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. - Il G. ordinario ha inizio a Roma dai primi Vespri della Natività del Signore (a ricordo dell'inizio dell'anno a nativitate) dell'anno immediatamente precedente, nel qual giorno ha luogo l'apertura della porta santa della Basilica Vaticana, fatta dal sommo pontefice, mentre nello stesso tempo tre cardinali legati a latere procedono all'apertura delle porte sante delle altre tre basiliche maggiori di Roma, ossia S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore e S. Paolo fuori le mura: esso si protrae per tutto l'anno fino ai primi Vespri della stessa solennità del Natale.

Perché i fedeli accorrano più numerosi a Roma per lucrare l'indulgenza giubilare, vengono sospese per la durata dell'Anno Santo tutte le indulgenze sia plenarie che parziali (eccezuate soltanto poche) concesse per i vivi, non già quelle concesse per i defunti (cost. apost. Fiore confidimus del to luglio 1949, in AAS, 4 I [1949], p. 337). Che anzi le stesse indulgenze concesse per i vivi possono essere lucrate anche durante tale periodo di tempo, purché siano applicate ai defunti.

Le condizioni solite ad apporsi per l'acquisto del G. ordinario sono la Confessione, la Comunione, la visita a determinate chiese e la recita di alcune preghiere.

La Confessione richiesta è quella attuale; non vale pertanto quella che si richiede per le altre indulgenze plenarie, di cui al can. 931 § 3, né la Confessione annuale ossia pasquale. Non può in nessun modo essere dispensata o commutata, neppure quando il penitente non ha materia necessaria. Se, fatta la Confessione, si ricadesse in peccato mortale prima di aver ultimato l'ultima opera prescritta, la Confessione si deve ripetere solo nel caso che si debba ancora ricevere la Comunione; altrimenti basta un atto di contrizione perfetta. Non vale la Comunione pasquale, a meno che si tratti di chi ha trascurato tale precetto; vale invece se ricevuta per Viatico. Può commutarsi solo nel caso di ammalati impossibilitati a riceverla.

In Roma inoltre bisogna visitare le quattro basiliche maggiori nominate: fuori Roma la designazione delle chiese viene riservata agli Ordinari del
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Giubileo - La porta santa della basilica di S. Pietro.
luogo. Nella città episcopale, fra le chiese da visitare deve esservi la chiesa cattedrale; nel resto della diocesi la chiesa parrocchiale. La visita importa l'ingresso in chiesa, a meno che ciò non sia impedito o per la moltitudine o per la chiusura delle porte, nel qual caso basta pregare davanti alla chiesa.

Speciali facoltà sono concesse agli Ordinari locali a favore di coloro, che sono impediti dal compiere tali visite, ad es., le suore, gli ammalati, i carcerati, ecc., o che compiono tali visite collettivamente.

Le preghiere da recitarsi non sono determinate, ma lasciate a scelta dei singoli, a meno che il documento pontificio non disponga diversamente, com'è avvenuto nel G. del 1950, per il quale sono state tassativamente stabilite (cost. apost. Iubilorum maximum del 26 maggio 1949, in AAS, 4 I [1949], pp. 258-59). Tali preghiere devono essere vocali, non soltanto mentali e, di solito, vanno recitate durante la visita alle chiese determinate. Quando viene imposto il digiuno, si deve osservare quanto è disposto dal can. 1250; non sono pertanto comprese le uova né i latticini, purché non si tratti del tempo quaresimale. A tale digiuno sono tenuti tutti, anche quelli che per ragione dell'età o per altri motivi ne sono dispensati, ad es., gli operai. Per coloro quindi, che non possono digiunare, occorre la commutazione. All'elemosina sono parimenti tenuti tutti, anche i poveri, che vogliono lucrare il G. Essa può essere commutata e può essere fatta da altri, ad es., dal marito per la moglie, dal padre per i figli, dal padrone per i servi, dal ricco per il povero.

Nel G. ordinario a determinati confessori vengono concesse speciali facoltà, in forza della quali essi possono commutare o ridurre le opere ingiunte per l'acquisto del G., assolvere dai peccati riservati e dalle censure, commutare i voti, dispensare dalle irregolarità e dagli impedimenti in favore dei fedeli, che hanno l'intenzione di lucrare il G. (cost. apost. Decessorum Nostrorum del 10 luglio 1949, in AAS, 4 I [1949], p. 340).

Quante volte possa lucrarsi il G., dipende dalla volontà del sommo pontefice.

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BibL.: S. Isidoro, Etymolog., 37, 3 : PL 82, 222; Venerabile Beda, Homilia, 11 : ibid. 94, 192; s. Bernardo, Epist. 363 e 338 : ibid. 182, 366, 633; Innocenzo III, Regestum, I, XXVI, nn. 138, 185: ibid. 213, 1356, 1470, 1502; s. R. Bellarmino, De Indulgentiis et de Iubilaea, Colonia 1630; Theodorus a Sp. S., Tractatus historico-ideologicus de Iubilaea, Roma 1730; P. Collet, Traité historique, dogmatique et pratique des indulgences et du jubilé, Lovania 1739; G. Gesenti, Thesaurus philologicus criticus linguas hebraicas et chaldeae, V, II, Lipsia 1840, pp. 3616 e 3620; De Iubilazo conspectus historicus, in Analecta ecclesiastica, I (1893), pp. 33, 142: G. C. Tomasi, Il G., Roma 1899; F. Beringer, Les indulgences: leur nature et leur usage, $4^{2}$ ed., Parigi 1923, p. 369 sgg.; A. Vermerersch, Tractatus de Iubiluea, Roma: Bruges 1926; A. E. M. Lépicier, Le indulgenze, Vicenza 1931, p. 148 sgg.; S. de Angelis, De indulgentiis, tractatus avoad earum naturam et usum, Colle don Bosco 1947, p. 139 sgg.; G. Castelli, Gli Anni Santi, Rocca S. Casciano 1949; J. de Blasi, Il G., Firenze 1950.

Serafino de Angelis

## III. G. cristiano STRAORDINARIO.

Oltre i G. ordinari degli Anni Santi, sin dal sec. xVI invalse l'uso di indire G. straordinari per ottenere, mediante preghiere, digiuni, opere buone e frequenza ai SS. Sacramenti, aiuti particolari da Dio in momenti difficili o delicati sia per la Chiesa universale come per determinate nazioni cattoliche, oppure per l'inizio di un pontificato (nel sec. xx gli inizi dei pontificati non hanno più avuto G.). La durata di questi G. era varia (da pochi giorni a due settimane, a qualche mese, a un anno) ed è sempre determinata nella costituzione apostolica che li indice. L'inizio tanto nell'Urbe quanto fuori era caratterizzato generalmente da una solenne processione mattutina di penitenza; a Roma vi partecipava il papa con tutta la sua corte, di frequente essa muoveva da S. Maria degli Angeli e terminava a S. Maria Maggiore. Fra le opere erano prescritte : la visita alle 4 basiliche o a qualche altra chiesa a seconda dei casi, preghiere speciali, digiuni (tre giorni: mercoledì, venerdì e sabato), elemosine, Confessione e Comunione. Ai confessori erano concesse ampie facoltà (" semel tantum" per ogni penitente) anche ca. i casi contemplati nella bolla che si leggeva "die Coenae Domini» (v. bulla in coena domini) e i religiosi e le religiose potevano scegliersi, senza licenza del Superiore, il loro confessore. Fuori Roma la pubblicazione del G. era riservata all'Ordinario il quale ne doveva stabilire le modalità contingenti.

L'indulgenza plenaria "ad instar" o "per modum», oppure "in forma Iubilaei» che di per sé non è che una consueta indulgenza plenaria, quando non le sono annessi i particolari privilegi giubilari, cioè le facoltà speciali ai confessori, non può considerarsi propriamente G. straordinario, come l'indulgenza «in forma iubilaci» concessa da Gregorio XVI (cost. Catholicae religionis, 22 febbr. 1842) per invitare i fedeli a pregare per le tristi condizioni della Chiesa in Spagna, senza punto accennare ai
detti privilegi. Diventa tale invece quando il pontefice la promulga in modo solenne con i predetti privilegi che sono sempre indicati nella costituzione pontificia.

Esistono anche alcuni G. straordinari locali : in S. Giacomo di Compostella, quando il 25 luglio cade di domenica (cf. Leone XIII, Ubi primum, I nov. 1884); nella chiesa primaziale di Lione, quando la festa di s. Giorgio cade il Venerdì Santo e quella del Corpus Domini coincide con la festa di s. Giovanni Battista, titolare della chiesa primaziale, il che accade
una volta ogni secolo; l'ultimo, nel 1943, riuscì grandioso (cf. A. Sachet, Le grand jubilé séculnire de Stfean de Lyon, 1451, 1546, 1666, 1734, Lione 1886, anno giubilare); nella chiesa di NotreDame di Le Puy quando l'Annunciazione ( 25 marzo) coincide con il Venerdì Santo; l'ultimo ha avuto luogo nel 1952 (cf. A. Boudon, Le grand pardon de N.-D. et l'igltse du Puy 9921921, Le Puy 1921, anno giubilare). Si credeva pure nel tardo medioevo e
più tardi ancora che si potesse lucrare una particolare indulgenza plenaria a Montmajour e a Comminges quando la festa dell'Invenzione della Croce cadeva di venerdì, ea Einsiedeln quando la festa della dedicazione della Chiesa ( 14 sett.) cadeva di domenica (cf. N. Paulus, Geschichte des Ablasses im Mittelalter, I, Paderborn 1922, p. 137; II, ivi 1923, pp. 19, 327; id., Geschichte des Ablasses am Ausgange des Mittelalters, ivi 1923, pp. 161, 188).

L'elenco dei G. straordinari che segue è stato compilato sul Bullarium Romanum (le lacune delle varie edizioni sono causa di molte incertezze) e sugli Acta di Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e Pio X. S'intende che il G. straordinario è universale quando non ci sono altre specificazioni; per ogni G. si indica la costituzione pontificia con la relativa data (fuori Roma il G. era indetto soltanto quando il vescovo riceveva la costituzione, talvolta solo molto tempo dopo, tantoché certi G. fuori Roma furono celebrati soltanto l'anno seguente) e il motivo della sua concessione.

Pio IV. Spiritus Omnipotente Dei, 13 nov. 1560: preghiere per la prosecuzione del Concilio di Trento (cf. St. Ehses, Concilium Tridentinum, VIII [V degli Acta], Friburgo in Br. 1919, pp. 100-102). Da notare che l'indulgenza non è detta «in forma Iubilaei», però Pio IV le ha annesso i privilegi giubiliari per le facoltà ai confessori.

Pio V. Cum gravissima, 9 marzo 1566: unione dei fedeli e difesa della cristianità contro i Turchi.

Sisto V. Virium nostrarum, 25 maggio 1585 : inizio del pontificato.

Clemente VIII. Quam semper cordi, 23 maggio 1596 : per la Francia: conservazione della fede cattolica nel Regno. - Omne datum, 26 febbr. 1599: per i sudditi di Filippo III di Spagna: giusto e fedele governo del Regno.

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Paolo V. Quod in omni, 28 giugno 1605 : inizio pontificato. - Benedictus Deus, 28 nov. 1608 : per i maroniti : elezione di un patriarca azlante. - Universo gregi, 10 ott. 1609 : per i sudditi del Regno di Polonia: aiuto divino per i bisogni del Regno. - Pastoris aeterni, 13 ott. 1610 : per il Perù : conversione degli infedeli. - Ecce tribulationes, 12 giugno 1617 : bisogni della Chiesa. - Dominus ac Deus, 13 genn. 1619 : bisogni della Chiesa.

Gregorio XV. Spiritus Domini, 17 marzo 1621: inizio del pontificato. - Pastoris aeterni, 4 febbr. 1623 : per i fedeli d'America.

Urbano VIII. Pastoralis officii, 31 ag. 1627: per i fedeli, sudditi dell'Impero etiopico. - Quod ab initio, 8 apr. 1628 : ringraziare Dio e chiedere suo aiuto. - Irritatus assiduis, 22 ott. 1629 : aiuto di Dio negli imminenti pericoli in varie parti dell'orbe cattolico. - Supplici Christi fidelium, 15 dic. 1631 : aiuto divino per le necessità della Chiesa. - Iteratis praecibus, 23 marzo 1634 : placare l'ira divina ed allontanare i pericoli dalla Chiesa, specie in Germanis. - Apostolatus nobis, 11 luglio 1636 : aiuto divino. - Publicae quietis, 3 marzo 1638 : per l'Italia e isole adiacenti : per ottenere la pace. - Suscitatis iam, 8 genn. 1643 : per Roma : per ottenere la pace. - Suscitatis iam, 12 dic. 1643 : per Roma: aiuto divino.

Innocenzo X. Immensaa Omnipotentis, 2 nov. 1644: inizio del pontificato. - Inter plurimas, 2 marzo 1648: per Roma: aiuto di Dio. - Salvator et Dominus, 8 genn. 1654 : per le province oel Belgio. - Salvator et Dominus, 12 giugno $1654:$ per ic Indie.

Alessandro VII. Unigenitus Dei, 14 maggio 1655 : inizio del pontificato. - E suprema, 21 luglio 1656 : Divino soccorso. - Ex quo humilitatem, 2 marzo 1661: aiuto di Dio contro i Turchi. - Omnipotent Deus, 16 febbr. 1663: Divino soccorso. - Quod iam pluries, 7 marzo 1664: celeste aiuto contro i Turchi.

Clemente IX. Placuit ineffabili, 18 giugno 1664: inizio pontificato. - Cum nos, 4 febbr. 1669: per la Francia: aiuto di Dio contro i Turchi. - Ex iniuncti, 6 maggio 1669 : per la repubblica Ragusina.

Clemente X. Cum inscrutabilis, 16 giugno 1670 : inizio del pontificato. - Inter gravissimas, 5 nov. 1672 : unione dei principi cristiani contro i Turchi.

Innnocenzo XI. Onerosam coram, 11 sett. 1681 : aiuto divino nelle presenti necessità della Chiesa. - In suprema, 11 ag. 1683 : aiuto di Dio contro i Turchi.

Alessandro VIII. Coelestis Patrisfamilias, 11 dic. 1689: inizio del pontificato.

Innocenzo XII. Ad Catholicae Ecclesiae, 12 nov. 1691 : inizio del pontificato. - Ubi primum, 8 dic. 1693 : pace fra i principi cristiani. - In sublimi, 4 dic. 1695 : pace fra i principi cristiani.

Clemente XI. In supremo, 25 febbr. 1701 : inizio del pontificato. - Ex eminenti, 2 dic. 1706 : pace fra i principi cristiani. - Ubi primum, 31 maggio 1715; aiuto divino contro i Turchi e felice esito della armi venete.

Innocenzo XIII. Superni dispositione, 27 maggio 1721 : inizio del pontificato.

Benedetto XIII. Cum inscrutabilis, 10 giugno 1724 e Nuper per alias, 24 luglio 1724 : inizio del pontificato. - Cum iustus, 2 genn. 1728 : per Roma, Italia e isole: aiuto di Dio nelle presenti necessità.

Clemente XII. Ubi primum, 9 sett. 1730 : inizio del pontificato. - E sublimi, 29 febbr. 1732: per Roma, Italia e isole : aiuto di Dio nelle gravi calamità del tempo. - Ecclesiae militantis, 4 dic. 1734: la pace universale. - Quam in ominibus, 25 apr. 1739 : per l'Italia : aiuto contro i Turchi e contro la peste.

Benedetto XIV. Laetitiora apostolica, 11 nov. 1740 : inizio del pontificato. - In suprema, 20 nov. 1744: per l'Italia e isole: minaccia della peste. - Cum multorum, 18 febbr. 1745 : per la Francia: minaccia della peste.

Clemente XIII. Venimus in altitudinem, 11 sett. 1758: inizio del pontificato.

Clemente XIV. Cum a Deo, 22 dic. 1769 : inizio del pontificato.

Pio VI. Magna atque innumerabilia, 28 febbr. 1782: per coloro che compiono opere buone dalla $4^{a}$ domenica di Quaresima alla domenica delle Palme. - Quae causa,

24 nov. 1792 : per le diocesi dello Stato pontificio : aiuto di Dio.

Pio VIII. In supremi, 18 giugno 1829 : inizio del pontificato.

Gregorio XVI. Plura post susceptam, 2 dic. 1832 : inizio del pontificato.

Pio IX. Arcano divinae Providentiae, 20 nov. 1846 : inizio del pontificato. - Ex aliis Nostris, 21 nov. 1851: per implorare la clemenza divina. - Nemo certe ignorat, 11 apr. 1869: Concilio Vaticano. Per il G. generale del 1850, non effettuato per la situazione politica, Pio IX concesse l'indulgenza - in forma iubilaei -

Leone XIII. Pontifices Maximi, 15 febbr. 1879: primo anno di pontificato. - Militans Iesu Christi, 12 marzo 1881: calamità della Chiesa e della Sede Apostolica. - Quod auctoritate, 22 dic. 1885 : pratica delle virtù cristiane. - Magni commemoratio, 8 genn. 1896 : per la Francia: XIV centenario del Battesimo di Clodoveo. Monumenta pietatis, 1 luglio 1896: Congresso eucaristico di Orvieto.

Pio X. Ad diem illum, 2 febbr. 1904: 500 anniversario della proclamazione dell'Immacolata; Universis Christi fidelibus, 8 marzo 1913: centenario costantiniano.

Pio XI. Ampicantibus nobis, 6 genn. 1929: suo G. sacerdotale - Quod nuper, 6 genn. 1933: XIX centenario della Redenzione umana. Solenne, con apertura della Porta Santa. - Vedi tavv. XLIX-L.

BbRL.: Le costituzioni a lettere pontifice citate nell'elenco si trovano: $1^{0}$ ) nella Bullarum, diplomatum et privilegiorum sancto. rum Romanorum Pontificum Taurinensis editio a cura di A. Tommasetti e di un gruppo di teologi e canonisti romani, 24 voll., Torino 1827-72 (giunge fino al 1740); si veda anche l'ed. di C. CoqueJnes. Bullarum, privilegiorum ac diplomatum RR. Pontificum, amplissima collectio, 14 voll., Roma 1739-62: $2^{\circ}$ ) nelle due edizioni della Bullarii Romani continuatio, 19 voll., Roma 1835-57, da Clemente XIII a Gregorio XVI: 10 voll., Prato 1843-67, da Benedetto XIV a Pio VIII: $3^{\circ}$ ) in Acta Gregorii papae XVI, 4 voll., Roma 1901-1904: $4^{\circ}$ ) in Pii IX Pont. Max. Acta.... quae ad Ecclesiam universam spectant, 7 voll., ivi 1854-78: $5^{\circ}$ ) in Leonis XIII Pont. Max. Acta, 23 voll., ivi 1881-1903: $6^{\circ}$ ) in Pii X Pont. Max. Acta, 5 voll., ivi 1903-14: $7^{\circ}$ ) in AAS, 2 (1913), pp. 8993: 21 (1929), pp. 5-11; 23 (1933), pp. 1-10. Cf. anche Theodorus a Spiritu Sanctu, Tractatus Historico Theologicus de Iubilaeo, Roma 1750, pp. 93-101; G. Moroni, s. v. in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XXXI, pp. 128-31. Per le questioni giuridiche relative si G. straordinari, antecedenti al diritto canonico odierno, cf. F. L. Ferraris, Iubilaeum, in Prompta bibliotheca canonica, iuridica, moralis, theologica, ed. dei monaci cassinesi, IV, Montecassino 1848, pp. 239-55, e Indulgentia, ibid., p. 280.
A. Pietro Frutaz
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(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Giubileo - Il martello e la cazzunla offerti a Pio XII dalle ACLI (Anno Santo 1950).

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GIUDA. - Quarto figlio di Giacobbe, nato da Lia, chiamato Jëhüdhäth "lode, plauso" (Gen. 29, 35; 49, 8). Cercò con Ruben di salvare Giuseppe (Gen. 37, 26 sg). Da Thamar ebbe Phares (Gen. 38; cf. Revue biblique, 34 [1925], pp. 524-46), antenato di Gesù (Mt. 1, 3 sg.). Carattere forte e fedele; per la sua eloquenza, per la nobiltà dei suoi sentimenti, ha nella famiglia di Giacobbe un posto preminente (Gen. 43, 3-10; 44, 14-34; 46, 28), che passa anche alla tribù che ebbe origine da lui (Gen. 49, 8-12).

La tribù di G. è la più numerosa (Num. 1, 26 sg .; 26, 19-21); le sue famiglie principali sono elencate in Num. 26, 19-21; I Par. 2. Nel deserto ha il primo posto nella disposizione d'accampamento e di marcia (Num. 2, 3-9; 10, 14) e nell'offerta dei sacrifici (Num. 7, 1217). Ricerce il primo e più importante lotto nella divisione della Terra Promessa (Ios. 15; cf. 14, 6-15). Dopo la morte di Giosuè è eletta a dirigere l'attacco contro i Cananei (Indc. 1, 1-19) e contro GabaaBeniamin (Indc. 20, 18).

Il territorio assegnatole confinava a nord con Dan e Beniamin (Ios. 18, 15-19; 19, 40-46) : una linea a curve irregolari che dalla foce del Giordano arriva a Minet Rübin sul mare; il Mar Morto era il limite orientale, il Mediterraneo quello occidentale; a sud arrivava fino a Cadesbarne (Ios. 15, 1-12; F.-M. Abel, [v. bibl.], II, pp. 46-50). Comprendeva 4 parti topografiche: il neghebh ("» paese secco, bruciato dal sole), contrada meridionale dalle sorgenti del Wâdi el-Halîl fino a Cades; il deserto di G., lungo tutto il Mar Morto; la montagna di G., zona parallela alla precedente, nella direttrice nord-sud di Hebron; la Jëphëlâh, colline degradanti fino alla pianura lungo il Mediterraneo. Il neghebh fu ceduto a Simeone (Ios. 19, 2-7). Territorio fertile, celebre per le vigne (Num. 13, 13. 25; Cant. 1, 13; II Par. 26, 10; cf. Gen. 49, 11 sg.), per gli estesi pascoli e le numerose greggi (I Sam. 25, 2; Am. 1, 1 sg.). La Bibbia nomina complessivamente 134 città di G. (Ios. 15, 21-62; con quelle di Simeone che le furono poi aggregate: Ios. 19, 1-7; F.M. Abel, II, pp. 86-93).

Durante il periodo dei Giudici, G. rimase nell'ombra; per la sua adattabilità, è la tribù che accolse nel suo grembo il maggior numero di stranieri (cf. II Par. 2). Ma con Saul e soprattutto con David, ed in seguito, G. riempie di sé la storia del Vecchio Testamento. D'ora innanzi i progressi della sua influenza e le vicissitudini del suo dominio sono come il fondo della storia del popolo di Dio.

Allo scisma, dopo Salomone, G. restò sola con la tribù di Beniamin, che assorbì (I Reg. 12, 20). E sola risorse dopo l'esilio (Esdra-Neemia). Mentre le 10 tribù del nord, con la scissione, si avviarono alla scomparsa definitiva, l'importanza di G. aumentò.

La sua supremazia appare eminentemente religiosa: da G. deve nascere il Messia. Le parole di Giacobbe (Gen. 49, 10) ricevono infatti luce dall'insegnamento profetico (Isaia, Michea, Geremia, Ezechiele), dall'opera del Cronista (Paraliponent, EsdraNeemia), e dai profeti posteriori (Aggeo, Zaccaria, Gioele, Malachia).

Il patto del Sinai, accentrato nel Decalogo (Es. 1920), essenza del jahrvismo, faceva delle 12 tribù il popolo di Jahweh, erede delle promesse divine. Le tribù del nord, cadute nel più crudo sincretismo, non ne fecero più parte. Il patto del Sinai si precisò nel patto di Dio con David e la sua discendenza e si restrinse alla tribù di G., cui fu esclusivamente attribuito il nome "Israele", l'eletto (I-II Par.). G. non poteva sparire, perché dalla stirpe di David doveva nascere il Messia (cf. Is. 7-12). La sua infedeltà verrà severamente punita : distruzione di Gerusalemme e del Regno, ma un "resto" le sarà sempre lasciato. Da questo "resto" (gli esuli del 597 : Ier. 24, 5; 29; Ex. 11, 14-20) risorgerà il nuovo Israele,
che attuerà finalmente le condizioni del patto del Sinai e che verrà elevato ed assorbito nel Regno del Messia (Is. 40-66; Ier. 30-31. 33; Ex. 34. 40-48).

Gli esuli che rientrano dall'esilio, ricostruiscono il Tempio, riprendono il culto, rinnovano il patto, sono della tribù di G.; la nuova comunità da essi formata è l'eletto Israele, legittimo erede delle promesse divine, prologo e preparazione immediata al regno messianico (Agg. 2, 6-9. 20-23; Zach. 6, 12-15; 8, 6-8, 20-23; Mel. 1, 11; 3, 1). Tale supremazia spirituale si manifestava tangibilmente nel Tempio, unico luogo dove era permesso il culto esterno a Jahweh. La sua distruzione nel 70 d . C. fu il segno più palese che l'antica alleanza era ormai finita, ed il Messia era già arrivato (Gen. 49, 10). G. aveva perduto la sua supremazia; ormai non c'era più né giudco né gentile, ma solo i rinati nel Cristo (Gal. 3, 26-29; Col. 3, 10 sg.).

Boll.: A. Legendre, Yuda, in DR. III, coll. 1755-71; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 8, 15, 355 ; II, ivi 1930, pp. 146-48, 312-14; III, ivi 1930, pp. 296328; A. Pohl, Historia populi Israë, Roma 1933, pp. 31-39, 133-35; R. De Vaux, Le reste d'Israël d'après les prophètes, in Revue biblique, 42 (1933), pp. 233-36; F.-M. Abel, Giuseophie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 104-106, 171 sg.; II, ivi 1938, pp. 46-50, 86-93, 103 sg., e Cories, II; F. Ceuppens, De prophetis messianicis, in Aut. Test., Roma 1933, pp. 61-64; A. Noordtsii, Les intentions du Chroniste, in Revue biblique, 40 (1940), pp. 161-68; S. Garofalo, La nazione profetica del resto d'Israele, Roma 1942; F. Spadafora, Ezechiele, Torino 1948, pp. 7, 93-95, 179 sg., 254-61, 346 sgg.

Francesco Spadafora

GIUDA BARSABA: v. BARSABA.
GIUDA il Fratello del Signore: v. GUdA tADDEO.

GIUDA Galileo. - Capo di una delle sommosse scoppiate in Palestina contro il dominio romano, in occasione del censimento indetto dal senatore P. Sulpicio Quirinio, legato in Siria ( $6-7$ a. C.). G. era nativo di Gamala nella Gaulonitide, ma detto generalmente il "Galileo". Non sembra che fosse identico con il Giuda, figlio di Ezechia, che diresse l'insurrezione dopo la morte di Erode il Grande (4 a. C.).

Unitosi con il fariseo Saddoc, G. proclamò la disobbedienza ai Romani, dichiarando indegno che un giudeo tollerasse "padroni mortali dopo Dio" (Flavio Giuseppe, Bell. Ind., II, § 118; Antig. Ind., XVIII, §§ 4-9, 23-25). Dopo vari scontri G. fu ucciso; ma la sommossa non rimase senza effetti. La sua riuscita iniziale è documentata dalla breve rievocazione di Gamalele 25 anni dopo (Act. 5, 37). Il gesto di questo capopopolo aveva anche un motivo religioso-messianico: intendeva affrettare l'avvento del Messia l'aturatore dalla tirannia romana. Poliito il suo tentativo, G. ebbe dei continuatori negli zeloti (v.). Nel $46-48$ d. C. il procuratore Tiberio Alessandro fece crocifiggere due figli di G. (Fl. Giuseppe, Antig. Ind., XX, § 102). Un altro suo figlio, Menahen, fu uno dei principali insorti contro i Romani nel 66 d. C. (id., Bell. Ind., II, §§ 433-48).

Biel.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, I, 3*-4* ed., Lipsia 1901, pp. 420-67; M.-J. Lagrange, Le Yudaisme avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 213-14; F. Jackson, J. Finkes e Kirsopp Lake, The beginnings of Christianity, I, Londra 1920, pp. 421-25. Angelo Penna

GIUDA Iscariota. - Apostolo, tristemente famoso per aver tradito Gesù. Figlio di un Simone, della città di Qërijjibth (Io. 6,72; 13, 2.26), forse l'odierna Hirbet el-Qarjatejn, cittadina della Giudea meridionale, fu chiamato all'apostolato ( $L c .6,16$ ) e costituito amministratore del gruppo dei "dodici" (Io. 12, 6; 13, 29). Tradi il Maestro per trenta monete d'argento (Mt. 26, 14 sg. e testi paralleli), Commensale all'Ultima Cena, non pare abbia partecipato alla Comunione eucaristica (Io. 13, 2-32). Condusse co-

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(fol. Alinari)
Giuda Iscariota - Il bacio di G. Particolare del musaion della parete superiore destra di S. Apollinare Nuovo (sec. vi) - Ravenna.
loro che andarono a catturare il Redentore (Io. 18, 3; Act. 1, 16); tradì il Maestro con un bacio (Mt. 26, 49 e testi paralleli); fu anch'egli prostrato da Gesù con le parole: «Sono io" (Io. 18, 5) e dopo la condanna di lui si impiccio ( $M t .27,3-5 ;$ Act. 1, 18).

Negli elenchi degli Apostoli G. è sempre nominato ultimo, con la nota infamante di «il traditore» (Mt. 10, 4; Mt. 3, 19; Le. 6, 16). Gesù conosceva sin dall'inizio "chi fosse il traditore" (Io. 6, 64) e lo indicò con i titoli: "un diavolo" e "figlio di perdizione" (Io. 17, 12). Ma non si deve ritenere che G. fin da principio avesse brame perverse o che fosse un intruso nel collegio apostolico; fu eletto da Gesù assieme agli altri : doveva avere capacità pratiche e buone qualità che lo resero degno d'essere eletto apostolo ed economo.

La crisi incominciò forse nella sinagoga di Capharnaum, ove la risposta di Gesù a Pietro lascia capire che G. non condivideva la fede del capo degli Apostoli (Io. 6, 70 sg.). Più di Pietro, G. dové essere scandalizzato dalle reiterate predizioni della Passione di Gesù (Mt. 16, 21-23; 17, 22 sg.; 20, 18 sg.). Andò poi aumentando in lui l'avarizia che ne fece un "ladro" (Io. 12, 6), e dovette scottargli il rimprovero di Gesù alla cena di Bethania (Io. 12, 7 sg.), ove apprese, dalle parole del Maestro, che le fine di lui era ormai prossima. Di ciò ebbe conferma dopo l'entrata gloriosa di Gesù in Gerusalemme, quando Gesù accennò alla propria Crocifissione (Io. 12, 32). Allora la crisi scoppiò. E G. andò dai sacerdoti a domandare quanto gli avrebbero dato perché consegnasse loro il Maestro (Mt. 26, 14). E difficile stabilire il movente psicologico del tradimento. Gli Evangelisti, oltre al disegno di Dio (Io. 13, 18; 17, 12; Act. 1, 16), additano l'avarizia. Ma questa non spiega appieno la condotta di G. dopo la condanna di Gesù. Dovertero contribuire al tradimento di G. amore per il denaro, orgoglio ferito, illusioni cadute, e non è da escludere un certo amore per Gesù, amore umano che risorse quale impeto di disperazione quando apparvero chiare le conseguenze dell'orrendo fallo. Allora G., restituito il denaro, andò a impiccarsi ( $M t$. 27, 5); la corda si ruppe o il ramo si piegò ed egli, battendo a terra, "crepò nel mezzo" (Act. 1, 17).

La leggenda costrui anche su G. Mentre il Vangelo arabo dell'infanzia lo dà invasato dal demonio sin da bambino, Papia fa cenno di alcuni che lo credevano sopravvissuto alla impiccagione (in F. X. Funk, Patres ap., Paderborn 1901, pp. 360-63).
G. trovò nel corso dei secoli anche i suoi
apologisti. Dai cainiti del sec. it sino ad un Roué del secolo attuale, attraverso E. Renan, Petruccelli della Gattina, G. Bovio, ecc., una scia di ammiratori ha cercato di difenderne la persona ed il gesto, od almeno di scusarlo. Ma contro ogni tentativo di riabilitazione sta la parola di Gesù : "Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a colui per opera del quale egli viene tradito: sarebbe meglio per lui che non fosse mai nato" (Mt. 26, 24).

Bibl.: W. Creisenach, Judas Ischarioth in Legende und Sage des Mittelalters, Halle 1875; W. Wrede, Vorträge und Studien, Tubinga 1907, pp. 127-46; D. Bergamaschi, G. I. nella leggenda, nella tradizione e nella Bibbia, in Scuola cati., 15 (1909), pp. 292 303, 413-36, 574-80; D. Haugg, Judas Isharioth in den neutestamentlichen Berichten, Friburgo in Br. 1930; R. B. Halas, Judas Iscariot. A scriptural and theological study of his person, his deeds, and his eternal lot, Washington 1946.

Fedele Pasquero
Iconografia. - 1. Archeologia. - In alcuni sarcofagi cristiani si osservano due scene successive di G. con il Redentore; la prima rappresenta l'incontro, quando il traditore si appressò salutando: "ave Rabbi"; il secondo momento è il bacio (Mt. 26, 47-48). Così nel sarcofago di Servanne (Wilpert, Sarcofagi, tav. 15, 2). Della scena del bacio di G. si conoscono più esempi nei sarcofagi, tra i quali uno noto fin dal tempo di A. Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 431); altri editi dal Garrucci e dal Le Blant. Tra questi si ricordano i sarcofagi di Verona (Wilpert, Sarcofagi, tav. 150, 2) di Arles (ibid., tavv. $32,3 ; 148,2 ; 217,3$ ). Nei sarcofagi si ha un solo esempio dell'impiccagione di G. in Arles; di esso il Wilpert riconobbe nel Museo di Nimes il frammento con la testa di G. a doppia faccia; l'artista volle così esprimere la falsità (ibid., tav. 15, 1).

Nell'arte non cimiteriale G. è rappresentato in una delle colonne di S. Marco in Venezia quando va a ricevere i trenta denari (Venturi, I, fig. 252). Nella cassetta eburnea di Brescia G. addita Gesù ai soldati (J. Kollwitz, Die Lipsenothek von Brescia, Berlino 1933, p. 15, tav. 1).

Nell'Evangeliario di Rabbùlā, G. al Gethsemani abbraccia il Redentore (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1876, tav. 138); nel ciclo dei musaici di S. Apollinare nuovo (sec. vi) è rappresentato prima il bacio di G., come in una delle colonne di S. Marco in Venezia, e poi nell'atto di riconsegnare a Caffa il prezzo del suo tradimento, scena questa che si riscontra in un dittico della cattedrale di Milano e in una delle colonne del ciborio di S. Marco. Nel ciclo musivo di una basilica della Spagna, forse a Saragozza, era affigiato G. impiccato all'albero, come viene attestato dal distico illustrativo, dettato da Prudenzio (Dittochalon, n. 41); questa scena si riscontra più volte; ad es., nella Lipsenoteca di Brescia (J. Kollwitz, op. cit., p. 32, tav. 5); in un avorio del Museo di Londra (O. M. Dalton, Catalogue of the ivory carviogs of the christian era of the British Museum, Londra 1909, n. 291); in un dittico della catte-
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(da A. Muñoz, Codex purpureus Romanensis, Roma 1901, tav. 18) Giuda Iscariota - G. restituisce i denari e s'impicca. Miniatura del "codice purpureo" di Rossano (sec. vi).

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(ist. Orlandini)
Giuda Iscariota - G. riceve i trenta domari. Rilievo posto all'entrata della cripta della Cattedrale - Modena (sec. xit).
drale di Milano (Venturi, I, fig. 390); nel «codice purpureo» di Rossano (A. Muñoz, Codex purpureus Rossanensis, Roma 1907, tav. 12); nell'Evangeliario di Rabbülâ (R. Garrucci, op. cit., III, tav. 138, 1); in una delle colonne del ciborio di S. Marco (Venturi, I, fig. 259).

In alcune iscrizioni cristiane di Roma, di Capua, di Nola e di Ravenna si leggono espressioni deprecatorie per il violatore di sepolcri, al quale si minaccia o che "anathema habeat de luda» o "cum luda partem habeat».

Bibl.: H. Leclercq, Indas, in DACL, VIII, coll. 222-79; Wilpert, Sarcofagi, pp. 314-16. Enrico Josi
2. Arte. - A prescindere dalla sua comparsa nelle innumerevoli immagini dell'Ultima Cena, le raffigurazioni del bacio e della cattura formano un elemento essenziale dei cicli della Passione nei monumenti medievali bizantini e italiani (mussici in S. Marco a Venezia e a Monreale; affreschi in S. Angelo in Formis; porte di Bronzo a Benevento e Monreale) raggiungendo con l'affresco di Giotto nella cappella dell'Arena a Padova il più alto livello artistico. L'ulteriore sviluppo iconografico dei temi suddetti riguarda l'introduzione di particolari veristici nell'atteggiamento degli sbirri (cf., ad es., le stampe del tardo gotico tedesco e ancora le tre silografie del Dürer); gli artisti del Rinascimento si sperimentarono nella riproduzione d'una scena notturna.

Delle altre scene con G. come protagonista, la corruzione mediante i trenta sicli s'incontra per la prima volta nel sec. IX (Salterio Chludov a Mosca); nell'Occidente i relativi esempi si dividono tra la Germania (Evangeliario di s. Bereward a Hildesheim, ca. 1000; rilievo nel coro del duomo di Naumburg, ca. 1270), la Francia meridionale (rilievi romanici nei fregi di St-Gilles e di Beaucaire) e l'Italia (rilievo nella già citata colonna del ciborio di S. Marco, il rilievo del duomo di Modena, quadro di Duccio a Siena, affreschi di Giotto a Padova e di Berna a S. Gimignano). Al contrario del pentimento di G., del quale la colonna del ciborio a Venezia dà una delle rarissime rappresentazioni, la punizione del traditore cioè la sua impiccagione, già rintracciata in un avorio a Londra del 400 ca ., si ritrova nell'Evangeliario di Rabbülâ, in miniature bizantine, nelle Bibbie catalane (ca. 1000) nonché nella colonna del ciborio a Venezia. Con l'andamento dei tempi si manifesta la tendenza di rendere la scena del suicidio, originariamente limitata agli elementi strettamente essenziali, quanto mai raccapricciante : con riferimento al testo Act. 1, 18, i rilievi duecenteschi nel portale della Calenda a Rouen e nella facciata centrale di Reims dimostrano le viscere che escono dal corpo sventrato, mentre in un rilievo a Strasburgo (ca. 1300) le estrae il diavolo stesso.

Bibl.: W. Forte, Indas Ischariath in der bildenden Kunst, Berlino 1883; K. Künste, Jhonographie der christlichen Kunst, Friburgo in Br. 1928, pp. 412, 427-31, 433-34; E. Lucchesi Palli, Die Passions-und Endizemen Christi auf der Ciboriumszäule von S. Marco in Venedig, Praga 1942, pp. 48-58, 68-71, 167-70, 173.

Kurt Raths
It. Vangelo di G. I. - Apocrifo, di cui si ha notizia in s. Ireneo (I, 31, I : PG 7, 704) ed in s. Epifanio (Haer., 38, r. 3: PG 41, 654-66). Fu composto nella setta dei cainiti (v.), i quali ritenevano G. come un eroe, il solo Apostolo che avesse compreso Gesù. L'apocrifo, che doveva essere una riabilitazione del suo protagonista, non è giunto sino a oggi; la mancanza di notizie impedisce di farsi un'idea del suo contenuto.

Bibl.: O. Bordenhewer, Gesch. der altchristi, Literatur, Friburgo in Br. 1902, p. 324; E. Hennecke, Neutestamentliche Apokryphen, Tubinga 1924, p. 68.

Fedele Pasquero
GIUDA Levita (Tehüdhäh ben Sémü'êl hal-Lêvî, in arabo Abû 'l-Hasan b. al-Lewî). - Poeta ed apologista ebreo, n. nel 1070 (o 1075) a Tudela. Visse poi a Toledo e altrove in Spagna. Ebbe per amici molti poeti e letterati, fra cui Möšeh ibn 'Ezrä', e molti protettori influenti.

Le sue poesie giovanili sono bacchiche, amorose, floreali, enigmi; nell'età matura scrisse poesie di contenuto religioso e morale, talune pervase di dolore per le sorti del suo popolo. In quanto alla forma, subì l'influenza della poesia araba contemporanea, ma si distinse da questa per maggiore compostezza. Celebre il canto per Sion, la Sionide. Il sorgere della pseudomenzic Möšeh Dérz'i suscitò molti motteggi satirici da parte di musulmani. Per dimostrare la superiorità della Rivelazione biblica sul neoplatonismo e l'aristotelismo, G. redasse il dialogo hab-Küzârî ( $\times$ Il casaro $\times$ ), il cui titolo arabo era: Kitâb al-huğ̆̆ah wa 'd-dalîl fî nasr ad-flu ad-dalîl ( $\times$ Libro della prova e del fondamento in difesa della religione disprezzata $\%$, opera di sionismo teologico. Il re dei Casari riconosce la superiorità della religione ebraica. Vinto dalla nostalgia per Sion, G. intraprende il viaggio verso la Terra Santa. Frutto del viaggio sono i poemi sulle visioni d'Egitto e i canti marinari. Raggiunse la Palestina? Dove e quando mori? Nulla di sicuro.

Bibl.: La migliore edizione dei poemi fu curata da H. Brody, Dludu des Abu-l-Hasan Yehuda ha-Levî, 4 voll., Berlino 1901-30. Cf. inoltre: J. Gordon, Yehuda Halsey, in Enc. Yad., VIII, coll. 965-90 (con abbondante bibl.); H. Schirmann, Ephâ' nâlddh Y. hal-Lêvî, in Tarbîs, 10 (1939), pp. 237-39; J. Millia Vallicrosa, Poesia sagrada hebraicoespahola, Madrid-Barcelona, 1940, p. 97; id., Yehudâ ha-Levî como poeta y apologista, ivi 1947; G. Valda, Introduction à la pensée juive du moyen âge, Parigi 1947, pp. 110-18, 226.

Eugenio Zolli
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(ist. Orlandini)
Giuda Iscariota - G. presente all'Ultima Cena. Ministura di N. Glockendon di Norimberga (1534) nelle Meditationes in vitam Jesu-Christi - Modena, Bibliotece Estense, Ms. 6, U. 6. 7,lol. $32^{\circ}$.

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GIUDA Maccabeo: v. macCabel.
GIUDA il Santo. - Tannaita (v. talmud), detto anche G. il Principe (Jèhûdhāh han-Nāsî́), n. ca. il 135, m. nel 210 d. C. Pose le basi della redazione della Mišnāh. Era considerato il Maestro per eccellenza, e perciò chiamato Ruòol. Fra i suoi maestri vanno annoverati R. Sim'ôn ben Jôhā'l, R. 'El'āzār ben Sāmmûa', R. Ja'āqóbh ben Qoršaj. Il più insigne discepolo e collaboratore di G. era R. Hijjā'. In qualità di patriarca divenne capo scuola e presidente del tribunale.

Di residenza prima a Bèth Še'ārim in Galilea, ma siccome la determinazione delle neomenie era legata al soggiorno in Giudea, ai trasferi prima a Tiberiade, e poi, per ragioni di salute, a Sefforia. Sotto la sua guida, fu raccolto il materiale tannaitico, servendosi della raccolta fatta in antecedenza da R. Mé'rr, la quale a sua volta è basata su materiali raccolti da R. 'Aqlbā' (v.). Le norme non accolte nella Mišnäh di G. entrarono a far parte della Tôsephta' (v.). La Mišnäh contiene anche parecchie norme stabilite dallo stesso G.

Pur essendo umile (disse: "Molto ho imparato dai miei maestri, più dai compagni e più ancora dai miei discepoli"), G. tendeva all'intransigenza di fronte agli ignoranti e agli eretici, ma anche a questo riguardo prevaleva in lui spesso la bontà innata. G. cercava di mantenere buoni rapporti con i Romani.

Bibl.: J. Bernstein, Jebada havmasi, in Enc. 7ud., VIII, pp. 1023-35; Ch. Albeck, Untersuchungen über die Redaktion der Mischen. Berlino 1936, passim.

Eugenio Zolli
GIUDA Tladoeo. - Apostolo, distinto negli elenchi dall'omonimo traditore con la qualifica di G. [fratello] di Giacomo (in $L c .6,16$ al penultimo posto; in Act. 1, 13, all'ultimo posto, mancando l'Iscariota), oppure con l'epiteto di Taddeo (in Mt. 10, 3 e $M t .3,18$, al terzultimo posto). Invece di Taddeo ( $=$ "dal largo petto, magnanimo") hanno Lebbeo ( $=$ "coraggioso "), in Mt. 10, 3, i codici D, k, Origene. Altri testimoni del testo uniscono Lebbeo a Taddeo (EFGKL). Alcuni codici dell'antica latina scrivono Judas Zelotes (a b g h q).

Alcuni, seguendo la recensione araba ed olandese del Diatessaron di Taziano (v.), pensano che l'espressione G. di Giacomo significhi "G. figlio di Giacomon. Ma in formole di questo genere, quando il personaggio in genitivo è più noto del padre, l'articolo тoû ( $=$ "del ") può sottintendere un altro grado di parentela. P. es., in $M t .15,14$ "Maria di Giacomo" non significa "figlia di Giacomo", ma "madre di Giacomo", ossia del celebre Giacomo il Minore (v.), capo della Chiesa di Gerusalemme. L'autore dell'Epistola di G. si qualifica chiaramente "G. fratello di Giacomo". Per la parentela di G. con Giacomo e Gesù v. giacomo il minone.

Io. 14, 22 conserva una domanda rivolta da G. "non quello Iscariota" a Gesù nell'ultima cena: "Signore, come mai ti manifestasti a noi e non al mondo?".

La tradizione è incerta sul resto della vita di G. Secondo Niceforo Callisto, G. avrebbe pescato con la rete evangelica dapprima nella Giudea, nella Galilea e nella Samaria, poi nelle città della Siria e della Mesopotamia e sarebbe morto ad Edessa, città di Abgar (PG 145, 864). Eusebio (Hist. eccl., I, 13: PG 20, 124) e gli scrittori siri distinguono il nostro G. T. dal Taddeo (Addaj) che si recò ad Edessa da Abgar. Secondo i siri avrebbe subito il martirio ad Arad, presso Beirut.

Nella liturgia latina è unito all'apostolo Simone ( 28 ottobre) ed è invocato dal popolo nei casi disperati.

Bibl.: Oltre alle introduzioni ed ai commenti all'Epistola di G. (J. Chaïen, A. Charue, P. De Ambrozzi), cf. J. Assemani Bibliotheca Orient., III, II, Roma 1728, p. 13.

Epistola di G. - Ultima delle sette epistole cattoliche del Nuovo Testamento.

Dopo l'iscrizione e gli auguri (vv. 1-2), l'autore indica lo scopo per cui scrive: "per esortarvi a com-
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(Jeb. Alinari)
Giuda Taddeo - Martirio dei ss. Simone e G. T., dipinto di scuola tedesca (sec. xv) - Pinacoteca Vaticano.
battere per la fede" contro gl'intrusi falsi maestri (3-4). Contro costoro pone in guardia i lettori citando esempi dalla storia biblica e dalle tradizioni giudaiche (vv. 9-16). Ribadisce moniti e direttive (vv. 17-23) e conclude con una bella dossologia (vv. 24 sgg.). L'autore si presenta come "G. servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo" (v. 1). Il termine "servo" non esclude che sia un apostolo, e precisamente G. Taddeo.

Quanto alla genuinità e canonicità, assai probabilmente la G. è già usata da II Pietro. E citata nel Canone muratoriano (lin. 68 sg .), è attribuita all'apostolo G. da Tertulliano (De cultu foem., 1, 3: PL i, 1308), è commentata da Clemente Alessandrino (PG 9, 731), accettata nel canone da Origene (PG 12, 857; 13, 877). E conosciuta dalla Didachè (2, 7), da Policarpo, da Teofilo Antiocheno ed altri.

Eusebio l'elenca tra i libri discussi (antilegomeni : Hist. eccl., III, 25: PG 20, 269). La ragione dei dubbi sulla canonicità è indicata da s. Gerolamo nel fatto che l'Epistola di G. sembra citare l'apocrifo Henoch (De viris ill., 4: PL 23, 845). Per conto loro Eusebio e s. Gerolamo la usano come S. Scrittura.

Gli avversari della canonicità, citati da s. Gerolamo, si fondavano specialmente sul fatto che G. cita l'apocrifo Henoch (v.) cosi: "Profetò appunto anche per costoro il settimo [patriarca] dopo Adamo, Henoch dicendo: Ecco che viene il Signore ecc." (vv. 14-15). Queste parole si leggono effettivamente anche nei frammenti greci di Henoch, 1, 9.

Per risolvere questa difficoltà, alcuni antichi, con Tertulliano e s. Agostino, pensavano che effettivamente Henoch avesse scritto qualcosa di ispirato; ma s. Gerolamo osservava che non s'intende approvato tutto un libro quando se ne trova approvata una piccola parte (In Tit., 1, 12: PL 26, 571). Alla questione si dànno altre soluzioni: si fa notare che il termine "profeta" può essere usato in senso improprio: cosi è chiamato Epimenide (v.) da s. Paolo in Tit. 1, 12; il verbo "profetare" presso gli scrittori apocalittici giudaici conosciuti da G. e dai suoi lettori giudei significava spesso "comporre delle visioni fittizie, attribuite a celebri personaggi antichi". Così si salva l'inermenza, supponendo che autore e lettori conoscessero quell'artificio letterario dell'apocalittica.

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Il prologo s'indirizza genericamente: «ai chiamati, diletti in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo». Ma dal contesto e dal fatto che l'autore si qualifica "fratello di Giacomos, risulta che la Epistola di G. non è una circolare, bensì uno scritto destinato a determinati lettori giudeocristiani della diaspora, ai quali si era già rivolto Giacomo con la sua epistola. Tra i lettori si erano infiltrati dei falsi dottori che facevano una specie di sincretismo fra giudaismo, paganesimo e cristianesimo. G. pone in guardia i falsi contro tali empi, disonesti, che sono "lordure nelle agapi" (v. 12), che rinnegano l'unico padrone e signore nostro Gesù Cristo (v. 4), che contaminano il loro corpo, sprezzano la sovranità, insultano le glorie angeliche (v. 8), che sono mormoratori, superbi (v. 16).

La Epistola di G. sembra composta dopo la morte di Giacomo (a. 62) e prima di II Pietro, che ne usa (a. 67). Si può con il Cornely fissare una data approssimativa verso il 65 . J. Chaine, che ritiene pseudoepigrafa II Pietro, cerca la data di composizione della nostra tra il 70 e l'8o. Gli acattolici sono discordi : alcuni, con Jülicher, scendono al 180; il Renan, che vi scorge uno scritto antipaolino, risale fino al 54 .

Numerosi semitismi confermano l'origine ebraica dell'autore. Lo stile è semplice, vivace, amante del cosiddetto triplet (espressioni analoghe che vanno a tre a tre): ad es., vv. 2.4.6-7.8.11.19.20 sg. 22 sg.

Le principali verità del Credo sono contenute in questo breve scritto; in particolare è sviluppata la dottrina riguardante gli angeli e i demoni.

BibL.: P. De Ambroggi, Le epistole cattoliche, $2^{\circ}$ ed., Torino 1949, pp. 4-8 e 291-315 (per un'ampia bibl.). Tra le opere più recenti: M. Sales, La S. Bibbia, Nuovo Test., II, ivi 1914, pp. 601-609; A. Charue, Les épîtres catholiques (L. Pirot, La Ste Bible, 12), Parigi 1938, pp. 571-79; J. Chaine, Les épîtres catholiques, Parigi 1939, pp. 270-357. Tra i non cattolici giovanop per la filologia J. B. Mayor, The epistle of st. Jude and the second epistle of st. Peter, Londra 1907; Fr. Hauck, Die Kirchenbriefe, $5^{\circ}$ ed., Gottinga 1949, non riconosce genuina nessuna delle sette epistole cattoliche.

Pietro De Ambroggi
GIUDAISMO. - Religione e istituzioni del popolo d'Israele, che si costituirono in forma definitiva sin dal tempo dell'esilio babilonese (sec. vi a. C.), quando Israele si trovò ridotto alla sola tribù di Giuda (v.).

Prima dell'esilio la religione ebraica ebbe come sommo «mediatore» (Gal. 3, 20) Mosè (v.), la cui Legge (v.) contiene le norme della vita religiosa e sociale del popolo, fondata sui capisaldi dottrinali del monoteismo e della Retribuzione. Principali rappresentanti ed interpreti di questa religione furono i Patriarchi (v.) e i Profeti (v.), mentre i capi del popolo e i ministri del culto (sacerdoti e leviti) avevano il compito di tutelarne la tradizione.

Il g. si compone di credenze e pratiche, derivate dalla Bibbia e dalla tradizione, che costituiscono il patrimonio comune dei farisei, sadducei, esseni e anche degli ambienti popolari.

Le fonti scritte per la conoscenza del g. sono, oltre la Bibbia: 1) le opere di Filone; 2) le opere di Flavio Giuseppe; 3) vari scritti rabbinici: a) i libri giuridici dei secc. II e III (Mèghilàah Ta'ânith, Mitnâh, Tâsephîâ') e i commenti ai 4 ultimi libri di Mosè, di carattere prevalentemente giuridico (Mèhhîlthâ', Sìphrâh, Sìphrê, a cui si può aggiungere il Sedher 'Ôlâm, specie di cronaca; b) il Targum (v.); c) il Talmud (v.); d) i Miêhrâf (v.). Anche gli apocrifi del Vecchio Testamento sono di qualche utilità per conoscere l'ambiente ideologico, in cui si è venuto formando il g.

Sommario: I. Religione. - II. Filosofia durante il medioevo.
I. Religione. - Il popolo ebreo è un popolo essenzialmente religioso. Dio è per lui Padre e Re, ma è anche il Santo, del quale il popolo è tenuto a riprodurre la santità. I rapporti con Dio si esplicano attraverso il culto (mezzo di rendere omaggio al

Dio trascendente) e l'osservanza delle regole, che tendono a consacrare l'uomo a Dio. La religione è fondamentalmente nazionale.

1. Dio. - L'esistenza di Dio è un dato di fatto e non ha bisogno di essere dimostrata : Dio non può esser conosciuto che per rivelazione; egli è l'unico, e al di fuori di lui non ci sono altri dèi.

Malgrado numerosi antropomorfismi si tende (e sempre più a partire dal sec. III a. C. ad esasperare la trascendenza di Dio. Il nome terragriammato di Dio, Jahweh, nome proprio, personale di Dio, è sostituito da 'Adhânaj («Signore»), e, nel Targum, Dio è addirittura indicato con Mênmê' ("Parola»). Ciò è probabilmente dovuto, fra l'altro, al timore di profanazioni idolatriche. La trascendenza di Dio è soprattutto sottolineata negli scritti apocrifi, mentre i rabbini sono più riservati; pare anzi che ritenessero estremamente pericoloso per l'uomo che non fosse «saggio e intelligente " approfondire tale studio. Attributo importantissimo di Dio è la sua "santità"; per Isaia Dio è «il Santo d'Israele»; le preghiere qaddîf e qêdhûtâh celebrano la santità di Dio. Dal sec. II è poi frequentissima presso i rabbini l'invocazione: «il Santo, che sia benedetto». Dio è fonte d'ogni santità, intendendo con tale epiteto purezza assoluta e potenza infinita, e tale santità, esistente allo stato assoluto in Dio, si comunica, relativamente, agli uomini attraverso il patto (bêrîth), imponendo loro determinati obblighi, perché si rendano degni di Dio, contraente maggiore di esso. La potenza di Dio fa parte integrante della sua "santità"; Dio compie prodigi per esser santificato fra i popoli; perciò le dimostrazioni d'impotenza e le sconfitte del popolo santo sono profanazioni del "nome di Dio". La potenza di Dio viene a coincidere con il nostro concetto di Provvidenza: Dio veglia costantemente sul suo popolo. In quanto all'operare o meno di Dio nell'anima dell'uomo, i dottori palestinesi si limitano a credere che Dio assiste l'uomo nella via che egli stesso si è scelto; mentre molti apocrifi affermano che Dio dà all'uomo un cuore pura. Le opinioni sulla predominazione sono diverse: i farisei, secondo Flavio Giuseppe, arrivano a conciliare fatalità e libertà umana, mentre gli esseni non pongono limiti al destino, e i sadducei gli negano fede.

Dio tuttavia è presente ovunque, e Gamalicè afferma che Dio si è rivelato in un roveto per dimostrare che "non c'è luogo vuoto della tehhîndh" (termine derivato da un verbo che significa "abitare", indica la presenza di Dio, sentita come "gloria " e come assistenza).

I miracoli sono universalmente riconosciuti, tuttavia si tende a riunere più importante di essi l'attività provvidenziale ordinaria e si afferma che i prodigi non possono prevalere contro le decisioni rabbiniche che fanno stato.

Fra la giustizia e la misericordia di Dio, si tende a far prevalere la seconda sulla prima; e il p