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da lunghe estasi (dal 17 giugno 1868) durante le quali, in completa anestesia, assisteva alla Passione di Gesù e parlava con la Vergine e con i conti. Dal 1875 i dolori delle stimmate divennero tanto gravi che non poté più alzarsi dal letto; dal 1871 visse in assoluta inedia, prendendo solo la Comunione quotidiana. L. ebbe anche il dono della profezia e fu per molto tempo in preda ad ossessioni diaboliche.

Il suo caso fu studiato da vari medici (tra cui R. Virchow) e fu oggetto di discussioni all'Académie Royale de médecine de Belgique tra i dott. V. Lefèbvre, difensore (che pubblicò L. L., étude médicale, 2ᵃ ed. Lovanio 1873), e Warlomont, suo contradditore (cf. Bulletin de l'Académie Royale de médecine de Belgique, 9 [1876]).

Bibs.: A. Thiéry, Nouvelle biographie de L. L. d'après les documents authentiques, 6 voll., Lovanio 1915-21; M. Dudry e A. Wallemack, La stigmatisèe belge. La savioute de Dieu L. L. du Bois d'Haime, 3ᵉ ed., Lovanio 1947. Per l'inedia: H. Thurston, Some physical phenomena of Mysticism, in The Month, 137 (1921), pp. 148-58; 236-47. Per la stigmatizzazione: P. van Gehuchten, Etude médicale des stigmates de L. L., in Etudes carnalitizines, 20 (1936, 11), pp. 81-92 e passim. Renata Orazi Ausenda

LATERANENSI CONCILI. - I C. L. E il IX concilio ecumenico (I in Occidente) celebrato il 18-27 (28) marzo 1123, da Callisto II (v.), quasi a ratifica del Concordato di Worms ( 23 sett. 1122), col quale s'era conclusa la lotta delle Investiture (v.). Vi convennero numerosi vescovi e abati, e furono promulgati 22 canoni disciplinari, per provvedere all'unità e pace della Chiesa dopo le lotte dei decenni precedenti e lo scisma dell'antipapa Burdino (Gregorio VIII, v.), i cui atti e ordinazioni vennero annullati (cann. 5, 22).

Il C. condannò qualsiasi forma di simonia (cann. 1, 22) e di concubinato da parte degli ecclesiastici (cann. 7, 21), e respinse ogni ingerenza di laici nella nomina dei vescovi (cann. 3, 22); a questi fu riservato esclusivamente il diritto di scelta dei sacri ministri per la cura delle anime e per l'amministrazione dei benefici ecclesiastici (cann. 4, 6, 18), con esclusione assoluta dei laici, per quanto religiosi e potenti (cann. 4, 8, 9, 22). Altri canoni regolarono i rapporti tra clero secolare e monaci (can. 18), tra clero e vescovo, cui fu vietato d'incardinare sacerdoti scomunicati dal proprio Ordinario (cann. 1, 2). Altri ancora provvidero al rispetto della tregua di Dio (can. 13), delle eredità (can. 14), alla difesa dei pellegrini (can. 17), alla condanna degli usurai o dei falsari (can. 16), dei matrimoni tra consanguinei (can. 17) e a incoraggiare la crociata e i sacri pellegrinaggi (cann. 12, 13). Non si ebbero definizioni dogmatiche.

Bibs.: Manzi, XXI, coll. 277-86; 299-304; Hefele-Leclercq, V a, pp. 630-44; U. Robert, Histoire du pape Calixte II, Parigi 1891, pp. 162-77; J. Langon, Geschichte d.vöm. Kirche v. Gregor VII. 60 Innocenz III., Bonn 1893, pp. 277 sgg.; F. Vernet, s. v. in DThC, VIII, coll. 2628-37; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, Parigi 1948, pp. 391-95. Vito Zollini

II C. L. - E il decimo concilio ecumenico, celebrato da Innocenzo II (v.) nell'apr. 1139, dopo la morte dell'antipapa Anacleto II (v.). Vi convennero da 500 a 1000 vescovi. Il Papa, particolarmente severo con i partigiani dello scisma, scomunicò Ruggero II di Sicilia e depose il card. Pietro di Pisa, sebbene questi, per opera di s. Bernardo, si fosse ravveduto. Ma, oltre che dallo scisma, la Chiesa era travagliata dall'eresia. Il C. pertanto condannò gli errori sacramentali di Pietro di Bruys (v.) e di Enrico detto di Cluny (v. Enrico eretico) riguardo al Battesimo dei bambini, l'Eucaristia, l'Ordine e il Matrimonio.

A chi non si fosse ravveduto, fu comminata la consegna al braccio secolare: è il primo accenno all'Inquisizione. Per Arnaldo da Brescia (v.), non ancora dichiaratosi contro il diritto di proprietà della Chiesa, fu disposta la interdizione dalla predicazione e la condanna all'esilio, per aver sollevato Brescia contro il vescovo. Le altre disposizioni conciliari, condensate in 30 canoni (in massima parte contenute nel Decreto di Graziano) ripeterono sostanzialmente le decisioni del precedente C. L. e di quelli di Clermont (1130) e di Reims (1131). Rinnovate pertanto le sanzioni contro i simoniaci (can. 2, 24), contro il clero concubinario, ai cui figli s'interdisse l'ascesa al sacerdozio (cann. 6, 7, 8, 21, 26, 27), contro le investiture laiche (ca. 25), contro i laici che s'appropriassero e amministrassero beni ecclesiastici (can. 10), di cui fu interdetta l'ereditarietà (can. 16). Al clero fu vietata l'arte forense e della medicina (can. 9) e in suo favore si affermò il privilegium canonis (can. 15). Furono poi rinnovate le sanzioni che tutelavano il bene della società. E incerta se siano state prese disposizioni per l'elezione del romano pontefice, riservandola ai cardinali senza il voto del clero e del popolo romano.

Lo spirito della riforma gregoriana continua, per quanto con risultati ridotti, data la cattura del Papa da parte di Ruggero II e la proclamazione della Repubblica romana preparata da Arnaldo da Brescia.

Bibs.: Manzi, XXI, coll. 225-33; Hefele-Leclercq, V a, pp. 721-38; E. Vacandard, Vie de it Bernard, II, Parigi 1895, pp. 23-39; L. Salter, Les viardivations, Parigi 1907, pp. 276-83; F. Vernet, s. v. in DThC, VIII, it, coll. 2637-44; P. F. Palumbo, La scisma del I I Iv. I precedenti, la vicenda romana e le ripercussioni europee nella lotta tra Anacleto e Innocenzo II, Roma 1942. Vito Zollini

III C. L. - E il decimoprimo concilio ecumenico, celebrato il 5-19 marzo 1179 da Alessandro III (v.) a conclusione della lotta contro Federico Barbarossa (v.). Oltre quattrocento furono i vescovi intervenuti; erano rappresentate tutte le nazioni d'Europa e le diocesi del Regno latino di Gerusalemme; presente pure il rappresentante della Chiesa scismatica di Oriente, ma senza nessun risultato. Le decisioni più

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importanti furono quelle giuridico-disciplinari (il papa Alessandro III [Rolando Bandinelli] era uno dei più grandi canonisti dell'epoca).

Prima tra tutte quella relativa all'elezione del romano pontefice, riservata al collegio dei cardinali, senza che vi avessero nessuna parte né il clero e il popolo romano, né l'imperatore. Perché l'elezione fosse valida si richiedevano i 2/3 dei suffragi dei cardinali, e si comminava la scomunica agli elettori che procedessero diversamente; si sbarrò così la via a nuovi scismi. Si stabilirono le condizioni di età, natali e preparazione culturale per l'elezione dei vescovi (can. 3) ; fu interdetta l'Ordinazione sine titulo (can. 5) e la cumulatio beneficiorum (can. 13, 14), la cui collazione fu devoluta all'autorità superiore, se, entro il debito tempo, non fosse stata conferita da coloro cui spettava (cann. 3,8,17 ); venne proibito il passaggio ad usi profani dei beni ecclesiastici (can. 15). Non meno importanti i canoni dogmatici: furono condannate le dottrine e gli eccessi dei catari (v.), dei patarini (v.), degli albigesi (v.), contro cui s'indisse una crociata: il primo esempio di crociata nel seno stesso della Chiesa. Ai valdesi (v.), data la loro ignoranza, s'interdisse la predicazione, ma per il momento non furono condannati. Un complesso di disposizioni di carattere pubblico-sociale concluse la serie dei canoni conciliari. Proprio di questo C. sono le sanzioni contro i Giudei e Saraceni, che detenevano schiavi cristiani (can. 26), e contro i cristiani, che prestassero mano alle piraterie dei Saraceni (can. 24). Furono inoltre emanate disposizioni in favore dei lebbrosi (can. 23) e per l'erezione di scuole gratuite a fianco delle cattedrali e dei monasteri (can. 18).

Fu il successo integrale della riforma gregoriana, il coronamento della lunga lotta contro il potere civile, da cui la Chiesa definitivamente si svincolò; si può aggiungere che si preparò allora il rovesciamento delle posizioni; infatti non era lontana l'epoca, in cui il papa sarebbe divenuto il vero arbitro dei destini dell'Europa.

Bibl.: Mansi, XXII, 213-17; Hallele-Leclercq, V b. pp. 10861112; V. Tizani, f C. L., Roma 1878; F. Vernet, s. v. in DThC, VIII, II, coll. 2644-52; Giovanni abate di S. M. in Trastevere (m. nel 1171). De sacra pace contra schisma Sede Apostolicae, ed. A. Wilmart, Roma 1938 (Lateranum, nuova serie, IV, n. 2); P. Brezzi, La scisma inter sacerdotium et regnum al tempo di Federico Barbarossa, in Arch. Soc. rom. vt. patr., 65 (1940), pp. 1-98.

Vito Zollini
IV C. L. - E il decimosecondo concilio ecumenico, convocato da Innocenzo III nell'apr. 1213, e aperto nella basilica di S. Giovanni in Laterano l'ir nov. 1215: seguirono altre due sessioni pubbliche, il 20 e 30 nov. Grande fu l'affluenza di più di 400 vescovi e di 800 abati e priori, rappresentanti dell'imperatore di Germania e di quello latino di Costantinopoli, dei re di Francia, Inghilterra, Ungheria, Gerusalemme, Cipro, Aragona, e di molti Comuni lombardi, per espresso invito del Papa; pochi vescovi latini d'Oriente e nessuno greco. Mancano gli atti sul lavoro del C.; sono rimasti solo i suoi 70 Capitula.

Un loro attento confronto con le direttive e le idee di Innocenzo III nei precedenti 17 anni di pontificato, dimostrano che in gran parte furono sua opera personale, anche se in qualche punto cedette alle richieste dei vescovi. Per la prima volta i canoni furono promulgati a nome del Papa. Scopo del C., manifestato da Innocenzo nel solenne discorso di apertura, era l'organizzazione di una nuova Crociata e la riforma della Chiesa. I primi canoni sono dottrinali : professione di fede contro gli errori dei catari e dei valdesi, condanna del libro di Giosechino da Fiore contro Pietro Lombardo sulla Trinità, legislazione contro gli eretici. Numerosi sono i canoni per la riforma morale del clero, la disciplina ecclesiastica, l'amministrazione dei Sacramenti, corrispondenti alle cure che aveva avuto Innocenzo III in questi argomenti. Il can. 10 raccomanda ai vescovi di istituire nelle cattedrali e nelle chiese conventuali predicatori stabili, il successivo stabilisce in ogni diocesi
un maestro di grammatica e un teologo per insegnare ai sacerdoti; il 27 prescrive ai vescovi di istruire i candidati al sacerdozio. Altri canoni regolano le elezioni episcopali, l'attribuzione dei benefici, la procedura dei processi ecclesiastici, l'amministrazione delle chiese, le decime. I cann. 12-13 riguardano gli Ordini religiosi, prescrivendo Capitoli provinciali ogni tre anni, e proibendo l'istituzione di nuovi Ordini; il canone risponde al desiderio dei vescovi di limitare la tendenza del tempo a nuove forme di vita religiosa, non mira alle istituzioni di s. Francesco e di s. Domenico, approvate poco dopo.

La vita religiosa e morale del popolo ricevette impulso e disciplina dal IV C. L. : nel can. 21 fu stabilito l'obbligo per i fedeli dell'uno e dell'altro sesso della Confessione annuale, raggiunta l'età di ragione, e della Comunione almeno a Pasqua (sino allora era raccomandata la Comunione tre volte all'anno); altri canoni regolano il Matrimonio, restringendo gli impedimenti per affinità e consanguineità, proibendo i matrimoni clandestini; un canone raccomanda ai medici di preoccuparsi anche della salute spirituale dei loro malati; il can. 41 stabilisce che non abbia valore alcuna prescrizione, sia canonica sia civile, se non è accompagnata dalla buona fede; il can. 67 proibisce l'usura, di cui si dà colpa ai giudei, contro i quali il C. emanò misure restrittive. Interessante è il can. 9 , di per sé riguardante i paesi orientali, il quale stabilisce che quando si trovano nella stessa città o diocesi fedeli di lingua o rito diverso, i vescovi devono provvedere sacerdoti idonei per gli Uffici divini e l'amministrazione dei Sacramenti nelle diverse lingue o riti rispettivi.

La vasta legislazione del IV C. L. fu la più importante prima del Concilio di Trento ad ebbe il merito di adattare la Chiesa del sec. xili ai bisogni del tempo; rafforzò l'autorità della S. Sede, senza aggravarne la centralizzazione. Oltre i 70 canoni, il C. emanò un decreto per preparare la nuova Crociata predisposta per il 1217: Innocenzo III vi pose la massima cura, con la coscienza che la Crociata era un compito della Chiesa, cui doveva partecipare tutta la cristianità; fu decretata una pace generale di 4 anni in tutti i paesi, e si impose al clero, che non partecipava alla spedizione, la tassa della ventesima triennale su tutti i suoi beni. Nel C. furono trattate anche questione politiche e giurisdizionali; la più importante fu la contesa per i beni del conte di Tolosa, Raimondo VI, dopo la crociata degli Albigesi.

Bibl.: A. Luchaire, Innocent III. Le Concile de Latran et la réforme de l'Eglise, Parigi 1908; Hallele-Leclercq, V, II, pp. 13161398; G. Martini, Innocenzo III ed il finanziamento dell. Crociate, in Archivio Dep. romana storia patria, 67 (1944), pp. 309-32; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, X. Parigi 1950, pp. 197-211.

Michele Maccarrone
V C. L. (1512-17). - Per togliere: ogni forza al Conciliabolo di Pisa, organizzato dal re Luigi XII di Francia con l'appoggio di cardinali scismatici, papa Giulio II convocò il 18 luglio 1511, con la bolla Sacrosanctae Romanae Ecclesiae, un Concilio generale al Laterano. Questo quinto C. L. rappresenta l'ultimo tentativo di riforma papale della Chiesa prima della scissione protestante. All'apertura, che ebbe luogo il 10 maggio 1512, e a cui presero parte 15 cardinali e 79 vescovi, il generale degli Agostiniani, Egidio Canisio di Viterbo, tenne quel celebre discorso sulla necessità di una riforma della Chiesa, che culminò nella sentenza: «Hommes per sacra immutari fas est, non sacra per homines».

Le sessioni dalla II ( 17 maggio 1512) alla V (16 febbr. 1513), tenute ancora sotto il pontificato di Giulio II, furono dedicate prima di tutto alla condanna del Conciliabolo di Pisa e della Prammatica Sanzione di Bourges. Solo dopo l'elezione di Leone X, nella sess. VI (25 apr. 1513) si stabili di formare tre commissioni, una per la pace generale tra i principi cristiani, l'altra per la riforma della Chiesa, la terza per la preservazione della fede e l'estinzione dello scisma. Quanto alle deliberazioni

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di riforma, attese con grandi speranze dalla cristianità, l'imperatore Ferdinando il Cattolico, aveva già fatto preparare nell'inverno 1511-12 dai vescovi e dai teologi una serie di proposte e aveva munito gli ambasciatori spagnoli al Concilio con una relativa istruzione. Con questo egli cercava non solo di salvare gli interessi nazionali della Spagna nel campo ecclesiastico, ma richiedeva anche una riforma generale della Chiesa e in particolare l'esatta osservanza del Ius commune e di aver riguardo nel conferimento dei benefici da parte della Curia romana, alle necessità spirituali delle anime; e inoltre domandava l'adunanza periodica di concili generali (ogni 10015 anni). Ma né questo programma spagnolo di riforma, né il più ampio memoriale, abbozzato per Leone X dai due camaldolesi Pietro Quirini e Paolo Giustiniani (pubblicato da G. B. Mittarelli-A. Costadoni, Annales Camaldulenses, IX, Venezia 1773, pp. 612-719) furono mai presentati al C. Le cinque sottocommissioni, in cui il 26 ott. 1513 , si suddivise la commissione per la riforma della Chiesa, si occupò principalmente di una riforma delle tasse curiali, che fu promulgata nella bolla Pastoralis ufficii, del 13 dic. 1513; nella sess. VIII poi (19 dic. 1513) furono stabilite pene contro i trasgressori di questa ordinazione ed inoltre venne condannata la dottrina di Pietro Pomponazzi e dei suoi discepoli, secondo cui l'anima umana è mortale (animam intellectualem mortalem esse aut unicam in cunctis hominibus).

La grande bolla di riforma, che fu poi accettata nella sess. IX, si occupava tra l'altro della riforma dei cardinali, dei processi informativi dei vescovi da eleggere, della istruzione religiosa nelle scuole, dell'accumulo dei benefici e della usurpazione dei beni ecclesiastici da parte dei laici; e proibiva la concessione dei conventi in commenda, fatta eccezione per i cardinali.

Questi decreti di riforma vennero completati nella sess. X (4 maggio 1513) con i decreti sui Monti di pietà e sull'applicazione della censura preventiva attraverso i vescovi; e nella sess. XI (19 dic. 1516) con un decreto sulla predicazione, il quale era stato preceduto da forti lotte, provenienti da disparcri. Una parte dei vescovi del C. aveva presa parte decisa e risoluta contro i privilegi degli Ordini mendicanti e s'erano lamentati che i religiosi esenti predicassero, confessassero, e amministrassero i Sacramenti senza licenza degli Ordinari. Essi perciò domandavano la restaurazione della giurisdizione episcopale sugli esenti e particolarmente il diritto delle visite e delle correzioni. Gli Ordini mendicanti, d'altra parte, difesero i loro privilegi per mezzo del generale dei Domenicani (Tommaso de Vio) e degli Agostiniani (Egidio di Viterbo) con tanta forza, che si restrinsero e limitarono bensì le esenzioni dei chierici secolari, ma quelle degli Ordini maschili esenti rimasero nella loro sostanza intatte. I vescovi ebbero unicamente il diritto di visitare i conventi dove i religiosi si occupavano di cura d'anime, di approvare i predicatori e i confessori degli Ordini esenti; ma questo con molte clausole restrittive.

Parallelamente a questi atti di riforma, ebbe luogo l'accomodamento del conflitto tra il Papa e il Re di Francia, che era stato la causa di raduno del C. Luigi XII lasciò cadere il Conciliabolo pisano e riconobbe il 26 ott. 1513 il C. L. promettendo l'invio di prelati francesi. I cardinali sciamatici, specialmente Carvajal e Sanseverino, si assoggettarono. Ma la partecipazione al Concilio, da parte della Francia, non ebbe luogo, come neppure l'invio dalla Germania, dove l'imperatore Massimiliano I già alla fine del 1512 aveva riconosciuto il C. L. L'ultimo passo alla conciliazione della Francia con la S. Sede non fu compiuto nel C., ma fuori di esso per mezzo del Concordato francese conchiuso con Leone X dal re Francesco I il 18 ag. 1516, e approvato dal C. nella sess. XI (19 dic. 1516). Nella sess. XII il C. fu chiuso.

Quantunque il V C. L. abbia recato una serie di salutari decreti di riforma, non apportò però quella riforma ecclesiastica, che era ansiosamente attesa da tutti e profondamente necessaria. Certo esso non rimase del tutto senza favorevoli effetti, ad es., nel campo della riforma degli Ordini religiosi e nelle prove dei candidati agli Ordini sacri. Ma la più parte di quei buoni e salu-
tari decreti non valse, perché non c'era nessuna seria volontà di trasferirli in pratica. Cosi si avverò quello che aveva predetto il vescovo di Burgos: "se non è assicurata la esecuzione dei decreti, perdiamo tempo e denaro». Solo mezzo secolo più tardi i decreti del Tridentino potranno davvero rinnovare il volto della Chiesa, perché i papi si impegneranno alla stretta osservanza di essi.

Bra...: Gli Atti stampati la prima volta dal card. Antonio del Monte, nel 1521 e ora in Mansi, XXXII, coll. 641-1002; cf. Helale-Lccleren, VIII, t. pp. 339-75; 396-548; Pastor, III, ri, pp. 820-40; IV, i, pp. 529-80; P. Imbarr de la Tour, Les origines de la réforme, II, Melun 1946; E. Guglia, Studien zur Gesch. des fünften Lateranbanzils, in Sitzungderichte der Wiener Akademie, phil.-hist. Klasse, 146, 10 (1939), e 152, 3 (1906). Le proposte spagnole sulla riforma: J. M. Doussinague, Fernando el Católico y el Cisma de Pisa, Madrid 1948. Sulla definizione dell'immortalità dell'anima cf. C. Stange, Luther v. das V. Lateranbanzil, Gütersloh 1928, e la risposta di A. Dencfic, Die geradezer tächerliche Torheit der gägeit, Theologie, in Scholasith, 3 (1930), pp. 380-87; id., Die Absicht des V. Lateranbanzils, 8 (1933), pp. 359-79. Effetti della riforma: E. Pelliccia, La preparazione ed ammissione dei chierici ai SS. Ordini nella Roma del sec. XVI, Roma 1946, p. 82 sgg.

Hubert Jedin
LATERANENSI PATTI: v. patti lateraNENSI.

LATERANUM. - Collezione di monografie a carattere scientifico pubblicata a cura della Facoltà teologica del Pontificio Ateneo Lateranense.

Iniziò la sua pubblicazione nel 1935 e nel 1949 comprendeva 22 voll. in-80 di varia mole con ricerche originali sulla teologia positiva, storia ecclesiastica, patrologia, letteratura cristiana, in lingua italiana, latina e francese, e formò la nuova serie di una collezione pubblicata sotto il medesimo titolo a cura del Pontificio Seminario Romano maggiore dal 1919 al 1927. Pio Paschini

LATIFONDO. - Proprietà di grande estensione, appartenente ad un solo padrone. Sotto l'aspetto tecnico-economico, il 1. si può più esattamente definire: un fondo di grande estensione, in cui per molteplici circostanze non si attua una cultura intensiva; non è, cioè, sufficientemente sfruttato. Le cause possono essere naturali (clima, qualità del terreno, mancanza di acqua ecc.) o materiali (mancanza di capitali) o volontarie (egoismo dei proprietari, inerzia dei rurali). Il 1. non va pertanto confuso né con terra incolta, né con la grande proprietà agraria, intensivamente coltivata, appoderata o no.

Il 1. fu considerato una piaga gravissima che affliggeva l'Italia fin dai tempi dell'antica Roma, ad onta delle famose riforme agrarie dei Gracchi, in relazione ad una particolare concezione politico-sociale, per la quale il lavoro manuale era disprezzato dal cittadino romano dell'età classica e l'economia rurale si fondava prevalentemente sul lavoro servile.

Incrementavano il 1. non soltanto i possedimenti delle città, del municipio e dei Cesari (ager publicus), destinati quasi esclusivamente alla pastorizia, ma anche le sempre più frequenti vendite di terre da parte dei piccoli proprietari, oberati di debiti, ai potenti partizi romani, arricchiti dalle continue campagne militari e che, per le loro immense risorse finanziarie, poco si curavano dello sfruttamento razionale delle loro proprietà terriere.

Il 1. sopravvisse al crollo dell'Impero romano e alla scomparsa della economia schiavistica; si protrasse nel medioevo attraverso le invasioni gotiche e bizantine e sotto il dominio normanno e angioino; né il problema venne risolto con le innumerevoli, ma irrazionali ridistribuzioni di terre ai guerrieri vincitori, operate sotto il regime degli Svevi, degli imgenesi e dei Borboni.

Malgrado la scomparsa del feudalesimo e la soppressione della servitù della gleba, l'unificazione politica dell'Italia e l'evolversi delle concezioni giuridiche e sociali, il 1. permane tuttora in vasta zone della Sicilia, del Mezzodi, del Lazio e della Maremma toscana.

Però il fenomeno non fu mai né è esclusivamente italiano, perché si è verificato e si verifica in tutti i paesi d'Europa e fuori, anche se agrariamente progrediti; e presenta da per tutto gli stessi svantaggi.

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Di qui il problema dell'abolizione del 1., considerato da tutti come della massima urgenza (cf. Settimana sociale di Napoli [cit. in bibl.], p. 274; National Catholic Rural Life Conference degli Stati Uniti in Documentation Catholique, 1948, col. 754; Unione di Malines, in Cahiers d'Action religieuse et sociale, 1950, p. 143). Donde anche la preferenza dello Chiesa per l'azienda agricola familiare, che meglio fissa il contadino alla sua terra, diminuisce la piaga funesta dell'urbanesimo, intensifica la produzione, perché desta ed scuisce l'interesse dell'agricoltore, conservo più sana la famiglia (cf. Pio XII, Esortazione ai coltivatori diretti, in Discorsi e radiomessaggi, VIII, 19461947, Città del Vaticano 1947, pp. 301-309).

D'altro canto, la stessa dottrina sociale cristiana concepisce il diritto di proprietà non in senso assolutistico e come fine a sé, ma come uno strumento di perfezionamento ed estrinsecazione della personalità umana, inquadrandolo in una concezione organica della vita sociale che non ammette esclusione alcuna, con vantaggio di pochi, al godimento dei beni indispensabili alla collettività, quale è appunto la terra.

Naturalmente qualsiasi mutamento del regime fondiario nelle zone a 1 . non potrà mai essere coronato da fecondi risultati, qualora non sia preceduto e accompagnato da adeguati provvedimenti tecnici ed economici, atti a rendere possibile l'esercizio di una moderna agricultura in quelle regioni.

Allo Stato, che, in una democrazia sociale a ispirazione cristiana non può estraniarsi dai problemi della produzione e del lavoro, spetta l'attuazione di un piano completo di esecuzione di opere pubbliche, stradali ed idrauliche, con l'adozione di congrue misure igieniche e sanitarie per acconsentire ai coloni che andranno a insediarsi in quelle terre, disabitate ed incolte da secoli, un decente tenore di vita, che li affezioni alla terra e permetta loro di vivere onestamente del proprio lavoro.

All'iniziativa individuale sarà invece affidata la realizzazione di tutti quei lavori che si riferiscono più specificamente all'azienda agricola, come piantagioni, scassi, regolamentazione di acque, costruzione di stalle e case coloniche, sotto pena di espropriazione forzata per gli inadempienti e favore di enti di colonizzazione, di cooperative e di piccoli coltivatori diretti.

Nel campo dei contratti agrari, una più equa regolamentazione dei rapporti di fitto, la soppressione degli intermediari la graduale eliminazione del salariato attraverso l'instaurazione di rapporti di compartecipazione a base familiare, almeno laddove sia possibile l'appoderamento, dovrà segnare un primo passo verso la diffusione della piccola proprietà contadina, fattore di benessere economico e di tranquillità sociale.

Di converso, poiché spesso, proprio laddove esiste il l. propriamente detto, si verifica anche il fenomeno, diametralmente opposto, dell'eccessivo frazionamento, come conseguenza diretta della miseria delle plebi rurali, dando origine al cosiddetto 1. contadino, dovranno essere emanate opportune norme atte a consorziare la piccola proprietà particellare e ad impedire ulteriori suddivisioni, in occasione di alienazioni o successione ereditaria, in guisa da realizzare quella sistemazione fondiaria, capace di soddisfare finalmente le esigenze tecniche e produttive e l'ardente fame di terre delle classi rurali.

Inoltre la soluzione del problema è legata a una sostanziale riforma del costume che valga a ridestare nei proprietari agricoli la coscienza dei propri doveri sociali e la certezza in un avvenire migliore e nei coltivatori agricoli il desiderio di diventare competenti e sempre più armonizzati con il bene comune.

Biel.: G. Fortunato, Pagine e ricordi parlamentari, Bari 1920; R. Cissca, Il problema della terra, Milano 1921; L. Gangemi, s. v., in Nuova Digesto Italiano, VII, pp. 243-48; Osservatorio italiano Diritto agrario, Il I. nei provvedimenti legislativi, Roma 1940; G. Pieto, La terra ai contadini, Bologna 1942; G. Candura-A. Panerai, L., bonifica, colonizzazione. Il problema rurale, in Atti della XXI Settimana sociale dei Cattoliri italiani, Napoli 1947, Napoli 1948, pp. 103-18; M. Rossi Doria, Riforma agraria e azione meridionalistica, Bologna 1948; M. Pompei, s. v. in Dizionario di politica, II, pp. 710-13. Bruno Rossi

LATIL, Jean-Baptiste-Marie-Anne-Antoine, conte di. - Cardinale, n. il 6 maggio 1761 nell'isola di S. Margherita (Var), m. il 1° dic. 1839 a Gemenos (Bouches-du-Rhô,ie), Entrato nel Seminario di S. Sulpizio a Parigi, fu ordinato sacerdote nel 1784. Vicario del vescovo di Vence, rifiutò di prestare il giuramento civile e passò in Inghilterra, dove divenne il confessore del conte d'Artois.

Alla Restaurazione fece parte della commissione per gli affari ecclesiastici. Primo elencasiniere del principe, fu eletto nel 1816, da Pio VII, vescovo titolare di Amiclea e l'anno successivo vescovo di Chartres. Fatto pari di Francia da Luigi XVIII nel 1822 ed arcivescovo di Reims due anni dopo, consacró il 29 maggio 1823 l'amico conte d'Artois re di Francia quale Carlo X. Creato cardinale da Leone XII nel Concistoro del 13 marzo 1826 , lasciò la Francia nel 1830 , a la caduta di Carlo X, e lo seguì in esilio. Alla morte dell'ex sovrano ritornò in patria. Credava di eliminare i mali del secolo con un'adeguata influenza nelle questioni civili, ma questa tendenza ad immischiarsi negli affari temporali del Regno ottenne lo scopo opposto, ed il Lambruschini pensava che "se invece di passare la più gran parte dell'anno in Parigi e alla Corte, avesse invece dimorato abitualmente nella sua diocesi di Reims, avria meglio servito agl'interessi del suo augusto benefattore ed al suoi propri».

Biel.: G. Moroni, Diz. di cred. storico-celti., XXXVII, pp. 168-71; L. Lambruschini, La mia muxsintura di Francia, a cura di P. Pirri, Bologna 1934, pp. 45-46. Silvio Furlani

LATIMER, HUo. - Vescovo anglicano, uno dei capi della «riforma - inglese, n. a Thurcanton (Leicestershire) ca. il 1480-90, m. ad Oxford nel 1555. Prima avversario della "riforma " protestante, tanto da ricevere il baccellierato con una dissertazione contro Melantone (1524), inclinò poco dopo verso il protestantissimo. Acquistò presto fama di predicatore. Il vescovo di Ely, West, lo sospese dalla predicazione (1525), ma egli poté continuare cgualmente in un convento di Agostiniani davanti a foltissimo pubblico. Molte sue affermazioni suscitarono grande scalpore.

Nel 1530 fu quaresimalista di corte e predicò di fronte ad Enrico VIII. L'anno seguente ebbe la parrocchia di Westkington (Wilhire) e grazie ai guadagnati favori reali evitò una ormai sicura condanna per la sua predicazione eretica. Lo scisma inglese lo portò in posizione di rilievo. Nel 1533 divenne arcivescovo di Worcester ed appoggiò l'opera di T. Cromwell. Contrario agli "arricoli di uniformità", che rifiutò di sottoscrivere, venne destituito e visse per vario tempo appartato, fino al 1548 allarché, salito al trono Edoardo VI, ripreso la sua predicazione. Le sue prediche di quel tempo rimasero famose per certi temi di importanza sociale che vi venivano affrontati, quale la sostenuta immoralità di certi aspetti dell'economia agraria inglese. Nel 1548 il L. poters considerarsi praticamente un calvinista. Salita al trono Maria la Cattolica (v.), venne chiamato a Londra. Non fuggì : si presentò ad una pubblica discussione in cui dichiarò le proprie convinzioni. Falliti i tentativi per farlo ritrattare, il 16 ott. 1555 fu mandato al rogo.

Biel.: Opere: L.'s Sermones, ed. G. E. Corrie, 2 voll., Cambridge 1844-45. Studi: R. Demans, Life of H. L., Londra 1869; 2° ed., ivi 1881 ; altra bibl. in F. W. Bateson, The Cambridge bibliography of English literature, I, Cambridge 1940, p. 669.

LATINE FERIE. - Antica festa celebrata sul Mons Albanus (attuale Monte Cavo) in onore di Giove Laziale. Le testimonianze relative derivano naturalmente dall'epoca in cui Roma era già una grande potenza : ma esse lasciano intravedere che le origini del culto risalgono ai tempi in cui Roma non era che una delle numerose comunità latine del Lazio. La festa viene celebrata, appunto, da queste comunità, con a capo, nei tempi storici, Roma, ma in tempi più antichi forse Alba Longa. La festa è

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essenzialmente la celebrazione dell'unità di stirpe dei Latini: infatti, il dio ha l'appellativo Latiaris, la festa si chiama feriae latinae, il sacrifizio Latiar; il dio è mitologicamente concepito come Latinus - re leggendario dei Latini - divinizzato; la cerimonia contiene una specie di comunione: la carne del toro sacrificato viene distribuita ai partecipanti (diritto di carnem petere); per i giorni della festa vige una tregua santa tra i popoli latini.

Nell'ordinamento festivo romano la celebrazione non aveva una data fissa, ma veniva indetta di anno in anno in primavera. Durava quattro giorni. Il sacrificio doveva esser presenziato dai consoli o, in loro assenza, da un dictator appositamente nominato, mentre i sommi poteri a Roma passavano a un praefectus feriarum latinarum causa. Bastava un qualsiasi errore di forma nella celebrazione per invalidarla e determinare la sua ripetizione. Son noti diversi elementi del rito. Il vino era escluso dal sacrificio e la libagione avveniva con il latte. Alla festa partecipavano anche gli schiavi. Singolare il rito compiuto con l'altalena e interpretato, almeno più tardi, come una ricerca, anche nell'aria, del re Latino scomparso.

E da menzionare che il tempio di Giove Laziale, i cui resti sono stati messi alla luce dagli scavi, come costruzione di pietra è contemporaneo al tempio di Giove Capitolino. Tra i due culti sono stati creati nessi significativi: durante le feriae latinae avevano luogo ludi in Campidoglio. La vittima sacrificale era in entrambi i culti il toro bianco. Coloro cui veniva negato il diritto del trionfo in Campidoglio, potevano organizzare un'analoga celebrazione al Monte Albano.

Boll.: W. Warde Fowler. The reman festivals, Londra 1899, p. 275 sg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2° ed., Monaco 1912, p. 124 sg.; C. Koch, Der römische Lappiten, Francoforte s. M. 1927, p. 127.

Angelo Brelich
LATINE VERSIONI DELLA BIBBIA. - Prima della Volgata (v.) geronimiana, erano in uso v. l., parzialmente conservate, nelle comunità cristiane di Africa e d'Europa occidentale. Fin dai primordi del cristianesimo in questi paesi latini si sentì il bisogno di una traduzione latina della Bibbia. S. Cipriano (m. nel 258 ) usa nei suoi scritti un testo biblico già tradotto; lo stesso si può affermare, con probabilità, di Tertulliano (m. dopo il 222). Un martire numida di Sclillium (ca. il 186) si doveva riferire a testi latini, quando affermava di avere con sé «i libri e le lettere di Paolo uomo giusto" (Acta dei martiri scillitani). Per la Chiesa Romana si ha la testimonianza di Novaziano (m. nel 257-58). Quindi verso la fine del sec. II la Bibbia, o almeno parte di essa, era già stata tradotta in latino: era la Vetus Latina (v. itala). Dal confronto, poi, tra i testi citati da Cipriano e quelli di Novaziano, risulta che i due scrittori usavano traduzioni differenti. Perciò, esistevano almeno due versioni, probabilmente solo parziali. La medesima conclusione suggeriscono i manoscritti biblici giunti a noi. Anzi per qualche libro, come per il Levitico, si possono individuare ben quattro versioni (cf. codd. Lugdunensis, Monacensis, Wirceburgensis e testo usato da s. Agostino nelle Locutiones et quaestiones in Heptateuchum).

Tale fatto giustifica alquanto l'affermazione di s. Agostino, secondo cui i traduttori della Bibbia in latino erano stati innumerevoli (De doctrina christiana, II, 11, 16: PL 34, 43); il che sembra, però, dall'insieme, riferirsi al numero di autori diversi che avevano tradotto i singoli libri. S. Girolamo parla sempre di una versione al singolare, senza dubbio di quella in uso nella Chiesa Romana, mentre lamenta spesso la grande varietà di lezioni
nei diversi esemplari. Difatti, per alcuni libri, come per l'Ecclesiastico e la Sapienza, finora non sono state addotte prove sicure di una pluralità di versioni. Da ciò risulta che, mentre taluni libri circolavano in due, tre o quattro versioni distinte, altri furono tradotti una sola volta.

Dalle date riferite si deduce solo che il lavoro comincio verso la metà del sec. II e si estese forse sino alla fine del in. Pari incertezza regna circa le località in cui sorsero queste versioni anonime. Per motivi seri, basati su pretesi provincialismi linguistici e sull'uso degli autori africani, si pensa che la prima versione avesse origine nell'Africa settentrionale. Ma la necessità di una traduzione esisteva anche in altre regioni, ove il greco era compreso poco o nulla, come l'Italia settentrionale, la Gallia, la Spagna. Qualunque fosse la patria di origine della traduzione, oggi, per ragioni pratiche e per rispettare antiche testimonianze (del cartaginese Cipriano e del romano Novaziano) si preferisce parlare di testo "africano" e di testo "europeo». Tuttavia va notato che i due testi sono interdipendenti fra di loro, in quanto uno servi di aiuto per l'estensione dell'altro. L'individualizzazione di essi nei singoli casi è molto difficile anche nei libri che evidentemente li contengono, perché spesso i due testi si contaminarono nella loro trasmissione sia a vicenda sia con il testo della Volgata quando (secc. v-vi) questa prese il sopravvento.

Lo studio delle antiche v. l. è molto utile dal punto di vista linguistico, perché esse spesso riproducono forme grammaticali e vocaboli estranei alla lingua letteraria. Queste particolarità, specialmente di lessico, tanto interessanti per la storia del latino, costituirono uno dei motivi per la revisione di s. Girolamo, il quale - almeno per il Salterio - si propose di rendere "meno plebea" la dizione (Epist., 106, 54, 58), riprovando quali "mostri verbali" taluni termini, come adnullare o nullificare, coniati dagli antichi traduttori oppure presi da dialetti (Epist., 106, 57). L'esame delle prime v. l. è proficuo anche per la critica testuale, a causa della loro fedeltà, sovente servile, al testo greco dei Settanta (solo il libro di Daniele fu tradotto dalla versione greca di Teodozione). Per lo studio critico dell'autorevolissima traduzione greca le antiche v. l. offrono il vantaggio di riprodurre un testo preesaplare (v. esAPLE), perciò talvolta la loro testimonianza è da preferirsi a quella di toluni manoscritti greci. Nel Nuovo Testamento esse riproducono un buon testo del tipo occidentale. Tuttavia l'utilità, grande in teoria, di tali versioni spesso è resa dubbia in pratica, perché i loro manoscritti furono ritoccati sovente secondo altre recensioni greche o uniformati al testo della Volgata. Cinque libri, non tradotti da Girolamo, sono ancora letti dalla Chiesa nella loro antica v. l. (Baruch, Ecclesiastico, Sapienza, I e II Maccabei).

Difettano manoscritti dell'intera Bibbia nelle versioni pregeronimiane. Il codice Sessorianus (a S. Croce in Roma) del sec. viI-IX comprende quasi tutto il Nuovo Testamento, ma solo in brani frammentari.

Si tratta del diffuso Speculum scritturistico, attribuito falsamente a s. Agostino. Abbastanza numerosi sono i codici evangelici, designati con le lettere minuscole del l'alfabeto latino. I più notevoli sono: cod. a, Vercellensis (sec. IV), attribuito a s. Eusebio (v.), contenente ampi frammenti dei quattro Vangeli; cod. b, Veronensis (sec. v), famoso per la sua bellezza, contenente tutti e quattro i Vangeli; cod. d, Bezae o Cantabrigiensis (sec. vi), ossia la parte latina del bilingue D. Esso contiene i quattro Vangeli e quasi tutti gli Atti degli Apostoli; cod. f, Brissianus (sec. vi), scritto molto elegantemente, con i quattro Vangeli interi; cod. f², Corbeiensis (ora a Parigi nella Bibliothèque nationale) del sec. v-vi; i codd. g¹, e g², tutti e due Sangermanenses (ora entrambi a Parigi), dei secc. IX e x, sono misti perché in molti punti riportano il testo della Volgata geronimiana.

I codici elencati, con diversi altri, rappresentano il cosiddetto testo "europeo". L'«africano» è offerto dal cod. e, Polatinus del sec. v (ora nel Museo di Trento; un foglio a Dublino) con i quattro Vangeli mutili, e dal

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cod. k, Bobiensis del sec. IV-V (ora a Torino), che contiene solo Mc. 8, 8; Mt. 15, 36.

Per gli Atti degli Apostoli, oltre al menzionato codice Bezae Cantabrigiensis, basta ricordare il cod. e, Laudioms bilingue del sec. vi, scritto in Sardegna ed ora alla Bodiejana di Oxford. Il cod. d, Bobiensis palmesse (ora nella Biblioteca nazionale di Napoli), oltre a frammenti degli Atti, contiene anche brani notevoli della Lettera di s. Giacomo e della II di Pietro. Per le lettere pasoline sono da segnalare, oltre ai pochi codici bilingui, i frammenti di Frisinga (r, Frisingensis, ora a Monaco) del sec. vi-viI.

Del Vecchio Testamento si ha l'Eptateuco, in genere in stato frammentario, oppure in unione ad alcuni libri con il testo della Volgata, nei codd.: Lugdunensis del sec. vi-viI; Wirceburgensis del sec. v-vi; Monacensis ed Otridonians (Biblioteca Vaticana) del sec. vir-viII. I libri storici si possono ricostituire quasi interamente da vari codici, dei quali i principali sono: il Vindobonensis (ora nella Biblioteca nazionale di Napoli) del sec. vi; il Complutensis (ora a Madrid) del sec. ix; il Vaticanus del sec. ix ed il Monacensis del sec. ix. Il Salterio è contenuto in una decina di codici, dei quali basta ricordare il Veronensis del sec. vi, il Sangermanensis del sec. vi, il Medialanensis del sec. Ix ed il Proliferium mozarabicum. I libri sapienziali non inclusi nella Volgata si possono leggere nei codd. : Vindobonensis, del sec. viVII; Tabaanus, del sec. viII-IX; Veronensis, del sec. viVII, e nel Monacensis. I libri profetici sono rappresentati dai codd. Wirceburgensis, Constantinianus-Weingartensis del sec. v-vi, disperso in varie biblioteche, Sangermanensis del sec. v-vi, Gothicus Legionensis del sec. x e dal Veronensis del sec. viII.

Gran parte di questi e di altri manoscritti è stata già pubblicata in edizioni particolari. Una ricostruzione del Vecchio Testamento con testimonianze raccolte nei vari codici o desunte dalle opere dei Padri fu tentata nel sec. xvi da Flaminio Nobili (v.). Molto più perfetta e completa risultò l'opera di P. Sabatier, Bibliorum Sacrorum latinae versionis antiquoe seu vetus Italica et ceterae quaecunque in codicibus mss. et antiquorum libris reperiri potuerunt, 3 voll. (Reims 1739-43; 2^{text {a }} ed., ivi 1751). In questi anni i monaci benedettini di Beuron preparano un «nuovo Sabatier» (v. 2001d), che corrisponda alle esigenze ed alle condizioni della scienza attuale. Finora è uscito il fascicolo introduttivo con un foglio di saggio (cf. Biblica, 31 [1950], pp. 116-18) dal titolo: Vetus latina, Die Reste der altlateinischen Bibel nach Petrus Sabatier neu gesammelt und herausgegeben von der Erzabtei Beuron. 1. Verzeichniss der Sigel für Handschriften und Kirchenschriftsteller, Friburgo in Br. 1949. L'Accademia di Berlino ha pubblicato i Vangeli di Matteo (1938) e di Marco (1940), curati da A. Jülicher. Molti testi si possono leggere in Old-Latin biblical texts (I-VII, Oxford 1883-1923), ed in Collettanea biblica latina (I-V, VIII, Roma 1912-21, 1945). - Vedi tav. LVII.

BibL.: P. Corssen, Bericht über die lateinische Bibelübersetzung. in Jahresbericht klassisch. Altertumswissenschaft, 101 (1899), pp. 1-83; L. Méchineau, Versions latines, in DB, IV, coll. 97123; W. Drum, The old Latin text, in Ecclesiastic review, 59 (1918. 10, pp. 89-99; Moricca, I, pp. 32-48; Fr. Stummer, Einführung in die lateinische Bibel, Paderborn 1928, pp. 4-76; K. Schäfer, Untersuchungen zur Geschichte der lateinischen Ubersetzung des Hebräerbriefes, Friburgo in Br. 1929; id., Die Überlieferung des altlateinischen Galaterbriefes, Braunsberg 1939. - Per la lingua delle versioni pregeronimiane: C. Cavedoni, Saggio della latinità biblica dell'antica volgata Italia, in Opuscoli religiosi, letterari e morali, VII, Modena 1860, pp. 161-80, 321-46; H. Rönsch, Italia und Volgata, Marburgo 1869; 2^{text {a }} ed., ivi 1875 ; W. Süss, Studien zur lateinischen Bibel, Tartu 1932; id., Das Problem der lateinischen Bibelsprache, in Historische Vierteljahrschrift, 27 (1933), pp. 1-39; C. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1940, pp. 309-14; P. Numminen, Qua ratione in versione afra vocabula collecta sint (Annales Academiae scientiarum, Finolicae, B 60, 1), Helsinki 1947.

LATINI, Brunetto. - Notaio e letterato, n. a Firenze ca. il 1220, m. ivi ca. il 1294. Nel 1260 fu inviato dai guelfi fiorentini a chiedere aiuto, contro le armi di Manfredi, ad Alfonso X di Castiglia.

Dopo la disfatta dei guelfi a Montaperti, esulò in

Francia, ove tradusse la Rettorica di Cicerone e scrisse il Tesoretto e Li livres dou trésor. Tornato a Firenze dopo la vittoria guelfa di Benevento (1266), fu notaio e scriba del Comune, ed ebbe importanti incarichi. G. Villani (Cronica, VIII, 10) lo chiama «digrossatore de' Fiorentini in farli scorti in ben parlare ed in sapere guidare e reggere la Repubblica secondo la politica». Dante giudice lo condanna per lercio peccato; ma Dante uomo attesta tutta la sua reverenza a lui, che gli ha insegnato a come l'uom s'eterna * (Inferno, XV, 83).

Il Tesoretto è un poema allegorico-didattico, incompiuto, di 2240 versi settenari rimanti a due a due, che narra un viaggio nei regni della Natura, delle Virtù e dell'Amore. Nello stesso metro B. compose il Fanalello, una specie di lettera didattica a Rustico di Filippo su i doveri dell'amicizia. Li livres dou Trésor sono una vasta enciclopedia in prosa francese, che consta di tre parti principali, delle quali la prima tratta delle origini del mondo e delle prime storie, di astronomia, geografia e storia naturale, la seconda dei rizi e delle virtù secondo l'etica aristotelica, la terza della retorica e della politica. Il Tesoro fu volgarizzato da Bono Giamboni.

BibL.: Opere: Li livres dou Trésor, ed. B. Chabaille, Parigi 1863; Il Tesoretto e il Fanalello, ed. B. Wiese, Strasburgo 1909. Studi : T. Sundhy, Della vita e delle opere di B. L., trad. it. di R. Renier, Firenze 1884; F. Maggini, La - Rettorica - di B. L., ivi 1912; E. Testa, B. L., in Riv. di storici letteraria, 3 (1937), pp. 79-93.

Giulio Natali
LATINO CRISTIANO. - E la lingua speciale (lingua di gruppo) dei cristiani, formatasi entro la cornice del tardo latino nelle comunità paleocristiane. Con l'espansione del cristianesimo essa è divenuta, a poco a poco, la lingua comune dei popoli latini e da essa sono sorte le lingue romanze.
I. Evoluzione. - Il messaggio cristiano, superate le frontiere della Palestina, fu da principio formulato nella socié greca, che, in un primo tempo, fu la lingua ecumenica del cristianesimo.

Gli antichi testi cristiani greci provenienti da Roma e dalle più antiche comunità della Gallia attestano che le comunità primitive dell'Occidente erano greche. D'altra parte, i più antichi documenti cristiani dell'Africa del nord sono redatti originariamente in latino; ma essendo i testi latini dell'Africa saturi di elementi greci, bisogna supporre non solo una predicazione greca, ma anche una prima fase greca anche della Chiesa africana. Si è creduto a lungo che la latinizzazione delle comunità cristiane abbia avuto luogo innanzi tutto nella Chiesa dell'Africa del nord e che questa abbia poi contribuito molto a latinizzare la Chiesa di Roma. Ora però si fa sempre più evidente che il processo di latinizzazione della comunità di Roma era già in corso verso la metà del sec. iv, il che significa che ci si trova di fronte ad una evoluzione contemporanea in Africa e a Roma. Verso le metà del sec. it, infatti, a Roma si comincia a tradurre in latino la Bibbia e altri testi cristiani scritti originariamente in greco, ad es., la prima epistola di s. Clemente. Quanto alla lingua liturgica, sembra che la Chiesa romana non si sia decisa che assai tardi a latinizzare interamente la liturgia, specialmente la liturgia eucaristica (metà del iv sec.).

Il processo di differenziazione dell'idioma cristiano occupò il corso di qualche generazione, mutando a poco a poco nei circoli cristiani la fisionomia della lingua latina. In questo processo di differenziazione, che è inoltre caratterizzato da un riavvicinamento alla lingua popolare, hanno avuto una parte assai importante le più antiche versioni della Bibbia. Dopo il periodo creatore dei due primi secoli, in cui il i. c. si è formato e si è stabilizzato, si può cogliere come una specie di rallentamento nell'evoluzione, che è al tempo stesso un consolidamento. Poi, durante la seconda metà del sec. iv, dopo la pace di Costantino, si assiste di nuovo ad una attività creatrice, ma in questo caso si tratta piuttosto di una creazione dotta di termini tecnici teologici, che vanno ad aggiungersi alle formazioni popolari dei primi secoli cristiani. Nel sec. v, poi, vige una specie di conservato-

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rismo linguistico che, pur conservando l'eredità dei primi secoli cristiani, si orienta verso norme più tradizionali.

Questa evoluzione è la conseguenza dell'emancipazione sociale e culturale delle comunità cristiane, che importa un certo normativismo linguistico, insegnato dalla scuola. In questo modo fa la sua comparsa un certo umanesimo cristiano, fortunata combinazione di elementi linguistici e stilistici provenienti dalla tradizione letteraria di Roma e di elementi specificamente cristiani, che sta alla base della letteratura cristiana al suo apogeo.
II. Tratti caratteristici. - Il cristianesimo ha raccolto i suoi primi adepti soprattutto in mezzo al proletariato urbano. Ne consegue che, al momento decisivo della prima formazione dell'idioma, prevalsero le tendenze del volgo, e questo non solo per il grado sociale dei primi cristiani, ma anche per una causa di ordine psicologico: ed è che i cristiani respingevano decisamente l'esclusivismo e il normativismo del latino colto, che erano la conseguenza di una certa esagerazione del valore attribuito alla forma letteraria accurata. Un certo utilitarismo prende il posto del conservatorismo reverenziale, che regolava la vita della lingua nei circoli pagani colti.

La prima evoluzione del latino dei cristiani viene cosi caratterizzata da una tendenza democratica, che si manifesta soprattutto nelle antiche versioni della Bibbia, le quali, a loro volta, esercitarono un influsso intenso e durevole sulla lingua con cui comunicavano i circoli cristiani. Nel corso del II e III sec. si elabora tutto un vocabolario tecnico dei cristiani, che resterà in uso sino alla fine del periodo latino, passerà nelle lingue romanze, si manterrà nel latino medioevale e servirà di esempio alle lingue di tutti i popoli, che adotteranno il cristianesimo, predicato dalla Chiesa di lingua latina. Ora, per comprenderlo bene bisogna rendersi conto del fatto che, in origine, il cristianesimo era predicato in greco e che le idee e le istituzioni cristiane sono penetrate nell'Occidente con nomi greci. Dietro ogni termine tecnico dei due secoli si nasconde o si mostra un originale greco.

Nel latinizzare il vocabola