volume-06

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 $50^{\circ}$ anniversario della sua proclamazione a patrono della Chiesa (ibid., 13 [1921], p. 158).

Basi...: O. Pfülf, Die Verehrung des hl. Joseph in der Geschichte, in Stimmen aus Maria Laach, 38 (1890), pp. 137-61, 282-302; C. A., Le décalogpauens historique du culte de si Joseph, in Rev. bonédeties, 14 (1897), pp. 104-14, 149-55, 203-209; B. Plaine, De cultu s. Joseph patroni Ecclesiae catholicae, in Studien und Mittel, aus d. Brendert. und Cisterc. Orden, 19 (1808), pp. 369582; M. Righenti, Manuale di storia liturcica, II, Milano 1046, pp. 298-300.

Pietro Siffrin
V. Nella iconografia. - S. G. è affigiato nell'arco trionfale di S. Maria Maggiore in aspetto virile, barbato, in tunica e pallio: l'angelo è in atto di rassicurarlo secondo il testo di S. Matteo (1, 19-22; Wilpert, Mosaihen, tav. 55); torna nella scena della presentazione al Tempio (id., op. cit., tavv. 57-60); poi nell'episodio dell'incontro col re Afrodisio (id., op. cit., tavv. 66-68). Nella cattedra eburnea di Massimiano, a Ravenna, s. G. figura sempre in tunica e pallio, sia nella prova delle soque amare, come nel sogno, nell'andata a Bethleem, nell'adorazione dei Magi; era pure effigiato nel sacello Vaticano di Giovanni VII (705-707) nella Natività, nell'adorazione dei Magi, nella presentazione al Tempio. In Oriente s. G. figura seguite dai suoi servi nella rappresentazione del censimento di Quirino nei mosaici di Kahrić-djami in Costantinopoli (monastero di Chora; sec. xiv); negli affreschi di Mistra Peribleptos (sec. xiv), s. G. riceve dal S. Sacerdote il bastone fiorito. Nelle colonne del ciborio di S. Marco figura quale vegliardo protettore della Vergine, stringendo la verga fiorita. Di particolare interesse sono le rappresentazioni di s. G. in Giotto a Padova, Taddeo Gaddi nella cappella Baroncelli in S. Croce, Nicola e Giovanni Pisono nei pulpiti di Siena, Pisa e Pistoia e Arnolfo nel presepe di S. Maria Maggiore a Roma. Nel duomo di Limburg (sec. xiri) s. G. è raffigurato come giardiniere della vigna divina.

Solo nel "tondo Doni", di Michelangelo, agli Uffizi si avrà una raffigurazione potentemente espressiva del tipo per cui s. G. assume il carattere del capo di famiglia chiamato da Dio a tale altissimo compito. Contemporaneamente in Germania gl'intagliatori diffondono le eccelse immagini del Santo dovute al Dürer ed agli scultori delle statue lignee di Dottighofen e di Remdemburgo (1459). Alla fine del Seicento si trova in Spagna tutta una serie di dipinti (Il riposo in Egitto di Bartolomé Gonzales, la Circuncisione di Roelos, la S. Famiglia di Zurbarán) che presentano s. G. quasi nelle vesti di un patriarca del Nuovo Testamento e con il preciso incarico di proteggere e di educare il divino fanciullo. Compizono contemporaneamente precisati gli attributi della sega e dell'accetta. Tale raffigurazione compare in forma perfetta nel quadro di Herrera, che pone s. G. seduto con il bimbo sulle ginocchia, e nei numerosissimi dipinti del Murillo, in cui il Santo tiene per mano o accompagna il piccolo Gesù. Nel grande quadro della chiesa dei Cappuccini di Cadice s. G. sostiene il bimbo già cresciuto. Nel quadro di L. G. Carlier s. G. viene addirittura incoronato da esso. Nelle raffigurazioni posteriori, come nel Tiepolo, il Santo si precisa come intercessore presso il

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Redentore o come simbolo del lavoro umano giustamente riconosciuto.

BibL.: K. Künstle, Ihonographie der Heiligen, I, Friburgo in Br. 1926, pp. 352-56; W. Rothes, Jesu Nährwater Joseph in der bildenden Kunst, ivI 1923.

Eugenio Battisti
VI. Nel ricklore. - Nella tradizione popolare lo sposo di Maria è innanzitutto il santo tutelare dei poveri. L'episodio che sopra ogni altro ha colpito la fantasia popolare è quello della sacra coppia di sposi che, colta alla sprovvista, in paesi forestieri, all'approssimarsi della nascita del figlio, chiede alloggio e viene respinta. Come reazione psicologica si ha, nelle espressioni del culto popolare, una rievocazione dell'episodio in forma drammatica, con un finale che placa il sentimento di carità dell'anima popolare. In molti paesi della Sicilia usa il «banchetto» o "in vitro di s. G. " solito a farsi il 19 marzo, e in cui le famiglie dei benestanti invitano a pranzo dei poveri, tre dei quali raffigurano la S. Famiglia: un sacerdote, e, dopo di lui, il Bambino, benedice la mensa, mentre i poveri sono serviti dal padrone di casa. In alcuni paesi il banchetto ha luogo in chiesa, e a servire sono due sacerdoti, mentre un terzo predica. La scena acquista in varie localitì, non solo della Sicilia, ma anche dell'Abruzzo e della Puglia, caratteri e forme di sacra rappresentazione. Simbolo di castrà, s. G. è anche invocato per la protezione delle fanciulle da marito. Molte e graziose canzoni lirico-narrative rievocano la figura di s. G. in episodi più o meno leggendari, immaginati intorno alla S. Famiglia. Apparilene alla novellistica popolare una leggenda che si propone di for risaltare la grande potenza di s. G. nel concedere le grazie, ma il cui modo di dimostrazione (un ladro che otuiera egualmente di entrare in Paradiso) è un tipico frutto della fantasia dei volghi. Il motivo leggendario si ricollega al Débat du Paradis che ebbe tanta fortuna nel medioevo. S. G. è anche protettore dei falegnami: e le corporazioni dei maestri di legname dei passati secoli furono le principali cultrici e promotrici della sua festa. Questa presenta due tipiche manifestazioni : i falò e le frittelle. In molti luoghi l'antichissima usanza dei fuochi di marzo si fa coincidere con la festa di s. G. Enormi cataste di legna vengono raccolte per devozione e accese nei crociechi e nelle piazze dei paesi, specialmente dai ragazzi che, quando i falò stanno per spegnersi, saltano sopra le fiamme: ricordo di antichi riti agresti di purificazione e profilassi. L'uso delle frittelle è diffusissimo e non solo a Roma, dove tuttavia la festa presenta un colore e un fervore eccezionali : l'interesse si accentua sui banchi dei frittellari, che hanno originali trovate pubblicitarie, fra cui l'uso del "sonetto" ricordato anche da G. G. Belli.

Alcune usanze indicano la festa di s. G. come inizio della stagione primaverile: tale, ad es., l'uso dei pescatori siciliani che in questo giorno bruciano la barca più vecchia, o dei ragazzi di Itri (Littoria) che appiccano fuoco alla stoppa delle vecchie conocchie, mentre le nonne filano intorno ai falò. - Vedi tav. LVIII.

Bibl.: E. Bidera, Passaggiate per Napoli e contorni, I, Napoli 1844, pp. 40-44; A. De Nino, Usi abruzzesi, I, Firenze 1879, p. 74; G. Piroè, Spettaroli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 230-47; G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino 1908, pp. 170-72; A. Pescio, Terre e vita di Liguria, Milano s. a. [1927], pp. 31-32; O. Trebbi-G. Ungarelli, Costumnoce e tradizioni del popolo bolognese, Bologna 1932, p. 104; L. Sorrento, Una curiosa leggenda di s. G. dalle Alpi alla Sicilia, in Atti del III Congresso di arti e tradizioni popolari, Roma 1938, pp. 545-47; A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, III, Parigi 1937, p. 486; P. Toschi, Santi e feste nella tradizione popolare: s. G., in Ecclesia, 5 [1948], pp. 146-48.

Paolo Toschi
GIUSEPPE I. - Patriarca caldeo, dal 1681 al 1696. Fu prima vescovo nestoriano di Dijarbekir (Amida), il cui clero nel 1650 era passato dal patriarcato cattolico caldeo a quello nestoriano. Nel 1672 G. fu convertito al cattolicesimo dai missionari cappuccini e nel 1675 si recò a Roma, dove rimase fino al 1677 .

Per poter mantenersi di fronte al patriarca nestoriano, da cui dipendeva secondo il diritto civile, aveva
bisogno del titolo di patriarca, che di fatto gli fu concesso dal governo turco. Poiché nel frattempo il patriarca caldeo cattolico Simeone XIII era passato al nestorianismo, la S. Sede conferì a G. l'8 genn. 1681 il titolo di patriarca (non però - di Babilonia -). A causa della sua cagionevole salute, indebolita dalle tribolazioni e persecuzioni, G. si ritirò a Roma e presentò le dimissioni. La S. Sede nominò il 18 giugno 1696 come suo successore il suo coadiutore Giuseppe Slibk. G. m. nel 1707.

Bibl.: J. B. Chabot, Les origines du patriarcat chaldéen, in Rec. de l'Or. chr., 1 [1896], pp. 66-90; E. Tisserant, Nestorienne (Église), in DThE, XI, coll. 238-40. Guglielmo de Vries

GIUSEPPE da Arimatea. - Membro del Sinedrio, oriundo da Arimatea (v.). Era ricco, buono e giusto (Lc. 23, 50 sg .). Discepolo di Gesù in segreto, per timore dei giudei, quando gli altri sinedriti condannarono a morte il Salvatore egli non acconsenti, senza tuttavia rivelarsi apertamente ( $L c .23,51 ; I o$. 19, 38). Dopo la Crocifissione «osò recarsi da Pilato e richiedergli il corpo di Gesù" (Mc. 13, 43). Con l'aiuto di Nicodemo lo avvolse in una sindone (v.), e lo collocò nel suo sepolcro nuovo, scavato nella roccia del Calvario, e vi rotolò all'ingresso una grande pietra (Mt. 27, 59; Mc. 15, 46; Lc. 23, 53).

Leggende sul suo conto sono contenute nell'apocrifo Vangelo di Nicodemo. Secondo queste, G. d'A. avrebbe fondato la chiesa di Lidda. Avrebbe raccolto in un calice il sangue sgorgato dal costato del Crocifisso.

La Chiesa greca lo festeggia al 31 luglio, quella romana al 17 marzo. E nel Martyr. Romanum dal 1585.

Un apocrifo georgiano su G. d'A. fu tradotto in tedesco da A. von Harnack in Sitzungsberichte d. Preuss. Akad., Berlino 1901, p. 920 sgg.

BibL.: Acta SS. Martii, II, Venezia 1733, pp. 507-10. Pietro De Ambroggi

GIUSEPPE Barsaba: v. barsaba.
GIUSEPPE da Carabantes. - Predicatore e missionario cappuccino dell'antica provincia d'Aragona, n. il 27 giugno 1628, m. a Monforte de Lemos l'1 1 apr. 1694.

Dal 1657 con altri confratelli intraprese una coraggiosa missione nelle regioni di Caracas, Cumana (Venezuela) e sulle rive dell'Orenoco, soprattutto tra i feroci indi Caraibi, fondando villaggi e città; battezzò più di 10.000 selvaggi. Pubblicò (Siviglia 1666) interessanti relazioni su quelle missioni; presentò ad Alessandro VII l'omaggio di alcuni capi indigeni, sollecitando l'invio di altri missionari. A questi diede preziose direttive nel manuale Práctica de misiones, remedio de pecadores (Léon 1674; parte 27, Madrid 1678; estratti in Analecta Min. Capuccinorum, 43 [1927], pp. 205-16). Dal 1667 si consacrò alla predicazione in Andalusia e specialmente in Galizia, di cui fu proclamato l'apostolo. Diffuse la pratica di cantare per le strade i misteri del Rosario, illustrando questa e altre devozioni nel Fardin florido del alma cultivado del christiano con el exercicio del Rosario, Via crucis, 7-de atrus muchas dercocidnes (Madrid 1677). Ad uso dei parroci e fedeli commentò i Vangeli domenicali nelle Prácticas dominicales y lecciones doctrinales (2 voll., ivi 1717 v. 1727, Valenza 1723, Barcellona 1742). Ne fu introdotta la causa di beatificazione il 24 ag. 1910.

Bibl.: D. González de Quiroga, El nuevo apóstol de Galicia, el rro. 7. de C., Madrid 1698; trad. it. Milano 1726, 1727 e 1733: trad. red., Zug 1730; Rocco da Ceslude, Storia delle missioni dei Cappuccini, III, Roma 1873, pp. 717-25; Gaudenzio da Brescia, Il rro. G. da C., Milano 1891; Streit, Bibl., II, nn. 1996-97; S. Congregazione dei Riti, Decretum beatificationis et canonizationis, in AAS, 2 (1910), pp. 742-46.

## Torino da Milano

GIUSEPPE da Copertino, santo. - Francescano conventuale, n. a Copertino (Lecce) il 17 giugno 1603, m. in Osimo il 18 sett. 1663. Sacerdote nel 1628. La sua vita, piena di estasi, previsioni e miracoli vari, lo rese una delle figure più interessanti della mistica

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cristiana. Accusato al S. Uffizio di Napoli (1638) per quanto avveniva intorno a lui, fu riconosciuto pienamente innocente ma, per evitare eventuali abusi popolari, si decise di farlo inviare in un convento solitario.

Il 25 apr. 1639 lasciò Roma per recarsi ad Assisi, dove visse per oltre 14 anni fra terribili prove di spirito, aspre penitenze e mortificazioni, ma al tempo stesso in mezzo a dolcezze spirituali e carismi. In questo periodo conobbe la serva di Dio Maria Infanta di Savoia, il principe Casimiro, futuro re di Polonia, e converti alla fede il duca Giovanni Federico di Braunschweig - Lüneburg (1649-50). Il 23 luglio 1653 un nuovo intervento del S. Uffizio lo allontanò anche da Assisi. Dovette recarsi nel montano convento cappuccino di Pietrarubbia (Macerata); di qui, dopo tre mesi, dai Cappuccini di Fossombrone, e solo il 6 luglio 1657 gli fu permesso di tornare fra i suoi confratelli conventuali di Osimo. I prodigi che lo avevano accompagnato a Pietrarubbia, moltiplicandosi a Fossombrone ( 1653 -37), continuarono anche ad Osimo fino alla morte. Fu beatificato da Benedetto XIV il 24 febbr. 1753 e canonizzato da Clemente XIII il 16 luglio 1767 . Festa il 18 sett., estesa a tutta la Chiesa da Clemente XIV. Si devono a lui alcune canzoncine religiose e brevi detti raccolti dai suoi biografi.

BibL.: Vita del servo di Dio p. G. da C., O.F.M. Cami., Assisi 1678; D. Bernino, Vita del ven. p. G. da C., Roma 1722; Acta SS. Septembris, V, Parigi 1868, pp. 992-1060; Sbaralea, III, p. 260 ; F. Guttari, Vita di s. G. da C., Roma 1898; E. Franciosi, Vita di s. G. da C., Recanati 1925; G. Palatucci, S. G. da C., Padova 1941.

Giovanni Odoardi
GIUSEPPE II, patriarca di Costantinopoli. Bulgaro di nascita (1416), egli partecipò al Concilio di Firenze. Morto prima della promulgazione della bolla d'Unione, aveva già aderito al primo e principale articolo, cioè a quello sulla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, anzi lasciò in proposito un testamento redatto poco prima della morte, avvenuta il 10 giugno 1439.

In esso egli dichiarò la sua adesione alla dottrina cattolica del Purgatorio e del primato romano. Perciò fu sepolto nella chiesa cattolica di S. Maria Novella, in presenza dei cardinali e dei vescovi latini secondo il rito greco l' 11 giugno 1439 . Si conserva ancora la sua tomba col monumento sepolcrale che presenta il ritratto in affresco ed una iscrizione latina oltre ad alcune parole finali greche.

Bibl.: M. I. Gedeon, Πατριαρχιεοί πίνακsς, Costantinopoli 1886, pp. 464-65; G. Holmann, Patriarchen von Konstantinopel, in Orient. Christ., 32 (1932), pp. 5-8; id., Die Konzilbarbeit in Florenz, in Orient. Christ. Periodica, 4 (1938), pp. 398-99.

Giovigio Holmann
GIUSEPPE da Dreux. - Scrittore ascetico della provincia cappuccina di Parigi, n. a Dreux (Normandia) nel 1629, entrò nell'Ordine il 28 luglio 1647 , fu predicatore zelante, m. a Parigi il 28 genn. 1671.

Come maestro dei novizi (dal 1665), scrisse La conduite intérieure pour toutes les actions de la journée (Parigi 1667 [f]) più volte edita e tradotta (vers. it. Venezia 1768). Ancora apprezzato è il suo corso di esercizi spirituali Solitude sérophique (Parigi 1671; vers. it. Piacenza 1706). Solo dal secolo scorso furono edite, rimaneggiate, le Courtes méditations ascétiques pour tous les jours de l'année (Parigi 1887 e 1924; anch'esse tradotte in varie lingue; vers. it. Gesù modello e maestro, Torino 1920).

BibL.: Ubaid d'Alençon, Le p. 7. de D., in Etudes francisc., 38 (1926), pp. 319-20; id., La spiritualité franclocaine, ibid., 39 (1927), pp. 464-65; Melchior a Pebladura, Historia generalis Ord. Min. Capuccinorum, parte $2^{2}$, I, Roma 1948, pp. 171-97, 233, 253.

Barina da Milano
GIUSEPPE il Filosofo. - Monaco bizantino, n. ad Itaca ca. il 1280 , m. a Salonicco ca. il 1330. Studiò in questa città la filosofia greca. Dopo un periodo di vita eremitica nella Tessaglia, nel 1320 si recò a Costantinopoli : proposto varie volte per il patriar-
cato rifiutò e si ritirò nuovamente a vita monastica a Salonicco.

Compose (oltre alcuni scritti sulla pietà e sulla virtù) un'Enticlopedia delle scienze (retorica, logica, fisica, quadrivio, etica, teologia), in cui però raccoglie anche vari scritti di contemporanei. L'opera è conservata nel cod. Riccardiano gr. 12, e, parzialmente, in altri manoscritti. C. Walz ne ha pubblicata la retorica con il titolo ' $\mathrm{L} \omega \sigma \tilde{\eta} \boldsymbol{\eta}$ 706 ' $\mathrm{P} \alpha \mathrm{xx} \alpha \dot{\alpha} \dot{\alpha} \tau \mathrm{~s} \alpha \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha}$ (in Rhethores graeci, Stoccarda e Tubinga 1834, pp. 465-569).

BibL.: M. Treu, Der Phil. 7., in Byzant. Zeitschr., 8 (1899), pp. 1-69; N. Terzaghi, Sulla composizione dell'Euc. del Mos. G., in Studi it. di Sbd. classica, 10 (1902), pp. 121-32; S. Mercati, Lettera del monaco Safonia al filosofo G., in Studi bizantini, $2^{2}$ serie, 5 (1924), pp. 169-72.

Ugo Viglino
GIUSEPPE, Flavio ( $\left.\mathrm{L} \dot{\alpha} \sigma \tau \eta \sigma \varsigma\right)$. - Storico giudeo, figlio di Mattia di famiglia sacerdotale, n. a Gerusalemme ca. il $37-38$ d. C.

Ricevette un'educazione secondo le norme rabbiniche. Nel 64 fu in ambasceria a Roma, dove dovette essere a contatto con cristiani legati da vincoli di parentela e di amicizia con i giudei dell'Urbe. Ritornato a Gerusalemme all'inizio del 66 , vi trovò aria di guerra e, benché giudicasse insensato tale proposito, spinto dall'interesse personale seguì la corrente, pur non prendendo netta posizione e rimanendo di tendente moderate. Inviato dal Sinedrio in Galilea per organizzarne la difesa (Bell. Jud., II, 562-68) addestrò ivi un esercito piuttosto numeroso (ibid., II, 576) e fortificò vari luoghi tra cui Jotapata. Iniziate le operazioni nella primavera del 67 , dopo una fuga generale delle sue truppe dall'accampamento di Costa (ibid., III, 127-31), G. si chiuse in Jotapata, che fu presa dopo 47 giorni di assedio ai primi di luglio. Fatto prigioniero, abilmente evito il pericolo di essere inviato a Roma a Nerone, predicendo l'Impero a Vespasiano e Tito; ciò era frutto della sua acuta capacità di valutazione degli eventi politici (ibid., III, 399-408; cf. Svetonio, Vesp., 5; Dione Cassio, nell'Epitome di Xifilino, LXVI, 1, 4; Appiano, XXII, in Zonara, Annal., XI, 16; Tacito, Hist., I, 10; cf. II, 1), ma i due Flavi, colpiti dalla luminosa profezia, trattennero presso di loro il prigioniero, che, liberato con la proclamazione ad imperatore di Vespasiano ( $1^{\circ}$ luglio 69), prese il nome di Flavio. G. rimase a fianco di Tito per tutto il resto della campagna, fino alla caduta di Gerusalemme, appuntando diligentemente tutti gli avvenimenti (C. Apion., I, 49, cf. 55) e con Tito venne a Roma ove fu presente al trionfo dei Flavi nel 71 (Bell. Jud., VII, 121-57). Onorato e ricostinato di benefici da Vespasiano e da Tito, narrò nel De Bello Iudaico la storia di quella campagna, con spirito romanofilo, giustificando di fronte alla sua coscienza di giudeo il suo operato in pro dei Romani con la considerazione che «quel Dio che distribuiva a turno il comando fra le nazioni, adesso si era fermato in Italia» (Bell. Jud., V, 367). I suoi rapporti con i Flavi si raffreddarono sotto Domiziano, dato il carattere di questo Imperatore avverso ai letterati (Svetonio, Domit., 20) e mal disposto verso i giudei contro i quali nel 95 iniziò la persecuzione che coinvolse anche i cristiani (Dione Cassio, LXVII, 14; Svetonio, Domit., 15), tant'è vero che le altre opere di G. pubblicate sotto Domiziano, sono dedicate ad un mecenate privato, Epafrodito. Comunque questo distacco dall'amicizia con i Flavi servì per far ritrovare a G. un po' della sua dignità di uomo e del suo coraggio, poiché le altre sue opere non sono indette dal servilismo romanofilo del Bell. Jud., ma sono in lode dell'ebraismo, ed anzi il Contro Apionem, pubblicato proprio nel 95, è di esso un'aperta apologia. Morì a circa 65 anni verso il 102-103.

Opere: 1) De Bello Iudaico. - Quest'opera in 7 ll., il cui titolo era Guerra ( $\Pi \delta \lambda \varepsilon \mu \circ \varsigma$ ), usato da G. stesso nei rimandi (Ant. Iud., I, 203; XIII, 72; XVIII, 11; XX, 258; Vita, 412) sebbene quasi tutti i manoscritti abbiano il titolo Conquista (' $\mathrm{A} \lambda \omega \sigma \iota \varsigma$ ), fu pubblicata fra il 75 e il 79 e presentata a Vespasiano (cf. Bell.

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![img-25.jpeg](img-25.jpeg)

Giuseppe. Flavio - il Testimonium Flavianum (Ant. Iud., XVIII, 63-6.3 - Bibliótesa Vaticana, cod. Vat. gr. 242, f. $282^{\circ}(1087-88)$.

Iud., VII, 158 sgg. con D. Cassio, LXVI, 15; C. Apion., I, 50-51; Vita, 361).

Doveva avere il carattere di una relazione ufficiosa, dal punto di vista romano, della guerra giudaica, dimostrando le difficoltà di essa, e doveva fare opera di pacificazione tra i centri giudaici della Mesopotamia frementi contro Roma (Boll. Iud., III, 108). A quest'ultimo scopo rispondeva indubbiamente la redazione aramaica, ora perduta (I, 3-6), della quale l'attuale greca è un rifacimento fatto dallo stesso G. con l'aiuto di collaboratori (C. Apion., I, 50). I primi due libri trattano di fatti anteriori alla guerra (dipendenza di G. dagli scritti di Nicola di Damasco per l'epoca di Erode), e il VII fatti posteriori. Per la narrazione della guerra (ll. III-VI) G. molto attinse dai Commentari lasciati da Vespasiano e da Tito (C. Apion., I, 56; Vita, 342, 358).

Quest'opera raccoglie importantissime notizie su fatti di cui forse nulla si sarebbe altrimenti saputo, ma l'occhio del critico deve saper discernere ciò che è storicamente accettabile dal molto materiale di dubbio autotità, tenendo presente che l'autore è tutt'altro che scevro da tendenziosità e partigianeria.

Anteriormente a Cassiodoro (De inst. div. lit., 17) esisteva una traduzione latina attribuita a Rufino e circolava una rimanipolazione latina detta Egesippo, non si sa se per corruzione da ex Iosepho o perché attribuita ad Egesippo, storico ecclesiastico del II sec. (ed. critica a cura di V. Dasani in CSEL, 66), e rimanipolazione che servì di base a compilazioni siriache, ebraiche, arabe ed etiopiche. Esiste pure una versione slava del sec. xiri condotta su un testo greco con interpolazioni cristiane.
2) Antiquitates Iudaicae ('Iouסaıxŋ 'Apyzaiosoyla). Vasta compilazione, il cui titolo 'Apyzaiosoyla proviene da G. stesso (I, 5; XX, 259, 267; C. Apion., I, 54, 127; II, 287; Vita, 430) che forse si ispirò, sia per il titolo, sia per la divisione (zo ll.), sia per lo schema compositivo alla 'P $\omega \mu \alpha \iota \kappa \grave{\eta}$ 'Apyziosoyla di Dionigi di Alicarnasso; tratta la storia del popolo ebreo dalla creazione del mondo al 6 d . C., punto in cui si riannoda con Bell. Iud. Fu pubblicata verso il 93-94 (anno $13^{\circ}$ di Domiziano, cf. XX, 267-68).

Lo scopo di G. sarebbe di trattare la storia degli Ebrei secondo documenti ebraici, per dimostrare che l'ordinamento sociale dato da Mosè porta alla vera felicità umana, avendo per ultima meta Dio (Antig., I, 5-26). Perciò G. professa di aver tradotto fedelmente il testo biblico (I, 5, 17; IV, 196-97; X, 218, cf. II, 347; IX, 208, 214; C. Apion., I, 54). In realtà il critico deve constatare tutt'altro, e da un attento esame si deve concludere che G. si servì di numerosi lavori di compilazione di storia biblica ed ebraica di autori giudeo-alessandrini, stralciando e costruendo una specie di musaico e servendosi del testo della Bibbia (del LXX) solo come riempitivo. Di particolare importanza sono i documenti romani contenenti disposizioni riguardo ai giudei, riportati da G. (XIII, 259-66; XIV, 144-55; 185-267; 302-23; XVI, 160-78; XIX, 279-91; XX, 10-14), oggi ritenuti sostanzialmente autentici, e probabilmente desunti da raccolte esistenti negli archivi capitolini che Vespasiano restituenda suscepit, undique investigatis exemplaribus, dopo l'incendio del 69 (Svetonio, Vesp., 8).

Per il valore storico di Ant. Iud. si può ripetere quanto è stato detto per Bell. Iud., ma è doveroso aggiungere che le moderne scoperte archeologiche (papiri aramaici di Elefantina, papiri greci sui Tobiadi) hanno confermato notizie date da G. e ritenute fino ad allora fantastiche.

Un'antica versione latina fu fatta fare da Cassiodoro; tra i secc. IX-x l'opera fu riassunta in un'Epitome greca (ed. B. Niese) utilizzata da Zonara nei primi libri dei suoi Annali.

Il Testimonium Flavianum. Particolarmente importante è il passo di Ant. Iud., XVIII, 63-64, ove G. parla di Gesù, della sua Crocifissione e Risurrezione e dei cristiani; è detto testimonium flavianum. Trasmesso concordemente da tutta la tradizione manoscritta, la sua autenticità fu messa in dubbio e negata nel sec. xix. Sulla fine però di questo secolo si delineò una reazione a favore dell'autenticità, della quale furono sostenitori anche protestanti come il Burkitt e l'Harnack.

L'esame filologico puro è nettamente a favore dell'autenticità, mentre una indubbia terminologia cristiana che esprime concetti cristiani denota una ispirazione tratta da una formula di simbolo cristiano forse già esistente in quell'epoca. Ma chi si è ispirato al simbolo, G. stesso, che indubbiamente fu in relazione con cristiani, o il presupposto interpolatore cristiano? A tale domanda per ora è impossibile rispondere. Allo stato attuale delle cose, quindi, il testimonium, sebbene genuino nel suo fondo, potrebbe presentare interpolazioni cristiane, ma con eguale e forse maggiore probabilità si può sostenere che esso sia integralmente autentico.
3) Contra Apionem. Apologia del giudaismo, pubblicata coraggiosamente da G. verso il 95 d. C. Il titolo originario sembra essere stato Circa l'antichità dei giudei (IIes). 785 - 760 'Iouסaios $\dot{\alpha} \chi \chi \chi \iota \delta-$ тп̨os, cf. Origene, Contra Celsum, I, 16; IV, 11 ed Eusebio, Hist. eccl., III, 9). Il titolo Contra Apionem fu introdotto da s. Girolamo (Epist. 70 ad Magnum, 3; Adv. Jovinianum, II, 14; De viris ill., 13). Opera di piccola mole ( 2 ll ., di cui solo il secondo confuta le accuse anti-giudaiche che Apione [v.], grammatico alessandrino, aveva raccolto nei suoi Aegyptiaca).

La difesa del giudaismo fatta da G. è abile, ma troppo fa difetto la critica storica; tutto ciò che è a favore dei giudei, per lui è autentico e genuino. Anche nel $C$. Apionem e nella vasta erudizione storica di cui l'autore fa sfoggio, si riscontra il metodo di G. di mettere insieme i suoi scritti stralciando da compilazioni ellenistiche. Il giudaismo che vi è presentato è un giudaismo alterato, ellenizzante, razionalistico.
4) Vita (Bloq). E una autobiografia in cui le vere notizie autobiografiche si riducono a ben poco

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(1-27 e 414-30) mentre il lungo tratto centrale (28413) è un'autodifesa o meglio una controffesa contro Giusto (v.) di Tiberiade, che aveva accusato G. di poca lealtà verso i Romani, condotta poco abilmente, affermando di completare la narrazione del Bell. Iud., mentre in realtà spesso la contraddice.

Secondo la teoria di B. Motzo (Saggi di storia e letteratura giudeo-ellenistica, Firenze 1924, pp. 214-26) le notizie autobiografiche di Vita, 1-27 e 414-30 erano incorporate in Ant. Iud. tra XX, 266 e XX, 267-68, donde poi furono staccate, e, ampliate nella autodifesa centrale (28-413), pubblicate in appendice ad Ant. Iud.

BibL.: Ediz.: B. Niese, Flacci Iosephi opera edidit et apparatu critica instructi, Berlino 1883-94 (la migliore); da essa dipende l'ed. totale di S. A. Naber ( 6 voll. Lipsia 1888-96). - Trad. francese: Oeuvres complètes de Pl. Joseph traduites sous la direction de Th. Reinach, 7. voll., Parigi 1900 sgg.; inglese: H. St. J. Thackeray, Josephus with an euglish translation (Londra 1926 sgg.; continuata da R. Marcus); italiana: G. Ricciotti, F. G., lo storico giudeo-romano, Torino 1937 (vol. I, introd.: voll. II-IV, Bell. Iud.). - Studi: G. Bruner, Pl. Jos. n. scine Schriften, Gütersloh 1913; J. Thackeray, Josephus, the Man and the Historian, Nuova York 1929.

Giuseppe Rieciotti
GIUSEPPE da GARGNANO : v. BERNINI, GIUSEPPE MARIA da GARGNANO.

GIUSEPPE di Gesù Maria. - Teologo mistico dei Carmelitani scalzi, al secolo Francesco Quiroga, n. nel 1562 in Castro Caldelas (diocesi di Astorga), m. a Cuenca il 13 dic. 1629. Laureatosi in utroque iure, e già canonico della cattedrale di Toledo, vesti l'abito dei Carmelitani e fu ordinato sacerdote a Madrid (2 febbr. 1595). Fu il primo storiografo dell'Ordine, incarico che ebbe nel 1597. Si distinse per una perfetta vita ascetica. Nei suoi scritti difese la dottrina di s. Teresa di Gesù e di s. Giovanni della Croce.

Oltre a molte opere di storia scrisse le seguenti opere mistiche: Subida del alma a Dios y entrada en el parayso (2 voll., Madrid 1656, 1659, 1675, versione it. del p. Baldassarre [v.], Roma 1664); Concordancia de la doctrina de N. Madre S. Teresa de Jesús con la sagrada escritura, ecc.; Apologia mistica en defensa de la contemplación divina (Biblioteca nazionale di Madrid, ms. n. 4, 478); Don que tuvo s. Juan de la Cruz para guiar las almas (edito in Obras de s. Juan, III, Toledo 1912, pp. 503570); Teododo de la oración y contemplación, ecc. (manoscritto); Escala Mística (manoscrito); Una defensa brevísima de la doctrina de s. Teresa de Jesús y de s. Juan de la Cruz (Biblioteca nazionale di Madrid, ms. n. 8, 273).

BibL.: Gerardo di S. Giovanni della Croce, Obras de s. Juan de la Cruz, III, Toledo 1912, p. 505-509; Memoidero de s. Teresa, 7 (1929), p. 306; Anastase de St Paul, s. v. in DThC, VIII, 1, coll. 1523-28; Gabriel de Ste Marie-Madeleine, s. v. in DNo, II, col. 173; Joseph a Spiritu Sancto, Cursus Theologiae mystire-cholasticae, I, 1* ed., Bruges 1924, appendice, pp. 293-95; Silverio di S. Teresa, Historia del carmen descalzo en España, IX, Burgos 1940, p. 453 sgg.

Ambrogio di Santa Teresa
GIUSEPPE ben Goriōn: v. jōsippon.
GIUSEPPE I, imperatore. - N. a Vienna il 26 luglio 1678, ivi m. il 17 apr. 1711. Assunse la corona imperiale alla morte del padre Leopoldo I, il 5 maggio 1705.

La sua ascesa al trono segnò una ripresa di energia nella politica asburgica. Rafforzò la compagine dei suoi Stati, reprimendo la rivolta ungherese capeggiata da Francesco Rakoczi II. Riaffermò l'autorità imperiale in Germania, condannando come ribelli i principi che si erano schierati con la Francia. In contrasto con l'indirizzo cattolico del padre, si accordò con Carlo XII di Svezia in favore dei protestanti slesiani, osteggiò i Gesuiti, venne in conflitto con il Pontefice a causa della politica italiana. Proseguì con vigore la guerra di successione spagnola: i suoi eserciti, sotto la guida di Eugenio di Savoia, riportarono le grandi vittorie di Torino, Oudenzrde,

Malplaquet. La sua morte, e la successione del fratello Carlo VI, pretendente al trono di Spagna, provocò la rottura della coalizione alleata. Il matrimonio delle due figlie Maria Giuseppe e Maria Amalia contribuirà alla contesa per l'eredità asburgica alla morte di Carlo VI.

Biul.: A. Mayer, Die letzten Hobsburger. Die fetzten Regierungsjohre Leopolds I. u. d. Zeit Zosrph I. (Österreichische Geschichte f. d. F'ulb, 10, 1), Vienna 1880; A. Gaedube, Die Politik Österreichs i. d. spanischen Erbfolgefroge, 2 voll., Lipsia 1877; H. Hantsch, Reichsvizehaucher Graf Schomborn, Augusta 1929; H. Kramer, Hobsburg u. Rom. i. d. Jahren 1306 bis 1709, Innsbruck 1936. Sul suo regno, scrisse un romanzo Mirko Jeluzich : Der Traum vom Reich, Berlino 1941. Franco Valsecchi

GIUSEPPE II, imperatore. - N. il 16 marzo 1741 a Vienna, ivi m. il 20 febbr. 1790. Primo figlio maschio del granduca Francesco I di Lorena-Toscana (poi eletto imperatore nel 1745) e della imperatrice e regina Maria Teresa, divenne re dei Romani il 27 marzo 1764, poi imperatore alla morte del padre (1765) e conreggente con la madre per gli Stati ereditari austriaci, infine unico sovrano dal 1780 al 1790. Ispirò costantemente la sua azione politica a una concezione rigidamente assolutistica, ma, figlio dell'illuminismo, intese mettere il potere sovrano al servizio della "felicità " del popolo, che doveva nelle sue intenzioni vivere in uno "Stato di benessere" (Wohlfakerstaat). Figura complessa e ricca di umanità, è stato variamente giudicato dai contemporanei e dai posteri : ebbe il tragico destino di vedere crollare gran parte delle sue concezioni, ma sta di fatto che dopo la sua morte, e nel secolo seguente, le sue idee ebbero rilevanti ripercussioni pratiche. Durante la conreggenza fu spesso in contrasto con la madre, che, attaccatissima alla Chiesa, repelleva dalle concezioni di derivazione illuministica del figlio; e il contrasto fu specialmente acuto nel campo della politica ecclesiastica.

Si occupò utilmente della riforma dell'esercito in collaborazione con il consigliere aulico Laey, ed esercitò un notevole influsso sulla politica estera: al suo intervento personale è dovuto l'acquisto della Galizia fatto dall'Austria in seguito alla prima spartizione polacca (1772). Nel 1775 l'Austria ricevette inoltre dalla Turchia la Bucovina, e sulla importanza di quella regione G. II fu il primo a richiamare l'attenzione: in effetti l'acquisto di quel paese assicurò all'Austria una durevole influenza nei territori slavi. Notevoli pure gli interventi di G. II nella questione bavarese, conclusa con la pace di Teschen del 1779. Dopo la morte della madre Maria Teresa (1780), divenuto unico sovrano, G. II si accostò alla Russia, con la quale concluse nel maggio 1781 un'alleanza offensiva e difensiva. Tentò di acquistare, mediante uno scambio con il Belgio, la Baviera, che già nel precedente periodo della conreggenza era stata oggetto del suo interesse, ma non riusci nel fine in seguito alla opposizione dei principi tedeschi capeggiati da Federico II di Prussia. L'alleanza con la Russia lo trascinò nel 1788 in una guerra non fortunata contro la Turchia.

Particolarmente importanti furono le riforme di G. II nell'interno dello Stato. Egli intese costruire uno Stato fortemente centralizzato, impresa che comportava il superamento delle tradizioni particolari dei singoli paesi asburgici. Esercito e burocrazia dovevano essere le colonne di questo Stato accentratore, la cui azione doveva esplicarsi su sudditi ricondotti tutti a una situazione giuridica uniforme. Tali concezioni ispirarono la uniformità del sistema fiscale che distrusse le esenzioni delle classi privilegiate, la creazione di una forte polizia di Stato (1786), l'incremento dato alla diffusione della lingua tedesca (dichiarata lingua ufficiale dello Stato), l'abolizione della servitù della globa, tutta una serie di riforme nel campo della scuola, dell'amministrazione giudiziaria e nel campo religioso.

Le audaci riforme relative alla politica interna di G. II

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provocarono reazioni e aperte opposizioni in tutti i domini, segnatamente in quei paesi che avevano più solide tradizioni, cioè nel Belgio e in Ungheria. Il Belgio ruppe in aperta ribellione, e nel 1789 si proclamò indipendente; in Ungheria l'opposizione della classe nobiliare costrinse l'Imperatore a rinunziare a parte delle sue riforme. Per quanto riguarda la regione italiana dipendente da casa d'Austria, e cioè il Milanese, l'attività riformatrice di G. Il fu intessa e sorti effetti duraturi. Ivi agli tohe al clero la esenzione fiscale, sottrasse ai feudatari la giurisdizione signorile, sciclse le antiche corporazioni d'arte. Nel campo dell'amministrazione della giustizia migliorò il sistema delle prove abolendo la tortura (1784), soppresse il fòro ecclesiastico, e stabili un nuovo ordinamento giudiziario, sostituendo al Senato milanese, che tanta autorità aveva esercitato per due secoli e mezzo, un supremo tribunale di terza istanza; inoltre introdusse in Lombardia il nuovo "regolamento generale delle cause civili ", che ara già stato precedentemente sperimentato in altri paesi della monarchia (maggio 1786). G. II fu pure patrocinatore di un progetto di codice criminale, che però non poté entrare in vigore per le vicende politiche che posero fine alla dominazione austriaca.

Giuseppinisino. - La politica ecclesiastica di G. II si compendia nella attuazione di quel sistema giurisdizionalistico, che da lui prese il nome di giuseppinismo, e che attribuisce allo Stato un ampio potere di controlo e di tutela sugli organi locali della Chiesa. In virtù di questo principio, fra l'altro, G. Il soppresse "uti gli Ordini religiosi che non erano dedicati alla cura degli infermi e alla istruzione. In questa sua politica incontrò l'opposizione di Pio VI, rimasta peró senza effetto. Con l' "editto di tolleranza" del 178 I accordò libertà di culto ai protestanti ed ai greco-ortodossi (cf. inoltre, per altri aspetti del "Giuseppinismo", le voci: austria, II: Storia del cristianesimo; giurisdizionalismo; Regalismo; SEparatismo).

Bibl.: A. Fournier, Joseph II., Praga 1883; A. Wolf-H. von Zwicklmeck-Südenhorst, L'Austria ai tempi di Maria Teresa, G. II e Leopoldo II, trad. it., Milano 1904; P. v. Mitrofanoff, Joseph II., Vienna 1910; P. Del Giudice, Storia del diritto itol. liono, Milano 1923, p. 30 sgg.; F. M. Mayer-R. F. KaindlH. Pirchegger, Geschichte u. Kulturleben Deutschösterreichs, II, Vienna 1931, pp. 281-360; S. K. Padovet, The revolutionary emperor Joseph II, Londra 1934; H. von Srbik, Deutsche Einheit, I, Monaco 1935, pp. 115-22, 136-39; E. Benedite, Kaiser Joseph II., Vienna 1936, 2* ed., ivi 1947; G. Sorinzo, "Peregrinus apostolicus", Milano 1936, passim; M. C. Goodwin, The papal conflict with Josephinism, Nuova York 1938; E. Winter, Der Josephnismus und seine Geschichte, Brünn-Monaco 1943. Cf. pure R. Klinec, L'atinazione della legislazione ecclesiastica di G. II nell'arcbidiocesi di Gorizia, Gorizia 1942. Per altra bibl. su G. II e il suo ambiente cf. A. Novotny, Staatsbunzler Kunnity als geistige Persönlichkeit, Vienna 1947, p. 193 sgg.; H. Hantsch, Die Geschichte Österreichs, II, Vienna 1950, pp. 229-36 (con bibl.). - Per la politica ecclesiastica, cf. pure G. Grisar, De historia Ecclesiae catholicae duitiscue soec. XIX et de vita Principis Episcopi Tridentini, ven. servi Dei Ioann. Nepomuceni de Tschidover, quaestiones selectae, Roma 1936 (studio di molto importanza).

Mario E. Viora
GIUSEPPE l'Innografo, santo. - Monaco basiliano, n. a Siracusa nell'816, m. a Costantinopoli il 3 apr. 886. Riparatosi nel Peloponneso per sfuggire alla invasione saracena, si fece monaco a Tessalonica (841), donde passò a Costantinopoli. Partito per una missione a Roma presso il Papa, fu catturato in viaggio dai pirati e trasportato a Creta; di poi, riscattato, rientrò a Gerusalemme, vi fondò un monastero (ca. 850 ) e vi compose i suoi celebri inni, accolti nella liturgia, che gli meritarono il soprannome di "innografo" per antonomasia. Fu esiliato, sotto Fozio, perché amico del vescovo s. Ignazio (867); ma alla morte di questo poté ritornare al monastero e vivere con Fozio in buona armonia.

Bibl.: Opere in PG 105, 923-1426; altre a lui rivendicate in Anal. Boll., 65 (1947), pp. 134-38; e in Bollettino della badia
![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(per cortesia del p. Ilarina da Milano)
Giuseppe da Leonessa, santo - Liberazione miracolosa del Santo. Disegno originale a sanguina di Stefano da Carpi, cappuccino - Assisi, Museo dei Cappuccini.
greco di Grottulerrata, 11 (1948), pp. 87-98, 177-92. Vita: quella scritta da Giovanni discono in Acta SS. Aprilis, I, Parigi 1863, coll. xxix-xxxv; quella, anteriore, scritta da Teofane, in A. Papadopulos-Kerimous, Monaco, ad hist. Pharii pertionetia, II, Parmoburgo 1901, pp. 1-14. Cf. anche C. van de Vorst, Note sur et Joseph l'Hymnographe, in Anal. Boll., 38 (1920), pp. 148-54.

Cilestino Testore
GIUSEPPE da Leonessa, santo. - Missionario e predicatore cappuccino della provincia umbra, n. a Leonessa l'8 genn. 1556, si vestì novizio nel conventino delle Carcerelle (Assisi) il 3 genn. 1572 (non 1573), fu promosso predicatore il 21 maggio 1581 a Perugia, m. ad Amatrice (Rieti) il 4 febbr. 1612.
Il $1^{\circ}$ maggio 1587 fu destinato con due confratelli a costituire una missione a Costantinopoli; vi assisté i cristiani imprigionati e ricondusse alla fede un vescovo spostata; per il suo ardito tentativo di predicare al sultano Murad III, fu condannato alla pena del gancio : per tre giorni rimase sospeso al patibolo con un uncino nella mano e un altro nel piede. Scampato miracolosamente, fu cacciato da Costantinopoli con i confratelli nel 1589. In Italia si consacrò alla predicazione popolare, ricca di conversioni e di pacificazioni: la sua vita penitente e i carismi soprannaturali aumentavano l'efficacia della sua parola. Promosse opere d'assistenza sociale, come Monti di pietà e frumentari, ospedali. Si conservano vari suoi manoscritti (Roma, Archivio della postulazione generale dei Minori Cappuccini) di prediche, omelie, panegirici, e di appunti e materiale predicabile. Beatificato da Clemente XII il 22 giugno 1757, fu canonizzato da Benedetto XIV il 29 giugno 1746. Festa il + febbr.

Bibl.: Sono stati pubblicati del Santo: un sermone per l'ottava di Pasqua (cf. Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 13 [1897], pp. 122-28, 154-58); una predica sulla natività di Maria (ibid., pp. 281-86) e un'altra sullo stesso argomento (cf. Eco de r. Francesco, 25 [1897], pp. 426-34); un sermone su s. Giuseppe (ibid., pp. 111-26); quattro lettere (Analecta cit., pp. 37-63; Miscellanea Franc., 9 [1902], pp. 10-12), due poesie e una preghiera programmatica (cf. Collectanea Franc., 18 [1948], pp. 270272). Processi per la causa di beatificazione e canonizzazione

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( 5 voll. mss. nell'Archivio della postulazione generale, Roma); Edoardo d'Alencon, Puncta historica in causa beatificationis et canonizationis s. 7. a L. - Auctores qui de s. 7. a L. scripurunt, in Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 30 (1914), pp. 277-80, 229-33; Ilario de Texno, S. G. de L., Torino 1935; Francesco da Vicenza, Le Cincerelle e i primi Cappuccini in Assisi, in Col. lectanea Franciscana, 5 (1935), pp. 254-55; Bonaventura da Mclu, Inventario dei manoscritti di s. G. da L., ibid., 18 (1948), pp. 259-72.

Ilarino da Milano
GIUSEPPE, vescovo di Metone. - Celebre polemista del sec. xv, n. a Creta (cf. la sua lettera in J. Hardt, Catal. cod. mss. Bibl. reg. di Baviera, II, Monaco 1806, p. 256); fu nominato < capo delle Chiese» dal card. Bessarione, allorché questi diventò patriarca di Costantinopoli (apr. 1463), e <viceprotopope» dell'isola (1470). Più tardi fu eletto vescovo di Metone in Grecia. Fece un viaggio a Roma ( 1498 ) e a Venezia ( 1499 ) dove predicò e raccolse elemosine. Appena seppe dell'attacco dei Turchi contro Metone tornò nella città e incoraggiò tutti alla resistenza. Fu quindi ucciso dai nemici nel 1500 . G. fu un valido difensore dell'Unione di Firenze, abile scrittore e uomo virtuoso.

La fama di G. risale alle sue opere polemiche: 1) Defensio Synodi Graecae, già attribuita a Gennadio: PG 159, 1109-1394; 2) Respansio ad libellum Marci Ephesi: PG 159, 1023-94; 3) Disceptatio de differentis inter Graecos et Latinos: PG 159, 957-1022. Fu autore anche di altre opere minori: un Canon Synodi VIII Florentiae habitas e un Synaxarion: PG 159, 10931106. Per aggiunta trascrisse tutto il ms. Conv. sopp. 3 della Laurenziana di Firenze (firmato) e Parisinus Gr. 423 (con firmato). Vi sono opere inedite di G. che comprendono prediche, una lettera, un trattato In Cretenses schismaticos (cf. A. Olivieri e N. Festa, Indice di codd. gr. Bolognesi, in Stud. ital. di filol. class., 3 [1895], p. 471; V. Puntoni, Indici codd. gr. Bonon. ab A. Olivieri compas., supp., ibid., 4 [1876], p. 370) e un inno allo Spirito Santo (Conv. sopp. 3, f. $390^{1}$ ).
BibL.: L. Peth, s. v. in DThC. VIII, coll. 1526-29; G. Mercati, Scritti d'lsidoro il card. Ruteno (Studi e testi, 46), Vati. cano 1926, p. 126.
GIUSEPPE Bonaparte, re di Napoli, poi re di Spagna. - N. il 7 genn. 1768 a Corte in Corsica, m. il 28 luglio 1844 a Firenze. Fratello maggiore di Napoleone, studiò legge al Collegio di Autun. Durante la Rivoluzione Francese partecipò all'assedio di Tolone. Eletto nel 1796 deputato al Consiglio dei Cinquecento, fu inviato nel 1797 ambasciatore a Roma, dove diresse una politica di sobillazione contro il governo papale, che portò all'uccisione del generale Duphot da parte del popolo romano, insofferente di provocazioni. Ritornato in Francia, quale ministro plenipotenziario, dopo il 18 brumaio, concorse alla conclusione del Trattato di pace e di commercio con gli Stati Uniti ( 30 sett. 1800), e dei Trattati di Lunéville ( 9 febbr. 1801) e di Amiens ( 24 marzo 1802).

Ebbe anche analogo incarico nelle trattative che portarono alla firma del Concordato del 1801. Generale di divisione nel 1806, divenne lo stesso anno re di Napoli, e nel 1808 re di Spagna. A Napoli attuò una politica poco benevola verso la Chiesa. Pose un limite al numero dei sacerdoti (cinque su mille anime); espulse i Gesuiti ( 5 luglio 1806) e soppresse i monasteri benedettini ( 13 febbr. 1807); studiò la riduzione del numero delle diocesi del Regno. Dopo la caduta del fratello lasciò la Francia per gli Stati Uniti; dal 1832 risiedette in Inghilterra, e in seguito, con il consenso del granduca di Toscana, a Firenze.

BibL.: J. Du Teil, Rome, Naples et le Directoire, Parigi 1902, passim; J. Rambaud, Naples sous Yoseph Bonaparte 1806-1808, ivi 1911.

Silvio Furlani
GIUSEPPE da Parigi. - Francesco Le Clerc du Tremblay, detto anche l'Eminenza grigia, n. a Parigi il 4 nov. 1577, m. ivi il 16 dic. 1638. Di nobile
e ricca famiglia, abbandonò la vita mondana per vestire il saio dei Cappuccini a Orléans (1599). Nel suo fervore religioso sogno di organizzare una Crociata per liberare Gerusalemme, ma non poté attuare il suo proposito. Prefetto alle missioni dei Cappuccini (1626), promosse la loro diffusione in Oriente, dalla Grecia alla Persia, con notevole giovamento anche per gli interessi politici della Francia. Nel 1616 ebbero inizio i suoi rapporti con il Richelieu.

Dapprima non condivise tutte le idee del ministro, perché non approvava le alleanze con i protestanti di Germania e avrebbe voluto ravvicinarsi all'Austria contro la Spagna. Ma dopo la Dieta di Ratisbona divenne il più energico animatore della lotta contro l'Impere. Da lui furono iniziate quelle trattative con il cancelliere svedese Oxenstierna (1633), che portarono al Trattato di Compilágne. Opera in gran parte sua fu l'accordo che Bernardo di Sassonia-Weimar concluse con la Francia.

Il p. G., del quale i romanzicri romantici fecero una leggendaria figura di fosco ispistore d'intrighi, uni alla fede ardente di quei monaci che nel medioevo predicarono le Crociate (fu inoltre sottile scrittore di mistica, tentando una conciliazione dell'aceasi ignaziana con la mistica francescana), un'auta visione degli interessi temporali della sua patria. Suoi supremi ideali furono l'unità religiosa e l'unità politica: per mantenere quella fu avversario implacabile dei calvinisti; per assicurare l'altra pose tutte le risorse del suo ingente e della sua sagacia al servizio del Richelieu nella guerra che questi condusse contro gli Asburgo. Uomo di lucida inteligenza, profondo conoscitore degli uomini di corte e del popolo, con la sua incrollabile certezza del successo dicde talvolta, nei momenti di dubbio e di sconforto, un aiuto prezioso al Richelieu, che poté sempre contare su di lui come sul più intimo e fidato dei suoi collaboratori.

Delle sue opere, in parte rimaste manoscritte, si ricordano: Exercice des bienheureux pratiquable en terre par les dine dévates et despouillées des affections de la terre, Troyes 1610, Parigi 1633, Nîmes 1895; per l'istruzione dai novizi, di cui fu maestro ( $1604-1605$ ), scrisse l'Introduction à la vie spirituelle, Poitiers 1616, Parigi 1620, 1626, Le Mans 1897, sull'orazione mentale, il raccoglimento durante la Messa e l'Ufficio divino, l'esercizio dell'amor puro; per i suoi confesselli trattò De la perfection séraphique, Parigi 1624; vari trattatelli sono raccolti nella Practique intérieur des principaux exercices de la vie chrétienne, Parigi 1621, 1626, 1631; istituì e diresse la Suore Benedetto del Calvario, per le quali compisse varie operette e esortazioni, tra cui un corso di ammaestramenti Les dix jours, Tolosa 1913; combatté le dottrine quietate degli <illuminati>.

BibL.: G. Fagniez, Le p. Yoseph et Richelieu, Parigi 1894; L. Dedouvres, Le p. Yoseph de Paris, ivi 1932; id., Etude critique de ses sources spirituelles, in Etudes franciscaines, 1 (1899), pp. 522535; 3 (1900), pp. 485-505, 601-19; 6 (1901), pp. 441-55, 553568; 7 (1902), pp. 30-50, 256-71, 626-30; 9 (1903), pp. 471-86; G. De Vaunas, Lettres et documents du p. Yoseph de Paris concernant les Missions étrangères, Lione 1942; Melchior e Palladura, Historia generalis ordinis Fratrum Minorum Capuccinorum, II, 1, Roma 1948, v. indice; P. Lafue, Le p. Yoseph diplomate et capucin, Parigi 1946; E. Baudson, Charles de Gonzague, Duc de Nevers (1580-1837), ivi 1947, passim.

Roberto Palmarocchi-Ilarino da Milano
GIUSEPPE dello Spirito Santo. - Teologo mistico portoghese, carmelitano scalzo, al secolo Giuseppe Barroso, n. il 26 dic. 1609 a Braga, chiamato Lusitanus, m. a Madrid il 27 genn. 1676.

Vesti l'abito dei Carmelitani scalzi nel 1632 a Lisbona. Eccellente predicatore, converti molti peccatori. Guidò molte anime nella via della perfezione e fu dotato di carismi soprannaturali. Fondò nel 1654 a Braga un convento del suo Ordine, poi parecchi altri in altre città del Portogallo; rifiutò la sede vescovile offertagli dal Re.

Opere: Cadena mystica carmelitana de los autores carmelitas descalzos... (Madrid 1678); Enucleatio mysticae theologiae s. Dionysii Areopagitas... (Colonia 1684, Roma 1927) ed. critica di Anaccasio di S. Paolo); oltre moltia-

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(per cortesia di S. Ecc. mens. Corinci) Giuseppe Ienedetto Cottolengo, santo - Ritratto da un discorso di A. Alessio.

Sime prediche in lingua portoghese delle quali furono pubblicate soltanto 15 .

BibL.: Martialis a S. Joh. Bapt., Biblioth. Carmelitana Exc., Bordeaux 1730, p. 258; P. N.. Bibl. Carm. Lusitana, Roma 1754, p. 159; Anastasio di S. Paolo, s. v. in DThC, VIII, coll. 15391541; id., Introduscio all'Euocleatio mysticae theol., Roma 1927. Ambrogio di Santa Teresa

GIUSEPPE dello Spirito Santo. - Al secolo Giuseppe V