volume-06

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a, Croce dipinta italiana e l'iconografia della Passione, Verona 1929, e F. B. Garrison, Italian Romanesque Panel Painting, Firenze 1949, passim.

Witold Wehr
VI. Atti di G. - Scritti apocrifi in uso presso antiche sétte eretiche. Eusebio (Hist. eccl., III, 25, 6) conosce Atti apocrifi di G. in uso presso eretici. Secondo Epifanio (Haer., 47, 1) si servivano gli encratiti di questi Atti; secondo Filastrio(Dehaeres.,88) e Agostino (Contra adversarium legis et prophetarum, 1, 20, 39; cf. A. Harnack, Markion, Lipsia 1928, p. 429) furono letti presso i manichei e secondo Turribio di Astorga (Epistola ad Idac. et Cepon, 5) presso i priscillianisti. Da questo risulta che gli Atti di G. furono composti con altri Atti degli Apostoli (4 Atti primitivi) da encratiti e da loro sono stati trasmessi a manichei e priscillianisti. A Leucio, discepolo di s. Giovanni (Epifanio, Haer., 51, 6), furono attribuiti gli Atti di G., se non l'intera collezione di Atti apocrifi (cf. Agostino, De actis cum Felice Manicharo, 2, 6 e Evodio, De fide contra Manicharos, 4 e 58). Esistono piccoli testi degli Atti primitivi di G., cioè tre frammenti, contenuti negli Atti del II Concilio di Nicea del 787, presso R. A. Lipsias-M. Bonnet, Acta apostolorum apocrypha, II, I, Lipsia 1898 , pp. 165 sg., 196 sgg., 199 sg.

In questi testi c'è la dottrina docetica (manichea) riguardo al corpo di Gesù, e la legge di Mosè è attribuita al serpente. Inoltre si fa menzione di un inno di Gesù che, secondo Agostino (Epist. 237), era in uso anche presso i priscillianisti. M. R. James ha pubblicato in base a un codice Vindobonensis un altro frammento (M. Bonnet da un codice di Patmos, sec. xiv, pp. 179-93). Il racconto della morte serena dell'Apostolo, pubblicato da M. Bonnet,

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pp. 203-15, che segue una tradizione più ricca, forse non fece parte degli antichi Atti di G. perché i manichei (cf. C. R. C. Allberry, A manichaean psalm-book, II, Stoccarda 1938, pp. 142-230) sembra abbiano conosciuto un'altra tradizione riguardo alla morte di G. L'edizione di Bonnet aveva il torto di voler ricostruire il testo originale degli Atti di G. con materiale di diverse recensioni (encostita, manichea, cattolica). Il testo originale aveva evidentemente una tendenza encostica (cf. il frammento latino pubblicato da D. de Bruyne, in Revue bémédictine, 23 [1908], p. 155 sg .), ma il testo originale è stato rielaborato dai manichei. Preghiere degli Atti di G. sono conservate in The book of Cerne (cf. Huypers, The prayer book of Aedeluald, Cambridge 1902, p. 233). Famoso è l'inno degli Atti di G. (cf. J. Kroll, Die christliche Hymnodie Programma, Braunsberg 1921, p. 59 sg.; M. Pulver, in Eranos Jahrbuch 1942, Zurigo 1943; C. R. C. Allberry, Manichean Studies, in fourn. theol. studies, 39 [1938], p. 337 sg.). Gli Atti di G. attribuiti a Prochovo e pubblicati da Th. Zahn con il titolo Acta Iohannis (Erlanden 1880) sono un testo recente (sec. v) che non ha niente da fare con gli Atti antichi di G. - Vedi tavv. XL-XLI.

Bist.: E. Hennecke, Die neutestamentlichen Apokryphen, Tubinga 1924, p. 171 sg.; M. R. James, The apocryphal New Testament, Oxford 1945, p. 228 sg.

Erik Peterson
GIOVANNI Arcicantore. - Abate del piccolo monastero di S. Martino, adiacente alla basilica di S. Pietro in Vaticano e primicerio della Schola cantorum di S. Pietro, quando, nel 678 , con il consenso di papa Agatone, fu da Benedetto Biscop (v.) con dotto in Inghilterra per l'insegnamento del canto e della liturgia romana nella nuova grande abbazia di Wearmouth.

Il suo insegnamento comprendeva tanto l'Ufficio divino, quanto le cerimonie della Messa : ordinem can'tandi, psallendi, atque in Ecclesia ministrandi (Vita abb., cap. 6) e si estendeva a tutto l'anno ecclesiastico: cursum canendi annuum, sicut ad S. Petrum ageborus... et quae totius anni circulus in celebratione dierum festorum poscebat (Hist. eccl., IV, 18). G. tenne cioè un vero corso completo di liturgia di cui non pauca etiam litteris mandata reliquit (Vita Abb., cap. 6). E il ven. Beda informa ancora che tali scritti si conservavano nella biblioteca del suo monastero, mentre delle copie circolavano per ogni dove, a multis circumquaque transcriptio.

Il fatto è della massima importanza per la storia della liturgia romana. Alla fine del sec. vir e nel sec. viII la liturgia nelle regioni anglosassoni dovette essere in certo modo adattata a quella di S. Pietro; e per il continuo affluire di monaci inglesi nella Francia settentrionale, nei paesi del Reno e in altri luoghi del continente, essa esercitò un notevole influsso anche fuori dell'Inghilterra, in molti centri dell'Occidente europeo.

Il p. Carlo Silva-Tarouca ha individuato nell'Anonimo di S. Gallo (il cod. 349) gli scritti superstiti di G., specie quel suo prezioso Ordo Romanus, ch'è il più antico che oggi si conosca con il nome dell'autore.

Tali scritti sono: 1) Ordo ecclesiasticus anni circuli, diviso in due parti, il Capitulare e l'Instructio. Di questo Ordo è copia più o meno fedele il Breviarium ecclesiastici ordinis contenuto nei due codici di Lorsch (oggi in Vaticano, Pal. 374) e di Murbach (oggi a Gotha, womb. I, n. 83), ambedue della fine del sec. viri. 2) De Cursu diurno vel nocturno, istruzione per monaci circa la distribuzione delle Ore canoniche per i vari tempi della giornata. 3) De Convivio, ossia le usanze rituali di un refettorio monastico romano. 4) Un'Apologia del rito romano, annessa all'opuscolo De Convivio (ambedue questi scritti in PL. 138, 1345-50, secondo l'ed. di Gerbertus). Il cod. 349 di S. Gallo, nella parte che ha conservato questi documenti liturgici (ff. [39] 54-118), è in una scrittura minuscola che già si avvicina alla cosiddetta carolina, con elementi arcaici che permettono di
assegnarla agli ultimi decenni del 700 piuttosto che ai primi dell'800; ma è copia di un altro codice più antico, scatice scriptus, cioè proveniente dall'Inghilterra.

Inoltre G., secondo Beda (che forse l'ebbe maestra), si recò in Inghilterra, non soltanto come maestro dei monaci di Wearmouth, ma anche come legato del Papa, incaricato d'informarsi dell'ortodossia degli Inglesi : ut cuius esset fidei Anglorum Ecclesia, diligenter edisceret, Romaneque rediens referret. A questo fine prese parte al Sinodo di Hatfield, convocato dall'arcivescovo Teodoro di Canterbury nel 680, e ne sottoscrisse, insieme ai vescovi, i decreti (cf. Hist. eccl., IV, 17 sgg.). Facendo, in quello stesso anno, ritorno a Roma, appena giunto in Francia fu colpito da malore "ac defunctus est».

Il suo corpo fu portato a Tours, e sepolto in quel celebre monastero di S. Martino, ove egli già aveva soggiornato recandosi in Inghilterra. In un catalogo dei santi raffigurati in un altare della cattedrale di Durham, catalogo composto nella prima metà del sec. xv dal priore Wessington, si trova anche questo nome : Sanctus Iohannes, archiscutur Ecclesiae Sancti Petri Romae, abbas (Rites of Durham, ed. Fowler, in P'ublications of the Surtees Society, 107 [1902], p. 134).

Bist.: Ven. Beda, Hist. eccl. gentis Anglorum, IV, 16; V. 24; Hist. abbatum, § 6; Hom. 17: cf. PL 94 e 15; ed. critica di C. Plummer, Ven. Bedae opera hist., I, Oxford 1506 , rispettivamente pp. 240-42, 319, 388-70. C. Silva-Tarouca, G. Jivhicanter di S. Pietro a Roma e l' Ordo Romanus da lui composto (a. 686), in Miscellanea Giav. Butt. De Rosis, I (16) della Pontificia Assadentia Romana di archeologia, $3^{\circ}$ serie : 56-70112, I. 13. Roma 1923, pp. 159-219: con edizione critica dei testi; G. Morin, in Bulletin d'ancienne littérature chrétienne latine, I (1909), n. 362, condivide le conclusioni di Silva-Tarouca: per alcune critiche e riserve alle medesime, cf. invece: K. Mohlberg, in Jahrbuch für Literaturwissenschaft, 4 (1924), pp. 178-82; A. Bausostark, ibid., 5 (1925), pp. 133-58, e W. H. Frere, Studies in corly roman liturgy, I: The kalemher, Oxford 1930, pp. 42, 49, 21.

Per le varie edizioni (parziali) e i vari codici degli scritti di G. cf. M. Andrieu, Les - Ordines Romani - du haut moyen âge, I, Lovanio 1931, pp. 10-13 (Ord. XIV-XIX), 330-33, 491-92.

Igino Cecchetti
GIOVANNI d'Austria. - Figlio naturale di Carlo V e di Barbara Blomberg, n. a Ratisbona, la città materna, il 24 febbr. 1545, m. presso Namur il $1^{\circ}$ ott. 1578. Educato in Spagna e destinato alla vita monastica, rivelò invece spiccate attitudini militari. Morto Carlo V, che lo aveva riconosciuto come figlio, fu accolto a corte da Filippo II, che gli affidò importanti imprese.

Domò la rivolta del morisca a Granada (1569); capo supremo della flotta cristiana, riportò la splendida vittoria di Lepanto contro i Turchi ( 7 ott. 1571); espugnò Tunisi (1573), che ricadde però presto in mano turca: falli così il suo piano di costituirvi per sé un regno cristiano. Nel 1575 era luogotenente di Filippo II in Italia. Nel 1576 sostituì Luigi di Requesens nel governo dei Paesi Bassi, dove, con gli scarsi aiuti inviatigli dal fratello a! comando di Alessandro Farnese, vinse gli insorti a Gembloux (1578). Ma, nel mezzo della lotta contro Guglielmo d'Orange, improvvisamente morì, forse di peste, nel campo militare. Nessuna prova esiste che sia morto per veleno. E sepolto all'Escorial.

Bist.: W. Havemann, Das Leben des Don Yuan, Gotha 1865; W. Bütling Maxwell, Don Yohn of A., 2 voll., Londra 1883; G. Boglietti, Don G. d'A., Bologna 1894; B. Porreño, Historia del serenhiano señor don Yuan de A., Madrid 1899; H. F. M. Huybert, Don Yuan van Oosterrijk, Utrecht 1913; M. Yeo, Don Yohn of A., Londra 1934; F. Hartlaub, Don Yuan d'A. und die Schlucht bei Lepanto, Berlino 1940; F. Broudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe II, Parigi 1949, v. indice.

Angelo Ferrari
GIOVANNI d'Austria. - Figlio naturale di Filippo IV di Spagna e di Maria Calderón, n. a Madrid il 7 apr. 1629. Rivelò attitudini militari non comuni. Nel 1647 soffocò a Napoli la rivolta Ma-

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saniello-Annese. Fu quindi viceré della Sicilia. Inviato contro la Catalogna insorta, espugnò Barcellona e Gerona e stipulò la convenzione che pose fine alla rivolta.

Governatore dei Paesi Bassi (1656), fu sconfitto dal Turenne nella battaglia delle Dunc ( 14 giugno 1658 ). Comando quindi l'esercito spagnolo contro il Portogallo : espugnò varie città fortificate, ma fu infine scontito ad Estremoz ( 8 giugno 1663). Morto Filippo IV (1665), capeggiò l'opposizione contro la vedova regina, reggente, Marianna. Ebbe a corte un temibile avversario nel gesuita Everardo Nidhard, confessore e consigliere della regina: don G. la costrinse ad esiliarlo. Divenuto maggiorenne Carlo II, fu allontanato, per gli intrighi della regina madre, e nominato viceré d'Aragona, donde ritornò, ottenendo che la Regina e il di lei nuovo consigliere, Valenzuela, venissero esiliati. Carlo II lo fece suo primo ministro (1676) : la Spagna ebbe allora un breve periodo di tranquillità. M. a Madrid il 17 sett. 1689. E sepolto all'Escorial.

BibL.: A. Risco, Don Juan de A., Madrid 1918. Per altra bibl. B. Sánchez Alonso, Fuentes de la bistoria espalada e bispa-m-americana, $2^{\circ}$ ed., 2 voll., Madrid 1927, v. indice.

Angelo Ferrari
GIOVANNI d'Avila: v. avila, juan de.
GIOVANNI da BacontiforP (Bacone). - Teologo carmelitano, n. nella contea di Norfolk ca. nel 1280, m. ca. nel 1348. Studiò in Oxford alla scuola di Roberto Walsingham e a Parigi a quella di Guido Terrena. In questa Università, nell'anno accademico 1322-23, consegui il magistero e nel biennio seguente vi rimase come reggente della scuola carmelitana. Insegnò a Cambridge e a Oxford. Per qualche tempo fu provinciale d'Inghilterra.

La sua produzione è assai ampia: In IV Sententiarum (Parigi 1484, Milano 1510, Venezia 1525, Cremona 1618, Madrid 1754); Quodlibeta, I-III (Venczia 1527, Cremona 1618, Madrid 1754). Commentò la S. Scrittura (Mt. e diverse epistole di s. Paolo), Aristotele (De Anima, Metaphysica, Ethica) e varie opere di s. Agostino e s. Anselmo. Scrisse pure diversi opuscoli di spiritualità carmelitana più volte editi.

Fu ritenuto capo della scuola carmelitana ed ebbe molti commentatori, specialmente nei secc. xvirxviI. A torto gli fu dato l'appellativo di "principe degli avverroisti", non avendo ciò altro fondamento che una citazione di Agostino Nifo. Egli non ebbe alcun legame con l'averroismo latino, rimase anzi decisamente nell'àmbito della scolastica ortodossa e realista, in opposizione alle innovazioni dei terministi. Pensatore originale prospettò soluzioni personali a molti problemi filosofici e teologici : non è esagerato parlare di un sistema scolastico baconiano. Chiudendo il periodo della scolastica medievale, appare il critico che vaglia le soluzioni date da s. Tommaso in poi e raccoglie in una sintesi complessa ciò che ritiene meglio pensato.

Caratteristica la soluzione del problema degli universali: il loro fondamento non è una composizione dell'individuo né reale, né di ragione, né formale, ma la capacità dell'individuo stesso di essere afferrato attraverso una pluralità di concetti; di qui la distinzione internazionale (termine usato da Enrico di Gand).

Nella questione del principio formale del supposito, per spiegare come una natura individuata possa non essere persona, si rifà all'attuazione delle sostanze create e distingue un duplice momento: prima si costituisce come natura (cioè come sostanza individuale determinata) poi come supposito e persona (cioè come chiuso in sé). Nell'Incarnazione il Verbo prende la natura umana nel suo primo stadio di attuazione e ne supplisce eminentemente il secondo.

Molto interessante, come poco conosciuta, è la sua
dottrina sull'Immacolata Concezione. Sin dal primo istante del suo concepimento Maria è collocata in una duplice riferenza: la generazione la ricollega ad Adamo da cui dovrebbe trarre la colpa originale, ma la sua predestinazione a Madre di Dio la ricollega a Cristo da cui riceve la Grazia. Poiché la predestinazione a Madre di Dio domina tutto il suo essere, fra le due relazioni a Cristo e ad Adamo non vi è nessun iato di tempo e quindi il peccato originale non poté macchiarla perché la Grazia prevalse in lei sin dal primo istante, mentre in noi ciò si verifica solo con il Battesimo.

BibL.: B. Xiberta, De scriptoribus scholasticis saec. XIV ex Ord. Carm., Lovanio 1931, pp. 213-27; Crisogono del S.mo Sacramento, Maître Jean B., in Revue néocclastique de philosophie, 34 (1932), pp. 341-65; K. Lynch, De distinctione intentionalis apud I. B., in Analecta Ord. Carm., 7 (1932), pp. 351 404; Nilo di S. Brocardo, Il profilo storico di G. B., in Ephemerides Carmeleticae, 2 (1948), pp. 431-543. Bartolomeo Xiberta

GIOVANNI di Balduccio (Balducci, Giovanni da Pisa). - Scultore, n. a Pisa sul finire del sec. xiri. Se ne hanno notizie in documenti fino al 1349. A Pisa tra il 1317 e 1318 lavorava in Duomo sotto la guida di Giovanni Pisano, Tino di Camaino e Lupo di Francesco.

Qualche tempo dopo elevava il pulpito oggi nell'oratorio della Misericordia a S. Casciano presso Firenze e nel 1328 la tomba per il figlio di Castruccio Castracane nel S. Francesco di Sarzana. Poi nel 1339 il maestro era a Milano, ove scolpiva l'area di S. Pietro Martire in S. Sustergio mettendo a frutto oltre le sue esperienze toscane la conoscenza delle opere dei maestri di Campiano. Poco tempo dopo dové essere a Cremona ove gli vengono assegnate tre statue nella loggia che sovrasta l'ingresso della Cattedrale. Tornato a Milano nel 1347, firmava la porta di S. Maria di Brera, oggi frammentaria, nel Museo archeologico di quella citrà. Nel 1349 fu richiamato in patria per assumere la direzione dei lavori dell'Opera del Duomo, ma non risulta che abbia accolto l'invito. Dopo aver fatto conoscere in Lombardia le forme della nuova plastica toscana esercitando notevole influsso in quell'ambiente artistico, G. di B. mostrò, a sua volta, di intendere alcuni intimi valori della plastica dei maestri di Campione, essicché tanto nella tomba di S. Pietro Martire come nelle tre statue di Cremona appaiono evidenti, rispetto alle sue opere più antiche, improvvise squisitezze di forma e di sentimento. Queste mostrano come G. abbia saputo mettere a frutto la nuova esperienza da lui fatta in Lombardia, innestandola alla sua precedente cultura toscana.

BibL.: A. Venturi, Balducci, in Thieme-Becker, II, pp. 401 402; E. Lavagnino, L'arte medievale, Torino 1936, pp. 601-604. Emilio Lavagnino

GIOVANNI de la Barrière. - Monaco cistercense, fondatore del ramo riformato dei Foglianti (v. Cistercensi), n. a St-Céré (dipartimento del Lot) il 29 apr. 1544, m. a Roma il 25 apr. 1600 . Avuta in commenda, a 18 anni ( 1562 ), l'abbazia di Les Feuillans nella Linguadoca, si limitò da prima alla recita dell'Ufficio, necessaria per percepire le rendite; ma nel 1573, toccato improvvisamente dalla Grazia, vi divenne monaco e abate, e intraprese la sua riforma.

Accusato più tardi da confratelli di «tradimento verso la Chiesa cattolica» per la sua adesione al re Enrico III, durante i torbidi della Lega, fu chiamato a Roma, dove, riconosciuto colpevole, fu deposto dalla carica. Accolse la sentenza, vivendo nascosto da santo. Poco prima della morte, però, per l'intervento del card. Baronio, il processo fu riveduto, la sentenza cassata e G. dichiarato innocente. Nel Menologio dei Cistercensi porta il titolo di venerabile.

BibL.: (J. B. Pradillon), La conduite de dom fean de la Barrière durant les troubles de la Ligue, Parigi 1699; A. Bazr, Vie du véu. fean de la Barrière, Tolosa-Parigi 1885.

Celestino Testore
GIOVANNI di Bartolo: v. nanni di bartolo.

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GIOVANNI Bassiano (Bazianus, Bazianus). Glossatore decretalista, bolognese. Fu il primo doctor utriusque iuris.

Tra il 1180 e il 1190 scrisse un Apparatus in Decretum, opera condotta in piena indipendenza dagli altri glossatori, con sani esclusivi criteri giuridici, e che per la solida preparazione dell'autore in entrambi i diritti ebbe un carattere inconfondibile di compiutezza e di originalità, affermò l'importanza del diritto delle Decretali ed esercitò un decisivo influsso. Le sue glosse si estendono alle Decretali di Alessandro III. M. il 22 febbr. 1197 a Bologna, dove era canonico della Cattedrale.

Da non confondersi con l'omonimo e contemporaneo Giovanni Bassiani, cremonese, glossatore civilista e professore all'Università di Bologna.

Bibli J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts. 1. Stoccarda 1875. pp. 154-56, 222: A. van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1942, pp. 428. 444. 460 .

Cesare Moreschini
GIOVANNI de Bassolis: v. bassolis, giovanni de.

GIOVANNI Battista. - Precursore di Gesù nella predicazione e nel Battesimo, donde trasse il nome ( $\dot{\xi} \dot{\xi} \dot{\alpha} \varepsilon \tau \tau \alpha \nu \xi \varsigma$ «il battezzatore»: Mt. 3, 1, ecc.). Gesù ne esalta la personalità ed il ministero, ponendolo al di sopra dei profeti e di ogni nato di donna, designandolo uomo forte e austero e paragonandolo ad una "lampada ardente e lucente" e ad Elia per lo spirito. G. segna il termine della legge e dei profeti e dà il via alla nuova èra evangelica ( $M t$. 11, 7-9. 11; Lc. 7, 24-28; Mt. 9, 13 sg.; 17, 12; Mc. 9, 12 sg.; Io. 5, 35). Precede il Messia per rendergli testimonianza e, predicando e battezzando le folle d'Israele, le dispone alla conversione dell'anima ed a produrre frutti di opere buone, per poter entrare nell'economia messianica. Discenderà nell'ombra per lasciar crescere colui che considera infinitamente più alto di sè (Io. 3, 29 sg.), concludendo la sua missione con il martirio.

Una preparazione conveniente ne precede la missione: le profezie di Is. 40, 3 e di Mal. 3, 1, l'intervento dell'angelo Gabriele, i prodigi della santificazione nel seno materno, della nascita e dell'imposizione del nome, la visita della Madre di Gesù a s. Elisabetta, una vita austera trascorsa nei deserti. Un movimento di popolo si forma subito intorno a lui, l'autorità religiosa se ne interessa e non l'ostacola. Ricusa ciò che non gli appartiene, ma afferma altamente quello che è: «la voce del Precursore» (Io. 1, 19-27). Al centro della sua attività è il conferimento del battesimo a Gesù sulle rive del Giordano. Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XVIII, 5, 2) ne elogia la predicazione, il battesimo ed il martirio. Notizie più particolareggiate vengono dai Vangeli.

I genitori di G. B. furono il sacerdote Zaccaria (v.), che apparteneva alla classe sacerdotale d'Abia, ed Elisabetta, discendente anch'essa da stirpe sacerdotale, almeno per parte di madre (Lc. 1, 5) ed imparentata ( $\xi$ ovyүvós - zia o cujina?) con la b. Vergine (Lc. 1, 36). Ambedue erano vecchi ma giusti ed irreprensibili (Lc. 1, 5-6); non avevano figliuoli. Come quella di Sansone e di Samuele, la nascita di G. B. avvenne in modo miracoloso. Lc. 1, 5-25 ne descrive i particolari. L'angelo Gabriele appare a Zaccaria nel "Santo", alla destra dell'altare dei profumi, mentre compie l'oblazione dell'incenso, e gli comunica che, essendo la sua preghiera (per accelerare la venuta del Messia?) esaudita, sarebbe stato il padre del Precursore dell'atteso Messia.

Gabriele rivela che G. "sarà grande davanti a Dio, náxir perpetuo e pieno di Spirito Santo", toltogli cioè il peccato originale, sarà ornato di Grazia santificante e di tutti i doni dello Spirito Santo (non del solo dono di
profezia: Konrad) mentre ancora è nel seno materno (e non "dal momento della nascita o dell'infanzia": Konrad, Lolay, Plummer), secondo Buzy nel momento in cui "sobbalaò" per la gioia. La sua missione rassomiglia a quella d'Elia, di cui doveva possedere lo spirito e la potenza (I Reg. 17-20), per riannodare i vincoli della società domestica e ricondurre gli increduli a sentimenti di giustizia e di pietà, come era predetto in Mal. 3. 23-24 (Lc. 1, 17), onde preparare un "popolo perfetto" alla venuta del Messia.

L'angelo assegna il nome da imporgli: 'Isxēvveş è l'ebr. Téhôhânán "Jahweh è propizio". A Zaccaria, che richiede un "segno" di conferma (probabilmente per difetto di fiducia), predice che sarà muta fino alla nascita del bambino. Elisabetta nasconde per 5 mesi la sua gravidanza, attribuendo a Dio il merito della sua maternità. Allora riceve la visita gradita e augusta della b. Vergine, la quale, appena conosciuta dallo stesso Gabriele (v. annunciazione) che la sua vecchia e sterile parente era nel sesto mese di gravidanza per intervento della dymnous di Dio (v cui nulla è impossibile ?), con sollecitudine si era recata da lei per prestarle i servigi. Con ricchezza di particolari, Luca riferisce la scena dell'incontro delle due parenti e il "sabbalzare" per la gioia di G. B. nel seno della madre, che fu "empita di Spirito Santo" nell'acclamare Maria. Maria S.ma rimase presso Elisabetta 3 mesi, quindi fino alla nascita di G. B. Il luogo della visitazione è indicato in modo generico: siç $\gamma \varepsilon \zeta \hat{\imath} \alpha$ ' 'I $\alpha \dot{\alpha} \delta \alpha$, da tradursi « in una città di Giuda ", situata in zona montuosa. Sono state proposte varie ubicazioni (Macheronte, Sinsoste, Betlemme, Gerusalemme, Hebron, Juttah, Giuda di Nephthali, Bethzachara, Beit-Su'kar), ma la più probabile è quella tradizionale di S. Giovanni in Montana, 'Ajn Kârim (v.), 6 km . ad ovest di Gerusalemme, dove sono venerati due santuari : quello della Nascita di G. B. e quello della Visitazione. Nel 1941-42 vi sono stati fatti gli scavi dai Padri francescani.

Otto giorni dopo la nascita, G. B. fu circonciso e gli fu imposto il nome, mentre Zaccaria, riacquistata la favella, intonava tra le meraviglie dei vicini il Benedictus (v.), nel quale esalta la missione del Precursore intesa a preparare le vie di Dio e ad insegnare al popolo la via della salute nella remissione dei peccati (Lc. 1, 8-78). Secondo Io. 1, 7-8 G. B. doveva "rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui ". Lc. 1, So descrive lo sviluppo fisico, intellettuale e morale del bambino: "cresceva e si fortificava nello spirito». Di poi andò a dimorare "nei deserti". Espressione che indica un tenore di vita nomade, trascorsa ora in uno, ora in un altro deserto, cioè nella zona compresa tra el-'Aṣûr ed il sud-est del Mar Morta, in cui si trovano i deserti di Ziph, Engaddi, Maon ecc. Però il nome "deserto" può ben indicare una plaga solitaria, anche se non desolata. Una tradizione posteriore al sec. xir lo colloca a $3-6 \mathrm{~km}$. da 'Ajn Kârim, luogo pittoresco vicino al villaggio di Soba. Non si sa a quale età G. B. andasse a vivere nei deserti. Secondo la leggenda, raccolta dagli apocrifi, Elisabetta ve l'avrebbe portato al tempo della strage degli innocenti e Dio ve l'avrebbe protetta nascondendola miracolosamente con il bimbo dentro una roccia. Lc. 1, 60 potrebbe intendere anche che ciò sia avvenuto in tenera età (cf. l'inno liturgico: Antra deserti teneris sub annis civium turmas fugiens, petisti). I genitori di G. B. del resto, già avanzati in età, non poterono sopravvivergli a lungo.

Nei deserti il giovane náxir menò vita austera. Negli inizi del ministero vestiva o di un perizoma di dura pelle intorno ai fianchi e di un mantello lapido, tessuto di peli di cammello, gettato sulle spalle; oppure di una tunica, tessuta di peli di cammello, stretta ai fianchi con una rozza cintura di pelle. Il suo cibo era costituito da cavallette (cibo legale: Leo. 11, 22) e da miele selvatico (di api, e non vegetale, essudato del tamarix: $\mu \varepsilon \lambda \lambda \alpha \dot{\alpha} \gamma \rho \omega \nu$ ), cioè da cibi di fortuna, di cui si nutrono anche i beduini. Rimase nei deserti fino all'a. 150 di Tiberio Cesare, mentre era procuratore della Giudea Ponzio Pilato. Se l'a. 150 si computa dalla morte di Augusto (19 ag. 767 di Roma), risponde all'a. 28-29 d. C., se invece dall'associazione con Augusto (genn. 765 di Roma) risponde al 26-27 d. C.

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G. B. ricevette direttamente da Dio l'ordine di iniziare la missione (Lc. 3, 1-2), e si stabili nel deserto di Giuda, vicino al Giordano, cioó tra le montagne di Giuda, Gerico ed il Mar Morto. Con lo spirito e la potenza di Elia, con l'ascendente che gli veniva dall'ascetismo e dalla vocazione divina, G. B. "prepara le vie del Signore ", appianando i tell, colmando i toddi, allargando e raddrizzando i sentieri, con il predicare la necessità della conversione ( $\mu \varepsilon \tau \alpha \dot{\alpha} \nu \varepsilon \alpha$ ) e a del battesimo di penitenza a remissione dei peccati ", essendo prossimo il "Regno di Dio". Si rivolge a diverse classi sociali ed inveisce contro gli ipocriti farisei e sadducei, proclamando che non basta alla salute l'appartenenza alla stirpe di Abramo, ma esigendo frutti positivi di opere buone. In un clima di anaiosa attesa messianica, G. B. suscita molto entusiasmo; le folle accorrono da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla zona del Giordano e G. B. le battezza immergendole nel Giordano mentre confessano i peccati. Questo movimento di masse fece nascere il sospetto che G. B. fosse il Messia (Lc. 3, 15), non ostante che non appartenesse alla stirpe di David.

Mentre G. B. battezza a Bethania (v.), oltre il Giordano, l'autorità giudaica (il Sinedrio?) invia da Gerusafemme un'ambasciata di sacerdoti e leviti, tra i quali alcuni farisei, per chiedergli se fosse il Messia, Elia od il Profeta (Io. 1, 19-28). G. B. nega, proclamando di essere soltanto "la voce che grida nel deserto predetta da Isaia" (40, 3) e dando testimonianze della superiorita della missione di Gesù, come aveva fatto prima (Io. 1, 13-18) e come farà in seguito (Io. 1, 29-37). Anzi la considera così sublime che non si reputa degno di " sciogliergli i calzari ". Il di lui Battesimo è di tanto superiore al suo quanto lo spirito e il fuoco son superiori all'acqua. E l'Agnello (v.) di Dio (per la mitezza e per la virtù espiairice), quelle che toglie il peccato del mondo. E il Messia è il figlio di Dio. Possiede un fuoco divoratore, ha in mano il ventilabro ed il crivello per vagliare l'operato dell'umanità, che deve giudicare.

Gesù volle presentarsi a G. B. per riceverne il battesimo. La scena meravigliosa con la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba, è descritta con vivacità dai Sinottici (Mt. 3, 13-17; Mc. 1, 9-11; Lc. 3, 21 sgg.).

Secondo Mt. 3, 13-14. G. B. conusce Gesù e la sua missione fin dal momento in cui gli si presenta al battesimo. Onde si vuol schermire; secondo Io. 1, 33-34, invece, G. B. non lo conosceva, anzi, lo riconobbe dal segno della discesa dello Spirito Santo. S. Giovanni Crisostomo e s. Agostino, poi altri autori, hanno proposto varie so-
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(da G. De Jyrybanion, Un curieux chapitoun du Baytiste au Musée de Lyon, in Mierellanea Merosti, vol. V, taz. I, Città del Vaticano 1791)
Gioyanni Baytista - Circuncisione di G. B. Capitello proveniente da Modena, ora al Museo di Lione (sec. xit).
luzioni (cf. Buzy [v. bibl.], pp. 191-95). Si possono, sembra, conciliare i due Evangelisti intendendo che a G. B., al momento di iniziare il ministero di Precursore, è stato rivelato Colui che doveva battezzare nello Spirito ed in conferma gli è stato dato il segno della discesa della simbolica colomba; "non conosceva Gesù "perché prima di quella rivelazione ne ignorava la missione: 'vùv $\dot{\eta} \lambda \varepsilon \nu$ $\chi \hat{\imath} \tau \dot{\omega}$ non si riferisce al momento immediato prima della richiesta del battesimo, ma al tempo precedente la rivelazione, e riguarda non la persona di Gesù, che doveva conoscere, ma la sua missione.
G. B. si formò dei discepoli : tra questi Gesù reclutò i primi Apostoli (Andrea, Simone, Giovanni, Filippo, Natanaele), tutti galilei, il che dimostra che l'influsso di G. B. si estendeva lontano. Essi furono tenaci nella sequela di G. B. Oltre ad averne ricevuto il battesimo, ne imitavano l'ascetismo (digiuno e preghiere : Mt. 9, 9-14; Mc. 2, 13-18; Lc. 5, 27-33; Mt. i1, i), lo seguivano a Aennon, Bethania, Macheronte, ecc.; né vedevano di buon occhio che fosse oscurato da Gesù. G. B. però in varie occasioni ribadisce la sua inferiorità di fronte a Gesù e li indirizza da lui.

Gli inizi della predicazione di Gesù e di G. B. sono riferiti con gli stessi termini (Mt. 3, 2; 4, 17). G. B. comincia nel Gòr: poi attraversa il Giordano e va a Bethania (v.), dove riceve l'ambasceria dei sinedristi (Io. 1, 28). Mentre Gesù predica in Giudea (Io. 3, 22) attorniato dai discepoli, G. B. si trasferisce a Aennon (v.) presso Salim, ricca di acque (Io. 3, 23), dove avviene una discussione fra i discepoli di G. B. e un giudeo riguardo alla purificazione. Poi essi vanno da G. B. per fargli notare, con malcelata invidia, i grandiosi successi di Gesù. G. B. risponde affermandone di nuovo la superiorità, considerando la propria missione esaurita; conclude con generosa umiltà : "Egli deve crescere: io devo dileguarmi" (Io. 3, 25-36), invitando a seguire Gesù.

L'opinione di Goguel (La vie de Jésus [v. bibl.], p. 255 sg .), secondo cui Gesù sarebbe stato un discepolo di G. B., da cui si sarebbe separato in seguito a divergenze intorno alle purificazioni (Battesimo), e che percio questi l'avrebbe considerato un discepolo infedele e quasi un rinnegato, non he fondamento. Né vi sono contraddizioni tra Io. 3, 26; 4, i e 3, 32; tra 3, 22; 4, i e 4, 2; né tracce di rimaneggiamenti nella storia di G. B. in Io. 3, 22-4, 31 .
G. B. continuò la missione con coraggio e franchezza, riprendendo i vizi ed invitando alla penitenza. Ma poiché al tetrarca della Galilea, Erode Antipa (v.), rimproverò pubblicamente l'incestuoso e adulterino matrimonio con Erodìade, sua nipote e moglie di suo fratello Filippo ancora vivente, il tetrarca, temendo forse che la possente eloquenza di G. B. provocasse sollevazioni nel popolo (certo scandalizzato per la sua condotta), lo fece arrestare (a Tiberiade o a Livias?) e gettare incatenato nel carcere (secondo Fl. Giuseppe) di Macheronte (el-Muhäuer, sulle montagne di Moab, tra lo Zerqâ Mâ'in e l'Arnon, a 1100 m . sul livello del Mar Morto). Non si sa quanto tempo vi rimanesse.

Secondo Mt. 11, 2.7 e Lc. 7,18-23, allora senti parlare dei progressi della missione di Gesù e si decise ad inviare due dei suoi discepoli per proporgli il quesito: "Sei tu quello che viene, oppure ne dobbiamo aspettare un altro?". Gesù rispose agli inviati, incaricandoli di riferire a G. B. (dopo aver operato miracoli in loro presenza) che erano risanati "i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, risuscitati i morti, evangelizzati i poveri ", come aveva predetto Is. 35, 5. 6; 61, 1, aggiungendo peraltro : "e beato chi non si scandalizzerà a mio riguardo ". G. B., che conosceva ed esaltava la missione di Gesù, almeno

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i. Giovanni Battista - Incontro di Gesù e di G. B. Dipinto della scuola di Filippo Lippi (sec. xv) - Berlino, Musco nazionale.
dal momento del battesimo, non può cominciare ora a credervi (Loisy). Si interpreta però in modo diverso il suo atteggiamento. Alcuni credono che nello squallore del carcere di Macheronte possa aver nutrito qualche dubbio sulla missione di Gesù, oppure qualche impazienza di vedere al più presto realizzato il Regno di Dio (cf. Busy, pp. 286-306); oppure che abbia voluto stimolare Gesù a manifestarsi con maggior decisione ed evidenza. L'opinione più comune è che G. B. volesse provocare da Gesù una dichiarazione esplicita della sua messianità per persuaderne i suoi discepoli. Ciò è conforme all'elogio che Gesù fa di G. B. dopo la partenza degli inviati. Lo proclama infatti l'araldo del Messia, superiore ai santi del Vecchio Testamento, l'anello di congiunzione tra il Vecchio e il Nuovo Testamento; non è una canna agitata dal vento, o un uomo delicato, ma un asceta; è più che un profeta; è Elia!

Antipa ascoltava volentieri G. B. in carcere, rimanendone sempre più turbato. Ma Erodiade l'odiava a morte ed aveva deciso di farlo tacere per sempre. Antipa non voleva permetterlo perché lo venerava e temeva per il popolo che lo riteneva un profeta. Celebrandosi il genetliaco di Antipa, durante il banchetto dato agli alti ufficiali ed all'aristocrazia della Galilea, a Macheronte, la figlia di Erodiade (Salome) eseguì danze che piacquero tanto ad Antipa che le promise con giuramento di concederle quanto avesse chiesto, "anche la metà del regno». La ragazza consultò la madre, che le suggerì di farsi portare subito in un vassoio la testa di G. B. Antipa si rattristò, ma per il giuramento fatto di fronte agli invitati, stimò di non doverla contrariare. Il carnefice decapitò G. B. nel carcere e portò la testa a Salome, che la consegnò alla madre. S. Ambrogio con accenti poetici mette in risalto il valore del martirio di G. B. e la crudeltà dei mandanti (De Virg., III: PL 16, 233 sgg.).

I discepoli provvidero a ritirare ed a seppellire il corpo. Antipa ed il popolo, in seguito, credettero che G.
B. fosse risuscitato e operasse prodigi nella persona di Gesù (Lc. 9, 7-9; Mc. 6, 14-16). Il delitto di Antipa, secondo Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., XVIII, 7, 2) impressiond fortemente il popolo, che lo stimava "uomo dabbene", e molti, nella sanguinosa sconfitta dell'esercito di Antipa da parte di Aretu, re dei Nabatei e padre della moglie di Antipa posposta ad Erodiade, videro un castigo di Dio per l'uccisione di G. B.

Varie furono le vicende delle sue reliquie (Sebaste di Palestina, Alessandria d'Egitto, Samaria, Costantinopoli). I luoghi dove aveva predicato ben presto furono venerati dai fedeli (Aennon, Sapsas, Giordano, Sebaste, 'Ajn Kàrim, Eilata).

I discepoli di G. B., che non erano organizzati come gli Apostoli, dopo la morte del maestro forse passarono al cristianesimo. Secondo Act. 19, 1-7, un gruppo di 12 fedeli di Efeso aveva ricevuto solo il battesimo di G. B.; famoso è il caso di Apollo (Act. 18, 24-26). Più tardi si parla delle sètte dei gioanniti, degli emerobantati, ecc. (cf. Busy, pp. 370-72). G. B. occupa un posto eminente nelle concezioni teologiche dei mandei (v.). Roma gli ha dedicato la sua Cattedrale (S. Giovanni in Laterano "omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput ").

La critica razionalista ha tentato di mettere in dubbio la storicità della nascita miracolosa di G. B., trattandola quale "preistoria", e di minimizzarne il ministero e di considerarne il martirio come leggenda popolare (Goguel). Ma la storicità dei dati evangelici non si pud mettere in dubbio, presentandosi con abbondanza di particolari, e con tutti i requisiti di credibilità; è confermata del resto da Fl. Giuseppe.

Secondo i cattolici, il battesimo di G. B. si distingueva da quello di Gesù perché doveva servire a stimolare alla penitenza ed a simboleggiare la purità interiore e rimetteva i peccati non ex opere operato ma ex opere operantis, cioè in virtù delle disposizioni individuali, intuitu meritorum Christi.
G. B. non era uno ioghi indiano (Renan), né un csseno (Graetz, Rubinstein). Rappresenta il Vecchio

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Testamento che si purifica nel deserto di Giuda come al tempo di Mosé nel Sinai, e vi dimora nello stato di vigoria e di semplicità come Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, e ne esce con la potenza del leone, predicando la necessità della purificazione e delle opere buone per andare incontro al Messia che fonda il Regno di Dio. G. B. non è la luce, ma il prisma che la riflette ( $I o .1,8$ ); non è il Messia, ma colui che ne ripercuote la voce (Io. 1, 20-23); non è lo sposo, ma il paraninfo che gli presenta la sposa (Io. 3, 29); non ha il Battesimo nello Spirito (Mt. 3, 11), ma battezza colui che vivifica nello Spirito (Mt. 3, 13-17); è «il più grande tra i nati di donna» (Mt. II, II).

BibL., A. Konrad, Johannes der Täufer, Grax-Vienna 1911; A. Pangatsser, Johannes der Täufer und Jesus Christus, Colonia 1911: D. Busy, St Jean-Baptiste. Etudes historiques et critiques, Parigi 1922: id., Bethanie au delà du Tautchoin, in Recherches de science religieux, 21 (1931), pp. 444-62; id., Poque ou ceinture. A propos de st Jean-Baptiste, ibid., 23 (1933), pp. 89-98; id., Bethanie, in Dib. I, coll. 968-70; L. Vonck, Nautis Iohannis, in Verbum Domini, 3 (1923), pp. 357-65, e vari articoli riferiti nell'Index. voll. I-XIV, p. 186; B. Meinsemann, Guida di Terra Santa, trad. it. de T'. Bellarini, Firenze 1923: D. Baldi, L'infanzia del Salvatore, Roma 1923: id., Eucbicidion Locuum Sanctorum, Gerusalemme 1935, v. indice; M. Gnoucl, Au seuil de l'Evangile, JeanBaptiste, Parigi 1928; id., La vie de Jésus, ivi 1932, passim; L. Tondelli, Il sanodeismo e le origini cristiane, Roma 1928; id., S. Gionnoni Battiste ed Euso nello letteratore maudea, in Biblion, 9 (1928), pp. 206-24; id., Gesù Cristo, Torino 1936, passim; id., s. v. in Euc. Ital., XVII, pp. 227-28; P. Jolaon, L'Aguena de Dieu, in Nouvelle reque thiolocique, 67 (1935), pp. 318-21; id., Le costume d'Elia et celui de Jean-Baptiste, in Biblica, 18 (1935), pp. 74-81; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1936, p. 295 sq.; K. Jarausch, Johannes der Täufer, in Unterceciung und Glaube, is (1940-41), pp. 60-66, 72-77; G. E. Hicks, John the Baptist, Londra 1941: E. Biberman, Jean-Baptiste au désert, in Byzantion, 14 (1940-43), pp. 1-19; E. Sdrakas, Johannes der Täufer in der Kunst des christlichen Ostens, Monaco 1943; M. G. Dore, Il Precursore, Brescia 1946; C. Kopp-A. M. Steve, Le désert de st Jean près d'Hilbren, in Revue biblique, 33 (1946), pp. 547-75; S. Salter, Discoveries at St. John's <Ein Karim 1941-42, Gerusalemme 1946; F. Saintonge, Témoia de la lumière, Jean-Baptiste, Montréal 1946; H. Vogels, Zur Gestalt des Täufers. Der Kändes des unverrückbaren Gottesrechts, in Gloria Dei, 1 (1946-47), pp. 93-100; E. E. May, Eece Aquas Dei. A philological and exegetical approach to Yoho 1: 19, 36 (The catholic University of America Studies in sacred theology, $2^{4}$ serie, 5), Washington 1947; C. Lattey, St. John the Baptist, in The clergy system, 28 (1947), pp. 391-96; F. M. Braun, Jesus. Histoire et critique, Tournai-Parigi 1947: id., Le Bapténé d'après le quatrième Evangile, in Revue thomiste, 56-58 (1948), pp. 347-93; O. Cullmann, Gesù servo di Dio, in Protestantesimo, 5 (1948), p. 55; B. Bagatti, Il santuario della Visitazione ad 'Ain Karim (Montana Yodaou), Esplorazione archeologica e ripristino, Gerusalemme 1948; E. Flicoteaux, Sint Jan de Doper de voorloper des Heeren, Utrecht-Bruxelles 1948; J. M. Barton, "The voice of one crying", in Scripture, 4 (1949), pp. 6-11; G. Governanti, S. G. B. nel deserto di Ziph secondo le notizie dei Sinassari, in La Terra Santa, 25 (1950), pp. 42-44.

Liturgia. - L'elogio di s. G. B. fatto da Nostro Signore ( $M$ I. 11, 11) e le singolari circostanze della sua prigionia e morte (ibid. 14, 1-12) conferirono, sin dal sec. iv, al culto del Precursore un carattere eccezionalmente universale, dovuto anche all'invenzione e alla rapida diffusione delle sue reliquie, vere o presunte, e all'interesse che ebbero i monaci per il loro prototipo. In rapporto alla sua missione di Battista gli vennero dedicati di preferenza oratòri nei battisteri. In Palestina sin dallo scorcio del sec. iv è attestata l'esistenza di santuari sui luoghi sacri al Precursore, come, ad es., nella località dove battezzò Cristo a Qasr el-Jehûd e sul sepolcro che si credeva esistesse a Sebaste (cf. s. Girolamo, Comm. in Oser e Comm. in Michaeam, I, 1: PL 25, 825, 1156). A decorrere dalla stessa epoca in Oriente e in Occidente incomincia ad aumentare il numero degli edifici sacri a lui dedicati che nel medioevo si moltiplicarono in un modo straordinario. A Costanti-
nopoli c'erano, ad es., una quindicina di edifici sacri fra oratòri, battisteri e chiese, tra cui quella di Heldomon dove l'imperatore Teodosio avrebbe fatto deporre il capo; a Roma se ne contavano almeno una diecina: da ricordare l'oratorio del Battistero Lateranense e, in seguito, la Basilica omonima, dedicata al Salvatore, di cui il Precursore divenne comparrono; nel tardo medioevo si credeva possederne il capo in S. Silvestro «in capite». A Ravenna, sotto Galla Placidia, gli fu eretta una basilica; s. Benedetto e Teodolinda gliene dedicarono a Montecassino e a Monza.

In quanto al suo ciclo festivo, si deve tener presente che esso fu stabilito in rapporto al Natale di Cristo al 25 dic. La Conceptio ( 23 sett. in Oriente, 24 sett. in Occidente), ricordata nel Martirologio Geronimiano e nei Si nassari, è oggi una festa prettamente orientale. I calendari mozarabici ricordano al 24 sett. la Decollatio (cf. J. VivesA. Fabura, Calendarios hispánicos anteriores al siglo XII, in Hispania sacra, 2 [1949], p. 27; id., ...anteriores al siglo XIII, ibid., pp. 22, 28, 34, 40, gli articoli hanno numerazione propria). Il Natale genuinum, la nascita ( 24 giugno) si noti il parallelismo delle Kalende: VIII Kal. Iul. $=24$ giugno, VIII Kal. Oct. $=24$ sett., VIII Kal. Jan. $=25$ dic.), e la Passio, la decollazione ( 29 ag., data che ricorda non la decollazione, ma una traslazione di reliquie), sono feste ancora comuni alle due Chiese e sono già attestate da s. Agostino (Serm. 196, 287, 288-93; PL 38, 1021, 1301-33), dal Martirologio Geronimiano, dai Sacramentari romani (il Leonianum ha solo il 24 non il 29; il Gelasianum tutte e due), dai Sinassari e Menologi. I Sinassari ricordano pure una sinuasi in suo onore il giorno dopo l'Epifania. Il Concilio di Agde (can. 21) del 508 annovera la festa del 24 giugno fra le feste maggiori e rimase di precetto sino all'inizio del sec. xx. La festa, già preceduta da vigilia con digiune e seguita da ottava, era, specie in Roma, poliliturgica sino a ca. il sec. xi (doppio Ufficio notturno, cf. Amalario, Liber de ordine Antiphonarii, 39, tre o due Messe di cui una ad fontem, cf. i vari Sacramentari). Gli inni dell'ufficiatura sono del monaco cassinese Paolo Diacono (m. nel 799); dal primo Guido d'Arezzo estresse i nomi delle note musicali.

BibL., Martyr. Hieronymianum, pp. 333, 474, 525; Martyr. Romanum, pp. 252, 367; P. M. Paciaudi, De cultu S. Iohannis Bap. antiquitatis Christianae. Accedit in veterem eiusdem Ordinis [Hieronlimitani] liturgiam commentarius, Roma 1755; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, $3^{\text {e }}$ ed., Parigi 1909, pp. 276 27; K. A. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei santi, $2^{e}$ ed., Roma 1914, pp. 194-99; H. Leclercq, Jean-Baptiste, in DACL. VII, II, coll. 2167-84; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs. $2^{e}$ ed., Bruxelles 1932, pp. 82-83 e passim; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 225-28. A. Pietro Frutaz

Archeologia. - L'arte cristiana primitiva ha rappresentato il Precursore nelle scene del Battesimo di Cristo nel Giordano. Nel cimitero di Callisto, nella regione detta di Lucina, G. B. è imberbe e porta l'esomide (Wilpert, Pitture, tav. 29, p. 237); nello stesso cimitero, nel cubicolo A3, veste solo la tunica esomide (id., op. cit., tav. 23, 3, p. 238) come nel cimitero "ad duas lauros" (id., Ein Cyclus Christologischer Gemälde aus der Katakombe der heiligen Petrus und Marcellinus, Friburgo in Br. 1891, tavv. 14; id., Pitture, p. 238). Nel cimitero di Ponziano il B. è nimbano, con lunghi capelli e barba; veste l'esomide ed ha un lungo pedo nella sinistra (id., op. cit., tav. 259). Nei sarcofagi è barbato e veste il solo pallio come in un coperchio di sarcofago del Museo Lateranense, nel sarcofago di S. Maria Antiqua (Wilpert, Sarcofagi, pp. 18, 21 e tav. 8, 2) mentre nel fronte del sarcofago 119 dello stesso Museo è vestito con una pelle di leone (id., op. cit., p. 24 e tav. 8, 4), come in un frammento del Museo di Arles (id., op. cit., p. 21 e tav. 11, 2); in un sarcofago all'Accademia reale di Madrid porta la tunica

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![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(da R. Plet, S.G.B. nell'arte, Parigi 1521, tav. 63) Giovanni Battista - Predica di G. B. Dipinto di S. Strona (sec. xvir) - Vienna, Galleria del Museo d'arte.
esomide (id., op. cit., p. 22 e tav. 11, 1) che si ritrova nel coperchio del sarcofago di Gorgonio nella cattedrale di Ancona (id., op. cit., p. 23, tav. 14, 3). In un interstizio delle colonne del piano inferiore del sarcofago di Giunio Basso, sia il Signore che G. B. sono effigiati come agnelli (F. Gerke, Der Sarhophag des Iunius Bassus, Berlino 1936, tav. 45). G. B. additante in Cristo l'atteso Messia era rappresentato nella basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio (498514); la silloge di Cambridge ne ha conservato il testo (A. Silvagni, La silloge epigrafica di Cambridge, in Riv. di arch. crist., 20 [1943], p. 91). Barbato con lunghi capelli, e con pelle animale e un pedo nella sinistra, è nel musaico del battistero degli Ariani in Ravenna, mentre nel battistero degli ortodossi ha anche il nimbo e tiene nella sinistra una lunga Croce gemmata.

Nell'abside dell'oratorio di S. Venanzio al Laterano (G. B. De Rossi, Musaici cristiani delle chiese di Roma anteriori al sec. XV, Roma 1899, tav. 19) e nel musaico della cattedrale di Parenzo G. B. ha il nimbo, veste tunica e pallio, fa con la destra il gesto oratorio e con la sinistra stringe una lunga Croce (Wilpert, Mosaiken, p. 928, fig. 442).

In una miniatura del codice Cosma Indicopleuste della Biblioteca Vaticana (viir-ix sec.) G. B. è rappresentato nimbato, barbuto, con lunghi capelli in tunica e pallio; egli stringe nella sinistra una lunga Croce (C. Stornajolo, Le miniature della topografia di Cosmas Indicopleuste, Milano 1908, f. 76).

Nella cattedra eburnea di Massimiano in Ravenna circondato dai quattro Evangelisti sta il Precursore; egli è barbato, in tunica e pallio e sopra questo ha una pelle di cammello; nella sinistra tiene un disco in cui è inciso l'agnello divino. Pure in abito sacro è in un avorio del Museo di Lione (G. De Jerphanion, La voix des monuments, Parigi 1930, tav. 33); ha in più il nimbo negli affreschi di Deledjlar Kilissé (id., op. cit., tav. 34), di Elmale Kilissé e di Toqale Kilissé e di Djémil in Cappadocia (id., op. cit., tav. 35, 1 e 2); nelle miniature del Vangelo di Iviron,
nell'Evangelario Urbinate Vaticano; nel ms. siriaco 535 della Biblioteca nazionale di Parigi, nel fonte battesimale di Liegi. Nimbato con barba e lunghi capelli e in tunica e pallio è nel musaico absidale del Laterano dell'a. 1290 (G. B. De Rossi, Musaici cristiani, tav. 37).

Il martirio di G. B. è rappresentato nell'Evangeliario di Sinope (vi sec.), oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi, illustrante il Vangelo di s. Matteo che dà la narrazione del delitto di Erode (14, 6-12); più tardi in una miniatura di un Messale di Chartres del sec. Ix (J. Psichari, Salomé et la décollation de st Jean-Baptiste, in Revue de l'histoire des religions, 72 [1915], pp. 131-58). Lo Strzygowski propose di riconoscere il capo del Precursore in un frammento di papiro su cui è dipinta una testa starcata dal corpo posata sopra un piatto (Eine alexundrinische Weltchronik, in Denkschriften der Kaiserlichen Ahademie der Wissenschaften, Philosoph. Histor. Klasse, Vienna, 51 [1906], p. 153, fig. 12 e tav. 8). Anche nei musaici di S. Marco a Venezia è rappresentata Salome in atto di reggere sul suo capo il piatto con la testa di G. B.

La scena del suo martirio era pure rappresentata nel musaico dell'atrio della Basilica Lateranense, del tempo di Alessandro III (1159-81; Wilpert, Mosaiken, p. 212).

Bibl.: H. Leclercq, Jean-Baptiste, in DACL, VII, 11, coll. 2167-84; O. Grosso, Le arche di s. G. B. ed il piatto di Salome, in Dedalo, 5 (1924), pp. 414-42. Enrico Josi

Icgnografla. - Mentre nell'antichità si trova alternato il tipo del B. in esomide o vestito di pelli con il tipo in abito sacro in tunica e pallio, durante il medioevo i due tipi risultano ormai fusi, e il B. viene rappresentato vestito di pelli, mentre indica l'agnello crocenimbato o la figura di Cristo che gli è generalmente vicina (v., ad es., rilievi nel duomo di Ferrara e nella chiesa di S. Zeno a Verona).

Particolare fortuna ha la figura del Precursore durante il Rinascimento e se ne potrebbe anche indicare la causa nella preferenza che l'artista di questo periodo ha per le forme naturalistiche, tanto che, è stato notato, il B. è il più rappresentato d