volume-07

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i conto del fatto che, in origine, il cristianesimo era predicato in greco e che le idee e le istituzioni cristiane sono penetrate nell'Occidente con nomi greci. Dietro ogni termine tecnico dei due secoli si nasconde o si mostra un originale greco.

Nel latinizzare il vocabolario tecnico più antico si sono applicati tre processi: o s'è presa in prestito la parola greca, o s'è creata una parola nuova, o s'è dato un senso nuovo a parole già esistenti in latino. Si può dire in generale che le cose o le istituzioni più o meno concrete hanno conservato il nome straniero di origine, rendendo ordinario nei circoli cristiani tutto un vocabolario tecnico preso ad imprestito: ad es., i nomi: apostolus, ecclesia, baptismo, catechumenus, diaconus, episcopus, ecc.; i verbi: bapticare, blasphomare, prophetare, ecc. Ci sono poi alcune categorie d'idee che fin dal principio sono state invece interpretate con parole puramente latino, sia con neologismi lessicologici, sia con neologismi semasiologici: cosi le nozioni in stretta relazione con la dottrina cristiana hanno trovato quasi sempre una interpretazione latina, ad es., tutto il vocabolario della carità cristiana (carlias, dilectio ecc.) è latino. Lo stesso avviene per il vocabolario della salvezza e della redenzione (salus, salutare, salvare, salvator, ecc.), per quello dell'opposizione fra carne e spirito (spiritualis, carnalis, ecc.). Più tardi la terminologia teologica e dogmatica sarà quasi esclusivamente latina. Molto spesso, poi, non si creavano parole nuove, ma la stessa lingua comune offriva un punto di partenza e allora uno spostamento di senso era sufficente per interpretare un'idea cristiana. Le parole pax, confiteri, salus, gratia, caro, hanno adottato un senso nuovo.

La differenziazione lessicologica non si limita a termini tecnici indicanti cose cristiane; nei circoli cristiani, infatti, si formò buon numero di parole nuove che non indicano cose, idee o concezioni specificamente cristiane, ma piuttosto idee generali. Questo fatto sorprendente non può venir spiegato se non riferendosi alla concezione stessa della lingua speciale, che implica di per sé una differenziazione in tutto il dominio della lingua, senza bisogno di una necessità esteriore per ogni singolo caso: di questa specie sono: appretiare, arrepticius, beatificare,
beneplacitum, cohabitare, courecumbere, cooperatio, cooperator, corruptibilis, fornicari, immarcescibilis, damnator, ecc.

Anche nel campo sintattico si possono segnalare differenziazioni, che non si giustificano con il bisogno concreto di una espressione tecnica. In questo caso si tratta assai spesso di tendenze generali della lingua, che, nella società linguistica dei cristiani, hanno portato ad una evoluzione speciale. Si potrebbe accennare, ad es., l'uso speciale di aggettivi di appartenenza, in luogo del genitivo, in espressioni fisse come: divina gratia, passio dominica, apostolica proecepta, divina misericordia, ecc.; una certa predilezione per costruzioni libere ed espressive, come quella del singolare collettivo, del nominativo isolato, ecc.; l'uso di certe costruzioni verbali, come quella di ad con i verba dicendi, di benedicere con l'accusativo, dell'uso tecnico della frase credere in. Assai spesso, come nell'ultimo dei casi citati, l'uso latino è stato stimolato dall'esempio di costruzioni ebraiche o greche, ad es., la perifrasi del futuro con i verbi coepi, incipio, l'interrogazione indiretta introdotta con si, e, nella maggior parte dei casi, con l'indicativo; l'uso dell'infinito finale; l'uso del genitivo in espressioni come homo peccati, ecc.
III. Il latino della chiesa. - E un ramo particolare del latino dei cristiani. La forma più antica del latino della Chiesa si trova nel latino delle antiche versioni della Bibbia che sono state redatte in una lingua assai popolare. I traduttori, persone semplici e senza formazione letteraria, hanno attinto largamente allo idioma del popolo ed hanno praticato al tempo stesso un estremo letteralismo, privi com'erano di preoccupazioni letterarie, traducendo parola per parola, conservando assai spesso la costruzione sintattica dell'originale greco che aveva già subito, sotto parecchi rispetti, l'influsso dell'ebraico. A cagione dei numerosi elementi esotici di carattere linguistico e stilistico, la lingua delle antiche versioni, pur essendo estremamente popolare, aveva un carattere particolare, che la distingueva nettamente dalla lingua corrente delle comunità cristiane.

Queste antiche versioni hanno generalmente urtato il gusto dei letterati per il loro carattere popolare e al tempo stesso esotico. Lattanzio osserva che il carattere volgare delle antiche versioni scandalizzava i letterati e che questo costituiva un ostacolo insormontabile per molti di essi, imbevuti della cultura letteraria dell'epoca. Tuttavia, nei circoli cristiani, questa forma rude e poco letteraria venne alla fine accettata, come lo stile biblico. Nelle sue Locutiones in Heptateuchum, s. Agostino si sforza di segnalare e di spiegare le particolarità di lingua e di stile delle antiche versioni, caratterizzandole come elementi biblici, e riconosce l'esistenza di una lingua e di uno stile biblici, ben distinti non solo dalla lingua comune delle persone colte, ma anche dalla lingua corrente dei cristiani; li accetta e nei suoi libri De doctrina christiana raccomanda la Bibbia come un esempio di eloquenza cristiana. Dopo Lattanzio avviene uno spostamento nel senso intimo della lingua, e ciò spiega come s. Girolamo, letterato e buon conoscitore del latino letterario, rivedendo le antiche versioni della Bibbia abbia potuto conservare molte parole ed espressioni, assai ardite e persino volgari. Per i contemporanei di s. Girolamo, questi elementi si erano nobilitati come tradizionali della lingua biblica.

Una forma più matura del 1. c. si manifesta nel latino liturgico. In conseguenza del fatto che la liturgia occidentale, e in particolare quella di Roma, è stata latinizzata in epoca assai tarda, il latino liturgico di Roma presenta, nella sua forma più antica, una fase assai evoluta del latino dei cristiani. Per questo il latino liturgico si distingue chiaramente dal latino biblico, che porta, ancora e sempre, alcune tracce delle versioni più antiche della Bibbia.

La liturgia latina romana ha potuto attingere, sin dalle origini, a tutte le ricchezze di un idioma maturo;

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il suo stile è una creazione romana autonoma, che si distingue nettamente dallo stile della preghiera orientale, e si manifesta in primo luogo nei testi liturgici più antichi, come il canone della Messa. Esso ha subito influenze diverse in diverse epoche : influenze bizantine, gallicane ed altre, ma tutte queste influenze, che nella maggior parte dei suoi tendono a diminuire il carattere assai severo e ieratico dello stile romano in favore di uno stile più misterioso, più poetico, o più affettivo, non sono mai riuscito ad eliminare del tutto il carattere di sobrietà solenne, di unzione virile e austera dell'antico stile romano. Lo stile assai solenne e ieratico del Canone della Messa attinge dell'eredità dell'antico culto romano; è imparentato con lo stile dell'antico preghiera nazionale di Roma, da cui ha tolto la ricerca del grandioso, la verbosità e la precisione giuridica. Grazie al fatto che l'Occidente è rimasto a lungo fedele allo spirito primitivo, che lasciate certe preghiere liturgiche all'improvvisazione, sia spontanea, sia premeditata, del celebrante, si è reso possibile il sorgere di forme liturgiche tradizionali; e s'è formato un formulario ed uno stile tradizionale per certi tipi di preghiere; per essi gli «oremus» hanno un loro stile e i «prefazi» un altro.

Sullo stile curiale il latino della Chiesa ha trovato la sua espressione più ufficiale, che si allontana coscientemente dal carattere popolare della lingua comunemente usata dalle comunità cristiane, e ha subito l'influsso esercitato dalla lingua del diritto romano e soprattutto dallo stile dei documenti ufficiali dell'Impero; resta quindi fedele alle norme assai severe fissate dal latino colto.

Bibs.: Evoluzione: Jos. Schrïnen, Le latin chrétien devenu langue commune, in Rev. des études latines, 12 (1934), p. 96 sgg .; J. De Ghellinck, Latin chrétien ou langue latine des chrétiens, in Les études classiques 8 (1939), p. 449 sgg.; id., in Revue d'hist. eccl., 44 (1949), p. 402 sgg.; M. M. Muller, Der Übergang von der griechischen zur lateinischen Sprache der abendländischen Kirche von Hermas bis Erovatian, Roma 1943; Th. Klauser, Der Übergang der römischen Kirche von der griech, zur lat. Liturgiesprache, in Miscellanea Mercati (Studi e testi, 121), Città del Vaticano 1946, p. 467 sgg.; G. Bardy, La question des langues dans l'Eglise ancienne, I, Parigi 1948; Ch. Mohrmann, Altshristliches Latein, Entstehung und Entwicklung der Theorie der altchristlichen Sondersprache, in Aevum, 13 (1939), p. 339 sgg.; id., Les origines de la latinité chrétienne à Rome, in Vigiliae christianae, 3 (1949), p. 67 sgg. e p. 163 sgg.; id., Quelques observations sur l'originalité de la littérature latine chrétienne, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 4 (1950), p. 153 sgg. Aspetti caratteristici: G. Raffmano, Geschichte des Kirchenlateins, Breslavia 1876; Jos. Serhijnen, Charakteristik des altchristlichen Latein (Latinitas Christianorum primaeos, i), Nimega 1932; H. Jansen, Kultur und Sprache. Zur Geschichte des alten Kirche im Spiegel der Sprachentwichlung (ibid., viII), ivi 1938; Matti A. Sainio, Semasiologische Untersuchungen über die Entstehung der christlichen Latinität, Helsinki 1940; Ch. Mohrmann, Quelques traits caractéristiques du latin des chrétiens, in Miscellanea Mercati, I (Studi e testi, 121), Città del Vaticano 1946, p. 437 sgg.; id., Le latin langue de la chrétienté occidentale, in Aevum, 24 (1950), p. 133 sgg.; per i problemi della sintassi sono assai importanti i lavori della scuola svedese; innanzi tutto: E. Löfstedt, Philologischer Kommentar zur Peregrinatio Aetheriae, Uppsala 1956; id., Syntactica, I, 2* ed., Lund 1942; II, ivi 1933. Per le lingue romanze : H. Rheinfelder Kultsprache und Profansprache in den romanischen Ländern, Gi-nevra-Firenze 1953; due serie di pubblicazioni si occupano in particolar modo del latino dei cristiani e cioè : Patristic Studies (Catholic University of America, Washington) e Latinitas Christianorum Primaeva (Nimega). La rivista Vigiliae christianae (Amsterdam) dà un posto importante ai problemi concernenti il greco e il latino dei cristiani. - Latino della Chiesa: H. Roensch, Italia und Vulgata, 2* ed., Marburgo 1875; A. Allgrier, Vergleichende Untersuchungen zum Sprachgebrauch der lateinischen Übersetzungen der Psalmen und der Evangelien, in Zeitschr. f. die attestament. Wissenschaft, 46 (1928), p. 34 sgg.; P.W. Hoogterp, Edude sur le latin du Codex Bobonnis des Evangelies, Wageningen 1930; W. Süss, Das Problem der lateinischen Bibelsprache, in Historische Vierteljahrschrift, 27 (1932), p. I sgg.; id., Studien zur lateinischen Bibel, I, Tartu 1933; W. Matskoor, De vocabulis quibusdam Italiae et Vulgatae christianis, Berlino 1933; G. Manz, Ausdrucksformen der lateinische Liturgiesprache (Texte und Arbeiten herausgeg. durch die Erzahtel Beuron, I, 1), Beuron 1941; Ch. Mohrmann, Le latin liturgique, in La Maison Dieu, 23 (1950), p. 5 sgg.; id., Quelques observations sur l'évolution stylistique du Canon de la Messe romaine, in Vigiliae christianae, 4 (1950), p. I sgg.; A. Baumstark, Antik-römischer Gebetstil im Messhanon, in Miscellanea Mohlberg, I, Roma 1948, p. 301 sgg. Cristina Mohrmann

LATITUDINARI (Chiesa lata). - Nome già usato nei secc. XVII e xvili ed applicato a coloro che "miravano a Lambeth e remavano verso Calvino", o a quanti «lasciano i fanatici disputare sul Credo e si contentano di vivere bene» (cristianamente).

Il latitudinarismo si estese in Inghilterra in parte per il poco anglicanismo della casa di Hannover e in parte per l'apatia del clero anglicano, ma senza formare una classe o Chiesa distinta, perché i l. si confondevano con quelli della Low Church (v.), aggiungendo talora il qualificativo di «liberali». Il movimento di Oxford, con il suo richiamo alle tradizioni primitive, allo studio dei SS. Padri, ecc., spinse alcuni l. a scrivere nel 1860 Essays and reviews, in cui si attaccava il Credo atanasiano e le dottrine fondamentali del cristianesimo. Il governo, con la elezione dei vescovi e dignitari l., pareva inclinasse a favorirlo; cominciò allora a prevalere il nome di Broad Church e Chiesa lata 6. Benché a parole vegliane appartenere alla Chiesa anglicana, come Chiesa ufficiale dello Stato, in realtà le loro dottrine inclinano sempre più al modernismo e al razionalismo; non manca però chi ammette dottrine dell'High Church e della Low Church.

BibL.: S. L. Ollard, s. v. in Dictionary of English Church history, pp. 114-16, 314-16; A. D'Alès, Anglicanisme moderne, in DFC. IV, coll. 701-33; P. Thureno-Danato, La Renaissance catholique en Angleterre un XIXV siècle, III, Parigi 1906, p. 381; W. E. Russell, A short history of the evangelical movement, Londra 1913, passim; G. Coolen, L'anglicanisme d'aujourd'hui, St-Omer 1933, passim; C. Lovera di Castiglione, Il movimento di Oxford, Brescia 1935, passim; Ch. R. Sanders, Coleridge and the Broad Church movement, Londra 1942. Camillo Crivelli

LATOMUS, Bartolomeus. - Teologo e umanista lussemburghese, n. ad Arlon tra il 1485 e il 1490 , m. a Coblenza il 3 genn. 1570. Grecizzò il soprannome del padre (tagliapietra: Steinmetz, Masson) in L. Amico di Erasmo, per 25 anni ( 1517-42 ) insegnò lettere e filologia nelle Università di Friburgo in Br., Treviri, Colonia, Lovanio, Parigi.

Amante delle antichità classiche, non mancò di visitare l'Italia ( 1539 -40). Datosi dagli studi ella vita politica e alle discussioni religiose, nel 1542 si trasferì a Coblenza, dove, consigliere dell'elettore di Treviri, con l'opera e con gli scritti si oppose al dilagare della a riforma». Presente alle diete di Spira (1544), di Worms (1545), di Ratisbona (1546) e nuovamente di Worms (1557), prese parte ai contraddittori con i teologi protestanti. La sua opera polemica è volta soprattutto a combattere M. Bucero, P. Dalthen e J. Andreil; quella d'umanista a illustrare particolarmente Cicerone e Grazio.

Delle sue opere teologiche sono da notare: Responsio B. L. ad epistulam M. Bucerí (Colonia 1544); De Controversiis... altera plenague defensio (ivi 1545), edite ambedue nel Corp. Carli. [VIII [1924]) a cura di L. Keil; Refutatio calomnissarum insecrationem M. Bucerí (ivi 1546); Handlungen des Colloquiums zu Regensburgs (ivi 1546); Spaltung der Augsburgischen Confession (Worms 1558); contro P. Dalthen pubblicò Responsio e Altera responsio (Colonia 1558 e 1560); De docta simplicitate primae ecclesiae (ivi 1559) contro J. Andreil.

BibL.: L. Roensch, B. L., in Bulletin de l'Académie de Belgique, 3* serie, 14 (1887), pp. 132-76; E. Wolff, Un humaniste luxembourgeois, Lussemburgo 1902; E. Amann, s. v. in DThC, VIII, coll. 2624-26. Vito Zollini

LATOMUS, Jakob (Jacques Masson). - Teologo, n. a Cambron (Hennegau) ca. il 1475, m. a Lovanio il 29 maggio 1544. A Parigi acquistò il grado di magister artium, nel 1505 fu chiamato a Lovanio, dove diresse la casa, fondata da van Standonà per studenti poveri; dal 1522 teologo consultore dell'inquisitore imperiale van der Hulst.
L. è noto specialmente per le controversie sostenute contro Erasmo e contro Lutero. Nel 1519 pubblicò De trium linguarum et studii ratione dialogos (Parigi 1519, ed. moderna in S. Cramer-P. Pijper, op. cit. in bibl., pp. 7-84) che gli ereò da parte erasmiana la fama di nemico dell'indirizzo umanistico. In realtà L. seppe dar valore anche alle

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nuove tendenze in difesa della verità cattolica. Appunto per questo Erasmo gli conservò la sua stima, e Lutero disse di lui : L. optimus amulum, qui contra me scripserunt (Tischreden Luther, ed. W. Preger, Lipsia 1888, n. 431). L., insieme ai dotti della sua Università, fu tra i primi e più decisi avversari della dottrina di Lutero. Quando questi si rivolto contro la candanna dell'Università di Lovanio, L. prese le difese della dottrina cattolica, pubblicando nel 1521: Articulorum doctrine fratris M. Lutheri per theologie. Leconienses damnatorum ratio (Anversa 1521), e regololando a una seconda risposta di Lutero con il De primatu Romani pontificis adversus Lutherum (Anversa 1525, ed. moderna in S. Cramer-F. Pijper, op. cit., pp. 85-195) e con la Responsio ad Lutherum (ivi 1525). Per ragione di controversia il L. in questi scritti si fonda solo sulla Scrittura e sui Padri, sebbene i testi relativi siano in poca connessione fra loro ed uniti con criteri puramente esteriori. Altri scritti polemici : De confessione secreta (ivi 1525) contro Ecolampadio e Beato Renano; contro Melantone : Dune epistolae (ivi 1544); gli scritti sulla Grazia, sui voti religiosi, il Matrimonio, il culto dei Santi, hanno minor valore.

Biel.: G. Kawerau, s. v. in Realenc. für prot. Theol. und Kirche, XI, pp. 302-303; S. Cramer-F. Pijper, Bibliotheca reformationis Neerlandica, III, 's Gravenhage 1905; H. de Jonch, L'ancienne faculté de théologie de Louvain, Lovanio 1911, pp. 173 180; P. Polman, L'elimut historique dans la controverse religiense du XVIe siècle, Gend-loux 1932, passim; G. Thils, Les notes de l'Eglise dans l'apologs'riq̃ue depuis la Réforme, ivi 1937, v. indice. Igino Nogger

LATONA ( Λ η τ dot{ω} ). - Dea greca figlia del titano Koios e di Phoebea; amata da Zeus, per sottrarsi ai furori di Era, si rifugio a Delo - l'isola errante dell'Egeo che da allora divenne stabile - dove dette alla luce Artemide e Apollo (nascita ricordata con due feste quivi celebrate il 6 ed il 7 Thargeliano).

A Delo si trovava pure il principale dei santuari sacri a L. ( Λ η τ tilde{ω} ω ν ) con una statua arcaica in legno ed una palma di bronzo, che ricordava quella a cui la dea si era aggrappata all'atto del parto; nella stessa isola, inoltre, le sue feste ( Λ η τ tilde{ω} α ) ed il suo culto erano strettamente connessi con quelli dei suoi figli. Vari altri templi erano sparsi nella Grecia, a Creta, ma soprattutto nell'Asia Minore, sua patria d'origine, dove era venerata quale "signora" e quale protettrice delle tombe e dei giuramenti; in questi paesi, inoltre, sembra fosse originariamente connessa con la vegetazione e con riti ctonici.

Statue greche di L. furono anche collocate a Roma nel tempio di Apollo sul Palatino (da Augusto) ed in quello della Concordia; rappresentazioni della dea con il nome di Letun compaiono anche su specchi etruschi d'età ellenistica.

Biel.: M. P. Nilsson, Minoan-myrcenacan religion, Lund 1927, p. 444 sgg.; Wehrli, s. v. in Pauly-Wissowa, Suppl. V, col. 333 sgg.; G. Barbieri, s. v. in F. de Ruggiero, Dis. epigr., IV, pp. 430-57.

Cesare D'Onofrio

## LA TOUR D'AUVERGNE, Henni-Alphonsè-

Godefroy-Bernard, principe di Lauragais e di. " Uomo politico francese, n. il 21 ott. 1823 a Parigi, m. il 5 maggio 1871 al castello di Angliers (Vienne). Entrò a 18 anni nella carriera diplomatica, quale addetto al Ministero degli esteri. Nell'apr. 1849 sbarcà a Civitavecchia insieme all'aiutante di campo del generale Oudinot con l'incarico di rassicurare la popolazione sulle intenzioni francesi e di predisporre tutto per il pacifico sbarco del corpo di spedizione.

Ministro di Francia a Weimar, a Firenze, a Torino nel 1859-60, ambasciatore a Berlino. Di sentimenti rigidamente cattolici, successe nell'ott. 1862 al La Valette all'ambasciata di Roma. Vi trovò i rapporti tra la Francia e la S. Sede piuttosto tesi, soprattutto a causa dell'atteggiamento del suo predecessore, il quale non faceva mistero della sua ostilità verso la S. Sede. Il nuovo ambasciatore, incaricato di far presente al Papa la necessità di riconoscere per lo meno de facto, se non de iure, l'occupazione di una parte del territorio pontificio da parte del Regno d'Italia, consigliò pure l'attuazione di riforme nello

Stato della Chiesa. Le relazioni tra le due parti migliorarono, ma la S. Sede troppo si illudeva sul supposto cambiamento della politica francese dopo l'avvento di Drouyn de Lhuys al Ministero degli esteri. La posizione del L. T. d'A., persona assai grata a Pio IX, diveniva di giorno in giorno più difficile ed il principe salutò con sollievo nell'ott. 1863 il suo trasferimento a Londra. Nominato ministro degli Esteri nel 1869, divenne nel luglio 1870 ambasciatore a Vienna e negoziò un accordo tripartito austro franco-italiano contro la Prussia, accordo che non fu concluso per l'intransigenza di Napoleone III sulla Questione romana.

Biel.: A. Robert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlamentaires frangais, III, p. 619; E. Bourgeois-E. Clermont, Rome et Napoléon III, Parigi 1907, passim; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire, ivi 1930, passim; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma, Bari 1931, passim; L. M. Case, Franco-Italian relations 1860-63. The Roman question and the convention of September, Filadelfia 1932, passim.

Silvio Parfani

## LA TOUR DU PIN, Charles-Humbert-Reyd,

conte de. - Marchese della Charce, n. il 1° apr. 1834 ad Arrancy (Aisne), m. a Losanna il 4 dic. 1924.

Fondò nel 1871 l'Opera dei Circoli cattolici operai; il 20 febbr. 1885 partecipò al primo pellegrinaggio degli industriali cattolici a Roma, con Leone Hermel, e dal 1884 all'Unione di Friburgo, divenuta ben presto l'Unione internazionale dei « cattolici sociali».

La fama di L. T. du P. è dovuta al fatto che egli è generalmente considerato il teorico del corporativismo, avendone per primo formulato, in un quadro sistematico, i principi fondamentali, per quanto non si possa non riconoscere la grande influenza esercitata sul suo pensiero da taluni cattolici sociali tedeschi, fra cui mons. Ketteler e il barone de Vogelsang, da lui personalmente conosciuti.

La concezione organica della società in antitesi a quella atomistica del liberalismo, il principio dell'intervento, per quanto limitato, dello Stato nella economia in contrapposte all'individualismo liberale e alla statolatria socialista; la concezione etica della economia e particolarmente del lavoro in opposizione a quella merceologica dell'utilitarismo; il riconoscimento del diritto di proprietà, inteso essenzialmente come funzione sociale, ed il principio della rappresentanza professionale di classe, costituiscono le basi essenziali del corporativismo che L. T. du P. ha esposto in un particolareggiato, ma troppo teorico e schematico disegno, dalla base alla periferia, facendovi aderire un sistema rappresentativo anche politico, che, attraverso le rappresentanze corporative locali e provinciali, avrebbe dovuto culminare in un Gran Consiglio delle Corporazioni, una specie di senato consultivo della monarchia di Francia.

Non è priva di significato la circostanza che questo teorico dell'economia corporativa fu uno spirito essenzialmente tradizionalista, a tal segno da avere sostenuto il sistema di votazione per categoria (ordre) e non per testa, in seno alla corporazione, e dal non aver seguito, nei confronti della terza Repubblica, la politica del ralllement consigliata ai cattolici francesi da Leone XIII. Ma a parte le esagerazioni e gli assolutismi del L. T. du P., che sono dovuti al suo spirito troppo sistematico ed astratto e quindi chiuso sovente alla realtà economica, ciò che resta è il suo sistema corporativo nell'insieme e la sua concezione della corporazione, la quale collina sostanzialmente con i principi fondamentali della scuola sociale cattolica. Mentre infatti per il corporativismo \& di Stato s, cosi chiamato in contrapposto a quella a di associazione s, la corporazione deve essere essenzialmente un organo del potere esecutivo, di conseguenza senza personalità giuridica, volto al progressivo aumento ed accentramento delle funzioni statali, per il L. T. du P. invece va considerata quale ente autarchico di diritto pubblico, avulso dallo Stato (per quanto da questo non del tutto indipendente), inteso essenzialmente quale valida difesa dei diritti naturali contro l'invadenza dello Stato e contro il prevalere del potere politico.

La corporazione pertanto, secondo il L. T. du P., avrebbe dovuto costituire, con il suo statuto e con la sua

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(Ist. Enc. Gatz.)
Lattanzio - Divinarum Institutionum L.J. 6 (PL 6, 140-42). Biblioteca Vaticana, cod. Pal. Lat. 161, f. 1 (sec. x).
magistratura, la garanzia giuridica della professione e dei suoi componenti e avrebbe dovuto essere, come il Comune, "uno Stato nello Stato, legato ad esso con obbligazioni e attribuzioni reciproche».

Binc.: Opere principale: Vers un ordre social chrétien. Talons de route (1882-1907). Parigi 1907. Studio: A. Canaletti Gaudenti. Un corporativista cattolico: Renato de L. T. du P., Roma 1972.

Alberto Canaletti Gaudenti

## LATRIA: v. CULTO.

LATTANZIO. - Scrittore cristiano (sec. III-IV).
I. Vita. - Fonti per la vita di L. sono alcuni passi delle sue opere, specialmente Inst., 1, 1, 8-10; 3, 13, 12; 5, 2, 2; 5, 11, 15, e le testimonianze di s. Gerolamo (De vir. ill., 80; Chron., a. 2333=317 ).

Cecilio Firmiano L. (alcuni codici dànno il nome Caelius, ma Caecilius è confermato da un'iscrizione della Numidia, in CIL, VIII, 7241), n. di famiglia pagana verso il 250 in Africa, fu discepolo di Arnobio (v.). Formato agli studi letterari, divenne maestro di retorica, prima in Africa e poi a Nicomedia, chiamato colà dall'imperatore Diocleziano, forse intorno al 290. Ma la sua scuola fu poco frequentata : le lettere latine destavano scarso interesse in un centro di cultura greca; d'altra parte, L. era più dotto che eloquente; soffrì pertanto una penosa povertà. Convertitosi al cristianesimo, non si sa se a Nicomedia o già prima, dové lasciare la Bitinia, nel 305-306, a causa della persecuzione di Diocleziano; vi ritornò probabilmente nel 311 , dopo l'Editto di tolleranza promulgato da Galerio. Nel 317 fu chiamato in Gallia da Costantino, che gli affidò l'educazione del figlio Crispo. Questa l'ultima notizia di L.
II. Opere. - Appartenenti di sicuro a L. e conservatesi : 1) De opificio Dei; composto quand'era già scoppiata
la persecuzione di Diocleziano ( 1,1.7 ; 20,1 ), probabilmente sulla fine del 303 o sul principio del 304 , e indirizzato a un antico discepolo dell'autore, Demetriano; tenendosi sul terreno scientifico e filosofico, senza introdurre elementi specificamente cristiani (salvo il tratto dualistico 19, 8), si propone di dimostrare la provvidenza di Dio nella costituzione del corpo umano, che esamina in un'accurata descrizione anatomica e fisiologica, e dell'anima. 2) Le Divinae institutiones, in 7 libri, composte fra il 304 e il 313 , hanno un fondamentale intento apologetico, mirando a difendere il cristianesimo dalle accuse dei pagani, in particolare di due scrittori, un filosofo, che non si sa identificare, e un giudice, probabilmente le. rocle. Ma la cultura dell'autore e il suo proposito di rispondere esaurientemente alle obiezioni dei pagani colti diedero all'opera il carattere d'una trattazione sistematica (come indica il titolo), ove l'elemento polemico è integrato dal costante impegno di approfondimento razionale del cristianesimo. Nel I I., De falsa religione, dimostra con la ragione e la tradizione l'unità di Dio e l'assurdità del poliziotto, del quale nel II 1., De origine erroris, addita la causa nell'opera dei demoni, diffondendosi nell'esposizione della demonologia. Passa poi a dimostrare, nel III 1., De falsa philosophia, l'insufficienza della pretesa sapienza umana, specialmente nella dottrina del sommo bene; e contrappone a quella, nel IV 1., De vera sapientia et religione, il cristianesimo e il suo dogma centrale dell'Incarnazione e della Redenzione. Nel V I., De iustitia, l'interesse si concentra sul campo etico, rimproverando ai pagani l'ingiustizia con cui perseguitano i cristiani e dimostrando che la giustizia si fonda sulla vera conoscenza di Dio. Al problema morale è ancora dedicato il VI 1., De vero cultu, poiché Dio si onora non con sacrifici materiali, ma con la rettitudine della coscienza, che induce all'amore verso il prossimo. Il VII 1., De vita beata, conchiude con la dimostrazione dell'immortalità dell'anima e con una fantastica descrizione della vita futura in senso millenaristico. 3) Nell'Epitome, composta dopo il 314 su preghiera di Pentadio, I., riassume l'opera maggiore in una libera rielaborazione. 4) Probabilmente nel 314 o nel 315 scrisse il De ira Dei, ove afferma, contro epicurei e stoici, che in Dio v'è ira come v'è bontà.

Si discute sulla paternità lattanziana di due scritti importanti, il primo come fonte storica, il secondo come documento letterario. 1) Nel De mortibus persecutorum, composto quando era imminente la persecuzione di Licinio (v.), si narra brevemente l'origine del cristianesimo e poi si passano in rassegna i suoi accaniti persecutori, mostrando la miserabile fine di ciascuno: Nerone, Domiziano, Decio, Valeriano, Aureliano, e soprattutto dei contemporanei Diocleziano, Massimiano, Galerio e Massimino. La sostanziale attendibilità storica è generalmente ammessa; la critica oggi è quasi unanime nel riconoscere l'autore in L., nonostante alcune difficoltà di carattere esterno (nome dell'autore, titolo riferito da s. Gerolamo) e soprattutto intorno, cioè la forte differenza di tono e di stile fra questo scritto di violenta polemica e le altre opere. 2) Il carme De aue phoenice narra in 85 distici elegiaci la meravigliosa storia dell'uccello favoloso che risorge dalle proprie ceneri. Il contenuto mitico non impedisce di attribuirlo a un autore cristiano, a cui questa favola offriva un chiaro simbolo della Risurrezione; la paternità lattanziana appare poi confermata da notevoli consonanze con le idee di L.
S. Gerolamo informa di altre opere di L., ora perdute : Symposium; Hadoeparicon; Grammaticus; due libri Ad Asclepiadem; quattro libri di lettere a Probo; due a Demetriano; due a Severo. D'un libro De motibus animi è pervenuto un breve frammento col nome di L.

A torto gli furono attribuiti due carmi: il De Resurrezione, o De Pascha, dovuto a Venanzio Fortunato, e il De passione Domini.
III. Pensiero. - L'opera di L. ha scarso interesse nella storia del dogma, movendosi prevalentemente sul campo della teologia e dell'etica naturale; ove affiorano concetti specificamente cristiani, non si ha originalità di posizione né approfondimento specu-

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lativo. Particolarmente povera e incerta è la teologia trinitaria. L'ordine delle cose manifesta a tutti, in qualche modo, l'esistenza di Dio e la sua provvidenza (Inst., I, 2, 5; 2, 7, 1-3; 7, 9, 5), però l'uomo, la cui anima è creata immediatamente da Dio (Epit., 19, 1-6), non può pervenire alla perfetta conoscenza del vero se non è ammaestrato da Dio (2,3,23), "luce della mente umana" (Ira Dei. 1). Dio è uno (Inst., I, 7 sgg. e passioni); Padre e Figlio non sono separati, ma formano una sola mente, un solo spirito, una sola sostanza, essendo distinti fra loro come il ruscello dalla sorgente, il raggio dal sole ( 4,29,1-5 ); altrove tenta di spiegare l'origine del Figlio dal Padre come "parola" e "fiato" ( 4,8 , 6 egg.). Cristo dunque nacque due volte, prima nello spirito, poi nella carne, figlio di Dio per lo spirito, figlio dell'uomo per la carne ( 4,8 , 1-2; 13, 2-5). Lo Spirito Santo di Dio discese nella Virgine e la rese feconda ( 4,12,1; cf. però Epit., 38, 9). La divinità di Cristo è dimostrata dall'avverarsi in lui dei vaticini dei profeti, che predissero anche la croce (Inst., 5,3, 18-21); egli sapeva di dover patire ed essere ucciso per la salvezza di molti (4, 18, 2); egli è «il cibo e la vita di quanti credono nella carne ch'egli portò e nella croce da cui pendette" (4, 18, 28). Del resto, L. insiste soprattutto sulla missione di Cristo come maestro, missione che appunto richiedeva ch'egli fosse passibile e mortale ( 4,22 sgg.). Nella sola Chiesa cattolica, che conserva il vero culto di Dio, adulterato dagli eretici, si ha la vita e la salvezza; ed è la Chiesa in cui si trova la confessione e la penitenza (4,30), porto di salvezza aperto da Dio all'uomo ( 6,24 ). Questa penitenza e confessione dei peccati, simboleggiata dalla circoncisione, è necessaria per ottenere il perdono ( 4,17,17 ), come è necessario il Battesimo per purificare l'uomo e dargli l'immortalità e la perfezione (3, 26, 8-9; 7, 5, 22). Pietro e Paolo predicarono a Roma sotto Nerone e vi subirono il martirio ( 4,21 , 12; De mort. pers., 2, 5-6). Già si è accennato al millenarismo professato da L. Singolare è anche il suo dualismo, che contrappone a Dio il diavolo, il quale, pur essendo creato da Dio, autore d'ogni bene, è la causa d'ogni male.
IV. Lo scrittore. - Il significato storico di L. è soprattutto nella presentazione ch'egli seppe fare del cristianesimo nella forma richiesta dalla cultura del suo tempo, cioè in un'elaborazione, per quanto debole filosoficamente e teologicamente, organico, nella quale si faceva appello, pur ripudiando la filosofia, alla ragione, e in una presa d'arte ispirata ai modelli classici, in prima lunga a Cicerone. Fu in gran parte questa perfezione stilistica (che tuttavia non gl'impedi di arricchire la sua lingua di elementi cristiani) a lui suggerita, oltre che dalla sua educazione, dalla ferma convinzione di giovare in tal modo alla causa cristiana (Inst., 1, 1, 10), la ragione della fortuna che godé L., il "Cicerone cristiano" di Pico della Mirandola, nell'antichità cristiana, nel medioevo e nel Rinascimento.

Bibl.: Edd. : J. B. Brun e N. Langlet Dufresnoy, Parigi 1748, riprodotta in PL 6-7. Ed. critica di S. Brandt e G. Lsubmann, in CSEL, XIX (1890) e XXVII (1823-97). De mort. pers. anche nel Corp. Parov. (1934), a cura di G. Pesenti.

Studi: R. Fichon, Lactance. Etude sur le mouvement philos. et religieux sous le règne de Constantin, Parigi 1901; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, iv; 1905, pp. 287-399; Bardenhower, II (1914), pp. 325-49; G. Krüger, in Schanz-Hosius, III, 3⁴ ed. (1922), pp. 413-37; Moricea, I, pp. 618-64; P. de Labriolle-G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, I, 3⁴ ed., Parigi 1947, pp. 201-318; E. Amann, Lactance, in DThC. VIII, coll. 2425-44. La bibl. particolare più recente in U. Mannucci-A. Casamassa, Istituzioni di patrologia, I, 6⁴ ed., Roma 1948, pp. 143-48; B. Altaner, Patrologie, 2⁴ ed., Friburgo in Br. 1950, pp. 153-57. Si può aggiungere: L. Allonzi, L. e Giustino, in Renda, istit. lomb., 82 (1949), pp. 19-27; A. Hud-
son-Williams, Orientius and L., in Vigiliae christianae, 3 (1949), pp. 237-43. Su gli elementi cristiani della lingua di L., v. C. Mohrmann, in Vigiliae christianae, 2 (1948), pp. 165-76.
Michele Pellegrino
LAUD, William. - Arcivescovo anglicano di Canterbury, n. a Reading il 7 ott. 1573, m. decapitato a Londra il 10 genn. 1645.

Ordinato ministro nel 1601 , fu nel 1611 eletto presidente del St. John College, cappellano di Giacomo I e, alcuni anni dopo, decano di Gloucester, dove si dedico a restaurare il culto e la dottrina anglicana. Nel 1621 fu nominato vescovo di St. David, diocesi che egli visitò con molta diligenza. Per comando del Re ebbe alcune conferenze e colloqui con il p. gesuita J. Fisher, di cui lasciò scritta una relazione, che il Fisher confertò (cf. Sommersvogel, III, col. 760). Fatto vescovo di Bath e Wells nel 1626, lavorò efficacemente a ristabilire la dottrina dei 39 Articoli. Alla morte di Buckingham, egli e il suo amico Lord Strafford furono i principali consiglieri del Re ed in tale ufficio si attirarono odiosità per le severe misure prese contro i puritani ed i non conformisti. Nel 1628 ebbe il vescovato di Londra e nel 1629 fu fatto cancelliere dell'Università di Oxford. Nel 1633 successe al suo nemico, l'arcivescovo Abbot, nella sede primaziale di Canterbury e nello stesso anno accompagnò il re di Scozia per la sua incoronazione. In questa occasione Carlo I dispose che fosse compilato un nuovo Prayer book per la Chiesa scozzese, e volle che a tal fine i vescovi si intendessero in tutto con il L. Quando nel 1637 fu finito e si tentò d'imporlo, cominciarono i tumulti, che condussero alla formazione del Covenant per il quale gli scozzesi giurarono di difendere la loro forma di religione contro qualsiasi imposizione. Nel 1640 il Parlamento inglese si dichiarò contrario alla politica di Lord Strafford, del L. e del Re. Il L. fu accusato e rinchiuso nella torre di Londra. Condannato a morte ottenne con difficoltà il cambio della forca con la decapitazione. Si conservano di lui molti scritti (ultima ed. di W. Scott e J. Bliss, 7 voll., Oxford 1847-60), tra i quali la sua autobiografia con l'inaudita notizia che prima della nomina alla sede primaziale d'Inghilterra, gli era stato offerto il cappello cardinalizio. Alla biografia seguono i Troubles and tryal, compilati in prigione. Si conservano pure alcuni sermoni, 200 lettere, un sommario di devozioni, i rapporti sulle visite diocesane e alcune note sulle Controcersie di s. R. Bellarmino.

Bibl.: T. Mc Cric, The story of the scatlish Church, Londra 1873; A. E. Mc Killiam, A chronicle of the archbishops of Canterbury, ivi 1913; T. Raleigh-H. R. Reichel, Annales of the Church in Scotland, ivi 1921; R. P. T., W. L., Nuova York 1930; F. W. Bitteson, The Cambridge bibliography of english literature, I, Cambridge 1940, p. 898; H. R. Trevor-Roper, Archbishop L., Londra 1940.

Camillo Crivelli
LAUDA. - Le l. spirituali, canti religiosi extraliturgici in lingua volgare, si svilupparono nel sec. xili in Umbria e poi in Toscana, con il sorgere delle varie confraternite penitenziali (Compagnie dei Laudantes o Laudisti o Laudesi, dei Disciplinati, dei Flagellati, dei Battuti, ecc.), si diffusero in Italia ed oltralpe e, come durata, giunsero fino al sec. xix, sebbene non avessero più l'aspetto che di lontane propaggini del fenomeno artistico che era culminato nel sec. xVI ed aveva prodotto come diretta sua filiazione l'oratorio musicale del sec. xvII.

La storia della 1. comprende, è vero, i due grandi generi monodico e polifonico, ma, in realtà, anche quando essa è polifonico, il tipo peculiare della sua tessitura è squisitamente monodico, in quanto è evidente il prevalere melodico della voce superiore che, con l'abituale omoritmia e la semplicità dell'armonia, dato il carattere popolare di tali canti, doveva far presa sull'attenzione e sulla memoria dei non provveduti esecutori. Anche quando, con l'Animaccia e gli altri compositori del Cinquecento, la l. fiorirà contemporanea al pieno apogeo della polifonia, tra le sue righe si presenta già l'imminente trionfo della monodia accompagnata, che in essa è preparata dalla funzione non già polifonico-con-

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trappuntistica, bensì armonico-strumentale con cui le altre voci sostengono la melodia cantante all'acuto. Cronologicamente, la prima fase storica della 1., cha va dal sec. xir al xv, comprende lo sviluppo di tre forme: lirica, narrativa e dialogica; la prima va dai primordi al TreQuattrocento; la seconda è tutta racchiusa dal sec. xvI; la terza subentra alla fine del Cinquecento per essere poi subito soppiantata a sua volta dallo stile recitativo con cui sfocierà, in pieno sec. xvir, nell'oratorio musicale; della prima fase è cornice l'Umbria, in modo particolare, con l'inizio del movimento francescano (il Cantico delle creature di s. Francesco, pur nel silenzio del rigo musicale rimasto vuoto nel cod. 338 di Assisi, lascia intravedere il mondo di melodiosa vita che fermentava negli slanci ardenti del Santo Giullare di Dio), a cui segui la Toscana, anch'essa pullulante di Congregrazioni e Confraternite. I codici di Cortona e Firenze tramandano testi di Jacopone da Todi, Ugo Penziera da Prato, Garzo dell'Incisa ed altri, con su intessute fresche melodie, che alla levità primaverile del canto popolare uniscono la raccolta maestà di una non remota ispirazione gregoriana, realizzando in campo italiano un fenomeno analogo a quello avvenuto in Germania con il sorgere del geistliches Lied e in Francia con la lirica spirituale provenzale e i primordi dalla lirica trobadorica religiosa. Mentre dal ceppo latino si staccano le lingue volgari, nel campo musicale la fresca linfa del canto popolare si svincola giornalmente dall'austera ieratnità del canto gregoriano e, pur serbandone gli echi nell'orecchio e nell'anima, canta la Fede e i suoi misteri, la Passione e i suoi tormenti, con gli accenti nuovi e vibranti di umanità dei penitenti che sciamano, inneggiando alla Croce, per le contrade assolate d'Italia.

Le fonti principali di questo periodo più antico sono sostituite dal Laudario di Cortona (cod. 91), della fine del sec. xili, dal cod. Magliabechiano II (1-122, Biblioteca nazionale di Firenze), della prima metà del sec. xiv, dal cod. 180 di Arezzo, dal Laudario di Pisa (ms. 8321 della Biblioteca dell'Arsenal di Parigi), dal Laudario dei Battuti di Modena, del 1377, dal Laudario di Udine (Biblioteca civica), del sec. xiv, da quello di Borgo S. Sepolcro (secc. xiv-xv), ecc.

La seconda fase, polifonica, sorge ai primi del Cinquecento e culmina poco dopo la metà del secolo, con la figura di Giovanni Animuccia che fa della 1. una forma d'arte, portandone la struttura armonica alle ricchezze timbriche e spaziali del doppio coro. I testi poetici non sono più soltanto sullo schema di virelai, di canzone o ballata, come quelli predominanti nella fase precedente, ma anche e specialmente sul tipo del madrigale, che, dalla forma quasi embrionale di 7 versi, giunge alla forma, di più ampio respiro, delle composizioni epico-drammatiche dell'Anerio. Gli autori, tuttavia, sono ancora per la maggior parte presi dal repertorio lirico-devozionale del Trecento-Quattrocento. Tra i nomi più illustri si ricordano Bianco da Siena, Feo Belcari, Girolamo Benivieni, Castellano de' Castellani, Francesco d'Albizzo, Lorenzo de' Medici, Girolamo Savonarola, ecc. Del sec. xvi si devono menzionare anzitutto le raccolte stampate nel 1500 e 1507 con i tipi di Ottaviano Petrucci da Fossombrone e studiate a fondo da K. Jeppesen (v. bibl.).

La l., giunta con l'Animuccia ad un livello artistico fino allora sconosciuto, entra in un campo quanto mai fecondo di sviluppi : l'ambiente della Congregazione dell'Oratorio, fondata da s. Filippo Neri, grazie al quale verrà inquadrata nel periodo storico della Niforma cattolica. S. Filippo, dando alla 1. un posto privilegiato nei suoi esercizi devoti, unendola cioè quale canto di introduzione e di chiusura in cui veniva incastonato il sermone, le conferiva quella divisione bipartita che preludeva alla struttura dei grandi oratori del Seicento. La l. filippina, quindi, che è il diretto precedente dell'oratorio in volgare, cosí come il mottetto lo è dell'oratorio in latino, prese veste dapprima nei semplici canti intonati nelle riunioni di pochi fedeli discepoli intorno a s. Filippo, raggiungendo l'epice dello stile polifonico con l'Animuccia; trovò nel Diletto spirituale di s. Verovio ( 1586 ) la più efficace espressione dello stile monodico e passò, nel 1619 (Teatro armonico dell'Anerio), alle nuove aure dello stile recitativo, che è quanto
dire preludio all'oratorio vero e proprio. Per le raccolte di 1. filippine stampate nella seconda metà del Cinquecento si possono citare le principali. 1563: I 1. di G. Animuccia; 1570: II 1. dello stesso; 1577: III 1. di F. Soto; 1583, 1588, 1591: primi quattro libri di F. Soto; 1598: V 1. del Soto; 1599: Templo armonico della B. F., a cura del p. Giovenale Ancina. Fra i poeti si ricordano principalmente A. Manni e Giovanni Ancina; fra i musicisti G. Animuccia, Palestrina, Victoria, Soto.

Sotto il suo grande figlio, l'oratorio, la l. continuò a vivere una vita limitata ed esigua, per i canti di popolo a riunioni, processioni e pellegrinaggi. Ancora oggi qualche musicista dedica cure a questa forma d'arte tradizionalmente popolare, ma essa non riveste più la funzione sociale di un tempo.

Bibl.: E. Pereppa, Due studi su le l. di Jacopone da Todi, Bologna 1886, p. 322: G. Pasquetti, L'oratorio musicale in Italia, Firenze 1906, pp. 53, 80-88; D. Alalcona, Studi su la storia delL'oratorio musicale in Italia, Torino 1908; id., Le l. spirituali italiane nei secc. XVI e XVII e il loro rapporto con i canti profani, in Rivista musicale italiana, 16 (1909), p. i sgg.; A. Tennizoni, Inizi di antiche poesie italiane religiose e morali, Firenze 1909; A. Schering, Geschichte des Oratoriums, Lipsia 1913: L. PonnelleL. Bordet-L. Louis, S. Filippo Neri e la società romana del suo tempo (1513-93), trad. it., Firenze 1931; K. Jeppesen, Die nebratmomige italienische Lande um 1500, Lipsia 1935; F. Liuzzi, La l. e i primordi della melodia italiana, 2 voll., Roma 1935. Per alta bibl.: G. M. Monti, Bibliografia della 1., in Bibliofila, 21 (1919-20), pp. 242-57; 22 (1921), pp. 288-99; 25 (1922), pp. 260-67; 24 (1923), pp. 26-40. Luisa Cervelli
"LAUDA SION SALVATOREM". - Sequenza della Messa del Corpus Domini, composta da s. Tommaso d'Aquino, probabilmente a Orvieto nel 1264, in occasione della bolla Transiturus, con cui Urbano IV stabilí per tutta la Chiesa la solennità eucaristica, a imitazione della festa instituita a Licgi, nel 1246, dal vescovo Roberto de Torote sotto l'influsso delle rivelazioni della b. Giuliana di Cornillon (v.).

L'attribuzione dell'Ufficio e della Messa (ove è contenuta la sequenza) a s. Tommaso fu contestata dal bollandista D. Papebroch (Acta SS. Aprilis, I, Anversa 1675, p. 903 sgg.), ma venne subito rivendicato dai cionnencani J. de Maison (Dissertatio historica pro officio Corporis Christi Dini Thomae, 2⁶ ed. Parigi 1679) e A. Natalis (Dissertations historicae et criticoe quibus officium con. Socramenti s. Thomae vindicatur, Parigi 1680), rivendicazione accettata dello stesso Papebroch (Conatus chronologico-historicus ad universum seriem Romanarum pontificum. Propylienm ad Acta SS. Maii, Anversa 1688, pp. 374 376: ivi si trova la dissertatio XLIII alias XXIII: De officio pro festa Corporis Christi Urbani IV tussu per s. Thomae composita. Inoltre negli Acta Sanctorum Bollandiana apologeticis libris in unum volumen munc primum contractis vindicata, ivi 1755, pp. 438-43 è riprodotto l'Accusatio contra Papebrochium cui fa seguito una Responsio). Oggi la critica è decisamente favorevole alla tesi domenicana, poiché la preziosa testimonianza del contemporaneo e amico di s. Tommaso, Tolomeo da Lucca, non può essere sminuita dalla tardiva comparsa liturgica dell'ufficiatura; questo ritardo infatti trova una soddisfacente spiegazione nelle speciali circostanze storiche: dopo la morte di Urbano IV, la S. Sede totalmente assorbita dalle grandi difficoltà del momento non poté vigilare sull'applicazione della bolla Transiturus; soltanto dopo il Concilio di Vienna (1311), dove Clemente V aveva richiamato in vigore le disposizioni di Urbano IV, si cominciò a diffondere la festa del Corpus Domini, che fu pertanto detta nova solemnitas e poiché né Urbano e né Clemente avevano imposto l'ufficiatura redatta da s. Tommaso, questa comparve soltanto qualche decennio dopo e divenne quasi universale, sostituendo rapidamente, per la superiorità del contenuto e per il crescente prestigio del suo autore, l'Ufficio e la Messa, che la Curia romana dovette usare prima di accettare l'opera dell'Aquinate (cf. F. Baix-C. Lambert, La dévation à l'Eucharistie, Gem-bloux-Namur 1946, p. 94).

La sequenza, soltanto verbalmente ispirata agli inni di Adamo di S. Vittore, è composta di 24 strofe, che si susseguono con logica serrata: dopo l'esordio solenne

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costituito da un pressante invito alla lode e alla gioia (1-5), il ritmo si allarga nella rapida rievocazione delle ombre del Vecchio Testamento (6-8), realizzatesi nella Eucaristia ( 9-10 ), che moltiplicando nel mistero della 'Transustanziazione la presenza di Cristo " non concisus, non confractus, non divisus " lo rende cibo di tutte le anime ( 11 -15), le quali traggono frutti di vita o di morte secondo le disposizioni con cui lo ricevono (16-20). Un commosso grido di ammirazione (ecce panis Angelorum) e una tenera preghiera al Pastore Divino conclude questa luminosa e geometrica composizione, circondata dal fervore di un immenso amore.

La simmetria del L. S. non è artificiosa, ma nasce dalla interiorità logica del pensiero: è il gotico della poesia; come la cattedrale di Colonia è un fascio poderoso di scarne linee protese verso il cielo, quasi braccia in preghiera, cosi il ritmo di s. Tommaso si eleva nella concettosa linearità del dettato verso gli spazi dell'alta speculazione per tramutarsi, con impeto lirico, in una calda implorazione. Questo strofe, tanto limpide da formire altrettanti articoli di un perfetto credo eucaristico, tanto robuste da essere ritenute versi fusi nel bronzo, costituiscono la perla della liturgia cattolica e fanno del loro autore l'« Eucharistiae praeco et vates maximus» (Pio XI, encicl. Studiorum ducem, 29 sett. 1923: in AAS, 15 [1923], p. 320 ).

Bibl.: Difendono l'autenticità tonistica del L. S. : I. B. de Robeis, De postis et scriptis ac doctrina s. Thomae, Venezia 1750, diss. 20, capp. 1-4; F. Battaglini, S. Thomas auctor officii S.ne Sacramenti ex epigrapho Valtiniensi, in Divus Thomas Plac., 2 (1884), pp. 233-36; W. Bacumker, Das katholische deutsche Kirchenlied in seinen Sängsviten, I, Friburgo in Br. 1886, pp. 698 705; P. A. Uccelli, Commentarius de textu Officii a s. Thoma Againate compositi, in Officium in festivitate Corporis Christi a s. Thoma A. Orbeysteri compositum, Roma 1888, pp. 11-14; P. Mindonnet, Les écrits authentiques de si Thomas d'Aquin, Friburgo 1910, pp. 114-16; O. Huf, Liturgische Studien, IV: De Sacramenthymnen von den H. Thomas von Aquino, Mas. stricht 1924; M. Grabmann, Die Werke des hl. Thomas von Aquin, Münster 1931, pp. 317-24; C. Lambot, L'affice de la fite-Dieu, Apercus nomosaux per ses origines, in Revue béneidictive, 54 (1942), pp. 61-123; A. Walz, S. Tom