volume-06

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ggiunta esclusivamente attraverso il colore. Sin dalle sue prime opere sicure G. si estolle dalla distinzione tra forma e colore; poiché per lui è il colore che dà forma alle cose. Perciò egli abbandonò presto, come ben dice il Vasari esagerando, "la maniera secca, cruda e stentata dei Bellini" e si mise a lavorare "senza far disegno, tenendo per fermo che il dipinger solo con i colori stessi, senz'altro studio di disegnare in carta, fosse il vero et miglior modo di fare ". Così G., dallo "sfumato " leonardesco passava alla pittura di tocco, conseguenza, a sua volta, della pittura tonale. Proprio all'ultima fase della evoluzione di G. deve pertanto riferirsi il passo del Vasari, che del resto coglie così nel vivo, circa la novità della pittura giorgionesca.

Naturalmente le premesse per questa pittura erano già nell'aria, a Venezia: sia con le creazioni del vecchio Giambellino, nelle quali v'è una dolce fusione cromatica, sia con gli esempi, abbastanza numerosi, di pitture fiamminghe. Il giovane castelfranchese subì inizialmente notevoli suggestioni dal goticismo nordico, e quell'ingorgarsi dei panneggi nella Giuditta di Lenigrado, nella Sacra Famiglia ex-Benson, nella Madonna di Castelfranco, che non ha riscontro nella pittura veneziana del tempo, n'è dimostrazione palese. Le stampe dello Schongauer, del Wohlgemut, dei Piccoli maestri; le opere del Dürer; gli Stregozzi di Gerolamo Bosch al Palazzo Ducale servirono certamente a lievitare il volo della fantasia di G. verso i regni d'un mondo sino allora misterioso (dell'Antonello risentì appena qualche influsso iconografico nell'inquadratura di alcuni ritratti; in realtà G. opera in antitesi al conchiuso rigorismo plastico del messinese, dipingendo per morbidi trapassi di luce). Accanto alle suddette suggestioni ebbe peso, nella formazione di G., l'ambiente degli studi classici, la frequenza con il mondo della cultura, il contatto con la musicalità e insomma con tutta quella fermentante vita dello spirito, come pervasa da un soffio d'arcana euforia, che caratterizzava la Venezia del primo decennio del Cinquecento: uno dei periodi più felici che la pittura abbia mai vissuto. Da questi presupposti nacque l'altissimo ethos di bellezza che pervade le creature di G.
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Giorgione. Giorgio da Castelfranco detto il - Frammento superstite dell'autoritratto in aspetto di David - Monaco, collez. Braunschweig.

Per raggiungere la perfetta fusione dei suoi colori, G. si valse di un procedimento pittorico a velature, che già era in uso, d'altronde, nella pittura veneziana, ma che egli sviluppò ulteriormente, conferendogli importanza capitale. L'esegesi dell'arte di G. non si esaurisce peraltro nella diagnostica della forma, ma richiede un abbandono spirituale ai suoi puri valori poetici, senza i quali la sua personalità pittorica, squisitamente misteriosa ed ineffabile, rimarrebbe lettera morta.
G. non è un mito, come da taluni s'è affermato. Oltre che nei citati documenti del tempo, G. è menzionato nei Diarii di Marin Sanudo, nei quali questi annotò la sua morte. Ma i documenti più "vivi" sulle opere di G. sono le lettere che Isabella d'Este scambiò, subito dopo la morte dell'artista, con il suo procuratore a Venezia, Taddeo Albano, per assicurarsi una Nocte del grande pittore prematuramente scomparso. Rispose l'Albano in data 7 nov. che delle "Notti" (cioè Adorazione dei pastori) dipinte da G. una era presso Taddeo Contarini, altra, di migliore fattura, presso Vittorio Beccaro; ma né l'uno né l'altro erano disposti a venderle "per pretio nessuno; però che le hanno fatte fare per volerle godere per loro»: esempio edificante dell'amore, che i committenti nutrivano per le opere del Maestro, la cui grandezza era riconosciuta pienamente già dai suoi contemporanei. - Vedi tav. XXXIV.

Bibl.: L. Venturi, G. e il giorgionismo, Milano 1912; id., s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 181-84 con bibliografia precedente; L. Justi, G., Berlino 1936; G. M. Richter, Giorgio da Castelfranco called G., Chicago 1937; G. Fisicos, G., Bergamo 1941; A. Morassi, G., Milano 1942; R. Pallucchini, La pittura veneziana del Cinquecento, Novara 1944, v. indice; V. Mariani, G., Roma 1945; R. Longhi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, v. indice.

Antonio Morassi
GIORNALE ARCADICO. - Periodico letterario pubblicato a Roma dal 1819 al 1856; fu l'organo ufficiale di un gruppo di letterati, tra cui G. Perticari e S. Betti, i quali, per il gusto della lingua aulica e dello stile solenne, per l'amore della tradizione classica e per l'avversione a ogni novità straniera, volevano opporre un antemurale all'invasione romantica.

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Il giornale si ispirò dunque decisamente a un classicismo letterario ben pronunciato; e fu l'espressione di una società che i tempi si avviavano a superare. Simile, nel suo contenuto, ai giornali letterari settecenteschi, il suo orientamento letterario apparve antimanzoniator; pur tuttavia, i suoi collaboratori svilupparono un programma che ebbe qualche benemerenza e per l'ammirazione che essi professarono per Dante, anticipando cosi di vari decenni il grande interesse che gli studi danteschi avrebbero suscitato verso la fine del secolo, e per la difesa che sostennero della lingua italiana.

BraL.: Saggio bibliografico dei quotidiani e periodici stampati a Roma nel sec. XIX, Mostra di Roma nell'800 a cura dell'Istituto di studi romani, Roma 1932; F. Fattorello, Giornali e riviste, in A. Momigliano, Notizie introduttive e passidi bibliografici ai problemi ed orientamenti critici di lingua e letteratura italiana, Milano 1948, pp. 336-37; v. inoltre S. La Colla, Periodici, in Enc. Ital., XXVI, p. 727. Costanza Pasquali

GIORNALE DANTESCO. - Rivista di studi letterari, critici, bibliografici sulla vita, le opere e i tempi di Dante, fondata dall'editore Leo S. Olschki nel 1893 in scontrazione de L'Alighieri, Rivista di cose dantesche, edito da lui e diretto da F. Pasqualigo (4 voll., Verona 1889-93). Morto il Pasqualigo e falliti i tentativi di fondere L'Alighieri con il Bullettino della Società dantesca italiana, di Firenze, l'Olschki iniziò nella stessa città la pubblicazione del G. d., diretto da G. L. Passerini, che durò fino al 1915 ( 23 voll.).

Sospeso temporaneamente nel 1916, ne fu ripresa la pubblicazione nel 1921, sotto la direzione di L. Pietrobono, a cui si unì poco dopo Guido Vitaletti; la rivista ebbe più tardi (1928) il sottotitolo di Annuario dantesco.

Intanto, fin dal 1917 il Passerini aveva iniziato per conto proprio la pubblicazione di un'altra sua rivista dantesca, che ebbe come titolo Il nuovo giornale dantesco, il quale poi nel 1921 prese il sottotitolo di Rassegna critica e bibliografica della letteratura dantesca.

BraL.: G. Boffito, Indici ventiduenuali delle riviste L'Alighieri e G. d. (1889-1910), Firenze 1916; L. Pietrobono, Indici del G. d. dal 1911 al 1917, ivi 1920. Costanza Pasquali

GIORNALE DEI LETTERATI. - E il primo periodico letterario italiano la cui pubblicazione comincia a Roma nel 1668 per iniziativa dell'abate Francesco Nazzari, professore di filosofia alla Sapienza. Viene stampato da Nicol'Angelo Tinassi.

Sul tipo del fournal des savants di Parigi, esso ha carattere soprattutto scientifico e manca assolutamente di notizie politiche. Le opere italiane e straniere sono riassunte e recensite da collaboratori specialisti; vi sono articoli d'astronomia, d'arte, di materie ecclesiastiche, di medicina e di scienze fisiche e meccaniche, con tavole e illustrazioni. Numerosi anche gli estratti di giornali italiani ed esteri. Il primo numero è del 28 genn. 1668 e l'ultimo del 30 dic. 1679. Il giornale usciva alla fine del mese generalmente in 16 pagine; ottenne grande successo e venne subito imitato in Italia: cosi l'abate Benedetto Bacchini pubblicava dal 1680 al 1690 a Parma un G. dei l. che continuava poi a Modena (1692-95).

Per gli anni del 1676 al 1679 abbiamo a Roma due G. dei l. poiché il Nazzari nel 1676 cambia tipografia: infatti in fondo al fascicolo, a cominciare dal n. 3 (1676), leggiamo: «In Roma, per il Mascardi n. Il suo collaboratore Giustino Ciampini, dopo avere formato una nuova socieca di dotti, dà vita ad un secondo G. dei l. che continua nell'identico modo, nella ripografia del Tinassi, fino al 1681 sotto la direzione del suo fondatore e poi, per altri due anni, sotto quella di Francesco Maria Vittori. Non usciva però regolarmente. Quanto al contenuto, questo giornale è molto simile a quello del Nazzari; però il materiale filosofico e letterario, specialmente straniero, è aumentato: per questo, forse, esso ha incontrato maggiormente il gusto del pubblico.

BraL.: L. Piscioni, La preistoria del giornalismo italiano, in Annuario 1916-27, 1927-28, del Liceo ginn. V. Alfieri, Torino 1928; F. Fattorello, Giornali e riviste, in Problemi ed orien-
tamenti critici di lingua e letter. ital. sotto la direc. di A. Momigliano, I, Milano 1948, pp. 314-16; O. Vercillo, Le prime stampe periodiche romane in L'Urbe, 13 (1950), pp. 8-12.

Oslavia Vercillo
GIORNALE DE' LETTERATI D'ITALIA. Fondato a Venezia nel 1710 da A. Zeno, F. Maffei, e A. Vallisnieri, fu il più cospicuo esempio del giornalismo erudito italiano del ' 700 . Vi collaborarono con G. B. Mengagni, l'astronomo G. Paloni, L. A. Muratori, E. Manfredi, tutti i più valenti scienziati ed eruditi dell'epoca.

Il giornale si proponeva di far conoscere quanto in ogni parte d'Italia si produceva nel campo degli studi, in archeologia, scienze mediche e naturali, matematica e meccanica, oltre che nelle letterature antiche e moderne, e anche di difendere il buon nome dei letterati italiani, che alcuni giornali stranieri dileggiavano. La diligenza, il senso della misura, l'obiettivita usata dagli scrittori acquistarono al G. vasto credito e in Italia e all'estero. Apostolo Zeno ne fu il direttore fino alla sua partenza per Vienna. Il giornale passò allora in altre mani e durò fino al 1740.

BraL.: F. Fattorello, A. Zeno e il G. de' L. d'l. e La puternita del G. de' L. d'l., in Rivista letteraria, 1 (1920); id.. Il giornalismo veneto nel '200, $2^{\circ}$ ed., Udine 1933, passim; R. Saccardo, La stampa periodica veneciana fino alla caduta della Repubblica, Padova 1942, passim; v. inoltre S. La Colla, Periodici, in Enc. Ital., XXVI, p. 736.

Costanza Pasquali
GIORNALE ECCLESIASTICO DI ROMA. IL. - Periodico religioso romano iniziato il 2 luglio 1785; stampato da Giovanni Zempel presso S. Lucia della Tinta, usciva il sabato in 4 pagine. Aveva un indice annuale.

Il G. E. si proponeva un carattere universale, esaminando quanto si riferiva alla Chiesa e alla storia ecclesiastica, con notizie ed esposizioni critiche di tutti i libri editi in Italia e all'estero. Uno stesso argomento era continuato anche per più numeri.

Il 17 febbr. 1798 il G. E. venne sospeso per gli eventi politici; risorse per un anno ancora nel 1825 . Il fronte. spizio, con figurazioni simboliche, recava la dicitura: «Roma presso Vincenzo Poggioli». Aveva paginazione continuata, indici e bollettini bibliografici; nell'ultimo periodo si presentò un po' diversa da prima. Il suo programma, già manifestato nella prefazione, era diretto contro lo spirito antireligioso del Voltaire e del Rousseau, contro il giansenismo e le altre sètte eretiche. Ebbero il primo posto le notizie da Roma, seguite da quelle italiane ed estere.

Del G. E. era direttore il p. Gioacchino Ventura, procuratore generale dei Teatini.

Il Supplemento al G. E. di R. completa il G. E. accompagnandolo dal 1789 al 1798.

BraL.: O. Vercillo, Periodici romani dal'700 al 1814, in L'Urbe, 12 (1649), pp. 19-28, cf. p. 22. Oslavia Vercillo
GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA. - Fondato a Torino nel 1883 da A. Graf, R. Renier, F. Novati che lo diressero per vari anni; pubblicato dalla casa editrice E. Loescher alla quale successe, nel 1918, la casa editrice E. Chiantore.

Sotto con l'intento di seguire tutta la produzione letteraria e storico-filologica solo italiana, tenendo sempre conto di quella estera, fu l'organo massimo del cosiddetto metodo storico. Fin dall'inizio divenne, ed è tuttora, fra le migliori, se non la prima, delle riviste letterarie italiane: immenso archivio di monografie, di documenti, di note e di informazioni e monumento insigne della moderna critica erudita.

Attualmente è diretto da C. Calcaterra, F. Neri, V. Pernicone, G. Vidossi; con i vari indici e supplementi è giunto al vol. CXXVII. La pubblicazione dei fascicoli è trimestrale.

BraL.: V. Cian, Il G. s. della l.i., in Nuova antologia, 69 (1916, v), p. 389 sgg.; B. Croce, Libri di critica e di storia della critica le. teraria, in Conservazioni critiche, $2^{\circ}$ serie, Bari 1918; C. Verese, Il primo venticinquesimo del G. s. della l. i., in Annali della

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Scuola Normale Super. di Pisa, $2^{2}$ serie, I (1932), pp. 309-23: C. Dionisotti, Indice sistematico dei primi cento volumi del G.I. della l. i., Torino 1948; F. Fattorello, Giornali e riviste, in A. Monigliano, Notizie introduttive e suzidi bibliografici, Milano 1948, pp. 255-57, 408.

GIORNALISMO CATTOLICO. - E il g. fondato sui principi cristiani e ad essi improntato.

Sommario: I. Definizione. - II. Storia. - III. Il g. c. odierno. - IV. Tecnica giornalistica e morale professionale.
I. Definizione. - Il g. è uno dei tipici aspetti della società odierna; per quanto infatti se ne possano ritrovare lontane le origini, esso rimase in passato, per varie cause, proprie ed esterne, un aspetto episodico e particolare, fino alla fine del sec. xviri. Oggi invece esso può essere a buon diritto considerato un "servizio sociale» di informazione del singole e di formazione dell'opinione pubblica con la riproduzione e interpretazione, in forma di notizie e di articoli, della vita di ogni giorno simultaneamente agli avvenimenti. La sua importanza non è stata per niente diminuita dallo sviluppo di altri mezzi più moderni di informazione, come le radiotrazmissioni, né probabilmente lo sarà, almeno per lungo tempo, dalla televisione; tuttavia non bisogna neppure esagerare questaimportanza, specialmente dove la stampa è libera per legge e quindi
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(par cortesia del prof. E. Lucarello)
Giornalismo cattolico - Una lettera di d. Davide Albertario dal carcere di Finslborgo (io marzo 1899).
scopo degli altri, usano degli stessi mezzi tecnici, hanno le stesse relazioni con i lettori; così come i giornalisti cattolici sono professionisti né più né meno degli altri giornalisti. Il fatto che il g. c. sia prevalentemente al servizio di una idea, e quindi sia prevalentemente g. "ideologico", non lo distingue, se mai, che da un g. puramente "informativo", là dove questo esiste, ma lo accomuna per questo aspetto ad altre forme di g. pure "ideologico». Da tutte queste altre forme tuttavia si distingue per l'accentuata osservanza delle norme di una più rigorosa morale professionale e sociale, che non è generica, ma fondata sui principi cristiani e ad essi informata.

Sotto l'aspetto sociale il g. c. fa parte invece di quel complesso di pensiero e di opere dei cattolici militanti, che modernamente ha preso il nome di Azione cattolica; e ciò benché, storicamente e geograficamente, esso abbia talvolta preceduto e talvolta seguito il movimento organizzato di Azione cattolica, essendone sempre il principale ausiliario se non addirittura uno degli elementi determinanti; tanto che si vedrà come non vi sia g. c. proprio in quei paesi nei quali non vi è, per ragioni varie e diverse, Azione cattolica, e viceversa.
II. Storia. - Il g. moderno è nato insieme a quel moto di rinnovamento sociale che si determino all'inizio del sec. xix, e i cui caratteri, alquanto complessi, non sono stati ancora del tutto chiariti; e come quel moto, così anche il g. fu ritenuto e chiamato "figlio della Rivoluzione" e come tale esaltato e paventato. Se oggi i cimeli giornalistici di un secolo e mezzo fa muovono un sorriso di compatimento, non tale era l'opinione dei lettori del tempo; sui quali faceva già grande impressione il solo fatto che si avessero notizie relativamente pronte anche da paesi lontani, e commenti e interpretazioni che apparivano di una suprema audacia. Gli articoli impressionavano ancora più delle notizie e particolarmente gli articoli detti «di fondo » che davano e dànno il parere del giornale e dell'ambiente da cui emana, su argomenti di carattere politico. Articoli simili cominciarono ad essere pubblicati sui giornali inglesi fin dal 1704, ma sul continente assai più tardi; le gazzette francesi e tedesche

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ne cominciarono la pubblicazione durante la Rivoluzione Francese; quelle italiane nel periodo immediatamente precedente al 1848 e ciò nonostante che in Italia la data di nascita del giornale in forma che assomiglia a quella odierna possa fissarsi alla metà del sec. xvir, mentre negli altri paesi è posteriore. Ma si trattava di giornali di carattere prevalentemente letterario, sia perché di altro genere non sarebbero stati consentiti dai governi, sia perché in realtà prima che si destasse (o ridestasse) la coscienza democratica nel popolo, d'altri argomenti non si andava in cerca. Poi i fogli divennero politici a carattere rivoluzionario; ridotti al silenzio sotto l'Impero napoleonico, alla caduta di Napoleone si ebbe bensi una fioritura di periodici a carattere cattolico, ma le leggi restrittive dei governi della restaurazione li obbligarono a mantenersi nel campo puramente morale e religioso, scientifico e letterario. A mano a mano, però, che il tempo passava, anche la pressione della stampa sui governi cresceva mirando alla libertà e questo moto, per quanto riguarda la stampa cattolica, si manifestò specialmente in Italia e Francia.

In Italia il primo periodico plurisettimanale (saciva tre volte per settimana) a carattere politico-morale si ebbe a Modena, dove le leggi restrittive della libertà di stampa erano più blande e fu La voce della verità, gazzetta dell'Italia centrale, diretta da Giovanni Galvani e pubblicata dal 5 luglio 1831 al 28 giugno 1841. Negli anni seguenti se ne pubblicarono altri dello stesso tipo; di loro basti dire che i collaboratori principali erano il principe di Canosa, il ball Samminiatelli, il conte Monaldo Leopardi; periodici i quali, pur essendo animati da buone intenzioni e del tutto alieni dall'offendere la religione, erano piuttosto preoccupati di difendere soprattutto i principi legittimisti. Negli altri Stati della penisola la stampa si riduceva tutta a qualche foglio ufficiale, compilato e stampato a cura dei rispettivi governi, con le comunicazioni ufficiali, qualche poco di notiziario estero tolto di solito dai fogli ufficiali degli altri Stati, e qualche articoletto; a pochi settimanali culturali, o artistici o di varietà; e a pochi periodici scientifici, religiosi o giuridici; e ciò sia nel Lombardo-Veneto, dove l'Austria vigilava attentamente ogni manifestazione di novità, sia negli altri Stati della penisola che si uniformavano al suo modo di agire, sia nello Stato pontificio e anche nel Regno sardo ove Carlo Alberto, attendendo la sua ora, lasciava il governo al Solaro della Margherita.

Fra il 1846 e il 1848 , come ripercussione delle mutate condizioni sociali e politiche in tutta Europa, fu concessa ovunque la libertà di stampa che, per la impreparazione degli scrittori del tempo, per la indeterminatezza delle norme che la governavano, e per la incertezza di coloro che dovevano applicarle, degenerò nella più sfrenata licenza. Nacquero decine e decine di periodici settimanali, molti dei quali a carattere sfrenatamente anticlericale, e nacquero i primi quotidiani, alcuni a carattere patriottico, altri a carattere socialistoide; contemporaneamente sorsero i quotidiani cattolici.

Il primo a pubblicarsi in Italia fu L'armonia della religione con la civiltà (1848-70), che usci a Torino il 14 luglio 1848 insieme con Il risorgimento del Cavour, con Il messaggero del Brofferio, con La gazzetta del popolo del Botero. Il giornale era promosso da un comitato che aveva a capo il marchese Birago di Vische e mons. Moreno, vescovo di Ivrea; la direzione fu affidata al teologo Guglielmo Audisio, che ebbe per collaboratore il giovanissimo teologo Giacomo Margotti. Negli stessi giorni nasceva a Modena un altro quotidiano a carattere cattolico, Il messaggero di Modena (1848-59), che teneva una linea conciliativa verso i governi del tempo; L'armonia invece divenne subito un giornale estremamente battagliero; composto, come tutti i giornali di allora, più di articoli che di notizie, combatté subito la prima grande battaglia e favore dei Gesuiti contro il ministro Gioberti; ne attaccò, immediatamente dopo, un'altra contro il gabinetto D'Azeglio, il cui guardasigilli, il Siccardi, aveva presentato le leggi eversive dei beni ecclesiastici; allora il Governo, il 7 sett. 1849, destitui su due piedi l'Audisio da rettore della basilica reale di Superga. L'Audisio senza attendere d'essere espulso uscl dal Regno sardo e riparò in

Toscana; il giornale passò alla direzione del Margotti che aveva allora appena 26 anni e che del resto ne accentuò il carattere battagliero. Nel 1857 fu questo giornale che, come reazione all'opera svolta dal Cavour per impedire l'elezione di deputati cattolici, propose che quelli eletti si dimettessero e iniziò la campagna per la celebre formola: «nò eletti, nó elettori, " poi avvalorata dal «non expedit». Il Cavour soppresse allora il giornale, che però riprese le pubblicazioni l'anno seguente. Nel 1863 il Margotti, perduto il marchese Birago e in dissenso con mano. Moreno, lasciò L'armonia e fondò L'unità cattolica (1863-1929).

Frattanto, di fronte alla battaglia anticlericale che la massoneria, allora ridestantesi, rinfocolava in tutta la penisola, il papa Pio IX aveva preso posizione anche in favore della stampa cattolica e nell'encicl. Inter multiplices (1853) l'aveva energicamente difesa. Per tutta la penisola sorsero allora numerosissimi settimanali e numerosi quotidiani cattolici battaglieri e audaci, ma poveri di mezzi e perciò di breve vita. Fra le rassegne si era affermata immediatamente La civiltà cattolica (Napoli 1850). Nacquero in quel tempo anche alcuni dei quotidiani che ebbero poi la maggiore risonanza, tra i quali L'osservatore romano (1861), divenuto poi, da giornale libero, l'organo della S. Sede.

Il periodo eroico della stampa cattolica in Italia può considerarsi appunto il quarantennio che va dal 1861, l'anno della proclamazione del Regno, alla fine del secolo. Sono in questo quarantennio la nascita della Giovanni cattolica e poi dell'Opera dei congressi e comitati cattolici, il Concilio Vaticano, Roma capitale d'Italia, le leggi di assestamento finanziario del nuovo Stato, la caduta della destra e il governo di Depretis e Crispi, i tentativi di conciliazione con la S. Sede alternati si più accesi episodi di anticlericalismo, la trasformazione del socialismo da movimento operaio rivoluzionario in partito politico, la guerra d'Africa, i moti di Milano, la reazione di Pelloux, infine l'uccisione del re Umberto e il passaggio dal governo della sinistra a quello liberale, fatti tutti che ebbero diversa, ma sempre profonda ripercussione sulle vicende della stampa cattolica. Infatti i cattolici, in questo periodo, astenendosi del tutto dalle elezioni, non avevano altro modo per influire sulla opinione pubblica che la loro stampa, da opporre a una politica e a una stampa vivacemente e spesso violentemente anticattoliche e anticlericali. E da aggiungere che nemmeno i cattolici di azione erano uniti fra loro in questa battaglia, in quanto alcuni si mantenevano intransigenti verso lo Stato «rivoluzionario» e liberale, e gelosissimi difensori delle proteste pontifice o ordine specialmente al potere temporale; mentre altri divenivano gradatamente meno avversi allo Stato italiano e, pur rimanendo fedeli alle direttive pontifice, cercavano di interpretarle in modo sempre più conciliante, pensando così di poter meglio influire sulla trasformazione dello Stato da avversario a Stato di tutti; naturalmente la stampa cattolica era essa stessa parte di queste due correnti subendone, e in parte determinandone, gli indirizzi, gli urti, i contraccolpi.

Tipici rappresentanti della corrente intransigente furono L'unità cattolica e L'osservatore cattolico di Milano (1864-1907), che ebbe una esistenza assai burrascosa, identificata in gran parte con quella del suo più celebre direttore, d. Davide Albertario. Nato l'anno stesso del Sillabo, L'osservatore cattolico si trovò nel pieno della battaglia contro il liberalismo razionalista condotto dal gruppo neo-guelfo intransigente; l'Albertario ne assunse la direzione nel 1869 , e la mantenne per trenta anni subendo ogni sorta di ostilità anche da parte di illustri ecclesiastici come d. Antonio Stoppani, fino all'arresto e alla detenzione. Se si deve riconoscere che la battaglia de L'osservatore cattolico fu anche troppo intransigente e che talvolta non badò ai termini nelle polemiche contro chiunque gli si opponesse, bisogna pur dire che ebbe effetti benefici anche sugli altri quotidiani della penisola, ai quali indicò come si poteva stare di fronte agli avversari a viso aperto.

Nel 1874 il primo congresso dell'Opera dei congressi e comitati cattolici raccomandò la diffusione della stampa

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(per cortena att prof. E. Lautribe) Giornalismo cattolico - La sturgotina per la trasformazione della pagina piana in pagina semielindrica - Bologna, L'avve-
aire d'Italia.
e l'appello non cadde invano; i quotidiani cattolici che erano 7 nel 1860, 13 nel 1859, 18 nel 1870 e 18 nel 1874, salirono a 21 nel 1884 e a 26 nel 1893 . Si trattava per la maggior parte di piccoli organi a carattere diocesano, o provinciale, o al massimo regionale; tuttavia alcuni meritano di essere ricordati per l'importanza che ebbero allora o perché tuttora esistono: Il cittadino di Brescia (1878) con Giorgio Montini; L'ordine di Como (1879), divenuto poi notissimo con d. Antonio Grifuri; L'eco di Bergamo (1880), fondato da Stanislao Medolago Albani e Niccolò Rezzara, capi del movimento sociale dei cattolici prima del 'Toniolo; L'unità cattolica, trasferita da Torino a Firenze nel 1892 con la direzione di Enrico Mastracchi e Giuseppe Sacchetti; Il corriere nazionale (1883) di Stefano Scala a Torino, che poi si fuse con L'Italia reale (1894) di G. B. Mondada; La lega lombarda (1886) a Milano, prima diretta da Giuseppe Sacchetti, poi da Giuseppe Saccardo, quindi fusa nel 1907 con L'osservatore cattolico ne L'unione, che nel 1912 divenne L'Italia; La difesa di Venezia (1882-1917), il giornale che Pio X predilesse; L'avvenire a Bologna, fondato nel 1896 dall'episcopato emiliano e diretto da Filippo Crispolti, e che divenne nel 1902 L'avvenire d'Italia con la direzione di Rocca d'Adria; La vera Roma, divenuto nel 1904 quotidiano, diffusissimo sotto Enrico Filiziani.

La convulsa e spropositata reazione che il gabinetto Di Rudinl oppose agli incomposti moti popolari del 1898 , colpì anche la stampa cattolica: a Milano fu processato e condannato l'Albertario, a Firenze fu soppressa per qualche mese L'unità cattolica, altrove altri giornali subirono la stessa sorte.

La ripresa, dopo la burrasca, segnò anche l'apertura di un nuovo periodo nel quale decaddero i giornali cosiddetti «intransigenti», e si affermarono quelli conciliativi; il mutamento fu determinato da tre fattori : l'affermarsi delle direttive sociali del 'Toniolo, avvalorate dalla sanzione pontificia nella Rerum novarum; la partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative e il graduale sostituirsi alla formula margottiana «né eletti né elettori», di quella di Filippo Meda «preparazione nell'astensione», di cui lo stesso Meda si fece propugnatore proprio ne L'osservatore cattolico quando ne divenne direttore; il riconoscimento della necessità di una maggiore unione fra i cattolici sia di fronte ai pericoli esterni, sia di fronte a quelli interni che cominciavano ad avere un nome: d. Romolo Murri.

Per raggiungere l'unità nel campo giornalistico, almeno fra gli organi maggiori, il conte Grosoli, che era stato ultimo presidente dell'Opera dei congressi (sciolta da Pio X nel 1904) fondò nel 1908 l'Unione editoriale romana (poi italiana), che ebbe il compito di coordinare amministrativamente e redazionalmente i giornali ade-
renti. Fecero parte di questo organismo, che fu chiamato comunemente il "trust cattolico", vari giornali dell'Italia settentrionale e meridionale: Il corriere d'Italia, fondato nel 1903 da Gaetano De Felice con il nome di Corriere di Roma; L'avvenire d'Italia, diretto allora da Rocca d'Adria; L'Italia, diretto da Paolo Mattei Contili; Il momento di Torino, diretto da Angelo Mauri; Il messaggero toscano di Pisa, fondato dal card. Maffi, Il corriere di Sicilia di Palermo; quest'ultimo giornale cessò presto le pubblicazioni in seguito a manifestazioni di lealismo monarchico, che furono ritenute eccessive in quel momento.

Il «trust» ebbe i suoi vantaggi e i suoi svantaggi; uniformò l'indirizzo dei giornali aderenti e migliorò i loro servizi dall'interno e specialmente dall'esterno, mandando a Parigi Domenico Russo, il primo giornalista cattolico inviato all'estero con questo compito; ma ne intralciò anche notevolmente l'andamento redazionale con la imposta revisione che la sede di Roma doveva fare, sia delle corrispondenze dall'estero, sia delle principali collaborazioni, e anche degli editoriali dei vari direttori. L'unità di indirizzo era assicurata, ma praticamente esisteva una sola direzione, non sempre affidata a persone competenti e adatte, con sei sottodirezioni locali. Questi inconvenienti tennero fuori dal «trust» alcuni giornali, i cui direttori videro mantenere la loro indipendenza, come l'indirizzo conciliante ne tenne fuori i giornali intransigenti. Questi giornali anzi ingaggiarono un'aspra battaglia contro i giornali « moderni» (aggettiva pericolosa in tempo di battaglia antimodernista), e la battaglia culminò quando Pio X in una lettera all'episcopato lombardo del 10 luglio 1911 riprors per il loro indirizzo «certi giornali», tra i quali non fu difficile riconoscere quelli del «trust»; la riprovazione fu poi esplicita il $1^{\circ}$ dic. dell'anno successivo, quando il fascicolo degli Acta Apostolicae Sedis pubblicò una «avvertenza» che diceva: "A togliere l'equivoco che certi giornali vanno creando in mezzo al clero e ai fedeli, si dichiara che la S. Sede non riconosce per conformi alle direttive pontifice ed alle norme della lettera di Sua Santità all'episcopato lombardo, in data $1^{\circ}$ luglio 1911 i giornali seguenti : L'avvenire d'Italia, Il corriere d'Italia, Il corriere di Sicilia, L'Italia, Il momento, ed altri dallo stesso genere, checché ne sia delle intenzioni di alcune egregie persone che li dirigono ed aiutano». La Congregazione dei Religiosi, interpretando nel modo più restrittivo l'avvertenza, dichiarava poco dopo che non solo l'abbonamento, ma anche la lettura di tali giornali era vietata ai religiosi senza autorizzazione dei loro superiori maggiori. Fu un grave colpo per i giornali del «trust», che tuttavia continuarono a stamparsi, procurando di conformarsi il più possibile alle direttive pontifice. Il provvedimento ebbe però vigore per poco tempo perché nell'ott. del 1914 il papa Benedetto XV a mons. Falcini, vescovo di S. Miniato, che l'aveva interrogato in proposito, faceva rispondere dal card. Gaspari, segretario di Stato: «l'anzidetta avvertenza non ha avuto il carattere di proibizione». I giornali del «trust» ripresero nuovo vigore, mentre quelli che si ostinavano a rimanere fedeli a forme di intransigenza, che non rispondevano più ai tempi, erano finiti o finivano durante la guerra 1915-18. Ma anche i difetti dell'unione editoriale nel periodo della stessa guerra ebbero il sopravvento sui vantaggi e il «trust» fu sciolto nel 1916; ogni giornale riprese la propria autonomia.

Durante la guerra del 1915-18 i quotidiani cattolici assecondarono efficacemente il moto di inserimento dei cattolici nella vita politica, che portò nel 1919 alla costituzione del Partito popolare italiano. Quasi tutti i giornali cattolici vi aderirono pienamente, tanto da risentire il controesolpo della lotta che il fascismo fece ai partiti democratici e poi alla stampa che non sottostava in tutto alle sue direttive. Alcuni, come L'avvenire d'Italia e Il corriere d'Italia, aderirono al Centro nazionale (organizzazione politica di cattolici che fiancheggiava il fascismo); altri finirono, come Il messaggero toscano e quasi tutti i minori; altri continuarono nella loro linea d'azione di stampa cattolica, come l'Italia. Il 1929 portò alla stampa cattolica un grave colpo: scomparvero cioè anche $I l$ momento e Il corriere d'Italia, soprattutto perché la corrente

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politica alla quale aderivano non aveva che scarsa rispondenza nel ceto cattolico italiano, e L'unitá cattolica, che con la Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa aveva in certo modo concluso il suo ciclo storico. Rimasero L'avvenire d'Italia, assunto dalla Compagnia di S. Paolo che lo rinnovd, L'Italia, Il nuovo cittadino, succeduto nel 1930 a Il cittadino di Ernesto Calligari, e qualcuno di puro carattere diocesano. Nel 1931, L'avvenire d'Italia istituì una redazione a Roma per stamparvi una propria edizione quasi autonoma; da questa edizione nacque, per iniziativa di Augusto Cirisci, presidente generale dell'Aziona cattolica, L'avvenire di Roma.

Nel restante periodo fascista questi pochi quotidiani rimasero soli in Italia a rappresentare una stampa non del tutto ligia alle direttive fasciste e talvolta - come nel conflitto del 1931 tra Azione cattolica e Fascismo - ad-- dirittura in contrasto. Nel periodo di occupazione tedesca succeduto all'armistizio del 1943 quasi tutti cessarono temporaneamente le pubblicazioni o perché impossibilitati a proseguirle dalle distruzioni causate dalla guerra ai loro impianti (come L'avvenire d'Italia) o spontaneamente per non sottostare alle imposizioni della Repubblica sociale e degli occupanti tedeschi (come l'Italia, che si trasformò provvisoriamente in settimanale). Nell'ultimo periodo fascista e fino alla liberazione L'anservatore romano - la cui autorevolezza e diffusione erano andate sempre crescendo sotto la direzione del conte Giuseppe Dalla Torre, specialmente per le campagne polemiche contro il nazismo e contro le sopraffazioni fasciste - rimase di fatto il solo a rappresentare in Italia la stampa cattolica.

In Francia, dopo vari tentativi non riusciti, uno dei quali risale al 1680 , nacque nel 1814 L'ami de la religion, che poi, per impulso di mons. Dupanloup, si mutò nel 1849 da trisettimanale in quotidiano, libero da influssi politici e d'ispirazione nettamente cattolica. La rivoluzione del 1830 anticlericale, fece sì che sorgesse uno dei più noti quotidiani francesi: L'avenir (1830-31), che aveva per motto « Dieu et la liberté » e per redattori Lamennais, Lacordaire e Montalembert; fu il primo quotidiano dedicato al pensiero religioso non senza accenti sociali. Redatto con ricchezza di mezzi pari a quella degli altri grandi quotidiani del tempo, e da veri giornalisti, pareva destinato a un brillante avvenire; invece incappò in affermazioni dottrinali che furono disapprovate da Roma; i tre giornalisti sospesero le pubblicazioni e partirono per Roma, "pellegrini di Dio e della libertà", per avere le direttive pontifice; esse vennero, ma furono l'enciclica condannatrice Mirari nos (ag. del 1832). Il giornale non riprese più le pubblicazioni; alcuni organi di provincia, nati nel suo stesso ambiente, ne continuarono le idee contenendole più prudentemente nella linea ortodossa. Da uno di questi organi minori, per impulso dell'ab. Migne (il futuro editore della Patrologie), sorse L'univers religieux politique, philosophique et littéraire (1835-1907) che ebbe subito rinomanza e larga diffusione, la quale crebbe anche quando ne divenne direttore Luigi Veuillot nel 1842; alcune delle più belle pagine della letteratura francese del sec. XIX e alcune delle più accese polemiche dello stesso secolo rimangono legate ai nomi di Veuillot e de L'univers. Con la rivoluzione del 1848 tutte le posizioni mutarono di nuovo; il cattolicesimo era tornato popolare e molti giornali vi si ispiravano anche giudicando degli avvenimenti politici. Tuttavia da questo momento i cattolici furono per alcuni decenni divisi dalla questione istituzionale e la stampa risentì della divisione; a L'univers passato alla repubblica, ma in senso conservatore, si oppose L'ère nouvelle (1849, monarchico fondato dal sac. Maret e dall'Ozanam e diretto dapprima dal Lacordaire. Sotto Napoleone III la stampa fu severamente sorvegliata e nel 1860 fu soppresso L'univers, che dapprima aveva sostenuto Napoleone poi l'aveva osteggiato; il giornale riprese nel 1867 e nel frattempo il suo editore l'aveva sostituito con Le monde (1860-96), diretto da Eugenio Coquille, una delle migliori penne del giornalismo francese. Nello stesso anno della rinascita de L'univers, mons. Dupanloup, il visconte de Melun e Augusto Cochin riuscirono a fondere insieme alcuni piccoli organi in un nuovo grande quotidiano, Le
français, di carattere piuttosto moderato e liberale. La ripresa repubblicana del 1870 divise di nuovo i cattolici, che sotto Napoleone erano stati in certo modo uniti contro di lui, in repubblicani e monarchici di varie tendenze: cosi L'univers e Le monde furono per il conte di Chambord, altri cattolici con Edoardo Hervé furono per il conte di Parigi, prima in Le journal de Paris poi in Le soleil (1873-1914), il primo giornale francese che fu venduto a cinque centesimi; infine altri furono per i Bonaparte con Paolo de Cassagnac che fondò L'autorité, cessata pure nel 1914. Del resto in quel tempo Le figaro difendeva gli interessi cattolici con tanto solo da suscitare perfino le proteste di Luigi Veuillot. Da tutti questi giornali si distingueva Le frangois che, non confondendo la difesa degli interessi cattolici con quelli di nessuna dinastia, aveva tanto sèguito da poter essere paragonato per influenza a Le journal des débuts; ma s'ingolfò poi con il duca di Broglio nell'azione del Partito conservatore e decadde. Allora mons. Dupanloup in tre anni raccolse il capitale necessario per fondare un altro giornale, che fu La défense sociale et religieuse (1876-83); all'intenzione ottimo di raccogliere i cattolici su un'unica linea di difesa religiosa non corrisposero le penne degli scrittori e il giornale dopo un primo periodo di floridanza cadde insieme a Le frangois, dopo il ralliement che aveva contribuito comunque a realizzare.

Frattanto era nato dalla trasformazione d'una piccola rassegna dello stesso nome quello che è per i cattolici francesi il grande giornale religioso d'oggi: La Croix.

Nel giro di una ventina di anni la gran maggioranza dei giornali cattolici di provincia - Le bien publique di Digione, L'express di Lione, La liberté catholique di Tolosa ed altri - abbandonarono del tutto la linea monarchica e, accettando le nuove direttive dell'untidica ai Francesi, si consacrarono alla difesa degli interessi cattolici. L'univers, dopo l'assorbimento de Le monde e varie vicende passate con i figli e i nipoti del grande Veuillot, disparve, mal sostituito da La libre parole (18921924), e poi da Le peuple frangais (1893-1910).

Nel ventennio fra le due guerre mondiali i cattolici divisero le loro simpatie tra i giornali schieriumente cattolici come La Croix, con le sue edizioni provinciali numerosissime e la massa delle rassegne di ogni genere edite da La bonne presse e giornali come L'celais, La liberté, Le figaro, Le gaulois, L'écho de Paris, tutti rispettosi del pensiero cattolico, L'ami du peuple, distintosi nella lotta contro il comunismo e altri locali. Dopo La démocratie di Marco Sangnier, il giornale che meglio preparò i tempi nuovi fu L'aube (1932) di Francesco Gay e Gastone Tessier, giornale di schiutto spirito cristiano e patriottico, e insieme democratico e sindacalista. Prima del 1940 esistevano in Francia 56 quotidiani cattolici tutti a diffusione locale (salvo La Croix di Parigi) e riuniti in alcuni "trust" con una vasta organizzazione capillare per la diffusione; ma in generale la stampa cattolica francese, salvo qualche momentanea eccezione, non è mai riuscita con i suoi quotidiani ad esercitare sulla società l'influsso che vi ha invece esercitato con le sue ardite e profonde rassegne mensili.

In Austria il primo quotidiano cattolico fu Das Vaterland (1860-1914); ne sorsero poi altri a carattere regionale che nel 1935 erano 12. Tutto il complesso traeva ispirazione dal movimento cristiano sociale eopeggiato dal barone Carlo di Vogelsang; fondatore di Der Piusvereiu per le opere sociali e di Der Pressverein per la stampa. Nel 1894 fu fondata Die Reichspost che, ben redatta, prese il primo posto fra la stampa cattolica e un posto notevole nel g. e. austriaco; il suo più celebre direttore fu il consigliere di Stato Federico Funder, sotto la cui direzione il giornale acquistò una grande importanza anche nel campo politico. Un giornale caratteristico fu Das kleine Volksblatt, organo popolare molto illustrato. Molto diffuso il settimanale cattolico Tiroler Volksbote fondato nel 1898 a Innsbruck, soppresso dai nazisti, risorto dopo la liberazione (1945) col titolo Der Volksbote.

Nel Belgio esistevano quotidiani cattolici anche prima del 1830, anno della sua costituzione in Stato indipen-

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![img-35.jpeg](img-35.jpeg)

MARTIRIO DI S. STANISLAO DI CRACOVIA
Stile giottesco (sec. xiv) - Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco.

LA DEPOSIZIONE DALLA CROCE di Giottino (metà del sec. xiv) Firenze, Galleria degli Uffizi.

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![img-36.jpeg](img-36.jpeg)
(bel. Hilaro)
![img-37.jpeg](img-37.jpeg)

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![img-38.jpeg](img-38.jpeg)
(fot. Alinari)
NASCITA DI S. GIOVANNI; ZACCARIA NE SCRIVE IL NOME - Firenze, chiesa di S. Croce.

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![img-39.jpeg](img-39.jpeg)

A sinistra: L' EVANGELISTA IN ATTO DI SCRIVERE. Miniatura dell'Evangeliario di Lorach (sec. IX) - Biblioteca Vaticana. A destra: L'EVANGELISTA CON LIBRO IN MANO. Miniatura premessa al Vangelo di s. Giovinni (sec. XII) - Roma, Biblioteca Casarutense, cedice greco 165, fol. $131^{9}$.

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dente; il giornale più antico del Belgio, Le courrier de l'Escout, è un quotidiano cattolico; ma il primo grande quotidiano religioso e politico fu La gazette de Liège (1840), dirctta da una dinastia di giornalisti, i Demartesu. Dopo il 1860 la stampa cattolica ebbe più largo impulso : nel 1884 nacque Le patriote e, dopo la Rerum novarum, L'avenir social del Carton de Wiort. La maggiore importanza l'ha però avuta La libre Belgique, il giornale più amato dai cattolici belgi, che continuò ad uscire clandestinomente anche durante l'occupazione tedesca del 1914 1918. Lo spiccato regionalismo e la differenza linguistica ha fatto sì che in Belgio si son sempre avuti numerosi quotidiani locali; circa la metà della tiratura di tutta la stampa belga è data dai quotidiani cattolici.

In Cecoslovacchia, esistevano prima della seconda guerra mondiale 6 quotidiani cattolici in Boemia e Slovacchia, uno nella Russia subcarpatica; inoltre uno per ciascuna ne avevano le minoranze polacca e tedesca; i più importanti erano il Lidooé Listy e Praga, Die deutsche Presse, pure a Praga, e lo Slnonh a Bratislava.

In Germania i cattolici cbbero il loro primo organo nel 1860 e fu Die bülnischen Blätter di Colonia, divenuto poi Die bülnische Folbzeitung; seguirono molti altri organi locali riuniti in due "trust": Der Zeno Konzeru a Münster, che controllava 28 giornali della Germania nordoccidentale, e Die Verbo, a Friedrichshafen che ne controllava 19 della Baviera settentrionale. Nel 1870, contemporancamente alla Zeutrunspartei prussiano, nacque il maggiore organo religioso-politico tedesco, Die Germanie, che si batté per lo stesso fine del «Centros; proteggere la libertà della Chiesa e la scuola confessionale e assicurare ai cattolici la loro libertà indipendentemente dal volere di una occasionale maggioranza parlamentare. Quando il regime nazista attaccò, e poi soppresse, la stampa cattolica nel Reich, essa contava 61 quotidiani di cui una ventina tiravano più di 20 mila copie; l'Augustinus Veretn ne curava la diffusione e lo sviluppo.

In Inghilterra non esistevano quotidiani cattolici per la curiosa concezione che vi si ha della stampa; infatti non vi è concepibile un quotidiano che non abbia colore politico; ma i cattolici non hanno un loro partito in quanto militano indifferentemente in quolunque dei tre partiti tradizionali : conservatore, liberale e laburista, nessuno dei quali è anticattolico; perciò non hanno quotidiani propri, ma soltanto qualche settimanale, del resto assai ben fatto e diffuso.

In Olanda invece, benché i cattolici siano appena la metà della popolazione, la stampa cattolica è larghissimamente diffusa e rappresenta la metà del totale; prima della guerra attorno al Maasbode (1878) di Rotterdam, grande giornale ben fatto e diffusissimo, e al Tijd (1848) esistevano ben trenta quotidiani locali.

In Polonia esistevano prima della seconda guerra mondiale ben 53 quotidiani cattolici di cui realmente importante soltanto il Kurier Warsawshi; ma esisteva anche una scuola di g. c. e una agenzia di informazioni cattolica.

La Spagna fu in passato ricchissima di giornali ed ha ancora uno dei più antichi, El diario de Barcelona, cattolico fondato nel 1792; ma in generale i giornali spagnoli sono stati in passato molto vivaci, di scarsa tiratura e di breve durata; tra i più antichi meritano di essere ricordati El católico (1840-70), e La España (18481868); tra quelli che si pubblicano ancora El siglo futuro (1875), El correo catalan (1875) e La voz de Valencia (1892). Al principio del secolo nacquero i giornali più importanti, che pure continuano a pubblicarsi: La gaceta del Norte (1901) a Bilbao, El noticiero de Zaragoza (1900), El debate di Madrid con i suoi giornali collegati in varie province, $L^{\prime} A B C$. a Madrid. El debate ha uno fiorente scuola di g. c., l'unica di tutta la Spagna.

In Svizzera la stampa ha pure lottato per conquistare ai cattolici il posto che loro spetta in uno Stato non cattolico; tra il 1830 e il 1870 i giornali cattolici ebbero appunto questo compito e furono Das Vaterland (che ancora si pubblica) a Lucerna, fondato nel 1833 con il titolo Die Lucerner Zeitung, La voix catholique (1847), La gazette de Fribourg (1849), L'ami du peuple (1864). Dopo il 1870,
per impulso del Mermillod (poi cardinale), tutte le attività cattoliche in Svizzera ebbero nuovo impulso e con esse la stampa; nacquero quelli che sono ancor oggi i maggiori giornali svizzeri: la Liberté (1871) a Friburgo, Die Ostschweiz (1873), Le courrier de Genève, Il giornale del popolo a Lugano, Die neue Zürcher Nachrichten e altri dieci giornali a carattere locale.

Nel Lussemburgo è cattolico il maggiore dei due quotidiani esistenti, Das lesemburger Wort (1848); nel Portogallo i cattolici hanno Noetidades e altri tre quotidiani; l'Irlanda non ha quotidiani cattolici, ma il principale quotidiano The Irish Independent è diretto da cattolici.

I paesi europei ora sottoposti al dominio sovietico ebbero i loro organi religiosi e politici : l'Ungheria aveva il diffusissimo Nemzeti Újsag (1921) di Budapest e vari altri quotidiani nati e sostenuti dall'organizzazione «Pazmany» per i letterati e giornalisti cattolici; la Lituania ebbe il Rytas; in Jugoslavia la stampa cattolica era croata o slovena; i Croati dopo varie vicende avevano conservato il Hrvatsko Strazo (nato come Rijeche Novine a Fiume nel 1911 e trasferito a Zagabria nel 1914); gli Sloveni avevano lo Slovence fondato nel 1873 e lo Slovenski dom fondato nel 1936.

In America gli Stati Uniti non hanno mai avuto altri quotidiani cattolici che un piccolo giornale di importanza locale The catholic daily tribune di Dubuque (Iowa) e qualche giornale per emigrati non in lingua inglese, ma moltissime pubblicazioni periodiche alle quali dette grande impulso il Concilio plenario di Baltimora (1884); ancor più efficace fu l'istituzione nel 1919 del N.C.H.C. news service, che fornisce notizie cattoliche a un gran numero di periodici americani ed europei.

Il Canadá ebbe il primo quotidiano cattolico nel 1882 e fu L'étendard a Trois Rivières; nacquero poi gli attuali quotidiani cattolici in lingua francese: L'action catholique (1907) a Québec, Le devoir (1910) a Montréal e Le droit (1913) a Ottawa.

In Argentina, dopo i quotidiani del sec. xix che difesero attivamente la religione, sorse El pueblo (1900), che è il più grande quotidiano cattolico di tutta l'America.

Nelle altre Repubbliche dell'America latina si pubblicano quotidiani cattolici di non grande importanza nel Venezuela (La religión, Columna e Diario católico) nell'Equatore (il Debate), nella Bolivia (l'Alas), nel Nicaragua (il Diario nicaraguense).

Negli Stati arabi i pochi quotidiani che vi si pubblicano sono tutti in mano di cattolici, senza per altro essere propriamente organi cattolici. La Cina aveva prima della guerra lo Yi-Shih-Pao a Tientsin; l'India il The catholic herald e il Congo Belga il Courier d'Afrique a Leopoldville.

III. IL G. C. ODierno. - Lo sconvolgimento operato dovunque dalla seconda guerra mondiale non è stato senza conseguenze anche sul giornalismo benché non profondo. Nei paesi anglosassoni e nei paesi che sono rimasti ai margini della guerra - salvo le restrizioni imposte dalla deficienza di carta per la difficoltà di fabbricazione della cellulosa e la contrazione dei trasporti internazionali - tutto è rimasto come prima. Viceversa nei paesi passati sotto il dominio sovietico - Polonia, Lituania, Romania, Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria, Albania - e anche nella Jugoslavia, tutta la stampa che esiste è governativa, come è proprio dei regimi totalitari; in tali paesi, naturalmente, non c'è più traccia di stampa cattolica, né quotidiana, né d