volume-06

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Venturi, IX, pp. 343-53; C. Brandi, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, pp. 114-15.

Emilio Lavagnino
GIROLAMO da Pistoia. - Teologo e predicatore cappuccino, n. ca. il 1508 dalla famiglia Finucci (o Finugi), m. a Suda (Creta) il 29 nov. 1570. Entrò fra i Minori Osservanti nel 1531, dopo il 1552 passò definitivamente tra i Minori Cappuccini : definitivoe generale ( $1555-58 ; 1567-70$ ), ministro provinciale di Toscana (1558), di Napoli (1560), di Bologna (1566).

Al Concilio di Trento (1562) riferì sul sacramento dell'Ordine; dal suo insegnamento negli studi generalizi di Roma ( 1567 ) e di Genova ( 1570 ) provenne il De quantitatibus rerumque distinctionibus dialogus (Roma 1570), a commento delle Formalitates di G. Duns Scoto; per provvedere all'indirizzo bonaventuriano delle scuole dell'Ordine concorse all'edizione corretta del testo Scriptum d. Bonaventurae... in quatuor libros Sententiarum (4 voll., ivi 1568-69, a cura del minore conventuale A. Posi); Pio V lo nominò teologo apostolico ( 1568 ) e se ne servì come consigliere. Nella sua predicazione polemizzò contro la dottrina protestante; a richiesta degli uditori pubblicò 22 Prediche (Bologna 1567, Venezia 1570). Indusse l'apostata Carnesecchi (v.) a ricevere i Sacramenti alla vigilia della sua esecuzione. Trattò con Pio V della spedizione navale contro i Turchi del 1570; superiore dei Cappuccini cappellani, sacrificò la vita nell'assistenza ai soldati appestati.

Bibl.: Rocco da Cesinale, Storia delle missioni dei Cappuccini, I. Parigi 1867, pp. 76-79; Apollinaris a Valentia, Bibliotheca Fratrum Min. Capuccinorum provinciae Neapolitanae, Roma-Napoli 1886, pp. 103-105; Frédégand d'Anvers, L'apostolor des Frères-Mineurs Capucius, in Liber memorialis Ordinis Fratrum Min. Capuccinorum, Roma 1928, pp. 14-18; id., St Pie V, in Zingoris et le p. Jérôme de Pistoie, in Analecta Ordinis Min. Capuccinorum, 48 (1932), pp. 19-23; Ilarino da Milano, I Frati Min. Cappuccini e il Concilio di Trento, in L'Italia francescona, 19 (1944), pp. 58 -59.

Ilarino da Milano
GIROLAMO da Praga. - Agitatore religioso boemo, n. a Praga intorno al 1380 , m. a Costanza il 30 maggio 1416. Seguì i suoi studi nell'Università di Praga, ove ebbe tra gli altri come maestro il noto eresiarca Giovanni Hus (v.), del quale fu poi sempre fedele seguace e collaboratore. Dall'Inghilterra, ove erasi recato a studiare nel 1399, riportò gli scritti più notevoli del novatore Giovanni Wyclif (v.), quali il Dialogus ed il Trialagus, facendone quindi oggetto di ampia propaganda in patria e fuori. Insegnò nel 1405 a Parigi e successivamente ad Heidelberg ed a Colonia, ovunque suscitando aspri risentimenti da parte delle autorità ecclesiastiche per l'audacia delle sue dottrine.

Tornato a Praga, insegnò ancora nel 1407 in quella Università, ivi largamente diffondendo le dottrine wycliffite ed bussite. Insieme ad Hus prese parte attivissima nella lotta contro l'elemento straniero dell'Università, terminata con l'esodo di questo in seguito al decreto cosiddetto di «Kutná Hora» del 1409. Costretto tuttavia a lasciar la Boemia, perché scomunicato, riparò in Ungheria alla corte di Sigismondo (1410), da cui passò poi a Vienna, ove lo raggiunse una nuova scomunica; qui fu convocato a difendersi dal sospetto di eresia, ma non essendosi presentato fu processato in contumacia. Dopo un breve ritorno a Praga nel 1412, si portò quindi a Cracovia presso il granduca Witoldo, che segui nelle sue spedizioni in Russia ed in Lituania.

Venuto frattanto a conoscenza dell'arresto di Hus, si recò (1415) a Costanza per difendere il maestro, nonostante il divieto da quegli posto a chiunque di seguirlo; si accingeva perciò a rientrare in Boemia allorché fu arrestato sul confine svizzero ad Hirschau e riportato a Costanza.

Tradotto davanti al Concilio, fu imputato di eresia ed invitato a ritrattarsi. Si ritrattò, infatti, l'11 ed il 23 sett., e abiurò le dottrine di Wyclif e di Hus, rigettando 145 articoli del primo ed i 30 del secondo e dichiarando
di sottomettersi all'autorità della Chiesa e del Concilio. Nondimeno tornò in seguito a riaffermare le sue precedenti opinioni, sostenendo di essere in tutto conforme con Wyclif, da cui dissentiva solo circa il Sacramento dell'altare, e con il suo maestro Hus, sconfessando così la sua ritrattazione che egli disse over fatto incendii metu et non conscience, pur convinto di segnare in tal modo la sua fine. Il Concilio infatti lo condannò come eretico recidivo al rogo, consegnandolo per l'esecuzione al braccio secolare.
G. da P. non ha lasciato nessuno scritto riguardante le sue teorie in materia religiosa in quanto la sua attività si riduce interamente alla semplice propagazione delle dottrine hussite senza alcuna aggiunta personale; restano tuttavia di lui due dissertazioni filosofiche d'importanza assai relativa: Positio de universalibus e Quaestio de universalibus.

Bibl.: C. Becker, Die beiden bühmischen Reformatoren und Märtyrer: Tohann Huss und Hieronymus von Prag, Nördlingen 1838; J. Goll, Vypami o mitera Terenymoci z Prahy (- Il racconto di G. da P. 1), Praga 1878; L. Klicman, Procesins iudiciarius contra Hieronymum de Pragy habitus Viemme na. 1410-12, ivi 1898; J. W. Mears, Heroes of Bohemia: Huss, Jerome and Zisca, Nunsa York 1928; autori vari, The Cambridge medieval history, VIII, Cambridge 1936, p. 52 599. (con la bibl. più recente). Altra bibl. in G. Calmette, L'elaboration du monde moderne, $3^{a}$ ed., Parigi 1949, p. 195.

Niccolò Del Re
GIROLAMO da Praga. - Apostolo della Lituania e teologo camaldolese, n. a Praga nella seconda metà del sec. xiv, m. a S. Matteo di Murano (Venezia) il 17 luglio 1440.

Desideroso di sfuggire ai torbidi della sua patria, si recò in Polonia, bene accolto dal re Ladislao, che lo raccomandò al duca Witoldo di Lituania; ivi con fatti atrepitosi, narrati da Enea Silvio Piccolomini (De statu Europae sub Friderico III imperatore), riuscì a convertire numerosi pagani.

Congedato, forse per interferenze politiche, da Witoldo, ritornò in Polonia (1405), ove rimase cinque anni, predicando alla corte e preparando la sua trilogia oratoria, inedita: Linea salutis aeternae (spiegazione del Vangelo); Quadragesima salutis aeternae (quaresimale); Exempla salutis aeternae (paneghici). Nel 1408 abbandonò la Polonia e dopo lungo pellegrinare si fece eremita a Camaldoli, insieme con il suo compagno, il polacco Nicola di Michele. Ciò avvenne prima del 1413, perché in quell'anno fu eletto maggiore del sacro eremo. Nel 1430 visitò la Terra Santa e a Nicosia (fesla di Cipro) ebbe una disputa con i Greci dissidenti, confutandone gli errori. Nel 1431 si recò, come definitivoe, all'abbazia di S. Maria in Urano (Bertinoro) per il Capitolo, dove venne eletto generale Ambrogio Traversari (v.), con il quale fu frequentemente in urto, anche perché G. accolse con piacere l'invito dei Padri di Basilea di recarsi al Concilio, ospitato onorevolmente dal priore della Certosa.

Delle sue numerose opere, 14 soltanto sono state edite dal Mittarelli; le principali sono: Sermo de corpore Christi contra Hussitas (Annales Camaldulenses, IX, Venezia 1773, coll. 744-55); Tractatus contra haereticos Bohemos (ibid., coll. 755-802); De Graecorum erroribus (ibid., coll. 916-19); Sermo de vera et falsa paenitentia (ibid., coll. 919-40). G. non è un teologo profondo, ma fornisce notizie interessanti sugli errori che combatte.

Bibl.: I. B. Mittarelli-A. Costadori, Annales Camaldulenses, VI, Venezia 1761, coll. 223-26, 247, 277, 289, 318, 338; VII, ivi 1762, coll. 9, 27-28, 86, 197. Su questa singolare figura di missionario e di monaco manca una monografia esauriente. Antonio Piolanti

GIROLAMO da Santacroce. - Pittore, n. verosimilmente intorno al 1480 , m. forse nel luglio del 1556. E identificabile con quel "Jerolimo, de maistro Bernardin, depentor" al quale Gentile Bellini lasciava nel suo testamento, il 18 febbr. 1507, alcuni disegni. Tracce di questo alunnato presso Gentile sono riscontrabili nel profilo di giovane del Museo Poldi Pezzoli.

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In seguito passò alla bottega di Giovanni Bellini, e l'influsso di quel maestro si ritrova infatti in molte opere di lui, come la S. Conversazione di Liverpool e la Madonna fra s. Giuseppe, il Battista e donatore (firmata Giovanni Bellini) dell'Accademia di Torino. In altre opere si ritrovano invece influssi del Cima (S. Gregorio e S. Giovanni Evangelista della National Gallery di Londra), mentre nel 1542 risulta fra gli aiuti di Lorenzo Lotto. Ln Zanetti ricorda moltissime sue pitture nelle chiese veneziane: un'Ultima Cena è in S. Francesco dalla Vigna, Una Madonna con monaci e santi ai Frati, Quattro santi in S. Giovanni Crisostomo, una Coronazione in S. Giuliano e un S. Tommaso di Canterbury con il Battista, e un S. Francesco e angeli musicanti a S. Silvestro (1520). Altre opere, condotte tutte con quell'edettismo che denuncia i molteplici influssi cui il pittore soggiacque nella sua vita, sono, oltre che in paesi e città del Veneto, in moltissime collezioni in Italia e all'estero.

Biel.: G. Gombosi, Santacroce, in Enc. Ital., XXX (1936), p. 763; E. Yld. G. da S. ismeretien festmenye, in Archaeologiai Estetim. I. Budowat 1937. Gilberto Ronci

GIROLAMO da SaON. - Teologo mistico e predicatore spagnolo del sec. xvir, n. a Mota in provincia di Cuenca, m. nel 1629. Il 14 ott. 1573 professò tra gli Agostiniani di Valenza, e sulla fine del 1585 e principio dell'86 ottenne il grado di maestro in teologia; insegnd quindi nell'Università di Barcellona. Fu superiore in vari conventi del suo Ordine. Nel 1599 passò nella Congregazione degli Agostiniani scalzi, per i quali patrocinò con zelo e fondò molte case.

Operc: Hyeanchin celestial y serrena y simbolo de los nueve estados de la Iglesia militante con los nueve chavos de Angeles de la trimphante (Barcellona 1598, Cuenca 1603); Discursos predicables literales y morales de la Sagrada Scriptura (Barcellona 1598).

Biel.: T. De Herrera, Alphabetum Augustinianum, I, Madrid 1644, p. 358; J. Jordán, Historia de la provincia de la corona de Aragón, I, Valenza 1704, pp. 488 e 500; F. Ossinger, Bibliotheca Augustiniana, Ingolstadt 1768, p. 794; G. Vela, Ensayo de una biblioteca ibero-americana de la Orden de S. Agustin, VII, Escorial 1925, pp. 447-51. Davide Falcioni

GIROLAMO da Siena. - Asceta e mistico agostiniano del sec. xiv, n. a Siena ca. il 1330, m. in Arezzo ca. il 1420 . Sin dai primi anni del sacerdozio si diede con ardore e con frutto alla predicazione e alla direzione spirituale di secolari e religiosi. Fu stimato da s. Caterina da Siena e dal b. Giovanni Colombini, che spesso ne richiedevano il consiglio e si raccomandavano alle sue preghiere. I suoi scritti son citati dalla Crusca come testi di lingua.

Opere: L'indintorio spirituale; Soccorso dei poveri (ambedue le operette furono pubblicate in : p. Ildefonso di S. Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Firenze 1770-89); 16 Lettere (cod. 5020 del sec. xv, ff. 228, nella Marciana di Venezia); un'altra Lettera nel cod. 1724 della Riccardiana di Firenze, f. 44; Meditazioni, in fine dello stesso codice veneziano; Rime.

Biel.: A. D. Perini, Il trecentista f. G. da S. e sue rime inedite, Roma 1909; id., Bibliographia Augustiniana, III, Firenze 1935, pp. 184-86. Davide Falcioni

GIROLAMO da Treviso, il Giovane. - Pittore, scultore e architetto, n. a Treviso nel 1497 (?) e m. nel 1544 all'assedio di Boulogne in Francia. Da documenti bolognesi è risultato esser figlio di un Tomaso e cade quindi l'ipotesi della sua appartenenza alla famiglia di Pier Maria Pennacchi.

Nel 1525 è a Bologna e riceve l'allogazione di un rilievo per la porta di S. Petronio e l'anno successivo per le Storie di s. Antonio della cappella Guidotti nella medesima chiesa. Negli aa. 1527-28 sarebbe poi stato, secondo il Vessari, a Genova per dipingere la faccista di casa Doria, donde si sarebbe allontanato per contrasti con Perin del Vaga, tornandosene a Bologna. Nel 1530 doveva essere nuovamente a Venezia, che nel 1531 avrebbe
dipinto una pala per S. Salvatore, mentre del 1532 erano i perduti affreschi mitologici di casa Odoni. Nel 1533 affresca l'abside della Commenda a Faenza : poi è nuovamente a Bologna nel 1537 ed infine, per malumori con altri artisti, lascia l'Italia per andarsene in Inghilterra alla corte di Giorgio VIII quale ingegnere militare. Tra le sue opere giovanili, dopo che il Longhi ha assegnato al Palma il quadro con S. Rocco tra s. Girolamo e s. Sebastiano della sacrestia di S. Maria della Salute a Venezia, è da ricordare il Noli me tangere in S. Giovanni in Monte a Bologna, oltre i già citati affreschi con Miracoli di s. Antonio in S. Petronio; in seguito la sua arte risente dell'influsso di Dosso e del Pordenone, nonché di quello di Raffaello e del Parmigianino, specialmente visibili negli affreschi faentini del 1533. Rappresentano tuttavia questi un chiaro punto di arrivo, dopo le incertezze delle prime opere.

Bibl.: G. Fiocco, Pennacchi, G. da Treviso, in Thieme-Becker, XXVI, pp. 381-82; L. Coletti, G. da T. il G., in La critica d'arte, I (1936), p. 172 nec. Gilberto Ronci

GIROLAMO da Treviso, il Vecchio. - Pittore, n. ca. il 1450 e m. ca. il 1496. Ricordato come appartenente alla famiglia Pennacchi, sussistono tuttavia dubbi sul suo casato, tanto più che nelle sue opere certe egli si firma soltanto "Hieronymus Tarvisio".

Perduti gli affreschi e la pala che egli nel 1470 avrebbe dipinto per la cappella Spinoda in S. Niccolò di Treviso, l'unica opera della sua giovinezza, che lo rivela seguace dell'ambiente squarcionesco è il S. Girolamo (firmato e datato) della collezione Piccinelli a Seriole presso Bergamo. Caratteri simili si ritrovano nella Pietà di Brera e nell'affresco, recentemente attribuitogli, con lo stesso soggetto, nella chiesa degli Eremitani a Padova. Dopo l'esperienza padovana, il pittore dovette recarsi a Venezia e influssi antonelliani si ritrovano nella Pala del fiore del duomo di Treviso, datata 1487 , cui si avvicina una Madonnina, firmata, già in collezione Weber ad Amburgo, e un'altra nella casa d'arte Boehler di Monaco (già a Dessau), nelle quali è anche evidente una derivazione da modelli belliniant. L'influsso di Bellini è anche presente nella Trasfigurazione dell'Accademia di Venezia, parte superiore di una pala andata distrutta e dipinta nel 1488 per la chiesa di S. Margherita a Treviso. Firmata e datata 1493 è la pala proveniente da Collalto nel Friuli, ora all'Accademia veneziana, che, con la Madonna e quattro santi del duomo di Treviso (proveniente da S. Vigilio) mostra anche il decadimento dell'arte del pittore che tenta di tener dietro fiaccamente ai movimenti artistici del tempo suo.

Bibl.: G. Fiocco, Pennacchi G., da Treviso, in ThiemeBecker, XXVI, p. 381; anon., Pennacchi G., in Enc. Ital., XXVI (1935), p. 682. Gilberto Ronci

GIROLAMO MIANI (Emiliant), santo. - N. a Venezia nel 1486 (non nel 1481), m. a Somasca l' 8 febbr. 1537. Nobile, inizia la carriera delle armi al tempo della Lega di Cambrai; nel 1511 è castellano di Castelnuovo; fatto prigioniero dagli imperiali, inizia nella solitudine del carcere il suo ritorno a Dio; scampato dalla prigionia, negli aa. 1516-19 ritorna a Castelnuovo come rettore, ed in questo soggiorno approfondisce i motivi del suo mutamento, meditando e studiando, preparando la sua vita alle nascoste vie della Provvidenza. Nel 1527, scaduto il periodo della reggenza, ritorna a Venezia. Comincia la sua attività di misericordia dopo la carestia del 1528 : dà alloggio ai piccoli abbandonati e li avvia al lavoro (batter la lana, arte della sua famiglia). Nell'apr. 1531 si trasferisce con i suoi orfanelli all'ospedale degli Incurabili.

Sulla sua formazione spirituale, con la guida e il consiglio, ebbe parte notevolissima G. B. Carafa e in genere tutto il gruppo del Divino Amore (anzi furono proprio i suoi compagni del Divino Amore che lo soccorsero economicamente nella sua opera di

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(per cortesia di mons. A. P. Fratay)
Girolamo Miani (Esulano), santo - Ritratto di S. G. M. Particolare di Leandro da Bassano (1538-1622) - Venezia, Museo Corier.
carità; inoltre G. metteva a disposizione degli orfani le sue rendite personali : ma questo fece fino al 1531 , quando rinunciò ai suoi beni in favore dei nipoti). Caratteristica dell'opera sua è non solo il formare spiritualmente i giovani, ma pure indirizzarli nella scelta del lavoro materiale; concetto fondamentale del Santo è l'istituzione dell'orfanotrofio come entità a sé stante.

Nel 1532 parte da Venezia chiamato a Verona dal Giberti : ivi sistema l'Istituto degli orfani; poi è a Brescia, a Bergamo (dove istituisce un luogo per convertite), a Como. Nel 1533 forma il primo nucleo del futuro Ordine dei Chierici Regolari Somaschi, stabilisce il paesino di Somasca (Bergamo) come sede centrale del suo gruppo. Nel 1534 istituisce a Milano un orfanotrofio, indi l'Opera delle convertite; estende la sua attività a Pavia. La patente per la regolare pratica del suo gruppo è del 1535 .

Tipico e luminoso esempio di uomo della riforma cattolica è G., cosi ricco di umiltà e di ascesi, di fiducia in Dio e negli uomini, e di sereno ottimismo cristiano: - pareva che havesse il Paradiso in mano, per la sicurezza sua; faceva diverse essortationi a' suoi, e sempre con la faccia si allegra e ridente, ch'innamorava, et inebriava dell'amor di Christo chiunque il mirava ${ }^{a}$, cosi lo descrive nel 1537 il vicario generale di Bergamo (cf. G. Landini, op. cit. in bibl., p. 485); le lettere di G. (purtroppo ne sono rimaste solo 6) dànno un vivo profilo della sua personalità : attivo, sagace, ottimo amministratore. E d'altronde il suo realismo di uomo pratico, trasluso e sublimato nella mistica attesa del Cristo, è colto nello stupendo ritratto attribuito a Leandro da Ponte (Museo Correr).

Benedetto XIV lo beatificò nel 1747; Clemente XIII lo canonizzò nel 1767. La festa cade il 20 luglio.

BIBL.: L'Ordine dei Chierici Regolari Somaschi nel IV centenario della fondazione, Roma 1928: P. Paschini, Tre ricerche sulla storia della Chiesa nel Cinquecento, ivi 1945, p. 75 sgg., 80 sgg.; G. Landini, S. G. M., ivi 1947 (fondamentale, con vasta bibl.); S. Ravido, S. G. E., Milano 1947. Massimo Petrocchi

GIRONDINI. - Prendono il nome di g. gli uomini politici che durante la Rivoluzione Francese, all'Assemblea legislativa ed alla Convenzione, dall'ott. 1791 al 10 ag. 1792, lottarono per la nazione contro la monarchia, e dal 10 ag. 1792 al 2 giugno 1793 per la libertà e l'eguaglianza di tutti i cittadini contro il prepotere, la violenza e la tirannide dei giacobini. I deputati di Bordeaux e del dipartimento della Gironda in senso largo (di qui il nome di g.) agli inizi dell'Assemblea legislativa presero contatto con Brissot, ardente repubblicano, e passavano il tempo discutendo di questioni politiche in un appartamento di Piazza Vendôme e concertando l'atteggiamento da assumere durante le discussioni parlamentari. Piano piano si venne a costituire un nucleo piuttosto consistente di deputati e di uomini politici : dalle discussioni iniziate in pochi era sorta una nuova forza politica e parlamentare.

Sostenitori della Repubblica, i g. erano tuttavia contrari ad un improvviso rivolgimento politico, perché temevano dalla decadenza della monarchia complicazioni interne ed estere. Convinti di poser solo progressivamente instaurare i nuovi ordini con prospettive di duraturo successo, essi furono contrati alla politica estremista inaugurata dai giacobini più accesi con l'insurrezione parigina del 10 ag. 1792. Il sopruso della Comune di Parigi, che con la sua azione di forza impose a tutta la Francia la sua volontà, determinò una viva opposizione tra le province e la capitale. I g., fautori della libertà e dell'autonomia dei dipartimenti, si trovarono in aperta lotta con la Montagna, la parte più a sinistra della Convenzione eletta nel sett. 1792. Tra essi, che sedevano a destra, ed i fautori dell'intransigenza rivoluzionaria, si iniziò un duello all'ultimo sangue, conclusosi il 31 maggio 1793 con la messa in stato d'accusa di 31 deputati girondini. La Montagna aveva trionfato. A centinaia furono arrestati i g. e chiunque era sospettato di essere tale. Tra i deputati furono ghigliottinati Brissot, considerato il diplomatico del gruppo, sostenitore entusiasta dell'eguaglianza tra gli uomini di diverse razze, e Vergniaud, il più brillante ora'ore del gruppo; tra coloro che non erano deputati lasciò la vita per mano del carnefice Madame Roland, la «Ninfa Egeria» della Gironda. Dopo la caduta di Robespierre solo ventiquattro dei quasi duecento deputati della Gironda ripresero i loro seggi alla Convenzione.

BibL.: A. Lamartine, Histoire des Girondins, Bruxelles 1847; E. Bourvin-A. Challamel, Dictionnaire de la Révolution Françate, Parigi 1893, pp. 294-95; A. Aulard, Les orateurs de la Révolution. La Législative et la Convention, I. $2^{\circ}$ ed., ivi 1906, particolarmente pp. 144-216; C. Perroud, La proscription des Girondins, Tolosa-Parigi 1917; G. Gratton, Origine ed evoluzione dei partiti politici, Trieste 1946, passim.

Silvio Furlani
GIRY, FRANÇOIS. - Minimo, scrittore, storico, agiografico e mistico. N. a Parigi il 15 sett. 1638 , m. ivi il 29 nov. 1688. Di nobile famiglia (il padre era uno dei primi membri dell'Accademia francese), superate gravi opposizioni dei suoi entrò tra i Minimi professandone la Regola il 30 nov. 1653. Studiò teologia sotto la direzione del p. Barré (v.) del quale più tardi, divenuto egli provinciale, fu il più valido sostenitore nella fondazione delle scuole, e il primo successore nella direzione dell'Istituto.

Scrisse pregiate opere ascetiche, p. es. : Traité de la ste Enfance de N. S. 7. Christ (Parigi 1670); Entretiens de 7. Christ avec l'âme chrétienne (ivi 1674); Livre des cent points de l'humanité (ivi 1679). Tra le opere storiche da ricordare: la Dissertatio chronologica de anno nasali et aetate s. Francisci de Paula (ivi 1680) per correggere una sentenza errata del bollandista p. Papebroch. La più nota opera è Les vies des Saints (2 vall. in-fol., Parigi 1683-85) che ebbe numerosissime edizioni fino ai giorni nostri e che fu posta a base della collezione Les petites Bollandistes, editi a Parigi, per cura di P. Guérin (17a ed., 1876).

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(la Speculum Romana Magnificentia, vol. III, Coll. Romana 18, Biblioteca nazionale, tav. 27)
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(fol. Enc. Catt.)
In alto: LE SETTE CHIESE DI ROMA, disegnate per l'utilità dei pellegrini dell'Anno Santo Giubilare del 1575 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale. In basso: APERTURA DELLE PORTE SANTE

NELLE QUATTRO BASILICHE per il Giubileo del 1725. Stampa - Biblioteca Vaticana.

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In alto: LE GIOVANI PELLEGRINE OLANDESI dell' "Euvre de la Famille chrétienne" di Breda tornano in S. Marta dopo il canto del Credo eseguito in Piazza S. Pietro (ro maggio 1950). In basso a sinistra: GLI ESPLORATORI CATTOLICI SVIZZERI sulla gradinata di S. Pietro (apr. 1950). In basso a destra: PELLEGRINI INDIANI (Anno Santo 1950).

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BibL.: C. Raffron, La Vie de r. p. G., Parigi 1691 ; R. Thuillier, Diarium patrum, fratrum et sororum Minimorum provinciae Parisientis, II. ivi 1719, pp. 241-50; P. Guérin, in Les petits Ballandiers, 17 e ed., Parigi 1876, pp. 221v-22vi; H. de Grèzes, Vie du r. p. Barré, Bar-de-Duc 1892, pp. 340-51.

Gennaro Moretti
GIRY, Jean-Marie-Joseph-Arthur. - Storico e diplomatiata francese, n. a Trévoux (Anr) il 29 febbr. 1848, m. a Parigi il 13 nov. 1899. Dopo aver preso parte alla guerra franco-prussiana del '7o, archivista negli archivi nazionali (1871), si segnalò ben presto per vari studi sulle istituzioni giuridico-economiche del medioevo, divenendo poi professore all'Ecole des Chartes (1885).

Tra le sue opere si ricordano l'Histoire de la ville de St-Omer et de ses institutions jusqu'au XIVe siècle (Parigi 1877); Documents sur les relations de la royauté avec les villes en France de 1180 à 1314 (2 voll., ivi 1883-85); e il Manuel de diplomatique (ivi 1894, ristampato ivi 1925) che fa testo ancor oggi. Diresse due serie di pubblicazioni relative ai Carolingi.

Morl di dolore e di ansie in seguito all'affare Dreyfus.
BibL.: Una biografia di F. Lot in Annuarie 1901 de l'Ecole pratique des hautes etudes (Section des sciences historiques et philologiques), Parigi 1900, pp. 20-47; H. Msiatre, Bibliographie des travaux de A. G.... avec une notice biographique par F. Bousson, St-Denis 1900.

GISELHER di Slatheim. - Mistico domenicano del sec. xiv. Oriundo di Slatheim o Scholtheim a nord-ovest di Erfurt, G. fu lettore a Colonia e Erfurt, distinguendosi per dottrina, zelo sacerdotale e espressione stilistica. Compilò dal 1323 al 1337 una collezione tedesca di sermoni sui Vangeli domenicali, in parte stampati.
G. insiste sulla nascita del Verbo; si riferisce ai predicatori che hanno parlato nello stesso ambiente sugli argomenti di mistica e della glorificazione futura; confuta tesi dei Francescani. Forni al laico Hermann di Fritzlar per la di lui leggenda la sostanza delle vite di santi secondo il ciclo liturgico.

BibL.: G.W.Proger, Gesch. der deutschen Mystik im Mittelalter, II. Lipsia 1881, pp. 99 xg2., 160 xg2.; E. Krebs, s. v. in Stammlers Verfasserlexikon, II, col. 52, con bibl. Angelo Walz

GISLER, Anton. - Vescovo e teologo, n. a Bürglen (cantone di Uri) il 25 marzo 1863, m. a Coira il 4 genn. 1932. Studiò filosofia e teologia a Roma. Dopo qualche anno di vita pastorale nel cantone di Uri, passò nel 1893 al Seminario di Coira come professore di dogmatica e di omiletica; nel 1928 consacrato vescovo coadiutore (titolare di Milene) cum iure successionis, esplicò la sua attività in tutti i campi della vita religiosa.

Come teologo è tomista (discepolo del Billot) e rigorosamente avverso al modernismo. Opere principali: Kommissar G., Erinnerungen (Altdort 1899); Dogmatik (3 voll.) e Homiletik, stampati come manoscritto; Modernismus (Einsiedeln 1912); In Christi Heimat (Immensee 1926). Il G. fu il fondatore ( 1900 ) e redattore della Schweizerische Rundschau.

BibL.: A. Wolz, s. v. in LThK. IV, coll. 508-509.
Igino Rogger
GISMONDI, Enrico. - Gesuita, orientalista, n. a Roma il 20 apr. 1850, m. ivi il 7 febbr. 1912. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1869, passò, compiuti gli studi, a Beirut nella Siria, dove rimase dal 1879 al 1888 (tranne l'intervallo di un anno, passato a Manresa) come professore di teologia nell'Università di S. Giuseppe, applicandosi nello stesso tempo allo studio delle lingue orientali. Passò poi ad insegnarle presso l'Università Gregoriana nel 1888, tenendovi anche la cattedra di esegesi biblica. Dal 1910 ebbe pure la cattedra di lingue orientali nell'Istituto Bi-
blico. Fu consultore della Congregazione dell'Indice e della Commissione Biblica, e cooperò con articoli a parecchie riviste romane.

Opere originali : La Bibbia e la sapienza greca (Roma 1894); Linguae Syriacae grammatica et chrestomathia cum glossario (ivi 1900); Disciplina linguae Hebraicae (ivi 1907); Linguae Hebraicae grammatica et chrestomathia cum glossario (ivi 1905). Versioni latine: Ebed-Jesu Sobensis carmina selecta ex libro = Paradisus Eden= (Beirut 1888; con il testo siriaco); S. Gregorii Theologi liber carminum jambicorum (ivi 1896; con il testo siriaco); Maris, Amri et Silbae de Patriarchis Nestorianorum Commentaria (3 voll., ivi 1896-99, con testo arabo).

Celestino Testore
GIUBILAZIONE, INDULTO di. - E l'indulto pontificio mediante il quale i prebendari e beneficiari di un Capitolo acquistano l'esenzione dagli obblighi del servizio corale e della residenza, pur conservando i diritti corrispondenti agli obblighi stessi. E detto pure indulto di emerito (can. 422).

L'Istituto compare già in alcuni statuti capitolari del medioevo. Fin dal sec. xvir la S. Congregazione del Concilio usò concedere indulti di g. e approvare gli statuti che ne prevedevano la concessione. Prima del CIC, tuttavia, la g. era ancora di diritto particolare, governata dalla consuetudine, dalla prassi della S. Congregazione del Concilio e dal tenore dei diversi statuti capitolari.

Le finalità dell'Istituto sono, da una parte l'utilità della Chiesa, dall'altra il giusto riconoscimento del merito di chi, per un tempo notevole, ne curò il decorso servizio. Inizialmente fu ritenuta prevalente la prima finalità, per cui si teneva conto soltanto del servizio prestato nella medesima chiesa. In seguito prevalse la seconda, per cui è considerato oggidì titolo sufficente anche il servizio reso in chiese diverse.

L'indulto non compete di diritto, ma deve essere impetrato di volta in volta con rescritto della S. Sede. Il titolo per ottenere la g. è il servizio corale continuo, lo devole, di quarant'anni, nella stessa chiesa o in altre chiese della stessa città o, almeno, della stessa diocesi (can. 422 § 1). Talvolta la S. Sede ha ritenuto sufficente anche il servizio prestato in diocesi diverse. Non ostano alla continuità del servizio le assenze determinate da forza maggiore o da cause comunque legittime. Le assenze illegittime invece, specialmente se frequenti e prolungate, mentre nuocciono alla continuità del servizio, tolgono ad esso sempre la qualifica di lodevole.

Soggetto capace dell'indulto è il capitolare, prebendato o beneficiario, obbligato al coro, non importa se in veste di soprannumerario, mansionario o canonico.

Oggetto dell'indulto è l'esenzione del giubilato dai doveri comuni della residenza e della ufficiatura corale ordinaria e, conseguentemente, dagli altri oneri che ai detti obblighi si riconnettono. Rimangono, invece, gli oneri specifici delle singole prebende, quali, ad es., gli oneri di Messe fondate, la cura d'anime per il vicario curato, le lezioni catechistico-scritturali per il canonico teologo, l'assistenza alle confessioni per il canonico penitenziere. Altre esenzioni, spesso contestate in dottrina, ad es., dal turno della Messa conventuale, sogliono essere indicate nel rescritto di concessione.

L'indulto determina uno stato di favore, in quanto il giubilato, benché esentato dagli obblighi dell'ufficio, ne conserva tuttavia i diritti, fatta eccezione per il solo diritto di opzione eventualmente riconosciuto nel Capitolo (can. 422 § 3). Egli rimane quindi ancora vero canonico e vero capitolare: percepisce i frutti della prebenda, le distribuzioni quotidiane, le fallentiie e perfino le distribuzioni riservate ai soli presenti al coro (inter praesence), a meno che non ne sia esplicitamente escluso dalla volontà degli offerenti o fondatori, oppure dagli statuti o dalla consuetudine.

BibL.: Benedetto XIV, De Synodo dioecesana, II, cap. 9. 14; Verme-Widal, II, p. 749 sgg.; P. Vito, Del canonico giubilato, in Palestra del diera, 10 (1931), pp. 403-406; J. Chelodi-P. Ciprott, Ius canonicum de personis, Vicenza-Trento 1942, p. 336 sg. Zaccaria da San Mauro

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GIUBILEI, Libro dei. - Apocrifo giudaico che parafrasa Gen. 1-13; 24.

I Padri lo chiamano Leptagenesi (Didimo di Aless., Enarrat. in epist. I Io. 3, 12), perché il contenuto del Libro ricalca Gen. 1-13; 24; L. dei G. (S. Epifanio, Haer., XXXIX, 6), dalla materia che è ripartita, con esattezza cronologica, in periodi giubilari di sette settimane di anni, e secondo avvenimenti indicati in quanto a mese, anno, settimane di anni, nonché periodo giubilare; ed Apocalisse di Mosè (i cronografi bizantini), dal fatto della Rivelazione ricevuta dal legislatore. Il Decreto gelosiano lo menziona fra le scritture non canoniche con il nome di Liber de filiabus Adam.

Fu scritto originariamente in ebraico ed in Palestina. Rimane completo solo in etiopico e un terzo è in latino; le due versioni risalgono a quella greca; di più, rimangono frammenti siriaci e midhā̌lici. G. cita il testo biblico alla lettera: concorda per lo più con i Settanta, ma anche con il masoretico e con la versione samaritana.

L'autore sembra un sacerdote del Tempio o fautore di sacerdoti : Levi, infatti, è in risalto su Giuda (31, 13 sgg.), i figli di Levi conservano le scritture di Giacobbe e dei suoi padri ( 54,16 ); è supposta l'esistenza del Tempio (49, 20), con il Sion consacrato per la santificazione della terra. Pure vi appaiono contaminazioni: p. es., la corona d'al loro sul capo alla festa dei tabernacoli $(8,3)$ è di sapore ellenistico; così la divisione di settenari in settenari usata dai Giudei alessandrini, che sa di ambiente egiziano.
G. conosce il Libro di Enoch (4; 17-23) e quello di Noè (10, 13; 21, 10); è indipendente dal Libro dei Testamenti (Charles); non è esatto nel citare disposizioni legali della Legge (16, 22; cf. Num. 29, 13-33) e le prescrizioni della Miānāb (49, 20); non ha troppi riguardi alla pratica, come appare dal calendario fondato sull'anno solare di 364 giorni (né ebraico, né di altri popoli); a volte è fedele nel riferire le parole dei Patriarchi (dai quali s'intende originata la storia d'Israele), ed a volte ha delle soppressioni interessate, come di Gen. 3, 17.

Il tempo di composizione sembra ad alcuni il principio del sec. I d. C., perché solo così si spiegherebbe l'acredine contro Edom, ed il timore della decadenza religiosa contro cui si vien messi in guardia. Per altri, invece, la venerazione per la tribù di Levi e la rivendicazione dei diritti antichissimi del popolo giudaico sull'Idumea, conquistata il 125 a. C., fa attribuire lo scritto all'epoca di Giovanni Ircano: si assiste, infatti, ad un rifiorire delle antiche speranze, di cui si richiede l'aureola al p $\nabla$ sato. Di qui il complesso ideologico.
G. (1, 27; 33, 18) suppone che Iddio sul Sinai ordini all'«angelo della faccia» (cf. Is. 63, 9) di rivelare a Mosè la storia della creazione e degli avvenimenti che seguirono. E Mosè scrive. Questa parafrasi del Genesi, con aggiunte, omissioni, modifiche, ha per scopo di dimostrare l'antichità del popolo giudaico, riallacciandone la storia con la creazione; e di inculcare una rigida osservanza della Legge, stabilendone l'autorità.

Antioco e l'ellenismo avevano avversato, come contrari alla natura ed al diritto naturale, due cose : circuncisione e sabato. Per provare che tali istituzioni fanno parte del diritto eterno, l'autore dice che gli angeli stessi - almeno i due ordini più elevati della gerarchia celeste sono stati cresti circoncisi $(15,27)$ e dovevano osservare il sabato $(1,18)$.

Dopo Mosè la storia non è più che una predizione : Dio annunzia a Mosè l'entrata degli Israeliti nella Terra Promessa, le infedeltà, le punizioni e il ritorno. Il Signore, rispondendo alla preghiera del legislatore, solleva il velo dell'avvenire, che è il tempo in cui vive l'autore: Iddio crea ormai in essi uno spirito nuovo; essi saranno fedeli per sempre e conosceranno che egli li ama.

Il Messia di questo tempo non si sa dove prenderlo. Il nuovo popolo santo (gli Assidei) stavano per i principi

Asmonei: ma come si faceva ad attendere un Messia di provenienza levitica, invece di quello tradizionale, di provenienza davidica? E siccome non si voleva scontentare gli Asmonei, il ruolo messianico rimaneva nell'ombra (cf. 21, 18).

I figli di Giuda saranno nell'avvenire il terrore dei Gentili; il loro capo militare, Levi, che un giorno fu quasi maledetto con Simeone, ora è benedetto per primo (31, 15). Sembra che il principato prevalga sul sacerdozio. Quindi ne risentono le varie concezioni: p. es., quelle della sorte ultima (non d'idea tradizionale), dello $2 e^{\circ} \mathrm{ed}$ (un luogo per empi e peccatori), del grande giudizio (anteriore al periodo messianico). Centro d'interesse è la società palestincse contemporanea dell'autore, esaltata da guerre felici e da condizioni prospere. Mosè, legislatore del tempo presente, a trattare l'ultima sorte era meno indicato di Enoch, che fu trasferito dalla terra per conversare con Dio.

Bibl.: Versione etiopica: ed. di A. Dillmann, Masbafa Ka fâli sive liber Jubilavorum, in Gees lingua contervatus, orthiopice ad Averum II, met. fidem, Kiel 1820 e di R. H. Charles, Masbafa Kafâli, or the Hebron Book of Jubiless, Oxford 1802, con frammenti latini, citazioni greche, testi ebraici paralleli ed un estratto siriaco. Versione latina, ed. di A. M. Cerimo, Manamente sacra et prophona, I. i. Milano 1861, pp. 15-62: e un terzo dell'etio. pica, a mutila. Versione siriaca, ed. di A. M. Cerimo, ibid., II. i. Milano 1863, p. ix seg. (con il nome delle figlie di Adame); ed. di E. Tisserant ( 17 frammenti da una cronaca siriaca del sec. xir: in Revue biblique, 30 [1021], pp. 22-86, 204-52). Versione moderne: inglese di R. H. Charles, Londra 1902, Oxford 1913; di G. H. Box, Londra 1917: tedesca di A. Dillmann, Gietinga 1850; di E. Littmann, Tubiana 1900 e di P. Riescher, Augusta 1028. A. Bückler, Trace des idées et des coutumes hellénistiques dans le Livre des Jubilées, in Revue des etudes poites, 89 (1930, 2) pp. 321-48, ed. Albeck, Das Buch des Jubilases u. die Halacha, Berlino 1930, trattano il contorno ideale e storico dell'apocrifo.

Emmanucla da San Marco
GIUBILEO. - Anno del G. è detto nei libri mosaici, e allegoricamente nei profetici ( $F_{2} .46,17$ ), l'anno della remissione (Settanta: $\varepsilon \tau \tau \varsigma \tau \hat{\eta} \varsigma \dot{\alpha} \gamma \hat{\eta} \sigma \varepsilon \omega \varsigma$ ), che era previsto per ogni $50^{\circ}$ anno, e produceva il ripristino della piena normalità sociale, in primo luogo la remissione dei debiti e la liberazione degli schiavi. Nella disciplina penitenziale cattolica il termine fu assunto con significato puramente spirituale, ed implica la remissione dei peccati e la liberazione dalle pene dovute alla giustizia divina.

Santisario: I. G. ebraico. - II. G. cristiano ordinario (Anno Santo). - III. G. cristiano straordinario.

## I. G. ebraico.

Dall'ebr. jôbhēl "corno di montone", in quanto l'annunzio del G. era dato dai sacerdoti al suono di un corno di montone. Alla fine dell'ultimo anno di ogni ciclo di 7 anni sabbatici il suono del corno annunciava l'inizio dell'anno cinquantesimo, cioè dell'anno giubilare. Alla fine di ogni settennio si associava l'atto di remissione, il quale comportava che ogni creditore rimettesse, alla lettera «fa cadere», quanto aveva prestato al suo prossimo, al correligionario. L'anno di remissione comportava anche la liberazione degli schiavi ebrei (Deut. 15, 12). Israele, schiavo, era stato liberato dal Signore (v. Gō' $\mathrm{fl}_{1}$ ) e l'esempio di Dio doveva esser seguito dai suoi fedeli.

Al termine di sette settenni, nel settimo mese dell'anno religioso, primo dell'anno civile, che comincieva nella seconda metà del sett., nel giorno di espiazione (v.), risuonava in tutta la Terra Santa lo squillo della tromba. Si iniziava così, come per ogni anno settimo, un anno sabbatico. "Un giubileo sarà per voi l'anno cinquantesimo: non seminerete, né mieterete le rimesse di quell'anno, né vendemmierete l'incolta vigna, perché è un G., tempo sacro per voi; ma potrete mangiare i prodotti presi dal campo, cioè potrete mangiare i prodotti spontanei che germogliano dalle radici o dai grani caduti l'anno precedente" (Lev. 25, 11 sg.). Tale prodotto spon-

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Giunileo - Bolla con cui Bonifacio VIII esclude i Colonnexi dalle indulgenze giubilari ( 22 febbr. 1300). Archivio capitolare di S. Pietro.
taneo non doveva essere ammassato nei granai, ma poteva esser raccolto alla spicciolata da tutti : dal proprietario, ma anche da chiunque e, naturalmente, in primo luogo dagli indigenti. L'anno settimo e quello giubilare erano così un'applicazione pratica del principio che la terra apparteneva al Signore e quindi a tutti.

L'anno giubilare significava inoltre proclamazione di libertà a tutti gli abitanti del paese e proclamazione di reintegrazione nei beni propri, senza peraltro impedire negli anni precedenti al G. le operazioni di libera compravendita, in quanto le operazioni si compivano tenendo conto della più o meno grande prossimità dell'anno giubilare. Il ripristino dei beni fondiari nell'anno settimo e nell'anno giubilare ed altri istituti giuridici del genere si basavano sul principio che gli abitanti e i proprietari dei campi erano "protetti e accoliti del Signore" (Lev. 25, 23 sgg.).

Con l'istituto del settimo e del cinquantesimo anno "si rimediava allo squilibrio nella ripartizione delle terre e nelle classi sociali. In pratica qualche traccia di queste istituzioni si rileva tra gli Ebrei prima dell'esilio; ma dopo l'esilio non si ha memoria che la legge del G. si sia mai osservata. Invece fu in pieno vigore fino alla distruzione dello Stato giudaico ( 70 d. C.) l'anno sabbatico" (A. Vaccari).
S. Paolo fa conoscere in I Cor. 7, 20 sgg. le sue idee intorno a schiavi e liberi : non sono il settimo anno o il G. a rendere l'uomo libero, ma la chiamata del Signore.

Bibl.: M. Weber, Gesamm. Aufs. zur Religionsoviologie, III, Tubinus 1921, p. 77 sgg.; A. Menes, Die soresilischen Gesetze Israels, Giessen 1928, p. 81 sg.: F. Nötscher, Die Heilige Schrift des Alt. Test., Bonn 1940, pp. 128, 134 sg., 325 sg.; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Il Pentateuco, Firenze 1942, passim; H. Lesètre, Jubilaire (Année), in DB, III, coll. 1750-54.

Eugenio Zolli
II. G. cristiano ordinario (Anno Santo).
I. Nozioni. - Nella sua essenza, secondo il concetto teologico, il G. viene definito : una solenne indulgenza plenaria concessa dal romano pontefice con annesse facoltà speciali per i confessori a favore dei fedeli, che lucrano il G.

Considerato nella sua durata, ossia l'anno durante il quale può acquistarsi l'indulgenza giubilare, il G. comunemente vien detto Anno Santo; e ciò non solo perché s'inizia, si svolge e si conclude con solenni riti sacri, ma anche perché è destinato a promuovere la santità dei costumi (cost. apost. Infinita Dei misericordia del 29 maggio 1924, in AAS, 16 [1924], p. 209).

Il G. può essere: ordinario, ossia maggiore, e straordinario, ossia minore; il primo è quello indetto negli Anni Santi; il secondo suole indirsi per qualche avvenimento di particolare importanza.
II. Storia. - Il G., quale fu in uso nella Chiesa dal 1300 in poi, non uscì già formato in tutte le sue parti secondo le prescrizioni preordinate di un superiore ecclesiastico. Sotto sotto l'influsso della devozione popolare, sentì poi attraverso i secoli influssi diversi che ne trasformarono man mano le manifestazioni esteriori, pur mantenendo sempre il suo carattere iniziale. Presupposti necessari ne furono l'indulgenza, della quale il prototipo era quella concessa per la Crociata; il pellegrinaggio ai santuari più venerati e specialmente alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. L'uno e l'altro elemento sono in stretta relazione con il fòro penitenziale in ordine

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(let. Sansaini)
Giunilzo - Bolla d'indizione del primo G. (22 febbr, 1300), incisa su marmo - Basilica di S. Pietro, atrio.
dell'assoluzione dai peccati e censure più gravi ed alla soddisfazione per la relativa pena canonica. Non si può negare però che non ci sia stato un lontano riferimento anche all'antico G. ebraico, che era però di tutt'altra natura; ma più direttamente ne prepararono il sorgere quei movimenti penitenziali a sfondo gioachimita che si notano, soprattutto in Italia, a partire dal 1260 . La sera del primo giorno del 1300 una moltitudine imponente di popolo si precipitò nella basilica di S. Pietro con la convinzione di lucrare una indulgenza straordinaria ed il fenomeno si ripeté nei giorni seguenti. Si fece appello allora ad una antica tradizione, secondo la quale l'anno centenario doveva ritenersi anno di perdono universale; ma nella Curia romana non si trovò ricordo di questo. In ogni modo Bonifacio VIII il 22 febbr. da S. Pietro emanò una bolla per la quale ogni cento anni ci do veva essere G. universale con liberazione da colpa e da pene pro paenitentibus et confessis che avessero compiuto 30 visite, se romani; 15 , se forestieri, alle Basiliche Vaticana ed Ostiense. Questo G. ebbe larga risonanza in tutta l'Europa, che inviò a Roma turbe di pellegrini, oggetto delle sollecitudini papali quanto alla tutela ed al vettovagliamento.

Nell'autunno del 1342 una delegazione di Romani chiese a Clemente VI che stava in Avignone di voler concedere il G. ogni 50 anni, per aprire ad un maggior numero di fedeli la possibilità di lucrarlo. Infatti il Papa lo concesse per il 1350; ma egli non si allontanò da Avignone per accorrere a Roma come speravano i Romani; mentre si ripeté lo spettacolo degli innumerevoli pellegrini venuti d'ogni parte a lucrare il perdono.

In pieno periodo di scisma e con la speranza certamente di ricostituire ad unità le sperse membra della

Chiesa, nel 1389 Urbano VI da Roma stabili che, a ricordo degli anni della vita mortale di Gesù, il G. si celebrasse ogni 33 anni e lo indisse per l'anno seguente; e poiché alla visita delle due Basiliche apostoliche s'era aggiunta quella alla Basilica Lateranense, Urbano decise che si dovesse visitare anche la Basilica Liberiana; sicché cosi si ebbe il numero completo delle basiliche da visitare. Per la morte di Urbano, fu il suo successore Bonifacio IX a celebrare quel G., nonostante le ire dell'antipapa avignonese. Però si determinò un accorrere di pellegrini anche nel 1400 , allo scadere cioè del termine stabilito da Clemente VI, e lo stesso Bonifacio IX confermò il perdono anche per quell'anno. Sebbene i 33 anni di Urbano VI fossero trascorsi da due anni, Martino V, estinto ormai lo scisma e pacificata Roma, nel 1425 celebrò di nuovo il G., e per la circostanza fece aprire la porta santa di S. Giovanni in Laterano; è la prima volta che si fa cenno di una tale cerimonia.

Nonostante le preoccupazioni per il pericolo turco ed il serpeggiare di una pestilenza Niccolò V poté nel 1450 celebrare il G. con solennità e concorso straordinari, e vi diede lustro particolare la canonizzazione di s. Bernardino da Siena, popolarissimo in tutta Italia. Nel 1470 Paolo II pensò di abbreviare ancora il periodo per i futuri G. e lo limitò a 25 anni (Ineffabilis Providentia, 17 apr. 1470: Bullarium Romanum, ed. Torinese, V, Torino 1860, pp. 200-203), perciò il nuovo G. si celebrò da Sisto IV nel 1475, ma non lasciò eco nella storia. Tuscò ad Alessandro VI celebrare il G. nell'anno centenario 1500 , e lo preparò con grande cura e proprietà, prescrivendo quel cerimoniale che ancora si osserva nelle linee gencrali: stabili infatti che si aprisse la porta santa in tutt'e quattro la Basiliche patriarcali; e riservando per sé quella di S. Pietro deputò tre cardinali che, quali legati, aprissero contemporaneamente le altre tre, fasando i riti e le preci.

Nonostante le lotte religiose che turbarono la Chiesa durante il sec. xvı, i G. furono celebrati regolarmente alla loro scadenza; in modo particolare quello del 1575 , in pieno fervore di restaurazione religiosa, riusci solenne per numero di pellegrini, per l'assistenza ad essi prestata, per le processioni, le predicazioni e le speciali prediche di pietà. Si è ormai introdotto anche quel fasto che senza ledere l'interiorità spirituale contribuì a mantenere secondo gli usi del tempo il carattere popolareco che il G. ebbe sino dall'inizio. E con questo carattere furono poi celebrati i G. nei secc. xvir e xviri; ma i torbidi creati dalla Rivoluzione Francese e dalle guerre che ne furono la conseguenza impedirono che si celebrasse il G. l'anno centenario 1800 ; e si dubitò per un momento se lo si dovesse celebrare nel 1825 ; si pretendeva che lo spirito dei tempi fosse troppo avverso a manifestazioni di tal genere; ma Leone XII superò ogni incertezza ed il G. fu celebrato secondo gli usi tradizionali; ma fu l'unico nel sec. xix, causa i movimenti politici. Leone XIII volle che si riprendesse nel 1900 la serie nelle forme tradizionali, che furono poi osservate anche da Pio XI nel 1925 e da Pio XII nel 1950.

Il sommo pontefice suole inoltre, chiuso l'Anno Santo a Roma, estendere il G. a tutto il mondo cristiano.
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(let. Enc. Calt.) Giubileo - Triplice ducato d'oro del Giubileo del 1450. Biblioteca Vaticana, medagliere.

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Bull: N. Paulus, Geschichte des Ablasses im Mittelalter, II, Paderborn 1923, pp. 103-23; id., Geschichte des Ablasses am Ansgange des Mittelolters, ivi 1923, pp. 181-94; Cronisteria dell'anno santo MCSLXXV, Roma 1928 (per la bibl. dei G. si veda l'appendice di P. Perali, Prontuario bibliografico per la storia degli Anni Santi, estratto a parte, ivi 1928); Istituto di studi romani, Gli anni santi, ivi 1954; P. Brezzi, Storia degli Anni santi, ivi 1950.

## Elenco dei G. degli Anni Santi.

| $1^{\circ}$ | 1300 | Bonifacio VIII |
| :--: | :--: | :--: |
| $2^{\circ}$ | 1350 | Clemente VI |
| $3^{\circ}$ | 1390 | Urbano VI, Bonifacio IX |
| $4^{\circ}$ | 1400 | Bonifacio IX |
| $5^{\circ}$ | 1425 | Martino V |
| $6^{\circ}$ | 1450 | Niccolò V |
| $7^{\circ}$ | 1475 | Paolo II, Sisto IV |
| $8^{\circ}$ | 1500 | Alessandro VI |
| $9^{\circ}$ | 1525 | Clemente VII |
| $10^{\circ}$ | 1550 | (Paolo III) Giulio III |
| $11^{\circ}$ | 1575 | Gregorio XIII |
| $12^{\circ}$ | 1600 | Clemente VIII |
| $13^{\circ}$ | 1625 | Urbano VIII |
| $14^{\circ}$ | 1650 | Innocenzo X |
| $15^{\circ}$ | 1675 | Clemente X |
| $16^{\circ}$ | 1700 | Innocenzo XII, Clemente XI |
| $17^{\circ}$ | 1725 | Benedetto XIII |
| $18^{\circ}$ | 1750 | Benedetto XIV |
| $19^{\circ}$ | 1775 | Clemente XIV, Pio VI |
|  | 1800, | non effettuato, Pio VI. |
| $20^{\circ}$ | 1825 | Leone XII |
|  | 1850, | non effettuato, Pio IX |
| $21^{\circ}$ | 1875, | non effettuato con le solite solennità, Pio IX |
| $22^{\circ}$ | 1900 | Leone XIII |
| $23^{\circ}$ | 1925 | Pio XI |
| $24^{\circ}$ | 1950 | Pio XII |

III. Obblighi e cerisionie. - Il G. ordinario ha inizio a Roma dai primi Vespri della Natività del Signore (a ricordo dell'inizio dell'anno a nativitate) dell'anno immediatamente precedente, nel qual giorno ha luogo l'apertura della porta santa della Basilica Vaticana, fatta dal sommo pontefice, mentre nello stesso tempo tre