remansurum frustra fuerat spes"; similmente Ilario (De Trinitate, X, 37: PL 10, 372). Porfirio irrideva Cristo perché la sua predizione di $M t .20,23$ non si era compiuta in G., poiché "sappiamo che G. è morto senza martirio" (A. Harnack, Sitzungsberichte Abad. d. Wiss., Berlino 1921, pp. 269, 272, 835).