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o. Delle sue prediche latine o volgari, raccolte dagli uditori, solo una parte vide le stampe. Notevoli quelle in volgare, che per la loro purezza di lingua sono un monumento della letteratura italiana, dal punto di vista sia filologico che letterario.

Testimonianza dello zelo di lui è la fondazione della Confraternita del S.mo Salvatore, detta del Crocione, di Pisa, con lo scopo di condurre gli uomini ad una vita religiosa più intensa. Gregorio XVI il 23 ag. 1833 ne confermò il culto. Festa il 6 marzo.

Bibl.: Opere: R. G. da R., Prediche scelte, a cura di P. G. Colombi, Firenze 1924, importanti per la biografia e bibliografia sul Beato le pp. 7-29. Studi: F. Del Rosso, Notizie intorno alla vita del b. G. da R., fondatore e istitutore della rvo. arriconfraternita del S.mo Salvatore, detta il Crocione, in Pisa, Piso 1834: Chronica autiqua conventus S. Cutharinae de Pisis, a cura di F. Bonaini, Firenze [1843], pp. 421-67; D. Scorzi, Notizie storiche del b. G. da P. e dell'alma Arriconfraternita del Crocione, Piso 1801: Lod. Orlandini, Genealogia del b. G. da R., ivi 1900: A. Levasti, Mistai del Duecento e del Trecento, Milano-Roma 1933, pp. 58-61, 469-527, 999-1001.

Abele Redigonda
GIORDANO di Quedlinburg. - Agostiniano, scrittore ascetico-mistico della Sassonia, n. a Quedlinburg nell'ultimo quinquennio del sec. xili, m. a Vienna, forse nel 1378.
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(fot. Anderson)
Giobdano, luca - Gesù tra i dottori - Roma, Galleria
nazionale d'arte antica.

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Glordano di Sassonia, beato - Affresco del Beato Angelico nel convento di S. Marco - Firenze.

Insegnò teologia a Marburg e ad Erfurt. Nella diocesi di Brandeburg combatte tenacemente contro gli eretici luciferiani. Resse come superiore la provincia religiosa di Germania e quella di Sassonia per non pochi anni, sempre stimato e amato per la sua dottrina e santità di vita. Scrisse molto di cose sacre. Ma la sua fama letteraria si deve principalmente al libro Vitasfratrum, con il quale esercitò un influsso considerevole su tutti gli storici agostiniani dei secoli posteriori.

Opere principali: Opus postillarum et sermonum de tempore (Strasburgo 1483) ; De vitiis et virtutibus (Cod. ms. A. IV. 14 nella Biblioteca dell'Università di Basilea); Meditationes de Passione Christi (Anversa 1485); Vitasfratrum (Roma 1587, Liegi 1625, Nuova York 1943).

Bibl.: J. Lanteri, Illustriores viri Augustiunentes, I, Talentine 1858, pp. 323-26; R. Arbesmann-W. Humpfner, nell'ottima introduzione di oltre 100 pp. all'ed. di Vitasfratrum, Nuova
Divide Faleiani

GIORDANO di Sassonia, beato. - Maestro generale domenicano, n. a Burgberg presso Dassel (Vestfalia) nel 1185 ca., m. il 13 febbr. 1237 presso le coste della Siria.

Giovane, G. si recò a Parigi ove nel 1218 era magister artium. Essendo diacono e baccelliere in teologia, il 12 febbr. 1220 entrò fra i Domenicani c quale delegato dal convento parigino prese parte al primo Capitolo generale nel maggio 1220 a Bologna. Insegnò a Parigi. Nominato nel 1221 provinciale di Lombardia, nel Capitolo generale di Parigi, il 23 maggio 1222 fu eletto successore di s. Domenico. Alternando i Capitoli generali tra Bologna e Parigi e combinando con i suoi viaggi la visita delle province e l'azione propagandistica per il suo Ordine nei centri culturali, G. compì notevoli viaggi attraverso l'Italia, la Germania, la Francia e l'Inghilterra. Ebbe contatto con Gregorio IX e la Curia papale, con Federico II, con la regina Blanca, con prelati ed eruditi dovunque. Tornando in Europa dopo una visita in Terra Santa, naufragò presso la costa siriana e fu sepolto nella chiesa domenicana d'Acri. Il culto ecclesiastico tributato a G. attraverso i secoli fu confermato da Leone XII nel 1827.

Dotato d'una intelligenza viva e d'una nobile volontà, di un cuore ricco e generoso, di una eloquenza affasci-
nante, di una rara arte nel trattare uomini e affari, G. preparò felicemente l'eredità di s. Domenico ai grandi compiti che i Frati Predicatori dovevano svolgere ben presto, portando le case da 30 a 300 e i membri da ca. 300 a 4000 . Le Vitae Fratrum di Gerardo di Frachet del 1259-60 consacrano, dopo il libro su s. Domenico, un libro intiero al "santo e degno di memoria padre nostro frate Jordano" con ricchezza di ricordi personali e spirmuali.

Conobhe la nobile Diana d'Andalo, che, come maestro generale, siuto nella fondazione del monastero di S. Agnese a Bologna. Le lettere di G. alla b. Diana sono testimonianze importanti per la storia religiosa e culturale.

Da generale G. corroborò i principi costituzionali, presiedando i Capitoli generali e due generalissimi (Parigi 1228 e 1236) e pubblicando le Constitutiones primae Ordinis Fratrum Praedicatarum quae erant tempore magistri Iordani (cd. H. Ch. Scheeben [Quellen s. Forschungen zur Gesch. des Dominihanervordens, 38] Colonia 1939). Promosse gli studi conventualj e vide salire due padri a cattedre universitarie parigine ( 1230 e 1231), diede impulso al ministero sacerdotale nella predicazione, nell'amministrazione dei Sacramenti e nelle sepolture. Dal 1231 dovette accettare le nomine di frati suoi ad inquisitori in Francia, Gcmunia, Lombardia, Toscana, nel Regno di Sicilia e in Spagna.
G. fu il primo scrittore domenicano scolastico (In Prissionum minorem: Postilla super Apocalyptica), storico (Libellus de priucipiis Ordinis Praedicatocum, ed. H. Ch. Scheeben [Mon. Ord. Praed. hist., 16], Roma 1935, pp. 25-88), emiletico (cf. Archiv. Fratr. Praed., 10 [1940], pp. 5-19) e spirituale (Epistulae, ed. A. Wale, in Archiv. Fratr. Praed., 20 [1950], p. 1 sg. Cf. Quétri-Echard, I, pp. 93-100; H. Ch. Scheeben, Der lit. Nachlass Jordans r. Sachsen, in Hist. Jahrb., 52 [1931], pp. 56-71). Bibl.: Acta SS. Februarii, II, Parigi 1864, pp. 720-40; J. P. Mothon, Le b. Jourdain de Sase, ivi 1865 ; A. Mortier, Hist. des Moltres Généraux de l'Ordre des Frères Prècheri. I, Parigi
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(da P. Kandakan, L'icone russe, I, Praga Bisk, taz. 2) Giorgio, santo, martire - S. G. che uccide il drago. Icona della scuola di Novgorod (fine del sec. xiv peine, sec. xv) - Mosca, collezione di J. S. Oustroukhov.

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1903, pp. 137-223; Vitae Pratum (Mon. Ord. Praed. hist., 1), Roma 1896, pp. 99-149; Il libro d'oro domenicano, volgarizazamento snooumo del sec. xv, ed. I. Taurisano, Roma 1025, pp. 143-246; M. Aron, Un animateur de la jeunesse au XIII- siècle, vie et voyages du b. Jourdain de Sane, Parigi-Bruges 1930; H. Ch. Scheehen, Yordon d. Sachse, Verhta 1937; id., Beitrage zur Gesch. Yordans c. Sachses (con bibl.), ivi 1938; A. Walz, Compendium hist. Ord. Praed., $2^{2}$ ed., Roma 1948, pp. 28-33, 203, 240, 245, 250; id., Intorno alle lettere del b. G. di Sassonia, in Angelicum, 26 (1842), pp. 143-64, 218-32.

Angelo Walz
GIORGI, Domenico. - Prelato, storico e liturgista, n. a Costa di Rovigo il 4 giugno 1690, m. a Rovigo il 21 luglio 1747 . Sacerdote (1773), bibliotecario della biblioteca del card. G. R. Imperiali, abate di S. Maria di Saccalongo (1727), fu intimo di Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII e Benedetto XIV che lo nominò suo prelato domestico. Si dedicò a ricerche e:udite di storia e di liturgia.

Delle sue numerose opere si ricordano soltanto: De antiquii Italiae metropolibus (Roma 1722); Trattato sopra gl'abiti sacri del Summo l'outefice di Roma (ivi 1724); De liturgia roman! Pontificis in solemni celebratione missarum (3 voll. in-fol., ivi 1731, 43, 44); De Monogrammate Christi (ivi 1738, confuta il llasnage); l'ed. del Martyrologium Adonis (ivi 1745); e le annotazioni all'ed. degli Annales di Baronin, a cura del Mansi a Lucca (1738-59). Diversi suoi manoscritti si conservano alla Biblioteca Casanatense.

BibL.: Vita de mion. D. G. dacritta da un 100 concittadino dello ritió de Roma (conto Carlo Silvestri), in A. Calogera, Raccolta di apusedi wiontifici e filologici, XLI, Venezia 1749, pp. 337-65; Biographic maceitiale emicrane et moderne, XVII, Parigi 1816, pp. 411-17; Ilucter, IV, coll. 1565-66. A. Pietro Frutta

GIORGIO, santo, martire. - Vencratissimo fin dall'antichità sia in Oriente come in Occidente. Il santuario costruito sulla sua tomba a Lydda (Diospolis) in Palestina, meta di frequenti pellegrinaggi fin dal sec. Iv (CSEL, 39, p. 139, 176; v. p. 288 sgg.), esisteva ancora nel sec. Ix. Purtroppo a tanta venerazione non corrispondono notizie certe sulla vita e sul martirio del Santo. La sua personalità è ignota tanto che si é tentato identificarlo con qualcuno dei martiri attestati da fonti autentiche: con il giovane anonimo che strappò l'editto di persecuzione di Diocleziano a Nicomedia (Euscbio, Hist. eccl., VIII, 5), con Elpidio, martire della Mesopotamia venerato lo stesso gineco di G., e persino con l'omonimo vescovo ariano di Alessandria perito in un tumulto popolare sotto Giuliano l'Apostata (Socrate, Hist. eccl., III, 3).

Il «dies natalis», segnato nel Martirologio geronimiano il 23 apr. proviene dall'indicazione della Passio. Questa è assai antica e certamente esisteva nel sec. v poiché è ricordata e proscritta nel famoso decreto pseudogelasiano De libris recipiendis; ma è assolutamente favolosa e fantastica. Attraverso i secoli se ne fecero varie recensioni che la trasformarono gradualmente spogliandola dei brani chiaramente sospetti ed arricchendola di elementi storici arbitrariamente scelti; molte poi sono le versioni dall'originale greco, in latino, copto, armeno, ecc.

Secondo la più antica redazione G. era oriundo dalla Cappadocia, ma viveva in Palestina dove era tribuno militare. Scoppiata la persecusione di Diocleziano distribuì i suoi beni ai poveri e si professò apertamente cristiano. Condotto davanti all'Imperatore fu invitato a sacrificare; si rifiutò energicamente e fu perciò, dopo essere stato tormentato, rinchiuso in carcere, costretto a passare la notte con una grossa pietra sul ventre. Quivi ebbe una visione da parte di Dio che gli annunciò una lunga serie di tormenti che sarebbero durati per ben 7 anni, durante i quali sarebbe morto e risuscitato tre volte. La predizione si avverò appuntino e G. soffrì terribili martiri uscendone sempre illeso finché finalmente fu decapitato. L'insulsa narrazione sarebbe stata scritta da un certo Pasicrate testimone oculare. Al tempo delle Crociate il culto di G. ebbe un grande incremento essendo stato scelto come patrono della cavalleria, ed in suo onore si eressero numerose chiese e monasteri. Dallo stesso tempo fu divulgato in
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(fol. Alinari)
Giorgio, santo, martire - Statua di s. G. scolpita da Donatello per l'arte dei Corazzai (s. 1416), già in Orsamnichele - Firenze, Museo Nazionale.

Occidente il famoso episodio della fanciulla esposta ad un dragone e liberata dall'intervento di G. Esso nacque probabilmente dalla falsa interpretazione di un'immagine di Costantino esistente a Costantinopoli (Vita, III, 3 : PG 20, 1058) collegata ad un passo del panegirico che s. Andrea di Creta recitò in onore di G. (ibid., 87, 1189).

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Bibl.: Acta SS. Aprilis, III, Parigi 1866, pp. 101-65; H. Delehaye, Les légendes grecques des saints militaires, Parigi 1909, pp. 43-76; K. Krumhocher, Der heilig Georg, Monaco 1911; Martyr. Hieronymianum, pp. 203, 209; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 148, 184; Martyr. Romanum, p. 152. Agostino Amore

Iconografia. - Nelle raffigurazioni del Santo, sin dal x sec. nell'Oriente cristiano, esso appare giovane, sbarbato e senza alcun attributo speciale, accompagnato generalmente da s. Demetrio. Con l'andar del tempo, diventa più frequente la raffigurazione del s. G. in corazza e con marcata caratterizzazione eroica, e spesso collocato in mezzo ad altri santi guerrieri. Dal modello iconografico bizantino dipendono le raffigurazioni musive siciliane del xir sec. (Cefalù, Monreale, Cappella Palatina di Palermo).

Appaiono nell'Occidente europeo, sin dal xir sec., raffigurazioni del Santo a cavallo, in atto di uccidere un dragone. Tale modello venne seguito soprattutto dall'arte tardo gotico francese e tedesca e del Rinascimento italiano. Possono citarsi, quali prototipi : oltre alcune sculture del Museo di Lu. hecca, i due pannelli di Paolo Uccello, uno nella raccolta Lanckoronski $\times$ Vienna, l'altro nella collezione Jacquemart André di Parigi; la tavola del Francia della Galleria Corsini a Roma e la piccola tavola del Louvre, opera giovanile di Raffaello.

L'arte del Rinascimento italiano tuttavia lo raffigura talvolta in piedi, armato e in corazza, tralasciando il dragone come nella statua di Donatello per il tabernacolo di Orsanmichele, ora al Museo del Bargello in Firenze, o facendolo campeggiare dietro il mostro abbattuto, come nella tavoletta dell'Accademia di Venezia, di mano del Mantegna. In tale modo lo raffigurò anche l'incisione del Dürer del 1514 .

L'intera leggenda di s. G. venne affrescata nel 1377 da Jacopo degli Avanzi nella basilica del Santo a Padova, e nel 1505 da Vittore Carpaccio in S. Giorgio degli Schiavoni a Venezia. Dello stesso pittore resta anche una predella della pala d'altare di S. Giorgio Maggiore a Venezia, con Storie del Santo.

Bibl.: K. Künstle, Ihonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1928, pp. 263-79.

Vitoid Wehr
Foialone. - "Fra i santi dell'antichità nessuno ha eclissato la gloria di s. G. La sua fama si è sparsa in tutte le parti del mondo cristiano: l'Oriente e l'Occidente l'hanno celebrato con entusiasmo in prosa e in versi, in tutti gli idiomi" (Delehaye). Straordinariamente ricco è quindi il materiale che offre il folklore, sia per la leggenda che per il culto popolare.

Per quel che riguarda lo sviluppo della leggenda, lo stesso Delehaye riconosce che essa "renferme un grand nombre d'éléments empruntés au folk-lore": si deve però notare che la tradizione popolare ignora, di regola, tutta la prima parte della vita del Santo e concentra la narrazione nel solo episodio del drago, che, com'è noto, compare assai tardi nei testi agiografici. Tale episodio ha ispirato numerosi canti popolari nei vari paesi dell'Europa e specialmente del mondo slavo. In Italia, un'"orazione" in endecasillabi epici di notevole forza e bellezza, è diffusa dalla Romagna alla Calabria in numerose lezioni:
essa rivela sicuri rapporti con un poemetto veneto, tuttora inedito, conservato alla Nazionale di Parigi (mss. it. 1069 , fol. 100-111). Un poemetto toscano in ottave, del Quattrocento, è conservato in antiche stampe e fu più volte riprodotto: esso svolge l'intera leggenda del Santo quale dà Jacopo da Varazze. Alla stessa fonte si ispirano varie laude lirico-narrative, una conservata in un laudario toscano dei primi del Trecento (Cod. magliskechiano 11-1-22) un'altra composta da Feo Belcari e un'altra ancora da Francesco di Albizao. Nel teatro fiorentino del Rinascimento si ebbe più di una sacra rappresentazione
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Giorgio, santo, martire - S. G. che uccide il drago. Bassetrilevo proveniente dal castello di Gaillon, opera di Michel Colombe (1308) - Parigi.

Museo del Louvre.
vi era diffuso in Sicilia, in Italia e persino nelle Gellie: a Roma, Belisario lo invocava difensore della porta S. Sebastiano. Il culto ha dunque origini orientali, e in Occidente si ravvivò con le Crociate. Per alcun tempo i Dardanelli furono chiamati stretto di s. G. Varie nazioni, regioni e città lo hanno patrono; come, ad es., l'Inghilterra (dal 1222, Sinodo di Oxford), il Portogallo, la Catalogna e l'Aragona, la Georgia, la Lituania.

Genova che pure lo venera come protettore, a lui ha intitolato il suo Banco: Venezia gli ha dedicato tre chiese, insigni per opere d'arte: in Italia sono 118 i comuni che portano il nome del Santo, sparsi dovunque: famosa è l'iscrizione in volgare (1135) del duomo di Ferrara a lui dedicato. Innumerevoli le chiese e cappelle intitolate al Santo: molte di esse sono mera di pellegrinaggi e oggetto di particolari forme di culto popolare.

La data della festa, che ricorre il 23 apr., segna per i volghi di molti paesi d'Europa l'inizio della primavera, con tutte le relative usanze a manifestazioni di carattere agreste e propiziatorio, simili a quelle che si hanno per il Calendimaggio. Tra gli Slavi della Carinzia i giovani ornano di fiori un albero e lo portano in processione fra canti di gioia e musiche; principale personaggio della processione è il "verde G.", un ragazzo rivestito di fronde, che alla fine, viene gettato in acqua, con l'intenzione di assicurare la pioggia per i fieni e le biade; spesso il ragazzo all'ultimo momento viene sostituito con un fantoccio. Usanze analoghe si trovano in alcuni distretti della Russia, come presso gli zingari della Transilvania e della Romania, i quali attribuiscono all'albero infiorato virtù efficaci contro le malattie o propizie al parto. Anche in molti altri Paesi, s. G. è invocato come guaritore; in Francia e in Germania le acque di molte fontane a lui intitolate sono ritenute miracolose. Protettore dei cavalieri, lo è anche dei cavalli, e, in genere, del bestiame. In Germania e nei paesi slavi è invocato come potente nemico delle streghe. Come uccisore del drago protegge anche contro i rettili. Si crede che in alcuni paesi il suo culto abbia sostituito quello di precedenti divinità primaverili pagane: in Li-

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tuania il dio Pergrubius, in Georgia (dove la festa si celebra il 14 ag.) il dio Lano. Accostamenti, ma arbitrari, sono stati fatti anche con il dio egizio Horus e l'indiano Siva.

In Italia questi aspetti primaverili e agresti del culto popolare di s. G. sono quasi del tutto scomparsi, anzi in molte regioni la sua festa passa inosservata: ma notevoli tracce si conservano in Sardegna e nell'Italia settentrionale, dal Piemonte all'Istria.

BibL.: D. F. S. Krauss, Le afflizioni di Troiano: canto dei gadori della Bosnia, in Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, 9 (1889), pp. 473-90; S. Borelli, Il megalomartire s. G., Napoli 1902; P. M. Huber, Die Georgslegende, Erlangen 1906; H. Delehaye, Les legendes grecques des Saints militaires, Parisi 1909, v. indice; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell' Abruzzo, Salinona 1927, passim; G. Battelli, Le più belle leggende cristiane, 3 e ed., Milano 1928, passim; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, passim; P. Sartori, Georg bl., in Handwörterbuch des deutschen Aberglaubens, III, coll. 847-57; G. C. Pola Falletri di Villafalletto, Associazioni giovanili e feste antiche, III, Torino 1942, pp. 311-20.

GIORGIO Acrofolita. - Scrittore bizantino del sec. xili. N. a Costantinopoli, discepolo di Niceforo Blemmydes, maestro dell'imperatore di Nicea Teodoro II Laskaris. Partecipò alla guerra contro l'Epiro e vi cadde in prigionia (1257-59), dalla quale l'Imperatore Michele VIII Paleologo lo liberò, mandandolo come uno dei suoi legati al Concilio II di Lione; ed ivi il 6 luglio 1274 G. fece in nome del suo imperatore il giuramento di sottomissione alla Chiesa romana. Egli che aveva ancora negli aa. 1257-59 difeso la dottrina contraria al Filioque si converti sinceramente alla Chiesa cattolica e le restò fedele fino alla morte avvenuta nel 1282.
G. fu uno scrittore fecondo ed universale, in poesia, eloquenza, storia, filosofia, teologia; fu anche maestro di filosofia ed ebbe come alunno il futuro patriarca Gregorio di Cipro, il quale però da amico dell'Unione ne diventò acerrimo avversario.

BibL.: A. Heisenberg, G. A. opera, 2 voll., Lipsia 1903; M. Jugie, s. v. in DHG, I, coll. 377-79. Giorgio Hofmann

GIORGIO, vescovo ariano di Alessandria. Oriundo della Cappadocia, cupido ed avaro, aveva menato una vita agitata. Eletto vescovo da un sinodo ariano di Antiochia, nel febbr. 357 fu intruso ad Alessandria dopo che s. Atanasio era stato costretto a fuggire.

Seguace dell'arianesimo puro, sottopose i cattolici ad inaudite persecuzioni e violenze, facendo esiliare vescovi, condannare sacerdoti alle miniere, e maltrattando in ogni modo i fedeli. Nell'ag. del 358 il popolo esasperato si sollevò contro di lui e G. fu costretto a riparare presso l'imperatore Costanzo. Partecipò al Concilio di Seleucia del 359, dopo il quale rientrò ad Alessandria. Nel dic. del 361 una sommossa di pagani che insieme con i cattolici avevano sperimentato le sue vessazioni, lo fece prigioniero e poco dopo lo giustiziò ( 24 dic.).

BibL.: S. Atanasio, Hist. Arianorum, 51, 72 sgg.; Apologia ad Constant., 27 sgg.; Apologia de fuga, 7 sg; Socrates, Hist. eccl., III, 2 sg.; Sosonomo, Hist. eccl., IV, 30; V, 7; Tondorum, Hist. eccl., II, 11, 24; Tillemont, VI, passim (vedi indice). Agostino Amore

GIORGIO Amirutzes. - Impiegato (protovestitario), alla corte dell'imperatore di Trebisonda, Davide (1458-62), e consigliere dell'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo al Concilio di Firenze. Qui egli fu difensore dell'Unione, anzi emise una professione di fede cattolica recentemente edita da M. Jugie (v. bibl.). Ritornato a Trebisonda diventò avversario acerrimo di Roma, come informa una sua lettera a Demetrio, duca di Nauplia (edita da L. Mohler e poi da M. Jugie [v. bibl.]). Dopo la conquista di Trebisonda da parte del Turchi (1461), non mostrò fortezza di carattere, ma passò all'islàm verso il quale veniva spinto anche dalla sua vita privata poco edificante. Alcuni suoi scritti sono ancora conservati, oltre a quelli sopra indicati.

BibL.: E. Legrand, Bibliographie hellenique (XVe siècle), III, Parigi 1903, pp. 193-205; L. Mohler, Eine bisher verlorene Schrift von G. A. über das Konzil von Florenz, in Orient Christianus, nuova serie, 9 (1920), pp. 20-35; M. Jugie, La profession de foi de G. A. au Concilé de Florence, in Echos d'Orient, 36 (1937), pp. 175-80; id., La lettre de G. A. au duc de Nauplie Demetrius sur le Concilé de Florence, in Byzantion, 14 (1939), pp. 77-93. L. N. Tomadakes, "Eтөóрдауиіv 6 Ткóв7100, "A $\mu \varepsilon \varepsilon \sigma \sigma \sigma^{\prime} \lambda \lambda \varsigma$, in 'E $\gamma \alpha \mu \varepsilon \rho \lambda \varsigma$ Eтaıpsioq $\lambda \alpha \xi \alpha v \tau \tau v \tilde{\omega} v \tau \tau \tau \omega \tilde{\omega} \tilde{\omega} v, 17$ (1948), pp. 99143.

Giorgio Hofmann
GIORGIO degli Arabi. - Vescovo delle tribù nomadi ai margini della Siria e della Mesopotamia, consacrato nel 686, m. nel 724. Fu monofisita ed amico di Giacomo di Edessa (v.), di cui terminò l'Hexaemeron.

La sua opera principale è una versione dell'Organon di Aristotele in siriaco. Interessanti sono le sue lettere specialmente quella al recluso $\mathrm{I} \delta \delta^{\prime}$. G. fu il primo tra i monofisiti siri a scrivere uno studio sui Sacramenti col titolo Spiegazione dei Misteri della Chiesa, dove tratta del Battesimo (e Cresima), Eucaristia e consacrazione del "myron".

BibL.: V. Ryssel, G. des Araberbischofs Gedichte und Briefe, Lipsia 1891; id., Poemi siriaci di G. vescovo degli Arabi, Roma 1892; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922 p. 257 sg.; J. B. Chabor, Littérature syriaque. Parigi 1934, pp. 22, 25, 88.

Guglielmo de Vries
GIORGIO di Podëbrady, re di Boemia. - N. il 23 apr. 1420 a Podëbrady, m. il 23 marzo 1471 a Praga. G. con l'aiuto di Rokycana organizzò politicamente gli utraquisti, la parte mitigata degli ussiti, riconciliatisi con la Chiesa romana in base alle "compactata" di Basilea, e ne fu guida autorevole.

Divenuto nel 1452 reggente, G. si rivelò un sbi'c uomo di Stato, così che nel 1458 fu eletto re di Boemia, successore di Ladislao Postumo. Fu riconosciuto anch: dall'Imperatore e dal Papa, al quale promise in segreto di rinunziare più tardi alle "compactata". Quando poi nel 1462 Pio II le abolì, G. non si sentiva abbastanza forte per affrontare l'opposizione degli utraquisti e rifiutò di rinunziare pubblicamente alle "compactata" appartenenti allora alle leggi fondamentali del Regno. Perciò nel 1466 il papa Paolo II lo scomunicò e indisse contro di lui una crociata, a capo della quale nel 1468 si pose il genero di G., Mattia Corvino re d'Ungheria. G. perdette la Moravia ma resisteva in Boemia e proprio quando la sua posizione prendeva una piega migliore, G. morì. G. consolidò il Regno di Boemia scontralo politicamente, socialmente e religiosamente dalle lunghe guerre ussite, vi ristabili l'ordine interno e il prestigio del potere regio. G. cercò pure di riconciliare totalmente il suo regno con Roma e a questo scopo egli, morente, raccomandò - a danno dei suoi figli - che fosse eletto a succedergli Ladislao Jagellone.

Bibl.: E. Denis, Fin de l'indépendence balshne, I, Parigi 1890. passim; Pastor, II, pp. 136-74, 379-90; B. Brethols, Geschichte Bähmens und Mälterns, II, Liberec 1923, passim; R. Urbánek, Huitský hodi, Praga 1926, passim. Altra bibl. in J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, $3^{e}$ ed., Parigi 1949, p. 263; cf. inoltre G. Vedovato, La comunità internazionale, Firenze 1950, p. 16 e sgg. (con bibl. recente). Giuseppe Olèr

GIORGIO Dolgornki. - Primo principe di Susdal, città della Russia centrale, vissuto nel sec. xi. Con lui comincia a esistere insieme a Kiev, città principale del Regno di Rus, l'abitato di Mosca, divenuta poi capitale della Russia moderna. La primitiva città comprendeva nel 1047 soltanto una parte dell'attuale Cremlino. G. appoggiò sempre le tendenze bizantinofile in antitesi al principe Jsjaslav di Kiev, il quale, portato da tendenze autonomistiche, fece eleggere per quella metropoli il monaco Clemente di Smolensk senza più ricorrere al patriarca bizan-

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tino. La tendenza bizantinofila divenne tradizionale nel principato di Mosca e quindi in tutta l'antica Russia propriamente detta.

BibL.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948 (cf. indice). Alberto M. Ammann

GIORGIO, Frantze. - Storico bizantino, n. nel 1401 a Lemnos, m. nel 1479 a Corfú. Fu al servizio del despota Costantino come legato diplomatico all'estero e come governatore di diverse città. Quando Costantino diventò imperatore (Costantino XI), G. partì per una lunga missione in Iberia, donde tornò negli inizi del 1452 . Fu quindi proposto per la cignità di logothetes che probabilmente non accettò. Durante la caduta di Costantinopoli si batté valorosamente e fu fatto prigioniero. Liberato, venne nel Peloponneso e più tardi a Corfú dove, come la moglie, abbracciò lo stato monastico.

A G. sono state attribuite due importanti opere artistiche, il Chronicon minus, che narra la storia bizantina dal 1413 al 1477 e il Chronicon moins, il quale, oltre a contenere l'anteriore, benché interpolato, aggiunge un prologo, una storia bizantina dal 1258 al 1402 e una storia turca fino a Maometto II. Recentemente R. Locnertz (Autour du Chronicon mains attribué à G. Pbr., in Miscellanea Mercati, III, Vaticano 1946, pp. 273-311) ha sostenuto la tesi che sembra più probabile, e cioè che il Chronicon mains non è di G. ma una compilazione fatta nel sec. xvi da Macario Melissene, metropolita di Monembasia.

BibL.: Ed. del Chronicon minus in A. Mai, Classici auctares, IX, Roma 1837, p. 594 sgg. (cf. anche PG 156, 1025-80); Krumbacher, pp. 307-309; G. Moravecik, Byzantinstureica. I. Die byzantinischen Quellen der Geschichte der Turkcölker, Budapest 1942, pp. 151-54, sostiene però l'autenticità del Chron. mains.

Vitaliano Laurent
GIORGIO da Gheel. - Missionario e martire cappuccino dell'antica provincia fiammingo-belga, n. a Oevel, presso Geel (Campine), nell'ag. 1616, entrò già sacerdote nel noviziato a Lovanio l'i i nov. 1642, m. a Ngondo Mbata ca. l'8 dic. 1652.

Destinato alla missione del Congo dal 1648 , sbarcò a Pinda il 29 giugno 1651. Dal ministero nella città di San Salvador passò nella residenza di Matari. Gli sono attribuiti più di mille Battesimi d'indigeni. Sistemò il primo Vocabolarium latimun, hispanicum et congente (ms. autografo nella Biblioteca nazionale di Roma), che probabilmente era stato composto dai confratelli; nella recente edizione di J. Van Wing-C. Penders, Le plus ancien dictionnaire bantu (Lovanio 1928) è stato trasformato in un dizionario congolese-francese-fiammingo. Di passaggio per Ulolo verso la fine del nov. 1652, rimproverò fortemente quei cristiani che erano ritornati alle pratiche idolatriche, proibite anche dalla legge civile, e ne incendiò simulacri e strumenti; ma gli interessati lo malmenarono, riducendolo in fin di vita. Venerato come martire, sono stati aperti i processi informativi presso la Curia di Malines nell'ag. del 1936.

Bibl.: Edouard d'Alençon, Essai de bibliographie capucinocongolaise, in Neerlandia franc., i (1914), pp. 41-42; Clemente da Teresrio, Le missioni dei Minori Cappuccini, X. Roma 1938, pp. 434, 445; Hildebrand de Hooglede, Le martyr G. de G. et les débuts de la mission du Congo, Anversa 1940; id., La question de la beatification de G. de G., in Vox Minorum, i (1947), pp. 263-76.

Ilarino da Milano
GIORGIO, vescovo ariano di Laodicea. - Oriundo di Alessandria dove era sacerdote all'inizio della controversia ariana, fu deposto dal vescovo Alessandro, per la sua vita indegna. Respinto anche dal vescovo Eustazio di Antiochia, si recò ad Aretusa. Fu accolto dal vescovo ariano Sofronio e nel 331 fu fatto vescovo di Laodicea, e come tale partecipò al Concilio di Tiro del 335 che depose s. Atanasio.

Assistette anche ai Concili di Gerusalemme dello stesso anno e di Antiochia del 341. Nel Concilio cattolico di Sardica del 343 fu deposto. Dopo la promulgazione della seconda formula anormea di Sirmio nel 357 , scrisse una lettera a Basilio di Ancira perché si adoperasse a far condannare Aezio, e partecipò al Concilio di Ancira del 358 in cui fu promulgato l'omoiousianismo. Fu presente anche al Concilio di Seleucia del 359, dopo il quale non si hanno più sue notizie; dovette morire poco dopo. Versato nella filosofia e nella dialettica, scrisse anche degli opuscoli contro gli eretici e specialmente contro i manichei, ed un'orazione in lode di Eusebio di Emesa.

Bibl.: Socrate, Hist. eccl., II, 9, 43, 46; Sozomeno, Ilist. eccl., IV, 13, VI, 26; Tillemont, VI, passim (v. indice).

Agostino Amore
GIORGIO Metochite: v. giovanni, bekkos.
GIORGIO di Nicomedia. - Visse nella seconda metà del sec. ix. Eszendo archivista di S. Sofia ed amico intimo del patriarca Fozio, fu da questi nominato metropolita di Nicomedia nell'86o. Rimase fedele a Fozio, anche al tempo della sua disgrazia.
G. è un retore, più che un teologo. I codici manoscritti hanno conservato di lui 170 omelie, delle quali soltanto io, tutte riferentesi alla Madonna, sono state pubblicate, prima da I. Marracci, e più tardi in PG 100, $1336-1528$.

Boc.: Krumbacher, p. 166.
Maurizio Gordillo
GIORGIO di Pisidia v. Pisidès, ciorgio.
GIORGIO Scolarios (Gennadio II). - Teologo e scrittore bizantino, patriarca di Costantinopoli per tre volte ( $1454-56 ; 1463 ; 1464-65$ ), n. ivi ca. il 1405, m. nel monastero di Prodromos (S. Giovanni Battista) presso Serres dopo il 1472. Egli imparò già giovane la lingua latina e studiò le opere dei filosofi e teologi occidentali, soprattutto di s. Tommaso d'Aquino. Già prima del Concilio di Firenze godette del favore dell'imperatore Giovanni VIII Paleologo e poté, benché laico, tener prediche nel Palazzo imperiale. Accompagnò il suo sovrano al Concilio di Firenze. Fu caldo promotore dell'Unione dei Greci con la Chiesa cattolica. Celebri sono i suoi tre discorsi (con una lettera aggiunta) che furono consegnati per scritto al Sinodo dei Greci il 30 marzo 1479. Questi sermoni sottolineano la necessità dell'Unione dimostrata con testi dei Padri latini e greci ( $1^{\circ}$ discorso); questa unione deve essere una e vera, cioè dogmatica ( $2^{\circ}$ discorso); ostacolo principale dell'Unione è il rispetto umano ( $3^{\circ}$ discorso). Anche dopo l'Unione dei Greci G. S. rimase un sostenitore strenuo della sua teoria fino alla morte di Marco Eugenico (1444), contro il quale compose anche un'opera in favore del Filioque.

Non è ben chiaro come egli abbia mutato dal 1444 in poi il suo contagno verso l'Unione e sia diventato un nemico della Chiesa cattolica. In molti scritti polemici G. S., come monaco e patriarca, combatté il Filioque ed il Concilio di Firenze. Fu grande fortuna per la Chiesa greca dissidente che G. S. abbia goduto del favore del sultano Maometto II, il quale lo fece ritornare dalla sua prigionia di Adrianopoli ( 30 maggio 1453 - fine sett. 1455) a Costantinopoli e fece all'eletto patriarca tre visite, creandolo capo ecclesiastico e civile dei Greci il 6 genn. 1454. Non può esser negato che G. S. rese un servizio non piccolo al eriatianesimo per la sua esposizione del dogma cristiano davanti al sultano, redatta poi in scritto.

L'eredità letteraria che G. S. ha lasciato è immensa : si deve all'arcivescovo cattolico d'Atene Ludovico Petit il progetto d'una edizione critica delle opere, attuato in 8 voll. con l'aiuto di X. A. Siderides e M. Jugie e non ultimamente del fratello laico assunzionista Giulio Pector. In questa edizione si trovano pubblicati secondo

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gli autografi di G. S. (fortuna felicissima che rendeva l'edizione meno faticosa, essendo $4 / 5$ delle opere conservati in autografi) sermoni religiosi, trattati teologici, polemici, scritti apologetici contro l'islàm, scritti pastorali ed ascetici, esposizioni sopra la Summa contra Genies di s. Tommaso, e la $1^{a}$ e la $2^{a}-2^{a c}$ della Summa theologica, traduzioni, commentari di scritti filosofici di autori occidentali e di Aristotele, e lettere.

Bial.: L. Podi-X. A. Siderides-M.Jugic, Georges, in DThC, XIV, coll. 1221-70; H. Beck, Varselung und Vorherbestimmung in der theologischen Literatur der Byoantiner (Orient. Christ. Analerta, 114), Roma 1937, pp. 63-65, 106-108, 135-36, 131-37, 213-16; M. Jugic, Georges S., professeur de philosophie, in Atti del V Congresso internazionale di studi bizantini, I (Studi bizantini e neollenici, 5), ivi 1939, pp. 482-94, Giorgio Hofmann

GIORGIO Siculo. - Eretico anabattista siciliano del sec. xvI. Le notizie sulla sua vita sono estremamente scarse. Intorno al 1550 probabilmente è già a Ferrara dove predica contro i «luterani». Ivi ai primi di apr. dello stesso anno viene arrestato a motivo delle sue dottrine eretiche ed il 23 maggio è giustiziato.

Dei molti libri di G. S., l'unico che sembra rimasto è Epistola di G. S. servo fidele di Jesu Christo alli cittadini di Riva di Treato contra il mendatio di Francesco Spiera et fidea dottrina de protestanti (Bologna 1550). In essa si rileva una mescolanza di motivi razionalistici e mistici analoga a quella del Serveto, e corrispondente da una parte ai motivi comuni della cultura dell'epoca con la sua fiducia nelle possibilità della mente umana, dall'altra alla religiosità "spirituale " valdesana.

L'identificazione da alcuni fatta di G. S. con Renato Camillo (v.) va scartata.

BibL.: F. C. Church, I riformatori italiani, Firenze 1935, p. 85, nota 2: D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, ivi 1939, pp. 27-70, 71, nota 1.

Renzo U. Mantini
GIORGIO di Thebisonda. - Umanista ben noto del sec. xv (n. nel 1396, m. nel 1485/86). Portò sempre il nome di Trebisonda, originario della famiglia, benché nativo di Candia. Passato giovanissimo in Italia, si distinse ben presto come professore di greco a Vicenza e a Venezia, dove raccolse l'eredità letteraria del celebre Filelfo. Eugenio IV, sentendone la fama, lo volle a Roma come suo segretario particolare e professore di filosofia e filologia alla Sapienza. Alcuni scienziati, ad es., Lorenzo Valla, di sapprovarono le critiche mosse da G. contro Quintiliano e le sue polemiche contro la filosofia platonica, difesa allora da ingegni cosi in vista come Gemisto Pletone e Bessarione. Ciò fini con indebolire la fiducia del papa Niccolò V; anzi, essendosi sparsa la voce che le sue traduzioni mancavano di fedeltà, dovette allontanarsi da Roma nel 1453.

Vasta è la produzione letteraria di G. in greco e in latino; tra le versioni più celebri si contano il Commentario a s. Giovanni e il noto Thesaurus di s. Cirillo Alessandrino, la Praeparatio evangelica di Eusebio, e non pochi libri di Aristotele e Platone. Benché lavorasse molto in fretta, i suoi scritti son sempre brillanti e pieni di copiosa erudizione.

Bial.: R. Janin, Georges de Trebisonde, in DThC, VI, coll. 1235-37; K. N. Sathas, $\mathrm{N}_{2} \mathrm{~g} \times \lambda \varepsilon \alpha \mathrm{xx} \mathrm{g}$ qu̇̀ $\lambda \varepsilon \gamma \dot{\varepsilon} \varepsilon$, Atene 1868, pp. 41-45. Perecchie opere sue (con la Notitia dell'Allecci), in PG 16r, 769-896, Emanuele Candal

GIORGIO Veneto: v. zorzi, francesco.
GIORGIO WARD. - Innografo nestoriano del sec. xiri, oriundo di Arbela, autore di numerosi (almeno 150 ) inni religiosi, inseriti nell'Ufficio di rito caldeo.

La collezione dei suoi inni venne chiamata Wardā ( $=$ = rosa $<$ ), donde il suo cognome. I soggetti che tratta sono tra gli altri i seguenti : la penitenza, la preghiera, le necessità e calamità pubbliche, la storia di Giona, il Pater Noster, le storie apocrife dell'infanzia di Gesù.

## 15. - Enciclopedia Cattolica. - VI.

Bial.: H. Hilgenfeld, Ausgewählte Gevänge des Glövargés W. von Arbeit. Lipsia 1904; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 304-306; J. B. Chabot, Littérature syrienne, Parigi 1934, p. 137. Guglielmo de Vries

GIORGIONE, Giorgio da Castelfranco detto il. - Pittore, n. a Castelfranco Veneto probabilmente nel 1477 o 1478 , m. a Venezia poco prima del 25 ott. 1510; uno dei massimi artisti dell'umanità. E il primo libero interprete della natura; le sue creazioni sono il frutto di un sentimento lirico che sta alla base dell'arte moderna.

Nulla si sa di preciso circa i suoi natali ed i suoi esordi e a fatica si ricostruiscono alcuni dati della sua esistenza. Che G. fosse nato da umilissima stirpe, come afferma il Vasari, pare ben probabile. Il Ridolfi (1648) dice che egli si chiamava Barbarella; ma questo è il nome della famiglia che forse l'adottò. Probabilmente era un trovatello, e la sua predilezione per il mito di Paride sembra confermarlo. Nei documenti del tempo è chiamato Zorzi o Zorzo da Castelfranco; Zorzon o G. è dizione che appare dopo la sua morte, e per la prima volta scritta nel Pino (1548).

Circa l'educazione artistica di G. le notizie del Vasari sono contradditorie, perché nella prima edizione delle sue Vite egli afferma che fu messo alla scuola di Gentile e Giovanni Bellini; mentre nella seconda (che è la più attendibile, avendo avuto informazioni su G. dalla viva voce di Tiziano) non fa cenno di quell'insegnamento, limitandosi ad affermare che sorpassò di gran lunga i Bellini. Si sa, dalla iscrizione a tergo del dipinto della Laura al Museo di Vienna, che egli fu "collega" di Vincenzo Catena nel 1506, ed era chiamato "maestro"; che nel 1507 ricevette l'ambita commissione per una tela da collocarsi nella sala del Consiglio dei dieci al Palazzo Ducale; e che maestro arrivato a gran fama egli era certamente nel 1508, quando gli fu affidato di affrescare il Fondaco dei Tedeschi verso il Canal Grande (mentre le pareti meno importanti, verso le Mercerie, furono commesse a Tiziano). Purtroppo, la tela del Palazzo Ducale èondata perduta, e degli affreschi del Fondaco non non è rimasta che una larva di figura muliebre, trasportata alla Galleria dell'Accademia pochi anni fa (un ricordo iconografico di quelle pitture esiste nelle incisioni dello Zanetti, 1760 ).

Scarse le notizie del Vasari sulla vita e le opere di G., e non tutte attendibili. Egli lo ricorda attraverso la tradizione, soprattutto di Tiziano, come "gentile e di buoni costumi, che dilettossi continuamente delle cose d'amore e piacquegli il suono del liaio mirabilmente e tanto, che egli cantava e suonava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche et onoranze et ragunate di persone nobili»: accenni, questi, chiarificatori anche circa la "musicalità pittorica" di G. Per la ricostruzione dell'attività di G. soccorre, oltre il Vasari, il nobiluomo veneziano Marcantonio Michiel, il quale annotò nelle case private di Venezia e di Padova, dal 1525 al 1543, vari dipinti e disegni del maestro, che costituiscono le fonti principali per la conoscenza della sua arte. Appena approssimativa può definirsi la cronologia delle opere di G.

Tra le prime sue opere sono generalmente riconosciute le tavole degli Uffizi con la Prova del fuoco ed il Giudizio di Salomone; ma non sono del tutto autografe, bensì eseguite in collaborazione con altro, oggi ignoto, maestro. All'inizio della sua carriera sono da assegnarsi anche le due tavolette del Museo civico di Padova, l'una della Leda col signo, l'altra d'un Idillio campestre; alle quali è da aggiungere, come parte integrante d'un complesso poi emembrato, una terza tavoletta raffigurante un Vecchio con la clessidra, già nella raccolta Pulszky di Budapest, ora in America. Nel novero delle prime opere di G. è da considerarsi come probabile il fregio affrescato nella casa Pellizzari in Castelfranco, composto con strumenti musicali, astronomici, simboli delle arti liberali e della

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![img-31.jpeg](img-31.jpeg)
(As G. Fiesca, G., fterpano IIII, tav. 21) Giorgione, Giorgio da Castelfranco detto il - Pastore in una campagna. Discrmo - Rotterdam, Musco Boymans (collezione Koenigs).
vita gucrresca; nel quale è da riconoscere quasi una proiezione del mondo ideologico di G., più che la sua mano, perché si tratta di opera d'intenti decorativi.

La prima opera importante, in ordine di tempo, su cui il giudizio della critica appare concorde, è la Giuditta dell'Ermitage di Leningrado: opera da datarsi verosimilmente ca. il 1500-1502, d'una estrema squisitezza di fattura, e di quella "dolcezza di colori unita", che il Vasari considera come particolare requisito della "maniera moderna" instaurata da G. Alla sua epoca giovanile sono da ascriversi inoltre i seguenti dipinti, che formano un gruppo stilisticamente omogeneo: l'Epifania, della National Gallery di Londra, in cui echeggiano ricordi ielliniani e carpacceschi; la Sacra Famiglia, già nella raccolta Benson di Londra ed ora presso la casa d'arte Duveen di Nuova York, ispirata, sia nella composizione che nello stile gnicheggiante del drappeggio, alle stampe dello Schongauer, la Madonna del paesaggio, all'Ermitage di Leningrado, interpretazione di squisita umanità e naturalezza; e la Sacra Conversazione (già attribuita alla scuola del Giambellino) all'Accademia di Venezia, opera, quest'ultima, tuttora disconosciuta.

Questo "primo periodo" si conclude con la celebre Madonna di Castelfranco, eseguita ca. il 1504-1505, creazione di mirabile bellezza specialmente nella parte superiore, ove troneggia la sognante Vergine con il Bimbo in dolce paesaggio di tramonto, ch'è tutto d'una luminosità aurata, diffusa nell'atmosfera. E se, misurata col metro della prospettiva matematica toscana, vi si nota nell'insieme qualche forzatura dovuta ad un punto di vista troppo accostato alle figure; il nuovo mondo poetico che in essa si palesa attraverso una lirica interpretazione tonale dei colori supera qualsiasi giudizio restrittivo di fronte a cosi alto capolavoro.

Alla maturità di G. (ed è maturità relativa, poiché va da ca. il suo ventisettesimo anno al suo trentatreesimo, in cui mori) appartengono con certezza : il Ritratto ideale della Laura (1506) sopraccennato, del Museo di Vienna, il Ritratto d'un giovane, del Kaiser Friedrich-Museum
di Berlino, che incarna a sua volta un ideale di bellezza del Rinascimento; il ritratto della Vecchia "col tempo", dell'Accademia di Venezia, all'opposto, d'un sorprendente verismo ispirato ai nordici, opera già ascritta al Turbido, e, per vero dire, ancora ingiustamente controversa; com'è, purtroppo, ancora dibattuta la suggestiva tavola con Le tre etá della Galleria Pitti di Firenze. A queste si aggiungono le opere universalmente celebri, cioè il citato frammento d'affresco del Fondaco oei Tedeschi (1508) e la Tempesta ambedue all'Accademia veneziana, nonché i Tre filosofi al Museo di Vienna. La Tempesta è l'opera che meglio di qualsiasi altra di G. esprime, per la prima volta nella storia dell'arte, quel sentimento panico della natura, quel vivere e palpitare dell'uomo all'unisono con il creato, quella "rivelazione" intima, per cui egli è parte del cosmo e soggetto alle sue leggi supreme. Il paesaggio descrittivo, "ottico", dei Piamminghi e dei nordici è superato in una trasfigurazione sublimenente poetica: cosi poetica, che il soggetto figurale (probabilmente riferentesi al mito di Paride bambino) passa in sordina, e già il Michiel non lo conosce esattamente ma lo cita soltanto come "el paesetto cun la temperto, cun la ringana et soldato". Maggiormente misterioso è il "tema", quando si pensi che nella prima stesura dell'opera, G. aveva dipinto, al posto del "soldato", una figura di donna ignuda seduta al margine del ruscello, che si bagna i piedi nell'acqua, come è stato rivelato recentemente dall'esame radiografico del quadro.

Alquanto ermetico è pure il "soggetto" dei Tre filosofi, interpretato altresi come Tre matematici o Tre astronomi o Tre Re Magi, oppure riferito alla mitologia romana, e persino all'occultismo delle società segrete; ma che verosimilmente rappresenta i tre stadi della filosofia, impersonati per l'antichità da Aristotele, per il medioevo da Averroè, per il Rinascimento dal giovane osservante e misurante, seguace delle nuove idee del naturismo che allora si insegnavano nello Studio di Padova. Il tema filosofico (o comunque mitologico od altro) si è trasformato in pura lirica, in una musicale contemplazione; e la pittura è d'una intensità cromatica cosi profonda, che non ha riscontro se non in poche opere di G. medesimo. A detta del Michiel, il dipinto fu terminato da Sebastiano del Piombo; ma è certo che l'intervento di questi si limitò a poche parti non sostanziali.

Un dipinto che si avvia all'universale riconoscimento della critica è l'Adorazione dei pastori, già nella raccolta Allendale di Londra, ora nella Galleria nazionale di Washington; dipinto tra i più importanti di G., in cui sono mirabilmente riassunte e sintetizzate le più alte qualità pittoriche del maestro. Esso è certo da identificare con quella "Nocte", che Isabella d'Este volle, ma invano, far acquistare subito dopo la morte di G. Capo lavoro degli ultimi anni del maestro, esso è particolarmente incantevole per l'interpretazione atmosferica della luce, che precorre le conquiste del Vermeer. Il giudizio della critica si avvia a diventare concorde anche su altre opere poco note, come l'Eros con la freccia del Museo di Vienna; l'Autoritratto in veste di David della Galleria di Braunschweig, che è purtroppo soltanto un frammento molto deperito e restaurato; nonché il Ritratto virile, già nella raccolta Terris di Londra, ora al Museo di S. Diego in California, recante a tergo un'iscrizione contemporanea, che lo dice "di man de m. Zorzi de Castel fr...." con la data (non ben chiara) del 1508. La grande sua somiglianza con l'«autoritratto" suddetto di Braunschweig, rende probabile l'ipotesi che in questa mirabile testa, d'una luminosità diffusa e d'una pasta cromatica compatta e spessa, G. abbia raffigurato se medesimo.

A chiarire il "mondo pittorico» di G. rimangono anche alcune copie di suoi dipinti, dovute a Teniers il giovane, come il Rimecimento di Paride, nella raccolta Loeser di Firenze, l'Aggressione, nella raccolta Gronau, pure a Firenze, o la mezza figura di Nerone nella raccolta del prof. Suida a Nuova York. Altre copie interessanti da originali perduti di G. sono da considerarsi l'Oroscopo della Galleria di Dresda, il Pastore con flauto di Hampton Court, il Davide con la testa di Golia del Museo di Vienna,

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il Paggetto con la palla d'oro dell'Ambrosiana di Milano; ma per questi due ultimi potrebbe trattarsi anche di originali, guasti da antiche ridipinture.

Nel campo delle opere incerte rimane il molto discusso Giudizio di Salomone, della collezione Bankes di Kingston Lacy in Inghilterra, forse soltanto iniziato da G. e terminato da Sebastiano del Piombo, mentre altre celebri creazioni, quali il Concerto campestre del Louvre, il Concerto di Pitti, l'Adultero del Museo di Glasgow, la Madonna col v. Bocco ed Antonio del Prado, vanno restituite, ormai senza più dubbio, al genio del giovane Vecellio. Quanto alla celeberrima Venere dormente, già alla Galleria di Dresda ed ora in possesso dell' U.R.S.S., è opinione corrente che la pittura sia stata incominciata da G. e finita da Tiziano, presumendo che sia la stessa che annotò il Michiel, nel 1525, in casa di Gerolamo Marcello a Venezia; ma l'identificazione con quella è assai discutibile, mentre lo stile pittorico largheggiante, l'impianto monumentale, l'impasto cromatico ed ogni elemento di forma parlano in favore di Tiziano soltanto; verso cui, del resto, la critica si orienta decisamente.

Dei tanti disegni ascritti a G. uno solo è concordemente accolto come autografo : il Pastavella, con la veduta delle mura di Castelfranco nello sfondo, del Museo Boymans di Rotterdam: ma certo è da considerarsi di sua mano anche il Violinista, dell'Ecole des Beaux Arts, a Parigi. Sono disegni d'una squisitezza estrema, concepiti in senso propriamente "pittorico".

Lo sviluppo artistico di G. parte dai concetti ancora quattrocenteschi dei Bellini e del Carpaccio, per presto distaccarsene nella ricerca d'un nuovo mondo pittorico. E la rivelazione di questo nuovo mondo gli sarebbe venuta, stando al Vasari, dallo "sfumato" di Leonardo: ipotesi che ha la sua parte di vero, quando si consideri certa analogia d'intenti tra la "profondità spaziale ed atmosferica ", raggiunta da Leonardo mediante il chiaroscuro, e l'"armonia tonale "di G., pur essa intesa come fusione atmosferica, ma raggiunta esclusivamente attraverso il colore. Sin dalle sue prime opere sicure G. si estolle dalla distinzione tra forma e colore; poiché per lui è il colore che dà forma alle cose. Perciò egli abbandonò presto, come ben dice il Vasari esagerando, "la maniera secca, cruda e stentata dei Bellini" e si m