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ografia. - Con questo nome, che in origine si applicò ad un piccolo territorio a S. di Roma, s'indica oggi la regione più meridionale dell'Italia media, costituita, oltre cha dal L., quale fu sino a poco più di un ventennio fa, i) dalla Sabina, regione collinare-montuosa facente centro a Rieti, già aggregata all'Umbria, separatane nel 1923 e costituita in provincia, 2) da un lembo dell'Abruzzo aquilano (ex-circondario di Cittaducale), passato alla stessa provincia, 3) dalla zona settentrionale della Campania sulla destra del Garigliano, che ha formato con parte della vecchia provincia di Roma, la nuova (1934) provincia di Littoria, denominata poi Latina.

Il L. è venuto così a riunire distretti assai diversi per caratteri naturali ed antropici : le nude e aride montagne appenniniche dei Simbruini, degli Ernici e del Meta; il plesso anti-appennińco vulcanico (Volsini, Cinini, Sabatini, Albani) e calcareo (Lepini, Ausoni e Aurunci) più prossimo al mare; la campagna romana e l'agro romano.

La zona a N. del basso Tevere, fra l'anti-Appennino ed il mare, è conosciuta con il nome di Tuscia romana, e si spinge fino al fiume Fiora. Quest'ultima, rivestita per lo più di macchie e boscaglie, cede nell'interno il posto all'ameno paesaggio dei laghi vulcanici (Bolsena, Vico e Bracciano), circondati di costagneti e vigneti e continuati, oltre il Tevere e Roma, nei Colli Albani. Ferozi di viti e olivi sono anche le valli dell'Aniene (Tivolese) e del Sacco (Ciociaria), mentre nella conca reatina, traversata dal Velino, prevale la cerealicoltura. Il litorale è in genere basso, rettilineo ed importuoso e l'unica rada naturale (valorizzata per scopi militari) è quella di Gaeta. La pianura costiera, in parte sotto il livello del mare, e coperta di paludi per l'inefficente scolo delle acque, è stata bonificata negli ultimi decenni, e guadagnata cosi ad una colonizzazione agricola di ampie dimensioni.

In complesso il L. ha un'economia prevalentemente agricola-forestale-pastorale ( 41,7 \% della popolazione dediti a queste attività). Tra i cereali (anche granturco) domina il frumento; tra le colture arboree la vite (di regola specializzata), seguita dall'olivo e dagli alberi da frutta. Notevoli i raccolti di patate, barbabietole e carciofi (per questi ultimi 1 / 4 della produzione nazionale). Nell'allevamento spiccano gli evini, densi soprattutto nelle zone collinari. Lo sviluppo delle industrie vi appare tardo e lento, ma notevole negli ultimi anni, date specialmente le esigenze del grosso nucleo urbano di Roma.

Nessun centro abitato, prescindendo dalla capitale, tocca i 50 mila ab. L'unico porto marittimo di gran traffico è Civitavecchia, capolinea delle comunicazioni con la Sardegna.
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II. Storia civile. - Il L. antico - che si estendeva inizialmente per oltre 2000 kmq . - si ampliò gradualmente, specie nel territorio volsc0, con la graduale deduzione di colonie latine, il cui sviluppo si intrecciò a quello delle colonie romane. Dopo la guerra latina, al cambiamento rappresentato dalla coesistenza di colonie latine e romane, doveva seguire presto la prevalenza di queste ultime.

I mutamenti nella originaria compagine del L. si accentrarono ulteriormente dopo la guerra sociale. Con ciò il L. ha acquistato una fisionomia abbastanza chiara e differenziata: per questo essa perdurerà quasi immutata sino all'epoca di Augusto. Dopo la proclamazione della pax Romana ed il graduale diffondersi del cristianesimo, il L. cominciò ben presto a sentire l'influenza della presenza in Roma del successore di a Pietro. Questi infatti, a partire dalla fine del sec. vi, cominciò ad acquistare, a non troppa distanza dalla città, alcuni possessi. Ai beni acquistati (distribuiti in parti, definite patrimonia, a somiglianza della sostanza particolare degli impera-

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Lazio - Regione conciliare laziale : 1. confine di regione; 2. confine di provincia; 3. confine di circoscrizione ecclesiastica; 4. strade; 5. ferrovie; 6. oratorio.
tori) furono preposti rettori nominati dal vescovo di Roma, il quale cominciò così a contendere efficacemente l'esercizio dell'autorità su quelle terre all'Imperatore di Oriente, specie nel sec. viri, quando le donazioni di Liutprando (728-42) riconoscevano al pontificato romano quel carattere politico che era corroborato dal viaggio di Stefano II in Francia e dalla donazione di Pipino.

Il carattere politico di cui si è detto portò - dalla fine del 700 - a sempre nuovi urti fra gli elementi autonomi locali e la volontà di accentramento del potere papale che - specie ad opera di Zaccaria ed Adriano I si appoggiava alle numerose domus cultae, contro le quali scoppiò una rivolta nobiliare al tempo di Leone III. Le domus cultae si componevano di numerosi fondi rustici con abitazioni sparse, ed erano poste sotto l'amministrazione ecclesiastica: i coloni avevano una certa organizzazione militare e disponevano di una speciale moneta, più o meno autorizzata o riconosciuta dal pontefice.

Dopo la fondazione del Sacrum Imperium, l'Imperatore ed il Papa vennero a contrasto, perché entrambi volevano inviare propri rappresentanti nel Patrimonio; la contesa si risolse favorevolmente per il vescovo di Roma, il quale, nel sec. IX, continuava ad eleggere propri ufficiali incaricati di amministrare la giustizia. Con l'andar del
tempo comparvero - durante la prima metà del sec. x i Comites Companiae, governatori nominati, forse a vita, dal pontefice, il quale estendeva la sua influen sulle città mediante i giudici, scelti dai Comites.

Accanto e correlativamente al diffondersi e al differenziarsi della classe dirigente, si manifesta - nella seconda metà del sec. x ed ancor più nei tempi successivi un movimento di espansione dell'agricoltura e di intensificazione dell'attività edilizia. Contemporaneamente, dalla minore società feudale, da amministratori laici di enti ecclesiastici, da ufficiali del governo pontificio nei singoli centri, forse anche da liberi lavoratori, sono discese le famiglie che, talvolta consorziate, divennero proprietarie di molini o di estese zone di terra. Al servizio di queste famiglie possidenti era una numerosa folla di rustici, legata ad esse ed alla terra che coltivavano da vincoli più o meno stretti e gravosi; è ovvio però che anche nel Patrimonio di S. Pietro - a partire dal sec. x - gli antichi servì si siano affrancati gradualmente, ottenendo più favorevoli forme di contratto, elevandosi cosi verso la piccola proprietà, senza però dare vita a quelle corporazioni che già fiorivano nelle città, assumendo spesso una notevole influenza nel governo.

Posto che è possibile ricercare - nel x e perfino nel IX sec. - i primi albori di una vita cittadina, da cui avrà origine, anche nel Patrimonio, il regime comunale, si

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(per cortesia di mons. A. P. Trufact
Lazio - Contadine di Minturno - Roma, Anno Santo 1920.
pone il problema del come questo regime sia sorto. Balaa subito ovvia la convinzione che - quando i pontefici non riuscivano a far valere la loro autorità sull'imperversare delle fazioni - le piccole città si trovavano ad esser contese fra più ufficiali aspiranti al governo, oppure erano addirittura abbandonate a se stesse. Al pericoloso isolamento si aggiungevano gli assalti di eserciti imperiali, romani, normanni : ed ecco le mille necessità di offesa e difesa che indussero i cittadini ad unirsi per la comune salvezza, intervenendo, conseguentemente, nel governo e preparandosi all'autonomia, appoggiati poi, nel rafforzamento di questo movimento evolutivo, anche dal papato, che desiderava porre salde basi al dominio temporale, di là dalle mura di Roma. Frattanto la figura del Comes Campaniae - cui già si è accennato - si modificava notevolmente, poiché questa funzione era assunta dai più potenti signori della Campagna, che cominciavano a predominare nel Patrimonio e talvolta anche in Roma: cosi i conti di Tuscolo nel sec. xi. Più tardi, si trovano talvolta comites e duces nominati dal pontefice.

Alla fine del secolo, e più ancora nel xir, i papi (Cal-. listo II, Onorio II, Eugenio III ed altri) si diedero con energia a riorganizzare il loro dominio: infatti - determinato l'ambito di alcune città, fra cui Velletri - sancirono che esse dovessero provvedere, a richiesta della Chiesa, soldati ed inviare rappresentanti ai Parlamenti. Innocenzo III costrinse sotto la sua influenza anche il Senato di Roma, cui erano legate varie città, fra le quali Viterbo. Nel 1207, il Pontefice riordinava le province del Patrimonio; si faceva prestare giuramento di fedeltà dai conti, dai baroni e dai rappresentanti dei Comuni; e indiceva, infine, una pace generale, sciogliendo tutte le leghe. Innocenzo III convocò anche un Parlamento generale a Viterbo, per accrescere l'autorità dei rettori; e posto che questi erano tratti cosi a porsi sotto la protezione del Pontefice, la sua influenza sul Patrimonio era molto accresciuta, tanto più che egli era unico giudice nei conflitti fra rettori e parlamentari provinciali.

Nel 1231, il papato intervenne per risolvere le questioni tributarie e di servizio militare che dividevano le due classi dei milites e dei pedites, nei Comuni della zona circondante Roma, con un arbitrato decisamente favorevole ai milites, su cui il pontefice assumeva cosl un alto
patronato, assicurandosene la devozione. Gregorio IX poté addirittura contare sull'appoggio di Viterbo, Corneto, Tivoli, Velletri, Terracina ed Anagni contro le forze autonomistiche cittadine in Roma. Nel quarto decennio del 1200, l'autorità pontificia nel L. fu rafforzata dal fallimento dell'azione imperiale in Tuscia ed in Sabina, mentre, nel 1288, la battaglia di Tagliacozzo coronava l'opera di Urbano IV, intento al riordinamento del Patrimonio. A quest'opera più di ogni altro si adoperò Bonifacio VIII (1294-1303). Questo Pontefice si valse specialmente dei Comuni, perché - dopo aver colpito le grandi famiglie del contado - solo ai popolo poteva chiedere appoggio contro una eventuale riscossa baronale, offrendo in cambio, alle nascenti organizzazioni cittadine, il sostegno dell'autorità papale.

Più tardi - durante il pontificato avignonese - 1 rettori del Patrimonio erano costretti a vivere nella continua ricerca di un equilibrio fra le persistenti divisioni delle parti, che si sentiva ormai la necessità di superare. Dopo lo scisma d'Occidente, e dopo le incursioni di Ladislao, ai tempi di Innocenzo VII (1404-1406) e di Gregorio XII (1407-17), le terre della provincia si sottomisero ad Alessandro V (1409-10) che occupò Viterbo, Montefiascone e Corneto. L'opera di riordinamento ed assoggettamento del Patrimonio prosegui con Niccolò V (14471455) e Pio II (1458-64). Quest'ultimo poté domare la Sabina, occupare Palombara, eliminare la minaccia costituita dalle ambizioni del Piccinino. L'opera di Pio II fu completata da Paolo II (1464-71) che poté estendere la propria autorità su tutto il Patrimonio.

A partire dalla fine del sec. sy le vicende del 1. non possono essere oggetto di trattazione a sé stante, ma debbono venire inquadrate nella storia dello Stato della Chiesa e poi - addirittura - dell'Italia unita.

Non rimane che rammentare quanto è stato fatto per opere di bonifica delle zone malsane, poiché questo è ormai l'unico elemento regionale.

Bisc.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, 4 voll., Tormo 1907-23; R. Cessi, Una relazione di Giumone di S. Germano, rettore della Tuscia nel r340, in Arch. Soc. rom. storia patria, 26 (1913), p. 147 sgg.; G. Falco, L'omministrazione papale nella Campagna e nella Marittima, ibid., 38 (1915), p. 677 sgg.; id., I Comuni della Campagna e della Marittima nel mediarca, ibid. 42 (1918), p. 537 sgg.; 48 (1925), p. 3 sgg.; 49 (1926), p. 127 sgg.; G. Ermini, Relazioni fra Chiesa e Comuni della Campagna e della Marittima, ibid., 48 (1923), p. 771 sgg. Per le hibl. più recente v. Bibliografia storica nazionale (1939-46), Roma 19421949, v. indici.

Roberto Valentini
III. Storia ecclesiastica. - Il L. è una regione privilegiata, perché vi è Roma, sede primaziale, ove risiede il successore di s. Pietro. Dal sec. v si distinguevano il Latium vetus e il Latium adiectum, mentre la parte nord-ovest di Roma faceva parte della Tuscia.

Sulla diffusione del cristianesimo nel L. non si hanno notizie particolareggiate, ma si può con certezza affermare che il centro di propaganda e di organizzazione dovette essere Roma, come lo fu per la maggior parte delle chiese d'Italia; e alla storia della Chiesa romana sono legate le vicende di quelle del L. Fin verso la metà del sec. II non si conoscono nomi di diocesi costituite; probabilmente esistevano dei gruppi di cristiani più o meno numerosi dipendenti e diretti da Roma. Alla fine dello stesso secolo l'organizzazione doveva aver fatto un gran passo avanti: il papa Vittore infatti verso il 190 radunava, per decidere la controversia pasquale, un sinodo di vescovi italiani; senza dubbio parecchi di essi dovettero essere laziali, ma non si può precisare di più. Nella prima metà del sec. III, durante il lungo periodo di pace che precedette la persecuzione di Decio, l'organizzazione dovette meglio definirsi e parecchie Chiese costituirsi. Dopo la morte di Fabiano il claro romano comunicava a s. Cipriano di aver deciso insieme con gli «episcopis vicinis» di soprassedere sulla questione dei «lapsi» (Ep. 30), e poco dopo il papa Cornelio, nel 251, radunava un sinodo di 60 vescovi, la maggior parte certamente del L. (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Purtroppo nessun documento ha trasmesso notizie più precise, ma dalle fonti agiografiche ed archeologiche, come cimiteri, iscri-

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zioni e chiese, può con quasi certezza ammettersi l'esistenza delle Chiese di Ostia, Porto, Albano, Palestrina, Terracina, Labico, Formia. A queste Chiese appartengono i martiri attestati da documenti degni di fede, quali Asterio, Ciríaco ed Aurea per Ostia, Aristone, Nonno, Ercolano, Taurino, Eutropio, Bonosa, Zosima per Porto, Secondo, Carpoforo, Vittorino, Severiano per Albano, Agapito per Palestrina, Alessandro, Magno, Erasmo ed altri, altrove.

Dopo la pace costantiniana le Chiese si moltiplicarono sempre più c nei Sinodi tenuti sotto i papi Giulio (340), Damaso (372), Sincio (386), molti furono i vescovi del L.: a questo periodo risalgono infatti le Chiese di Tivoli, Anzio, Velletri, Segni, Bolsena, Tarquinia, ecc.

Nei secc. v e vi le Chiese del L. subirono le tristi vicende delle invasioni barbariche di cui fu vittima Roma, con distruzioni, saccheggi, devastazioni e mutazioni; ma all'inizio del sec. vil il L. contava ca. 30 diocesi costituite.

Con l'aprirsi del medioevo la vita religiosa fiorisce anche nel L. nelle sue più tipiche manifestazioni.

Monasteri famosi popolano la regione: Subiaco, Farfa, S. Silvestro al monte Soratte - ove nel sec. viII si ritirò Carlomanno - Casamari, Fossanova, per non parlare che dei più celebri fuori di Roma e delle sue immediate adocenze. Colonie di monaci greci si trasportano anche nel L. (Grottsferrata, Valvisciolo), le quali si intensificano ed esercitano larga influenza durante il divampare delie lotte bizantine nei periodi dell'iconoclastia e dello scisma.

Ai monasteri sono da aggiungere i santuari che già nel tardo medioevo cominciano ad attirare i pellegrini, quali la Madonna del Buon Consiglio a Genazzano, il Cristo di Sutri, la S.ma Trinità al Monte Autore, S. Maria della Quercia, S. Maria Capodacqua. Un gruppo caratteristico formano i santuari francescani della valle reatina (Greccio, Fontecolombo, Poggisbuatone, La Foresta) che si riallacciano a s. Francesco il quale nel L., dopo l'Umbria, lasciò le impronte più ricche del suo passaggio.

Figure di primo piano sono i santi che illustrano in questo periodo la regione: Bonaventura di Bagnoregio, Tommaso d'Aquino, Rosa da Viterbo. Più tardi s. Giacinta Marescotti e nei secoli più recenti i bb. Carlo da Scaze e Tommaso da Cori, s. Giuseppe da Leonessa, s. Felice da Cantalice, s. Paolo della Croce ecc.

Nelle lotte e rivolte frequenti della popolazione romana, durante i secc. xit-xiv varie città del L. accolgono i pontefici che le abbelliscono e le fortificano, quali Anagni, Viterbo ecc. Finché, con l'assoggettamento di tutta la regione, le sue sorti si confondono con quelle dello Stato Pontificio che del L. forma due legazioni.

E la regione che possedeva e possiede tuttora più sedi episcopali delle altre regioni; i continui rapporti con il centro dell'Impero favorirono questo numerose sviluppo. Molte di queste sedi sono ora scomparse. Nel Latium vetus vi erano le sedi di Subaugusta; Labicum; Gabii; Treba Augusta; Nomentum; Ficules. Nel Latium adiectum: Antium; Tres Tabernae; Fundi; Formiae; Menturnum; Casinum; Frusino; Atina. Nell'Etruria: Loricum; Caere; Aquaviva; Falerii; Vulsinii; Ferentum; Forum Clodii.

Oggi, oltre le diocesi suburbicarie (v.) di Frascati, Ostia, Palestrina, Porto e S. Rufina, Magliano e Poggio Mitteto, Velletri, il cui titolare è un cardinale di Curia, la regione si divide in L. superiore e L. inferiore. Al L. superiore appartengono le sedi di Acquapendente, Bagnoregio, Civita Castellana, Orte e Gallese, Montefascone, Nepi e Sutri, Tarquinia e Civitavecchia, Viterbo e Tuscania, S. Martino al Monte Cimino (abbatia nullius), le abbazie nullius di S. Paolo fuori le mura, dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane e di S. Anselmo. Nel L. inferiore si annoverano le sedi di Alatri, Anagni, Aquino-Sora e Pontecorvo, Ferentino, Segni, Terracina, Sezze e Priverno, Tivoli, Veroli; le abbazie nullius di S. Maria di Grottaferrata, Subiaco e Monte Cassino. Nel vicariato dell'Urbe ha sede il tribunale ecclesiastico regionale per le cause matrimoniali, il quale funge anche come tribunale di appello per i tribunali regionali di Napoli e di Cagliari (cf. Pio XI, motu proprio Quanta cura, 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 310-13).
Biat.: Per l'antichità : Lanzoni, pp. 93-174, 1068-92; L. Du-
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(Ist. Alivari)
Lazio - L'Aniene presso l'abbazia di S. Scolastica - Subiaco.
chesne, Le sedi episcopali dell'antico ducato di Roma, in Arch. Soc. rom. di storia patrio, 15 (1892), pp. 474-503. A. Harnack, Missione e propagazione del cristianesimo, ed. it., Milano 1943, p. 371 sgg. Per il medioevo, v. le storie generali della Chiesa e d'Italia. Per monografie particolari, su santuari, monasteri ecc. v. la bibliografia particolare che, in apposita rubrica dedicata al L., riporta la Rivista di Storia della Chiesa in Italia, dal 1947 in poi.

IV. Arte. - A parte Roma (v.), centro vivissimo di cultura artistica, la regione è di per sé di notevole importanza per il numero e il valore dei monumenti che tuttora conserva. La sua produzione artistica non ha, tuttavia, almeno fino al periodo barocco, un carattere unitario; ciò è dovuto in primo luogo al tradizionalismo romano del medioevo che da un lato impedì l'unificazione delle forme regionali e dall'altro non ebbe sufficente forza di espansione, poi alla immigrazione di artisti forestieri, specie durante il tardo medioevo ed il primo Rinascimento, ed infine alle diverse condizioni culturali delle zone a nord e a sud della città.

Del periodo paleocristiano rimangono scarsi resti : i colonnati della Basilica Costantiniana nella cattedrale di Albano, una tricora di data incerta sotto la chiesa della Carità a Tivoli, i resti della basilica di S. Sinfarosa sulla Via Tiburtina e della basilica di Pammachio a Porto. Gli apporti della cultura architettonica dei Maestri comacini sono invece rappresentati nella regione dal tratto più antico del S. Pietro di Tuscania.

Nell'età romanica molte chiese mantennero lo schema basilicale a colonnati con o senza transetto e copertura a tetto (Castel S. Elia, S. Anastasio; Nazzano, S. Antimo; Fiano, S. Sisto; Bassanello, S.mo Salvatore; Monteleone Sabino, S. Vittoria; Magliano, S. Pietro; Palombara, S. Giovanni in Argentella; Tivoli, Carità; Ferentino, Duomo; Terracina, Duomo, ecc.). Non mancano anche costruzioni più semplici a navata unica con o senza transetto e sempre coperte a tetto in vista (Capena, S. Leone; Orvinio, S. Maria del Colle; Ponticelli, S. Maria del Colle; S. Maria in Vescovio, ecc.).

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(Int. Gab. Int. naz.)
Lazio - Tarquinia, Palazzo Vitelleschi (1436-39).

I modi propri dell'architettura romanica a vòte ap. paiono in forme interessantissime fin dal sec. XI nel S. Flaviano di Montefiascone e con accenti decisamente lombardi in S. Maria di Castello a Tarquinia. Quindi si diffondono assai presto nella regione ma vengono accolti più nelle loro caratteristiche ornamentali che in quelle costruttive. A Viterbo, sotto l'influsso combinato di modi lombardi e romani, si sviluppa una architettura locale vigorosa ed originale (Duomo, S. Sisto, S. Maria Nuova, S. Giovanni in Zoccoli) che si diffonde anche nei centri vicini (Tarquinia, Tuscania, Vetralla). Tarquinia accoglie anche modi arabo-siculi (S. Giacomo), Tuscania compone elementi toscani, umbri e romani nelle fasciate delle sue chiese principali (S. Pietro, S. Maria Maggiore); il gusto umbro per le cornici orizzontali si diffonde un po' dovunque nell'alto L.: modi narnensi ricorrono in un gruppo di chiese della Sabina (Montebuono, Ta. rano, Fianello); spunti di gusto meridionale e specialmente campano si mescolano nel L. meridionale a forme lombarde (Anagni) e romane (Terracina). L'architettura benedettina lascia a S. Maria la Libera di Aquino la sua opera più pregevole e spunti arabeggianti conferiscono un carattere originale alle architetture di Gaeta. Un classicismo allo stesso tempo vigoroso e pittoresco presentano le opere dei Cosmati (v.), come il portico di Civita Castellana e il chiostro di S. Scolastica a Subiaco.

Il gotico giunge nel L. meridionale tra la fine del xir e il principio del xiri sec. con le abbazie di Fossanova e di Casamari in una forma allo stesso tempo temperata e pura. Sorgono allora vari edifici più o meno dipendenti per stile da quei prototipi : S. Maria in Flumine a Ceccano, la badia di Valvisciolo, S. Francesco e S. Maria Maggiore di Ferentino, la chiesa di Amaseno, la cattedrale di Priverno, il transetto di quella di Anagni, ecc. Il nuovo stile giunge fino alle porte di Roma con il S. Nicola sulla Via Appia. Un poco in ritardo l'abbazia di S. Martino al Cimino esercita una azione analoga sul L. settentrionale (Viterbo, chiostro di S. Maria in Gradi, S. Francesco; Montefiascone, prolungamento del S. Flaviano; Tarquinia, S. Giovanni, ecc.). A Rieti hanno forme goticheggianti
il portico della Cattedrale e le chiese di S. Pietro, S. Domenico e S. Agostino che accolgono anche il tipo di facciata aquilana a coronamento rettilineo. Tali modi permangono per tutto il ' 300 ed anche nel secolo successivo ad Amatrice (S. Francesco, S. Agostino). A Cittaducale (S. Maria del Popolo) e a Leonessa, dove si hanno anzi gli esempi più tardivi di gotico. Il fenomeno si ripete in forma meno accentuata nel basso L. dove, a Fondi, in un gruppo di chiese la fase quattrocentesca si salda strettamente a quella di due secoli prima. Interessanti complessi di architettura civile del medioevo si conservano a Viterbo, Tarquinia, Tuscania, Tivoli, Segni, Anagni, Ferentino, ecc.; fra i palazzi pubblici vanno ricordati quelli di Anagni, Priverno e Viterbo; Genazzano offre invece un gruppo omogeneo di edifici civili di gusto gotico meridionale che rialgono al primo ' 400 . La scultura romanica si limita in genere ad opere decorative; i modi cosmateschi si diffondono un po' dovunque fino a congiungersi nel L. meridionale con le forme campane affini ma distinte per il gusto del colore e per il modo di ornare. Nel tardo 'zoo il tema della tomba fu largamente trattato nel Viterbese; l'esemplare di maggiore interesse è quello di Adriano V (Viterbo, S. Francesco) ove forse collaborò Arnolfo. La scultura lignea vanta esemplari di grande coerenza come la Madonna di Acuto del xiri sec., oggi nel Museo di Palazzo Venezia a Roma, o di raffinata esecuzione come il gruppo delle Deposizione del duomo di Tivoli.

La pittura romana del sec. xi si diffuse nella regione con vasti cicli, come quelli di S. Anastasio a Castel S. Elia, ove lo schematismo lineare assume particolare potere di suggestione, o di S. Pietro di Tuscania, che sono i più prossimi ai modelli romani per raffinata eleganza. Maggiore ampiezza di forme hanno invece gli affreschi di S. Silvestro a Tivoli. Vasta fu pure fra il XII e il XIII sec. la produzione di pitture su tavola rappresentanti il Salvatore (Tivoli, Sutri, Trevignano, Viterbo, ecc.) o la Madonna (Viterbo, Vetralla, ecc.). Ad Ausonia (S. Maria del Piano) si conserva il più importante ciclo di scuola benedettina della regione. Ad una maniera più bizantineggiante, di intonazione veneziana, appartengono i musaici dell'abbazia di Grottaferrata. Pur bizantineggianti, ma più vigorosi e liberi, sono gli affreschi della cappella di S. Gregorio al S. Speco di Subiaco, affini a quelli della cripta del duomo di Anagni che sono il più importante ciclo medievale di tutta la regione, ove confluiscono anche artisti di varie tendenze. Riflessi dei maestri operanti a Roma alla fine del ' 200 si trovano uniti ad una vivacità narrativa di vena popolareoca nelle opere di Consolo al S. Speco di Subiaco, mentre il pittore di S. Maria in Vescovio ripete nei primi anni del ' 300 con accentuazioni lineari moduli cavalliniani; a forme romane e assisiate si collegano i più antichi affreschi del S. Flaviano di Montefiascone.

Per le condizioni storiche del L. nel ' 400 i modi rinascimentali penetrarono nella regione con un certo ritardo; costruzioni significative di tale periodo restano la chiesa della Quercia presso Viterbo, il tempietto della Feste pure a Viterbo, la chiesa di S. Maria del Soccorso a Corchiano, di S. Aurea ad Ostia antica, di S. Oliva a Cori con annesso chiostro, ecc. Un riflesso di forme bramantesche giunge nel tempietto del Sangue a Vellatri, poi il Sammicheli inizia il duomo di Montefiascone, Antonio da Sangallo il Giovane costruisce le chiese di Cellere e di S. Maria in Montedoro presso Montefiascone e la cappella detta La Rocchina nell'Isola Bisentina; il Vignola quelle di Mazzano Romano, S. Oreste e di S. Maria del Piano presso Capranica. La sua maniera si diffonde per tutto l'alto L. imprimendo un particolare carattere a parecchie cittadine del Viterbese. I modi di Giacomo Della Porta si riflettono nel Gesù di Tivoli. La produzione civile fu al confronto in questo periodo assai più vasta. Grandiose le opere di architettura militare (Genazzano, Bracciano), dovute spesso ad artisti operanti a Roma, come B. Pontelli (Ostia), Giuliano da Sangallo (Grottaferrata), Antonio da Sangallo il Vecchio (Nattuno, Civita Castellana) o Antonio da Sangallo il Giovane (Civitavecchia, Montefiascone) o il Peruzzi (Roccasinibalda). Mirabile palazzo sorgente da opere di fortificazione è

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(da W. P'nder, Der Sannbarg bam und a an' Bihlarcks. (bation 1931, ber. 21)
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(fat. Aliauri)
In alto: LECTORIUM NEL CORO GCCIDENTALE del duomo di Naumburg (sec. xv). In basso: LECTORIUM DELLA CHIESA DI S. MARIA DE' FRARI (1475) - Venezia.

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STORIE DI ALESSANDRO III. In alto: Il Papa riceve l'Imperatore; conquista di una città. In basso, Combatimento navale tra Veneriani e Ottone, figlio del Barbarosto. Affreschi di Spinello Aretino (nce. xiv) - Siena, Palazzo comunale.

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quello di Caprarola del Vignola a cui spetta pure la Villa di Bagnaia, mentre il Ponzio lavora a Mondragone e il Della Porta alla Villa Aldobrandini di Frascati.

Il grande dislivello culturale che si va creando fra Roma e il L. è causa anche del limitato valore delle opere di scultura e di pittura. Tuttavia mentre Giovanni Dalmata completa la decorazione del tempietto di S. Giacomo a Vicovaro, il Bregno scolpisce il tabernacolo di S. Maria della Quercia e Andrea Della Robbia vi esegue le funette maiolicate. Michelangelo, verso il 1540 , scolpisce, verosimilmente per Vittoria Colonna, la sua Pietà di Palestrina, ora a Firenze, nel Museo dell'Accademia.

Così mentre le forme masoliniane erano penetrate ben presto nella regione con i cicli dell'Annunziata di Riofreddo e di Cori, la cultura figurativa della regione verso la metà del secolo è rappresentata dal mediocre Pietro Coleberti (Priverno, Sermoneta) e Iacopo da Roccantica (Montebuono). Opera di grande bellezza e coerenza stilistica è invece la cappella Mazzatosta nella chiesa di S. Maria della Verità di Viterbo, dovuta a Lorenzo da Viterbo, vigorosa individualità di pittore nella cerchia di Piera della Francesca. Varie opere di Antoniazzo Romano sono sparse nel L. accanto a quelle di modesti maestri di cultura media quali Piermatteo d'Amelia e Antonio da Viterbo. Un'isola di maniera veronese è costruita dalle opere di Cristoforo Scacco a Fondi e a Montesambitugo; verso l'Ascolano opera il ritardatario ed eclettico Cola dell'Amatrice.

I grandi pittori del ' 500 non hanno lasciato opera nel L.; largamente rappresentati invece i loro seguaci fino al manierismo. A Viterbo è la mirabile Pietà di Sebastiano del Piombo, la Villa di Caprarola e quella d'Este a Tivoli offrono l'esempio di importanti complessi manieristici, mentre variamente rappresentati nelle chiese della regione sono altri pittori come il Siciolante, il Pulzone, il Muziano, ecc.; particolarmente attivi a Rieti furono i veronesi Torresani.

Da Roma il barocco si diffonde in tutto il L. Il Maderno lavora alla Villa papale di Castel Gandolfo e alla chiesa di S. Maria del Trivio a Velleri, il Bernini costruisce le chiese di Castel Gandolfo e dell'Ariccia e la facciata del santuario di Gallaro, Antonio del Grande la
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(fol. allnari)
Lazio - Chiesa di S. Maria della Quercia, di Carlo di Moristeo e Domenico da Firenze (inizio sec. xvi) - Viterbo.

Collegiata di Marino, Mattia De' Rossi quella di Valmontone, Girolamo Rainaldi la S. Teresa di Caprarola e suo figlio Carlo le due parrocchiali di Montecompatri e Monte Porzio, Carlo Fontana lavora a lungo a Formello, Girolamo Fontana innalza la facciata della cattedrale a Frascati e più tardi il Salvi rinnova la chiesa di S. Maria in Gradi a Viterbo. Molte opere che riflettono variamente la maniera dei maestri maggiori aspettano ancora una precisazione stilistica, ma moltissime altre sono soltanto lavori di ammodernamento o trasferiscono in modi sciati e paesani la nobiltà dei modelli.

Fra le sculture dell'età barocca meritano soprattutto di essere segnalate l'Immacolata del Puget del duomo di Tivoli, le statue berniniane del duomo di Rieti e i monumenti della cappella baronale di Palestrina. Fra i cicli pittorici sono specialmente notevoli quelli del Domenichino a Grottaferrata presso la Badia e di padre Pozzo nella chiesa del Gesù a Frascati; opere di vari maestri si trovano in diverse chiese della regione, ma sono per lo più scarsamente rappresentative.

L'architettura neoclassica è particolarmente rappresentata a Civitavecchia e a Rieti; del Camuccini è una bella raccolta di opere nel palazzo omonimo di Cantalupo.

Esempi di centri interamente moderni con edifici spesso pregevoli offrono Latina, Pomezia, Aprilia e specialmente Sabaudia, città nuove nella zona recentemente bonificata dell'Agro Pontino. - Vedi tavv. LXI-LXII.

Bibl.: G. Tomassetti, La campagna romana, Roma 1906; A. Bargellini, Etruria meridionale, Bergamo 1900; A. Cervesato, Latina fellae, La campagna romana, Roma 1910; A. Colasonti, L'Aniene, Bergamo 1910; G. Silvestrelli, Città, castelli e terre della regione romana, Città di Camillo 1914; A. Rossi, Terrazina e la Palude Pontina, Bergamo 1921; P. Tossca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, v. indice; E. Martinori, L. turrico, Roma 19321934; F. Palmagriani, Rieti e la sua provincia, ivi 1932; E. Lavagnino, Il medioevo, Torino 1936, v. indice; Architettura minore in Italia, III. L., Roma 1940, a cura della Società dei cultori d'architettura.

Guglielmo Matthiae
LAZZARETTO (Ospedale). - Con il diffondersi delle pestilenze, nella seconda metà del sec. xiv, s'incominciò ad isolare i malati di morbi contagiosi, perché non trasmettessero ad altri i loro mali.

Venezia fu la prima a istituire un ospedale per malati contagiosi; nel 1403 , infatti, la Signoria veneta tolse agli Eremiti dell'Ordine di S. Agostino l'isola di S. Maria di Nazareth, dove quei frati avevano edificato un monastero ed una chiesa, su cui già sorgeva un ospedale per pellegrini, mutandolo in ospedale per malati contagiosi. Il nome «l. "a esso dato pare derivasse da un'alterazione di pronuncia dal Nazarethum o dalla vicinanza con l'isola di S. Lazzaro; la denominazione passò in seguito a tutte le istituzioni del genere. I successivi decreti del 1448 e del 1476 confermarono l'istituzione che, amministrativamente, si mantenne in vita mediante le entrate dell'officio del sale e a mezzo di oblazioni di privati, fino a crearsi il concetto del dovere morale di testare lasciti in favore del l. In breve tempo, i l. si moltiplicarono nelle città italiane. Nel 1488 Milano ne fece costruire uno proprio con notevoli progressi nella sistemazione interna; e circondato da un fossato di 10 braccia di larghezza.

I 1. furono costruiti a distanza dall'abitato, non troppo vicini per evitare il contagio, né troppo distanti onde esser agevolmente raggiunti da parte dei malati. Si ebbe cura di non orientarli ai venti occidentali, ritenuti nocivi perché putridi e causa, si pensava, di diffusione d'epidemia.

Come mezzo d'isolamento, si costruirono in luoghi elevati e in isole, preferendo l'isolamento creato dall'acqua, per cui si costruivano ampi fossati quando non fosse possibile altrimenti; così a Roma, nel 1656 , il card. Gastaldi fece costruire il 1. nell'Isola Tiberina. I malati, per quanto compatibili con l'affollamento, venivano disposti in locali arieggiati; ma in tempi d'epidemia servirono come ricovero i portici e baracche sussidiarie; una cappella per gli Uffici divini era collocata nel centro del 1. L'aria veniva depurata con suffumigi nell'interno degli ambienti, versando sul fuoco vivo sostanze fortemente odorose; gli oggetti dei deceduti venivano inceneriti.

Necessaria fu anche la costruzione di 1. nelle città

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portuali, per difendersi dall'importazione di morbi contagiosi. Tali luoghi di quarantena, dopo i perfezionamenti dovuti all'esperienza acquisita con il volgere degli anni, furono costituiti ciascuno di quattro fabbricati a due piani con opportuna distanza tra loro. Il primo serviva per abitazione del personale superiore : ispettore, commissario, medici, chirurghi, speciale, sacerdote e ufficiali; nel secondo erano collocati gli uffici e la cappella; nel terzo, dove si svolgeva la quarantena, era collocata l'infermeria dei malati sospetti ed i magazzini delle merci provenienti da luoghi infetti. Questi primi tre edifici erano distanti tra loro non meno di quaranta piedi. Il quarto doveva distare dagli altri almeno duecento; in esso erano ospitati coloro che erano manifestamente colpiti dal male e deposte le merci dei bastimenti che avevano avuto malati a bordo. Sentinelle erano a guardia dei cortili dove i convalescenti potevano posseggiare, sorvegliando che non si commettessero infrazioni. In luogo appartato e ben lontano era la camera mortuaria.

BibL.: A. Pazzini, Storia della medicina, I, Milano 1947, p. 359 sgg.; A. Castiglioni, Storia della medicina, nuova ed., Verona 1948, v. indice.

LAZZARISTI: v. CONGREGAZIONI DELLA MISSIONE.
LAZZARO. - Raskolnico russo, m. nel 1681. I documenti lo designano come sacerdote de Romanoborisoglevsk (governo di Jaroslav); ma svolse la sua attività a Mosca accanto al patriarca Giuseppe. Più tardi prese parte attiva nella lotta contro la riforme del patriarca Nikon. Per questa causa fu confinato in Siberia, di là trasferito al monastero di Pustozersk nella Russia settentrionale, e finalmente fatto venire a Mosca, dove fu condannato. Nel 1681 moriva arso sul rogo insieme ad Avvakum, Teodoro ed Epifanio.

Si conservano due suoi opuscoli: Lo scudo dell'ortodoxia e La questione religiosa del beatissimo patriarca. L. viene citato dai cattolici per la sua sentenza in favore dell'Immacolata Concezione.

BibL.: N. Subbotin, Materialy dlia Istorii Rashola, I, Mosca 1875, pp. 431-37; J. Ledit, Russia renies her ancient faith, in Thought, 5 (1930), pp. 411-31. Maurizio Gordillo

LAZZARO di Bethania. - Fratello di Marta (v.) e di Maria, amico e commensale di Gesù (Io. 11, 5.36; Mt. 21, 17; Mc. 11, 11) e da lui risuscitato. La risurrezione di L. è narrata con molti particolari in Io. 11.

Ai razionalisti che pretendono di scorgere in questo racconto un semplice simbolo della risurrezione spirituale del peccatore, si può far osservare la precisione di questi particolari che, nell'intenzione dell'evangelista, dovevano servire di mezzi di controllo per la verità storica del suo racconto. Si notino le circostanze di luogo (a Bethania, distante ca. 15 stadi da Gerusalemme : 11, 17), di tempo (morto da 4 giorni), il timore della puzza, la minuta descrizione della tomba, delle fasce, l'indicazione di amici ed avversari, le conseguenze di odio sorte in questi ultimi, capi sacerdoti sadducei (che negavano la risurrezione) e che vollero poi uccidere Gesù (Io. 11, 53) e lo stesso L. (12, 10). Alcuni particolari sembrano perfino controproducenti per lo scopo di Giovanni, che tende a dimostrare la divinità di Gesù. A che pro avrebbe inventato il pianto, la pregi.lera umana di lui?

All'obbicsione desunta dal silenzio dei Sinottici si fa osservare ch'essi avevano già dimostrato sufficentemente che Gesù aveva il potere di risuscitare i morti (la figlia di Isiro: Mc. 5, 21-34 e paralleli; Mt. 11, 5; il figlio della vedova di Naim: Lc. 7, 22); nel loro piano di composizione intendevano limitarsi al ministero di Gesù in Galilea e in Perca, riservandosi di parlare di quello svolto nella Giudea propriamente d:sta solo dopo descritto l'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Non hanno consistenza le obbiezioni che parlano d'un risveglio da morte apparente (basta pensare ai 4 giorni!), oppure di un'amplificazione dei racconti sul mendico Lazzaro (Lc. 16, 20-31) o su Marta e Maria (Lc. 10, 38-42).

La leggenda che L. abbia evangelizzato la Provenza e sia stato vescovo di Marsiglia risale al sec. XI-xII. Più attendibili sono le notizie orientali che mostrano le reliquie di L. a Kition (Lar. nuca, Cipro). Nel Martirologio romano L. si ricorda al 17 dic. Nel rito ambrosiano la quinta domenica di Quaresima è detta "di L. ".

BibL. : P. Renard, Lazare, in DB. IV, coll. 139-41; U. Holzmeister, Lazarus v. Bethanien, in LThK. VI, col. 433 se.: M.-J. Lagrange, St. Teon, 6a ed., Parigi 1047, pp. 209-317.

Pietro De Ambroggi
Iconografia. - Essa trasse ben presto dal Vangelo di s. Giovanni la rappresentazione del miracolo della risurrezione di L. a dimostrare la fede nella onnipotenza di Gesù Cristo, nella morte e nella certezza della risurrezione (I Cor. 15, 13 sgg.). La frequenza di questa scena sia nelle pitture che nelle sculture cimiteriali attesta realmente tale certezza, secondo l'espressione di Tertulliano «fiducia christianorum resurrectio mortuorum» (De Resurr. curati: PL 4, 841).
G. Wilpert ha elencato oltre 50 esempi in pitture (Pirure, p. 208); anche nei sarcofagi si hanno almeno altrettanti esempi, sia in Roma che a Ravenna, a Terni, ad Auch, ad Arles, a Cahors, a Clermont-Ferrand, a Le Mas d'Aire, a Luci de Béarn, a Tarascona, a Barcellona, a Saragozza, a Istambul.

In alcuni sarcofagi destinati a contenere una defunta, la figura di L. secondo il Wilpert assunse un volto muliebre (Sarcofagi, II, pp. 202-203 e tnvv. 139 e 212, 2).

La rappresentazione del miracolo venne anche graffita in lastre di marmo contenenti iscrizioni (esempi in O. Marucchi, I monumenti del Museo Pio-Lateranense, Milano 1910, tavv. 35, 5; 57, 10, 15; G. SchneiderGraziosi, Il labaro costantiniano e la risurrezione di L. sopra due marmi del cimitero di Priscilla, in Nuovo bull. di arch. critt., 19 [1913], p. 137, fig. 3]. La risurrezione di L. viene ricordata da Damaso nella professione di fede dettata per il suo epitafio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, n. 43, Città del Vaticano 1942) e due esametri ne furono ripetuti nell'epitafio di un Sebetianus (O. Marucchi, op. cit., tav. 52, n. 37).

Nell'arte non cimiteriale esisteva la scena nei cieli biblici, come lo attesta il diatico dettato da Prudenzio per una basilica di Saragozza (PL 60, 106); la scena musiva esistente in S. Martino in caelo aureo (493-526) oggi S. Apollinare Nuovo in Ravenna (Wilpert, Mosaiken, p. 798). Fu pure effigiata in lampade fittili, sia di Cartagine (A. Héron de Villefosse, Lampe chrétienne figurant la résurrection de L. trouvée à Carthage, in Bulletin de la Société des antiquaires de France, 1917, pp. 136-39); sia ad Alessandria d'Egitto (R. Pagenstecher, Die Anfer-

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weechung des Lazarus auf einer römischen Lampe, in Bulletin de la Societé archéol. d'Alexandrie, nuova serie, 2 [1909], pp. 267-72). Fu pure tessuta la scena in stoffe, a testimonianza di s. Asterio, vescovo di Amasea (PG 40, 166); si trova spesso in verri dorati (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1881, tavv. 177, 6-8; 178, 3). Si ha inoltre nella capsella argentea di Brivio del sec. v (Venturi, 1, p. 521, fig. 450). In avori, come nel dittico di Palermo, del sec. v (Venturi, I, fig. 382); nella capsella di Brescia (J. Kollwitz, Die Lipsonatheh von Brescia, Berlino 1933), e nel rovescio del dittico di Boezio nella stessa città (A. Muñoz, Le pitture del dittico di Boezio nel Museo cristiano di Brescia, in Nuovo bull. di arch. crist., 13 [1907], pp. 5-14); in una copertura d'Evangeliario del Tesoro del duomo di Milano; nelle capselle eburnee del Museo civico di Bologna e di Darmstadt (G. Stuhlfauth, Die altchristliche Elfenbenplastih, Friburgo in Br. 1896, pp. 30 e 118); in una tavoletta del Museo di Strasburgo (id., op. cit., p. 165). Si riscontra la scena anche in una sottile lamina di bronzo rinvenuta a Vermand, presso St-Quentin (A. Danicourt, Etude sur quelques antiquités trouvées en Picardie, in Revue archéol., 1 [1886], pp. 92-93).

In tutti i monumenti ricordati la tomba di L. è sempre rappresentata da un monumento sepolcrale romano a terra, con timpano. Questa fuggia si mantiene anche in affreschi tardi, come in S. Giovanni a Porta Latina, o sulle porte di Benevento, di Pisa e di Monreale. Nel codice purpureo di Rossano, L. esce invece da una caverna (A. Muñoz, Codes purpureus Rossanensis, Roma 1907, tav. 1). Da questo tipo dipendono le scene della risurrezione di L. che si vedono nel Vangelo copto
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(da Wlipert, Sarcofagi, tav. 128, il
Lazzaro di Bethania - Risurrezione di L. Particolare di sarcofago del sec. IV - Roma, Museo delle Terme.
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della Biblioteca nazionale di Parigi (ms. copr., n. 13, fol. 233*), gli affreschi nei cicli biblici di S. Urbano alle Caffarelle e di S. Angelo in Formis, e in musaico a Monreale; la piccola scena musiva a fondo oro in una legatura di libro liturgico nell'Opera del Duomo a Firenze, ecc. Anche nell'affresco di Giotto, nella cappella degli Scrovegni (Padova), L. esce da una caverna.

Come già è stato detto, la leggenda che la Provenza sia stata evangelizzata da L. e dalle sue sorelle Marta e Maddalena non è più antica del sec. XI e proviene dall'abbazia di Vézelay al tempo dell'abate Goffredo. (L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2* ed., Parigi 1907, pp. 321-59). La leggenda che L. sia stato vescovo di Marsiglia può essere stata facilitata dal sepolcro del vescovo Lazzaro di Aix nel sec. v deposto nella cripta di S. Vittore a Marsiglia (G. Morin, St Lazare et st Massimin, Parigi 1897). Ma in realtà s. Girolamo attesta che Paola vide presso Betania il sepulchrum Lazari (Ep. 108; PL 22, 887).

Adone nel suo Martirologio lo indica al 17 sett. senza menzione di luogo. Un monaco Bernardo lo dà quale vescovo di Efeso per 40 anni; nei Sinassari greci si trova sotto differenti giorni il ricordo della traslazione a Costantinopoli da Cipro nell'anno 899 per ordine dell'imperatore Leone VI (H. Delehaye, Synaxarium Ecclesiae Constantinopol., coll. 144, 146, 544, 548, 658, 660; Saints de Chybre, in Anal. Boll., 26 [1907], pp. 237-58).

La cattedrale di Autun, dedicata a s. Nazario fino al principio del sec. XII, mutò il nome in S. L. quando ca. il 1147 si ritenne di possedere le reliquie di s. L. il risorto. Marsiglia però non reclamò dette reliquie che suppose messe in salvo ad Autun dalle scorrerie del Saraceni. Dietro l'altare della cattedrale di Autun si trovava il monumento eretto da un monaco di nome Martino al tempo del vescovo Stefano II (1170-89) a forma di piccola chiesa in marmo bianco, rosso e nero con un piccolo vano inferiore a volta contenente nel mezzo un sarcofago con l'iscrizione nel coperchio Lazare veni forni e le quattro statue di s. Pietro, s. Andrea, s. Marta e s. Maddalena (frammenti oggi nel Museo di Autun). - Vedi tav. LXIII.

Bibl.: A. Peraté, La résurrection de L. dans l'art chrétien primitif, in Mél. d'archéol. et d'hist., 12 (1892), pp. 271-79; H. Leclerey, Lazare, in DACL, VIII, coll. 2009-37. Enrico Josi

LAZZARO, il Mendico. - E menzionato da Gesù nella parabola di L c .16,19-31. Ritengono storico L. e il racconto Tertulliano, s. Ambrogio, s. Girolamo, s. Ireneo, s. Bonaventura, C. a Lapide, e altri. S. Cirillo Alessandrino crede che la persona di L. sia storica, il racconto no; così Teofilatto, Eutimio, Maldonado, L. Fonck. La maggioranza dei moderni, con L.-C. Fillion, J. Knabenbauer, M. Sales, M.-J. Lagrange, D. Buzy, J.-M. Vosté, ritengono fittizio nome e racconto.

Bulle dottrina insegnata nella parabola non tutti si accordano. Buzy, seguito da Marchal (in La Ste Bible,

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ed. L. Pirot, Parigi 1948) ritiene che la parabola tratti solo della possibile sorte diversa dei ricchi e dei poveri, senza accenno all'uso morale delle ricchezze; la maggior parte dei commentatori invece, con Vosté, vede qui la sanzione per il cattivo uso delle ricchezze e il premio per la povertà pazientemente sopportata.

BibL.: J.-M. Vosté, Parabolse selectae D. N. I. C., II, 2° ed., Roma 1933, pp. 738-62.

Pietro De Ambroggi
Iconografia. - Nel ciclo pittorico di S. Angelo in Formis è rappresentato il banchetto del ricco epuilene mentre a destra un cane lambisce le piaghe al mendico L., disteso a terra; nella scena seguente, dalla fornace dell'inferno il ricco tende le braccia verso Abramo che, assiso a destra, in alto, tiene sulle ginocchia un piccolo bambino (l'anima del povero L.).

La parabola venne raffigurata anche in un manoscritto greco della Biblioteca nazionale di Parigi e nell'Hortus Deliciarum; nel sec. xit appare a Moissac, ad Avila, ad Aosta ecc. In Inghilterra, nel castello di Northampton, un affresco datato al 1252 mostra L. scacciato dal ricco. A. Winchfield, nella Hampshire, alla fine del sec. xi era dipinta la storia di L. e del ricco. Questi, assiso a tavola con tre dame, fa scacciare L. che chiede l'elemosina alla porta mentre un cane gli lambisce le piaghe. Di fianco rappresentava L. morto, di cui un angelo raccoglie l'anima raffigurata da un bambino, accolto in cielo da una maestosa figura nimbata, mentre di sotto le fiamme circondano il ricco.

BibL.: J. Wilpers, Masaihen, pp. 837-38. Eutico Josi
LAZZARO di Parb (Pharpi; Parbetzi). - Autore armeno, sacerdote, n. ca. il 440 , autore di una storia del popolo armeno, continuazione di quella di Fausto di Bisanzio, e cioè dal 384 al 485.

In questa opera è inserita la storia della visione di s. Sahak patriarca della cui genuinità e storicità dubitano gli autori. In fine c'è la lettera di L. diretta al principe Vahan, per discolparsi da calunnie inflittegli, dove è descritta la società del tempo con cupi colori di decadenza morale. specialmente per l'ignoranza del clero.

L'opera di L. è fonte preziosa della storia armena dei suoi tempi per il senso realistico e sincero del narratore che ha attinto da testimoni oculari e da tradizioni sicure.

BibL.: L'opera di L. è stata edita a Venezia (ultima ed. 1891). Una versione in francese presso V. Langlois, Collection des historiens anc. et mod. de l'Arménie, II. Parigi 1869, pp. 223368; F. Somnion, Quadro della storia letteraria di Armenia, Venezia 1829 (v. indice); G. Khalathian, L. di Parb e le sue opere (in armeno), Mosca 1883; C. Kibarian, Storia della letteratura armena, Venezia 1944, pp. 93-103.

Ella Pecklan
LEA, santa. - Nobile vedova romana del sec. IV. Fu una delle più assidue frequentatrici del cenacolo spirituale venutosi a creare sull'Aventino, nel Palazzo di Marcella.
S. Girolamo, maestro e direttore spirituale di quella singolare comunità dal 382 al 383 , chiama L. «monasterii princeps» e "mater virginum" (Epist. XXXIII, 2), sebbene non si possa parlare di una vita cenobitica propriamente organizzata.

Morì nel 384 e lo stesso s. Girolamo ne tessé l'elogio in una lettera a Marcella (Epist. XXIII : PL 22, 425-27), rievocando della scomparsa l'assiduità dell'orazione, la capacità direttiva e le aspre penitenze. E commemorata nel Martirologio romano il 22 marzo.

BibL.: Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, pp. 383-84; F. Cavallera, St Yérôme, sa vie et son oeuvre, parte 1°, I, Lovanio 1922. 5. 100 sg.; Martyr. Romanum, p. 108. Emanuele Romanelli

LEA, Henry Charles. - Storico ed editore protestante, n. il 19 sett. 1825 a Filadelfia, m. ivi il 24 ott. 1909. Entrò nel 1843 nella casa editoriale paterna e ne divenne il direttore nel 1865 . Dal 1857 in poi si dedicò con ardore allo studio della storia medievale europea, con particolare riguardo a quella religiosa. Gli si debbono specialmente: A history of the Inquisition of the middle ages (Nuova York 1888); in tre volumi, completata dalla History of the Inquisition of Spain (4 voll., ivi 1906-1907); Inquisition
in the Spanish dependencies. Sicily, Naples, Sardinia, M