volume-07

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O. Huf, Liturgische Studien, IV: De Sacramenthymnen von den H. Thomas von Aquino, Mas. stricht 1924; M. Grabmann, Die Werke des hl. Thomas von Aquin, Münster 1931, pp. 317-24; C. Lambot, L'affice de la fite-Dieu, Apercus nomosaux per ses origines, in Revue béneidictive, 54 (1942), pp. 61-123; A. Walz, S. Tommaso d'Aquino, Roma 1945, pp. 110-12. La tradizione paleografica è indicata, con molta cura, da U. Chevalier, Repertorium hymnologicum, II, Lovanio 1897, pp. 19-20; V, ivi 1921, pp. 228-29 (con la bibl. più antica); cl. anche C. Blume-G. Dreves, Analecta hymnica medii aevi: L. Himmergraphi latini, Lapsia 1907, pp. 584-85. Sul valore teologico: C. Bouquin, Solis Aquinatis splendores seu commentarius in L. S., Lione 1677; P. Guéranger, Institutions liturgiques, I, Parigi 1840, pp. 348-49; G. Amelli, S. Thomae A. de arte musica, Milano 1880, pp. 6-9; N. Gih, Die Sequenzen des römischen Messbuchs, 2° ed., Friburgo in Br. 1900, pp. 172 232; H. T. Henry, Lauda Sion, in Cath. Enc., IX, pp. 36-38; M. Grabmann, Die Theologie der eucharistischen Hymnen des hl. Thomas von Aquin, in Der Katholik, 25 (1912), pp. 385-99; R. Louis, S. Thomas liturgiste, in Revue des jeunes, 10 (1920), pp. 558-83; G. Semeriz, Poesia divina, Roma 1926, pp. 38-50; P. Browe, Die Verehrung der Eucharistie im Mittelalter, Monaco 1933, pp. 150-55; X. Nassaus, Notre office du Saint-Sacrement, in Revue diocésaine de Tournai, I (1946), pp. 241-64.

Antonio Piolanti
LAUDES DOMINI. - Pocmetto anenimo dell'inizio del sec. IV, opera di un retore di Flavia Aeduorum ( = Autun) che in 148 esametri compose: «L. D. cum miraculo quod accidit in Aeduico».

Un vedovo, quando fu deposto nel sepolcro, fu salutato dalla moglie, già da lungo tempo morta. Questo miracolo dà occasione di parlare dell'avvicinarsi del Giudizio divino e di pronunciare un panegirico in onore di Cristo, creatore e salvatore del mondo. Fu scritto fra il 316 e il 323 , con imitazioni di Virgilio e Ovidio. E conservato in un solo manoscritto di Parigi del sec. 12.

Bibl.: Il testo si trova due volte in PL 19, 279-86; 61, 1091-94. La migliore edizione è però quella di W. Brandes, Uber das fröhchristliche Gedicht \& L. D. s. Braunschweig 1887, con commento, Studi: M. Manitius, Geschichte der christlichlateinischen Poesie, Stoccarda 1891, pp. 42-44; Moricea, II, II, p. 788 sg.; G. Bardy, in Mém. de l'Acad. de Dijon 1933, p 306 sg., emette l'ipotesi che Belicio di Lione sarebbe la persona presupposta nel miracolo.

Erik Peterson
LAUER, Aloysius. - Primo ministro generale dei Frati Minori dopo l'unione delle loro famiglie (1897), n. a Katholisch-Willenroth in Assia il 28 ag.

1833, m. a Sigmaringen-Gorheim in Hohenzollern il 21 ag. 1901. Durante il Kulturkampf, come superiore dei conventi di Turingia, fu costretto ad esulare in Olanda, Belgio, Francia, Stati Uniti.

Il suo vivo desiderio, quando era ancora della famiglia francescana dei Recolletti, era l'unione delle diverse famiglie dell'Ordine, per la quale lavorò instancabilmente con energia e consapevolezza. Desiderava tale unione più per via religiosa che per via diplomatica. Fu fra i fondatori degli Acta Ordinis Minorum (1881); a lui si deve il secondo tomo degli Incitamenta seraphica (la sua teoria spirituale); preparò il «codice dell'unione» (redazioni 1889 e 1895). Dietro incarico di Leone XIII eseguì la fusione regionale delle province. Fu stimato come uomo di orazione e per la sua prudenza.

BibL.: Analecta Franciecana, 6 (1907), pp. 165, 233; L. Dané, Raphaël Delarbre d'Aurinc, Varves 1938, passim; W. Meyer, Seele des Ordenslebens, Wurendorf 1949; D. v. Waly, A. L. en de Nederlandse Minderbroeders-provincie, in Neerl. Seraphica, 20 (1950), pp. 226, 275, 311, 361 sec.

Ortocaro Bonmann
LAUNOV, JEzce de. - Teologo gallicano, n. a Valdecic (Piccardia) il 21 dic. 1603, m. a Parigi il 10 marzo 1678. Nel 1636 a Parigi si laureò e fu ordinato sacerdote. Professore alla Sorbona, fu privato della cattedra per critiche alla condanna di A. Arnauld. Sfulto stimato per la straordinaria attività, nella questione di fede la sua tendenza antitradizionalista lo confinò ai margini dell'ortodossia.

Ca. So sono le sue opere, di cui una trentina all'Irdice. Ne curò l'edizione completa il Granet (io voll., Ginevra 1731-33). L. è avversario della infallibilità pontificia, dell'Immacolata Concezione e dell'Assunzione della Vergine. Rispetto alla Penitenza è un antitrisionista e nel famoso trattato: Regia in matrimonium potestas (Parigi 1674), considera il matrimonio cristiano un puro contratto civile, soggetto per diritto proprio solo all'autorità dello Stato, arrivando a sostenere che per "Ecclesia", il Concilio di Trento (sess. XXIV, can. 4) intese i principi secolari. Quanto alla Grazia e Predestinazione, accusa s. Agostino di novità e opposizione agli altri Padri, Attaccò le primitive tradizioni cristiane della Francia (venuta in Provenza di s. Lazzaro, evangelizzazione di Parigi per opera di s. Dionigi Aeropagita) e i privilegi monastici antichi (scapolare del Carmine). In questo campo le sue conclusioni concordano con quelle dei moderni critici, ciò che spiega il richiamo al suo nome all'inizio del sec. 22.

BibL.: A. Arnauld, Elogium 7. L., Londra 1685; Hurter, II, coll. 212-22; P. Véret, La faculté de théologie de Paris et ses docteurs les plus célèbres: comme moderne, IV, Parigi 1907, pp. 1-35; J. Carreyre, s. v. in DThC, IX, coll. 2-6; E. Vscandard, s. v. in G. Briceut, Dirt, des connaissances religieuses, IV, coll. 291-92.

Vito Zollini
LAURA ( dot{η} λ α dot{α} ρ α ). - Organizzazione monastica bizantino. Il termine, che per valore lessicale corrisponde al vicus latino (cf. Arnobio, Adv. gent., 3, 41 : PL 5, 998), fu adibito, nel sec. IV, specie in Palestina, per designare un "quartiere" o villaggio di monaci.

Per comprenderne la natura, occorre tener presente lo sviluppo del monachismo orientale, ove si notano tre forme di vita monastica che vi fiorirono contemporaneamente, ciascuna per proprio conto, cioè l'eremitica, l'anacoretica e la xenobitica (v. monacotesis).

S. Ilarione, discepolo di s. Antonio, portò la vita anacoretica in Palestina, ove si diffuse largamente, dando luogo a vere "colonie" di monaci, che presero il nome di I. La prima di esse fu quella di Farae, nel deserto di Giuda, fondata nel 323-30 da s. Caritone.

La I. quindi differisce dal "cenobio" paesmiano, fatto per la vita associata, in cui le celle sono recintate da un unico muro (claustrum); essa si compone di molte celle autonome, distanti l'una dall'altra, benché abbiano comune una chiesa, in cui un sacerdote o maestro di spirito amministra agli altri i Sacramenti e li rende partecipi della vita ecclesiastica. Nel "cenobio", detto anche "monastero", i monaci vivono insieme; nella I. invece sono dei semi-eremiti, o "anacoreti", e ognuno, al dire

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Laura - Grotta e 1. di S. Caritone - Palestina, Wadi Fars.
di s. Saba, è «egumeno nella propria cella». S. Eutimio e s. Saba, nel sec. v, diedero molto incremento a tal genere di vita monastica; i monaci però che venivano ammessi a vivere nelle celle della 1. dovevano prima subire un periodo di formazione e di prova in una specie di cenobio, che si trovava nella stessa località. Ma il sistema della 1. non era esente da inconvenienti e rendeva difficile la sorveglianza; onde la tendenza a trasformare la vita anacoretica in quella cenobitica. La fondamentale distinzione dei due sistemi ricorre spesso nelle vite di s. Eutimio e di s. Saba, scritte da Cirillo di Soliopoli, e il diverso modo di vivere è descritto a vivaci colori da Evagrio Scolastico (Hist. eccl., II, 21 : PG 86, 2477-84).

Abituale in Palestina, il nome e l'istituto della 1. si diffuse nelle varie parti dell'Impero bizantino. Con il tempo però il termine 1. divenne sinonimo di monastero, sia che la fondazione si trasformasse da 1. in cenobio, sia che fin da principio sorgesse come tale (l. cenobitica). Anzi, nei tempi più recenti, 1. ( dot{η} 'asīps pron. e trascr. lavra) diventa un titolo onorifico, per qualificare un cenobio celebre, ampio e popolato; per cui nella Russia sono detti 1. soltanto quattro grandi monasteri : la 1. di S. Sergio presso Mosca, la 1. Pečerskij di Kiev, la 1. di S. Alessandro Nevskij presso Pietrogrado (tutte e tre residenza del Metropolita), e la 1. dell'Assunzione a Počaev in Volinia.

La più famosa 1. di Palestina, che tutt'ora esiste, è quella di S. Saba a Gerusalemme, presso il torrente Cedron, chiamata la "Grande 1.", oggi "Mar Saba", occupata da monaci dissidenti. Particolare importanza storica hanno avuto anche le grandi 1. del Monte Athos e del Monte Sinai.
a Con la 1. palestinese ha stretta affinità la "Sceta" o Skiti ( dot{η} σ α dot{η} τ η ), che richiama il tenore di vita praticato anticamente in Egitto, specie nei deserti della Nitria e di Sketi ( Σ α dot{η} τ η o Σ α dot{η} τ η ), e poi imitato altrove, soprattutto nel Monte Athos (v.) : percio "sceta" e "l." erano considerati vocaboli quasi sinonimi (De Meester [v. bibl.], p. 299). Ma mentre in origine la "sceta" era sui iuris, nei tempi più recenti, assumendo una fisionomia giuridica
alquanto diversa, divenne, come al Monte Athos, una "dipendenza" del grande monastero, il suo eremitaggio. Le piccole celle ( τ dot{α} × ε λ λ i α ), dette pure "capanne" ( α α λ óß α ), sono poste in luoghi solitari e scoscesi; al centro di esse, una chiesa comune. Di qui i vari nomi dati agli «anacoreti» delle 1.: «lauriti» ( λ α ∪ ρ i τ α τ ) o "laurioti» ( λ α ∪ ρ ι tilde{ω} τ α mathrm{l} ); "cellioti» ( α α λ λ λ ω̂ τ α mathrm{l} ), "calibiti" ( α α λ ∪ β i τ α mathrm{l} ), e "scetioti" ( σ × η τ ι tilde{ω} τ α mathrm{l} ).

Bim.: Oltre ai due glossari di Du Cange, greco e latino, (con molte indicazioni di fonti), cf.: P. Lodeuze, Etude sur le cénobitisme poèhémien, Lovanio 1898, p. 122 sg.; J.-M. Besse, Les moines d'Orient, Parigi 1900, pp. 283-87; G. Herganröther, Storia univ. della Chima, trad. it., II, Firenze 1904, p. 164; R. Génier, Vie de st Euthyme le Grand, Parizı 1909; J. Tzertori, La vie monastique en Palestine, Lione 1011; H. Leclercq, Loures Polestiniennes, in DACL. VIII, coll. 1961-88; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, I, Parigi 1926, p. 494 (indice); M. Heimbucher, Die Orden u. Kungs, der hath. Kirche, I, Paderborn 1933, pp. 30, 82; Pl. De Meester, De monachica statu recta disciplinam Byzantinum (Ponts per la codificazio e can. orientale, sez. 2, fasc. x), Città del Vaticano 1942, pp. 3 sg., 7, 30 sg., 72, 100, 299 sg., L. Bichier, Les institutions de l'Empire byzantin, Parigi 1949, p. 624 (indice).

Igino Cecchetti
LAURANA, Francesco. - Scultore, n. in Dalmazia, forse a Zara, nei primi decenni del Quattrocento, ed operoso a Napoli, nelle Marche, in Sicilia ed in Francia, m. probabilmente nel 1502. Problematica resta la sua prima educazione, ma forse egli fu tra gli scultori che lavoravano a Rimini, sotto la direzione di Agostino di Duccio e Matteo di Pasti nel tempio malatestiano: qualcuno volle addirittura vedere la mano del L. nelle sculture che adornano l'appartamento della Jole nel Palazzo Ducale di Urbino che sono invece - per ormai concorde parere di critica - opera del fiesolano Michele di Giovanni.

Comunque in giovinezza fu certamente a Napoli dove attese ad opere di scultura per l'arco sragonese e in genere per il Castelnuovo: quindi alla morte di Alfonso si recò in Francia, dove conio medaglie per le più note personalità del tempo, affigiandole con rarissima maestria. Ma nel ' 68 è di nuovo in Italia e precisamente in Sicilia. A quell'anno probabilmente risale uno dei capolavori di lui, il ritratto di Eleonora d'Aragona, raffigurata a mezzo busto. A Sciacca diresse i lavori di una porta laterale della chiesa di S. Maria, dove nella lunetta è riconoscibile la sua mano. Sempre nel 1468 egli eseguì la cappella Mastentonio nella chiesa di S. Francesco a Palermo, sebbene con l'aiuto di altri artisti. Le molte commissioni dovettero obbligarlo ad affidare ad altri l'esecuzione di talune opere, come, ad es., la Madonna esistente nella cappella del duomo di Palermo, quella stessa che allo scultore fu commissionata per Monte S. Giuliano e che poi venne trattenuto nella città; e così pure l'altra, che venne eseguita successivamente al posto di quella, e che si trova nella cappella dell'Assunta nel duomo di Montesangiuliano. Opera invece tutta dell'artista e da lui firmata è un'altra Madonna ancora, che si trova nella chiesa della Crocifissione di Noto, e cosi infine quella esistente in S. Agostino di Messina. Nel 1472 lo scultore è nuovamente a Napoli, dove tra l'altro esegue il busto di Beatrice d'Aragona, figlia di Ferdinando I; tale busto passo nel Museo di Berlino. Successivamente si recò in Urbino forse tra il ' 73 ed il ' 77 , anno in cui tornò in Francia definitivamente. Nel periodo urbinate esegui il ritratto della duchessa Battista Sforza, del Museo nazionale di Firenze, e il profilo marmoreo di lei, ora nel Museo civico di Pessro. A Marsiglia lo scultore lavorò dal ' 77 all' 83 nell'antica Cattedrale, dove esegui, non senza collaboratori, l'altare di S. Lazzaro; fu quindi ad Avignone ed in altre località della Francia, attendendo soprattutto ad eseguire monumenti funebri.

Esaminando le sue opere più certe e più meritatamente famose si deve riconoscere che egli fu uno dei massimi artisti del Rinascimento, portato ad una esaltazione lirica del soggetto rappresentato. Aspirava alla semplificazione delle forme mediante una sintesi geometrica dei volumi, cosicché richiama l'arte di Piero della Francesca, col quale evidentemente il L. dovette essere

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(fot. Alinari)
In alto: SARCOFAGO ROMANO con Eros e Psiche adattato a Lavabo nel Rinascimento - Firenze, chiesa di S. Spirito, sagrestia. In basso a sinistra: LAVABO MARMOREO, opera di Donatello e Verrocchio (sec. xv) Firenze, chiesa di S. Lorenzo, sagrestia vecchia. In basso a destra: LAVABO RINASCIMENTALE (sec. xvi) Pavia, chiesa della Certosa.

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In alto: LAVANDA DEI PIEDI. Affresco di scuola cassinese (sec. xi) - S. Angelo in Formis, Cattedrale. In basso: LAVANDA DEI PIEDI. Quadro di G. B. Caracciolo detto «Battistello» (sec. xviI) Napoli, chiesa della certosa di S. Martino.

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in relazione, e una ideale parentela con il massimo pittore siciliano, Antonello da Messina. Ma un'arte siffatta, tanto coerente e personale, non si concilia sempre con molte opere che allo scultore vengono attribuite, segno che non s'è ancora disgiunta a pieno la sua personalità da quella dei numerosi collaboratori.

BibL.: Venturi, VI, pp. 1022-50; id., F. L., in Grandi antici italiani, Milano 1925, v. indice; F. Schotteniäker, F. L., in Thieme-Becker, XXII, pp. 440-42, con ampia bibl.

Piero Zampetti
LAURANA, Luciano. - Architctto, n. a Zara probabilmente tra il 1420 ed il 1425 , ed operoso a Napoli, Mantova, Urbino, Pesaro, Senigallia; m. a Pesaro nel 1479.

A lui viene attribuito l'arco di Alfonso d'Aragona nel Castelnuovo di Napoli ma la sua attività documentata e limitata alle Marche, con epicentro Urbino, tanto che s'è parlato di una "architettura urbinate", avente a prototipo il Palazzo ducale di quella città e quale creatore il L. Il Palazzo ducale (non completamente terminato) può essere considerato come la prima reggia moderna, dove l'architettura non è fine a se stessa, ma armonizzata mirabilmente con la natura; esso determina un ambiente scenografico di intensa armonia, che s'inserisce nel paesaggio in modo perfetto. Fino a qual punto tutto ciò sia merito del dalmato è argomento sottile da dimostrare. In verità la figura di lui è ancora più enigmatica di quella del suo omonimo conterraneo e contemporaneo Francesco Laurana (v.) scultore. E difficile a definirsi la sua formazione e la sua stessa attività; sicché recentemente questa incertezza ha dato luogo a tentativi di togliere a lui lo stesso Palazzo ducale, a tutto vantaggio di Francesco di Giorgio, l'artista senese che fu a lungo alla corte dei Montefeltro, e al quale vicne assegnata, a ragione, la chiesa di S. Bernardino nelle vicinanze della città.

Probabilmente l'ideatore della fabbrica dovette sottostare a due volontà che sembrano dominare ed aver contribuito a dare cocrenza stilistica ad una fabbrica tanto vasta e costruita in un lungo periodo di tempo: e cioè la mente del duca Federico che s'intendeva di architettura, e il genio di Piero della Francesca, al cui gusto la solenne e chiara architettura del Palazzo cosi bene si ricollega. Poiché sembra azzardata l'ipotesi che tutta la fabbrica urbinate sia di Francesco di Giorgio, convien riferire al L. quella parte dell'edificio che risponde maggiormente all'estetica piertrancescena, e cioè tutto il corpo centrale. Ivi le forme sono equilibrate, di una purezza cristallina e di una calma solennità. Il cortile d'onore, che raccoglie ed armonizza le varie meni. brature del Palazzo, è certamente la parte più pure di esso, in quanto non è stato alterato da aggiunte o decorazioni. Ivi l'autore ha raggiunto una armonia assoluta. E da concludere che l'architetto del Palazzo di Urbino (e non v'è ragione di ritenere che non sia il L.) pur avendo sentito in modo fortissimo l'influsso di Piero, onnipresente in quest'opera, debba essere annoverato tra i più puri e grandi architetti del Rinascimento, come colui che seppe dare alla sua fabbrica una solenne e musicale armonia, con una sensibilità davvero sublime per lo "spazio racchiuso".

I modi del L. sono visibili, oltre che in diversi palazzi urbinati, nella "Corte Alta" di Fossombrone, nei Palazzi ducali di Gubbio, Fossombrone e Pesaro e nella rocca di quest'ultima città; sono però assai alterati. Vedi tav. LVIII.

BibL.: A. Colasanti, L. L., Roma 1922; J. Schmidt, s. v. in Thieme-Becker, XXII, pp. 442-43; P. Rotondi, Appunti ed ipotesi sulla costruzione del Pal. duc. di Urbino, in Studi urbinati, ivi 1943; M. Salmi, Piero della Francesca e il Palazzo ducale di Urbino, Firenze 1945; R. Papini, Francesco di Giorgio architetto, ivi 1946; Studi artistici urbinati a cura di M. Salmi, P. Rotondi ed altri, Urbino 1949.

Piero Zampetti
LAUREA. - E il titolo che si consegue dopo che si sono frequentati i corsi di una facoltà universitaria e superati i rispettivi esami mediante la pubblica discussione (nelle università italiane) e la pubblicazione della tesi detta appunto di 1. (nelle
università e facoltà ecclesiastiche, eccezione fatta per le tre sezioni di musica sacra).

La 1. rilasciata nelle università italiane è un titolo esclusivamente accademico, in quanto, senza un apposito esame di abilitazione, non apre la via all'insegnamento e all'esercizio di una professione.

Dopo la cost. Deus scientiarum Dominus del 24 maggio 1931 e le Ordinationes annesse della S. Congregazione degli Studi e delle Università ( 12 giugno 1931), nelle scienze ecclesiastiche la 1. si ha nelle seguenti discipline : teologia (dopo un corso di almeno 5 anni); filosofia (4 anni), diritto canonico ( 3 anni); utrumque ius ( 4 anni); S. Scrittura (a un minimo di due anni di distanza dalla licenza che si può ottenere solo dopo due anni di studi) scienze orientali ( 3 anni); archeologia cristiana ( 3 anni); storia ecclesiastica ( 3 anni); missionologia ( 3 anni); canto gregoriano ( 3 anni); composizione di musica sacra ( 5 anni); organo ( 4 anni).

Anche in materie ecclesiastiche si dà la cosiddetta 1. honoris causa, ma solo per concessione espressa della S. Sede da darsi volta per volta (art. 40 della cost. cit.). Il diritto di conferire la 1. è riservato con esclusiva alle università e facoltà approvate dalla S. Sede (can. 1377 § i, art. 6 della cost. cit.). La 1. costituisce l'ultimo grado accademico e pertanto non può essere validamente concessa prima della licenza (v.) nella rispettiva materia (art. 39); essa va sempre data a nome del sommo pontefice regnante, o, in tempo di vacanza, a nome della S. Sede (art. 33 cost.).

Oltre alle facoltà dipendenti dalla S. Sede vi sono in alcuni paesi facoltà teologiche dipendenti dallo Stato; esse mancano in Italia, tuttavia lo Stato italiano, a norma dell'art. 40 del Concordato, riconosce le 1. in teologia rilasciate da facoltà teologiche approvate dalla S. Sede, anche agli effetti scolastici.

La l., oltre al diritto all'insegnamento e al titolo di dottore, comporta il privilegio dell'anello con gemma e il berretto dottorale a quattro pizzi, non però durante le funzioni sacre. Ai laureati compete inoltre la preferenza nei confronti degli altri, a parità di condizioni, nella scelta per i vari uffici ecclesiastici (can. 1378).

La l. finora richiesta o almeno desiderata nei cann. 331 § i.n. 5 (per la nomina a vescovo), 320 S 2 (abati e prelati nullius), 367 S 1 (vicari generali), 396 S 3 (prima dignità nel Capitolo cattedrale), 399 S 1 (canonico teologo e penitenziere), 404 § 2 (canonici), 434 § 2 (vicari capitolari), 1366 § I (professori di materie teologiche, filosofiche e giuridiche), 1573 § 4 (ufficiale e vice-ufficiali), 1589 § 1 (promotore di giustizia e difensore del vincolo), 1657 § 2 (avvocati), oggi di diritto viene supplita dalla sola licenza rispettiva, a norma della dichiarazione della S. Congregazione degli Studi e delle Università del 23 maggio 1948. Rimane tuttora necessaria per i professori delle università e facoltà che hanno diritto di conferire i gradi accademici; inoltre per gli uditori della S. Romana Rota è indispensabile, a norma del can. 1598 § 2, la 1. in utroque iure.

BibL.: Ch. Lefebvre, Docteur, in DDC. IV. coll. 1325-36: cost. apost. Deus Scientiarum Dominus del 24 maggio 1931, in AAS, 23 (1931), pp. 241-62; S. Congregazione degli Studi e delle Università, Ordinationes, del 12 giugno 1931, ibid., pp. 263260; P. Dezza, De effectibus juridicis licentiae et laureae, in Periodica de re mur., lit., can., 37 (1948), pp. 278-83.

Lorenzo Simeone
LAURENTIE, Pierre-SÉRastier. - Pubblicista e storico francese, n. ad Houga (Gers) il 21 genn. 1793, m. a Parigi il 9 febbr. 1876. Stabilitosi nel 1816 a Parigi, insegnò dapprima retorica nel Collegio Stanislas (1817), indi letteratura all'Ecole Polytechnique (1818). Nominato nel 1823 ispettore generale degli studi, perdette la carica tre anni dopo per la sua intransigenza politica e per le sue aspre polemiche apparse sul Quotidien, del quale era redattore.

Nel 1831 fondò e diresse giornali monarchici che propugnavano il legittimismo del conte di Chambord, di cui il L. era il confidente. Rimangono di lui anche parecchie opere, tra le quali: Sur la liberté fondée sur

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le droit divin (Parigi 1819); Etudes littéraires et morales sur les historiens latins (ivi 1822); Considérations sur les constitutions démocratiques (ivi 1826); De la legitimité et de l'usurpation (ivi 1830); Théorie catholique des sciences (ivi 1836); Liberté d'enseignement (ivi 1843); La papauté (ivi 1852); Philosophie de la prière (ivi 1864), Le livre de M. E. Renau sur la vie de Jésus (ivi 1863); Les crimes de l'éducation française (ivi 1871).

Bibl.: J. Laurentie, P.-S.L., souvenirs inédits, Parigi 1892. Neccolò Del Re

LAURENTIUS, Joseph. - Canonista gesuita, n. a Krefeld in Germania il 24 dic. 1861, m. a Valkenburg in Olanda il 22 marzo 1927. Entrò nella Compagnia nel 1879, e fu ord'nato sacerdote nel 1891.

Compiuti gli studi nella Gregoriana di Roma, gli fu assegnata nel Collegio di S. Ignazio a Valkenburg la cattedra di diritto canonico (1895). Portò nell'insegnamento un carattere prettamente scientifico, concisione e chiarezza di idee, padronanza di dottrina. Laseiato nel 1913, per motivi di salute, l'insegnamento, fu per qualche tempo direttore di spirito, ma a causa della guerra tornò alla cattedra dal 1916 al 1919. Consultore della Commissione pontificia per la codificazione del diritto canonico, collaborò attivamente all'adattamento delle regole del suo Ordine e di altri alle norme del CIC. E conosciuto soprattutto per le sue Institutiones iuris ecclesioritit, che pubblicò nel 1903 e che trovarono accoglienza favorevolissima; a complemento di esse pubblicò nel 1919 anche un Conspectus CIC.

Bibl.: K. Bruel, P. 7. L., in Arch. für hath. Kirchenrecht, 107 (1927), pp. 661-64.

Francesco Ercolani
LAUREO, Vincenzo. - Cardinale, n. a Tropea in Calabria il 28 marzo 1525 da Antonello e da Raimonda Milliarisi.

Studiò a Padova e di là passò a Roma e stette successivamente coi cardd. Parisi, Gaddi, Francesco di Tournon col quale passò in Francia presso il re di Navarra che assisté in morte; con Ippolito card. d'Este ritornò a Roma nel 1565 . Fu eletto da Pio V vescovo di Mondovì il 20 genn. 1566 , e il 29 ag. 1566 fu inviato nunzio presso Maria Stuarda, regina di Scozia, ma non poté entrare in quel regno, a causa del prevalere dei protestanti. Fu inviato nunzio in Polonia nel 1573 e poi accreditato presso il re Stefano Báthory il 6 nov. 1576 , riuscì di valido aiuto al Sovrano nel restaurare il cattolicesimo nel paese (Pastor, IX, p. 674 sgg.). Rimase in Polonia sino al 1578 . Con il sett. 1580 fu inviato nunzio in Savoia per provvedere allo stato del paese dopo la morte di Emanuele Filiberto ( 30 ag.), e li si trovava quando nel dic. 1583 fu creato cardinale. Nell'ott. 1587 rinunciava alla sede di Mondovì che non poteva governare causa i molteplici incarichi nella Curia, dove godeva grande autorità. Grande amico dei Gesuiti; fu protettore dei Ministri degli Infermi che beneficò anche in morte. M. a Roma il 17 dic. 1592 e fu sepolto a S. Clemente.

Bibl.: B. Trivoni, Vita V. Laurei card., Bologna 1599; A. Ciacconia, Vitae et res gestae Pontificum Roman. voc., IV. Roma 1677, p. 89 sgg.; Pastor, X, passim. Pio Paschini

LAUS PERENNIS (átaurros keıтoupyєz [oppure δ α ξ α λ ° γ ε α] ). - Gli storici del monachismo antico intendono per l. p. la salmodia perpetua, cioè l'organizzazione dell' ufficiatura praticata ininterrottamente per l'intera giornata, dienoctuque (l'ufficio del vuz̧óhuepov). Si ebbero a tale proposito due centri indipendenti : i monasteri degli Acemeti (v.) in Oriente e il monastero di Agauno (v.) in Occidente.
I. In Orientz. - Ansioso di realizzare il detto evangelico Oportet semper orare et non deficere (Lc. 18, 1), s. Alessandro l'Acemeta (inizio del sec. v), pensò, dopo varie esperienze, di instaurare tra i suoi monaci la "dossologia perpetua" che rendesse possibile alla comunità ciò che non è possibile all'individuo. Stabili perciò tra di essi un turno che assicurasse la perennità della salmodia. Essendo i monaci di nazionalità diverse, egli li divise in gruppi etnici, due per ogni lingua di origine (greca, siriaca, copta e latina: si ebbero cosi, sembra,

8 gruppi nel monastero dell'Eufrate e 6 in quello di Costantinopoli). Questi cori si alternavano in modo che la salmodia non sostasse un solo istante, né di giorno né di notte.

E stata attribuita a s. Alessandro l'istituzione di 7 ore canoniche, ma egli non parla di 7 ore per l'intera giornata, bensì di 7 ore per il corso diurno e 7 per quello notturno ( 14 ore canoniche). Ciò non corrisponde al nostro ciclo settiforme: l'ufficiatura tradizionale non riconosce l'organizzazione definitiva dal cursus di Alessandro, il quale, dopo sette anni del suo sistema liturgico pervenne alla "dossologia perenne", che comportava l'istituzione di 24 ministeria, corrispondenti alle 24 ore del vuz̧óhuepov. Col sec. vi gli Acemeti scompaiono.
II. In Occidente. - Nella inaugurazione del grande monastero di S. Maurizio d'Agauno ( 515 ), sorto sul luogo del sacrificio di s. Maurizio e consoci, s. Sigismondo re di Borgogna e i padri del Concilio, ivi convocato, espressero il voto che sulla tomba dei santi martiri si cantassero la lodi del Signore di giorno e di notte, ininterrottamente (Mansi, VIII, 531-38: cf. Hefele-Leclercq, II, pp. 1017-22). Per questo i monaci dovevano dividersi in nove (al. cinque) normae o cori, che si sarebbero dovuti alternare secondo le ore canoniche (s succedentes sibi officiis canonici-), affinché "die noctuque indesinenter Domino famulentur".

E molto probabile che l'idea di questa l. p., dal biografo di s. Sigismondo detta "inusitatum opus" (Vita s. Sigismondi, n. 6: Acta SS. Mai, I, Anversa 1680, p. 87), sia stata suggerito dalla pratica degli Acemeti; mancano però testimonianze al riguardo. E certo tuttavia che l'istituzione d'Agnuno fu il prototipo, nei secc. viIviti, di fondazioni similari in molte parti delle Gallic. J. Mabillon e H. Leclercq lo dimostrano, p. es., per la chiesa di S. Benigno a Digione, per i monasteri di St-Marcel a Chalon-sur-Saône, di St-Denis e St-Germain di Parigi, St-Médard di Soissons, e per le celebri abbazie di Luxeuil, S. Martino di Tours e St-Riquier (Centula). L'istituzione agguonense fu adottata anche da monasteri femminili, come quello di Laon fondato da s. Selabergs, e quello di Remiremont (Habendense) eretto da s. Romarico e s. Amato (cf. Vita Amati, n. 10: MGH, Script. rer. Mer., IV, p. 218).

La l. p. pur non modificando il cursus dell'Ufficio divino, che rimaneva con il suo ordine di salmi e di letture, richiedeva un ordinamento speciale di tutta la vita del monastero: si eliminava la notte, come se l'esistenza vi trascorresse in un giorno perpetuo. Espressione di grande fervore, la l. p. esigeva dai monaci uno sforzo sovrumano, per cui dopo il sec. viIt decadde. In varie chiese i principi secolari sostituirono i monaci con i "canonici".

In Roma troviamo qualcosa di simile alla l. p. nell'ufficiatura liturgica che nell'alto medioevo i monaci cantavano solennemente, giorno e notte, nelle basiliche loro affidate: «laudes et hymnos nocte dieque modulatore decanteat" (Lib. Pont., II, p. 58). Per la basilica di S. Pietro erano celebri i monasteri S. Giovanni e Paolo, S. Stefano Maggiore, S. Stefano Minore, e S. Martino.

Bibl.: Per l'Oriente: egli articoli citati alla v. Acsueit si aggiunga: V. Grumel, in DSp., I, coll. 169-75. Per l'Occidente: J. Mabillon, Annales O. S. B., I, Lucca 1739, pp. 26-27; id., Acta Sanct. O. S. B., son. IV, parte II, prefazione, nn. 204-12: S. Bäumer, Histoire du Bréviaire, I, Parigi 1905, pp. 221-22: M. Besron, Monastrium Acumenio, Friburgo 1913; M. Reymond, La Charte de et Sigismond pour et Maurice d'Aguune (513), in Zeitschrift für Schweizerische Geschichte, 6 (1926', pp. 1-60 (studio critico); M. Heintzucher, Die Orden u. Kongr. der hsch. Kirche, I, Paderborn 1933, p. 412. Per l'opera del monachismo nella vita liturgica a Roma: F. Batiffol, Histoire du Bréviaire romain, 3a ed., Parigi 1911, pp. 73-88 (monasteri basilicali): I. Schuster, Liber Sacramentorum, V, Torino 1923, pp. 12-66; H. Leclercq, Rome (Les Eglises, n. XIII: Les Monastères desservants), in DACL., XIV, coll. 2853-54. Igino Cecchetti

LAVABO. - Luogo e apprestamento per le abluzioni. Entrò a far parte della suppellettile ecclesiastica fin dai primi tempi cristiani, segul, nell'uso, le fonti per le abluzioni sistemate negli atri delle prime

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basiliche e consisté principalmente di una vasca e di un serbatoio per l'acqua, munito di uno o più rubinetti. Cosil furono i l. delle basiliche e dei primi monasteri dell'alto medioevo. Si arricchirono talvolta, anche di edicole, come quello nel chiostro dell'abbazia di Fossanova; se ne ebbero nelle sacrestie, per le abluzioni preparatorie alla celebrazione del Sacrificio divino, nei refettori monastici, ecc.

Nel Rinascimento molti artisti scolpirono 1. con ornate composizioni, arriechendoli di ricchie con festoni di fiori e frutti e inserendovi bassorilievi e sculture di coronamento: cosi Giovanni della Robbia nel I. in maiolica invetriata nella sacrestia di S. Maria Novella e il Verrocchio in quello nella sacrestia vecchia di S. Lozano. Un grande l. a sei getti d'acqua, con il recipiente a forma di sarcofago sul quale sono scolpiti delfini e un busto virile, inserito in una grande nicchia con vari bassorilievi decorativi e una lunetta scolpita, è quello della Certosa di Pavia, opera del sec. xv.

Nelle sacrestie, oltre ai l. infissi nel muro, si ebbero anche dei lavantani portatili, sempre per le abluzioni precedenti la Messa. Essi ebbero forma simile al più corrente acquamanile di uso domestico, formato di una bocinella e di una brocca per l'acqua. Con
l'introduzione della
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(per carissia di mont. A. P. Frates)
Lavabo - L. nella sacrestia della chiesa della Madonna del Carmine benedetta il I apr. 1934 - S. Paolo (Brasile).
mite de Laval et sur le prieuré de Prix. Parigi 1895; Cottineau, I. col. 1571 ; Guide de la France chrétienne et missionnaire, Parigi 1948, pp. 357-58, 590-94, 1031-33.

LA VALETTE, Charles-Jean-Marie-Félix, marchese di. - Uomo politico e diplomatico francese, n. il 25 nov. 1806 a Senlis (Oise), m. il 2 maggio 1881 a Parigi. Diplomatico sotto Luigi Filippo, fu segretario d'ambasciata a Stoccolma nel 1837, console generale ad Alessandria d'Egitto nel 1841 e ministro plenipotenziario a Cassel (Assia). Deputato il I ag. 1846 si ritirò a vita privata nel 1848. Dal presidente della Repubblica Luigi Napoleone Bonaparte fu nominato nel 1851 ministro a Costantinopoli ed incaricato di prospettare energicamente al Sultano la necessità di dare soddisfazione ai cattolici nella questione dei Luoghi Santi.

Si trovò immediatamente in conflitto con lo stesso zar Nicola I, il quale da Pietroburgo dirigeva personalmente l'azione politica e, data l'asprezza che stava assumendo questo conflitto, il ministro degli Esami Drouyn de Lhuys, nel marzo 1853, richiamò il La V. Nominato senatore nel giugno dello stesso anno, ritornò a Costantinopoli quale ambasciatore nel 1860 . Nel dic. 1861 successe al duca di Grammont quale ambasciatore presso

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la S. Sede. Il La V. era indifferente in materia religiosa (l'Ideville nel suo fournal lo definisce addirittura volteriano), aveva sposato una protestante e non faceva mistero della sua volontà di porre termine, con politica energica, alla questione romana, soddisfacendo in pieno le richieste del Regno d'Italia. Esponeva crudamente la linea di condotta del suo governo cosicché, in paragone con altri capi-missione, non riusciva del tutto sgradito a Pio IX, il quale lo riteneva «il solo ambasciatore di Francia che non l'aveva mai ingannato». Caduto il ministro Thouvenel, lasciò Roma e fu sostituito col La Tour d'Auvergne. Ministro degli Interni dal 1865 al 1867 e degli Esteri dal 1868 al 1869 , fu nominato ambasciatore a Londra, dove rimase fino al 3 genn. 1870.

Bibl.: A. Robert - E. Bourloton - G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires français, III, Parigi 1890, p. 639; L. Thouvenel, Nienlos I et Napoléon III, ivi 1891, pp. 1-83; id., Pages d'histoire du Second Empire, ivi 1903, passim; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire de 1232 à 1260 , ivi 1930, passim; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma, Bari 1931, passim; L. M. Coce, Franco-Italian relations 1260-63, Filadelfia 1932, passim, Silvio Furlani

LA VALETTE, Louis de Nogaret de. - Cardinale, n. ad Angoulême l'8 febbr. 1593, m. a Rivoli (Piemonte) il 28 sett. 1639.

Ultimo figlio del duca d'Epernon, fu destinato alla carriera ecclesiastica, ed accumulò giovanissimo numerose abbazie. Nel 1614 fu nominato arcivescovo di Tolosa e nel 1621 cardinale, per insistenza di Richelieu di cui era uno dei più ascoltati favoriti (Pastor, XII, p. 247). Rinunziato all'arcivescovato nel 1627 , perché sgradito al Capitolo, non avendo mai presi gli Ordini, ebbe varie cariche nell'esercito. Fu comandante dell'armata del Reno (1635), ciò che provocò un breve di protesta di papa Urbano VIII (Pastor, XIII, p. 526 sg .), e poi di quella di Italia (1638). Alla sua morte il Papa proibì il servizio funebre (ibid., p. 534).

Bibl.: Ed. Sénemaud, s. v. in Nouvelle biographie généraleXXIX, Parigi 1838, coll. 968-69; A. M. de Nosilles, Le raed. La V. lieutenant général des armées du Roi 1635-39, ivi 1906. Renata Orazi Ausenda

LAVANDA DEI PIEDI. - E una cerimonia che si compie il Giovedi Santo. Anticamente seguiva il Battesimo, ma ben presto fu abbandonata in più Chiese. S. Ambrogio (De Sacramentis, 3, i) ne parla ampiamente dando tutti gli elementi della critica e dello sviluppo del rito. S. Agostino non seguì l'uso milanese e in una lettera (Epist. LV, 18, 33 : CSEL, XXIXIV, II, pp. 207-208) afferma che la l. dei p. non deve aver relazione con il Battesimo e pare consigliarla per il Giovedi Santo, anche se al Malvy sembri indicare il Venerdì Santo. S. Cesario d'Arles (PL 39, 2071) l'ammette per i neo-battezzati. La Sinodus Illiberitana (can. 48 in Hefele-Leclercq, I, I, p. 249) del 303, invece, l'aveva proibita.

Di fatto la cerimonia, già raccomandata da s. Paolo (I Tim. 5, 10) alle vedove, era praticata poi per gli ospiti nei monasteri, a commemorazione dell'umiltà di Gesù, al termine delle funzioni del Giovedi Santo. Passò poi nelle cattedrali, dapprima divisa in due parti : il vescovo lavava i piedi dei canonici poi quelli dei poveri; ma ben presto per brevità le due cerimonie furono assommate e il vescovo lavò i piedi a 13 poveri. Non è però molto chiaro il perché di quel numero. La più antica testimonianza sta nel Liber Ordinum mozarabico (ed. Ferotin, Parigi 1904, p. 190 sg .) riflettente gli usi dei secc. v-vi. Per Roma le prime testimonianze stanno negli Ordo X e XII dei secc. xII-xIV. A. Wilmart pubblicò i testi dei canti usati nella cerimonia, nei quali domina il concetto della carità, il «mandatum» (da qui il nome dato a tutta la cerimonia) nuovo di Gesù. A Milano si conservò per tutto il medioevo la l. dei p. al Sabato Santo e già nei manoscritti più antichi (sec. xi) è ordinata pure al Giovedi Santo: oggi vi è soltanto quest'ultima per 12 poveri rappresentanti gli Apostoli, compreso Giuda, al quale viene dato un compenso
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

Lavanda dei piedi - L. dei p. - Particolare del rilievo del pontile (sec. xili) - Modena, Duomo.
maggiore in denaro. Durante la cerimonia viene cantato qualche versetto del salmo 118 intercalato da una antifona tolta da Io. 13, 4; 5, 14.

Bibl.: P. Sarnelli, Sacra l. de' p. di tredici poveri che si celebre nel Govedi Santo, Venezia 1711; A. Malvy, Lavements des pieds, in DThC, IX, coll. 16-36; H. Leclercq, Lavement, in DACL. VIII, II, coll. 2002-2009; A. Wilmart, L'hymne de la charité pour le fendi saint, in Autours spirituels et textes dérais du moyen âge, Parigi 1932, pp. 26-35. Enrico Cattaneo

Archeologia. - La scena della 1. dei p. compiuta dal Signore a s. Pietro figura già nell'arte sepolcrale cristiana antica; essa è rappresentata in sarcofagi romani e della Gallia (Wilpert, Sarcofagi, p. 161; tavv. 1, 2, 4, 5; 16, 1-2; 20, 5; 121, 1); occupa l'angolo sinistro, quale riscontro alla scena del Signore davanti a Pilato.

Si trova poi rappresentata nel Codice purpureo di Rossano, a destra dell'ultima Cena (A. Muñoz, Il codice purpureo di Rossano, Roma 1907, tav. 5); in avasi, come in un dittico di Milano (P. Garrucci, Storia dell'arte, VI, Prato 1881, tav. 450, 1), nel Kaiser-Friedrich Museum di Berlino e nel Museo civico di Bologna (Venturi, II, figg. 440 e 447) e poi nel pallotto di Salerno; più tardi in bassorilievi, come a Selles-sur-Cher, a Clermont, e nel Museo di Tolosa (dal chiostro de la Daurade); in manoscritti, come nel Vangelo di Patmos (del secc. x) e nel ms. lat. 17325 della Biblioteca nazionale di Parigi, negli evangeliari di Ottone III e di Enrico II nella Biblioteca di Monaco di Baviera, in una miniatura del Corpus Christi College di Cambridge e del Salterio di Chludorf. In musaici già a Ravenna nel Battistero degli ortodossi, del tempo del vescovo Neone (449-59), nell'ordine inferiore, sugli archi, restano tracce dell'iscrizione illustrativa : ubi deposuit IHIS vestimenta. Più tardi in affreschi come a S. Urbano alla Caffarella e a S. Maria in Pallara a Roma, nella chiesa di Saint-Martin-de-Vicq (Indre) in Francia;

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in Oriente nei musaici delle chiese di S. Luca in Focide (inizio sec. xI) di Nca-Moni a Chios e di Daphni (metà sec. xI); in affreschi delle chiese rupestri di Cappadocia e nelle pitture della chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Turnovo in Bulgaria, danneggiate nel 1915 (sec. xiv).

Il tipo di Rossano si ritrova in S. Angelo in Formis, in Salerno e nelle più antiche scene della Cappadocia, cioè insieme con l'ultima Cena. - Vedi tav. LX.

Bibl.: Volpert, Menschen, pp. 851-53; Ch. Diehl, Manuel d'art byzantin, Parigi 1926, pp. 492, 512-27. Enrico Josi

LAVANT, diocesi di. - Diocesi in Jugoslavia con residenza in Maribor nella Slovenia settentrionale. In una superfice di kmq. 7398 , comprende 638.786 cattolici e 34.309 di altre religioni, 259 parrocchie divise in 28 decanati con 256 sacerdoti secolari e 97 religiosi (1949).

La sede vescovile fu fondata presso la chiesa di Sankt Andrä nella Valle della L. (Carinzia orientale) nel 1228 dell'arcivescovo di Salisburgo, Eberhard II, per incarico del papa Onorio III e comprendeva originariamente 7 parrocchie della Valle della L. e del vicino territorio della Stiria. La nomina e la conferma dei vescovi lavantini sono riservate, secondo la bolla di fondazione, all'arcivescovo di Salisburgo e tale diritto fu da lui esercitato fino al 1932.

Nell'anno 1381, pur la prima volta, accanto al titolo di vescovo lavantino apparve quello di principe, titolo che rimase costantemente fino dal 1446. Normalmente gli Ordinari lavantini furono vicari generali nelle regioni limitrofe dell'arcidiocesi di Salisburgo.

La diocesi assunse un'importanza effettiva in seguito alla delimitazione territoriale fatta da Giuseppe II; allora (1769) le furono annessi i distretti di Völkermarkt nella Carinzia e quello di Celje nella Stiria. Senonché tale delimitazione era poco naturale e non corrispondeva alle esigenze amministrative e pastorali della diocesi, per cui nel 1857 si fece una nuova revisione dei confini, onde la diocesi
![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(Ist. Orlandini)
Lavanda del PIEDI - L. dei p. Miniatura di N. Glockendorf di Norimberga (1534) nelle Meditationes in Vitam 7em Christi. Modena, Biblioteca Estense, ms. a. U. 6.7., fol. 34².
di L. dovette cedere i territori della Carinzia a quella di Gurk, ricevendo in compenso, dalla diocesi di Seckau, il distretto di Maribor dove fu trasferita la sede, pur conservando l'antica denominazione di L. Con questa divisione la diocesi di Maribor abbracciava quasi tutta la parte slovena della Stiria. Nel 1918 L. ebbe in amministrazione apostolica le parti delle diocesi di Gurk e di Szombathely, passate dall'Austria e Ungheria alla Jugoslavia. Il i maggio 1924 L. divenne direttamente soggetta alla S. Sede.

I vescovi più celebri sono: Giorgio Stobaeus von Palmberg (1584-1618) al quale si deve il disegno della Controriforma nell'Austria interiore; il servo di Dio A. M. Slomsek (1846-62) che ebbe una parte preponderante nel risveglio nazionale degli Sloveni e nella organizzazione della scuola austriaca; Michele Napotnik (1889-1922), esimio predicatore e biblista.

BibL.: F. Kovačič, Zgadovina lavantiske Bafije, Maribor 1928. Francesco Dolinar

LAVATER, Johann Kaspar. - Scrittore e parroco protestante, n. a Zurigo il 15 nov. 1741, m. ivi il 2 genn. 1801. Formò la sua cultura filosofico-religiosa sui testi di Zwingli, del Leibniz e del Rousseau. L'influenza poi del razionalismo illuministico venne mano mano ad essere attenuata dalla sua complessiva mistica pietista. Nominato diacono dell'orfanotrofio di Zurigo, poi pastore nella chiesa di S. Pietro, fu oratore notevolissimo.

Le sue opere più note sono: Geheimes Tagebuch von einem Beobachter seiner selbst (1771-73); Physiognomische Fragmente zur Beförderung der Menschenkenntnis und Menschenliebe (1775-78). Applicò il metodo psicologico all'indagine fisionomica mirando a cogliere, insieme con i caratteri dell'uomo, i motivi dell'elevazione della creatura umana e Dio. Compose anche poesie liriche ed epiche di poca importanza; la sua opera letteraria rimane nel complesso frammentaria, in parte contradditoria e di incerto fondamento scientifico, il che è attestato, tra l'altro, dall'interesse che il L. ebbe per l'occultismo.

BibL.: Ch. Steinbrucker, L. 1. Physiognomische Fragmente im Verhältnis zur bildenden Kunst. Berlino 1915; O. Guinaudeau. 7. G. L.. Parigi 1924; C. Janentzky, 7. C. L., Frauenfeld 1928; E. v. Bracken, Die Selbstbeobachtung bei L.. Münster in W. 1932; J. Forssmann, L. und die religiösen Strömungen des 18. 7h.s. Rigs 1935; M. Sloman-Lavater, Genie des Herzens. Die Lebensgeschichte 7. C. L.s, Zurigo 1943. Bruno Brunello

LAVAUR, ARCIDIOCESI di: v. Albi, ARCIDIOCESI di.
LAVEDAN, Henri. - Commediografo e romanziere francese, figlio di Hubert-Léon, scrittore politico assai vivace, n. ad Orléans nel 1859 e m. a Vichy il 30 sett. 1940. Accademico di Francia.

Cominciò la sua carriera letteraria con alcuni dialoghi satirici piuttosto crudi e veristici sull'alta società parigina (Inconsolables; Petites fêtes; Leur beau physique, ecc.) e si diede presto al teatro, sulle orme di Dumas figlio e di Augier, divenendo sempre più noto ed applaudito con i drammi Une famille (1890) e Le prince d'Aurec (1892), dove viene tratteggiata a colori vivacissimi la situazione di talune classi aristocratiche in decadimento. La fortuna di L. continua anche nelle opere successive, che si schiudono ad interessi sempre più generali. Le duel (1905) tocca e risolve magnificamente il dissidio fra ideali umani e ideali religiosi. Nell'immediato dopoguerra, l'autore di drammi cede il posto allo scrittore che ha riconquistato la sua fede cattolica. La biografia di s. Vincenzo de Paoli (Monsieur Vincent, aumônier des galères, Parigi 1928) n'è una stupenda testimonianza religiosa e letteraria.

BibL.: H. Bidou, Trois sens nouveaux 1900: Donnay, Capus, L., in Conférencia, 2 (1934), pp. 495-506. Giscinto Spagnoletli

LAVIGERIE, Charles-Martial. - Cardinale, n. a Huire, presso Baiona, il 13 ott. 1825, m. ad Algeri il 25 nov. 1892. Sacerdote il 2 giugno 1849 , fu durante tre anni professore alla Sorbona; quindi, seguendo il consiglio del p. de Ravignan, accettò la direzione delle scuole di Oriente. Questo gli diede occasione di intraprendere una spedizione di carità

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(fot. Enc. Catt.)
Lavigente, Charles-Martial - Ritratto a olio di pittore ignoto. Roma, basilica di S. Agnese fuori le mura.
in Siria, durante la quale ebbe un incontro, rimasto celebre, con il famoso emiro 'Abd el-Qādīr. Soprattutto il L. prendeva allora contatto con l'Oriente e l'isläm, anzi scopriva in sé la vocazione missionaria. Arrivato a Roma, fu nominato uditore di Rota, quindi consultore alla Commissione dei Riti orientali, e dopo poco vescovo di Nancy. Nel 1867 accettò la proposta del governo francese per la nomina ad arcivescovo di Algeri, con l'intento "di fare dell'Algeria la culla di una nazione cristiana, di diffondere la luce del Vangelo e di portarla oltre ai deserti, fino al centro dell'immenso continente».

Lottando con forza, conquistò la libertà di apostolato presso i musulmani di Algeria e Napoleone III dovette arrendersi ai suoi progetti. Per svolgere fra questi popoli un ministero discreto, ma efficace, L. fondò due congregazioni missionarie: quella dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche. Inviò i suoi missionari, attraverso il Sahara, verso Tombuctu; per ben due volte ne fece dei martiri. I Padri Bianchi dovevano giungere nel Sudan solo nel 1895, al seguito dell'esercito francese.

Il L. ebbe miglior fortuna nelle spedizioni apostoliche verso l'Africa equatoriale ed è sua gloria imperitura quella di aver aperto al Vangelo il centro del continente africano, dove i primi Padri Bianchi giunsero nel 1879.

Le sue cure pastorali si rivolsero anche a coloro che gli erano più vicini; nell'arcidiocesi di Algeri fece sorgere numerose chiese e vi stabilì molte comunità religiose; in Tunisia, risuscitò l'antica sede di Cartagine, edificò la cattedrale a Tunisi e la basilica di S. Luigi a Cartagine. Divenne primate d'Africa. Ma di nuovo l'Oriente lo chiamava: il governo francese gli offrì la custodia del santuario di S. Anna a Gerusalemme. Così vennero fondati i seminari, in cui i Padri Bianchi si dedicano alla formazione del clero greco-melchita.

Premio di tanti servigi così alla Chiesa fu nel 1882 la creazione a cardinale di S. Romana Chiesa da parte di papa Leone XIII. Della sua parola, così autorevole e potente, si servì per predicare una du-
plice campagna antischiavista. Leone XIII poté affermare di lui, che era stato uno degli uomini più benemeriti del cattolicesimo e della civiltà.

Bim.: A. C. Grussemeyer, Viagi-cing auuées d'épiscopat. Documents biographiques de Sou Eminence le card. L., Algerifourdan 1888; L. Baunard, Le card. L., 2 voll., Parigi 1898; Instructions de Sou Eminence le card. L. à ses missionnaires, MaisonCarrée 1907; G. Groyna, Un grand missionnaire, le card. L., Parigi 1925; J. M., Le card. L. et son action apostolique, ivi 1028.

Giovanni B. Canet
LAVOISIER, Laurent-Antoine. - Celebre chimico, n. a Parigi il 26 ag. 1743, m. ivi l'8 maggio 1794. Fu il primo a spiegare la vera funzione dell'ossigeno, scoperto da Priestley e da Scheele, quale elemento essenziale della respirazione e della combustione, abbattendo così l'erronea teoria del flogisto che pure aveva contribuito al progresso della scienza e che era stata accettata dagli scienziati del tempo. Chiari il concetto di elemento chimico e provò sperimentalmente la legge della conservazione delle masse.

Le scoperte e gli studi di L. sono consegnati nel Traité élémentaire de chimie (Parigi 1789; 2^{text {a }} ed. ivi 1793; 3^{text {a }} ed. ivi 1937), raccolti nella Oeuvres complètes de L. A. L. in 6 grossi volumi a cura di J.-B. Dumas (Parigi 1857-96) e celebrati nei lavori dedicati a L. da Grimaux, Dumas, Berthelot, Guareschi e in tutti i trattati di storia della chimica.

L'onestà scientifica, le virtù private e pubbliche e i suoi sentimenti di umanità e carità (egli, "fermier général ", cioè appaltatore d'imposte, sosteneva la esenzione delle imposte per i poveri) fu