dopo la metà del sec. x, ma confuso per la prima metà dello stesso secolo, per la quale invece è preferibile la cronaca di Flodoardo.
Il primo vescovo di L. istituito da s. Remigio è s. Gennobaudus della metà del vi sec.; tra i successori si ricordano Cainoaldo, discepolo di s. Colombano, prima metà viI sec.; Attelano, suo successore; Genebaudus II, al quale scrisse il papa Zaccaria nel 748 (Jaffé-Wattenbach, n. 2287); Simeone che firmò il privilegio di Corbie nell'846; Edmullo della seconda metà del sec. in; Didone (886-95); Rodolfo (m. nel 921); Bartolomeo de Jura (11131151); Roberto Le Cocq (1352-58), Pietro di Montaigut (1371-86) creato cardinale nel 1383; Luigi di Bourbon Vendóme (1512-52), cardinale dal 1517; Cesare d'Estróes (1653-81), cardinale dal 1672; G. de Rochechouart de Foudoas (1741-77), cardinale dal 1761. La diocesi fu soppressa il 12 luglio 1790 per la Rivoluzione Francese; il Concordato del 1802 la riunì alla sede di Soissons.
La primitiva cattedrale Notre-Dame, distrutta il 25 apr. 1112 , fu restaurata e consacrata da Bartolomeo de Jura il 29 ag. 1114; il nuovo edificio sorse tra il 1160 e il 1220, contemporaneo di Notre-Dame di Parigi; tra il 1160 e il 1180 erano compiuti l'abside e il coro per opera di Gautier da Mortague, per il 1220 anche il transetto, la facciata principale, i campanili, il chiostro e la sala capitolare. L'insieme ispirò gli architetti delle abbazie di Braine (Aisne) e di Mounon (Ardennes). Tra il 1220 e il 1350 furono aggiunte le cappelle laterali e la facciata sud; nel 1853 vennero compiuti notevoli restauri. Imponente la scena del Giudizio universale nel portale di mezzo.
Nel Tesoro della cattedrale di L. si conserva una preziosa icone di Nostro Signore su due sottili tavole di pino. Essa fu mandata da Roma nel 1249 da Giacomo Pantaleon di Troyes, cappellano pontificio e prima arcidiacono di L., poi papa Urbano IV, alle suore del Monastero di Mon-treuil-les-Dames in cui la sorella Sibilla era superiora.

(da A. Grabar, La sainte Face de L., Praga 1881, tav. 1) Laon - Vulto di Gesù Cristo (sec. xit), icone su tavola - Laon, Tesoro della Cattedrale.
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L'icone era stata portata a Roma dall'oriente o da ambasciatori di principi ortodossi o da legati inviati da Roma (forse da Innocenzo IV) in paesi slavi. L'icone è copia russa dal sec. xir d'un originale bizantino del sec. xir, come indica l'iscrizione slava: Immagine del Signore sul fazzoletto (A. Grabar, La Sainte Face de Laon. Le Mandylien dans l'art orthodoxe, Praga 1931).
Presso L., un mausoleo funerario medievale a forma centrale divenne nel medioevo una chiesa dei Templari (E. Lambert, L'église desTempliers de Laon, in Revue archéologique, 24 [1926], pp. 224-26).
Fra le antiche abbazie della diocesi si ricordano quella benedettina di S . Martino e l'altra di S. Vincenzo fondata da Brunilde, vedova di Sigeberto I di Austrasio.
Bibl.: Eubel, I, p. 296; II, p. 173; III, p. 220; IV, p. 216; G. Gossu, Soissons, in Cath. Enc., XIV, p. 131 ; L. Duchesne, Faites cpiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, pp. 137-41; E. Mile, L'art religieux du XIIe siècle en France, Parigi 1922, pp. 410, 431 ; id., L'art religieux du XIIIe siècle en France, ivi 1923, pp. 27-28; 80-89; 104-105; 396; L. Brichu, La cathédrale de Laon, ivi 1926; Cottineau, I, coll. 1559-60.

(da K. von Schumacher, Südamerika, Bertino-Eurigo 1937) La Paz, arcidiocesi di - Veduta di L. P.
e di consigli pratici ed efficaci; Camino espiritual (2 voll., ivi 1626), commento pieno al libro degli Esercizi di s. Ignazio. Le due opere dovevano avere un seguito di altri volumi; ma non usci per le stampe che : Practica y breve declaración del "Camino espiritual" (Madrid 1629). Postumi uscirono: Tractatus aliqui de examine conscientiae generali, quotidiano (Anversa 1710).
Bibl.: Sommervogel, VI, coll. 130-55; A. Astrain, Hist. de la C. de 7, en la Asistencia de España, V, Madrid 1916, pp. 50-51, 94-95; J. Rodriguez Molero, Mistica y estil de la "Hist. sagrada de la Pación" del p. L. de la P., in Revista de espiritualidad, 3 (1944), pp. 293-331; F. Cereceda, Carta necrologica sobre el p. L. de la P., in Manresa, 17 (1945), pp. 155-61. Celentino Testore
## LAPARATOMIA OSTETRICA: v. CESAREO TAGLIO.
LA PAZ, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nella Bolivia, capitale della provincia omonima. La arcidiocesi comprende tutto il dipartimento omonimo e la provincia di Magdalena del dipartimento di El Berni.
Ha un'estensione di 111.567 kmq . con 1.000 .000 di ab. dei quali 980.000 cattolici. Conta 122 parrocchie, servite da 48 sacerdoti diocesani e 86 regolari, un seminario, 12 comunità religiose maschili e 14 femminili (Annuario Pontificio 1951, pp. 239-40).
La città di L. P. fu fondata nel 1548 come Nuestra Señora de la Paz. La diocesi fu creata il 4 luglio 1608 da Paolo V per smembramento dalla diocesi di Charcas. Il primo vescovo nominato, Diego Zambrana y Guzman, non ne prese possesso; seguirono il domenicano Domenico Balderrama, Feliciano de la Vega, Juan de Queipo Llano y Valdes che terminò la prima cattedrale; le prime costituzioni sinodali furono pubblicate dal vescovo Juan de Dios Bosque (1874-90). La cattedrale N. S. de la Paz fu iniziata nel sec. xvir, ma i lavori procedettero con grande lentezza; nel sec. xix fu ripresa e ne furono architetti prima il boliviano p. M. Sanauja, poi il Vespignani, quindi il Campanovo.
Altre chiese : quella di S. Domenico, eretta nel 1590 ; la più antica è quella di S. Sebastiano, prima dedicata a S. Pietro; inoltre la chiesa e convento della Concezione, la chiesa e convento della Mercede ; la chiesa di S. Giuseppe ha annesso un fiorente collegio dei Gesuiti ; le chiese di S. Teresa, di S. Raffaele, del Buon Pastore, dello Spirito Santo, ecc. Il papa Pio XII, con la cost. apost. Ad spirituale bonum fidelium del 18 giugno 1943, separò L. P. dalla provincia ecclesiastica di Sucre ed elevò L. P. a metropolitana, assegnandole come suffraganea le diocesi di Cochabamba e di Oruro. Quindi lo stesso Pontefice, con la cost. apost. Quod Christianae plebis del 25 dic. 1949, per smembramento della arcidiocesi di L. P., creò la preIatura nullius di Corocoro, quale suffraganea di L. P.
Bibl.: AAS. 35 (1943), pp. 388-90; 42 (1950), pp. 372-78; Enc. Eur. Am., XLII, pp. 1081-93. Enrico Imi
LAPIDAZIONE. - Presso gli Ebrei, era la pena capitale ordinaria, che veniva applicata quando non era specificato un supplizio diverso. In ebraico è espressa con i verbi z a ̆ q a l e rāgham, spesso con l'aggiunta bā'abhānim o bā'ebhen. Nella Legge è comminata per l'idolatria (Deut. 13, 10; 17, 5), per i sacrifici a Moloch (Lev. 20, 2), per il falso profeta (Deut.
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15, 5), per la divinazione, la magia (Lev. 20, 6.27; Deut. 18, io sgg.), per la bestemmia (Lev. 24, 14), per la profanazione del sabato (Ex. 31, 14 sg.; Num. 15, 35), per l'indocilità testarda di un figlio verso i suoi genitori (Deut. 21, 21), per la fornicazione di una giovane e per l'adulterio (ibid. 22, 21 sgg.).
L'esecuzione aveva luogo fuori dell'accampamento o della città (Lev. 24, 14-23); i testimoni dovevano gettare le prime pietre, il popolo completava il supplizio (Lev. 24, 14; Deut. 13, 10 [Volg. 9]). Talvolta il cadavere del giustiziato veniva appeso ad un palo e cosi lasciato fino a sera (Deut. 21, 22 sg.). Per questi particolari la tradizione giudaica è più esplicita. Il cadavere non poteva essere inumato nel sepolcro di famiglia, ma in un luogo indicato ordinariamente dal Sinedrio; era proibito portare il lutto (cf. Sanhedhrin, IV, 4; VI, 15; Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., IV, 8).
La l. era familiare ai Giudei al tempo di Gesù. Il furore popolare ricorreva facilmente a tale supplizio (Io. 8, 59; 10, 31. 33; 11, 8; Act. 7, 57 sg.; 14, 5. 18; I Cor. 11, 25).
Bibl.: H. Lesètre, Lapidation, in DB, VI, coll. 88-91; F. X. Kortleitner, Archacologia biblica, 2° ed., Innsbruck 1917, p. 768 sgg.: A. Clamer, Le Lévitique (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, p. 133; E. Kalt, Archeologia biblica, trad. it., Torino 1942, p. 92.
Francesco Spadafora
LAPINI, Anna Maria. - N. a Firenze il 27 maggio 1809, m. ivi il 15 apr. 1860. La sua vocazione religiosa, avversata in gioventù, poté realizzarsi dopo il matrimonio, pieno di sofferenze e incomprensioni.
Nel 1856 la L. fondò a Firenze l'Istituto delle Suore delle S. Stimmate per la cura delle bambine povere ed abbandonate, seguendo la Regola del Terz'ordine di S. Francesco. Visse in una povertà estrema e sopportò con rassegnazione atroci sofferenze fisiche, incomprensioni e ostilità ad opera specialmente del direttore del suo Istituto. E introdotta la causa di beatificazione.
Bibl.: M. Ricci, A. L., Firenze 1937. Silverio Mattei
LAPLAGE, Pierre-Simon. - Astronomo e matematico, n. a Beaumont-en-Ange (Calvados) il 23 marzo 1749, m. a Parigi il 5 marzo 1827. Iniziò la sua carriera nell'insegnamento presso la Scuola di artiglieria e presso la Scuola normale. Accattivatosi i favori del Bonaparte, fu prima ministro della Pubblica Istruzione e poi senatore. Pieghevole agli eventi, appena vi fu la restaurazione, rese omaggio a Luigi XVIII e fu eletto membro dell'Accademia di Francia.
La sua attività scientifica cominciò con uno studio sulle mutue perturbazioni fra Giove e Saturno; seguirono ricerche sull'accelerazione secolare della luna, la scoperta della invariabilità secolare delle distanze medie dei pianeti e la scoperta di importanti teoremi sui determinanti. Studiò l'attrazione tra gli sferoidi, valendosi delle ricerche da lui fatte circa l'equazione a derivate parziali Δ √{ } mathrm{V}=0, che prese il suo nome, ed usò per primo il metodo delle perturbazioni, cosi fecondo, ancora adesso, e che consiste nel risolvere un problema in due tempi, anzitutto in prima approssimazione, astraendo da ele-
menti di minore importanza, e successivamente in seconda approssimazione, facendo entrare in giuoco gli elementi prima trascurati.
Il L. pubblicò nel 1796 la Exposition du système du monde, nota come teoria di Kant e L., sulla formazione dell'universo; ora superata, ma tuttavia ben altro che conclusa. Nel 1812 scrisse la Théorie analytique des probabilités che è forse il primo trattato sistematico di questa importante e delicata materia.
Fu credente come si deduce da una lettera del 1809 da lui diretta al figlio, nella quale scrive: - Je prie Dieu qu'il veille sur tes jours. Aic-Le toujours présent à ta pensée ainsi que ton père et ta mère», e dalla sua morte cristiana. Le opere complete furono pubblicate in 7 voll., a Parigi 1843-47 e in 13 voll., ivi 1878-1904.
Bibl.: Cf. S.-D. Ponson, Discours prononcé aux abségoes de M. le marquis de L., in Connoissance des temps pour l'an 1830, Parigi 1830; J.-A. Vourier, Éloge historique de L., in Mémoires de l'Académie des sciences, Parigi 1831; Z. de Joannis, Formation mécanique du système du monde, Aen-
cus 1897; K. A. Kneller, Das Christentum und die Vertreter der neueren Naturwissenschaft, 2° ed., Friburgo in Br. 1904, pp. 70-74, vers. it., Brescia 1906, pp. 89-96; A. Eymicu, Le part des crovants dans le progrès de la science, I, Parigi 1928 pp. 58-63; P. Busco, Kant et L., in Rev. phil., 99 (1925); G. Armellini, Un'erronea abbiczione contro l'ipotesi cosmogonica di L., in Atti dell'Acc. Linc., Rendic. et. fisiche, 23 (1936, v). Pietro Trofilato
I.A. PLATA, ARCIDIOCESI di. - Nell'Argentina e città capitale della provincia di Buenos Aires, è situata sulla destra del Rio omonimo.
Si estende per ca. 64.000 kmq . ed ha una popolazione di 3.500 .000 ab. dei quali 2.740 .000 cattolici, distribuiti in 167 parrocchie, servite da 317 sacerdoti diocesani e 373 regolari, un seminario, 88 comunità religiose maschili e 273 femminili (Annuario Pontificio 1931, p. 240). La diocesi fu creata dal papa Leone XIII il 15 febbr. 1897, con la bolla In Petri cathedra, quale suffraganea di Buenos Aires. Il papa Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae nationis del 20 apr. 1934 la elevò a metropolitana, assegnandole come suffraganee le diocesi di Bahia Blanca e di Viedma (AAS, 27 [1935], pp. 257-63).
La cattedrale è dedicata a Maria S.ma Immacolata.
LAPPARENT, Albert-Auguste de. - Uno dei più autorevoli geologi francesi, n. a Bourges il 30 dic. 1839, m. a Parigi il 5 maggio 1908. Studiò all'Ecole des mines dove si laureò nel 1864. Nel 1875 ottenne la cattedra di geologia e mineralogia, nell'Istituto cattolico di Parigi allora fondato. Presidente nel 1880 della Società geologica di Francia, nel 1897 divenne membro dell'Accademia delle scienze e nel 1907 segretario, succedendo a M. Berthelot.
Sono notevoli tra le sue opere: Traité de géologie (Parigi 1882), Cours de minéralogie (ivi 1884), Géographie physique (ivi 1896), che ebbero molte edizioni. Nello studio scientifico amava mettere in evidenza alcuni fatti generali di importanza filosofica, specialmente l'ordine della natura, il principio e la finalità dei fenomeni (Science et philosophie, 2° ed., Parigi 1913, p. 23; cf. pp. 38-39, 115, e Traité de géologie, 2° ed., ivi 1885 , p. vi).
Profondamente cattolico, il L. sviluppò una apologetica scientifica: la scienza, rettamente intesa, porta
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alla Rivelazione cristiana (cf. Science et apologétique, ivi 1905). La natura è opera di Dio e nulla ha da temere la Rivelazione dalle scienze; anzi esse confermano la Rivelazione (Science et philosophie, pp. 45-46). In particolare il L. mette in evidenza, nella storia della formazione della terra, la Provvidenza, che prepara le condizioni adatte alla vita dell'uomo e allo sviluppo della civiltà (cf. La Providence créatrice, Parigi 1907, p. 63).
Bini.: A. Michieli, A. de L., in Rivista di fisica, matematica e scienze naturali, 18 (1908), pp. 225-22; L. Pervinquière, A. de L. (1839-1908), in Revue scientifique, 9 (1908), pp. 609-14; E. Hocedes, Histoire de la théologie au XIX siècle. III, Bruxelles 1947, p. 211.
Roberto Masi
LAPRADE, Pierre-Marin-Victor-Richard de. Poeta francese, n. a Montbrison il 13 genn. 1812, m. a Lione il 13 dic. 1883 . Educato agli studi giuridici, il abbandono ben presto per seguire le sue inclinazioni letterarie. Partecipo al movimento romantico. Nel 1847 fu nominato professore di letteratura francese all'Università di Lione; dal 1858 Accademico di Francia.
I suoi primi versi sono ispirati al Lamartine più malinconico e musicale, ma la produzione della maturità (La colère de Jésus, 1840; Psyché, 1842; Odes et poèmes, 1844; Poèmes évangéliques, 1850; Idylles héroïques, 1858) fa risuonare con accenti di serena intimità la nota cristiana. Più tardi egli si dedicò, con minor successo, alla poesia satirica e patriottica. Dei suoi scritti in prosa si ricordano gli studi sul Romanticismo e l'Histoire du sentiment de la nature (1885).
Bini.: E. Biri, V. de L., sa vie et ses oeuvres, Parigi 1886; L. Roux, F. de L., Lione 1888; J. Buche, L'école mystique de Lyon (1776-1847), Parigi 1934, passim; P. Séchaud, V. de L. L'homme. Son oeuvre poétique, ivi 1934. Giacinto Spagnoletti
LAPSI, controversia dei. - Nel sec. III furono chiamati I. quei cristiani che durante la persecuzione di Decio (250) apostatarono dalla fede. Si chiama poi c. dei I. quella che ebbe inizio nella Chiesa quando, essendo la persecuzione diminuita d'intensità, i I. chiesero la loro reintegrazione nelle file dei fedeli.
I. La persecuzione ed i l. - E noto che l'editto di persecuzione di Decio obbligava non soltanto tutti i cristiani, ma anche ogni persona sospetta di cristianesimo, a fare atto di adesione al culto pagano. Con ciò, chi era caduto in sospetto dimostrava che, per quanto fondato, tale sospetto era tuttavia vano; il cristiano poi che abiurava la sua fede, in virtù della legislazione traianca, si trovava senz'altro asolto dal delitto, il quale cessava con la sua apostasia. Come per il passato, più che a punire questo delitto, si mirava a farlo cessare. La parola d'ordine era di fare non dei màrtiri, ma degli apostati (cf. Cipriano, Ep. 56, 2).
Difatti, se pure molti furono gl'intrepidi confessori della fede che pagarono con la vita la loro fedeltà a Cristo, innumerevoli furono anche in alcune Chiese, secondo la testimonianza di Cipriano (De lapsis, 7-8), le apostasie. Affievoliti da un lungo periodo di pace, numerosi cristiani non seppero reggere all'idea dei supplizi. A qualcuno di essi sembrò facile sfuggire i rigori della persecuzione, acconsentendo a qualche atto e gesto che, mentre per il rappresentante del potere aveva il valore di un'apostasia, per il fedele vacillante invece non costituiva un'abiura formale. Si ebbero così apostati di diversa specie : i «sacrificati», quelli cioè che acconsentirono ad offrire realmente dei sacrifici davanti alle statue degli dèi; i «thurificati», quanti cioè bruciarono solo dell'incenso davanti a tali statue e specialmente davanti a quelle dell'imperatore; i «libellatici» o acta facientes, cioè quelli che si fecero iscrivere sui pubblici registri come se avessero soddisfatto alle prescrizioni di legge, oppure si fecero soltanto consegnare dei
certificati (libelli), come se avessero obbedito agli ordini imperiali.
II. La controversia. - Verso la fine del 250 la persecuzione diminuì di intensità. Pentiti, allora i l. domandarono di essere reintegrati nelle file dei fedeli. Bisogna riconoscere che la presenza simultanea di un si gran numero di I. nella Chiesa costituiva un fatto nuovo senza precedenti. Nuova quindi si presentò la questione come dipartarsi nei riguardi delle loro richiesta; se cioè riammetterli in massa nella Chiesa, o se invece esaminare i singoli casi, esigendo per ciascuno di essi prove diverse di conversione e diversa specie di penitenza. Si manifestarono in proposito opposte sentenze, ed ebbe così inizio la c. dei 1 .
In Africa, infatti, numerosi confessori, facendosi forti dell'autorità che l'eroismo aveva loro guadagnato nella Chiesa, non esitavano a dare ai 1 . lettere di perdono (libelli pacis) che li dispensavano dalla penitenza. V'erano poi alcuni preti i quali ammetterano questi l. alla Comunione eucaristica, senza prima esigere un'adeguata penitenza e senza attendere che venisse prima compiuta dal vescovo e dal clero l'imposizione delle mani (cf. Cipriano, Ep., 13, 2). Erano specialmente quei preti che si erano opposti all'elezione di Cipriano a vescovo e dei quali Novato era il principale istigatore.
A Roma, invece, la richiesta di riconciliazione dei l. provocò un movimento rigocratico, che ebbe largo seguito in varie Chiese e che prese inizio e nome da Novaziano (v.). Appare già tale tendenza rigorista nel tono alquanto severo ed in alcune espressioni che si riscassirano nelle due lettere che Novaziano, a nome dei presbiteri romani, scrisse a Cipriano (Epp. 30, 36) durante la vacanza della sede di Roma. Avvenuta poi l'elezione di Cornelio a successore di Fabiano, codesto rigorismo divenne il vessillo sotto il quale Novaziano, deluso per la mancata sua elezione, raccolse i suoi aderenti, che oppose come la Chiesa dei catari, e puri, alla Chiesa lassista di Cornelio; essi infatti, per non contaminare la Chiesa, negavano assolutamente ai 1 . qualsiasi riconciliazione.
Opposta al lassismo di Novato ed al rigorismo di Novaziano è invece la prassi di s. Cipriano, condivisa pienamente dalla Chiesa di Roma e dalle Chiese d'Oriente.
Dal rifugio ov'era nascosto, Cipriano, appena ebbe la notizia degli abusi che si commercivano da parte dei confessori e di alcuni membri del clero, mentre preannunziava che ogni questione sui 1 . sarebbe stata risolta in un prossimo concilio che avrebbe dovuto adattare in modo uniforme i principi antichi della Chiesa alle varie esigenze dei tempi nuovi, fisso intanto in alcuni punti la linea di condotta che per il momento doveva essere seguita. Era innanzi tutto al vescovo rivendicata la facoltà di riammettere gli apostati nella Chiesa; veniva respinta come assurda l'idea di una riconciliazione in massa, essendo necessaria per ciascuno una congrua previa penitenza; ai confessori tributava elogi, insieme con inviti alla prudenza nel rilasciare i libelli pacis; al clero dava saggi consigli, seguiti da severe ammonizioni verso gli apostati; poi, pur affermando la sua compassione nei loro riguardi e l'invito a non disperare, manteneva in merito alla loro riconciliazione un atteggiamento di prudente riserva; avrebbero potuto solo attenerla in pericolo di morte, ed allora, in mancanza del vescovo, avrebbe potuto essere concessa da un prete qualunque o anche da un semplice diacono (cf. Epp. 15, 16, 17, 18). Questa sua norma di azione Cipriano la trasmise agli altri vescovi d'Africa ed al clero romano allora senza vescovo.
Nella primavera del 231 Cipriano poté ritornare a Cartagine. Radunò allora il preannunziato Concilio e cosi vennero prese le attese decisioni sulla riconciliazione dei l. Esse poco dopo furono esposte e commentate dallo stesso Cipriano, sia nel De lapsis, che nella lettera al vescovo Antoniano, incline verso Novaziano (Ep. 53), e sono le seguenti : coloro che si erano semplicemente procurati un attestato di sacrificio (libellatio) venivano ammessi alla penitenza ed ottenevano quindi la riconciliazione; quanti invece avevano realmente sacrificato (sacrificati) dovevano far penitenza, ma non sarebbero stati riconciliati che in punto di morte.
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Tuttavia nel 252, poiché l'editto di Triboniano Gallo, succeduto a Decio, faceva presentire il rinnovarsi della persecuzione, i vescovi d'Africa si riunirono di nuovo in concilio, e nell'intento di armare per la lotta tutti i fedeli di buona volontà, apportarono una mitigazione nella disciplina verso i 1.; decisero quindi di dar loro subito il perdono, qualora dopo la caduta essi avessero dato prova di pentimento ed avessero fatto penitenza.
Con le Chiese d'Africa concordò, nella disciplina verso i 1., la Chiesa di Roma. Per il tempo della vacanza della sede episcopale, dopo la morte del papa Fabiano, tale concordia risulta specialmente dalle due lettere inviate dal clero di Roma a Cipriano, redatte dalla penna abile di Novaziano (Epp. 30 e 36). Per quanto, come nota il D'Alès (L'édit de Colliste, Parigi 1914, p. 310), siano facilmente rilevabili in queste lettere le formole diplomatiche e le infinite precauzioni attraverso le quali traspare "une affectation de sévérité et comme une sorte de regret de pardonner ", in definitiva però il clero romano era d'accordo sui due punti principali della linea di condotta, quale era stata esposta da Cipriano: atteggiamento di riserva verso i 1 . in attesa che la questione venisse risolta da un concilio in modo uniforme; concessione del perdono e della riconciliazione in pericolo di morte.
Nel marzo 251 al papa Fabiano fu finalmente dato un successore nella persona di Cornelio. Anch'egli, come già a Cartagine Cipriano, radunò subito a Roma un concilio per trattare la questione dei 1 . In esso venne deciso, come scrive Eusebio (Hist. eccl., 6, 43) "che si devono sanare i 1. con i mezzi salutari della penitenza ". Cipriano, poi, nella sua lettera ad Antoniano ( E p .55,6 ), dichiarando che "Cornelio con i suoi coepiscopi convennero con noi nella stessa sentenza con pari gravità e salutare moderazione", manifesta all'evidenza che le decisioni di Roma sulla riconciliazione dei 1. concordavano pienamente con quelle già prese a Cartagine.
La stessa condotta verso i 1. seguita a Roma ed a Cartagine, si rileva nelle Chiese d'Oriente. Per la Chiesa di Cesarea di Cappadocia, essa viene indicata da una frase incidentale, e pertanto incompleta, che ricorre nella lettera

(da Fïche Martin-Fratus, I, Torino 1937, loc. 1) Lapsi, controvessita dei - Libelli o certificati di prestato culto emessi sotto l'imperatore Decio (249-51).
del vescovo Firmiliano a Cipriano, nella quale è manifestata tra l'altro la preoccupazione che i vescovi d'Asia, riuniti in concilio, hanno perché "lapsis quoque fratribus et post lavacrum salutare a diabolo vulneratis, per paenitentiam medella quaeratur" ( E p .75,4 ).
Della prassi della Chiesa d'Alessandria illuminano i vari frammenti di lettere del vescovo Dionigi, riferiti da Eusebio o di recente ritrovati, e specialmente quello della lettera indirizzata a Fabio d'Antiochia, predive, al dire dello stesso Eusebio (Hist. eccl., 6, 44), verso lo scisma di Novaziano. Dionigi infatti afferma contro Novaziano il principio della riconciliazione dei 1. qualora, pentiti, abbiano fatto penitenza del loro fallo; valorizza la opera dei martiri o confessori, certamente più discreta di quella dei confessori di Cartagine; e per rendere più incalzante il suo dire, riferisce la storia del vecchio Serapione, nella quale Dio stesso era intervenuto per riconciliare l'apostata morente.
Sulla riconciliazione dei 1. pertanto, e sulle condizioni che la rendono possibile, il pensiero della Chiesa, attraverso i suoi rappresentanti di Roma, Cartagine, Cesarea e Alessandria, appare certo e concorde. Detestato ugualmente il lassismo di Novato ed il rigorismo di Novaziano, è affermato il principio che ai 1 . può essere concessa la riconciliazione, purché essi abbiano dato prova di conversione e compiano la prescritta penitenza.
III. Valutazione dottrinale. - In merito tuttavia a codesta disciplina di riconciliazione dei 1. si pone la questione, e non soltanto da oggi, se essa rappresenti o meno una innovazione nei confronti della disciplina penitenziale dell'epoca precedente. In senso affermativo risponde Harnack, e con lui molti altri protestanti liberali, i quali sostengono che la riconciliazione dei 1. dopo la persecuzione di Decio rappresenta una tappa nel processo di usurpazione, da parte della Chiesa, del potere di assolvere i peccati. La Chiesa antica, infatti, si considerava come la Chiesa dei santi e soltanto a Dio attribuiva il potere di rimettere i peccati. Fu Callisto il primo a rivendicare alla Chiesa la facoltà di concedere il perdono ai peccati "moechiae et fornicationis" (T'ertulliano, De pudicitia, 1, 6), pur negando ancora tale perdono agli altri peccati gravi. Dopo la persecuzione di Decio, codesto potere di remissione venne rivendicato da Cipriano e da Cornelio, anche per il peccato d'apostasia. La disciplina di riconciliazione dei 1. quindi, al sec. III, rappresenta una innovazione, non soltanto disciplinare ma bensi dottrinale.
Anche molti cattolici (Funk, Vacandard, Batiffol, Rauschen, Amann) stanno per la tesi dell'innovazione : evidentemente non dottrinale, ritenendo per fermo che alla Chiesa dal suo divin fondatore è stata concessa (e lei ne ha avuto sempre coscienza) la potestà di rimettere tutti i peccati; ma solo disciplinare. Secondo questi autori, infatti, la Chiesa, nei primi secoli, al fedele che si macchiava di qualcuno dei peccati più gravi (adulterio, apostasia, omicidio) negava per sempre il suo perdono, limitandosi ad incitarlo a far penitenza e ad ottenere direttamente da Dio misericordia e remissione. E nei riguardi di tale norma pratica che come l'editto di Callisto rappresenta una innovazione disciplinare, cosi uguale innovazione rappresenta la riconciliazione dei 1 . concessa al tempo della persecuzione di Decio.
Altri cattolici tuttavia (Esser, Stuffer, D'Alès, Galtier, Fabbi), pur riconoscendo l'esistenza di tendenze rigoriste in alcune Chiese particolari, negano che il peccato d'apostasia, come in genere la triade dei peccati gravissimi, sia stato considerato dalla Chiesa primitiva come peccato irremissibile; negano di conseguenza che la riconciliazione dei 1. al sec. III rappresenti una innovazione disciplinare, non es-
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sendo che l'applicazione dei principi antichi della Chiesa e della disciplina tradizionale alle varie esigenze dei tempi nuovi (per tale questione v. peNITENZIALE DISCIPLINA). Per il momento, basti la seguente osservazione: il fatto che durante la controversia dei l. nessuna della parti in questione abbia pensato ad invocare un preteso rigorismo antecedente per rafforzare la propria posizione (né Cipriano, per resistere alle pretese dei l. di venire riammessi nella Chiesa in massa e
senza sufficiente penitenza, né Novaziano, per opporsi al preteso (sostismo di Cornelio), è segno evidente per concludere che tale rigorismo non aveva radati nella disciplina penitenziale precedente e che non era quindi nella tradizione della Chiesa che al peccato di apostasia venisse del tutto negata le remissione.
Bibl.: A. D'Alés, L'Edit de Calliste, Parigi 1914, pp. 207 349: P. Galtier, L'Église
et la rémission des péchés aux premiers siècles, ivi 1932, pp. 29-60; F. Fabbi, La confessione dei parzati nel cristianesimo, Anzisi 1947, pp. 46-62; A. Michel, Discibline pénitentialle du pâché d'idolatrie, in DThC, VII, coll. 660-63: P. Galtier, De Paenitentia, Roma 1936, pp. 209-20.

[fol. Uab. fol. nas.]
L'Aquila, abcdidocesi di - Fontana delle 99 cannelle, di Tancredi da Pentima (1272), ampliata nel sec. xv - L'Aquila.
Gli archivi della Cattedrale e dell'episcopato sono stati spogliati dei documenti antichi.
Bibl.: A. Signorini, La diocesi di A. descritta ed illustrata, 2 voll., Aquila 1868; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, p. 261; L. Serra, A. monumentale, 1912; F. Savino, Septem diocesses Aprutiones medii aesi in Vaticano iubulario, Roma 1912, pp. 133-83; Lanzoni, p. 363 sgg.; Cottinesu, I, coll. 129-30; P. Sella, Rationes decimarum Italiae. Aprutium, Moli.tum. Le dezione dei secc. XIII-XIV (Studi e Tesi, 69), Città del Vaticano 1936, pp. 1-17; L. Cassese, La - Chronica civitatis Aquilae - di Alessandro de Ritiis, in Arch. stor. d. prov. napoletane, 27 (1941), p. 151 sgg.; 29 (1943), p. 183 sgg.
Serafino Prete
Arte. - r. A r chitettura. - I primi documenti dell'architettura squilana risalgono alla seconda metà del sec. xili e con essi già si manifesta quella delineata B sionomia che è contemporaneamente partecipe della tradizione romanica e della tradizione gotica e si arricchisce di elementi culturali affluiti dai centri più disparati, dai centri di cultura artistica benedettina o dal romanico settentrionale come dalle forme dell'architettura campana o pugliese. I primi edifici religiosi, oggi purtroppo molto alterati dalle rovine dei terremoti o dalle manomissioni successive, presentano la peculiare caratteristica della facciata a coronamento orizzontale, divisa in due corpi orizzontali da un sottile fregio e spesso anche tripartita verticalmente da due lesene che dalla base salgono fino al coronamento. Il portale e il rosone sono gli elementi decorativi centrali del partito architettonico e in essi le forme romaniche e gotiche si fondono ancor più che nelle altre parti dell'edificio.
La più antica chiesa di quella in parte conservate è forse S. Pietro di Sassa (ca. 1236), oggi molto trasformata, cui seguono S. Giusta (1257), la cui facciata però risale al 1349, e S. Maria di Collemaggio, il monumento più eletto dell'intera regione. Fu iniziata nel 1285 e consacrata nel 1288 , ma la fabbrica continuò ancora per molti anni e risalgono alla seconda metà del sec. xv: lo splendido portale maggiore e i rosoni. La facciata orizzontale, inquadrata in un suggestivo scenario sullo sfondo del Gran Sasso e della Maiella, ha una elegante decorazione a disegni geometrici in conci di pietra bianca e rosa. In questa chiesa s. Pietro Celestino, disceso dal suo orsmo del Morrone, fu incoronato papa nel 1294 ed ivi è la sua tomba, eseguita nel 1517 da Girolamo da Vicenza.
Altre chiese si costruirono negli anni successivi. S. Antonio, presso Porta Romana, reca nell'architrave del portale superstite la data 1508 e allo stesso anno si riferisce tradizionalmente la facciata con il notevole portale della chiesa di S. Maria Paganica. Caratteri più decisamente angioini, specie nelle decorazioni scultorie, presentano le chiese di S. Domenico (ordinata da Carlo II nel 1309, ma ancora incompiuta nel 1362), di S. Maria di Rojo, anteriore al 1322, di S. Marciano, di S. Marco, di S. Pietro in Coppito. Prima del 1351 si iniziò la chiesa di S. Silvestro: la facciata si richiama, pur nel più semplice impianto decorativo, a S. Maria di Collemaggio. Nell'interno, sull'altare a sinistra del maggiore, di patronato della famiglia Branconio, era la Visitazione attribuita a Raffaello, oggi al Museo del Prado a Madrid.
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(1st. Gab. fol. naz.)
L'Aquila, arcibocesi di - Madonna col Bambino. Scultura in legno (sec. xiv) - L'Aquila, Chiesa di S. Silvestro.
Recentemente sono stati scoperti nell'abside notevolissimi affreschi di un ignoto pittore, che si è dimostrato operoso in Abruzzo verso gli ultimi anni del secolo e i primi del Quattrocento. Del 1422-28 è la facciata di S. Maria del Guasto, oggi addossata alla chiesetta di S. Maria degli Angeli, con un portale che ha lunetta e archivalto con dipinti di maniera delitiesca. Del 1439 è il prospetto di S. Giovanni di Lucoli addossato anch'esso, nel 1896, alla chiesa di S. Francesco di Paola, che non conserva più alcuna traccia della costruzione originale. Lievi ricordi della costruzione ogivale sono visibili nel fianco destro del duomo, che ha interno barocco e facciata neoclassica. Avanzà di architettura civile medievale sono nell'edificio detto "Le cancella" e nella casa de' Nardis, oltre che nelle numerose dimore superstiti nelle vecchie e caratteristiche viuzze della città antica.
Con ritardo pervennero all'A. gli apporti rinascimentali: un primo tentativo di fusione delle forme gotiche con le nuove correnti si ebbe con la chiesetta di S. Maria del Soccorso, iniziata nel 1469 , la cui facciata si richiama nella struttura ad esemplari del Sangallo, mentre ripete nella dicromia bianco-rosa delle fasce decorative reminiscenze del prototipo locale. Fra tutti i monumenti di quest'epoca primeggia la chiesa di S. Bernardino, legata al ricordo degli ultimi anni trascorsi dal Santo nella città. La facciata, opera composita di Cola dell'Amatrice, è del 1540 ; l'interno maestoso fu più volte rimaneggiato e conserva un soffitto dorato settecentesco di Ferdinando Mosca da Pescocostanzo, con tele del Cennatiempo. Sono anche da ricordare il Palazzo Benedetti e quello Dragonetti, per gli eleganti cortili a loggia, e il più tardo Palazzo Franchi.
Nel 1534 si iniziava l'imponente mole del castello, opera incompiuta dell'architetto Pietro Scribà di Valenza, voluto dal governo spagnolo a difesa del vicercame. Più volte rimaneggiato, è stato restaurato di recente ed è sede del Museo nazionale d'Abruzzo.
Dell'epoca barocca si conservano buone testimonianze nei Palazzi Pica-Alfieri, Antonelli, Centi, Cipolloni,
Rivera, per lo più esemplati sui modelli romani, nell'oratorio di S. Antonio de' Nardis, tradizionalmente attribuito ad Ercole Ferrata (1647), e nelle chiese di S. Agostino, in parte attribuita al Fuga, e di S. Maria del Suffragio, che ha un'agile cupola su disegno del Valadier.
2. Scultura. - Scarse sono le testimonianze della scultura medievale all'A. e tali da escludere un vero Sorire di opere. Influenze pisane, mediate da Napoli attraverso le botteghe dei seguaci di Tino di Camaino, son rilevabili nelle statuine che decorano il maggior portale di S. Maria di Collemaggio e nel gruppo della Madonna con il Bambino nella lunetta della facciata di S. Maria Paganica. Dallo stesso ambiente culturale derivano alcune sculture lignee del Museo, fra cui la Madonna regina e la S. Balbina. Influenze gotiche internazionali sono invece palesi nel monumento di Ludovico Camponeschi in S. Giuseppe, eseguito da Gualtiero d'Alemagna nel 1432, e nel frammentario fonte battesimale, già in Duomo, del milanese Giovanni de' Rettorii.
Della scultura aquilana del Rinascimento un primo valido documento è il tabernacolo in S. Maria del Soccorso, di Andrea dell'A., scolaro di Donatello, attivo a Napoli all'arco di Alfonso d'Aragona, tra il 1455 e il 1458. Di Silvestro dell'A., il maggiore artista del Rinascimento aquilano, documentato tra il 1471 e il 1504, la città conserva un gruppo di opere che ne testimoniano la derivazione toscana, del Ronsellino e da Desiderio, commista ad elementi romani, del Bregno in particolare. Esse sono: la tomba del card. Agnifili, in Duomo, danneggiata dal terremoto del 1703 , è del 1476 , il S. Sebastiano ligneo del Museo, del 1478 , il monumento per Maria e Beatrice Pereyra Camponeschi, del 1496, e la Madonna con il Bambino in terracotta, del 1499-50, in S. Bernardino. Il solo disegno e la parziale esecuzione del primo ripiano sono da attribuirgli nell'Arca del Santo, del 1500-1505, compiuta poi dagli scolari, nella stessa chiesa.
E inoltre da ricordare in S. Bernardino una pala robbiana. Nel Tesoro del Capitolo, insieme a buoni esempi dell'oreficeria sacra aquilana, che ebbe una valida scuola tra il sec. xv e il sec. xvili, è la Croce processionale d'argento di Nicola da Guardiagnole del 1454; nel Museo è invece la Croce processionale di G. Rosecci.
3. Pittura. - Il più importante ciclo di pitture della città è quello degli affreschi citati nella chiesa di S. Silvestro. Alla stessa artista vanno riferiti un trittico (ca. 1416-20) e una tavola con l'Albero della croce in Museo. Per la cultura pittorica anteriore e per quella successiva fino al Cinquecento, il Museo di recente ordinato nelle sale del castello permette una precisa e sintetica informazione. Oltre le opere citate, vanno ricordate alcune notevoli icone ducentesche, un polittico di Iocobello del Fiore, una Notività e un piccolo dittico con la Crocifissione e una Madonna con il Bambino di Andrea Delitio (ca. 1450), due frammenti di Giovanni da Sulmona, una serie di polittici recentemente tolti dal catalogo di Cola dell'Amatrice a favore di un "maestro dei polittici crivelleschi» (ca. 1480) e infine alcune opere di Saturnino de' Gatti, pittore e scultore, operoso alla fine del sec. xv, nell'orbita di influenze umbro-antoniazcesche.
Tele del Seicento e Settecento napoletano sono nelle collezioni Cappelli, Dragonetti, Rivera: opere del Preti, del Cavallino, del Solimena, del de Mura, del quale è notevole un Cristo e santi nella chiesa di S. Basilio.
Di Teofilo Patini da Castel di Sangro (1840-1906) sono opere nel Duomo, nel Palazzo del governo e nella Biblioteca provinciale, che conserva anche importanti miniature quattrocentesche. - Vedi tav. LV.
Bibl.: V. Bindi, Monumenti storici ed artistici dell' Abruzzo, Napoli 1889, v. indice; L. Serra, A. monumentale, L'Aquila 1912; M. Chini, Pittori aquilani del ' 400 , in Rassegna d'arte dell' Abruzzo e Molise, I (1912), pp. 7-13, 49-60, 75-82, 116-23; 2 (1913), pp. 9-13, 34-47, 63-71; 4 (1913), pp. 73-97; I. C. Gavini, Storia dell'arthitettura in Abruzzo, Milano 1926, v. indice; e infine, per una completa e aggiornata bibl., v. U. Chierici, s. v. in Saggio di bibliografia per la storia delle arti figurative in Abruzzo, Roma 1947, pp. 174-79; e inoltre: F. Bologna, La ricostruzione di un polittico e il "Muestro dei polittici crivelleschi", in Bollettino d'arte, 33 (1948), pp. 367-70; U. Chierici, Gli affreschi della chiesa di
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S. Silvestro ad A., ibid., 34 (1949), pp. 111-28; A. Chiappini, Intorno alla fondazione della città dell'Aquila, Aquila 1949; F. Bologna, Andrea Delitio, in Paragone, I (1950, iII), pp. 44-50. Giovanni Carandente
LARANTUKA, vicabato apostolico di. - Situato nell'Isola di Flores (Indonesia), comprende l'intero distretto civile di L., distaccato dal vicariato apostolico delle Isole della Piccola Sonda con decreto dell'8 marzo 1951, e le due Isole di Pantar e Alor, appartenenti al vicariato apostolico di Atamboea. Il vicariato apostolico delle Isole della Piccola Sonda nella stessa data è stato diviso nei due altri vicariati apostolici di Endeh e Ruteng.
L'evangelizzazione di questo territorio può riassumersi brevemente in tre periodi: 1) dall'anno 1556 all'anno 1857: i Padri Domenicani annunciarono il Vangelo nell'Isola di Flores e organizzarono le prime comunita cristione; ma in una penosa vicenda di guerra e di razzie di pirati, maomettani e olandesi, le stazioni missionarie vennero più volte devastate, abbandonate e ricdificate; dall'inizio del sec. xviri alla metà del sec. xix il lavoro missionario rimase quasi paralizzato; 2) dall'anno 1857 all'anno 1914: i Padri della Compagnia di Gesù della provincia olandese ripresero il lavoro di evangelizzazione nel distretto di L., ove i cattolici erano rimasti appena 4000 , caduti in cattivi costumi e in una crassa ignoranza religiosa; 3) dall'anno 1914 ai presenti giorni : subentrarono ai Gesuiti i Padri della Società del Verbo Divino, a cui è affidato il nuovo vicariato.
La missione ha una superfice di ca. 7575 kmq . Su una popolazione di 270.750 ab . i cattolici sono 90.000 e i maomettani 10.000 . Nell'Isola di Pantar vi sono più di 40.000 protestanti. Le tribù che abitano il distretto di L. sono affini per costumi e lingue, mentre gli abitanti delle due predette isole sono simili ai Papuasici. Vi sono 26 sacerdoti religiosi di cui 2 indigeni, 137 chiese e 131 case di preghiere. E stato di recente (1950) aperto un seminario minore, con 20 studenti. Vi sono 69 scuole elementari, 7 scuole complementari, una scuola domestica, una scuola magistrale. Il primo vicario apostolico è nativo dell'Isola di Timor, religioso della Società del Verbo Divino, e risiede a L., città principale dell'Isola di Flores orientale.
BibL.: MC. 1950, p. 429; Archivio della S. Congregazione di Propaganda Fide, Relazione con sommario, pos. prot. n. 609/51. Edoardo Pecorsio
LARDITO, Juan Baplista. - Teologo benedettino, n. a Madrid ca. il 1650 , ivi m. ca. il 1720 . Nel 1691 ebbe la prima cattedra di teologia all'Università di Salamanca, fu teologo regio per l'Immacolata Concezione e per qualche anno abate generale della Congregazione benedettina di Valladolid (17051709); deposta la carica del generalato, resse l'abbazia di S. Martino di Madrid (1709-13).
La sua opera teologica tende a dimostrare la concordanza tra s. Anselmo e s. Tommaso: S. Anselmi uterque liber Cur Deus hama necnon alius de incarnatione Verbi et fide Trinitatis scholiis et commentariis illustratus (Salamanca 1699); De summa Trinitate et voluntate Dei eiusque visione benta (ivi 1700); De peccatis in communi et in particulari (ivi 1703). Scrisse altre opere di minore importanza.
BibL.: Miguel de S. José. Bibliographia critica, III, Madrid 1741, p. 58; Hutter, IV, coll. 367-68. Giuseppe Marsilioi
LARENTALIA. - Festa della religione romana che già il più antico calendario fissa al 23 dic. In tale data aveva luogo al Velabro un rito di carattere funerario celebrato dal flamen Quirinalis. Il luogo più preciso del rito è indicato come il sepoltro di Acca Larenzia (v.), nota dalla tradizione leggendaria romana come nutrice dei fondatori di Roma. Secondo un'altra leggenda Acca Larenzia sarebbe stata una meretrice che, arricchitasi con l'aiuto di Ercole, avrebbe lasciato i suoi beni allo Stato romano. La festa pubblica univocamente attribuita a questa fi-

(fot. Alinari)
Lari - Larario nell'atrio della casa del Menandro - Pompei.
gura leggendaria, dimostra che essa, in origine, era stata una divinità, il cui ricordo preciso è andato perduto nella coscienza pubblica già nei tempi in cui incomincia la nostra documentazione storica.
BibL.: W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1890, p. 272 sg.; G. Wamowa, Religion und Kultus der Römer, 2ᵃ ed., Monaco 1912, p. 233 sg.; E. Tabeling, Mater Larum, Francoforte s. M. 1932, p. 39 sgg. Angelo Brelich
LA REUNION, diOCESI di: v. REUNION (LA), diOCESI di.
LARGO, santo, martire: v. Ciriaco, largo e sMaragdo, santi.
LARI (Lares). - Lar in singolare, Lares in plurale, con o senza epiteti specifici, sono divinità dell'antichissima religione romana: figurano, infatti, nel Carme degli Areali, in antiche formole d'invocazione collettiva e in altri documenti di carattere arcaico. Avevano una parte particolarmente importante nel culto privato, specie domestico. Il Lar familiaris, prevalentemente in singolare, è come il dio della casa o della famiglia : in suo onore a tutte le kalendae, nonae e idus viene incoronato ii fondare domestico; al Lar o ai L. è sacro ogni cibo caduto dalla tavola; perciò nell'uso metonimico i L. significano semplicemente "la casa". Si è discusso molto, se i L. fossero da considerarsi come antenati divini della famiglia o solo come dèi dal suolo della casa. Oltre ai L. della casa esistono anche i Lares compitales venerati, in campagna, ai punti d'incontro dei vari poderi, e in città, ai crocicchi, punti d'incontro dei caseggiati (cici). Sia nella casa, sia nei compitu, al culto dei L. provvedono schiavi o liberti. In occasione della festa detta Compitalia si presta un culto anche alla Mater Larum. Nel culto pubblico si trova da tempi antichi il culto dei Lares praestites, raffigurati come due gemelli vestiti di pelle di cane, con un cane ai piedi : la loro festa cadeva il 1° maggio e il loro san-
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tuario era sulla sacra via. Da menzionare i Lares viales, permarini, militares ecc., investiti evidentemente di funzioni protettrici specifiche.
Bibl.: G. Wissova, s. v. in Roscher, Mythol. Lexikon, II, col. 1889 sgg.; E. Samter, Familienfeste bei den Griechen und Römern, Berlino 1901, p. 105 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2² ed., Monaco 1912, p. 166 sg.; E. Tabeling, Mater Larum, Francoforte s. M. 1932, passim. Angelo Brelich
LARINO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Campobasso. Conta 72.000 ab., dei quali 71.800 cattolici. Ha 22 parrocchie servite da 51 sacerdoti diocesani, un seminario, 11 comunità religiose femminili (1949). La diocesi è suffraganea di Benevento.
L'attuale L. sorse nel medioevo dopo la distruzione dell'antica Larinum, già capitale dei Frentani, in seguito municipio romano, di cui restano le rovine dell'anfiteatro e delle mura. La Cattedrale, dedicata all'Assunta, di stile gotico-pugliese, è del 1319. Il patrono è s. Pardo ( 26 maggio). Larinum fu sede vescovile fin dal sec. v; si ha memoria di un lustus, vescovo nel 493, e di un loannes nel 555. Giovanni XIII, nel Sinodo del 969 , la rese suffraganea di Benevento. La Cattedrale venne elevata a basilica minore con lettera apostolica di Pio XI del 13 luglio 1928 (AAS, 21 [1929], pp. 147-48). - Vedi tav. LVI.
Bibl.: Lanzoni, I, pp. 273-77; Ughelli, VIII, p. 316 sg.; P. Sella, Rationes decimarum Italiae, Apraticae, Multisim. Le decime dei secc. XIII-XIV (Studi e testi, 69), Città del Vaticano 1936, pp. 317-27.
Gennaro Auletta
LA RIOJA, diOCEsI di. - Diocesi e città capoluogo nella provincia omonima in Argentina (America del Sud).
La diocesi ha una superfice di 98.000 kmq . con una popolazione di 103.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 10 parrocchie, servite da 13 sacerdoti diocesani e 12 regolari; un seminario, 3 comunità religiose maschili e 6 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 241).
Il papa Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae nationis, del 20 apr. 1934, creò la diocesi di La R. per amembramento da quella di Cordova, fissando nella città di L. R. la sede vescovile ed elevando a cattedrale la chiesa ivi esistente dedicata a s. Nicola da Bari. E suffraganea di Cordova (AAS, 27 [1935], pp. 257-63).
Enrico Josi
LA ROCHEFOUCAULD, Françols de. - Cardinale, n. a Parigi l'8 dic. 1558, m. il 14 febbr. 1645. Educato dallo zio paterrio Jean, abate di Marmoutier, studiò nel Collegio dei Gesuiti di Clermont. Abate di Tournon a 15 anni, nel 1584 fu eletto vescovo di Clermont da Enrico III. Mostrò grande zelo per la conversione degli eretici. Durante il suo episcopato fu fondata a Mauriac la Confraternita di penitenti della B. V. Annunziata, confermata nel 1624 da Urbano VIII e si stabilirono in tre conventi i Cappuccini. Enrico IV lo nominò commendatore di Santo Spirito e il 10 sett. 1607 gli ottenne il cappello cardinalizio da Paolo V. Trasferito a Senlis, ne prese
possesso per procura il 21 apr. 1610. Inviato in missione speciale a Roma, ove conobbe il card. Bellarmino, raggiunse di nuovo la diocesi l'11 nov. 1613.
Riusci a far accettare in Francia i canoni del Concilio di Trento nell'Assemblea generale del clero del 1615. Esercitò un grande influsso a corte, quale gran cappellano e membro del consiglio reale. Rinunciò alla diocesi nel 1622 e si dedicò per volontà di Gregorio XV e di Luigi XIII alla riforma degli Ordini religiosi. Ciò gli ottenne l'alto riconoscimento di Urbano VIII con un breve

Enrico Josi
La roCHEFOUCAULD, Françols de. - Cardinale, n. a Parigi l'8 dic. 1558, m. il 14 febbr. 1645. Educato dallo zio paterrio Jean, abate di Marmoutier, studiò nel Collegio dei Gesuiti di Clermont. Abate di Tournon a 15 anni, nel 1584 fu eletto vescovo di Clermont da Enrico III. Mostrò grande zelo per la conversione degli eretici. Durante il suo episcopato fu fondata a Mauriac la Confraternita di penitenti della B. V. Annunziata, confermata nel 1624 da Urbano VIII e si stabilirono in tre conventi i Cappuccini. Enrico IV lo nominò commendatore di Santo Spirito e il 10 sett. 1607 gli ottenne il cappello cardinalizio da Paolo V. Trasferito a Senlis, ne prese
dell'11 febbr. 1640. Consacrò gli ultimi tempi a opere di beneficenza e di pietà, vivendo nell'abbazia di S. Genoveffa, ove fu scesito. Il suo cuore fu invece portato al Collegio di Clermont.
Di lui restano gli Statuti sinodali di Clermont (1599) e di Senlis (1621); De l'autorité de l'Eglise en ce qui concerne la foi et la religion, Parigi 1603.
Bibl.: F. Mourret. Histoire générale de l'Eglise, t. VI : L'Amien Régime, Parigi 1920, pp. 103-105; L. Marchal, s. v. in DThC, VIII, II, coll. 2618-20; G. de la Rochefoucauld. Le card. F. de la R., ivi 1926; J. Desbois, Mario Gaspari
LA ROCHEFOUCAULD, F'RANÇOIS, principe di Marillac e duca de. - Scrittore e moralista, n. a Parigi il 15 sett. 1613 , ivi m. il 17 marzo 1680. Ammesso nel 1629 a corte, vi si trovò ben presto coinvolto negli intrighi contro il card. Richelieu e poi in quelli della Fronda. Una ferita riportata in conflitto nel quartiere parigino di S. Antonio (1652), che gli mise in serio pericol