generalmente vicina (v., ad es., rilievi nel duomo di Ferrara e nella chiesa di S. Zeno a Verona).
Particolare fortuna ha la figura del Precursore durante il Rinascimento e se ne potrebbe anche indicare la causa nella preferenza che l'artista di questo periodo ha per le forme naturalistiche, tanto che, è stato notato, il B. è il più rappresentato dopo s. Sebastiano e s. Girolamo. In questa preferenza è da ricercare anche le ragione che porta appunto la figura del B., nell'arte italiana, ad umanizzarsi, a perdere definitivamente la jeraticità con cui era stata trattata dai bizantini - umanizzazione che si trova già esemplificata nel sec. xiv in quelle rappresentazioni del s. Giovannino condotto nel deserto dall'angelo, come quella della tavoletta riminese della Pinacoteca Vaticana.
Numerosissime le rappresentazioni del B. isolato, da quella scultorea del Ghiberti in Orsanmichele, a quella di Benedetto da Majano nel Museo nazionale di Firenze, alle varie di Donatello; in pittura si citano quelle di A. Vivarini all'Accademia di Venezia, quella solenne di Cima da Conegliano, il nudo eroico di Thiano all'Accademia di Venezia. Quale predicatore del deserto, famosa è la rappresentazione del Veronese nella Galleria Borghese o quella di D. Dossi a Brera. Molto rappresentato è anche durante il Rinascimento il s. Giovannino che entra a far parte delle numerose $S$. Famiglie, e nelle quali il piccolo Santo, spesso con i segni caratteristici della futura attività, gioca e scherza con Gesù Bambino, come nelle opere più famose di Raffaello e di Leonardo da Vinci.
Le rappresentazioni cicliche, frequenti specialmente nei battisteri (v. quello di Firenze e quello di S. Marco a Venezia), offrono lo svolgersi della vita del B. dalla sua nascita (confusa spesso, perché iconograficamente molto simile, con quella della Vergine) alla sua decapitazione; certamente fra i più noti e fra quelli artisticamente più elevati sono gli affreschi di Masolino alla Collegiata di Castiglion d'Olona. Tra gli altri cicli più importanti si
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citano quelli di Filippo Lippi nel duomo di Prato, di D. Ghirlandao in S. Maria Novella, di A. Del Sarto nel chiostro dello Scalzo a Firenze.
Nella pittura dell'età barocca hanno lasciato interessanti raffigurazioni di fatti della vita del B., tra gli altri, il Bazzani, i due Tiepolo, e, fuori d'Italia, P. Trogher.
Bili.: K. Künstle, Ibonographie der Heiligen, II. Friburgo in Br. 1926, pp. 332-40; S. De Vito Battaglia, Iconografia del B.: Tipi del B. nell'arte orientale, in Illustrazione Vaticana, 3 (1932), pp. 24-28; id., Iconografia del B.: L'intervento angelico, ibid., 3 (1934), pp. 1006-1008; id., Riflessi drammatici dell'iconografia dei B., in Crispoli, 1934, pp. 461-68. Gilberto Ronci
Folklore. - La festa di s. G. B. è quella che dà luogo alle più importanti e caratteristiche manifestazioni del culto popolare in tutti i paesi dell'Europa, dalla Scandinavia a Malta, dalla Russia alla Spagna e alla Grecia. E un intero ciclo di forme rituali e di usanze che ha inizio la vigilia, 25 giugno, e si chiude con la festa di s. Pietro ( 29 giugno). Il ciclo comprende anche feste intermedie (s. Eligio, 25 giugno, ss. Giovanni e Paolo, 26 giugno). La sera e la notte della vigilia vengono accesi i fuochi di s. G., falò formati con mucchi di paglia o di stipe o con cataste di legna, accumulate talora, come in molti paesi della Francia, intorno a un palo centrale adorno di ghirlande di fiori. Essi vengono accesi preferibilmente sulle alture, ma anche nelle piazze, nei crocicchi, presso le chiese ecc. Intorno, cantano e ballano schiere di giovani e ragazze e popolani, che saliano sopra le fiamme, con l'idea di guarire da varie malattie (mal di schiena, febbre, ecc.). Sui fuochi o sulle loro ceneri si fa passare anche il bestiame, sempre a scopo profiattico. Tizzoni spenti vengono conservati nelle case ed esposti contro i temporali. Si crede anche a virtù terapeutiche del fumo che si sprigiano dai fuochi o dalle ghirlande che in essi vengono gettate. Fisacole, fasci di paglia accesa, ceri, lumi, razzi e girandole sono gli aspetti mobili che assume l'elemento fuoco, caratteristico della festa.
In una vasta zona dell'Europa centrale, che giunge fino alle Alpi, vengono lanciati giù per il pendio della montagna dei dischi di legno acceso (in Carnia detti riduiti) fra grida di gioia e di augurio: in taluni paesi dell'Europa centro-occidentale vengono fatte ruzzolare grandi ruote di legno accese e inghirlandate. E credenza ovunque diffusa che nella notte di s. G. le acque e le erbe acquistino virtù soprannaturali: è perciò ritenuto particolarmente benefica la guazza di quella notte per la guarigione di varie malattie; e quindi i popolani si rotolano sui prati bagnati di quella rugiada e vi fanno passare il bestiame e le greggi; le donne espongono all'aperto le vesti e le stoffe in genere, credendo che la guazza le preserverà per tutto l'anno dalle tarle. Le acque dei fiumi e di particolari fontane acquistano poteri salutiferi straordinari e la gente vi si tuffa replicatamente, o vi tuffa gli armenti: l'acqua del mare diventa dolce e dà gli stessi benefici effetti. Anche varie specie di erbe posseggono quella notte eccezionali virtù curative: il popolino le raccoglie e le conserva per servirsene alle occorrenze. Si usa porre tali erbe a bagno in un catino esposto al cielo notturno e si crede con ciò di aumentarne l'efficacia : la mattina ci si lava con quell'acqua. Varie secondo i diversi luoghi sono le erbe di s. G.: tra le più comuni si ricordano: l'iperico (hypericum perforatum), la menta, la verbena, la camomilla, il timo, il tiglio, il meliloto, il sambuco, l'artemisia.
In tale notte si traggono anche le sorti, specialmente da parte delle ragazze da marito. I modi sono eguali a quelli in uso per Capodanno o la Befana, come il getrare dei pezzetti di piombo fuso nell'acqua e dedurre dalla forma che essi acquistano, la professione o la condizione del futuro sposo. Si ascoltano anche, nei crocevia, le parole della gente che passa, e se ne traggono oroscopi fausti o infausti.
Tra amici o amiche o anche tra persone di sesso diverso e tra fanciulli, si usa stringere il comparatico. Esso si compie con speciali riti e forme: in Surdegna fin dal $1^{\circ}$ di apr. un giovane chiede per comare una ragazza e il giorno di s. G. insieme si recano in processione alla chiesa fuori del villaggio e con una serie di usanze festose

(da R. Plus, S.G.B. nell'arte, Parigi 1855, tav. 66) Giovanni Battista - S. G. B. alato in relazione al testo Evec... mitte angelum meum... praegaralei cium di Mal. 3, 1 applicato a S. G. B. $M l_{1}(1,10) \quad M l_{1} 1,2: L c, 7,27$. Dipinto russo. Priorato di Amay-sur-Messe.
(libagioni, cantı, danze) celebrano il comparatico. In Sicilia i fanciulli si prendono per il mignolo della mano destra, si strappano ciascuno un capello, l'annodano e lo gettano, cantando una canzoncina che ricorda i doveri dei compari. In molte regioni, specialmente dell'Italia meridionale, il comparatico stretto per s. G. è legame morale fortissimo e il venirvi meno è considerato sacrilegio.
Si crede che fenomeni straordinari si compiano la notte di s. G. Gli animali si saziano con niente: i cavalli parlano. La felce in poche ore fiorisce e sfiorisce. L'acqua si trasforma in vino. I tesori nascosti rivelano la loro presenza. Dalle viscere delle montagne giungono voci lamentevoli. Città e castelli sommersi divengono visibili; torce accese si vedono girare attorno ai campanili e poi svanire.
Nella notte stessa le streghe sono in giro, dotate di poteri straordinari : a questa credenza alludono alcune tarantelle, canzoni popolari romane che si cantavano la notte di s. G. Credenza analoga è diffusa in Norvegia circa i trall, spiriti maligni che escono dalle cavernose profondità delle montagne apertesi magicamente in quella notte. Nelle regioni che si affacciano al mare si attende con ansia il momento in cui il sole sorgerà dalle onde; si dice che il sole, nell'uscire, danza sul mare, e non solo quando spunta, ma fino a una certa altezza; o anche che esso si tuffa tre volte nel mare e ogni volta una nuvoletta bianca ne asciuga la faccia. Nella sfera del sole si vede il volto di s. G. che si lava nel mare in una conca d'oro, o anche il suo capo grondante sangue.
Per quel principio che gli etnologi chiamano «ambivalenza del sacro» il s. G. può anche arrecare lutti e incidenti imprevisti, quasi che le forze straordinarie che agiscono in questo giorno possano anche esercitarsi in senso malefico. Si temono perciò disgrazie, annegamenti ecc. Si crede pure che per s. G. farà burrasca e si recitano apposite formole per scongiurarla.
Per molto tempo ha tenuto il campo la teoria secondo cui la festa di s. G. avrebbe soppiantato un precedente culto solare e antichissimi riti per il solatizio d'estate; le più recenti ricerche tendono a toglier valore e tali opinioni e spiegano il complesso delle usanze popolari come residuo di riti agresti di purificazione, profilassi e propiziazione. Tuttavia in alcuni paesi ove il cristia-
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nesimo attecchì tardi, specie nel Nord Europa, sono ancora visibili tracce di riti pre-cristiani e vi si trovano riferimenti a divinità o figure mitiche pagane: Kupalo in Russia, Ligo in Lettonia, Bolder in Norvegia.
In Italia anticamente la festa di s. G. dava luogo in alcune città a manifestazioni grandiose. A Firenze i preparativi cominciavano fin dal maggio e la festa durava diversi giorni, con palii, mostre, doni e pubblici tributi al capitolo di s. G., processioni, luminarie, accensione dei fuochi in Piazza della Signoria, e sacre rappresentazioni. A Roma, il Papa pontificava in S. G. in Laterano e benediceva il popolo dalla loggia. A Ravenna aveva luogo una fiera annuale frequentatissima. Ora tutte le usanze vanno rapidamente sparendo o attenuandosi : ma si notano anche riprese e aggiornamenti come, p. es., in Roma per iniziativa di istituzioni per gli svaghi popolari : nel quartiere di s. G. la festa si celebra tuttora con canti, carri, girandole, libagioni: cibo caratteristico le lumache.
La Chiesa ha cercato di inquadrare, fin dove ha potuto, le principali manifestazioni entro le forme liturgiche, con processioni, benedizione dei fuochi e delle fonti, ecc. - Vedi tavv. XLII-XLIII.
Bibl.: P. M. Pacisudus. De cultu s. fohannus Baptistuc. Roma 1735; A. Breuil, Du culte de st Jean-Baptiste et des sanges qui s'y rattarhent, in Mém. Soc. antiquaires de Picardie, 8 (1834), pp. 155-244; A. De Nino, Usi abruzzesi, I, Firenze 1879, pp. 1, 42, 48-52, 55, 86, 104, 107, 114; G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 288-320 (con nota bibl.); J.-B. Pardiac, Histoire de st Jean-B., et de son culte, Parigi 1886; G. Finannac, Crodance, uel e costumi abruzzesi, Palermu 1891, pp. 152-67; G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino 1908, pp. 196-99; P. Gori, Le feste farentine attraverso i secoli : le feste per s. G., Firenze 1926; G. Bottiglioni, Vita sarda, Milano s. a., pp. 64-66; D. Olivieri, Vita e anima del popolo centeo, ivi s. a., pp. 32-34; A. Pescio, Terra e vita di Liguria, ivi s. a., pp. 42-44; G. Vitaletti, Dolce terra di Marca, ivi s. a., pp. 301-304; P. Sartori, Johannes der Täufer, in Handtubrterbuch des deutschen Aberglaubens, IV, Berlino 19311932, coll. 704-29; G. C. Pols Felletti di Villafalletto, Associazioni giovanili e feste antiche, IV, Torino 1942, pp. 180-303; A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, I, iv, Parigi 1949, pp. 1727-2130; J. G. Frazer, Il ramo d'oro, trad. it., I, Torino 1950, p. 361 sgg.; II, ivi 1950, pp. 401, 464, 467 e passim.
Paolo Toschi
GIOVANNI XI Bekkos, patriarca cattolico di Costantinopoli. - Discendente da famiglia bizantina, n. in data sconosciuta, fu patriarca dal 1275 al 1282. Nel 1265 era cartofilax, ossia cancelliere del patriarcato, archivista e giudice ordinario della Chiesa. Essendo allora il patriarca Arsenio poco accetto all'imperatore Michele Paleologo, lo era pure G., il quale però più tardi strinse a Salonicco amichevoli rapporti con Michele a scapito della fiducia del patriarca. Deposto questi (1267), G., oltre a mantenere gli onori di prima, fu incaricato da Michele, insieme al nuovo patriarca Giuseppe, della legazione alla Serbia (1268), per agevolarvi l'ingresso della principessa Anna.
Nel 1270 una nuova legazione imperiale mise G., non ancora cattolico, di fronte al problema dell'unione delle Chiese, già prima intentato dal Paleologo. Infatti G. e Costantino Meliteniota, archivista dell'Impero, hanno l'onore di ricondurre in Francia i legati del santo re Luigi IX, portatori a Bizancio delle prime proposte per l'unione e di assicurazioni di aiuto contro Carlo d'Angiò. Disgraziatamente la legazione bizantina trovò re Luigi agonizzante a Cartagine e G. assistette ivi alla sua piissima morte (25 ag. 1270).
Da questo momento si apre per G. un periodo di lotta interna religiosa. Crede in cuor suo eretici i Latini per la dottrina del Filioque (v.) ed ha paura di mettere con ciò in repentaglio il favore dell'Imperatore incline a accettare il dogma cattolico. Sempre però sincero, nel Sinodo del 1273, convocato da Michele per palesare i suoi rapporti con il papa Gregorio X, G. si sforzò per dimostrare la mancanza di ortodossia dei Latini. Perdette con questo
la fiducia dell'Imperatore e venne rinchiuso nella fortezza di Anema, dove, datosi allo studio approfondito del dogma trinitario ed esaminando il Filioque negli scritti di Niceforo Blemmida, da vero teologo, versatissimo nell'insegnamento dei Padri e nella dialettica, conobbe presto la verità e la abbracciò fino alla morte. Scopo unico della sua vita fu quello dell'unione, e domando per i Greci la conservazione da parte di Roma degli usi tradizionali non opposti alla fede. La conversione valse a G. il ritorno al favore dell'Imperatore; anzi da quel punto egli diventò prima figura nel terreno politico e religioso del suo tempo.
Conclusa l'unione dei Greci nel Concilio Lugdunense II ( 6 luglio 1274) e proclamata a Costantinopoli l'anno dopo ( 16 genn.), il patriarca Giuseppe dovette abdicare e G. assunse la carica per volontà del Sovrano ( 26 maggio), essendo stato consacrato a S. Sofia il 2 giugno 1275. Grandi però furono le difficoltà che dovette affrontare G. cattolico per il consolidamento dell'unione non solo dal partito del deposto patriarca, ma più ancora dal clero in generale e singolarmente da Giorgio di Cipro, il suo più accanito avversario. Lo stesso imperatore Michele, fluttuante nella politica e di rude carattere, forse per non contraddire Andronico II associato all'Impero, cominciò ad ascoltare le accuse mosse contro G., a tal grado che questi presentò l'abdicazione (1279) e si ritirò nel monastero della Panachrantos. Ma ritornò al patriarcato dopo alcuni mesi e proseguì nella lotta finché durante il pontificato di Martino IV non fu denunciata l'unione (1282) e lanciata la scomunica contro Michele Paleologo. Allora G. dal carcere di Brussa, dove fu incatenato dal despote Andronico, vide succedersi nel patriarcato prima il deposto Giuseppe e poi Giorgio (Gregorio) di Cipro. In mezzo allo strazio e alle sevizie G. difese ancora con dottissimi trattati teologici la causa dell'unione. Morì consunto nel carcere alla fine di marzo del 1296.
G. svolse una attività letteraria non comune. La sua opera di grande teologo va però intrecciata con la polemica in una vita assai agitata. Tuttavia non mancano scritti suoi di carattere monumentale, come, p. es., i due trattati IIspl $\tau \xi \varsigma$ éviotens nel sip $\xi \eta \eta \varsigma$ e IIspl $\tau \xi \varsigma$ éxmopéoxous $\tau o \tilde{u}$ 'A $\gamma$ íou Ilve $\dot{\omega} \omega \sigma \tau \varsigma$. Altri sono universalmente celebri come quello delle 'Emypagial, edito insieme alle obiezioni del Palama e alle repliche del Bessarione, per dimostrare l'identità delle formule $\delta i^{\prime}$ Tlob e $\dot{\varepsilon} \xi$ Tlob, e quel passo del suo $\Sigma \eta \mu \varepsilon i \sigma \mu \alpha$ ouvodue $\delta$ u dove G. scopre la cattiva fede degli avversari, i quali cancellarono la particola $\varepsilon \varepsilon$ ( $\varepsilon \varepsilon \tau o \tilde{\eta}$ Tlob) da un testo del Nisseno apertamente favorevole ai Latini. Rimangono ancora inedite alcune opere di G.; la maggior parte di quelle pubblicate stanno raccolte in PG 141.
Bibl.: Le fonti principali oltre allo stesso G. sono l'Historia di Giorgio Pschimeres, Bonn 1835 (PG 143-44) e quella di Niceforo Gregoras, ivi 1839 (ibid. 148) insieme ai Registri dei patri di quel periodo editi dalla Scuola francese a Roma: Gregorio X e Giovanni XXI (Giraud e Cadier) 1884; Nicola IV (J. Gas) 1898; Martino IV (Soehne) 1901. - Per consultazioni: L. Bechier, Beccos, in DHG, VII, coll. 354-64; L. Petit, Jean Beccos, in DThC, VIII, coll. 636-60; V. Laurent, Johannes XI Beleios, in LThE, V, coll. 481-82; Hefele-Lecferon, VI, pp. 153-218, 1457-71; M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium, I, Parigi 1926, pp. 418-21.
Emanuele Candel
GIOVANNI di Biclabo. - Di genitori goti, ma cattolici, n. ca. il 540 a Scallabis in Lusitania. Fu esiliato da Leovigildo, da Barcellona, per la sua religione. Nel 586 fondò il monastero di Biclaro-Valclara, presso Tarragona (o meglio, presso Bejar, secondo le congetture di Menéndez Pidal ?). Eletto vescovo di Gérona nel 590, prese parte a vari concili.
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(1st. Anderson)

(1st. Anderson)
In alto: MARTIRIO DI S. GIOVANNI. Affresco di Filippino Lippi in S. Maria Novella (1503) - Firenze. In basso: ASCENSIONE DI S. GIOVANNI. Affresco di Giotto in S. Croce (ca. 1320) - Firenze.
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A sinistra: NASCITA DI S. GIOVANNI BATTISTA. Dipinto di F. Gallegos (fine del sec. xv) - Madrid, Museo del Prado. A destra: LA DECOLLAZIONE DI S. GIOVANNI. Tavola di F. Gallegos (fine del sec. xv) - Madrid, Museo del Prado.
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A sinistra: STATUA DI S. GIOVANNI BATTISTA, attribuita a Silvestro dell'Aquila (sec. xv) - Penna S. Giovanni (Macerata), chiesa del Santo. A destra: S. GIOVANNI BATTISTA. Scultura in legno di Alonso Berruguete (sec. xvi)-Toledo, coro della Cattedrale.
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fot. Fiorentist)
S. GIOVANNI ELEMOSINIERE
Dipinto del Tiziano (s. 1533) - Venezia, chiesa di S. Giovanni Elemosiniere.
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La sua Cronica, scritta verso il 390 , è il seguito immediato di quella di Victor Tunonensis, e comprende gli aa. $567-87$. Il suo valore sta nel basarsi su testimonianze reali dei fatti e su altre informazioni sicure. Fa. mosa la sua imparzialità, ammirevole se si considerano gli interessi contrastanti di quel medio ambiente. Dà un giusto valore al punto di vista dei Goti in Spagna, colorando la sua Historia di un tono nazionale. Scrisse anche, secondo quanto asscrisce Isidoro da Siviglia, una Regola per monaci. M. nel 621 ca.
BibL.: S. Isidoro da Siviglia, De vir, illuste., cap. 62; Th. Mommsen, Tohannis abbatis Biclarensis Chronica, in MGH. Auctores antiquissimi, XI, Chronica minora, ed. Th. Mommsen (1898), pp. 207-20 e 166-77; A. Lambert, La famille de St Braulio et l'expansion de la Rigle de Jean de Biclar, in Rivista Zorita, 1933, pp. 3-18; J. Moreca, Youn Biclarense, confesor de la fe, fundador de Vallelava, historiador y abispe de Gerona, in Ilomenaje a Rubio y Lluch, Barcellona 1936, pp. 59-84.
Giuseppe Madoz
GIOVANNI di BorgoGNA. - Pittore spagnolo, ricordato nei documenti dal 1495 al 1533, m. prima del 1544. Di educazione italiana, forse allievo del Ghirlandaio, eseguì con altri gli affreschi del transetto della cattedrale di Toledo (1495-96), dove lavorò ancora nel 1502 e nel 1508-10, eseguendo, sempre in collaborazione, le pitture dell'altare della cappella.
Del 1514 è l'affresco celcbrativo dell'occupazione di Orano da parte del card. Ximenez. Contemporanee sono alcune scene della vita di Maria e di fatti del Nuovo Testamento, eseguite con colori chiari e festosi, di disegno ampio e sicuro, nonostante una certa durezza nella caratterizzazione dei tipi e nella esecuzione dei panneggi. Degli stessi anni sono i famosi ritratti degli arcivescovi di Toledo. Altre opere di G. di B. sono gli affreschi della Biblioteca, sempre a Toledo, la decorazione dell'aula dell'Università di Alcalá de Henares, e la pala d'altare della cattedrale di Avila, considerati fra i capolavori della pittura spagnola del primo Cinquecento.
BibL.: C. R. Post, A history of spanish painting, IX, Cambridge 1947, pp. 162-232.
Eugenio Battisti
GIOVANNI de Brebeuf : v. canado-americani, martiri.
GIOVANNI di Bruna (Brünn, Brno). - Mistico del sec. xiv, prima begardo e poi domenicano.
Le confessioni di G. e di Alberto di Brünn in Moravia dinnaní all'inquisitore p. Gallo O.P. di Neuhaus sono una fonte per la conoscenza della dottrina e pratica dei begardi e per la vita di G. di Brünn. Questi visse a Brünn nello stato coniugale, aspirante alla «vita perfatta $e$ che, secondo un conoscente di fiducia a cui domandò, consisteva nella vita dei begardi che vivono nella povertá e nello spirito, senza curarsi della direzione da parte di sacerdoti. Dividendo la sua sostanza, G. diede la metà alla moglie che non consentí al suo allontanamento e l'altra metà portò seco a Colonia ove entrò tra i fratelli del libero spirito e begardi, dimoranti presso la chiesa di S. Stefano. Dopo 20 anni salì tra i «perfetti», la vita dei quali fece per 8 anni. Finalmente convertito alla dottrina cattolica, entrò tra i Domenicani, che egli aiutò nelle cause d'inquisizione.
BibL.: W. Wattenbach, Über die Secte der Brüder vom freien Geiste (Sita. Ber. d. hgl. Preuss. Ahad. d. Wissenschef en. 2), Berlino 1887, pp. 326-37: A. Neumann, Crohé sekty ve stol. 14. a 15., Velcbrad 1920, p. 26.
Angelo Wals
GIOVANNI di Buonagiunta, santo: v. SETTE FONDATORI, SANTI.
GIOVANNI di Burgh (Johannes de Burgo). Teologo del sec. xiv. Nel 1384 venne nominato rettore dell'Università di Cambridge; e l'anno seguente scrisse un manuale di diritto canonico in forma di catechismo Pupilla oculi (Parigi 1510 e 1518, Strasburgo 1514), che fu molto noto come guida pratica di diritto per i sacerdoti. Morì nel 1386 a Collingham nel Nottinghamshire dove era rettore.
Insieme a Lyndwood (m. nel 1446), G. è un testimonio del carattere integralmente papale del diritto canonico in Inghilterra. Il suo manuale fu stampato nel 1510 e nel 1515 a Parigi, a Strasburgo nel 1514.
BibL.: J. Pato, De illustribus Angliae scriptoribus, Parigi 1619, p. 542 sg.; F. W. Maitland, Roman canon loss in the Church of England, Londra 1898, pp. 49-41; T. B. Scannell, Doctrine, in Cath. Enc., V, p. 78; R. S. Nolan, Seal, ibid., XIII, p. 651;
Enrico G. Rope
GIOVANNI Calibita, santo. - N., secondo la leggenda, a Costantinopoli da nobile famiglia all'inizio del sec. v. Giovanetto, scappò insieme con un monaco acemeta per ritirarsi in un monastero. Dopo 6 anni di vita religiosa ritornò presso la casa paterna vivendo per 3 anni, sconosciuto ai genitori, in un tugurio ( $\alpha \alpha \lambda i \beta \gamma \zeta$ ) donde l'aggettivo di C.
Poco prima di morire si manifestò ai suoi che in seguito trasformarono il tugurio in chiesa. E commemorato sia presso i Greci che i Latini il is genn. A Roma fu edificata in suo onore una chiesa nell'Isola Tiberina, ricordata già nel sec. te da Anastasio Biblorocario che tradusse in latino la vita di G. In seguito si credette che ivi fosse la casa paterna di G. creduto romano. Il primo documento pontificio autentico che riguarda la chiesa romana è del 1018.
BibL.: PG 114. 367-82: Anastasio, Vita c. Iohannis Caly. bitae, in Anal. Boll., 15 (1896), pp. 277-67; Acta SS. Innoveri, II, Parigi 1863, pp. 311-20; Synax. Constantinop., p. 393; C. Huelsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, p. 275 sgg. Agostino Amore
GIOVANNI da Calvoli (a Canlibus). - Presso S. Gimignano in Toscana, grande predicatore minorita del sec. xiv, talora anche detto erroneamente Giovanni da S. Gimignano, ancora in vita, secondo il Wadding e il Papini, nel 1376; ma di lui non si sa di più. Secondo la più comune attribuzione, sarebbe autore delle Meditationes vitae Christi, uno dei capolavori della spiritualità francescana, che l'autore scrisse con drammatica vivacità e potenza espressiva, quasi plastica, oltre che con senso squisito di arte letteraria.
L'opera, che ebbe grande influsso nella vita religiosa, fu scritta per l'edificazione di una monaca clarissa verso il 1333, in Toscana, probabilmente prima in volgare, poi tradotta in latino. Il testo volgare è considerato testo di lingua.
L'opera stessa ha avuto, nella tradizione manoscritta, due redazioni : una ridotta, e l'altra più ampia e comune in 93 capp.; ma che G. da C. ne sia l'autore, il più competente studioso, C. Fischer, nel 1932 (ap. cit. in bibl., pp. 449-83) l'ha senz'altro escluso, assegnando l'opera a un ignoto minorita toscano; egli difende la priorità dell'originale volgare, e ritiene inoltre, contro il parere di altri e degli stessi editori di a. Bonaventura, che il Dottore Serafico sia l'autore delle Meditationes de Passione (cioè dei 13 capp., dal $68^{\circ}$ in poi). Ma questa rivendicazione, giudicata sicura e definitiva anche dai recenti editori spagnoli delle Obras de s. Bonaventura (II, Madrid 1946, pp. 735-47), è stata con ottimi argomenti interni contestata dal p. Cicchitto. Però la questione della sua autenticità è tuttora per lo meno dubbia.
BibL.: Numerose edizioni, latine e volgari; più recente, in italiano, quella di F. Sarri, Milano 1933; testo latino e castigliano della sezione Meditationes de Passione Christi, in Obras de s. Bonaventura, II, Madrid 1946, pp. 748-817. - Notizie e studi : B. Bonelli, Prodromus ad Op. Onos. s. Bonaventurae, Bassano 1767, p. 657 sgg.; N. Papini, Etruria francescana, II, p. 113rv (cod. 84, Roma, conv. SS. Apostoli); Sbaralea, I, pp. 51-52; II, 100 e pp. 52-53; Editores S. Bonaventurae, Op. Onos., X, Quaracchi 1902, p. 25, n. 41; Bartolomeo da Piso, Liber Conformitatis, in Anal. Franc., 4 (1906), pp. 341 e 518-19; L. Oliger, Les Meditationes vitae Christi, in Studi franc., 7 (1901), pp. 141-83 e 8 (1922), pp. 18-47; R. Boving, Das aktive Verhältnis des hl. Franz zur bildende Kunst, in Arch. Franc. hist., 19 (1926), pp. 610635 (influsso); più diffusamente sui cadici, edizioni e autenticità, C. Fischer, Die - Med. V. C. v, ihre handschriftliche Uberlieferung und die Verfasserfrage, 25 (1932), pp. 3-35, 175-209, 305-48.
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449-83; Collect. Franc., 13 (1943), p. 42; L. Cicchitto, in Misceli, Franc., 48 (1948), pp. 391-95; L. Döppenschmitt, Ioh. de Caulibus, in LThR. V. col. 486.
Lorenzo di Fonzo
GIOVANNI Canapario. - Storico. Di nobile famiglia romana, n. ca. la metà del seC. x, passò la sua gioventù tra le agitazioni mondane e lo studio dei classici. Negli aa. 1000-1001 si fece monaco nel monastero dei SS. Alessio e Bonifacio sull'Aventino dove, morto l'abate Leone, fu eletto a succedergli. M. il 12 ott. 1004.
Per desiderio dell'imperatore Ottone III scrisse la vita di s. Alberto vescovo di Praga pochi anni dopo il martirio: opera di grande valore storico e letterario.
Bibl.: Vita s. Adolberti, a cura di G. H. Pettz in MGH. Scriptores, IV, pp. 581-95; Manitius, II, pp. 229-31; F. Novati e A. Monteverdi, Le origini, Milano 1925, pp. 259-60; W. Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, I, Tubinga 1948, p. 47; II, ivi 1949, p. 338. Ulderico Vicentini
GIOVANNI Canzio (Cautius), santo. - N. a Kęyy, nella diocesi di Cracovia, il 23 giugno 1390 (secondo altri il 27 dic. 1389) e m. a Cracovia il 24 dic. 1473, dove fu sepolto nella chiesa di S. Anna.
Temperamento ascetico e forte studioso delle S. Scritture, lasciò la responsabilità della parrocchia di Ołtusa, preferendo l'insegnamento delle S. Scritture presso l'Accademia di Cracovia. Fu per breve tempo tutore dei figli di re Casimiro IV e contribuì all'educazione del principe s. Casimiro. Si recò in pellegrinaggio una volta a Gerusalemme e quattro volte, a piedi, a Roma. Clemente XIII lo proclamò santo nel 1767. Festa il 20 ott.
Bibl.: Acta SS. Octobris, VIII, Parigi 1866, pp. 1042-73; P. Pebalski, Zywoty Swietych Patronów Polskich, Cracovia 1862; A. Arndt, in Analecta Bollandiana, 8 (1889), pp. 382-88; J. Bukowski, Zywot i. Jana K. w. 500 rocznice Jego urodzin, Cracovia 1890; K. Morawski, Historya Unicertytetu Jagiellońskiego, ivi 1900; Martyr. Romanum, pp. 464-65. Angelo Tamborra
GIOVANNI da Capestrano, santo. - N. probabilmente il 24 giugno 1386 a Capestrano (Aquila), m. a Villaco (Vjlak [Schiavonia]) il 23 ott. 1456. Studiò a Perugia, divenendo un celebre giurista, e fu fatto governatore della città da Ladislao di Durazzo. Caduto prigioniero dei Malatesta, subì una crisi religiosa e nel 1416 entrò tra i Frati Minori; divenuto intimo di Bernardino da Siena, lavorò molto per la diffusione dell'Osservanza e fu pure più volte vicario generale; nel ' 30 propose le Costituzioni Martiniane, che sono una via di mezzo tra il lassismo ed il rigorismo, sperando in tal modo di mantenere l'unità della famiglia francescana, ma inutilmente.
Fu nominato inquisitore contro i Fraticelli e gli Ebrei, ma la sua attività principale consistette nella predicazione e nell'apostolato in difesa della cristianità minacciata dai Turchi e dagli eretici; a tal fine viaggiò instancabilmente per tutta l'Europa, ebbe contatti con varie personalità sia in Italia che all'estero. Si possono ricordare una sua legazione in Austria, Baviera e Polonia contro gli Ussiti nel 1451, un'ambasciata in Terra Santa per promuovere l'unione degli Armeni con Roma, la sua partecipazione alla campagna di guerra di Giovanni Huniadi ed infine il comando assunto dell'ala sinistra dello schieramento di forze cristiane che portò alla grande vittoria di Belgrado del 21 luglio 1456. Egli disciplinava militarmente le sue schiere di terziari e di Crociati nel nome di Gesù, secondo la devozione cara a s. Bernardino e difesa da G. stesso con molta energia contro i detrattori. Fu canonizzato da Alessandro VIII nel 1690 (la promulgazione della bolla è del giugno 1724 da parte di Benedetto XIII); Leone XIII ne introdusse la festa nel calendario della Chiesa universale. Festa il 23 ott.
Malgrado la sua intensa attività scrisse moltissimo ed il p. Antonio Sessa da Palermo, all'inizio del sec. xvII, raccolse per pubblicarli 17 volumi manoscritti di sue opere, ma la sua morte glielo impedì; tra i lavori più interessanti si possono citare il Tractatus de cupiditate, lo Speculum conscientiae, il De papae et concilii auctoritate

Giovanni da Capestrano, santo - Ritratto di G. da C., dipinto di Bartolomeo Vivarini (sec. xv) - Parigi. I.ouvre.
(importante, date le discussioni molto aceese su quell'argomento esistenti al suo tempo), il De indicio universali, e molti altri, nonché Lettere, Prediche, occ. Fu essenzialmente un moralista e polemista.
Bibl.: L. de Kerval, Jean de Capistran. son siècle, son influence, Parigi 1887; A. Chiappini, La produzioue letteraria di s. G. da C., Gubbio 1927; J. Hofer, Johannes von C. Ein Leben im Kampf um die Erneuerung der Kirche, Intobruck 1936; H. Lippens, S. Jean de Capistran en mission aux états bourgeignons (1442-43), in Arch. Franc. hist., 35 (1942), pp. 113-32, 254-95; Wadding, Annales, x, xi, xiv; id., Scriptores, s. v. Paolo Brezzi
GIOVANNI di Carpato. - Probabilmente vescovo nel sec. vir. E attribuita a lui una raccolta di Capita hortatoria per i monaci in India (PG 85, 1837-60). Un'altra raccolta, anche a lui attribuita, non è opera sua. La sua spiritualità risente l'influsso di Massimo il Confessore.
Bibl.: L. Petit, s. v. in DThC, VIII, col. 753 sg.; M. Th. Diodor, in Echos d'Orient, 51-52 (1932-33), pp. 17-43, 284-303; M. Viller-X. Rahner, Assess und Mystik in der Väterzeit, Friburgo in Br. 1939, p. 245; Bardenhewer, p. 83; G. Graf, Geschichte der christlich-arabischen Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944, p. 407.
GIOVANNI di CASALE. - Francescano, filosofo e scienziato, n. a Casale di Monferrato ca. il 1320 (?), m. dopo il 1375 .
E l'autore di una Quaestio de velocitate motus alterationis, scritta nel 1355 (ed. Venezia 1505), la quale si ispirò alle dottrine di Riccardo Swineshead (o Suisset) e di Nicola di Oresme e pare sia stato molto diffusa nei secc. xiv e xv. G. è stato probabilmente il primo a far conoscere le dottrine di Oresme in Italia.
Bibl.: Sbarales, III, p. 52; A. Maier, Au der Greuze von Scholastik und Naturwissenschaft, Essen 1943, pp. 354-57 (bibl.); Descriptio codicum, in Arch. Francise. histor., 1 (1909), p. 116.
Anneliese Maier
GIOVANNI CASSIANO: v. CASSIANO, GIOVANNI.
GIOVANNI delle Celle: v. celle, gIOVANni delle.
GIOVANNI CIPARISSIOTA: v.CIPARISSIOTA, GIOVANNI.
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GIOVANNI CLIMACO. - Chiamato Climaco (scala) dalla sua opera Scala del Paradiso. Visse nel sec. vir sul Sinai come eremita ed abate del famoso convento. La sua Scala è divisa in 30 libri, secondo i trenta anni della vita nascosta di Gesù. Ultima mèta dell'ascesi è l'« apatheia - che dà accesso alla vita dell'« esichasta» (vita contemplativa) e della preghiera mistica. La mistica di G. sta sotto l'influenza di Evagrio Pontico, la preghiera in forma di monologo (nome di Gesù) è raccomandata. Nel ratto mistico l'anima vede la luce infinita di Dio.
Bibl.: Ed. : PG 88, 632-1161. Testo greco con introduzione, versione e note di P. Trevisan (Corona Patrum Salesiana, 8-9), Torino 1941. Su G., v. Krumbacher, p. 143 sg.; L. Petit, s. v. in DThC, VIII, coll. 690-93; S. Rabois-Bouquetet-S. Saliville, in Echos d'Orient, 26 (1923), p. 400 sg.; A. Sandreau, La doctrine spirituelle de ce Teun C., in La Vie spirituelle, 9 (1924), pp. 352-70; J. Hausherr, La mithode d'araimo hèsychaste, Roma 1927, p. 135 sg.; Bardenhower, V (1932), pp. 79-92; M. VillerK. Rahner, Assese und Mysth in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 155 sg.; G. Graf, Geschichte der christlich-arabischen Literatur, I (Studi e Testi, 118), Città del Vaticano 1944, p. 409 sg.
Erik Peterson
GIOVANNI di Conversino da Ravenna. - Educatore e scrittore, n. a Buda nel 1343, m. a Venezia nel 1408. Condotto bambino a Ravenna (da ciò l'appellativo) vi ebbe macstro Donato degli Albanzani; passò quindi a studio a Bologna, uscendone notaio. Cancelliere dei Carraresi a Padova (1379-82; 13921404) e del comune di Ragusa ( $1383-87$ ), a varie riprese si diede all'insegnamento, e dalla sua scuola uscirono allievi poi divenuti famosi (Guarino Veronese, Vittorino da Feltre, P. P. Vergerio).
Ammiratore del Petrarca, ebbe relazioni col Boccaccio e con dotri contemporanei e dette impulso al movimento umanistico nel Veneto. Nella scuola precorse

(Isl. Biblioteca Vaticana) Giovanni Climaco, santo - Scala Paradisi : grodus XVIII. Miniatura (sec. vi-xit) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 394, retro della copertina, 1 fol. non numeratio.

(Isl. Biblioteca Vaticana) GIOVANNI CLIMACO, santo - Scala Paradisi : grodus XVIII. Miniatura (sec. vi-xit) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 394, fol. 93.
il rinnovamento del Veronese e di Vittorino, propugnando metodi didattici umani e razionali, in contrasto con il mortificante meccanismo mnemonico, e scagliandosi contro la brutale violenza allora in uso. Nonostante taluni trascorsi morali, la sua profonda religiosità si rivela negli opuscoli di filosofia stoico-cristiana (De futo; De miseria humanae vitae; Ad Augustinum philosophum de Christi conceptu) e nell'inno a s. Giovanni Evangelista. Particolare interesse letterario presenta il Rationarium vitae, racconto autobiografico, in latino aspro, medievale, ma schietto e colorito, non di rado crudamente vivace, che fa conoscere nell'intimo l'uomo e le sue vicende: primo esempio del genere nella letteratura umanistica.
Bibl.: R. Sabbadini, G. da R. insigne figura d'umanista, da documenti inediti, Como 1924 (rocena, di V. Rossi in Giorn. stor. d. lett. it., 86 (1923), pp. 368-69); P. Paschini, G. da R. maestro di grammatica a Udine, in Mem. stor. forogiulissi, 3334 (1937-38), pp. 206-207; V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1938, pp. 22-23. Italiano Marchetti
GIOVANNI da Coria: v. giovanni da MONTECORVINO.
GIOVANNI di Cornovaglia (Iohannes Cornubienis). - Teologo del sec. xir, m. ca. nel 1176. Poco si sa della sua vita; incerto è anche il suo luogo d'origine, per cui da alcuni è considerato francese, da altri è ritenuto inglese. L'unica notizia sicura è che studiò a Parigi alla scuola di Pietro Lombardo, di Roberto di Melun e di Maurizio di Sully.
Degli scritti a lui attribuiti è incontestabilmente suo l'Eulogium ad Alexandrum papam III, quod Christus sit aliquis homo (PL 199,1041-86), nel quale combatte le dottrine di Abelardo, di Gilberto Porretano e di Pietro Lombardo, che sostenevano il nichilismo cristolico (secondo cui l'umanità di Cristo non fu che un rivestimento del Verbo) condannato nel Concilio di Tours del 1163.
Bibl.: J. Baudot, s. v. in DThC, VIII, coll. 756-59 (con bibl.); A. Landgraf, s. v. in LThK, V, col. 488; F. Pelster, Eine ungrérisches Einleitung zu einer zweiten Auflage des Eulogium, in Histor. Jahrb., 34 (1934), pp. 223-29; F. R. Studeny, John of Cornwall, an opponent of nichilion. A study in the christological controversies of the twelfth century, Mödling (Vienna) 1939; I. De Ghellinck, Le mouvement théologique du XIV siècle, $2^{\circ}$ ed., Bruges 1948, pp. 223-32; A. M. Landgraf, Einfübrung in die Geschichte der theologischen Literatur der Frühscholastik, Rotisbona 1948, pp. 111-12; E. Rathbone, John of Cornwall. A brief Biography, in Recherches de théol. ant. et médiér., 17 (1950), pp. $46-60$.
Niccolò Del Re
GIOVANNI CRISostomo, santo. - Il più grande oratore cristiano, uno dei più grandi oratori di tutti
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i tempi, fu G., detto dai posteri - a partire dal sec. vi - C. (cioè «dalla bocca d'oro»).
N. ad Antiochia, tra il 344 e il 347 , da ragguardevole famiglia : la madre, Antùsa, rimasta vedova a vent'anni, si dedicò unicamente al figliuolo, che ricevette l'educazione più accurata, negli studi profani, sotto la guida di Libanio e di un filosofo, Andragazio, oggi non noto, e, nella religione, sotto quella del vescovo Melezio, dal quale ricevette il Battesimo, nel 360 ca., e di Diodoro, il futuro vescovo di Tarso (e sembra, anche dell'asceta Carterio). Morta la madre, G. - che solo per le preghiere di lei aveva rinunciato a ritirarsi nel deserto - sottrattosi con la fuga alla consacrazione episcopale (difficilmente il particolare può essere preso per una finzione letteraria), condusse vita monastica per quattro anni, e per due anni visse poi da anacoreta. Tornato ad Antiochia, nel 38 I fu ordinato diacono da Melezio e, dopo cinque anni, prete ( 386 ) dal vescovo Flaviano, successore di quella. Per dodici anni esercitò ad Antiochia l'apostolato della predicazione, suscitando il più ardente e appassionato consenso delle folle, ed intervenendo anche, con la sua parola persuasiva e infiammata, a dar conforto e consiglio, in circostanze straordinarie, come nel 387 , quando la città, insorta per l'asprezza di certi tributi imposti da Teodosio, era trascesa a eccessi di violenza, abbattendo le statue dell'Imperatore, e attraversava un periodo di terrore e di angoscia, nell'attesa della punizione, che solo l'intervento di Flaviano riusci ad evitare.
Verso la fine del 387 , rimasta vacante la sede di Costantinopoli per la morte di Nettario, egli fu chiamato a quel posto, contro il suo volere, tra il consenso del clero e del popolo, dall'imperatore Arcadio, per suggerimento e appoggio di Eutropio, che su di lui poteva moltissimo, ma osteggiato segretamente dal vescovo di Alessandria, l'ambizioso Teofilo. Questi aveva per candidato il vecchio prete Isidoro, ma dovette tuttavia rassegnarsi a consacrare G. vescovo di Costantinopoli; il posto però non era il più adatto per G. Austero, diritto, intransigente di carattere destò quasi subito intorno alla sua persona e all'opera di rinnovamento e di epurazione coraggiosamentc iniziata, inimicizia, gelosie e contrasti negli ambienti della corte e di parte del clero. Il primo conflitto scoppio con lo stesso Eutropio, il quale si adoperava per far togliere alle chiese il diritto di asilo, e vi era riuscito, nonostante la resistenza di G. Peco tempo dopo, caduto in disgrazia, Eutropio stesso cercava asilo in una chiesa e sperimentava la generosità di G., che si appose energicamente e con suo rischio a che ne fosse strappato colla violenza. La popolarità di G., anche per effetto di questi avvenimenti, andava crescendo, e già dagli inizi del suo episcopato la sua azione intesa alla conversione dei Goti ariani stabiliti in città o nei dintorni aveva dato ottimi risultati; egli godeva di un prestigio altissimo, sia per i meriti personali, che per la posizione preminente che aveva il seggio di Costantinopoli sulle chiese delle regioni vicine. Verso la fine dell'inverno del 401, egli per alcuni mesi si allontanò da Costantinopoli e si recò in Asia per una specie di giro d'ispezione; presiedette durante quest'occasione un sinodo a Efeso, e fece comparire, e deporre, alcuni vescovi simoniaci (ciò che gli creò nuovi nemici) ed eleggere vescovo di Efeso il monaco Ercelide; nel viaggio di ritorno, a Nicomedia, depose il vescovo Geronzio. Della sua assenza profittarono i suoi nemici per ordire intrighi contro di lui e tra gli altri il suo sostituto, Severiano di Gabala, con il quale G. ruppe ogni rapporto al suo ritorno, ma si riconcilio dopo per intervento dell'Imperatrice. Nello stesso anno comincia il suo conflitto con Eudossia, la quale, dopo la fine di Eutropio, aveva acquistato una posizione dominante a corte, esercitando un'influenza sempre più grande sul marito, il debole Arcadio.
E difficile ricostruire in tutti i particolari le fasi di questo conflitto, e chiarirne le vere cause, nessuna, o quasi,
delle fonti essendo esente dal sospetto di parzialità; e gli scritti stessi di G., che potrebbero essere la testimonianza più sicura, sono esposti al dubbio d'essere in parte apocrifi o interpolati. Si dice che la causa del conflitto sia stata l'usurpazione, che avrebbe compiuto Eudossia, di una vigna di proprietà di una vedova, ciò che avrebbe provocato le censure più aspre, anche se velate, del patriarca. Ma l'autenticità della Vita di Purfiria, vescovo di Gana, scritta dal suo diacono Marco, che sarebbe una testimonianza preziosa perché contemporanea ai fatti, è stata sospettata, e d'altro parte la notizia stessa, che non appare altrove in fonti anteriori al sec. viI, potrebbe essere stata costruita sulla omelia di G., dove si accenna alla vigna di Naboth e al delitto di Iezabel. Il fatto è che a un certo momento si trovano l'Imperatrice e l'eofilo coalizzati insieme contro G.
Teofilo non aveva mai visto di buon occhio l'elezione di G.; il caso dei "fratelli lunghi", quattro monaci egiziani, accusati da lui di origenismo e da lui costretti all'esilio - i quali avevano trovato buone accoglienze, insieme con altri monaci della Nitria, presso G. che tuttavia non li ammise alla Comunione e si limitò a tentare, ma invano, di intercedere in loro favore presso di lui lo mise apertamente contro G. Nonostante l'accusa di origenismo mossagli dal vescovo di Salamina, Epifanio, che per istigazione di Teofilo era venuto nel 403 a Costantinopoli per dirigervi la campagna antiorigenista, e gli intrighi di altri vescovi, che continuarono la lotta dopo la partenza di Epifanio, e di altri personaggi, G., ancora in favore presso Eudossia, prevalse da principio sui suoi nemici. Lo stesso Teofilo, l'anima di tutte le macchinazioni, fu chiamato da Arcadio a Costantinopoli, nel 403, per giustificarsi delle accuse presentate contro di lui dai monaci a Eudossia, davanti a un concilio che doveva essere presieduto da G. Ma quando Eudossia cambiò atteggiamento nei riguardi di G., non fu difficile a Teofilo rovesciare in suo favore la situazione, anche per la moderazione dimostrata dal vescovo di Costantinopoli, il quale, come narra nella lettera a papa Innocenzo, non volle presiedere il Concilio, che doveva giudicare di Teofilo, perché non ritenne, in base ai canoni del 381 , di doversi occupare degli affari egiziani. Sbarcato a Costantinopoli alla testa di ventisei vescovi egiziani a lui ligi, Teofilo si diede da fare per assicurarsi l'adesione di altri elementi del clero ostili a G., e far presentare all'Imperatore libelli d'accusa contro di lui; quindi, ormai sicuro dell'appoggio dell'Imperatore, dominato da Eudossia, invece di presentarsi da accusato a un concilio, ne riunì uno a Calcedonia (a Costantinopoli era troppo grande il favore del popolo per il C.), che dal luogo dove avvenne la riunione è detto ad Quercum. Questo Sinodo, di 35 vescovi, procedette in contumacia contro G., che si era dichiarato disposto a intervenire se dal Sinodo fossero stati esclusi Teofilo e altri tre vescovi, tra cui Severiano, notoriamente a lui nemici, portò varie accuse più o meno calunniose, riguardanti la vita privata del vescovo, la sua amministrazione, la sua condotta verso talune persone : vi si aggiunse anche l'accusa di lesa maestà per avere offeso l'Imperatrice; in seguito a tale odioso giudizio G. fu deposto ed inviato in esilio.
G. partì per l'esilio, in Bitinia, ma ne tornò presto trionfalmente, richiamato per il contegno minaccioso del popolo, e dalla stessa Imperatrice, spaventata, sembra, da un terremoto o da altro accidente. Ma la riconciliazione fu passeggera; qualche mese dopo un altro conflitto mise di fronte i due, a proposito di certe manifestazioni di gioia, di carattere pagano, svoltesi in occasione dell'inaugurazione di una statua dell'Imperatrice nei pressi della Cattedrale, manifestazioni che avevano disturbato le sacre funzioni della chiesa, e avevano perciò provocato le proteste più severe di G. Per istigazione di Eudossia fu radunato a Costantinopoli, nel 404, un Concilio, formato in massima parte di vescovi a lui nemici, dinanzi al quale fu chiamato a comparire, e dal quale gli fu opposta la illegalità della sua posizione
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(let. biblioteca Vaticana)
Giovanni Cfrsostomo, santo - La figura del Santo su una cossetina lignen (sec. xi) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
per essere tornato spontaneamente dall'esilio e avere ripreso possesso del suo ufficio, sebbene deposto da un concilio, senza il consenso di un altro sinodo più numeroso (facoltà che peraltro egli aveva perduto in virtù del quarto dei canoni antiocheni). La macchinazione era diretta, come sempre, da Teofilo: non valse opporre che G. non era tornato spontaneamente, e che il canone invocato era ariano; non si ritenne necessario deporlo una seconda volta, ma solo scacciarlo dal posto che occupava senza diritto. G. fu perciò arrestato e per la seconda volta costretto all'esilio; per evitare disordini fra il popolo, che
manifestamente voleva opporsi alla sua deportazione, si consegnò spontaneamente ai militi imperiali, e uscì dalla porta orientale della chiesa, eludendo l'attesa della folla. Fu un esilio particolarmente duro, prima a Cucusa in Cataonia, poi nella fortezza di Arabisso, infine nel Ponto. La morte lo colse in viaggio a Comana, in Cappadocia, il 14 sett. del 407. Le sue ultime parole furono: «Gloria a Dio per ogni cosa». Nel 438 i suoi resti venivano riportati in trionfo a Costantinopoli e deposti sul trono episcopale nella chiesa degli Apostoli, dal figlio della stessa Eudossia, Teodosio II. Era il riconoscimento, da parte di tutto il popolo, della santità del pastore, che con la parola - della quale nessuno ebbe mai più magnifico il dono - e con l'esempio di una vita rimasta ascetica anche nel turbine dell'azione e della lotta, aveva rinnovato (è stato detto) l'età degli Apostoli.
Bibl. Fonti: le opere stesse del Crisostomo, specialmente le Lettere e il De sacerdotis. Inoltre: Palladio, Dialogo storico sulla vita del b. G.; id., Historia Lauriaca; le opere storiche di Socrate, di Sosòmeno, di Filostorqio, di Zonono, di Teodoreto, di Niccloro Callisto, Sul Sinodo ad Quercus, lettere di G. a papa Innocenzo e gli Atti conservati da Fozio (Bibliotheca. cod. 39). Altre biografie: di Giorgio, patriarca di Alessandria (830), di Teodoro, vescovo di Trinitunto, Intorno alla vita, all'esilio e alle vicende del beatissimo G., detto C. (sec. x), di un Anonymus Scriptor, Vitae S. Chrysostomi (sec. x), Vita di s. G. C., in Simconic Metafraste (sec. x), trattazione della Suda; frammento encomiastico di Martirio, vescovo di Antiochia (sec. v). Notizie anche in Marco Diacono, Vita Porphyrii, e in Vita Sanctae Olympiadis diaconizua (in Anal. Balland., 12 [1898], pp. 209-23). - Studi : 'Tillomont, I. Parigi 1714: E. Martin, St 7. Chr., 3 voll., Montpellier 1860; A. Thierry, St. 7. Chr. et l'impératrice Eudoxie, Parigi 1872; V. Ludwig, Der heilige Chr. te seinem Verhälteris zum byzantinischen Hof, Braunschweig 1883; W. R. W. Stephens, St 7. Chr. his life and times, Londra 1883; G. Rauschen, Zolebächer der christlichen Kirche unter dem Kaiser Theodosius dem Grazen, Friburgo in Br. 1897; P. Ubaldi, La Sinodo ad Quercus e dell'a. 404, Torino 1902; F. Cavallera, Le schione d'Antioche, Parigi 1903: autori vari. Xjuosomopioxì, Studi e ricerche intorno a s. G. C., a cura del comitato per il XV centenario della sua morte, Roma 1908; A. Puech, St 7. C., Parigi 1913; H. Lietzmann, s. v. in Pauly-Wissowa, IX, col. 1811 sgg.: Chr. Baur, Johannes Chrysostomos und seine Zeit, 2 voll., Monaco 1929-30; A. Puech, Hist. de la litt. grecque chrétienne, Parigi 1930: H. Grégoire et M. A. Kugener, La Vie de Porphyre, cyèque de Gaza, est-elle authentique?, in Bulletin de l'Association G. Budé, 28 (Parigi 1930): G. Lazzati, Teofilo d'Alessandria, Milano 1935, specialmente pp. 49-69.
II. Opere. - L'opera di G. C. è di una vastità impressionante : comprende trattati, discorsi, lettere. Eg