volume-07

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 moralista, n. a Parigi il 15 sett. 1613 , ivi m. il 17 marzo 1680. Ammesso nel 1629 a corte, vi si trovò ben presto coinvolto negli intrighi contro il card. Richelieu e poi in quelli della Fronda. Una ferita riportata in conflitto nel quartiere parigino di S. Antonio (1652), che gli mise in serio pericolo la vista, lo convinse a lasciare la politica e a dedicarsi alle lettere. Cominciò allora a frequentare la colta marchesa di Sablé, di tendenze giansenistiche ( 1598-1678 ).

Costei, dopo la morte del marito e del figlio (1656), si era stabilita nel quartiere stesso (St-Jacques) del monastero parigino di Port-Royal, e promesse nel suo salotto di antica "preziosa", quasi per un gioco di società, la voga dei brevi saggi illustranti una massima o un tema proposto. Il La R. vi si dedicò contemporaneamente alla redazione dei suoi Mémoires sur les brigues à la mort de Louis XIII, les guerres de Paris et de Guyenne et la prison des Princes, per il periodo 1624-52 e stampati clandestinamente nel 1662 ad Amsterdam. Una prima edizione, pure clandestina, delle sue Sentences et maximes de morale apparve all'Aja nel 1664, e fu seguita l'anno successivo da altra autentica, che aggiungeva il titolo di Réflexions, poi rimasto : entrambe precedettero di parecchio la pubblicazione delle massime della marchesa di Sablé ( postuma nel 1678) e degli altri suoi familiari, il cavalier de Méré (1687) e il già oratoriano Jacques Esprit ( 1669 e 1678). Sull'opera, la più celebre del La R., afita un implacabile pessimismo, proprio dell'uomo inetto e indeciso di fronte all'azione per eccesso di lucidità e per il gusto di andare al fondo di ogni cosa, al di là della "bella apparenza", insieme ad una disperata coscienza dell'irriducibile egoismo che rappresenta la fatale, triste conseguenca del peccato originale.

BibL.: C.-A. Ste-Beuve, Préface pour les Maximes de La R., in Cascaries du lundi, IX, Parigi 1853, pp. 404-21; J.-M. Cuysu, La morale d'Epicure et ses rapports avec les morales contempo-

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raines: La R., ivi 1885; M. L. A. Ehrhard, Sources bistoriques des Maximes de La R., Heidelberg 1891; J. Bourdeau, La R., Parigi 1895; F. Hémon, La R., ivi 1896; E. Dreyfus-Brisac, La élé des Maximes de La R., ivi 1904; G. Grappe, La R., ivi 1914; E. Magne, Le vrai visage de La R., ivi 1923; J. Schmidt, Die Maximen von La R., in Zeitschrift für fraucaische Sprache und Literatur, 57 (1933), pp. 129-55. Enso Bottesot

LA ROCHEFOUCAULD-BAYERS, FRANCOISJoseph de, beato. - Vescovo, n. ad Angoulême il 28 apr. 1736, m. a Parigi il 2 sett. 1792. Discendente di un ramo cadetto della casata dei La Rochefoucauld, entrò nel Seminario di S. Sulpizio nel 1757 e fu ordinato sacerdote nel 1762 . Vicario generale dell'arcivescovo di Rouen nel 1764 ed arcidiacono di Vexiu, fu consacrato vescovo di Beauvais il 12 luglio 1771.

Il 15 marzo 1789 fu eletto dal bailaggio di Clermont en Beauvoisis deputato del clero agli Stati generali; ebbe l'incarico dai suoi elettori di opporsi a qualsiasi tentativo del terzo stato di sostituire il voto personale a quello per stati e in dichiarò fermamente il 20 giugno di quell'anno. Nell'Assemblea costituente avversò le leggi lesive dei diritti della Chiesa e combatté nella sua diocesi in ogni modo la Costituzione civile del clero. Fu denunciato all'Assemblea legislativa come membro di un comitato controrivoluzionario e cercò pertanto rifugio, insieme al fratello Pierre-Louis, vescovo di Saintes, presso una sorella, badessa a Notre-Dame di Soissons. Scoperto, fu trasferito a Parigi e rinchiuso ai Carmelitani. Nel 1792 fu assassinato, dopo essere stato gravemente ferito, da una turba di fanatici, insieme ad altri 119 prigionieri. Pio XI lo beatificò il 17 ott. 1926.

BibL.: A. Robert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires frunçais, III, Parigi 1890, pp. 603-606; S. Conaregazione dei Riti, Positio super introductione Causae, 2 voll., Roma 1915, passim; id., Positio super martyrio et causa martyrii, 2 voll., ivi 1921, passim; AAS, 18 (1926), pp. 413-25.

Silvio Furlani
LA ROCHEFOUCAULD-BAYERS, PIERRE Louis de, beato. - Vescovo e martire francese, n. il 12 ott. 1744 nel castello di Viviers, m. il 2 sett. 1792 a Parigi. Allievo di teologia nel Seminario di S. Sulpizio, diventò nel 1771 vicario generale del fratello Francesco Giuseppe, vescovo di Beauvais. Fu eletto nel 1775 come uno degli agenti generali del clero di Francia. Vescovo di Saintes nel 1781, si preoccupò della direzione del suo Seminario, incoraggiò ogni opera di carità che avesse di mira l'aiuto al prossimo e soprattutto il sollievo delle sofferenze degli indigenti e professó sempre un'assoluta ed incondizionata obbedienza verso la S. Sede, atteggiamento che lo rese inviso ai giansenisti. Il 26 marzo 1789 il clero di Saintes lo designò a suo rappresentante agli Stati Generali. Nell'Assemblea nazionale si oppose ad ogni riforma tendente ad affermare la dipendenza della Chiesa dallo Stato. Esortò i suoi fedeli ad accogliere il breve pontificio del 13 apr. 1791 e condannò la Costituzione civile del clero. Accusato di attività antirivoluzionarie, fu arrestato e rinchiuso ai Carmelitani insieme al fratello Francesco Giuseppe. Ambedue vi furono massacrati da una turba di fanatici. Fu beatificato da Pio XI il 17 ott. 1926.

BibL.: A. Robert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires frangais, III, Parigi 1890, p. 604. V. soprattutto la bibl. citata alla voce La R., François-Joseph.

Silvio Furlani
LA 'ROCHEJAQUELEIN, HENRI du VANGIER, conte di. - Generale vandeano, n. al castello de la Durbellière (Châtillon-sur-Sèvre) il 3 ag. 1772, m. a Nouaille il 4 marzo 1794. Allievo della Scuola militare di Sorèze e ufficiale della guardia reale nel 1791, raggiunse i vandeani insorti contro la Rivoluzione e tra le loro file si distinse per capacità militari e personale eroismo.

Il grave rovescio subito dai realisti a Cholet il 17 ott. 1793 portò il L. al comando supremo dell'insurrezione.

Con abile manovra batté i repubblicani ad Entrâmes il 27 ott., ma di li a pochi giorni fu duramente sconfitto davanti a Granville ( 13 nov.) e poi di nuovo a Le Mans un mese più tardi per la sproporzione numerica tra le sue forze e quelle dei tre eserciti del Westermann, del Marceau e del Kléber. Tuttavia il giovanissimo generale organizzò la ritirata oltre la Loira, e dopo la decisiva sconfitta di Savenay, iniziò una feroce guerriglia protrattasi, nella vana attesa dei soccorsi inglesi, sino alla primavera successiva. Caduto in un'imboscata, vi perdette la vita.

BibL.: Ch. L. Chassin, La préparation de la guerre de Vendée e La Vendée patriote, 3 voll., Parigi 1892-93; E. Gabory, La Révolution et la Vendée, 3 voll., ivi 1923-28. Renzo U. Montini

LA ROCHELLE, DIOCESI di. - Città e diocesi nel dipartimento della Charente-Maritime (Francia) con cui ha in comune i confini. Ha una superfice di 6800 kmq . con una popolazione di 500.000 ab. dei quali 400.000 cattolici (Annuario Pontificio, 1951, p. 241).

La diocesi comprende 6 arcipreture, 40 decanati, 199 parrocchie provviste di titolare e 298 annesse, 17 cappelle e 19 vicariati. Conta 311 sacerdoti diocesani e 34 regolari, grande e piccolo seminario; i comunità religiosa maschile e 5 femminili. E suffraganea di Bordeaux. Patrono della diocesi è s. Eutropio, primo vescovo di Saintes; titolare della Cattedrale è s. Luigi, re di Francia.

La diocesi fu creata il 4 maggio 1648 dal papa Innocenzo X, trasferendovi la sede di Maillezais (a sua volta eretta il 13 ag. 1317 dal papa Giovanni XXII).

Dal 22 genn. 1852 il vescovo di La R. è titolare anche dell'antica diocesi di Saintes che fu soppressa nel Concordato del 1801.

BibL.: G. Goyau, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 6-7; Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1948-49. Parigi 1948, pp. 323-57,434,587-89,1030-31.

Enrico Josi
LAROMIGUIERE, PIERRE. - Filosofo, n. a Livignac (Aveyron) il 3 nov. 1736, m. a Parigi il 12 ag. 1837. Fu ordinato sacerdote nel 1785 , ma non disse Messa che una volta. Prestò il giuramento civile del clero nel 1791, e depose l'abito nel 1792. Fu professore (1811-13) nella facoltà di Lettere di Parigi. La sua più importante attività di pensatore è compresa tra il Projet d'éléments de métaphysique (1794) e le Leçons de philosophie (1815-18).

Continua il sensismo del Condillac, introducendo però il concetto di «attenzione» generatrice dello spirito, e insistendo sull'idea di anima generatrice dell'attenzione stessa. L'anima che per L. è attiva e immortale produce le facoltà della volontà, del bisogno, della preferenza e della libertà. Pur nella sua mediocre dialettica il L. (che è rimasto, tutto sommato, uomo del Settecento) è figura suggestiva per l'esame del passaggio dal sensismo illuministico allo spiritualismo romantico.

BibL.: G. Alfaric, L. et son école, Parigi 1929.
Massimo Petrocchi
LARVE (Larvae). - Erano presso i Romani le anime di coloro che erano morti in colpa e che, nel loro incessante peregrinare, esercitavano una malefica azione nel mondo dei vivi, dove perseguitavano ed atterrivano gli uomini, quasi entrambone in possesso (Larvait, cf. Plauto, Aul., 10, 4, 15; Paolo Festo, 106); c'erano infatti delle lustrazioni per liberare gli individui dall'ossessione delle l. (cf. Servio, ad Aen., VI, 229). Esse, inoltre, compivano analoga funzione di tormento nel regno delle ombre (Plinio, Praef., 31, e Seneca, Apocal., 9).

Le Larvae, talora confuse con i Lares (Varrone, in Arnobio, III, 41), con i Manes (cf. Festo, 114), ma soprattutto con i Lenuures (Agostino, De civitate Dei, IX, 11), erano generalmente rappresentate come scheletri o spettri dalla faccia atteggiata a orribili smorfie, e, secondo Festo (loc. cit.), con esse «le nutrici spaventano i fanciulli».

BibL.: Koch, s. v. in Pauly-Wissowa, XII, coll. 878-80; E. Tabeling, Mater Larum, Francoforte sul Meno 1932, p. 23 sgg. Cesare D'Onofrio

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LASALDE, Carlos. - Scolopio, poligrafo, n. a Portillo (Spagna) il 4 nov. 1841, m. ivi il 4 sett. 1906. Uno dei primi spagnoli che scrisse di studi grammaticali, secondo le leggi della filologia moderna; fu anche peritissimo nelle lingue greca e latina.

Come rettore del Collegio di Yecla, svolse una attività scientifica notevole, come fan fede le pubblicazioni stampate. Fondò in Madrid la Revista Calasancis, che diresse sette anni. Collaborò altresì ad altre pubblicazioni periodiche, ed egli stesso diede alla luce opere di carattere religioso, pedagogico e storico, alcune delle quali vennero stampate in Germania. Tra le opere di carattere storico primeggia la sua Historia literaria de las Escuelas Pias de España ( 3 voll., I Madrid 1893; II e III postumi).

Bibl.: T. Viñas, Scriptores Scholarum Piarum, I. Rome 1909, pp. 97-104; Azorín [José Martínez] tracciò il profilo morale del L. nel libro La voluntad, Madrid 1902. Leodegario Picanyol

LASAULK, Peter Ernst von. - Pensatore e uomo politico, n. il 16 marzo 1805 a Coblenza, m. il 9 maggio 1861 a Monaco. Studiò a Bonn e Monaco filologia classica e filosofia (1824-30); viaggiò in Austria, Italia, Grecia, Turchia, Palestina (1830-34). Tornato in patria si laureò a Kiel (1835). Lo stesso anno fu nominato professore di filologia a Würzburg.

Quando, nel 1837, fu imprigionato l'arcivescovo di Colonia nella fortezza di Mindeln (20 dic.), L. protestò contro il governo prussiano e contro il diplomatico Ionia Bunsen con lo scritto: Kritische Bemerkungen über die kölner Sache e spinse Görres, suo zio, a scrivere l'Athamasius. Nel 1884 passò all'Università di Monaco. Tre anni dopo, avendo contribuito alla caduta del ministro Abel e giustamente criticata la condotta privata di Luigi I di Baviera, fu collocato a riposo ( 28 febbr. 1847). Continuò tuttavia immutata la [sua attività nel Parlamento.
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(da Oeuvres de don Beriñsliomy de Las Casas, Parigi 1887). Las Casas, Bartolomé de - Rítratto.

Sebbene di animo profondamente cristiano, L. nei suoi scritti indulge a una forma di relativismo religioso che provocò la condanna di quattro suoi libri (decr. S. Uffizio 7 ag. 1861). Studioso di filosofia delle religioni antiche, ostile al pensiero aristotelico, riveste il cristianesimo di un platonismo semipanteistico; pone l'ellenismo al disopra del giudaismo e ritiene che Socrate sia una figura di Gesù, più prossima di quanto non lo siano le persone bibliche del Vecchio Testamento (Des Socrates Leben, Lehre u. Tod nach den Zeugnissen der Alten dargestellt [1857]; all'Indice, decr. 7 ag. 1861).

Notevoli fra le altre sue opere: Das Sühnopfer der Griechen u. Rümer u. ihr Verhältnis zu dem einen auf Golgatha (1841); Studien des klass. Altertums (1854); Der Untergang des Hellenismus u. die Einziehung seiner Tempelgüter (1854); Neuer Versuch einer alten, auf die Wahrheit der Tatsachen gegründeten Philos. der Gesch. (1856); Über die theol. Grundlage aller philos. Systeme (1856); Die prophet. Kraft der menschl. Seele in Dichtern u. Denkern (1858; tutti e tre all'Indice, decr. 7 ag. 1861); Die Philosophie der schïnen Künste (1860).

Bibl.: H. Holland, Erinnerungen an L., Monaco 1861: R. Stolido, E. v. L., Münster 1004: A. Duberl, in Hist. Pol. Bl., 1918, pp. 205-11, 296-309; A. Koestler, E. v. L. Geschichtphilos. u. ihr Einflus auf 7. Burckhardt, - Welgeschit. Betrachtungen, diss., Münster 1937.

LAS CASAS, BARTOLOME de. - Domenicana, spostolo e difensore degli Indiani d'America, n. a Siviglia nel 1474, m. a Madrid il 31 luglio 1566.

Fin da quando attendeva agli studi giuridici nelI'Università di Salamanca prese a interessarsi delle nuove terre che la scoperta dell'America aveva dato agli Europei. E da notare che suo padre aveva accompagnato Colombo nel suo secondo viaggio (1493). Perciò a 28 anni ( 1502 ) salpò egli stesso alla volta di Hispaniola, a prendere possesso della ricca "fazenda" paterna e a fare fortuna. Dapprima fu dunque uno sfruttatore degli Indi, come tutti gli altri conquistatori; egli stesso lo ricorderà con rammarico nella Historia de las Indias. Ma nel corso di una decina di anni, grazie al contatto con alcuni Domenicani, non soltanto abbandonò la "fazenda", ma divenne un tenace protettore degli oppressi indigeni, consacrando alla loro causa gli altri 50 anni della sua grande attività e a tale scopo solcando ben una dozzina di volte l'Oceano.

Egli lotto anzitutto contro l'"encomienda", cioè contro l'inumano sfruttamento degli Indi sotto lo specioso pretesto di evangelizzarli; incontrò naturalmente vive opposizioni da parte dei conquistatori, che si vedevano capovolgere il loro sistema colonizzatore. La sua visione fondamentale, in verità un po' unilaterale, come si spiegherà ancor meglio negli scritti, può riassumersi brevemente. La Provvidenza aveva riservato alla Spagna la scoperta delle nuove terre per l'evangelizzazione di quelle genti, d'una semplicità e bontà angelica, cui solo mancava la luce del Vangelo. Invece gli Spagnoli, contro ogni legge umana e divina, posponendo l'evangelizzazione, si erano dati anzitutto alla rapina e all'oppressione, incuranti del versamento di sangue indigeno. Nel 1516 il L. C. fu nominato protettore generale di tutti gli Indi e ottenne che si riformassero le leggi nei loro riguardi. Ma, ritornato in America, non poté attuare tali provvedimenti, sicché egli stesso ideò un nuovo sistema di colonizzazione, consistente nell'affidare lo sfruttamento d'una parte del territorio a pacifici coloni spagnoli (1520). L'esperimento ebbe pessima riuscita, per cui egli decise di darsi d'allora in poi totalmente ed esclusivamente alla evangelizzazione mediante la predicazione. A tal fine si appoggiò all'Ordine domenicano, che per quella via l'aveva indirizzato e sempre sostenuto, facendosi frate (1523); dal 1510 era sacerdote secolare.

Nel 1539 scrisse la Brevàstica relàción de la destruy. ción de las Indias, che venne pubblicato solo nel 1552 a Siviglia, e tradotta poi in varie lingue. La sua calorosa e appassionata difesa degli Indi incontrò un nuovo suc-

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cesso nel 1542, quando ottenne da Carlo V nuove leggi a favore dei suoi protetti; inoltre perché il L. C. godesse di maggior prestigio, l'Imperatore lo propose alla sede vescovile di Chiapa(s), oggi nel Messico. Il Papa accondiscese ( 19 dic. 1543): la consacrazione ebbe luogo a Siviglia il 30 marzo 1544. Ma neppure queste nuove disposizioni valsero a superare le ostilità degli avversari, i quali anzi lo accusarono di tradimento e di eresia, costringendolo a ritornare in patria per discolparseno (1547). Fu allora che egli si trovò di fronte il grande avversario J. Ginés de Sepúlveda, sostenente la schiavitù naturale dei conquistati, e lo batté in una famosa disputa giuridico-teologica tenuta sull'argomento. Nel 1551 al L. C. sfuggi l'occasione di poter ritornare in mezzo ai suoi Indi, e - quasi ottantenne - si decise ormai a fermarsi in patria, continuando tuttavia la loro difesa con la penna.

Oltre la citata Brevísima relación, il L. C. lasciò numerosi scritti, in parte ancora inediti. Merntano menzione particolare la Historia de las Indias, incompleta (ed. nella Colección de documentos inéditos para la historia de España, voll. 62-66, Madrid 1875), la quale, pur con i suoi difetti, rimane una fonte ricca e preziosa sull'inizio della colonizzazione spagnola, come anche sulla vita di Cristoforo Colombo, che
il L. C. conobbe personalmente. A completare questa storia si cita la Apologética historia sumaria... (ed. in Nueva biblioteca de Autores españoles, XIII, Madrid 1909), sulla geografia, costumi e caratteri della popolazione. Lo solo del L. C. per la causa indubbiamente buona, la sua irascibilità, e la foga oratoria di fronte all'ostinazione e ai mezzi usati dai colonizzatori, lo portano ad esagerare; come storico egli è discutibile; ma come apostolo è figura di prima grandezza.

Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 192-95; C. Gutiérrez, Fray B. de L. C., sus tiempos y su apostolado, Madrid 1878; A. M. Fabié, Vida y escritos de don Fray B. de L. C., Madrid 1879; A. Viejers, B. de L. C., Haarlem 1890; E. Vocas Colindo, El p. Fray B. de L. C., su obra y su tiempo, Madrid 1908; F. J. de Ortueta, Fr. B. de L. C., sus obras y polémicas, especialmente con F. Ginés de Sepúlveda, ivi 1920; R. Streit, Bibl., II, passim; M. Brion, B. de L. C. "Père des Indiens" (Le Roseau d'Or, 21), Parigi 1927; R. Schneider, L. C. (Milano) 1942 (romanzato); B. Biermann, Der Kampf des Fray B. de L. C. um die Menschenrechte der Indiener, in Die Neue Ordnung, 2 (1948), pp. 27-39. Abele Redigonda

LA BERENA, diocesi di. - Città e diocesi nella provincia di Coquimbo nel Chile; abbraccia le province di Atacama e di Coquimbo.

La diocesi ha una superfice di kmq. 34.862 con 245.609 ab. dei quali 232.750 cattolici. Conta 27 parrocchie, con 38 sacerdoti diocesani e 48 regolari, un seminario; vi sono 12 comunità religiose maschili e 15 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 241).

La diocesi fu creata da Gregorio XVI il 1° luglio 1840, come suffraganea di Santiago; il primo vescovo fu mons. J. A. de la Sierra. Il papa Pio XII con la cost.
apost. Quo provinciarum del 20 maggio 1939 la elevò a dignità di metropolitana, dandole quali suffraganee le diocesi di Antofagasta, Iquique e l'amministrazione apostolica di Copiapó.

Bibl.: AAS, 31 (1939), pp. 538-41. Enrico Josi
LASKI, JAN. - Arcivescovo, primate di Polonia e statista, n. a Lask nel 1456, m. a Kalisz il 19 maggio 1531. Fu ambasciatore nel 1494 a Roma, nel 1496 nelle Fiandre e nel 1500 nuovamente a Roma.

L'avvento di re Alessandro I Jagellone (1501-1506) determinò la netta ascesa politica del L.: segretario della corona nel 1501 , fu cancelliere dal 1503 al 1510 .

Nel 1505 provvide alla prima raccolta ufficiale delle leggi polacche, ma non riuscì a rafforzare la corona contro i magnati; seppe però porre su salde basi il predominio della media nobiltà (cost. Nihil novi del 1505). Arcivescovo di Gnesen nel 1510 e primate di Polonia, partecipò attivamente al V Concilio del Laterano; ottenne da Leone X la bolla del 9 ag. 1515 che regolava la disciplina della Chiesa in Polonia e il titolo di Legatus natus; e continuò a pronunziarsi sempre a favore di un concilio generale pro reformatione Ecclesiae.

Fiero avversario del protestantesimo, mecenate insigne, il L., anche finito il cancellierato, conservò una notevole ingerenza politica; oppugnò la politica d'intesa con gli Asburgo prevalsa dopo il 1515 e sostenne la necessità di una alleanza con la Francia. Dopo il 1518 , avversato dalla nuova regina Bona Sforza, perse rapidamente ogni influenza e, non avendo esitato per odio antitedesco ad aiutare lo Zapolya alleato dei Turchi nella sua lotta contro gli Asburgo, fu poco prima della morte biasimato dalla S. Sede.

Bibl.: M. Zeissberg, Johannes L., Erzbischof von Gnesen und sein Testament, Vienna 1874; W. Sobieski, Histoire de Pologne, Parigi 1934, pp. 131-32; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia 1949, p. 200 (per l'atteggiamento verso il Concilio).

LASKI (a Lasco), JAN. - Riformatore polacco, n. a Lask (Polonia orientale) nel 1499 e m. a Pinczow l'8 genn. 1560. Nipote del celebre arcivescovo e politico Jan il vecchio, fu da giovane in Italia, a Bologna, a Roma, coltivando gli studi umanistici, poi carissimo ad Erasmo di cui acquistò la biblioteca, e quindi a Parigi. In questo lungo soggiorno conobbe molti dei futuri capi della "riforma». Sacerdote nel 1521, ottenne, mercé l'influenza dello zio, cariche e benefici. Nel periodo 1524-26 essendo in missione diplomatica intensificò i contatti con i riformati. Nel 1530, sempre per l'influenza dello zio, ebbe dal re d'Ungheria, Giovanni Sigismondo Zápolya, il vescovato di Veszprem : tale nomina non fu però

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confermata dal Papa. Crescevano frattanto i sospetti sulla sua ortodossia, tante erano le manifestazioni in contrario ch'egli offriva ed i contatti, ormai continui, con capi protestanti. Già nel 1538 , del resto, egli era di fatto un protestante. Passando da Francoforte, a Lovanio, ad Emden era persino incaricato di reggere le Chiese riformate della regione. Nel 1544, in patria, giurò ancora adesione al cattolicesimo, ma ben presto si allontanò di nuovo e tornò ad Emden ad organizzarvi la comunità riformata in base a principi umanistico-calvinistici, decisamente antiluterani.

Intanto in Inghilterra, mentre Edoardo VI era minorenne ed il potere era nelle mani del Lord protettore, Somerset, e del primate della Chiesa inglese, arcivescovo Cranmer, questi, che attendeva alacremente all'organizzazione della Chiesa anglicana, chiamò il L. a collaborarvi. Il L. giunse in Inghilterra nel 1550 e mentre era consigliere del Cranmer si dedicò particolarmente a quella colonia di protestanti esuli in seguito all'interim di Augusta del 1548 , nota sotto il nome di Ecclesia peregrinorum. Calvinista nella questione della Cena, radicale nel culto, favorì l'introduzione dei laici nella direzione delle cose ecclesiastiche. Morto Edoardo VI (1553) e succedutagli Maria la Cattolica, il L. lasciò l'Inghilterra. Odiatissimo dai luterani che lo respinsero, in pieno inverno, insieme alla sua comunità riformata, dalla Dininarca, dal Meclemburgo, da Labecca e da Amburgo, riparò alla fine, nel 1556, in Polonia, accoltovi dal re Sigismondo Augusto, presso cui aveva a lungo fatto prussiane perché l'appoggiasse nei tentativi di riunire le Chiese protestanti polacche, aspramente divise fra loro sulla questione sacramentaria. Gli ultimi suoi sforzi furono appunto dedicati a cercar di riunire in una sola confessione calvinisti, luterani e fratelli moravi. Ottenne alcuni successi nella "piccola Polonia ", dove lottò aspramente contro il cattolicesimo, ma i suoi sforzi di riunione, come dichiarava il Farsi a Calvino, parevano destinati ad ottenere sempre effetto contrario. L'accordo si ebbe più tardi (1572), dodici anni dopo la morte del L., a Sandomierz, quando la virulenza della questione sacramentaria cominciava a declinare.

Bibl.: H. Dalton, Johannes a Lasca. Beitrag zur Reformationsgeschichte Polens, Deutschlands, Englands, Gotha 1881; id., Lasciana, Berlino 1898; J. Pascal, Johannes a Lasca, baron de Pologne, évêque catholique, réformateur protestant, Parigi 1984; K. A. R. Krusko, Johannes a Lasca und der Sacramentstreit (Studien zur Geschichte der Theologie und Kirche, 7), Lipsia 1901. Sulla Ecclesia peregrinorum cf. F. de Schickler, Les Eglises du Refuge en Angleterre, I, Parigi 1892, pp. 23-26; III, ivi 1892, pp. 18-38.

## LA SPEZIA, diocesi di: v. luni, diocesi di.

LASSALLE, Ferdinand. - Agitatore socialista e filosofo, n. da famiglia ebraica a Breslavia l'ir apr. 1825, m. a Ginevra il 31 ag. 1864 (il vero nome della sua famiglia era Lasel, o Lassel, che egli poi francesizzò in occasione del suo soggiorno in Francia). Con la sua attività ideologica e politica preparò in Germania il terreno alla penetrazione del marxismo. Studiò a Berlino; subì l'influsso di Hegel; successivamente entrò in relazione con Carlo Marx; durante le agitazioni del 1848-49 scontò alcuni mesi di prigione. Tra i suoi scritti è da ricordare anzitutto il giovanile Franz von Sichingen (Berlino 1859), dramma che, pur riferendosi al tempo della «riforma» luterana, è pervaso di aneliti rivoluzionari moderni. Nel System der erworbenen Rechte (Lipsia 1861) si rispecchiano aspirazioni socialiste e spunti hegeliani. Il suo Arbeiter-Programm (Berlino 1862) occupa un posto notevole nello sviluppo del movimento operaio tedesco e nei conati di spezzare la «legge bronzea» del salario. Importante, sul piano economico, il suo lavoro intitolato Herr Bastiat-Schulze von Delitzsch (ivi 1864).

Ancora giovanissimo, L. aveva colpito per la vivacità e precocità del suo ingegno uomini come Heine e Humboldt. Tutto preso dai problemi economici e sociali in un'epoca di diffuso positivismo e materialismo, mantenne alcuni tratti inconfondibilmente romantici: la contessa Sofia Hatzfeld, che egli difese contro il marito, esercito intellettualmente e sentimentalmente notevole influsso su di lui. Durante la guerra del 1859 simpatizzò con il Risorgimento italiano, fu antiaustriaco e, in certo qual modo, nazionalista tedesco. Fautore del suffragio universale, fu tuttavia fiera avversario dei liberali; per scopi tattici, tentò un avvicinamento politico a Bismarck. Momenti politici e filosofici diversi e talvolta contrastanti s'incrociavano nel suo pensiero che, tuttavia, va in primo luogo ricollegato alle tradizioni dell'idealismo germanico. Il Mehring notava acutamente come le incertezze ed imprecisioni dell'idealismo di L. costituissero ad un tempo la sua debolezza e la sua forza polemica.

Il Mondolfo sintetizzava cosi il significato della sua figura e della sua opera: "Spirito energico e battagliero, voleva agitar masse e agitare idee... la filosofia doveva dare le armi alle lotte sociali, la teoria doveva esser strumento della praxis... Alla consistenza dell'opera sua nacque... l'aver collegato i suoi studi con finalità pratiche ". Tempestamente assai diverso da Marx, suspicò tuttavia tra i primi un partito proletario indipendente. Aspirazioni del primo e del secondo Ottocento sembravano essersi incontrate nell'opera sua in modo attraente e sconcertante.

Bibl.: W. Sombart, Sozialismus und soziale Bewegung im 19. Jahrhundert, Breslavia 1918, passim; R. Mondolfo, Sulle orme di Marx, Bologna 1919 (e edd. successivo), passim; E. Di Carlo, F. L., Palermo 1919; K. Vorländer, Marx, Engels und L. als Philosophen, Stoccarda 1921; E. Renner, L., Berlino 1923; F. Wchling, s. v. in Staatslexikon, III, coll. 837-84; B. Kielmann, La Arbeiterprogramm, diss., Giessen 1932.

Wolf Giomi

LASSERRE, Pierne. - Scrittore francese, n. a Orthez il 30 maggio 1867, m. a Parigi il 7 nov. 1930. Cominciò con alcuni saggi su Nietzsche e il dramma musicale, ma si affermò con un'opera (Le romantisme frangais, 1907) nella quale, sotto l'influenza delle teorie di Ch. Meurras, si schicrava impotuosamente contro ogni romanticismo, propugnando il ritorno agli ideali classici della letteratura.

Della stessa tendenza è l'altra sua opera, di poco posteriore, in difesa dell'umanesimo e dei valori tradizionali della cultura francese : La doctrine officielle de l'Université (1912). Dopo la prima guerra mondiale, L. acquistò, insieme ad una maggiore moderazione critica, il senso dei valori cattolici. Su questa linea si mantenne nei suoi importanti studi sulla crisi religiosa dell'Ottocento (Renan et nous, 1923; La jeunesse d'Ernest Renan, di cui il terzo volume è postumo, 1925-32; Des romantiques à nous, 1927).

Bibl.: A. M. Gasztowitt, P. L., Parigi 1931; J. Balde, Le souvenir de P. L., in Revue hebdomadaire, 10 (1935), pp. 101-107; M. Scheibevitch, Le souvenir de P. L., in Revue politique et littéraire: Revue Bleue, 3 (1935), pp. 789-93. Giacinto Spagnoletti

LASSISMO. - Il l. più che un sistema morale distinto dagli altri è una tendenza, un laxus opinandi modus, come diceva Alessandro VII, in forza del quale alcuni autori nel sec. xvir proposero nella morale cattolica, come sicure, opinioni molto dubbie e solo in apparenza probabili, "rilassando" cosi le norme della vita cristiana. Perciò, sebbene nessuno di loro abbia formalmente ed esplicitamente professato il l., si ebbe da parte loro uno sconfinamento in alcuni punti della morale cristiana negando o minimizzando l'estensione della legge (in diretta opposizione con il 1. sta il tuziorismo [v.] o il rigorismo in genere), non senza però che dottori lassisti, a proposito di alcune parti della genuina morale, si dimostrino non lassisti in altre parti. Il 1. rientra cosi anch'esso nel movimento seicentesco di elaborazione dei sistemi morali e rappresenta la punta più rilassata di detto

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(fol. Eac. Catt.)
(fol. Eac. Catt.)
In alto a sinistra: GIACOBBE, IL TABERNACOLO, L'ARCA, ARONNE. Miniatura della Bibbia di S. Maria ad Martyres (sec. xit) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 12958, f. 60. In alto a destra: INCIPIT DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI. cod. del sec. IX, proveniente da Nonantola - Roma, Biblioteca naz., cod. Sessoriano 96, f. 2077. In basso a sinistra: EXPLICIT DELL'APOCALISSE. Bibbia francese (a. 1327) che appartenne a Luigi XI di Francia - Parigi, Biblioteca naz., ms. lat. 11935, f. 642. In basso a destra: S. PAOLO E S. TIMOTEO. Miniatura della Bibbia di S. Cecilia (1097) - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 587, f. 3707.

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CORTILE DEL PALAZZO DUCALE DI URBINO.

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movimento. Nel campo soggettivo la coscienza lassa non è che un aspetto della coscienza erronea, la quale giudica lecito quello che non lo è, o proibito sub levi quello che è sub gravi, e dopo il fatto giudica la moralità della propria azione in proprio favore o ne diminuisce l'imputabilità. Insufficenza di esatte informazioni e preoccupazioni polemiche indussero ad identificare il 1. con il molinismo e con il probabilismo, mentre, specialmente il primo, sono ben diversa cosa. Non è csatto però vedere il 1. come la soluzione più eccessiva del probabilismo (v.), perché in ogni sfumatura del probabilismo (ed anche del probabiliorismo e dell'equiprobabilismo) si tratta sempre di decidere su una "vera probabilità ", mentre generalmente per i lassisti ha valore qualsiasi probabilità, anche minima.

Delle sentenze lasse, alcune non incontrarono favore alcuno, altre caddero in discredito grazie alle polemiche che sussitarono; ma in alcuni casi dovette intervenire il magistero della Chiesa, dal quale furono condannati i libri che difendevano tali dottrine, oppure singole proposizioni che minacciavano di acquistare credito corrampende la giusta morale. Particolare rilievo e talvolta anche asprezza di tono assunsero particolarmente in Francia le dispute sul 1. a partire dal sec. xvir.

Con decreto del 26 sett. 1640 vengono messe all'Indice la Pratique du droit canouique au gouvernement de l'Eglise, correction des mocurs et distribution des bénéfices e la Somme des pichiez, qui se commettent en tous estats, de leurs conditions et qualitez et en quelles occurences ils sont mortels ou véniels del p. Etienne Bauny; il 16 dic. dello stesso anno venne pure messo all'Indice il De sacramentis ac personis sacris. Le due prime opere erano state anche deferite, nel nov. 1640, alla Facoltà teologica di Parigi (proposizioni lassiste riguardavano la castità, la usura, le scomuniche, i casi riservati ecc.). Nell'apr. 1641 l'Assembles del clero di Francia dichiarava che il Bauny con i suoi scritti spingeva le anime verso il libertinaggio e stabiliva di ringraziare il Papa per la condanna.

Tra i primi ad attaccare casisti e lassisti fu Pascal (v.) con Les provinciales ( 1656-57 ) che a sua volta, nel combatterli, fu più meticoloso degli stessi casisti nel sottolizzare le questioni, nell'esagerare le accuse e nell'adoperare i testi; ebbe di mira in particolare i Gesuiti da lui incolpati come maestri di 1 .

Connure contro i lassisti furono mosse anche dalla Facoltà di Parigi nel 1658. A Roma il S. Uffizio continuò a condannare scritti lassisti: il 21 ag. 1659 l'Apologie pour les casulates contre les calomnies des jansésistes di Giorgio Piroi; Marco Vidal, Area sitiolis (23 sett. 1633); id., Area salutaris consultus uiriusque iuris includens (8 marzo 1661); Angelo Maria Verricelli, Questiones morales et legales (21 apr. 1654); Giovanni Caramuel, Apologemo pro antiquissima et universalissima doctrina de probabilitate (15 genn. 1664); Francesco Verde, Theologiae fundamentalis Caramuelis positiones selectae (28 giugno 1664); Onorato Fabri, Apologeticus doctrinae moralis Societatis Iesu (17 genn. 1672); Zaccaria Pasqualigo, Decisiones morales tanta principia theologica, et sacras atque civiles leges, difficultatism, quae in utroque foro passim occurrunt (11 maggio 1683). L'opera del gesuita Mathieu de Moya, Adversus quorundam expostulationes contra nonnullas Iesultarum opiniounes morales (pubblicata con lo pseudonimo di Amadacus Guimenius e contenente gravi errori sull'amministrazione dei Sacramenti) fu condannata dalla Sorbona nel febbr. 1665 e dal S. Uffizio nell'apr. 1666.

Sotto Alessandro VII in due riprese ( 24 sett. 1665 e 18 marzo 1666) furono condannate per lo meno come scandalose 45 proposizioni contrarie al diritto divino ed ecclesiastico (Denz-U, 1101-45); quindi il 2 marzo 1679 il S. Uffizio, sotto Innocenzo XI, condannò come lassista altre 65 proposizioni (ibid., 1151-1215). Com'è chiaro, nessun moralista aveva sostenuto globalmente tutte le proposizioni condannate, esse erano state difese da teologi di diverse scuole in opere diverse, preoccupati di
conciliare il più possibile i pregiudizi mondani dell'età loro con lo spirito del Vangelo.

La condanna del 1. non ha coinvolto il principio stesso della casistica, perché quest'ultimo, pure con i suoi pericoli di formalismo giuridico, corrisponde a quella sana esigenza dello spirito per cui, caso per caso, si può stare con la libertà o con la legge. L'esigenza poi della probabilità è rimasta credita da approfondire per il secolo di s. Alfonso de' Liguori: ma nel Settecento comunque, nella teologia cattolica, il 1. è morto: è semmai assunto dai libertini; ma è chiaro che questi si muovono al di fuori della metafisica, e quindi il problema è differente. Quanto poi al problema se il 1. abbia sollecitato il mondo capitalistico nelle sue speculazioni può ben darsi; ma il 1. più che dirigerlo se ne era fatto schiavo, indulgendo a giustificarlo nella sua corsa illecita al vorticoso accaparramento della ricchezza.

Biol.: F. H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher. II, Bonn 1883, p. 280 sgg.: 309 sgg.: 484 sgg., 515 sgg.: I. von Döllingen-F. H. Reusch, Geschichte der Moralstreitigkeiten in der römisch-batholischen Kirche, 2 voll., Nördlingen 1889 (protestante); A. Molino-E. Amann, Laccione, in DThC. IX, coll. 31-86; A. C. Jemolo, Il giovanismo in Italia prima della risoluzione, Bsri 1928, pp. 183-224; Pastor, XIV, it, p. 313 sgg.; F. Ruffini, Studi sul giovanismo, Firenze 1943, p. 137 sgg. (liberale-fascistico); G. Cacciatore, S. Alfonso de' Liguori e il giomanismo, in 1944. passim. Cf. inoltre la bibl. delle voci casistica; giansenio carnisdo e dianabridato; pascal; probabilismo.

Massimo Petrocchi
LASSO (di), Orlando (Roland de Lattre, Orlandus Lassus). - Musicista, n. a Mons (Belgio) probabilmente nel 1532, m. a Monaco di Baviera il 14 giugno 1594. Piccolo cantore nella Chiesa di S. Nicolò a Mons era ovunque ricercato per la magnifica voce e lo spiccato talento musicale. Il Vicerè di Sicilia, Ferdinando Gonzaga, lo conobbe nel 1544 e lo condusse con sè in Italia. Fu dapprima a Mantova, poi in Sicilia, a Milano, Napoli e a Roma nel 1552. Nel 1551 fu da papa Giulio III chiamato alla direzione della Cappella musicale pontificia.

Nel 1555 ad Anversa diede alle stampe la sua prima opera: Il primo libro di Madrigali, villonesche, canzoni francesi e mottetti a quattro voci. Nello stesso anno a Venezia pubblicò il Primo libro di Madrigali a 5 voci con esito molto lusinghiero. Nel frattempo era morto a Monaco di Baviera Ludwig Senff, maestro di quella Cappella ducale, uno delle più reputate in Europa, e il duca Alberto V invitò il giovane Orlando ad assumerne la direzione. Questi ben contento dell'invito nel 1556 passò a Monaco. Accolto con grande favore con l'onorario di 400 fiorini annui, oltre il trattamento consueto, ebbe inoltre dai suoi protettori frequenti e vistosi regali (persino in case e giardini), diplomi cavallereschi, ecc. Tra il 1573 e il 1576 i duchi di Baviera provvidero a loro spese alla stampa delle musiche sacre del L. che vennero raccolte in sette grandi volumi in-fol., noti con il titolo di Patrasinium musices. I Sette salmi penitenziali di Davide, musicati dal L., dagli stessi Duchi furono fatti trascrivere con grande spesa in due ricchissimi codici miniati.

Rimase costante al servizio della cappella di Monaco fino alla morte. Però prima di morire, nel 1585 si recò in pellegrinaggio al santuario di Lorenz e rivide Roma, dove fu ricevuto amabilmente dal Papa che lo insigni dell'Ordine dello Speron d'Oro. I Maestri e i cantori romani, riuniti in quei tempi nella Congregazione di S. Cecilia, in quell'occasione lo aggregarono al loro giovane sodalizio. Il L. fu buon umanista, come si rileva dai suoi discorsi latini assai eleganti, dal gusto squisito nella scelta dei testi, sia sacri che profuni, da lui musicati, dalla passione per le Odi di Orazio e per le Egloghe virgiliane di cui mise in musica alcuni episodi, dalla conoscenza dei poeti francesi e tedeschi. Fu anch'egli poeta : nella dedica di un suo libro di canzoni nuove compose egli stesso i versi in onore di Carlo IX.

Nella vita del grande maestro si notano due periodi diversi. Il primo periodo presenta l'uomo pieno di brio, che amava la vita e voleva viverla da gaudente e lo si rileva anche nelle sue composizioni, perché le musiche

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scritte prima del 1565 sono volte più alla celebrazione dei piaceri della vita terrena che all'esaltazione delle pure gioie dello spirito.

Nella corte di Monaco man mano entrò lo spirito della sana riforma cattolica. I duchi di Baviera, accentuando la loro avversione alla pseudo-riforma luterana, si fecero strenui paladini nel mondo germanico della confessione cattolica. Anche il L. risenti del cambiamento d'ambiente e s'andò facendo più serio, pio e si dedicò anche alle opere di castra cristiana. Turbamenti psichici connessi ad un forte esaurimento nervoso amareggiarono gli ultimi anni della sua vita. I Sette salmi penitenziali, a 5 voci, pubblicati nel 1584 , ma in parte precedentemente composti, sono un segno inequivocabile della mutazione iniziatasi da ca. 15 anni. La produzione musicale del L. divenne meno profana per quantitá ed acquistò un senso più religioso, toccando spesso il vertice di un misticismo sentito e profondo. Testimoniano questa decisa trasformazione anche le Cautiones sacrae che il L. nel 1553 dedicò al vescovo di Augusta. Nella destra di tale opera egli accenna ad un "vultus gravior".

La produzione artistica del L. è pregevolissima per qualità e oltrepassa le 2000 composizioni. Si può dire che egli abbia musicato tutto quello che poté e che reputò degno di rivestire di suoni : dalla canzone napoletana più spinta, alla Messa. Un catalogo ne fu compilato da R. Eimer (Verzeichnis der gedruckten Werke von Hans Leo Hassler und Orlandus de Lassus, Berlino 1874). Un fondo importante di manoscritti del L. si conserva presso la Biblioteca di Monaco, fra i quali la Messe : Je suis deshéritée e On me l'a dict a 4 voci, Triste départ a 5 voci, Domine, Dominus noster a 6 voci, ecc. Oltre il Patrocinium musices in 5 voll. che contengono: 21 mottetti (I vol.), 5 messe (II vol.), Uffici vari (III vol.), Passioni e vigilie (IV vol.), 10 Magnificat (V vol.), va segnalata una raccolta di 100 Magnificat curata nel 1619 dal figlio Rodolfo. I mottetti e le "Sacrae cantiones" sono ca. 1200 di cui oltre la metà sono inclusi nel Magnum opus musicum pubblicato nel 1614. Numerosissimi sono i madrigali e le canzoni profane stampati in vari volumi o in raccolte dal 1555 in poi. Nel 1581 videro la luce le Villanelle. Ragguardevole è poi il complesso di canti tedeschi pubblicati anche in varie traduzioni: francese, italiana, inglese, olandese, ecc. L'edizione completa delle opere del L. fu iniziata nel 1894 dalla Casa Breitkoph e Härtel da A. Sandeberger e da F. Haberl.

Il L. fu un genio universale. Innegabilmente sentl l'influsso potente dei maestri italiani del tempo e, in parte, quello dei maestri tedeschi contemporanei e cioè di N. Jassk e di L. Senft; né rinunciò alle risorse delle imitazioni del contrappunto, ma fece servire le dottrine contrappuntistica più scaltrita alla sua arte. Creò nelle forme del suo tempo, attinse copiosamente alle fonti della naturalezza musicale, le cui leggi il genio conosce per istinto. Non mancarono critiche, sia pure isolate; ma di tutti i maestri della polifonia vocale classica egli è l'unico che nell'estimazione generale poté essere avvicinato o addirittura messo quasi alla pari col Palestrina.

BibL.: H. Delmotte, Vie de O. di L., Valenciennes 1836; A. Sandeberger, Beiträge zur Geschichte der bayerischen Hofkapelle unter O. di L., Lipsia 1894, ristempata con altri saggi sul L. in Ausgewählte Aufsätze zur Musikgeschichte, 1 (1921), pp. 1-168 (il migliore contributo agli studi su O. di L.); E. von Destouches, O. di L., ivi 1894; Ch. van den Borren, Orlando de Lassus, Bruxelles 1919; E. Closson, Roland de Lassus, Parigi 1919; R. Casinini, O. d. L. maestro di Cappella al Laterano nel 1333, Roma 1920; L. Balmer, O.' di L.s Motetten, Berns 1938. Altra bibl. nella trad. it. del vol. di Ch. Van den Borren, O. di L., Milano 1944.

Lavinio Virgili
LA TAILLE, Maurice de. - Teologo gesuita, n. a Semblancay (Indre-et-Loire) il 30 nov. 1872, m. a Parigi il 23 ott. 1933. Religioso a Canterbury (1890), studiò filosofia a Jersey, teologia a Parigi e a Lione. Nel 1901 fu ordinato sacerdote a Tours. Discepolo dei pp. Bainvel, De Grandmaison, Harent e Le Bachelor, si orientò subito per gli studi teologici. Professore di dogmatica alla facoltà cattolica di Angers (1905-16),
nel 1919 fu chiamato all'Università Gregoriana, dove le sue doti di geniale e brillante espositore furono largamente apprezzate.

Teologo d'ingegno acuto e di vasta cultura, fin dal 1904 iniziò la serie dei suoi numerosi articoli, comparsi nelle principali riviste, specialmente negli Etudes, con i quali attacco a fondo il modernismo. Nello stesso tempo maturò la magistrale opera eucaristica che lo rese celebre, il Mysterium fidei (Parigi 1921; 3° ed. ivi 1933). Da un rapido contatto con la Lettera agli Ebrei, nella mente del L. T. si profì̀ò, nelle sue grandi linee, la vasta sintesi sul sacrificio di Cristo e della Chiesa, che in un decennio di intenso lavoro documentò con straordinaria erudizione. Redatto in un latino elegante (talora troppo tornito), costruito con una logica interna, a cui l'autore piega la multiforme copia di testi, dalle pagine ricche di suggestive intuizioni, percorse da una corrente di sentito misticismo, l'ampio volume ( 1500 coll.) s'impose all'ammirazione di molti, all'attenzione di tutti (per il contenuto dell'opera, v. messa). Occorre rilevare che il resto della sua troppo breve esistenza (era di salute estremamente delicata, che frequentemente gli impediva di condurre a termine i corsi iniziati con grande slancio) lo consacrò alla difesa e alla chiarificazione delle sue idee sacrificali (fortemente attaccate da più parti) in dotti articoli nel Gregorianum, nelle Ephemerides theologicus Lovanienues e altrove. Volgarizdò l'idea centrale del Mysterium Fidel nelle pagine scintillanti dell'Equitur du mystére de la Fol, suicie de quelques éclaircissements (Parigi 1924) e in una densa esposizione in M. Brillant, Eucharistia, Encyclopedie populaire sur l'Eucharistie (Parigi 1934, pp. 151206). Il concettovo e originale articolo Actuation créée par acte incréé (in Recherches de science religieuse, 18 [1928], pp. 253-68) ha fatto pensare che il L. T. preparasse un altro grande lavoro sulla Grazia, che avrebbe portato il titolo Mysterium Caritatis. Dopo il Concilio Vaticano nessun'opera forse ha cosi profondamente inciso nello sviluppo della teologia eucaristica come il Mysterium Fidel.

BibL.: M. Lepin, L'idée du sacrifice de la Mene d'après les théologiens depuis l'origine jusqu'à nos jours, 2° ed., Parigi 1926, pp. 639-720 (ampia esposizione e valutazione del sistema sacrificale del L. T.); J. Lebreton, Le père M. de L. T. In memoriaa, in Recherches de science religieuse, 21 (1934), pp. 3-11: J. Bitremiere, Nécrologe du père de L. T., in Ephemerides theologiens Lovaniennes, 11 (1934), pp. 216-17. Antonio Piodanti

LATASTE, Marie. - Mistica, sorella coadiutrice delle Dame del S. Cuore, n. a Mimbaste (Landes) il 21 febbr. 1822, m. a Rennes il 10 maggio 1847. Subito dopo la prima Comunione sentl vivo trasporto per il Tabernacolo, e, dopo un periodo di turbamenti e aridità, dall'autunno 1839 al 1842 ebbe frequenti visioni mistiche e colloqui con il Salvatore. In tal modo, ella dice, conobbe le più alte verità teologiche. Nell'apr. 1844 entrò nel convento del S. Cuore di Parigi, fece il suo noviziato a Conflans, poi per motivi di salute fu trasferita a Rennes ( 9 maggio 1846), dove morì dopo aver emesso i voti.

In obbedienza al suo direttore spirituale, l'abbé Pierre Darbina, scrisse una serie di lettere (87), nelle quali narra la sua vita e le sue esperienze interiori, e 14 opuscoletti di materia ascetico-teologica "per render conto di ciò che ogni giorno le veniva detto da Gesù ".

I suoi scritti furono variamente giudicati: P. Toulemont, Les écrits de M. L.,in Etudes, nuova serie, 2 (1863), pp. 66-91, fu favorevole, mentre il rapporto di mons. de Ladoue al vescovo d'Aire Epivent (probabilmente 1863), pubblicato in Renue de Gascogne, 60 (1924), pp. 69-78, è molto sfavorevole.

BibL.: P. Darbina, La vie et les oeuvres de M. L., 3 voll., Parig: 1863, 2° ed. completamente rifatta (forve in seguito alle critiche sopra citate), preceduta da una nuova Vie scritta da una religiosa del S. Cuore, con una introduzione sulle rivolazioni private e note teologiche di due pp. g:suiti, ivi 1866; la Vie usci pure separatamente, ivi 1866; anon., Religieuses du SacréCœeur..., ivi 1924, pp. 231-67. Renate Orazi Ausendo

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LAŢCU VODĀ. - Principe di Moldavia, figlio del fondatore del principato stesso, Bogdan Vodă. Salito sul trono nel 1365, m. nel 1373. A L. si riferiva Urbano V quando scriveva da Montefiascone il 24 luglio 1370 all'arcivescovo di Praga e ai vescovi di Bratislava e Cracovia che "nobil vir Latco, dux Moldaviae" gli aveva comunicato il suo desiderio di farsi cattolico insieme al suo popolo e di ottenere che un suo borgo, Seret, ricevesse nome e dignità di città e un vescovo; il Papa incaricava i suddetti prelati di indagare c, in caso affermativo, costruire una cattedrale a Seret, mentre il paese doveva rimanere un ducato dipendente direttamente dalla S. Sede. In un'altra lettera il Papa disponeva che gli stessi tre vescovi indagassero anche sul candidato di Lațcu alla nuova sede vescovile. Andrea di Cracovia, e di ordinarlo; ciò che venne fatto.

Andres era un religioso francescano di famiglia nobile, già confessore di Elisabetta, sorella di re Casimiro di Polonia. Sembra ch'egli non sia mai venuto in Moldavia e che neanche la cattedrale sia stato costruita. Sicuro è che non solo il popolo, ma persino fa moglie e fa figlia del principe, Anna e Anastasia, non hanno seguito l'esempio di L., a cui il papa Gregorio XI scriveva il 25 genn. 1372 di non lasciarsi trascinare dalla moglie rimasta pertinace nei suoi errori, ma neanche di separarsene, e che i loro figliuoli dovevano esser riconosciuti legittimi.
L. fu sepolto nella chiesa "ortodossa " di Radauti, accanto a suo padre che l'aveva fatta edificare.

Bibs.: C. Aunei, Episcopio de Seret, in Rovista catalled, 2 voll., Bucarest 1913, pp. 226-43; C. Giurescu, Istoria Romd. nilar, I, ivi 1935, pp. 384-90. Pietre Vălimărcanu

LATEAU, Louise. - Mistica, stigmatizzata, n. a Bois d'Haime (Belgio) il 29 genn. 1850, ivi m. il 25 ag. 1883 . Figlia di poverissimi contadini, mostrò fin dall'infanzia grande spirito di sacrificio (curò ,gli appestati nell'epidemia del 1866) e amore della sofferenza. A 16 anni s'incrisse terziaria francescana.

Dopo essere guarita due volte da malattie mortali, ebbe le prime cruente stimmate il 24 apr. 1868, che si ripeterono fino a 2 anni prima della morte ininterruritamente ogni venerdì, accompagnate da lunghe estasi (dal 17 giugno 1868) durante le quali, in completa anestesia, assisteva alla Passione di Gesù e parlava con la Vergine e con i conti. Dal 1875 i dolori delle stimmate divennero tanto gravi che non poté più alzarsi dal letto; dal 1871 visse in assoluta inedia, prendendo solo la Comunione quotidiana. L. ebbe anche il dono della profezia e fu per molto temp