volume-06

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 il dominio sovietico - Polonia, Lituania, Romania, Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria, Albania - e anche nella Jugoslavia, tutta la stampa che esiste è governativa, come è proprio dei regimi totalitari; in tali paesi, naturalmente, non c'è più traccia di stampa cattolica, né quotidiana, né di altra periodicità. Nei paesi democratici si nota un'accentuazione della stampa verso le correnti politiche e sociali dette di "sinistra".

In Italia quasi tutti i giornali del periodo fascista hanno ripreso le pubblicazioni con lievi modificazioni del titolo, e, naturalmente, con mutato spirito. I quotidiani cattolici sono tra i pochissimi che non hanno avuto ragione di mutare i loro titoli

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non essendosi compromessi - o in misura minimacon il fascismo, e nessuno con quello della «repubblica sociale». Essi sono otto, oltre L'osservatore romano (direttore Giuseppe Dalla Torre) che continua a stamparsi nella città del Vaticano, e che durante la guerra pubblicò, per l'imparzialità della S. Sede, i bollettini delle due parti, sospendendone del tutto la pubblicazione dal 10 giugno 1940 (entrata dell'Italia in guerra) fino al 6 giugno del 1944 (entrata degli alleati in Roma). A Roma si pubblica Il quotidiano (direttore Federico Alessandrini), derivato dall'Avvenire che per decisione spontanea mutò titolo; a Bologna L'avvenire d'Italia (direttore Raimondo Manzini); a Milano L'Italia (direttore mons. Ernesto Pisoni); a Genova Il nuovo cittadino (direttore don Eugenio Badino); a Como L'ordine (direttore don Giuseppe Brusadelli); a Bergamo L'eco di Bergamo (direttore don Andrea Spada); a Trento Il popolo trentino (direttore Flaminio Piccoli); a Cagliari Il quotidiano sarda (direttore Mariano Pintus); diversamente da quanto avvenne con il Partito popolare italiano, al quale i quotidiani cattolici aderirono accettandone la disciplina, essi si sono mantenuti indipendenti dalla Democrazia cristiana pur fiancheggiandone l'opera; hanno invece accettato il loro collegamento con gli organi centrali dell'Azione Cattolica, pur conservando la propria autonomia redazionale e amministrativa; per il servizio da Roma (politico e religioso) hanno costituito un ufficio unico. La Democrazia cristiana ha i propri organi, redatti da giornalisti cattolici, i quali naturalmente accettano in tutto la disciplina del partito politico, mentre diffondono e difendono il pensiero cristiano.

In Francia la guerra ha prodotto anche più profondi sconvolgimenti e pochi sono i giornali che hanno mantenuto le loro testate; tra gli altri La Croix che ha ripresa la sua funzione di capofila del g. c., e L'Aube, divenuto organo del M. R. P. Altri quotidiani non espressamente cattolici sono molto seguiti tuttavia dai cattolici, come Le figaro, al quale collabora F. Mauriac.

In Germania numerosissimi sono i quotidiani che si stampano nelle due Repubbliche, ma solo uno cattolico: Das augsburger Tagesblatt (1948).

Nel Belgio ai quotidiani cattolici di prima della guerra si è aggiunto Le métropole di Anversa, piccolo giornale che ha avuto grande sviluppo.

Anche nell'Olanda si è aggiunto un nuovo giornale al Tijd e al Maasbode: il Volkskrant di Amsterdam.

Organismi internazionali. Organi di collegamento nel giornalismo sono le agenzie di informazioni per i giornali, le associazioni per i giornalisti. I cattolici non hanno trascurato questi due settori. Le agenzie di informazione cattoliche erano, prima della seconda guerra mondiale, 19 : le più importanti erano la N.C.W.C., il News service o la Fides; la prima, emanazione dell'episcopato cattolico degli Stati Uniti per "promuovere, sviluppare e assistere la stampa cattolica negli Stati Uniti ", va acquistando sempre maggiore influsso e distribuisce migliaia di pubblicazioni in tutto il mondo con milioni di copie di tiratura, notizie, servizi, articoli, fotografie ecc.; la Fides, emanazione della Congregazione di Propaganda Fide, dirama alla stampa cattolica bollettini in più lingue contenenti largo notiziario missionario; la Congregazione per la Chiesa orientale ha organizzato una propria agenzia, "Servizio informazioni Chiesa orientale" (SICO), che dirama appunto notizie riguardanti le cristianità orientali sia cattoliche sia dissidenti. Una organizzazione internazionale di informazioni per la stampa è il Centro informazioni «Pro Deo» (CIP), che ha collegamenti con varie parti del mondo e dirama notiziario cattolico e vario secondo propri criteri ideologici.

L'organizzazione cattolica internazionale dei giornalisti è triplice. Nel 1927 a Parigi, per impulso di Renato Delforge, direttore del Vers l'avenir di Namur, fu fondato il "Bureau international des journalistes catholiques ", ora divenuto "Fédération internationale ", come legame tra gli organismi nazionali similari per la difesa degli interessi comuni. Nel 1928, in occasione della mostra della stampa cattolica a Colonia, per iniziativa di Giulio Stocky, direttore di Die kölnische Volkszeitung, fu costituita la "Commission permanente des éditeurs et directeurs des journaux catholiques " per la cooperazione fra giornali e agenzie; nel 1930 a Bruxelles, in occasione del primo congresso mondiale della stampa cattolica, fu istituito il terzo organismo che collega gli altri due senza lederne l'autonomia e fu l'«Union internationale de la presse catholique», federazione che raggruppa enti e persone; lo statuto fu approvato a Roma nel 1936, dal secondo Congresso internazionale dei giornalisti cattolici. Questo Congresso ebbe particolare importanza perché si tenne durante l'Esposizione universale della stampa cattolica, indetta in Vaticano da Pio XI per ricordare il $73^{\circ}$ de L'osservatore romano; all'esposizione, e alle varie riunioni e congressi che vi si tennero, partecipò la stampa cattolica di tutto il mondo, salvo la Germania nazionalsocialista e la Russia sovietica. Fra gli organismi internazionali il più efficente e continuo fu il segretariato della "Commission permanente" diretto dell'olandese Enrico Hoeben che, attraverso Die katholische Wereldpost di Breda, esercitò largo influsso sulla stampa di tutti i paesi, specialmente nella lotta contro il nazionalsocialismo e il comunismo; durante l'occupazione tedesca dell'Olanda nel 1940 la centrale di Breda fu occupata dai Tedeschi e il dottor Hoeben fu internato per rappresaglia; mori in un campo di concentramento il 28 febbr. 1942. Dopo la guerra le relazioni fra tutti questi organismi sono state riprese nel terzo Congresso internazionale della stampa cattolica, tenuto a Roma ( 16 -19 febbr. 1950) in occasione dell'Anno Santo; vi hanno partecipato i giornalisti di 32 paesi; sono stati ricostituiti i tre organismi fondamentali e in più un segretariato permanente e una Unione delle Agenzie di stampa. Presidente dell'Unione internazionale della stampa cattolica è stato confermato il conte G. Dalla Torre. In quasi tutti i paesi esistono associazioni nazionali di giornalisti cattolici; in Italia, dopo vari tentativi che non ebbero seguito, nel 1940 fu eretta una "Pia Unione" (non potendosi durante il fascismo costituire associazioni professionali, salvo i sindacati unici) che operò attivamente fino al 1943, cioè fino alla morte del suo fondatore, Mario Luzzi. Nel 1950 è stata finalmente costituita l'Associazione fra i giornalisti cattolici italiani che aderisce all'Azione Cattolica attraverso il Movimento laureati. Scuole di giornalismo esistono in varie università cattoliche; Roma ne ha una fiorentissima: l'Università internazionale "Pro Deo".

## IV. Tecnica giornalistica e morale professionale. - Codice fondamentale della morale professionale del giornalista rimane quel passo dell'enciclica Rerum omnium (26 genn. 1923: AAS, 5 [1923], p. 49), con la quale Pio XI dichiarava s. Francesco di Sales patrono di «tutti quei cattolici i quali con la pubblicazione di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la dottrina cristiana». Dice quel passo, che dispensa da ogni commento: "Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino di venir meno alle verità, né, sotto colore di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, di maniera che i lettori si dilettino della verità; che se sia il caso di combattere gli avversari, sappiano, si, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprat-

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tutto mossi dalla carità ». Tali concetti, anche più ampiamente sviluppati dallo stesso Pontefice nel discorso ai giornalisti cattolici del 27 giugno 1929 e dal card. Gasparri nella lettera al conte Dalla Torre presidente dell'Associazione di scrittori e giornalisti cattolici «S. Francesco di Sales» (4 febbr. 1925), dicono in sintesi quanto sia considerata nobile dalla Chiesa la professione del giornalista cattolico, quasi una missione.

E certo il g. di oggi ha bisogno di essere richiamato ai fondamenti della morale cristiana mentre la libertà di stampa, concepita in una accezione sempre più larga, gli allenta i freni, che poche e scarse leggi gli pongono e che la rapidità stessa del suo ciclo produttivo giorno per giorno dà appena il tempo di osservare. La durata del ciclo della produzione di una edizione di giornale in quattro o sei pagine (com'è la maggior parte dei giornali in Italia, in Francia, e nei diversi paesi minori, mentre in America i giornali sono composti di vari fascicoli, ciascuno di numerose pagine) può variare dalle 4 alle 6 ore a seconda del tipo di giornale, della ricchezza di mezzi e del numero dei redattori dei quali dispone. Il g. d'oggi non sarebbe quello che è se non potesse disporre di vaste e rapide informazioni, delle quali non sempre è facile e spesso è impossibile controllare la veridicità, e di un complesso tecnico industriale giunto a un alto grado di perfezione e che perciò stesso tende a dominare sull'opera intellettuale del giornalista. Le agenzie di stampa, che sono la fonte principale di notizie, riversano ogni giorno, soprattutto ogni notte, nelle redazioni, una quantità enorme di notizie e di informazioni, di cui ogni giornale adopera all'incirca un terzo. Il notiziario fornito da queste agenzie deve essere dai redattori dei giornali elaborato insieme alle informazioni che ogni quotidiano riceve dai propri informatori e corrispondenti, quindi passato in tipografia dopo una svelta revisione dei capi servizio (interni, esteri, parlamentare, cronaca, religioso, sportivo, finanziario, ecc. a seconda dei giornali) e composto in righe di piombo; le pagine piane di composizione meccanica vengono nel giro di pochi minuti riprodotte stereoscopicamente in pagine semicilindriche monoblocco e collocate sui cilindri delle rotative; queste stampatrici rapidissime ed esatte sono capaci di far fuori ciascuna decine di migliaia di copie all'ora. E comprensibile che questo lavoro condensato in breve spazio di tempo e con l'assillo della concorrenza, non sia sempre controllato come deve, ed eseguito con le necessarie cautele. Tuttavia in ogni paese precise disposizioni di legge reprimono gli abusi della libertà di stampa e di informazione, che peraltro non può avere il suo primo controllo e il limite se non nella coscienza stessa del giornalista. - Vedi tav. XXXY.

Bibl.: Bibl. d. stampa catt., a cura di J. H. Krumbach-E. Roselius, Città del Vaticano 1937; Actes du deuxième Congrés international des journalistes catholiques, ivi 1937; La stampa catt. ital., a cura di A. Antoniazzi, Milano s. d. - Per il g. estero: F. Vetsel, Geschichte der hath. Presse Deutschlands, im 18. Jahrh. Diss., Heidelberg 1913; 30 Jahre Augustinusverein, in Augyburger Postzeitung, 17 giugno 1929; C. H. Payne, History of the Journalism in the U.S.A., Nuove York 1923; J. Morionval, Sur l'histoire de la presse catholique en France, Parigi-Colmar 1936; J. Georgesco, La presse piriadique en Roumanie, Orades 1936; C. Hoch, Les partis politiques en Tchernoborologie et leurs presse, Praga 1936; A. L. Francis, La stampa catt. inglese, in Uomini e giornali, a cura di S. Negro e A. Lazzarini, Firenze 1947, pp. 271-76; vedasi inoltre: La stampa catt. nel mondo, a cura dell'Istituto cattolico per la stampa, Milano 1939. - Per un'estesa bibl. ad g. in genere: F. Pastorello, Giornali e riviste, in Notizie introduttive e susidi bibliogr. (Problemi ed orieutamenti critici di lingua e di lett. it., 1), Milano 1948, pp. 313-411. Enrico Lucatello

GIOSAFAT: v. IOSAFHAT.
GIOSAFAT, santo. - Arcivescovo, martire, n. nel 1580 a Vladimir in Vollnia, m. il 12 nov. 1623 a Vitebsk.
S. G. (di nome di famiglia Giovanni Kuncewicz) nacque da una famiglia nobile "ortodossa", ma decaduta. Lavorò da commesso di un commerciante a Vilna, dove aderì alla unione ecclesiastica conclusasi allora a Brest. Nel 1604 prese l'abito monacale col nome di G. nel monastero basiliano della S.ma Trinità a Vilna, come primo novizio del primo monastero basiliano aperto dopo la unione. Nel 1609 fu ordinato sacerdote e divenne superiore dei nuovi monasteri a Byten, a Zyrovice e finalmente a Vilna.

Il 12 nov. 1917 il metropolita unito Veljamin Rutskij, suo connovizio, lo consacrò vescovo di Vitebsk e lo destinò coadiutore di Gedeone Brolnichi, arcivescovo di Polock, al quale succedette l'anno seguente. Si dedicò alla riforma del clero e alla istruzione del popolo con al grande successo, che eccitò l'odio dei dissidenti guidati dall'arcivescovo scismatico Melezio Smotryckij. Durante una visita pastorale a Vitebsk la folla, aizzata dai demagoghi scismatici, assalì l'arcivescovo G. nel suo palazzo e lo uccise a colpi di randello e di ascia.

La sua salma oltraggiata fu gettata nel fiume Dvina. Ritrovata, venne seppellita nella cattedrale di Polock. G. fu beatificato il 16 maggio 1643 e canonizzato il 29 giugno 1867 , proprio mentre inferiva in Russia la persecuzione contro i cattolici di rito orientale. Il suo corpo a causa delle guerre fu trasferito prima a Biala (Polonia) e poi a Vienna nella chiesa di S. Barbara degli uniti. Il martirio e il culto di s. G. contribuirono molto alla diffusione e consolidazione dell'unione ecclesiastica di Brest. La sua festa si celebra il 12 nov.

BibL.: A. Guépin, Un apôtre de l'union des églises au XVIIe siècle. St. Josaphat et l'église gréco-slave en Pologne et en Russie, 2 voll., Parigi 1897-98; J. Urban, Sto. Yosafat Kuncewicz, Cracovia 1921; G. Hofmann, Der hl. Tosaphat. Quellenschriften in Auswahl, in Orient. Christiana. 1 (1923), pp. 297-320; 3 (19241925), pp. 173-239. Giuseppe Olir

GIOSIA: v. IOSIA.
GIOSUE. - I. Il personaggio. - Figlio di Nun, della tribù di Ephraim (Num. 13, 9.17; I Par. 7, 22-27), successore di Mosè, come capo teocratico (cf. «l'uomo in cui c'è spirito», Num. 27, 18) del popolo d'Israele nel periodo della conquista del paese di Canaan e dello stanziamento delle varie tribù nelle loro sedi.

Il nome ebr. è 'fēhōtüa', 'fēhōtua', anteriormente nella forma Hōtüa' (cf. Num. 13, 8 con 13, 16), abbreviato in Jētüa' (Neb. 8, 17), onde il nome di "Gesù ", dal senso probabile di "Jahweh (è) salvezza", cf. Ios. 1, 9.

Già durante la traversata del deserto era stato scelto come suo "ministro" (Ex. 24, 13) da Mosè, che si servì di lui per incarichi di particolare fiducia, come la guerra contro gli Amaleciti, mentre Mosè pregava sul monte (Ex. 17, 9-13), e l'esplorazione di Canaan (Num. 13); lo condusse con sé sul Sinai quando ricevette le Tavole della Legge (Ex. 24, 13) e lo ebbe sempre affezionato (Num. 11, 29; 14, 6 sgg.). Già da tempo G. era stato designato a raccogliere la successione di Mosè e iniziato con una specie di rito d'investitura (Num. 27, 18-23) alla sua carica; Mosè morente ripeté la designazione, insistendo sul particolare compito a lui demandato di guidare Israele alla conquista e spartizione di Canaan (Deut. 31, 3. 7. 23; cf. Ios. 1, 6-9, ove l'insistenza sull'esortazione o essere "forte, coraggioso" si riferisce alle funzioni militari, caratteristiche dell'attività di G.).

La cronologia della conquista di Canaan dipende dal sistema che si sceglie per fissare l'esodo (v.) : se si ammette che il foranne dell'esodo è Merneptah della XIX dinastia (fine del sec. xili a. C.), si giungerebbe per G. al periodo immediatamente successivo alla morte di Ramesses III

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(1167), in cui l'Egitto andò sempre più perdendo forza in Palestina, ove si affermavano sovranità locali (cf. 13, 2-3).
II. Il Libro di G. - La storia di G. è connessa intimamente con quella della conquista, un periodo di forse 30 anni, oggetto del libro che porta il suo nome, e si trova al sesto posto nel Vecchio Teatamento, dopo il Pentateuco, di cui è per la parte narrativa la continuazione: relazione ora viva e minuziosa, ora schematica ed essenziale di quella epica impresa.

Il libro si divide in due parti ugualmente estese: occupazione (capp. 1-12) e spartizione di Canaan (capp. 1324). Nella prima parte sono narrati i preparativi (capp. 1-5), quindi la conquista: Gerico (cap. 6), Hai (capp. 7-8) e il rimanente territorio meridionale (capp. 910) e settentrionale (cap. II). L'esposto termina con una lista riassuntiva dei re vinti (cap. 12). La seconda parte narra la distribuzione del territorio alle tribù, cominciando da quelle oltre Giordano (cap. 13), passando poi a Occidente: Giuda (cap. 14), Ephraim (capp. 1516), Manasse (cap. 17), Beniamin (cap. 18) con le sei rimanenti (cap. 19), venendo poi a fissare la città «di rifugio» (cap. 20) e quelle levitiche (cap. 21). Finite queste operazioni, le tribù dell'Oltregiordano sono rinviate alle loro sedi (cap. 22). Il libro termina con la relazione di due discorsi di G. e il racconto della sua morte e sepoltura (capp. 23-24).
L'esplorazione archeologica, specialmente nella regione di Gerico, e documenti di el-'Amârnah hanno illuminato quest'epoca nel suo significato generale: così, p. ex., è assodata per quel periodo una penetrazione in Palestina dall'esterno e a mano armata. Gli scavi praticati a Gerico nel 1907-1909 da una società tedesca sotto la direzione del Sellin, poi nel 1929-31 dall'inglese Garstang hanno rivelato una stretta cinta di mura, abbattuta violentemente, in epoca che si può fissare ai secc. xv-xiII a. C.; molti la identificano con le mura cadute al tempo di G. Altri scavi fin dal 1902 furono operati con frutto a Hai (v.), Gezer, Bethel, Lachis. Nessuno studioso può più dubitare dell'esistenza storica di un condottiero che guidò verso quell'epoca una grande penetrazione in Canaan, dal deserto a sud-est.

La conquista in Jos. è descritta solo in episodi salienti, non sempre in ordine cronologico. Ma la ricostruzione generale dei fatti non è difficile: G., eliminando la fortezza di Gerico, oltre che aprirsi il passaggio, si assicurò tutto il lato orientale lungo la linea del Mar Morto e del corso inferiore del Giordano; invase poi il centro del paese, donde gruppi singoli d'Israeliti cominciarono a dilagare a sud, raggiungendo la linea meridionale della Palestina, fino a Gaza, sul Mediterraneo (Jos. 10, 41) e a nord, estendendosi fino al Libano nei pressi di Cades (Jos. 11, 17). L'occupazione avveniva probabilmente in
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Giosuè - Assalto della città di Hai da parte di G. v Dio ne ordina a G. la distruzione. Mussico parietale della navata centrale di S. Maria Maggiore (sec. v) - Roma.

13, 30 con Iudc. 10, 3-5, ecc.); gli indizi in contraria, a cui si riferiscono antiche opinioni giudaiche e scarsissime tardive testimonianze cristiane, sono spiegabili diversamente (Jos. 24, 26 si riferisce al solo rinnovamento dell'alleanza; certe espressioni in prima persona plurale sono criticamente errate, come 5, 1, o sospette, o riportano a G. parti singole, ecc.); il limite cronologico in basso è l'età di David (cf. 15, 63 con II Sam. 5, 6-8, ecc.; inoltre 16, io con I Reg. 9, 16, dell'età di Salomone); l'autore è ignoto. Egli però, oltre che non molto lontano dai fatti narrati, attingeva da fonti contemporanee ai fatti stessi, o da buone tradizioni. Dei documenti il più notevole è il "Libro del Giusto» fäfär (altri leggono «libro d'Israele», fäfarī̄r; oppure «del canto», $\varepsilon \Gamma r$ ), forse una raccolta di celebrazioni epico-litiche dei grandi fatti ed eroi nazionali, da cui deriva, per esplicita testimonianza del testo stesso (10, 13), il noto passo poetico, contenente il comando di G. al sole e alla luna di "fermarsi» a Gabaon e nella valle di Aialon.

Il testo di $G$. mostra leggere differenze tra la forma ebraica e quella greca (Settanta): questa è alle volte migliore, ma ha qua e là ampliamenti, da considerarsi aggiunte tardive.

Biss.: Commenti moderni: W. Schanz, Vienna 1914: A. Schulz, Bonn 1924; M. Sales, Torino 1924; A. Fernández, Parigi 1938. Non cattolici: G. A. Cooke, Cambridge 1918; C. Steuernagel, Gottings 1923; M. Garstang, Londra 1931; M. Noth, Tubinga 1938. - Studi: M. Noth, Studice zu den hist.-geog. Dokum. des 7er. in Zeitschr. d. deutsch. Pulästina-Vereins, 58 (1935), pp. 185-255: A. Alt, Yassa: Rekonstruktion seiner Gesch., in Werd.

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Giosuè - I messi di Gabana ci presentano a G. e Battaglia per la liberazione di Gabaan (Ios. 10, 6-14). Miniatura del Retulo di Giosuè, cod. Vat. Palat. gr. 431 (copia del sec. x di un codice del sec. vi).
und Wes. des Alt. Test. (Beilb.fir Zeitschr. f. Altr. Wiss., 66), Berlino 1936, pp. 13-29; K. Möhlenbrink, Die Landnohmesagen des B. Zensa, in Zeitschr. altt. Wiss., 15 (1938), pp. 238-68; A. Alt, Erndignagen über die Landnohme der Isr. in Pal., in Pal. Zolvik., 35 (1939), pp. 8-63.

Giovanni Rinaldi
III. Iconografia. - Le gesta di G. vennero illustrate in alcuni musaici del ciclo del Vecchio Testamento in S. Maria Maggiore in Roma e nel «rotulo di G.», cod. Vat. palatino greco 431 .

Si tratta di un rotulo o volumen in pergamena, che, pur mancante dell'inizio e della fine, è lungo m. 11,50 , largo tra m. 0,64 e m. 0,87 . Esso comprende la storia di G. da Ios. 2, 15-16, a Ios. 10: contiene 23 illustrazioni, che hanno molta analogia con i musaici di S. Maria Maggiore, con leggende in greco in maiuscola corsiva. Esso è copia del sec. x d'un originale anteriore forse al sec. vi. G. è pure rappresentato in alcuni vetri dorati. La disposizione dei gruppi, il movimento dei guerrieri, le serie di figurine mitologiche, di naiadi, di ninfe, di divinità, ricordano quelle della Genesi di Vienna; e come in queste permane la tradizione classica.

Bim.: Per i musaici di S. Maria Maggiore: Wilpert, Mosaiken, tav. 22 sgg. Per il rotulo: P. Franchi de' Cavalieri, Il rotulo di G., cod. Vat. palatino greco 431, riprodotto in Istotipia e fotocromografia a cura della Biblioteca Vaticana, Milano 1905. Per i vetri: R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1876, tav. 173.

Enrico Ioni
Artisti di tutti i tempi e paesi si sono ispirati ai racconti meravigliosi del libro di $G$.: da ricordare il rilievo del Ghiberti nella Porta detta del Paradiso nel battistere di Firenze, l'affresco di Benozzo Gozzoli nel camposanto di Pisa (La presa di Gerico), alcuni affreschi nelle Logge di Raffaello, un bozzetto del Tiepolo a Milano (Museo Poldi Pezzoli, Il miracolo del sole) e, per l'Ottocento, alcuni disegni di pittori romantici tedeschi nonché un quadro del Segantini (Raab nasconde gli esploratori sul tetto della sua casa). Dall'altro lato alcuni episodi del libro si prestarono anche al concetto tipologico del medioevo: nella fonte battesimale di Hildesheim (prima metà del sec. xiri) il Passaggio del Giordano prefigura il Battesimo di Gesù; nell'antependio di Klosterneuburg (1181) e nel reliquiario di Tongres G. e Coleb che portano la vite miracolosa simboleggiano la Crocifissione e propriamente Gesì portacroce. - Vedi tav. XXXVI.

Bim.: W. Neuss, Die hatalanische Bibelillustration um die Wende des ersten Zohrtansends und die altspanische Buchmalerei, Berlino-Lipsia 1922, p. 50 sg.; Th. Ehrenstein, Das Alte Testament im Bilde, Vienna 1923, cap. 20; K. Künstler, Ikonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 30, 301; K. Watzmann, The Joshua roll. A work of the macedonian renaissance, Princeton-Londra 1949; W. Mayer-Schapiro, The place of the Joshua roll in byzantine history, in Gazette des beaux arts, 35 (1949), pp. 161-76.

Kurt Rathe

GIOSUÈ. - Sommo sacerdote ai tempi di Zorobabel. Nato probabilmente in esilio (Iosedec, suo padre, fu deportato in Babilonia nel 587 : I Par. 6, 15 [ebr. 5, 41]), è al secondo posto dopo Zorobabel tra i 12 (Neh. 7, 7) capì della prima carovana (a. 537) di rimpatriati (Esd. 1, 2). Dopo alcuni mesi, risollevò l'altare, ristabilì il sacrificio quotidiano e le varie solennità (Esd. 3, 2-6).

Con Zorobabel preparò la mano d'opera e i materiali per la ricostruzione del Tempio, cui diede inizio, tra grandi manifestazioni di fede, nel maggio 536 (Esd. 3, 7-13). Rigettò, per la purezza del jahwismo, la collaboborazione dei Samaritani (Esd. 4, 1-3). Ripresa per incitamento di Aggeo e Zaccaria la ricostruzione forzatamente sospesa (a. 520), G. consacrò solennemente il nuovo Tempio nel 516 (Esd. 5, 1 sg.; 6, 14-17). G. con Zorobabel era stato di tutto animatore (Agg. 1, 1-12. 14; Zach. 1-8). Il suo zelo è lodato da Ecoli. 49, 14.

Bim.: D. Buzy, Les symboles de l'Ancien Testament, Parigi 1923, pp. 354-76; A. Alt, Die Rolle Samarius bei der Entstehung des Zodentums, in Festschrift O. Prochsch, Lipsia 1934, pp. 5-18; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 106-12, 115-18.

Francesco Spadafora
GIOTTESCHI. - Con questo termine si designavano fino al principio di questo secolo più o meno tutti i pittori fiorentini del Trecento. Oggi, con il progresso degli studi, il termine è ormai ristretto ai collaboratori e seguaci di Giotto operosi tra la fine del sec. xiri e la metà del xiv.

Fra i pittori della generazione più anziana, che innestano il giottismo su esperienze arcaizzanti, detti talvolta "paragiotteschi», a parte il quasi mitico Buffalmacco, si distingue per freschezza il Maestro della S. Cecilia (dalla tavola eponima agli Uffizi), che collaborò al ciclo di Assisi, eseguendo le ultime tre storie e, su disegno di Giotto, la prima. A lui inferiore è Pacino di Buonaguda, dallo stile meticoloso e miniaturistico.

Dal Maestro della S. Cecilia dipende in parte il finissimo Maestro di Figline, autore, fra l'altro, della Assunta in S. Croce, spesso attribuita a Giotto. Nella chiesa inferiore di Assisi operano, nel primo decennio del Trecento, il Maestro delle Vele, le cui mediocri allegorie francescane usurparono a lungo il nome di Giotto, ed altri anonimi, fra i quali eccelle il supposto Stefano, autore delle Storie di s. Stanislao, già tutte impregnate di colorismo senese. Da Stefano discendono da un lato il grande Maso di Banco, dall'altro il probabile Giottino (figlio di Stefano), l'autore cioè della stupenda Pietà di S. Remigio agli Uffizi e forse di un'Assunta (distrutta nell'ultima guerra) nel camposanto di Pisa e di affreschi

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(Int. Gub. Ist. suc.)
GiotTeschl - Noli me tangere. Maestro della cappella della Maddalena - Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco.
a Chiaravalle milanese (donde discenderebbe, nella seconda metà del secolo, Giovanni da Milano). Nella stessa chiesa inferiore di Assisi il g. più fedele, ma non ignobile, è il Maestro della cappella della Maddalena. Fra i pittori noti per nome rientrano nella schiera dei g. Jacopo del Casentino e Bernardo Daddi (v.), benché arcaizzante il primo e fortemente influenzato da Siena il secondo, e, per documentato discepolato presso il maestro e onesta fedeltà di seguace, Taddeo Gaddi (v.), Vedi tav. XXXVII.

BibL.: Venturi, V. 453 sgg.; P. Toesca, La pittura fiorentina del Trecento, Bologna 1929, v. indice; M. Salmi, R. Offiner, Studies of Florentine Painting (recensione), in Rivista d'arte, $2^{\circ}$ serie, 1 (1929), p.133; R. Offiner, Corpus of Florentine Painting, 5 voll., Nuova York 1531 (l'opera continua), v. indice; A. Parronchi, Il Maestro della S. Cecilia, in Rivista d'arte, $2^{\circ}$ serie, 2 (1939), pp. 193-228; R. Longhi, Fatti di Masolino e Masaccio, in Critica d'arte, 5 (1940), p. 180; G. Sinibaldi-L. Brunetti, Pittura toscana del Duecento e Trecento, Firenze 1943; A. Graziani, Affreschi del Maestro di Figline, in Proporzioni, 1 (1943), pp. 65-79; L. Coletti, I primitivi, II, Novara 1946; R. Longhi, Giudizio sul Duecento, in Proporzioni. 2 (1948), p. 50; L. Coletti, Gli affreschi della basilica di Assisi, Bergamo 1949.

Roberto Salvini
GIOTTINO: v. GIOTTESCHI.
GIOTTO di BONDONE. - Pittore e architetto, n. a Colle di Vespignano in Mugello, con ogni probabilità nel 1267, m. a Firenze nel 1337.

Artista tra i più grandi d'ogni tempo, generalmente considerato il fondatore del linguaggio figurativo italiano, allo stesso titolo per cui è riconosciuta a Dante "la gloria della lingua».

Discepolo, secondo un'antica e, nonostante i dubbi di alcuni moderni, ancor valida tradizione, di Cimabue, dal quale apprese per esaltarla l'aspra forza del chiaroscuro e, per farne argine ai pos-
senti volumi, la mordente efficacia della linea di contorno, guardò anche alla pittura romana del tardo Duecento (al grande Maestro di Isacco piuttosto che al Cavallini, sul quale invece influì), alla scultura pisana del tardo Duecento e specialmente ad Arnolfo e, di là da questa, alla scultura romanica e forse anche all'antica.

Gli inizi di G. sono da vedere, nell'ultimo decennio del sec. xili, in alcuni degli affreschi tuttora conservati nella zona superiore della chiesa alta di Assisi : non però nelle due storie di Isacco, bellissime ma spiranti, nell'accordo perfettamente ritmico tra spazio e volumi, un'aura di arcano distacco, che è estraneo allo spirito drammatico di G., bensi in alcuni passi delle ormai frammentarissime Storie del due Testamenti, e specialmente nel Piante sul Cristo, dove la composizione su direttrici convergenti verso il gruppo serrato del primo piano, il taglio traverso della roccia, il volo bloccato degli angeli, certi incroci di sguardi e una sobrietà eloquente di gesti propongono in forma aurorale, ma già intensa di misuratissimo pathos, i motivi del Compianto di Padova.

Vicini a questi affreschi sono il documentato Crocifisso di S. Maria Novella e lo Modonno di S. Giorgio alla Costa a Firenze.

Probabilmente negli anni compresi fra il 1296 e il 1300, G. dipinge con larga collaborazione di aiuti i 28 affreschi della Leggenda di s. Francesco nella stessa basilica superiore di Assisi.

Non reggono alla critica gli argomenti recati da tutta una serie di studiosi tedeschi per negare a G. la paternità del ciclo. Di fronte alla ormai tradizionale iconografia francescana delle tavole dugentesche, G. dà una formulazione della leggenda profondamente nuova per lo spirito di semplificazione e di ordine che vi domina. Lontano da ogni compiacimento nell'episodio, l'artista ricerca per ogni fatto la formulazione pittorica più diretta ed essenziale, e la trova in una sintesi di ordine plastico che si concreta nella riduzione assoluta e coerente di ogni apparenza fenomenica ad architettura di volumi. Lo spazio stesso risulta intimamente connaturato alla sostanza plastica delle cose, in una visione molto diversa da quella basata sul rapporto armonico di contenente e di contenuto propria al Maestro d'Isacco e alla scuola romana, e che trova invece riscontro nella spatialità di Arnolfo. Anche nelle composizioni più complesse (Presepio di Greccio,
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(Int. Alinari)
Giotto di Bondone - Piante sul Cristo morto, affresco nella basilica superiore di S. Francesco - Assisi.

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MADONNA D'OGNISSANTI. Particolare - Firenze, Galleria degli Uffizi.

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Predica davanti ad Onorio III, Apparizione al Capitolo di Arles, Conferma della Regola), ove più scoperto è l'uso di elementari mezzi di prospettiva, e in quelle che hanno sfondi di paese (Predica agli uccelli, Miracolo della fonte, Dono del mantello), lo spazio sorge primamente da una scalatura di volumi, da un concasinato rapporto di masse. La ragione poetica di tali composizioni è appunto nella cosciente riduzione delle cose visibili al puro, elementare fatto plastica, e nell'isolamento, pertanto, in ogni occasione narrativa della nota dominante dell'emozione drammatica. Tanto più che una linea mordente argina i volumi e scatta e si tende proprio nel punto focale della tensione drammatica, proprio là dove nasce il gesto decisivo (Rinnuzia agli averi, Cavaliere di Celano, Pianto delle Clarisse). Così i volumi, visti dapprima in una loro elementare assolutezza, escono dal loro isolamento e si pongono in reciproco vivo rapporto: ne sorge quella dinamica compositiva giottesca per la quale i volumi si stringono in una serrata catena attraverso la mediazione del piano. E i vari tipi di composizione potrebbero enumerarsi come le tonalità d'una scala, dalla semplicità da bassorilievo antico delle scene composte con poche figure su un unico piano, in dolce ritmo, a quelle che accolgono in gruppi transversi o a semicerchio gran numero di astanti, mute e solenni, di una calma imponetrabile ma satura di contenuto drammatico, a quelle che spostano il fulcro dell'azione alla convergenza di più direttrici compositive, ora con moto grave da cerimonia, ora nella concitazione di un ritmo affrettato.

Anche il colore, vivace ed intenso, sottolinea con senso di contrasto le articolazioni, un po' discontinue, plastiche e compositive, e tutto suggerisce insomma il sentimento di un mondo di prima e inattesa rivelazione. L'attonita contemplazione del creato e lo stupore del miracolo sono cosi il nucleo della liricità della Leggenda di s. Francesco. E si può, discretamente, scorgervi una consonanza con la candida ma anche rubesta poesia dei Fioretti: ma tutto è ricreato in un tono più solenne e corale, ov'è già il presentimento, che diverrà legge a Padova, d'una suprema necessità degli eventi.

Nell'anno giubilare del 1300 G. eseguiva a musaico la Navicella nell'atrio del vecchio S. Pietro, poi tutta rifatta (ne rimangono due teste di angeli, l'una a Boville Ernica, l'antica Bauco, l'altra al Museo Petriano).

Il 25 marzo del 1305 (o, secondo altri, del 1306) G. compiva la decorazione pittorica della cappella dell'Arena, eretta per volontà di Enrico Scrovegni sul luogo dell'anfiteatro romano di Padova. Essa dovette iniziarsi, nonostante il diverso parere di alcuni critici, con le Storie della Vergine nella fascia più alta, caratterizzate da una estrema rarefazione spaziale, da un'astratta, quasi metafisica ambientazione. Il chiaroscuro più fuso, una nuova amistà dei colori, la tendenza dei volumi a distendersi sul piano fino all'argine di un ringrossato contorno, riassuntore di suggestioni plastiche e spaziali, generano una ricchezza di impasto, nel senso musicale del termine, che distingue la plasticità di Padova da quella di Assisi. Ne risulta una poesia limpidissima eppur pregna quant'altra mai, se non quella di Dante, di significato morale. Un lento giuoco di tensioni e di distensioni, quasi un pulsare delle forme, dà un tono di vita profonda e distaccata alle storie, che si svolgono in un'atmosfera d'erma solitudine e di solennità antica, solo temperata da un alito umano di pena. Sono composizioni concepite al modo di un fregio plastico, dove i volumi sono posti in rapporto tenace con un piano di fondo continuo, sia che questo assuma, come nelle scene dell'Esilio di Gioacchino, la corposa presenza di un costone di roccia, sia che invece (Natività della Vergine, Annunzio a s. Anna) sia elitticamente indicato dal vuoto continuo d'uno spazio retrostante al piano delle figure. Le prime Storie di Cristo, fino alla Fuga in Egitto, continuano con più serrato concatenamento la composizione a rilievo. Ma già nella Strage degli innocenti e nel Battesimo si delineano, pur nel predominio del ritmo orizzontale, nuove direttrici compositive transverse. Corrisponde a questo più movimentato comporre il gonfiarsi dell'onda drammatica. Non si ritrovano tuttavia quell'inatteso opporsi di masse, quel
ritmo spezzato, quegli iati improvvisi che denotavano ad Assisi il temperamento irruente di un artista ancor giovane. Domina qui uno spirito più pacato, che trova il suo metro pittorico in una più fusa continuità plastica. Nella Resurrezione di Lazzaro il convergere sul Cristo dei dorsi rupestri e del lungo scoscendimento della roccia sposta il punto focale verso uno dei margini, ingenerando una durevolissima e insoluta tensione. Culmina questo filone più drammatico dell'ispirazione di G., dopo altre scene ove un senso pregnante di presaga gravità dell'azione è affidato all'assoluta continuità plastica con cui il lento rotare dei volumi si identifica con lo spazio, nell'affresco del Compianto, vetta dominante dell'arte sua. La concezione compositiva delle più direttrici convergenti misteriosamente si allea alla visione dei volumi rotanti a creare la più assoluta identità di plastisismo e di spazio. E il concentrarsi affannoso di tutte le linee, riassunto dall'interminabile durata di quella discesa di roccia, è come bloccato dalla riduzione di tutte le apparenze del mondo sensibile a forme quadrate della più elementare ed assoluta plasticità : espressione altissima di dolore pietrificato in una assoluta fraternità cosmica.

Completano la decorazione della Cappella il Giudizio sulla parete d'ingresso (in gran parte di scolari), le Virtù e i Vizi nello zoccolo a gritaille e un Crecifisso su tavola.

Alcuni anni più tardi sono da collocare il Polittico di Badia nel Museo di S. Croce, solo in parte autografo e assai deperito, e la Madonna di Ognisanti agli Uffizi, composizione di un equilibrio supremo, ma teso e serrato.

Gli affreschi delle Cappelle Peruzzi (Storie di s. Giovanni Evangelista) e Bardi (Storie di s. Francesco) in S. Croce a Firenze, assai ridipinti nel secolo scorso, si distinguono dal ciclo di Padova per un comporre meno serrato, per un ritmo più disteso e per un "tempo" più largo. Nella Cappella Peruzzi, che probabilmente precede l'altra, è però un tono eroico, che trapassa in altissima calma nella Cappella Bardi (dopo il 1317), dove G. raggiunge il proprio culmine di classicità.
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Giotto di Bondone - Il miracolo dell'aziotolo, affresco nella basilica superiore di S. Francesco - Assisi.

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(fot. Gab. fot. nav.)
Giotro di Bondone - La morte del cuzuliere di Celano. Affresco nella Basilica superiore di S. Francesco - Assisi.

Oscura è l'ultima fase dell'attività di G., alla quale si può assegnare con ragione soltanto il S. Stefano del Museo Ilorne a Firenze e l'Evangeliata di Châalis, parti di uno stesso polittico insieme con altri pezzi eseguiti da scolari : opere di una plasticità talmente modulata e sostanziata di colore da far supporre un ulteriore svolgimento del suo stile anche oltre i risultati raggiunti nella Cappella Bardi. Molte tavole, alcune recanti il suo nome, gli si attribuiscono, ma sono tutte opere di bottega. Nel 1334 G., nominato architetto del Duomo e del comune, gettava le fondamenta del campanile e poteva condurne la costruzione fino a tutto il primo zoccolo, dando anche i disegni per la serie dei rilievi, eseguiti da Andrea Pisano e dalla sua cerchia. - Vedi tavv. XXXVIII-XXXIX.

BibL.; R. Salvini, G., Bibliografia, Roma 1938 (con la bibliografia regionata dal 1300 al 1937); G. Brandi, G., in Le arti, 1 (1938), p. 5 sgg.; R. Offner, G. - Non - G., in Burlington Mag., 74 (1939), p. 239 sgg.; P. Toesca, G., Torino 1941; T. Hetzer, G., Francoforte 1941; L. Coletti, I primitivi, I, Novara 1941, passim; G. Sinibaldi-L. Brunetti, Pittura italiana del Duecento e Trecento (catálogo della mostra giottosca 1937), Firenze 1943, v. indice; W. Braunfels, G.'s Campanile, in Das Münster, I (1948), p. 7 sgg.; R. Longhi, Giudizio sul Duecento, in Proporzioni, 2 (1948), p. 49; L. Coletti, Gli affreschi della basilica di Assisi, Bergamo 1949.

Roberto Salvini
GIOVANE ITALIA. - La fondazione della G. I., effettuata dal Mazzini nel luglio del 1831 a Marsiglia, fu determinata da una parte dalla sfiducia nei moti carbonari, di carattere piuttosto locale e privi in genere di una preparazione sufficientemente ideale, dall'altra dal desiderio di affermare l'esigenza dell'unità d'Italia, non più semplice espressione geografica, ma scopo programmatico da attuarsi sotto la forma di un governo repubblicano. L'Istruzione generale per gli affratellati alla G. I. rifiutava qualsiasi compromesso con lo status monarchico e con il frazionamento statale sussistente nella penisola. Affermando che la G. I. era «la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere, i quali convinti che l'Italia è chiamata ad essere nazione consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire l'Italia in nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana», il Mazzini, condannando esplicitamente la politica della restaurazione basata sulla conserva-
zione del particolarismo territoriale, costituì con la sua azione politica, ideale e concreta, un potente incentivo per l'attuazione del Risorgimento d'Italia.

Dal momento che questa associazione fondata dal Mazzini si proponeva scopi evidentemente sovvertitori dello stato di cose esistenti, la sua azione non poteva che essere illegale dal punto di vista del diritto positivo. Nella Istruzione lo stesso Mazzini lo afferma apertis verbis: la G. I. è «associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno (in cui attuerà l'unità, l'indipendenza e la sovranità del popolo nella penisola)»; e nella circolare dell'8 dic. 1831 afferma che il programma repubblicano non potrà attuarsi che contro i sovrani. L'affermazione dell'unità d'Italia, dalle Alpi al Mar Jonio, dalle bocche del Varo all'avest a Trieste all'est, non era solo segno di un idealista, ma faceva leva anche sul concetto di equilibrio europeo, saldissima base dell'azione politica dei gabinetti europei dal Settecento soprattutto in poi. Il tentativo di inserire positivamente l'unità e la nazionalità italiana nel processo della storia europea direttamente ed immediatamente falli, soprattutto a causa dei conati rivoluzionari ed insurrezionali, ma il Risorgimento d'Italia grandemente se ne avvantaggio, perché questi falliti tentativi costituirono uno stimolo ed un incentivo ad una politica più nazionale e meno grettamente particolaristica, politica che in ultima analisi portò il Piemonte ad essere il baluardo contro la dominazione straniera e diede al movimento nazionale ed indipendentista italiano soluzione monarchica ed unitaria. Insomma, l'azione della G. I. e del Mazzini, dalla spedizione di Savoia al sacrificio dei fratelli Bandiera ed ai moti di Milano del 1833, condiziona non solo la politica svolta da Carlo Alberto in favore dell'indipendenza, ma sta in un certo senso alla base di tutta l'attività diplomatica del Cavour, da Plombières alla spedizione dei Mille ed alla proclamazione del Regno. La G. I. come tale non ebbe si lunga durata: viva soprattutto dal 1830 al 1840 , quando il suo fondatore nel 1834 costituì anche la Giovane Europa, auspicante un continente repubblicano con una Giovane Svizzera, una Giovane Polonia, una Giovane Francia ed una Giovane Germania, con un periodico in francese ed in tedesco (La jeune Soire) ed uno in italiano (La G. I., di cui uscirono sei fascicoli dal marzo 1832 al 1834); la G. I. fu sciolta dallo stesso Mazzini nel 1848.

Come società segreta permeata di principi netta-
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(fot. Alinori)
Giotto di Bondone - Angelo. Particolare del mosaico della Navicella esistente nel vecchio S. Pietro, ora a Boville Ernica, chiesa di S. Pietro Ispano.

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Giovane Italia - Frontespizio del primo numero, Marsiglia 1832 - Roma, esemplare della Biblioteca di storia moderna e contemporanea.
mente anticlericali ed antipapali, la G. I. fu oggetto delle condanne giustamente comminate dalla Chiesa contro tutte le associazioni del genere, e eib non per ragioni politiche, ma per il contrasto di certi suoi principi e dei suoi metodi con i dettami del cristianesimo.

Birl.: D. Melegari, La G. I. e la Giacine Europa dal carteggio iuodito di G. Mezzini a Luigi Amedes Melegari, Milano 1906; M. Rosi, G. I., in Dizionario del Risorgimento nazionale, I, pp. 436-60 (con bibl.): M. Menghini, s. v., in Enc. Ital, XVII, pp. 276-77 (con bibl.).

Silvio Furlani
GIOVANNA, la Pazza, regina di Castiglia e d'Aragona. - N. nel 1479 a Toledo, m. il 12 apr. 1555 a Tordesillas. Figlia di Ferdinando il Cattolico, re d'Aragona, e di Isabella di Castiglia, sposò nel 1496 Filippo il Bello, figlio di Massimiliano I, imperatore di Germania, e di Maria di Borgogna.

Nacquero da questo matrimonio nel 1500 il futuro imperatore Carlo V e nel 1503 Ferdinando I d'Asburgo. Morta la madre, G. fu riconosciuta dalle Cortes nel 1505 regina di Castiglia, ma, avendo dato segni di infermità mentale, la reggenza fu affidata al padre. Tre anni dopo la morte del marito, avvenuta nel 1506 , G. si ritirò nel castello di Tordesillas, dove rimase fino alla morte.

Birl.: Per la bibl. cf. B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispanoamericana, $2^{2}$ ed., Madrid 1927 ed Apéndice, ivi 1946, v. indice; J. Prawdin, G. la Pazza, trad. it., Roma 1942.

Silvio Furlani
GIOVANNA, moglie di Chuza. - Moglie di un funzionario (énivponos) del tetrarca Erode Antipa (v.).

Fu guarita da Gesù e con altre pie donne lo seguiva e ne prendeva cura ( $\dot{\alpha} \lambda \alpha \sigma \sigma \nu \varepsilon \hat{\imath} \nu$ ) spendendo del suo, durante la predicazione in Galilea (Lc. 8, 3).
G. fu tra le donne che si recavano a imbalsamare il corpo di Gesù, il martino della Risurrezione (Lc. 24, 10). Nei due passi lucani G. è nominata accanto a Maria Maddalena. Forse s. Luca, che solo la nomina, ebbe da lei notizie sul ministero di Gesù. Festa il 24 maggio nel Mar. tirologio romano.

Antonino Romeo
GIOVANNA I di Angiò, regina di Napoli: v. angiò, dinastia di napoli.

GIOVANNA II di Angiò, regina di Napoli: v. angiò, dinastia di napoli.

GIOVANNA d'Albret, regina di NavarRa. - U1tima della dinastia d'Albret regnante sulla Navarra francese, G. n. a Pau il 7 genn. 1528 : il padre era Enrico d'Albret, la madre Margherita di Francia, sorella di Francesco I. Fu cercata in matrimonio da Carlo V per il figlio Filippo allo scopo di assorbire il piccolo Regno, ma vi fu il veto del re di Francia; fu sposata invece a Guglielmo duca di Clèves, ma il matrimonio non fu effettuato; nel 1548 sposò finalmente Antonio di Borbone, duca di Vendôme.

Nel 1555 successe al padre nel Regno di Navarra che difese contro le pretese francesi e spagnole. Verso il 1560 si palesò simpatizzante per le idee calviniste ed assunse presto alla corte di Francia la protezione ufficiale del movimento calvinista, intervenendo arditamente nelle lotte religiose. Dopo la battaglia di Jarnac, in cui era morto il principe di Condé, presentò solennemente all'adunata dei calvinisti in armi il giovane figlio suo Enrico offrendolo come loro sicuro capo. Nel Bćarn aveva interdetto la celebrazione della Messa e stabilito ufficialmente il calvinismo. Nel 1570, dopo il trattato di St-Germain, si riconcilis con la regina Caterina de' Medici rappresentante del cattolicesimo e trattò per il matrimonio dei figli Enrico di Navarra e Margherita di Valois. M. improvvisamente durante queste trattative il 9 giugno 1572.

Birl.: Lettres d'Antoine de B. et Jeanne d'A., ed. A. Lacroix di Vimeux Rochambcau, ivi 1875; A. de Ruble, Antoine de Bourbon et Jeanne d'A., a voll., Parigi 1881-86; Mémoires et poésies de Jeanne d'A., ed. A. de Ruble, ivi 1893; Lettres de Jeanne d'A. et Catherine de M., ed. G. Baguensuls de Puchesse, ivi 1920; B. Naborne, Jeanne d'A. reine des Huguenots, ivi 1945. Francesco Cognasso

GIOVANNA (Vanna) di Orvieto, beata. - N. a Carnaiola nel 1264, m. ad Orvieto il 23 luglio 1306.

Entrò nel monastero delle Domenicane di Orvieto, ricusando un onorevole matrimonio. Partecipava intimamente alle solennità liturgiche, favorita con visioni ed estasi, che cercò di celare il più possibile. Con la pazienza, durante una lunga malattia, sopportò ingiurie, ripagandole con il perdono e la preghiera. Ottenne grazie e guarigioni e, dotata di spirito profetico, predisse anche il tempo della sua morte. Numerosi miracoli illustrarono la morte della Beata e la traslazione delle sue reliquie, avvenuta il 18 nov. 1307. Il suo culto fu confermato da Benedetto XIV l'ri sett. 1754. Festa il 23 luglio.

Birl.: V. Marreddu. Leggenda latina della b. G., detta Vanna d'Orvieto... con traduzione e note, Orvieto 1823; M.-C. De Ganay, Les bienheureuxes dominicaines, $4^{4}$ ed., Parigi 1924. pp. 109-20; M. L. Fiumi, Le mistiche wabre, Firenze 1928. pp. 95-118. Abelo Badigonda

GIOVANNA, PAPESSA. - Esempio tipico di come nasce, si sviluppa e tramonta una leggenda.

Sommario: I. Fonti e contenuto. - II. Diffusione e sviluppo della leggenda. - III. Origine della leggenda. - IV. Tramonto della leggenda.
I. Fonti e contenuto. - Fino alla metà del sec. xili la leggenda della papessa G. è sconosciuta. Le varie notizie che si trovano in cronisti o scrittori anteriori a quell'epoca, furono interpolate successivamente. Nel manoscritto del Liber pontificalis, Vat. lat. 3762, del sec. xit, p. es., la notizia della

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papessa G., fol. 124', è un'aggiunta del sec. xiv (cf. Lib. Pont., II, p. xxvi; riproduzione fototipica dopo p. xxiv).

Le fonti della papessa G. incominciano con la metà del sec. xili e si possono dividere in due gruppi. A capo del primo gruppo vi è la Chronica universalis Mettensis, composta verso il 1250 e attribuita a Giovanni de Mailly, O.P. (ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores, XXIV, p. 514). Qui dopo Urbano II (m. nel 1099