volume-06

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tazione politica, ivi 1941; b) sul pensiero filosofico in generale: B. Spaventa, La filosofia di G., Napoli 1863; G. Gentile, Rasselei e G., Pisa 1898; G. Saitta, Il pensiero di V. G., Messina 1917; V. Piccoli, F. G., Roma 1923; U. Padovani, V. G. e il cattolicismo, Milano 1927; S. Caramella, La formazione della filosofia giubertiana, Genova 1927; F. Palheriès, G., Parigi 1929; G. Bonafede, V. G., Palermo 1941; A. Bruers, Scritti filosofici, Bologna 1941; R. Croce, Del G. filosofo, in Discorsi di storia filosofia, Bari 1944, pp. 73-96; L. Stefanini, G., Milano 1947; S. Scimè, Il trionfo dell' ontologismo in Sicilia, Giuseppe Romano, Roma 1930, pp. 47-64; G. Bonafede, G. e la critica, Palermo 1930; c) sul pensiero estetien: A. Faggi, I'. G., esteto e letterato, Palermo 1901; V. Piccoli, L'estetica di V. G., Milano-Roma 1917; S. Caramella, La reiluggo dell'estetica ziobertiana, in Giornale critico della fil. it., 2 (1921), fascc. 1, 2; G. Sgroi, L'estetica e la critica letteraria di V. G., Firenze 1921; C. Calzanera, Gli studi danteschi di I'. G., in Dante e il Piemonte, Torino 1922. V. inoltre la guida bibliografica di A. Bruers, G., Roma 1924.

GIOCONDO, FRA'. - Giovanni da Verona, domenicano detto fra' G., architetto, n. a Verona intorno al 1433, m. a Roma il 1 luglio 1515 . Figura eminente nel Rinascimento dell'Italia settentrionale rifulse negli studi d'architettura affermandosi teorico e progettista di alto valore.

Antiche testimonianze scritte tendono a limitare la sua attività di progettista, attribuendo a Daniele Banda la Loggia del Consiglio di Verona, a Girolamo Tedesco il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, a due capimastri francesi di poca fama il ponte di Notre-Dame sulla Senna. Ciò non offusca la celebrità di G. affidata ad altre opere, quali il Palazzo di Poggio Reale a Napoli, costruito durante il suo soggiorno in quella città ( $1489-95$ ), e il Castello di Gullion (costruito nei primi anni del xv sec. quando f. G. era in Francia). Altre sue opere sono : le costruzioni militari, con bastioni a raggiera, che furono progettate per difendere Padova e Treviso dagli attacchi di Massimiliano; i lavori idraulici, eseguiti nello stesso periodo (1506-1509) intorno alla Brentella; il progetto, poi modificato ed eseguito dalla Scarpagnino, dalla fabbrica del quartiere di Rialto; le 126 illustrazioni aggiunte - durante il soggiorno napoletano - al trattato di architettura di Francesco di Giorgio.

Nel 1314, Leone X chiamò l'architetto a Roma per continuare, morto Bramante, accanto a Raffaello, la costruzione di S. Pietro (che, nel progetto di f. G., assunse la forma di croce latina).

Ma la sua figura di uomo rinascimentale è rappresentata, oltre che dalle grandi opere sopraddette, che lo dichiarano iniziatore, "padre dell'architettura veneta" (G. Fiocco), dagli studi umanistici ed epigrafici in cui

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Gioele - Il profeta G. Particolare del fol. della Bibbia di Borso d'Este (1455-61) contenente l'inripit del libro di G. (vol. II, 91') - Modena, Biblioteca Estense.
si affermò degnamente. In questo campo si deve a fra G. la scoperta e la pubblicazione delle lettere di Plinio, la pubblicazione dei Prodigi di G. Ossequente, degli Acquedotti di Frontino, del De re rustica di Catone, del Breviario di storia romana di Aurelio Vittore, dei Commentari di G. Cesare (elegantemente illustrati).

Bibl.: G. Fiocco, Giovanni G. Veronese, Verona 1916; B. Biadego, F. G., Venezia 1917; Willich. s. v. in Thieme-Becker, XIV. p. 64 sgg . (con bibl.); G. Fiocco, s. v. in Enc. Ital., XVII, p. 159 .

Pietro Gazzola
GIOELE (ebr. $\mathcal{F}^{\circ} \mathcal{e l}$ " Jahweh è Dio "). - Profeta, figlio di Phatuel ( $\mathrm{I}, \mathrm{I}$ ). Poiché nel suo libro parla solo di Giuda, di Gerusalemme e del Tempio, si può dedurre che svolse in Giuda il suo ministero e forse nella stessa capitale.

Molti esegeti (dal Credner in poi) assegnarono G. al tempo del re Ioas ( $836-797$ ); cosi, tra i recenti, König e Theis. Ma i dati offerti dal libro favoriscono la posizione della moderna esegesi (dal Merx in poi), che rimette a dopo l'esilio l'attività di G., tra il 500 e il 400 . Taluni pongono G. subito dopo Malachia: i sacerdoti in G. appaiono pii intercessori ( 1,13 sg.; 2,15 sg.). G. non accenna al Rsgno di Samaria, a Damasco, all'Assiria, a Babilonia, alla monarchia di Giuda, ai peccati di idolatria; parla solo di sacerdoti; il popolo di Giuda rappresenta tutto Israele ( $2,17-27$; 3, 2-16 = ebr. cap. 4, come nei Paralipomeni); allude all'avvenuta rovina di Gerusalemme, alla dispersione d'Israele tra i pagani; alla occupazione del paese da parte delle nazioni finitime. G. dipende dai profeti antecedenti (Driver), e particolarmente da Ezechiele (Merx, Scholtz). I nemici di Giuda sono i Fenici, i Filistei, gli Edomiti, gli Egiziani (3 [ebr. 4], 4-8.19; cf. Ez. 35-36; mentre i vv. 9-17 richiamano Ez. 38 39; e il v. 18 Ez. 47, 1-12). Siamo dunque, pare, dopo il ritorno dall'esilio.

Nella Volgata si hanno 3 capitoli; nelle edizioni ebraiche, invece, $4: 2,28-32$ sono nell'ebraico 3, 1-5, e cap. 3 (Vole.) - can. 4 (ebr.).

Punto di partenza della profezia di G. è una terribile invasione di cavallette, che ha devastato il paese (1, 1-12); il profeta esorta al pentimento (1, 13-20). Nel cap. 2 riprende il medesimo tema; il flagello, descritto con vivide immagini e forti metafore, è considerato quale tipo del "giorno di Jahweh" (2, 1-11); G. esorta ancora al pentimento (2, 12- 17). Segue quindi la risposta del Signore : cessazione del flagello, promessa di grandi benodizioni temporali (2, 18-27) e spirituali (2, 28-32; ebr. 3, 1-5). Giuda sarà liberato dai nemici che tenteranno di soffocarlo: loro punizione e protezione divina per Israele (3, ebr. 4).

Il testo è ben conservato. Lo stile è smagliante ed in
genere puro. L'unità letteraria del libro è riconosciuta contro i pochi tentativi (Rothstein, Marti, Sellin) fatti in contrario.

L'idea centrale della profezia di G. è l'assicurazione che le profezie circa la perpetuità del nuovo Isracle, rinato dopo l'esilio, e del suo trapasso nel regno del Messia si compranno.

L'esegesi che nella descrizione delle cavallette vedeva solo un'allegoria degli attacchi nemici del cap. 3 (ebr. 4) (s. Girolamo, Calmet) fu seppellita da tempo. Venne tentata invece da alcuni un'esegesi escatologica (Schegg, Merx, van Hoonacker, Tobac). L'invasione delle cavallette non si sarebbe verificata; avremmo solo la descrizione di una delle future calamità che annunzieranno il giorno del Signore: la fine del mondo o qualcosa di simile.

In realtà si tratta di descrizione storica e di profezia, con alcuni degli elementi descrittivi che passeranno poi nel genere apocalittico. "Giorno di Jahweh", presso i profeti, è chiamata una manifestazione particolare della sua giustizia; qui, p. es., contro le genti che attaccheranno Giuda. E il futuro del nuovo Israele (o della teocrazia) che il profeta annunzia con la sue lotte e con i suoi trionfi, avendo nello sfondo il regno messianico. A quest'ultimo si riferisce il celebre oracolo (2, 28-32; ebr. 3, 1-5) realizzatosi nella Pentecoste (Act. 2, 14-21; cf. Rom. 10, 12 sg.).

I prodigi della natura quivi descritti sono immagini già tradizionali (cf. Is. 13, 10; Ex. 32, 7 sg.), ed indicano la grandiosità dell'intervento divino nell'effusione delle Spirito, senza riferimento a reali mutazioni cosmiche e alla fine del mondo. Il nome della valle (cf. 3, ebr. 4), dove Dio giudicherà le nazioni nemiche di Giuda, è simbolico (Iosaphat $=$ "Jahweh giudica", cf. Ez. 39, 11 sg.). Solo a partire dal sec. iv d. C. tal nome fu dato alla valle del Cedron (H. Vincent, Jérusalem, II, Parigi 1926, op. 849-c2).

Bibl.: H. Höpfl-A. Miller-A. Metzinger, Introdustio generalis in Vet. Test., Roma 1946, pp. 498-505 (con ampia bibl.). Commenti recenti : B. Kazal, Liber prophetos. Zoelin, Olmütz 1932: G. M. Rinaldi, Il libro di Iorle, Rapallo 1938. Studi : * A. Merz, Die Prophetie des Joel, Halle 1879; A. C. Welch, Zoel and the post-exilio community, in The expositor, 20 (1920), pp. 161-80; E. Tabac, Les prophetos d'Ivrael, II-III, Malines 1921, pp. 599-602; D. Buzy, Les symboles de l'Anc. Test., Parigi 1923, pp. 309-22; L. Dennefeld, Les problèmes du liore de Zoel, ivi 1926: * O. R. Sellers, Stages of Incust in Zool. in American journal of semitic Languages and literatures, 22 (1935-36), pp. 81-95; * A. S. Kspebrud, Zoel 1, 17. Et oversetteles problem, in North theologish tideschrift, 45 (1944), pp. 289-93.

Francesco Spadafora
GIOIA, Melchiorre. - Uomo politico e scrittore, n. a Piacenza il 20 sett. 1767, m. a Milano il 2 genn. 1829. Nel 1784 entrò nel Collegio Alberoni,

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dal quale usci ordinato sacerdote nel 1793. Simpatizzando per le idee giacobine, fu carcerato. Liberato per intervento di Napoleone, riparò a Milano. Gettò l'abito talare, e si diede al giornalismo. Fondò vari giornali. Vagheggiava l'idea di uno Stato italiano indipendente, e subì di nuovo il carcere, dal quale uscì nel 1800 dopo la vittoria di Marengo.

Ebbe vari uffici e varia fortuna sino al crollo del Regno d'Italia nel 1814. Seguono anni di fecondo lavoro. Pubblicò il Nuovo progetto delle scienze economiche (Milano 1813-19), Del merito e delle ricompense (ivi 1818), gli Elementi di filosofia (ivi 1818). Sospettato dalla polizia austriaca, patì ancora una volta il carcere per vari mesi (1820-21). Uscito, seguitò a pubblicare: nel 1822, la Ideologia; nel 1824, Esercizio logico su gli errori (queste e altre opere furono messe all'indice). La sua ultima opera fu la Filosofia della statistica (Milano 1826). Ebbe grande cultura, attinta, in gran parte, a fonti francesi. In filosofia, nonostante qualche accenno a elevarsi sul volgare sensismo, non uscì dalla sfera della scuola ideologica allora dominante. Indulge spesso a un grossolano edonismo e utilitarismo. Una posizione più originale gli va riconosciuta nelle scienze sociali, dove fondò la statistica come "scienza economica delle nazioni", in cui "si esamina l'influsso delle cause fisiche e morali, interne ed esterne, su le fonti della produzione, su la popolazione, su i lavori e su le abitudini ". Nelle teorie e ono-mico-commerciali il G. è scpusce della dottrina liberista.

BibL.: Edizione completa delle sue opere, Lugano 1832-49; G. D. Romagnosi, Elogio storico di M. G. (Biblioteca italiana, 52), Milano 1829; I. Lampertico, Sulla statistica... e M. G., $2^{2}$ ed., Roma 1879; G. Capone-Braga, La filosofia francese e italiana nel '700, Arezzo 1920. Per un esame dei suoi principi, v. A. Rosmini, Breve esposizione della filosofia di M.G. raccolta dalle sue opere, Milano 1828; G. Semprizi, M. G. e la sua dottrina politica, Genova 1934; B. Donati, Rosmini e G., Fi. enze 1949; F. Catalano, M. G. e il passaggio dal Settecento all'Ottocento, in Bellisgar, 5 (1950). pp. 636-36 (con bibi.).

Giolito de ferrari, Giovanni Gabriele, detto Gabbiel. - E il maggior libraio, editore e tipografo di questo nome, n. poco oltre il primo decennio del sec. xv, m. nci primi mesi del 1578.

Ebbe una prodigiosa attività che va posta fra gli aa. 1336-78, con una produzione crescente e sempre migliorata con la quale dominò, dalla sua "Liberia della Fenice" di Venezia, il campo editoriale di buona parte del suo secolo; fu, infatti, l'editore della maggior parte dei letterati del suo tempo. Pubblicò anche numerosi testi religiosi, ascetici e devozionali e di essi formò due collezioni intitolate "Ghirlanda spirituale", con 14 voll., e " Fiori", con 12 voll.

BibL.: Fondamentale: S. Bongi, Annali di Gabriel G. de F., 2 voll., Roma 1890-95; aggiunte di P. Camerini, Notizia sugli Annali gistitiei di S. Bongi, in Atti e memorie Accademie di scienza, lettere ed arti in Padova, 21 (1934-35), pp. 103-238. Giannetto Avanzi

GIOLITTI, Giovanni. - Statista, n. a Mondovì il 27 ott. 1842, m. a Cavour il 17 luglio 1928. Dopo aver percorso una brillante carriera amministrativa, nel 1882 fu nominato consigliere di Stato ed eletto deputato di Cuneo. Per la sua competenza in materia finanziaria, fu ministro del Tesoro con Crispi nel 1890 e due anni dopo costituiva il primo dei suoi cinque ministeri. Costretto a dimettersi per lo scandalo della Banca romana (1893), tornò successivamente al potere nel 1903, nel 1906 e nel 1911, dando prova di grande capacità amministrativa: gli si devono il progresso industriale del paese, l'allargamento del suffragio politico, l'inizio di una illuminati pol tica sociale.

Di principi nettamente liberali anche nei riguardi della Chiesa e della "questione romana", si sforzò, tuttavia, specialmente di fronte al sovversivo dilagare delle correnti sociali più estreme, di addolcire i contrasti con la S. Sede e con le forti organizzazioni cattoliche particolarmente sul piano elettorale, e lo si vide in occasione delle elezioni generali del 1913, con l'abolizione del non expedit e il patto Gentiloni. Al G. si deve inoltre un nuovo
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Giola, Melchiorre - Ritratto, Disegno a, De Marchi, litografia di Vassalli - Roma, Museo del Risorgimento.
indirizzo della politica estera, mirante ad accrescere il prestigio internazionale dell'Italia : fu il G. a condurre la vittoriosa guerra libica del 1911-12.

Nel 1915 fu contrario all'intervento italiano e propugnò accordi diretti con l'Austria (politica del "parecchio"), per cui perdette gran parte della popolarità; ma nelle difficoltà del dopoguerra, l'Italia salutò con entusiasmo il suo quinto ministero (giugno 1920). In un anno di governo attuò il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia e gli diede applicazione abbattendo il regime instaurato a Fiume da G. d'Annunzio. Cercò di opporsi ai progressi del fascismo, di cui fu tenace oppositore sino alla morte.

BibL.: Oltre alle Memorie della mia vita, Milano 1922, si vedano: V. Chiusano, G. G. nella storia sociale degli ultimi trent'anni, Pinerolo 1913 e L. Salvatorelli-T. Palumenghi Crispi, G. G., Roma 1913; W. Salomone, L'età giolittiana, Torino 1940; V. Galizzi, G. e Salandra, Bari 1949; G. Ansaldo, Il ministro della buona vita, Milano 1949; G. Natale, G. e gli Italiani, ivi 1949.

Renzo U. Montini
GIONA. - Profeta, figlio di Amathi (ebr. 'Amittaj) di Geth (Gath) di Opher (Hépher) in Galilea; vaticinò a Geroboamo II (787-746) la sua vittorie (II Reg. 14, 25). Una leggenda giudaica lo dice figlio della vedova di Sarephta, risuscitato da Elia (I Reg. 17, 17-24). Tradizioni poco attendibili pongono il suo sepolcro a Geth di Opher, o in Assiria presso il villaggio Nebî fânus "profeta G.", sul posto dell'antica Ninive.
G. è l'eroe del libro omonimo, quinto tra i profeti minori della Bibbia ebraica e della latina, sesto in quella greca. Il libro non contiene discorsi, ma un episodio della vita di G.

Mandato da Jahweh a predicare la penitenza a Ninive, capitale dell'Impero assiro, oppressore d'Israele, G. si ricusa e cerca sottrarsi all'ordine di Dio imbarcandosi a Ioppe su una nave fenicia. Scoppia la tempesta, e la sorte indica in G. il colpevole. Gettato in mare, è inghiottito da un grosso pesce (cap. 1). Nel ventre di esso G. compone un cantico (un vero salmo) e dopo 3 giorni è vomitato sulla costa palestinese (cap. 2). Dopo un nuovo ordine, G. reca a Ninive il messaggio di distruzione: fra 40 giorni la capitale sarà distrutta. Gli abitanti fanno penitenza e Jahweh li perdona (cap. 3). E quello che G. non voleva; se ne adira ed invoca la morte. Jahweh gli rimprovera tale sentimento di odio e lo istruisce sulla sua misericordia che vuole salvi anche i gentili, mediante la pianta di ricino cresciuta ma poi inaridita nello stesso giorno, questa volta con vivo rammarico di G. (cap. 4).

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Giona - G. gettato a mare e in riposo dopo essere stato restituito dal mostro. Sarcnfago (sec. iv) - Chiesa di St-Caprais d'Agen.

Scopo dell'autore è insegnare che Dio vuol salve anche le Genti (4, 2). Il profeta rimproverato da Dio impersona il gretto particolarismo giudaico. Lo spirito universalista che anima questo piccolo libro ne fa una delle perle della letteratura cbraica. Tale insegnamento, che ne è l'essenza, rimane intatto sia che il libro sia ritenuto pienamente storico, sia che venga assegnato piuttosto al genere didattico.

La storicità, difesa comunemente fino al sec. xix. sembra insegnata da Gesù (Mt. 12, 39-41; Lc. 11, 29-32), che allinea l'esempio dei Niniviti a quello, certamente storico, della regina di Saba (I Reg. 10) e paragona la propria sorte a quella di G. : rimarrà 3 giorni nel sepolcro, come G. nel pesce. Il riferimento di Tob. 14, 4 (solo cod. B) è del tutto insicuro (R. Galdos, Tobit, Parigi 1930. p. 296; A. Miller, Tobin, Bonn 1940, p. 106). Infondati risultano i tentati riferimenti a testi cuneiformi (J. B. Schaumberger). D'altra parte, la disubbidienza di G. (cf. Ier. 20, 7-9), il cantico nel ventre del pesce, la conversione totale e subitanea di Ninive, appaiono inverosimili. Si parla di Ninive come di una città del passato, con riferimenti inesatti ( 3,3 .6 ).

Gesù parla di G. e dei Niniviti a scopo didattico; fa un riferimento illustrativo che può essere desunto da un fatto storico come da un racconto parzialmente fittizio o leggendario. Cosi I Cor. 10, 4 e Ind. 9 sgg. hanno riferimenti a leggende giudaiche: cf. II Tim. 3, 8; Mt. 23, 35; Hebr. 7, 3 ecc. Cosi la liturgia augura all'anima la pace eterna "con Lazzaro una volta povero". Un insieme di indizi favorisce l'interpretazione parabolica, che è sempre più seguita dagli esegeti moderni (Lagrange, Van Hoonacker, Tobac, Lesêtre, Holzhey, Gigot, Dennelfeld, Chaine, Feuillet, e già s. Gregorio Nazianzeno e R. Simon).

E notevole la dipendenza letteraria e teologica di G. da Geremia: il profeta delle nazioni è stato la fonte principale dell'autore di G. (cf. 1, $14=$ Ier. 36, 15; $3=$ Ier. $36: 3,8=$ Ier. 18, $11: 23,22 ; 3,10 b=$ Ier. 18, 7 sg.). I versi del cantico sono reminiscenze del Salterio. Tutto ciò tenderebbe a confermare il carattere non strettamente storico, ma didattico, del racconto.

Lo stile, con aramaismi e neologismi, pone G. tra gli ultimi scritti ebraici del Vecchio Testamento. I critici odierni, cattolici o protestanti, esitano quanto all'interpretazione, se simbolica (E. König), parabolica, allegorica, o mistica. Il tempo della composizione è assegnato tra il 500 ca. e il 300 a. C.; probabilmente, il libro fu composto ca. il 300 , nel periodo della maggiore dispersione (v. diaspora) e del prosciitismo. Contro la corrente più ristretta che si opponeva alla diffusione del jahwismo tra i gentili, si sentì il bisogno di affermare il non esclusivismo della religione di Jahweh nei confronti dei pagani (cf. Is. 56, 1-9). L'autorità divina del libro è attestata da Gesù (Mt. 12, 39-41; Le. 11, 29-32).

Bibl.: H. Hópli-A.Miller-A.Metzinger, Jutrod. zener. Vet. Text., Roma 1946, pp. 512-16 (con ampia bibl.). Commenti recenti : J. Lippi, Die zualf Kleinen Propheten, Bonn 1937, pp. 155-75; T. S. Bird, The Book of Yona, Londra 1938. Studı: A. Condamin, Yonas, in DFC, II, coll. 1546-58: E. Tobac, Les po-photes d'Isracl, II-III, Malines 1921, pp. 573-84; L. Denncfeld. Yonas, in DThC, VIII, coll. 1497-1504; J. B. Schaumberger, Das Burgeblte des Königs von Ninive, bei Yonas 3, 7-8, in heilichriftlicher Beleuchtung, in Miscellanea Biblica, II, Roma 1934, pp. 23 34: G. Bellincini, Figura e realtà della Risurrezione. Lezioni arritturali sul libro di G. e sul Vangelo della Risurrezione, Padova 1938: H. Junker, Die religiöse Bedeutung des Buches Yonas, in Pastor Bonas, 51 (1940), pp. 108-14; N. H. Smith, Notes on the hebrew text of Yonah, Londra 1945: F. E. Gaebelein, The Serrant and the dove: Obadiah and Yonah, Nuova York 1946; A. Feuillet. Les sources du Livre de Yonas, in Revue biblique, 54 (1947), pp. 161-86; id., Le seus du livre de Yonas, ibid., pp. 340 361; id., Yonas (Le livre del in DBv, IV (1949), coll. 1104-51. G. nei monumenti cristiani antichi: G. Wilpert, La fede della Chiesa outcente secondo $i$ monumenti dell'arte Juncraria antica, Città del Vaticano 1938, pp. 9 sg., 124-28.

Francesco Spadzfora
Iconografia. - 1. Nell'antichità cristiana. Lo stesso Divino Maestro ha insegnato il senso del simbolismo dell'episodio del profeta G., dicendo: "Come G. rimase tre giorni e tre notti nel ventre del cataceo, cosi anche il Figlio dell'uomo resterà per tre giorni e tre notti nel seno della terra" ( $M t .12,40$ ). G. gettato in mare e ingoiato dal mostro è simbolo del fedele defunto deposto nel sepolcro,
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(da Wilpert, Pitture, tav. $\Omega, \theta$ )
Giona - G. gettato a mare e inghiottito dal mostro, restituito dallo stesso e in riposo. Affresco (fine del in-inizio in sec.). Roma, cimitero di Callisto.

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mentre il mostro rappresenta la morte eterna dalla quale il Signore salverà il defunto come già G. Questo concetto è espresso in una orazione pseudo-ciprianica in cui è detto: "come tu o Signore, esaudisti G. dal ventre del mostro, cosi ascolta anche me e dalla morte getami alla vita.

E stato uno dei soggetti più spesso rappresentati nell'arte funeraria primitiva cristiana; il ciclo è espresso talvolta con quattro scene: G. gettato dalla nave e in golato dal mostro; G. rigettato sulla riva; G. in riposo; G. molestato dal sole essendosi seccata la pianta. Queste quattro scene si trovano dipinte nel cimitero "ad duas lauros". In genere però sono rappresentate solo le tre prime; talvolta è soppressa la nave; in alcuni casi si ha una sola scena o il solo rigetto del profeta come nel cubicolo detto della velata in Priscilla o del solo G. in riposo. La tempesta prodotta dal vento è talvolta indicata dalla sua personificazione; l'effetto della tempesta è espressa anche dai gesti dei marinai; uno atterrito si copre il volto con le mani, un altro è in preghiera. Circa il genere della pianta all'ombra della quale si riposò il profeta, nacque una polemica tra s. Girolamo e s. Agostino perché nella versione della Volgata la parola ebraica qôqôjôn fu resa con hedera, mentre nella versione dei Settanta si trova afoouaôvồr, cioè cucurbita. Nell'arte si trova sempre rappresentata la cucurbita, meno che in un affresco di Priscilla (Wilpert, Pitture, tavv. 44, 2). Talvolta nello sfondo è rappresentata anche la città di Ninive, come nel cubicolo A ${ }^{2}$ del cimitero di Callisto, in un coperchio di sarcofago di Arles e in una lastra gredita nel cimitero "ad duas lauros" in Roma. Le piu antiche rappresentazioni del ciclo di G. si hanno in Roma in musaico nella cella sepolccale scoperta nel 1942 presso la confessione di S. Pietro in Vaticano, in pittura nel cimutero di Callisto (Wilpert, ibid., p. 338, tav. 26, 1), in scultura nel sarcofago lateranense n. 119 (id., Sarcofagi, tavv. IX, 3; LIX, 3). Fuori Roma in pittura si trova nel cimitero detto di S. Gennaro in Napoli, a Bonaria in Sardegna, e a Cinque Chiese in Ungheria. E rappresentato pure in musaici tombali, a Roma su lastre di terra cotta, rinvenute in un cimitero della Via Latina, oggi nel Museo cristiano Lateranense; in Africa a Tabarca, e in un pavimento oggi nel Museo Alauni in Tunisi. Proveniente da Tarsó, oggi nel Metropolitan Museum di Nuova York, si ha una scultura con G. gettato dalla nave, inghiottito e restituito dal mostro. Figura la scena di G. e del mostro anche in una lastra marmorea del Museo Lateranense, proveniente dal cimitero di Pretestato; nell'iscrizione di Beratius Nikatores dello stesso Museo. Si trova poi in lampade in bronzo (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana nei primi otto secoli, VI, Prato 1880, tav. 471, n. 3), in lampade in terra cotta di Marsiglia, di Siracusa, di Sémur-en-Auxois, di Parigi, di Colonia, di Cartagine. In piatti (R. Garrucci, ibid., VI, tav. 465,4 e 5). In medaglioni in bronzo da Ponziano ora alla Vaticana; in una coppa di piombo; in vetri dorati, in gemme, in stucchi come a Ravenna nel battistero di S. Giovanni in Fonte (R. Garrucci, ibid., II [Prato 1876], tav. 132, 1). Nei bordi marmorei di bacini provenienti da Salona e conservati a Zagabria la scena del mostro che rigetta G., in un frammento di Atene, in uno dell'Istituto archeologico russo di Istambul, proveniente da Smirne, in un altro di Laodicea oggi al Museo Tchnili-Kiosk pure a Istanbul (E. Michon, Hebords de bassins chrétiens ornés de reliefs, in Revue biblique, nuova serie, 12 [1915], p. 517 sgg.). In miniature, come nei manoscritti di Rabula, di Cosma Indicopeuate, nell'omeliario di s. Gregorio di Nazianzo. In avori, come nella pisside già di S. Ambrogio a Milano, ora al Museo de l'Ermitage a Leningrado o in quella del Museo di Bonn; nella lipsanotecà di Brescia, nella copertura d'evangeliario di S. Michele di Murano, ora a Ravenna.

Quale profeta G. è effigiato a Ravenna in S. Martino, "in caelo aureo", oggi S. Apollinare Nuovo (R. Garrucci, op. cit., III [Prato 1876], tavv. 246247).

BibL.: Wilpert, Pitture, pp. 47, 337 sgg.; 363 sgg.; id., Sarcofagi, pp. 201-22; H. Leclercq, Fonns, in DACL, VII, II, coll. 2571-2631.

Enrico Josi
2. Nell'arte medievale. - Più tardi la pittura medievale
esprime i medesimi concetti secondo le forme stilistiche proprie delle diverse età. Cosi le vetrate di Bourges, Le Mans e Lione (sec. xiri), mentre le sculture ed i musaici con l'immagine del profeta ingoiato dal piatrice, che si trovano spesso sui parapetti dei pergami ducenteschi nell'Italia centrale e meridionale (Minturno, S. Pietro; Sessa Aurunca; Gesta, Duomo; Ravello, Duomo, e S. Giovanni del Toro) rivelano un significato particolare, cioè un ammonimento indirizzato ai predicatori. A prescindere dalle bibbie catalane del 1000 ca. e dalle rappresentazioni nei monumentali portali gotici, le effigi di G. raggiungono con l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, con l'altro del Correggio in S. Giovanni Evangelista a Parma e con la statua del Lorenzetto (su disegno di Raffaello) in S. Maria del Popolo a Roma il più alto
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(da Herrada di Loodoberg, Hortus deliciorum, Strosburgo 1911, tav. 11) Gioncs.-G. rigettato dal pesce alle porte di Ninive. Disegno a matita di Engelhard da miniatura dell' Hortus deliciarum (ca. 1230).
livello artistico. Lo stesso dicasi per le scene del naufragio dipinte dal Rubens (Nancy, Museo) e dal Poussin (Windsor Castle).

BibL.: V. Matius, Fonas anf den Denkmälern des christlischen Altertums, in Archdol. Studien zum christl. Altertum und Mittelalter, IV, a cura di I. Ficher, Lipsia 1897; W. Neuss, Die hatalani. sche Buchillustration um die Wende des r. Jahrtunsends u. die altspan. Buchmalerei, Berlino e Lipsia 1922, pp. 23 sgg. e 95 sg.; K. Ehrenstein, Das Alte Testament im Bilde, Vienna 1923, cap. 33, passim; K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, I. Friburgo in Br. 1928, pp. 303 e 305.

Kurt Rache
GIONA d'Orléans. - Vescovo e teologo, n. in Aquitania, probabilmente prima del 780 , m. ad Orléans tra l'841 a l'843. Succeduto nell'818 a Teodolfo nella sede di Orléans, divenne presto uno dei prelati più influenti della corte di Ludovico il Pio, a cui era legato da devota amicizia, che neppure il critico periodo della funesta lotta dell'Imperatore contro i figli valse ad affievolire. Pastore zelante, curò gli interessi della sua diocesi, favorì la riforma monastica nello spirito di s. Benedetto di Anlane (v.) e prese viva parte ai concili del suo tempo

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(Parigi 825, 829; Aquisgrana 837: degli ultimi due redasse gli atti).

Scrisse: Vita c. Huberti (in Acta SS. Novembris, I, Parigi 1887, pp. 806-16) seguita da una breve Historia translationis s. Huberti episcopi Tungrensis (PL 106, 389394); De institutione laicali (ibid., 121-78), una specie di trattato di morale cristiana, con speciale riferimento alla vita coniugale e con preziosi ragguagli sulla disciplina penitenziale dell'epoca e sull'uso, anche estrasacramentale, dell'Olio Santo; De institutione regia ad Pippinum regem (ibid., 279-306), un manuale per i re, interessante per la conoscenza delle idee politico-religiose del tempo; De cultu imaginum (ibid., 307-88), opera cominciata sotto Lodovico e completata ad istanza di Carlo il Calvo, cui è dedicata : è una confutazione di Claudio di Torino (v.), ove G. propugna una via media tra l'iconoclastia bizantina e la dottrina romana; non è che l'eco delle idee espresse nei Libri Carolini.

In queste opere, redatte in uno stile accurato non privo di eleganza, l'autore fa mostra di grande erudizione biblicopatristica, cui però non risponde originalità di pensiero. Sono perduti un Liber contra perfidus (probabilmente contro gl'iconoclasti), i Sermones, un Hymnarius Ionae episcopi.

Bist.: K. Amelung, Leben und Schriften des Bischofs Tonus von Oıldans, Drosda 1888 (imparzente per la cronologia delle opere); E. Amann, s. v. in DThC, VIII, coll. 1504-1508 (riassume la critica di Amelung); J. Reviron, Les idées politico-religieuses d'un évêque du IXe siècle: Iones d'Oriłans et son "De institutione regia", Parigi 1930 (erudita monografia con edizione critica del De institutione regia, basata sul codice D. 168 della Biblioteca del Capitolo Vaticano); Fliche-Martin-Frutza, VI, pp. $243-44$.

Antonio Piolanti
GIONATA (ebr. Jōnāthān, "Jahweh ha dato "). - Figlio maggiore di Saul (v.), una della più eroiche ed attraenti figure della Bibbia. Aveva forse 20 anni quando compare a fianco del padre, che regnava probabilmente da 15 anni. Si voleva scuotere il giogo filisteo, e fu G. che, uccidendo un capo guarnigione, dette il segno della rivolta (I Sam. 13). Batté subito dopo, solo con il suo scudiero, un'altra guarnigione filistea, salendo per dirupi impossibili : impresa che condusse ad una folgorante vittoria israelita (I Sam. 14). Di poco maggiore di David, appena lo conobbe dopo il duello con Golia (v.) "l'amó come l'anima propria ". Ed anche quando seppe che David, non lui, sarebbe stato re d'Israele, continuò ad amarlo e a difenderlo dal padre, sebbene se ne attirasse l'ira e gli insulti (I Sam. 18-20; 23, 15-18). Morì da prode, a fianco di Saul, sui monti del Gelboe, combattendo contro i Filistei.

David pianse, in un celebre lamento, "l'arco di G. che giacunsi indurreggiava ", la sua angoscia per il "fratello G." che gli era "caro tanto", il cui amore gli era "più in pregio che amore di donna" (II Sam. 1, 19-27). G. lasciò, morendo, un figlioletto di 5 anni, Ml. phiboseth (v.), che David, in memoria dell'amico, farà poi suo perpetuo commensale (II Sam. 9).

Altri personaggi biblici: v. JONATHAN.
Gino Bressan
GIORDANI, Cimitero dei. - Sulla Via Salaria nuova. Nulla si può dire di sicuro sulla denominazione in plurale di questo cimitero che ha fatto pensare ad alcuni ad una corruzione di "Germanorum" ad altri ad un nesso con il fiume "Iordanus", ad altri ancora ad un nome di associazione. Vi furono sepolti i martiri Marziale, Vitale e Alessandro che la leggenda indica come tre dei sette figli di s. Felicita (v.). Sui loro sepolcri si celebrò la commemorazione fin dalla prima metà del sec. iv, come indica la "depositio-martyrum" al "VI idus julias", giorno che ricorre anche nel Sacramentario leoniano e nel Martirologio geronimiano, il quale addita sepolte nello stesso cimitero e commemorate al 31 dic. un gruppo di sette vergini cioè Donata, Paolina, Rogata, Do-
minanda, Serotina, Saturnina, Ilaria. Tanto queste, quanto i tre martiri sopra ricordati furono venerati nel sec. vir, come attestano gli Itinerari.

Il cimitero, restaurato dal papa Simmaco (498-514) ebbe forse all'aperto cielo un oratorio detto a ad s. Alexandrum " da uno dei tre martiri; esso, danneggiato nell'assedio gotico, fu ripristinato dal papa Vigilio ed è ricordato nei Capitularia Evangeliorum; l'ultimo restauro fu compiuto dal papa Adriano I (775-92). Dopo l'abbandono generale dei cimiteri romani nel sec. ix, in seguito al trasporto delle reliquie nell'interno della città, il cimitero dei G. tornò alla luce casualmente il 31 maggio 1578, quando alcuni operai, scavando in una vigna sulla Via Salaria nuova, s'imbatterono improvvisamente nelle gallerie del cimitero con i sepolcri ancora chiusi dalle loro iscrizioni e con cubicoli e arcosoli dipinti. Tale scoperta richiamò non solo la curiosità dei visitatori e tra questi s. Pietro Canisio e il card. Cesare Baronio, ma anche degli studiosi che trascrissero le iscrizioni e copiarono le pitture come il fiammingo Filippo De Winghe (v.) e il domenicano spagnolo Alonso Chacon (v.).

Ma il cimitero venne rovinato nel 1590-91 e lo stesso Antonio Bonic che iniziò le sue esplorazioni nel nov. 1593 non riusci a penetrarvi, contentandosi nella sua Roma setterranea di copie delle iscrizioni e delle pitture fornitegli dal Chacon e dal De Winghe.

La gallerie tornarono ancora improvvisamente in luce nel dic. 1921 per le fondazioni di un villino ira la Via Salaria nuova e la Via Anupo.

Si tratta di un cimitero a due piani della fine del sec. III e dell'inizio del iv, nel quale furono ritrovate le pitture già vedute tra il 1578 e il 1590 e copiate con mirabile fedeltà da Filippo De Winghe, ad eccezione di due, l'una con la rappresentazione dell'apostolo Paolo, l'altra con il fossore Trofimo al lavoro. Tra le pitture si notano nel ciclo del Vecchio Testamento: Noé nell'arca, il sacrificio d'Abramo, il ciclo di Giona, Daniele tra i leoni, i tre fanciulli nella fornace, Mosé che batte la rupe; nel ciclo del Nuovo Testamento: Gesù docente tra i dodici Apostoli, il buon Pastore, la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro; poi oranti maschili e femminili, genitori e una scena di caccia al cerco e al cinghiale. Le pitture furono in parte barbaramente deturpate prima del 1591.

Delle iscrizioni rinvenute nel 1578 solo due si sono conservate; ma fin da allora, come si legge in una lettera di s. Pietro Canisio, molte erano state esportate o spezzate. Infatti delle 120 iscrizioni rintracciate, la quasi totalità era stata ridotta a pezzi. Due appartengono a sarcofagi, tre sono dipinte in rosso su tegola, le altre tutte in marmo. Sono da ricordarsi quella di un "Demofilus" che fu vescovo non si sa di dove per oltre 23 anni, di un fossore "Aelius Auxanon" che da vivo si preparò "suis
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(da E. Jesi, in Rivista di arch. crist., 8 [1931], p. 381) Giordani, cimitero dei - Pienta delle gallerie scoperte nel 1921 (sec. III-IV) - Roma.

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GIORDANI
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(fol. Audarzan)
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(da G. Fiasco, Giorgione, Bergamo 1949, tav. 11) e Maria. In basso: ADORAZIONE DEI PASTORI - Londra, Galleria nazionale.

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GIORNALISMO CATTOLICO
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(par cortesta del san. G. Treccani)
INCIPIT DEL LIBRO DI GIOSUË
Bibbia di Borso d'Este (1455-61) vol. I, f. 88v - Modena, Biblioteca Estense.

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manibus " un sepolcro bisomo per sé e per sua moglie Cecilia Marcella; l'epigrafe posta dai genitori al loro bambino "Gregorio Phocbo in refrigerio " che termina con la preghiera: "qui legitis in mente habetem ". Un altro bambino L. Laberius Messor è rappresentato in beatitudine tra due pecore e due alberi con colombe. Caratteristica dell'epigrafia di questo cimitero è l'appellativo "benedictus" o "benedictus" che si legge o per intero oabbreviato in $B D$ in ben 22 epitafli su 120 , mentre è raro altrove.

L'cplorazione del cimitero però si può dire appena iniziata. - Vedi tiv. XXXIII.
BbL.:E. Josi, Note
di topografia cimiteriale romana. I. Il cuemeterium Iordanorum talla Via Salaria nova, in Studi romani, 5 (1922), pp. 49-70; id., Le pitture rasseante nel cimitero dei G., in Riv. d'arch. crist., 5 (1928), pp. 167-226; id., Le iscrizioni riasemate nel cimitero dei G., ibid., 8 (1931), pp. 183-284. Enrico Josi

GIORDANI, Pietro. - Scrittore, n. a Piacenza il $1^{\circ}$ genn. $1774, \mathrm{~m}$. a Parma il 14 sett. 1848. Compiuti gli studi di filosofia e di legge a Parma, raggiunse il fratello
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GIORDANI, Cimitero dei - Iscrizione di Padina. Particolare di sarcofaco (sec. III), proveniente dal predetro cimitero "Roma, Museo Lateranense.

nel monastero benedettino di S. Sisto a Piacenza. Già suddiacono, nel giugno del 1800 uscì dall'Ordine e si impiegò come segretario del governo provvisorio delle Alpi Apuane; tre anni dopo chiese ed ottenne la dispensa dai voti.

Tento vari uffici; nel 1808 fu pro-segretario dell'Accademia di Belle Arti di Bologna, ma nel 1815 per le sue idee liberali venne espulso; a Piacenza, dove si condusse, confortato dalla cospicua eredità paterna, per uno scritto inopportuno fu dalla duchessa Maria Luisa mandato in esilio; da Firenze nel 1830 fu cacciato dal granduca insieme col Pocrio; a Parma nel 1834 fu carcerato. Nonostante queste avventure, il G. visse il suo ideale del perfetto scrittore, fedele alla tradizione della lingua "buona e bastante" dell'aurco Trecento, nelle prose claboratissime e sazie dei suoi panegirici (Alla imperatore Napoleone; Ad Antonio Canova), nei discorsi (Per le tre legazioni rinequirtate del Papa; Della religione in Italia, opera incompiuta contro il papato, Degli improvvisatori e dell'ordine delle studiare la storia e della tortura data a Galileo), nei lavori di filologia (Istruzioni a un giovane italiano per l'arte di scrivere; Dei volgarizzatori trecentisti; Degli studi degli Italiani nel sec. XVIII), nelle polemiche (Il pecore impossibile) contro i teologi, nelle traduzioni e nelle epigrafi meritamente famose. Ostile alla Chiesa, ebbe tuttavia lodi per il valore religioso dell'opera del Manzoni, e degnamente rivalutò i grandi scrittori gesuiti del Seicento: Bortoli, Segneri, Pallavicino. Fu piuttosto il mito della parola la sua cosiddetta religione, il culto cioè della pura bellezza formale e di una sobria e armoniosa eloquenza, la quale sovrasta e designa, ancora oggi, la sua vasta opera frammentaria, che godé, tra l'altro, l'ammirazione grandissima del Leopardi (di cui il G. fu intimo amico e rivelatore) e del Carducci. Sono all'Indice donec corriganter le Opere (decr. 5 sett. 1825) e l'Epistolario, edito da A. Gussalli (decr. 7 apr. 1856).

BbL.: Carre, a cura di A. Gussalli, 14 voll., Milano 1854 1863; Le Lettere, 2 voll., Bari 1837. Studi: I. Della Giovanna, P. G. e la sua dittatura letteraria, Milano 1882; G. Caposso, La giovinezza di G. P., Torino 1896; S. Fermi, Sogei gioudosiani, Piacenza 1915; G. G. Ferrero, Prosa illustre dell'200, P. G., in Riv. di sint. lett., 3 (1937), pp. 347-70; F. Flora, Storia della lett. ital., III, parte 10, Milano 1948, pp. 116-26. Giovanni Fallani

GIORDANIA. - Denominazione recente ad indicare il regno di Transgiordania.

Quando il 25 maggio 1946 l'emiro 'Abdallāh prese il titolo di re e il 27 giugno 1946 venne ratificato il trattato con l'Inghilterra, allora il nome di Transgiordania venne cambiato in quello di "Regno hâ̂ limita del Giordano" più brevemente, Giordania. v. transgiordania.

GIORDANINI, Pier Francesco. - Missionario di s. Vincenzo, n. a Saluzzo il 15 genn. 1657, m. a Roma l'i i nov. 1720. Entrò nella Congregazione della Missione il 22 marzo 1679: vi occupò importanti uffici a Pavia, Firenze e Roma. L'ultimo periodo della vita lo trascorse a Roma come presidente dell'Accademia dei nobili ecclesiastici, che diresse saggiamente dal 1703 (anno della fondazione) fino alla morte.

Fu molto stimato per la sua competenza teologica e pastorale da Benedetto XIV, che lo dice "in administra" tione sacramenti Poenitentiae apprime versatus $\%$. L'opera in 4 voll. del G.: Istruzione pei novelli confessori (Roma s. d.), ebbe molte edizioni e fece testo nel sec. xvili. Altro lavoro di merito fu un volumetto di carattere ascetico, Ichonographia, ossia modello d'un vescovo (ivi 1719), ristampato più volte, da ultimo un secolo fa con il titolo: Vita e uffici del vescovo a seconda dei dettami dei sacri canoni, dei SS. Padri e dell'istoria (ivi 1850).

Annibale Bugnini
GIORDANO (ebr. Jardēn, arabo el-Urdunn). Il più importante e perenne fiume della Palestina, formato dalla confluenza di 3 corsi d'acqua che hanno le loro sorgenti ai piedi del nevoso Hermon.

La più famosa sorgente scaturisce da una grotta, ora bloccata, anticamente dedicata al din Pan, donde il nome dell'odierno villaggio di Banjās (m. 329 s. m.), il quale a sua volta dà origine a Nahr Banjās; l'altra, la più copiosa, è presso Tell el-Qādi (m. 154 s. m.), l'antica Dan-Lais, e produce il Nahr el-Lehdān; la terza è a Haṣbejjah (m. 563 s. m.), con il fiume el-Hasbānī. I tre confluenti si riuniscono per formare il G., che dopo essersi trattenuto per ca. 10 km . in mezzo ai canneti, giunchi e papiri dell'acquitrinosa Ard el-Hūleh, si raccoglie nel paludoso lago di Hūleh o Semaconite. Diviene poi rumoroso e precipita lungo una valle angusta, nella quale, su 17 km . di percorso, scende da 2 m . s. m. (altezza del lago di Hūleh) a 208 m . sotto, sfociando nel lago di Galilea. Di qui al Mar Morto corrono in linea retta 109 km ., ma il Giordano corre così tortuosamente attraverso i meandri della vallata (Gūr) da triplicare il percorso ( 320 km .) scendendo ancora di 200 m . Dei numerosi affluenti che lo alimentano i principali sono il Jarmuk e il Jebbōq a sinistra, il Nahr Galūd e il Wâdi Fäsrah o de tra. Nei primi 20 km . il Gōr, largo $2-3 \mathrm{~km}$. si distende di $15-20 \mathrm{~km}$. nelle vicinanze di Gerion. La valle in assata del fiume, larga dai 500 m . ai 3 km ., è segnata da arbusti sempreverdi e inondata nei mesi di piena; la corrente è di $40-30 \mathrm{~m}$. nei mesi di magra. In prossimità degli affluenti vi è una vegetazione tropicale lussureggiante e nelle oasi, in antico e

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(fol. Andersen)
Giordano - Personificazione del G. nella scena del Battesimo di Gesù. Mussico della vòlta del Battistero degli Ariani (sec. v). Ravenna.
oggi, città e villaggi, come Bejsân e Gerico; ma in genere è desolata per il clima torrido.

Non navigabile, il G. costituisce più una barriera che un tramite di comunicazioni fra i popoli. Nella Bibbia è ricordato soprattutto come frontiera (Num. 34, 12; Ez. 47, 18), sia di nemici che lo avevano guadato (II Reg. 7, 15; Indc. 12, 5) che di Israeliti che si mettevano in salvo nell'altra riva (I Sam. 13, 7; II Sam. 2, 29; 17, 22).

Nella parte inferiore, di fronte a Gerico, il G. é associato al ricordo del passaggio miracoloso degli Israeliti (Ios. 3, 1), ai profeti Elia ed Elisco (II Reg. 2), al ministero di s. Giovanni Battista (Io. 1, 28) ed al Battesimo di Gesù. Questo ricordo rese il G. sempre frequentato e visitato dai fedeli, che per devozione vi si bagnano, specialmente nella solennità dell'Epifania.

Bibl.: N. Glueck, The river Iordan, Londra 1946.

Donato Baldi
Iconograpia. - La raffigurazione del fiume G. ricorre con frequenza sui monumenti cristiani, a causa degli avvenimenti di cui esso fu testimone, principalmente del Battesimo di Gesù. E noto come gli antichi, per esprimere particolari paesistici, facessero uso, sovente, di personificazioni. I fiumi sono rappresentati da un vecchio dio, sdraiato ed appogiato ad un'urna o ad un vaso, donde sgorga l'acqua. Tale consuetudine si ritrova anche nell'arte cristiana primitiva. Nella decorazione musiva del battistero di S. Giovanni in Fonte a Ravenna (sec. v) il disco centrale della cupola con la scena del Battesimo di Cristo reca l'immagine del G. con l'attributo della canna verde : sorgendo dalle acque, esso offre al Salvatore un drappo per asciugarsi. Ancora in Ravenna, nel battistero degli Ariani, di età coeva, la decorazione del centro della vòlta con la medesima scena ha la figura del G.
seduto su di una roccia e munito degli attributi di antica divinità fluviale. Negli affreschi cimiteriali e sui sarcofagi non si riscontra generalmente l'antropomorfizzazione, ma appaiono particolari paesistici ben determinati. In tutti i casi sono visibili le acque del G., che simboleggiano la purificazione spirituale ottenuta con il Battesimo. Nei riguardi del Vecchio Testamento, la personificazione del G. è sull'affresco della lunetta di un arcosolio nel cimitero di Domitilla (seconda metà del sec. iv) con la scena dell'assunzione di Elia al cielo (II Reg. 2, 1 sg.; Ecoli. 48, 1-13) : appare inoltre nel cofanetto di Werden e nel "rotolo di Giosuè ", conservato nella Biblioteca Vaticana, e precisamente nell'episodio del passaggio del fiume da parte del popolo ebreo guidato dal successore di Mosè (Ios. 3, 7; 4, 14. 23).

Bibl.: H. Leclercq, Baptême de Yéos, in DÁCL. II, 1. coll. 350-80: id., Yourdein, ibid., VII, II, coll. 2706-2707; Venturi. I, pp. 283-8s.

Luigi Maria Catteruccia
GIORDANO da Giano. - Francescano, n. ca. il 1195 a Giano (Spoleto), m. a Magdeburgo dopo il 1262. Accolto nell'Ordine da s. Francesco, prese parte al Capitolo delle Stuoie e nel sett. del 1221 parti alla volta della Germania con fra' Cesario. Stabili la sede a Salisburgo e, appena un anno dopo, la sua attività si estese ai territori di Spira, Worms, Magonza.

Il 27 ott. 1224 fu inviato in Turingia con sette frati tedeschi, e in qualita di custode direse il movimento francescano a Erfurt, Eisenach, Gotha, Niedohausen, Mülhausen. Tornò due volte in Italia; e probabile un suo terzo viaggio a Roma per la riforma dell'Ordine nel ' 39. Come vice ministro delle province di Boemia e di Polonia, nel maggio del ' 41 fu a Praga e l'anno seguente a Altenburg per il Capitolo. Sollecitato da Baldovino da Brandeburgo, nel 1262 dettò in un latno medievale, talora misto a forme volgari, la Cronica, la quale, per la conoscenza del movimento minorita in Germania ed anche per la storia di s. Francesco, è da considerare opera di somma importanza.

Bibl.: La Cronica è edita da H. Bochemer, in Collection d'études et de documents, IV, Parigi 1598, p. LIX; Analecta Franciscana sive Chronica ullaque documenta ad historiarum Menorum spectantia, I. Quaracchi 1881, pp. 1-19; e trad. it., con introd. e note, da L. Pompili, Brescia 1932.

Giovanni Fallani
GIORDANO, Luca. - Pittore ed incisore, n. a Napoli nel 1632, m. ivi il 12 genn. 1705. Riceve i primi insegnamenti dal padre; poi venne messo a bottega presso il Ribera. Prestissimo iniziò una serie di viaggi nei maggiori centri pittorici della Penisola, Roma, Firenze, Parma e Venezia.
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(Laboratorio sincoprabbo Terra Santa)
Giordano - S. Messa celebrata sulle rive del G.

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Globdano. l.cca - Autoritratio - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Nel 1692 si reca in Spagna e vi si trattiene fino al 1702; fa quindi ritomo in patria.

Artista eccezionalmente dotato per fertile fantasia, per sicurezza di segno e di tocco, padrone di ogni sottigliezza di mestiere, capace di riprodurre le caratteristiche di ogni pittore fino alla contraffazione, il G. in quasi 60 anni di ininterrotta fatica compose vertiginosamente - da cui il soprannome di "fa presto " - una produzione brillante, piacevole, volta alla decorazione scenografica, al moto drammatico ed all'architettura delle masse, ma tendente ai facili effetti e spesso priva di profondità di pensiero. Dopo la giovanile produzione riberiana, si scorge nelle sue opere, di volta in volta, la decisa influenza di Pietro da Cortona, del Veronese, del Rubens e del Lanfranco; e ciò accade senza alcun ordine ma attraverso una spavalda ricreazione, che non può che definirsi giordanesca. La sbalorditiva quantitá nocque alla qualità della sua produzione. Tuttavia la scelta di una "dozzina di opere puó indurre a collocare il G. nei primi posti della pittura barocca napoletana. Le scene mitologiche del salone di Palazzo Riccardi a Firenze (1682), la Cucciato di Eliodoro nella chiesa dei Gerolamini di Napoli (1684), la sontuosa volta dello scalone dell'Escorial a Madrid, con l'Esaltazione di Filippo II (1692-94) provano le sue doti di grande decorstore ad affresco. Il rubensiano Giudizio di Paride nel Museo Federico di Berlino, il monumentale Martirio di s. Pietro delle Gallerie di Venezia (1692), la Vocazione dei ss. Pietro ed Andrea e la Moneta del Fariseo della certosa di S. Martino a Napoli (1704), il Gesù tra i Dottori della Corsini di Roma - queste ultime espresse nella cosiddetta maniera bionda di gusto verofisiano - mostrano le sue grandi possibilità nella pittura ad olio. Ma capolavoro assoluto resta sempre la vòlta affrescata con il Trionfo di Giuditta, nella cappella del tesoro di S. Martino (1704), serea compo-
sizione, che costituisce il primo saggio di autentica pittura barocca a Napoli ed il punto di partenza per la grande decorazione del Settecento meridionale. L. G. fu anche pittore di ritratti, di nature morte e di scene di genere.

Lo si può meglio apprezzare nei bellissimi disegni e nei bozzetti, dove appare più evidente l'impetuosità e la freschezza della sua inventiva.

Bibl.: A. De Rinaldis, Su alcuni disegni di L. G., in Ausonia, 2 (1910), pp. 146-47; E. Petracchio, L. G., Napoli 1919; H. Poso, s. v. in Thieme-Becker, XIV, pp. 72-79.; G. Ceci, Bibliografia per la storia delle arti Sourative nell'Italia meridionale, Napoli 1937, pp. 189-91; A. De Rinaldis, s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 171-72.

Mario d'Orsi
GIORDANO da Pisa, beato. - Insigne predicatore domenicano, n. a Pisa (o a Rivalto?) nel 1260 ca., m. a Piacenza il 19 ag. 1311.

Vesti l'abito religioso nel convento pisano di S. Caterina (1280). Ivi iniziò gli studi, che proseguì a Bologna e terminò a Parigi. Viaggiò in Francia, Inghilterra e Germania; al Capitolo generale di Colonia del 130 r era definitore. Insegnò a Pisa, spiegò le Sentenze del Lombardo a S. Maria Novella di Firenze, infine era stato destinato ad insegnare a Parigi, quando la morte lo sorprese in viaggio.

Più che come professore egli ha lasciato un nome come predicatore. Parlava a Pisa e a Firenze due, tre e anche cinque volte al giorno. Delle sue prediche latine o volgari, raccolte dagli uditori, solo una parte vide le stampe. Notevoli quelle in volgare, che per la loro purezza di lingua sono un monumento della letteratura italiana, dal punto di vista sia filologico che letterario.

Testimonianza dello zelo d