volume-07

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sa. Gli si debbono specialmente: A history of the Inquisition of the middle ages (Nuova York 1888); in tre volumi, completata dalla History of the Inquisition of Spain (4 voll., ivi 1906-1907); Inquisition
in the Spanish dependencies. Sicily, Naples, Sardinia, Milan, the Canaries, Mexico, Peru and New Granada (ivi 1908). Opere in cui alla ricca documentazione non corrisponde sempre l'equanimo valutazione dei fatti e la sicura impostazione storica. Pubblicò pure History of auricolar Confession and Indulgence in the latin Church ( 3 voll., ivi 1896), nella quale il preconcetto religioso impedisce all'autore ogni oggettività di giudizio.

BibL.: E. Masi, Uno storico americano dell'Inquisizione, in Saggi di storia e di critico, Bologna 1906, pp. 5-33; P. M. Baumgarten, H. Ch. L.'s historical writings, Nuova York 1009; F. Tocco, H. Ch. L. e la storia dell'Inquisizione spoguala, in Archivio storico italiano, 47 (1911), pp. 265-323. Silvio Furloni

LEAD, diOCESI di : v. [RAPID CITY, diOCESI di.
LEANDRO da Digione. - Predicatore e scrittore cappuccino, della provincia di Lione, n. a Digione ca. il 1598 , ivi m. nel 1667. Fu guardiano a Tournon (1627-30), a Lione (1633, 1659-60), definitore provinciale ( 1644-64 ).

Fu consigliere spirituale del mistico lionese J. Cretener, istitutore dei sacerdoti missionari di S. Giuseppe. Teologo di tendenza umanistica, secondo la scuola di s. Francesco di Sales, nei discorsi Les verités de l'Evangile au l'idée de l'amour divin exprimée dans l'intelligence cachée du Cantique des Cantiques ( 2 voll., Parigi 1661-62), volgarizza il problema dell'amore dell'anima a Dio trattando diversi argomenti teologici, ascetici, morali; nei Discursos praedicabios in aureos sententios Doctoris Gentium (ivi 1663), tratta in modo particolare dell'amore di Dio, della perfezione e dell'amore a Cristo mediante la Grazia.

BibL.: Hurter, IV, col. 122; Henri de Grèzes, Le SacréCpeur de Yesss, Lione-Parigi 1800, pp. 240-57; Luc de Lyon, L'amour, Etude de théologie franciscaine d'après les écrits spirituels du p. Léandre de Dijon, St-Etienne 1946; Julien-Eymard d'Angers, Le désir naturel du surnaturel: Sébastien de Soulis, Yves de Paris, Léandre de Dijon, in Etudes fraucisc., nuova serie, I (1950), pp. 211-24; id., Séniqque et le stultitune chez les Capucins fraucnis du XVIIe siècle: Zacharie de Lisieux et Léandre de Dijon, ibid., pp. 327-53.

Horizo da Milano
LEANDRO di San Martino (Jones John). Teologo benedettino, n. a Londra da famiglia protestante nel 1575 , ivi m. il 27 dic. 1636. Frequento le scuole di Westminster e di Oxford, dove, quantunque protestante, difese tesi che lo fecero sospettare cattolico, per cui ne fu allontanato. Andò allora in Spagna (1596) dove, convertitosi, entrò nell'Ordine benedettino (1599).

Insegnò per 22 anni teologia, S. Scrittura ed ebraico nel Collegio di Douai. Priore del monastero (1612), fu eletto presidente della Congregazione benedettina inglese nel 1622. Assai apprezzate le sue pubblicazioni bibliche. In collaborazione con Giovanni Gallemart pubblicò: Biblia iuxta editiones ante editionem Clementinum cum glossa ordinaria ( 6 voll., Douai 1617 ; Anversa 1634, migliore). Alla fine d'ogni volume seguono le correzioni di Luca di Brugsa. Criticamente curata, grazie ai copiosissimi indici, l'opera, oltre che agli studiosi, riuscì anche di pratica utilità per la predicazione; Historia et harmonia Conciliorum (Francoforte 1618). Curò l'edizione di varie opere teologiche e apologetiche di autori anteriori, delle quali la principale: S. Cumirano O. Min., Conciliatio locorum specie tenus pugnantium taliae Sacrae Scripturae (ivi 1623).

BibL.: Hurter, III, coll. 797-800; A. Perez Goyena, Teolajos extranjeros formados en España, in Estudios ecclesiasticos, 6 (1927), pp. 288-94.

Vito Zollini
LEANDRO di Siviglia, santo. - N. a Cartagena, da famiglia romana, prima del 549 , m. a Siviglia il 13 marzo 600 o 601 . Prima monaco benedettino e poi metropolita di Siviglia, il suo nome va legato alle principali vicende di quell'epoca cruciale. Ebbe grande influsso nella conversione di s. Ermenegildo e perciò fu esiliato dal padre di lui, Leovigildo (569-86). Intorno al 580-82 L. si trova a Costantino-

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poli in missione diplomatica da parte della Chiesa visigotica e vi stringe amicizia con il futuro s. Gregorio Magno, che induce a scrivere i Moralia.

La grande opera di L. fu l'evangelizzazione dei Visigoti e la conversione di Recaredo, seguita da quella del suo popolo e solennemente ratificata nel III Concilio di Toledo ( 589 ) : essa "fu opera di fede e di industria" di L., come afferma suo fratello s. Isidoro. La solenne predica pronunciata in quell'occasione da L. è uno dei rari esemplari del genere oratorio fra i Visigoti.

Sono andati perduti due scritti polemici antiariani e l'epistolario di L., ricordati da s. Isidoro. Resta invece il trattatello De institutione virginum et de contemptu mundi, dedicato alla sorella Fiorentina, seguito da 31 capitoli di carattere ascetico-disciplinare. L'opera è un gioiello della letteratura ascetica, dove in mezzo a copiose reminiscenze delle lettere di s. Girolamo, della Regola di s. Agostino, di Cassiano e di altri, si scorge un dire personale pieno di nobiltà e permcato di semplicità affettuosa.

E iscritto al Martirologio romano al 27 febbr.; in Spagna è venerato come dottore.

Bull.: Edizione: FL 72, 873 sgg. Studi: A. C. Vega, El "De institutione virginum" de s. I.. de S. con diez capitulos y medio indétus, Eucateol 1948: J. Madoz, Una nueva transmisión del "Libellus de institut, virg." de s. L. de S., in Anal. Boll., 67 (1949), pp. 404-24; cf. anche dello stesso, Varias enigmas de la "Regla" de s. L. deorifredos por el estudio de sus fuentes, in Miscellenza Giovanni Mercati, II, Citrà del Vaticano 1946, pp. 265-95; Martyr. Bomanum, p. 79.

Giuseppe Madoz
LEAVENWORTH, DIOCESI di : v. KANSAS CITY in KANSAS, DIOCESI di.

LE BACHELET, CAMILle (Francois-Xavier). Gesuita, tcologo, n. a Parigi il 14 genn. 1855, m. ivi il 23 sett. 1925. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1878 con l'intenzione di passare alla missione di Cina (per questo adottò senz'altro il nome di Fr. Xavier) fu invece, compiuti gli studi, destinato nel 1888 all'insegnamento del dogma nello scolasticato di Jersey, seguendolo sempre nei suoi vari spostamenti.

Più portato agli studi positivi, che non alla scolastica, fu solerte indagatore e scrutatore dei testi patriatisi e dei teologi, che non citava se non dopo averli letti e ben ponderati; acuto e riflessivo nel cogliere, riguardo alle verità che difendeva, e la tradizione patristica e il "sensus Ecclesiae ". Collaborò con numerosi articoli ai periodici Etudes, Recherches de sciences religieuses, Gregorianum; al DThC diede sull'Immacolata Concezione i due studi magistrali: L'Immacolée Conception dans l'Ecriture et la tradition jusqu'au Concile d'Ephèse (VII, coll. 845-93) e L'Immaculée Conception dans l'Eglise latine depuis le Concile d'Ephèse (ibid., coll. 979-1218); sulla Compagnia di Gesù i due studi fondamentali: Les principes de la Compagnie de Jésus sur l'enseignement des sciences sacrées (ibid., VIII, coll. 1012-43); La théologie dogmatique dans la Compagnie de Jésus (ibid., coll. 1043-69). Sul Bellarmino, oltre a vari articoli in periodici di cultura, lasciò : Bellarmin et la Bible Sixto-Clementine (Parigi 1911); Bellarmin avant son cardinalat ( 154^{2-98} ), correspondance et documents (ivi 1911), che doveva essere seguito da altri 5 voll. con la corrispondenza del Santo; Auctarium Bellarminianum (ivi 1913).

Bull.: F. De Louversin, Le p. Xavier M. Le B., in Lettres de Jersey, 40 (1926-27), pp. 172-204. { }_{4}¹ Celestino Testore

LEBBE, Vincent. - Missionario di s. Vincenzo, "spostolo della Cina moderna", n. a Gand il 17 ag. 1877, m. a Nanchino il 24 giugno 1940 (in Cina noto sotto il nome di Lei Ming Yuan). Partì ancora suddiacono, per la Cina nel febbr. 1901, dove fu ordinato sacerdote il 10 ott. successivo. Fu un tenace ed audace propugnatore della nuova impostazione dell'apostolato missionario : innestare il cristianesimo nella civiltà e negli usi dei popoli evangelizzati, eliminando ogni forma di europeizzazione. Guidato da questa idea, molto contrastata, e dal pensiero che per ottenere un reale progresso del
cristianesimo era indispensabile arrivare alle "masse" e all'anima del popolo, prese la nazionalità cinese e si fece in tutto "cinese con i cinesi".

Incominciò nel 1911 un'azione a fondo per la conquista dell'opinione pubblica con l'organizzazione di sale per conferenze; preparò un gruppo di capaci e attivi collaboratori, che dovevano portare il fermento del messaggio cristiano nelle classi dirigenti e creò arditamente una stampa cattolica. Nel 1915 uscì il quotidiano l'ichepaa, definito poi «il re dei giornali». Quindi l'ichepaa della sera, un settimanale femminile illustrato e due quindicinali culturali e apologetici. Poiché mancava un monachesimo tipicamente cinese fondò nel 1926 i Piccoli Fratelli di S. Giovanni Battista e nel 1929 le Piccole Sorelle di S. Teresa. Tra il 1920 e il 1926 lavorò in Europa tra gli studenti cinesi e nel 1923 diede vita alla Unio Catholica Iuventutis Sinensis. Nel 1927 fondò la Société des Auxiliaires des Missions, composta di sacerdoti e laici che hanno per scopo di mettersi a servizio dei vescovi indigeni. Durante la guerra cino-giapponese si portò con i suoi monaci sul fronte del combattimento, dove organizzò il servizio sanitario e un corpo per il servizio del popolo. Il giorno della sua morte, per decreto presidenziale, fu dichiarato di lutto nazionale. Ebbe molto a soffrire per la difesa delle sue idee e delle sue opere, ma ebbe anche la consolazione di vedere i principi della sua azione missionaria pienamente approvati dalla Maximum illud di Benedetto XV e dalla Rerum Ecclesiae di Pio XI.

Il L. ha esposto i principi, i metodi e i risultati del suo apostolato missionario in vari scritti occasionali, per lo più pubblicati in Annales de la Mission dal 1912 in poi e in vari altri periodici o relazioni di congressi.

Bull.: Una biografia completa del L., anche se non sempre serena, è quella di L. Levaux, Le père jL. apôtre de la Chine moderne, Bruxelles 1948.

Annibale Bugnini
LEBBEG: v. GIUDA TADDEO.
LEBBRA e LEBBROSARI. - La l. propriamente detta (lepra tubercularis) è una malattia infettiva, trasmissibile, con decorso cronico, caratterizzata dalla formazione di tubercoli o escrescenze nella pelle, nelle membrane mucose, nei nervi periferici, nelle ossa, nei visceri interni, che produce deformazioni e mutilazioni, con esito generalmente totale. E dovuta ad un bacillo particolare (bacillus leprae) scoperto nel 1868 da A. Hansen.

1. La l. nella S. Scrittura. - Nella Bibbia nessuna malattia è menzionata così frequentemente e con tale orrore come la l., sia nel Vecchio sia nel Nuovo Testamento. Certamente non tutti i casi studiati o ricordati si riferiscono alla vera l. od elephantiasis dei Greci; ciò sembra risultare anche dalla molteplicità dei vocaboli ebraici (gäräbh, neghabh, netheq, sāra'ath, šēbīn). Talvolta si tratta forse della semplice psoriasis vulgaris.

In Lev. 13, 1-14, 57 si ha quasi un breve trattato su questa malattia terribile. Al sacerdote, per cui si descrivono minutamente i vari indizi secondo la semeiotica di allora (ibid. 13, 1-44), spetta giudicare se si tratta di vera l. o di piaga o pustola. Finché resta una qualche incertezza il malato viene isolato. Terminato il periodo di osservazione, qualora l'esame confermi il dubbio, l'infelice viene dichiarato immondo ed espulso dall'accampamento per evitare il contagio. Egli porterà vesti adrucite ed il capo scoperto, si velerà sino ai baffi ed andrà gridando : "Immondo! immondo!". La segregazione non era strettamente individuale, essendo permesso ai lebbrosi convivere fra di loro fuori dell'accampamento o dell'abitato (cf. II Reg. 7.3; Le. 17, 12).

Qualora un ammalato fosse guarito, veniva sottoposto ad un'osservazione minuziosa e quindi il sacerdote, che l'aveva dichiarato sano, lo riammetteva nella comunità con un cerimoniale complicato (Lev. 14, 1-32). L'offerta per tale purificazione, ridotta nei casi di povertà, consisteva nel sacrificio di due agnelli e di un'agnella,

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oltre ad una certa quantità di farina e di olio. Il sacrificio espiatorio implica il concetto della 1. considerata come castigo di Dio. Nel Vecchio Testamento (cf. Ex. 4, 6; Num. 5, 2; 12, 10; Il Reg. 5, 1; 7,3; Il Por. 26, 20 sg.) e nel Nuovo (cf. Mt. 8, 2 ; 10, 5 ; 11, 5; 26, 6) si parla spesso di lebbrosi, di alcuni dei quali si narra la guarigione miracolosa. Per analogia, basata sui segni esterni, nella Bibbia si parla anche di una 1. dei panni (Lev. 13, 47-59) e delle case o dei muri (ibid. 14, 33-57). Nel primo caso si tratta evidentemente di muffe o di altri germi che corrodono i tessuti di lana e di lino, nel secondo innanzit tutto si pensa ad incrostazioni di salnitro o macchie simili riscontrabili spesso sui muri. Dalle norme stabilite per determinare il carattere dei vari fenomeni, dalla distruzione degli oggetti e delle case, e dal rito prescritto quando appare evidente che il pericolo è scongiurato, si deduce che per gli Ebrei tali macchie erano considerate come infezioni capaci di diffondere la malattia.

Bibs.: H. Lesôtre, Lèpre, in DB. IV, coll. 175-87; H. L. Strack-P. Billerbeck. Aussatz und Aussätzier, in Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch. IV. 11, Monaco 1928. pp. 742-63; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940. p. 336 sg.

## II. La guarigione dei lebbrosi nella iconografia. -

Nell'arte cristiana antica G. Wilpert identificò due esempi di questo miracolo, secondo la narrazione dei tre Sinottici, in affreschi cimiteriali romani, l'uno ad duas lauros e l'altro alla Nunziatella (Pitture, pp. 205-206, tavv. 68,3 e 74, 2). In scultura lo stesso autore lo riconobbe in una lastra pollicroma nel Museo nazionale delle Terme. La scena si trova pure in un dittico eburneo di Palermo (Venturi, I, p. 417, fig. 382). Nei cieli posteriori, ad es., in quello musivo di Monreale e negli affreschi di S. Angelo in Formis, appare accompagnato dal distico: "Hunc maculis mundat, mundum qui crimine mundat».

Eurico Josi
III. Diffusione e cura della l. - La malattia, assai antica, descritta per primo da Rufo d'Efeso, si diffuse dapprima rapidamente alla caduta dell'Impero Romano, poi per le invasioni dei Saraceni e per le Crociate. In Italia, già nel sec. v d. C. infieriva in Lombardia; nel 643 il re longobardo Rotari emanò in proposito severissime leggi prescriventi l'isolamento dei lebbrosi e la privazione dei diritti civili. Nel sec. xVI la lebbra cominciò a diminuire d'intensità per cedere il campo alla sifilide.

Sia nell'antichità che nel medioevo, si ebbero due forme di difesa contro la 1.: misure profilattiche per circoscrivere e limitare il male, cure medicamentose tendenti, alla guarigione del lebbroso. Mentre le prime, sia pure crudeli dal lato umano, contribuirono alla limitazione del male, le seconde non furono che pratiche superstiziose e spesso magiche, senza alcun risultato pratico. Alla legislazione antilebbrosa vanno ascritte le misure profilattiche tendenti a isolare il lebbroso dalla comunità separandolo, vera morte civile, perfino dal coniuge e dalla figliolanza. L'isolamento era parso la profilassi migliore fin dalle epoche bibliche; nel medioevo, il potere sul lebbroso fu devoluto alle autorità ecclesiastiche, in quanto era considerato "poverello di Dio" e in questa prova divina, se vincitore, candidato al paradiso.

Anche i concili della Chiesa cattolica si occuparono dell'argomento; cosi si vede il papa Siricio, alla fine
del sec. IV, autorizzare la separazione dei coniugi per evitare una prole contaminata; il III Concilio Lateranense sancisce anche per i lebbrosi l'indissolubilità del vincolo matrimoniale; secondo i Concili di Orf6ana (549), Tours (561), Lione (583), pronunaiare i decreti d'isolamento spettava alla autorità ecclesiastica. In un secondo tempo essa venne sostituita dalla autorità civili, per cui si ebbero leggi e decreti reali e municipali e a quello del vescovo subentrò un tribunale di sette lebbrosi, un medico, un chirurgo.

Il presunto in-
fermo subiva prove empiriche sul sangue e sulle urine, a quell'epoca, com'è chiaro, prive di ogni reale valore e prove di maggiore peso, basate sulla ricerca di zone di anestesia e dell'utrofie muscolare, particolarmente dell'emineutia thenav; in seguito, sull'esame delle narici, consigliato da Arnaldo da Villanova. Riconosciuto malato, l'individuo era costretto all'internamento in un lebbrosario. Ciò corrispondeva nel
primo medioevo a una vera morte civile; il lebbroso era accompagnato all'ospizio, non differente da un carcere ordinario, con le cerimonie per i defunti e, ivi segregato a vita, perdeva personalità e diritti civili.

Mentre anticamente i lebbrosi, tagliati dal consorzio umano, vagavano per le campagne, ben presto sentirono il bisogno di aggregarsi in comunità, abitando in agglomerati di capannc. Sorsero cosi veri lebbrosari, di cui il primo ricordato fu quello costruito da tal Zodeco o Zotico, nobile romano che aveva seguito Costantino a Bisanzio. Pur rimanendo i primitivi gruppi di capanne, specie in vicinanza di sorgenti di acque minerali sulfuree, se qualcuno di essi acquistava particolare importanza, veniva munito di cinta, di cappella, cimitero, costruzioni in muratura.

Successivamente si giunse al tipo di lebbrosario formato da unico edificio, come quello di S. Lazzaro ai piedi di Monte Mario a Roma. S. Lazzaro, il risuscitato da Cristo, fu preso a protettore di tali molati; cosi si costituí, fondato dal papa Damaso II (1047-48), l'Ordine di S. Lazzaro sotto la Regola di s. Agostino, i cui iscritti, vestiti di nero e contrassegnati da una croce verde, avevano il fine di provvedere alla costituzione di lebbrosari e, per quanto è possibile, al loro mantenimento integrato da oblazioni.

Con il declinare della malattia nel sec. xvi, la diffusione dei lebbrosari divenne sempre più modesta, rimanendo in vita, sempre più organizzati sotto forma di vere città ospitaliere, là dove la lebbra tuttora persisteva in forma di focolai endemici.

Pur ormai lontana dalla diffusione raggiunta nel medioevo, tuttora la lebbra non può dirsi pienamente debellata e, oltre i casi isolati, numerosi focolai endemici sono diffusi pressoché in ogni parte del mondo con un complesso di oltre 3 milioni di colpiti dal terribile morbo.

La diffusione geografica è segnata in Europa da alcuni paesi bagnati dal Mediterraneo, alcune regioni della Francia e dell'Italia (Sardegna, Sicilia, Puglie), alcune o sud del corso del Danubio, della Svezia, della Norvegia, dell'Irlanda. La Siberia orientale è largamente colpita; cosi pure l'Asia, tra l'equatore e il 40° parallelo nord, particolarmente l'India inglese, l'Indocina francese, il Giappone, l'Arcipelago Indo-Malese. Largamente endemica la lebbra è altresi in Australia e nelle isole e arci-

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pelaghi del Pacifico; in America settentrionale lungo le coste del Pacifico, la California, il Messico; in quella centrale e del sud, le Antille, la zona tropicale, il Brasile, l'Argentina; in modo particolare l'Africa del sud, la costa sud-occidentale (dal Senegal al Camerun), l'Unione Sudafricana, di meno l'Algeria, il Marocco, la Tunisia, l'Egitto, la costa orientale (Mozambico, Zanzibar, Madagascar).

In questo vasto territorio si distribuiscono attualmente i moderni lebbrosari, per la più parte vere cittadine ospitaliere, ove le cure della scienza s'intrecciano con l'amorosa assistenza della carità, svolta in modo particolare da religiosi e suore di varie congregazioni.

In tali istituti il lebbroso può condurre una vita assai simile a quella di ogni altro individuo sano, perfino rispettando vincoli familiari e stringendo nuovi matrimoniali, alla sola condizione che i nuovi nati vengano allontanati dai genitori, essendo dimostrato che la lebbra non viene trasmessa per contagio germinale o durante le gestazione, ma soltanto, dopo la nascita, per ripetuti
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(fot. F1811)
Lebbra e lebbrosari - Lebbrosario modello diretto dalle Suore Francescane Missionarie di Maria nell'Isola Fantasma - Australia.

## LEBEDEV, A-

LEKKARADR ALEKSEEviĆ. - Arciprete, teologo russo, polemista. N. a Mosca nel 1833 da un sacerdote, studiò dal 1854 al 1858 nell'Accademia ecclesiastica di Mosca. Influirono su di lui specialmente il metropolita di Mosca Filaret (Drozdov), il p. Teodoro (Bucharev) e lo slavofilo A. S. Chomjakov. Lavorò nella cura delle anime a Pietroburgo (nel 1874-82), poi fu rettore della Chiesa russa a Praga, dove m. il 23 marzo (vecchio stile) 1898.

Con le sue tre opere anticattoliche (Sull'Immacolata Concezione. Differenze delle Chiese orientale ed occidentale nella dottrina sulla S.ma Vergine Maria Madre di Dio, [Varsavia 1881]; Sul culto latino del Cuore di Gesù. Differenze delle Chiese orientale ed occidentale nel modo di vedere e nello dotrinos sull'amore [ivi 1887]; Sul primato del papa, ovvero le differenze tra ortodossi e papisti nella dottrina sulla Chiesa [Pietroburgo 1887; 2ᵃ ed. di tutti e tre i volumi ivi 1903]) influì notevolmente sulla teologia polemica russa. Si noti che il L. fu uno dei primi russi a combattere metodicamente e sistematicamente il primato del papa, che fu il primo russo che scrisse una monografia sull' Immacolata Concezione e trattò sulla questione del culto del S. Cuore. Altre opere del L.: Compendio di storia della Chiesa cristiana (Pietroburgo 1873, 2^{text {a }} ed. ivi 1896); Tichon Zadonski], santo e taumaturgo di tutta la Russia (ivi 1865 ; 3^{text {a }} ed. ivi 1896).

Bibl.: Necrologia con date e fatti biografici in Tserkornyi Vestnik (Nunzio ecclesiastica), 14 (1898), pp. 496-501; M. Jugio, Le dogme de l'Immaculde Conceplino d'apris un théologien russe contemporain, in Erbus d'Orient, 19 (1920), pp. 22-35; id., Theologia dogmatica Christianarum ab Ecclesia catholica dissidentium, IV, Parigi 1931, p. 418 sgg.; A. Cuk, La Chiesa russa e il culto del S. Cuore, Gorizia 1941, p. 7 sgg.

Bernardo Schultze
LEBEDEV, AleKSEJ Petrovic. - Teologo * ortodosso * e storico ecclesiastico russo, n. il 2 marzo 1845 ad Očacov, m. il 14 luglio 1908 a Mosca. Professore di storia della Chiesa all'Accademia ecclesiastica nel 1879 e all'Università di Mosca dal 1905 alla morte.
L. fu il fondatore della storiografia ecclesiastica in Russia ed introdusse il metodo positivo nelle ricerche della sua disciplina, urtendosi spesse volte con i preconcetti e con le tradizioni dei circoli ecclesiastici russi. Le sue interpretazioni della storia della Chiesa *ortodossa * gli attirarono le censure del S. Sinodo, il quale lo volle trasferire per punizione a Kazan, ma a tale misura si oppose il Ministero dell'istruzione, che gli affidò l'insegnamento all'Università di Mosca. Tra le sue opere, tutte scritte in lingua russa, ricordiamo: I concili ecu-

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(da a.n. Houvella, in Bull. soc. nat. des Antig. de France, III, loc. I. i.) Le Blant, Eomond-Frédéric. Ritratto.
menici greci del IV e V sec. (Pietroburgo 1879); Storici ecclesiastici greci del IV e V sec. (ivi 1890 ); Storia della Chiesa greco-orientale durante il dominio turco. Dalla caduta di Costantinopoli ad oggi (2 voll., Mosca 18961901); La storiografia ecclesiastica nei suoi rappresentanti principali dal IV al XX sec. (Pietroburgo 1899); Storia della scisma uei secc. IX, X e XI (ivi 1900).

Bibl.: F. Hasse, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegenwart. III, col. 1508; S. Salaville, s. v. in LThK, VI, col. 436 (con bibl.); A. M. Ammann, Storia della Chiesa russn, Torino 1948, pp. 474, 501. Silvio Furlani

LE BLANT, EOMOND-FRÉdÉrIC. - Epigrafista ed archeologo francese, n. a Parigi il 12 ag. 1818, m. ivi il 5 luglio 1897. Compl studi letterari e giuridici. Ebbe un impiego al Ministero delle finanze; nel 1846 compose, in collaborazione, una storia della ceramica, pubblicata nel 1862.

Nel 1847, per motivi di salute, si trasferì a Roma, dove conobbe, tra gli altri dotti, i pp. G. Marchi e R. Garrucci ed entrò in relazione con G. B. De Rossi, giovane allora di 25 anni, che lo guidò nelle catacombe, basiliche, musei, comunicandogli il proprio entusiasmo per l'archeologia e l'epigrafia cristiana; tanto che il Le B., ritornato in patria nel 1848 , ottenne dal Ministero della pubblica istruzione di viaggiare per raccogliere antiche iscrizioni cristiane della Gallia. Nel 1852 presentò un saggio di iscrizioni cristiane anteriori al sec. viII, poi divenuto primo tomo della raccolta, pubblicata nel 1856 : il secondo tomo uscì nel 1856 e un supplemento nel 1892 . Il Le B. riprese lo studio degli atti dei martiri, ma con metodo diverso dal Ruinart, sostenendo che, nel complesso di errori di date, di nomi e di particolari fantastici, si riscontrano anche negli Atti non sinceri, elementi antichi degni di considerazione. Fin dal 1849 mostrò l'importanza dei sarcofagi cristiani. Dal 1883 al 1889 diresse l'«Ecole française de Rome». Le pubblicazioni del Le B. sommano a più di 400 , riguardanti specialmente iscrizioni e sarcofagi.

Opere (sono ricordate solo alcune): Inscriptiona chrétiennes de la Gaule antérieures au VIIIe siècle, réunies et annotées (I, Parigi 1856; II, ivi 1865); La question du vase de sang (ivi 1858); Manuel d'épigraphie chrétienne d'après les marbres de la Gaule accompagné d'une bibliographie spéciale (ivi 1868); Etudes sur les sarcophages chrétiens antiques de la ville d'Arles (ivi 1878); Les Actes des martyrs. Supplément aux Acta sincera de dom Ruinart (ivi 1883); Sarcophages chrétiens de la Gaule (ivi 1886); L'épigraphie chrétienne en Gaule et dans l'Afrique romaine (ivi 1890); Nouveau recueil des inscriptions chrétiennes de la Gaule antérieures au VIIIe siècle (ivi 1892).

Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL, VIII, coll. 2143-2218; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana Roma 1942, pp. 365-66.

Carlo Carletti
LEBNA (ebr. Libhnāh; gr. Asjwē, Asjwē). Città della Palestina situata tra Maceda e Lachis (Ios. 10, 29-31). Presa da Giosuè (Ios. 10, 30. 39; 12, 15), fu assegnata ai leviti (Ios. 21, 13; I Par. 6, 57). Si rese indipendente rivoltandosi a Giuda sotto Ioram (II Reg. 8, 22; II Par. 21,10). Sembra aver avuto un forte che Sennacherib in lotta contro Ezechia
prese in ritorno da Lachis (II Reg. 19, 8; Is. 37, 8). Fu la patria della madre di Ioachaz e di Sedecia re di Giuda (II Reg. 23, 31; 24, 18).

Secondo l'Onom. (120, 25) sembra che la città nel periodo bizantino fosse detta Lobna. L'identificazione è discussa : alcuni la localizzano a Tell es-Sâfijich, detta dai Crociati Alba specula per il concetto di «biancore» del nome L. e dove scavi hanno mostrato resti che vanno dal 1700 al periodo scicucida; altri preferiscono localizzare L. a Tell Bornät, a 9 km . più a sud del sito precedente, dove sono resti dei periodi del bronzo III o ferro I.

Bibl.: G. Boyer, Libna, in Zeitschrift des deutschen Palästina Vereins, 24 (1931), pp. 150-59 (a Tell es-Sâfijich); W. F. Albright, in Annnal of ameriean schools of oriental research, 2-3 (1932), pp. 13-17 e in Bulletin of ameriean sch. of orient. research, 15 (1924), p. 9; 17 (1925), p. 8 (a Tell Bornät); F.-M. Abel, Géographie de la Palestine. II, Parigi 1938, pp. 369-70.

Bellarmino Bagatti
LE BRUN, Pierne. - Liturgista e teologo oratoriano, n. l'ir giugno 1661 a Brignoles (Var), m. a Parigi il 6 genn. 1729. Divenuto sacerdote nel 1685 , insegnò per due anni teologia nel Seminario di Grenoble (1687-89). Appassionato cultore di storia, ottenne di passare il resto della vita nel Seminario di S. Maglorio (Parigi).

La sua fama è dovuta alla classica Explication littérale, historique et dogmatique des prières et des cérémonies de la Messe (4 voll., Parigi 1716-26). Nel primo spiega la Messa romana, tenendo il giusto mezzo tra l'esagerato simbolismo di Amalario di Metz e il freddo naturalismo di Claudio de Vert. Afferma che se vi sono delle cerimonie introdotte per necessità, vi si trovano anche dei riti accolti per il loro valore simbolico. Con questo principio ritesse l'esatta storia delle singoli parti della Messa, penetrandone, con acume ed esattezza teologica, i reconditi significati. Negli altri tre studia, con copiosa erudizione, le cerimonie della Messa nei riti ambrosiano, gallicano, mozarabico e nelle liturgie orientali (costantinopolitana, alessandrina, etiopice, antiochena, armena), dimostrandone l'unità sostanziale, infranta dal protestantesimo, per quanto concerne gli elementi costitutivi del Sacrificio. L'opera, universalmente apprezzata, ebbe molte edizioni (ca. 13 nel sec. xviri) e fu tradotta in latino da G. A. Dalmaso (Venezia 1770).

Il primo volume, generalmente in compendio, fu ristampato a parte (ca. 14 volte nel sec. xix). La preferenza è giustificata, perché mentre gli altri tre sono un po' antiquati, il primo conserva tutto la sua freschezza e, tolte alcune imprecisioni storiche, costituisce tuttora un'ecellente spiegazione della Messa romana, che, a giudizio di H. Leclercq, i pur cospicui saggi moderni non hanno ancora superato. Ora si può consultare, nella sua integrità, attraverso la nitida edizione di E. Bonnevidet (Parigi 1949). Nella diss. 106, art. 17, il Le B. sostenne la peregrina opinione che le parole « hoe est corpus meum» ecc. hanno valore di causa efficente della transustanziazione, subordinata però alla causalità impetratoria insita nella formola dell'epiclesi (v.), che precede nella Messa romana (Quam oblationem) e segue nelle liturgie orientali, per cui in Occidente le parole consacratorie compiono il mistero, che in Oriente si conclude nella preghiera epictetica susseguente. Ne nacque una vivace polemica, che si protrasse fino alla morte dell'autore, il quale rispose agli avversari con diversi opuscoli, difendendo tenacemente il suo punto di vista. Scrisse altre opere sulla bacchetta divinatoria (ne attribuisce gli effetti al demonio), sulla commedia (propugna l'illeceità degli spettacoli teatrali contro il p. Caffaro, teatino), sulla concordanza dei tempi e delle epoche e lasciò vari manoscritti sugli studi oratoriani, sulla storia ecclesiastica (lezioni), sulla liturgia. Il Le B., pur sempre rispettoso verso il Papa, non sfuggì del tutto alle sottili infiltrazioni del giansenismo.

Bibl.: A. Granet, Éloge de P. L., premesso al I vol. dell'opera del Le B., Histoire critique des pratiques superstitieuses, Parigi 1750; S. Salaville, Epiclöse, in DThC, V, 1, coll. 274-75; F. Cabrol, Amen, in DACL, I, 1, col. 1356; A. Molion, s. v. in DThC, IX,

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coll. 101-102: M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, trad. it. di G. Di Fabio, 2° ed., Milano 1939, p. 283; E. Bonnardet, Le p. L., premesso all'edizione di L'explicatios de la Messe. Parigi 1649. pp. XI-xxxili (sintesi biografica, elenco minuzioso delle opere e rispettive edizioni, storie e vicende del. l'Explication, abbondante bibl.). Antonio Pialanti

LEBUINO (Lebuinus, Llafwin, Liwin, Lewin), santo. - N. in Inghilterra da genitori anglo-sassoni, in data sconosciuta. Nel monastero in cui fu educato si animò dello spirito missionario e, appena ordinato sacerdote, si recò nell'Olanda per evangelizzare i Frisoni. Edificò una chiesa e fissò il centro della sua attività a Deventer, sulla sponda orientale del Fiume Yssel. Volle tentare anche la conversione dei Sassoni, ma non ebbe successo. M. il 12 nov. ca. l'anno 780 , a Deventer di cui è patrono. Festa il 12 nov.

E certamente uno sdoppiamento di L. s. Livino, vescovo e martire del sec. vir venerato a Gand nelle Fiordre il 12 nov., personaggio leggendario inventato dai monaci di St-Bavon ca. il sec. XI per giustificare una pretesa reliquia di lui venerata nella loro chiesa. L'autore della Passio Livini ha attinto alla Vita Linftvini autiqna (cf. Analecta Boll., 59 [1941], p. 277).

BibL.: Vita S. Lebuini di Uebaldo di S. Amando, in MGH. Scriptores, II, pp. 360-64; un'altra Vita Lebuini autiqna, ed. J. A. Moltzer, De ondate lebensbeschrijving von Lebuinus, in Nederlandsch Archief voor Kerbgeschiedenis, nuova serie, 6 (1919), pp. 221-32, e in edizione critica, curata da A. Hofmeister, in MGH. Scriptores, XXX, II, pp. 789-95. Il prologo delle Vita di Uebaldo venne pubblicato per primo da A. Hofmeister, Uber die älteste Vita Lebuini und die Stammetverfassung der Sachsen, in Gerchichtliche Studien für Albert Haurb, Lipsia 1916, pp. 83-107. Una poesia di Radbodo, in MGH. Poëtae, IV, pp. 169-72. Una nuova Vita, in Anal. Boll., 34-35 (1915-16), pp. 306-30 (nella prefazione si dà ampio ragguaglio critico). Cf. anche L. Van der Essen, Etude critique et littéraire sur les vitae des satiat méroriogiens de l'ancienne Belgique, Lovanio 1907, pp. 368-75. Su s. Livino cf. O. Holder-Egger, Zu den Heiligengeschichten des Genies St. Boussbuster, in Historische Aufsätze, dem Andenhen an Georg Waitz gewidmet, Hannover 1886, pp. 622663. La leggendaria Vita di s. Livino, in J. Mabillon, Acta SS. DBB, 2 (1733), pp. 431-42; cf. M. Cocte, Anciennes litanies des saints, in Anal. Boll., 59 (1941), pp. 277-80; Martyr. Romanum, 513.

Ulderico Vicentini
LE CAMUS, Emile-Paul. - Biblista, n. a Malvirade, presso Castelnaudary, il 24 ag. 1839, m. ivi il 28 sett. 1906. Le C., una delle più eminenti personalità del clero francese, fu vicario generale di Carcassonne e dal 18 apr. 1901 vescovo di La Rochelle. Esplicò una vasta attività nel periodo della lotta per la separazione della Chiesa dallo Stato ed in quello dell'incipiente modernismo. Apologeta comprensivo, reagì però con sicurezza dottrinale all'errore, specialmente in Vrai et fausse exégèse (Parigi 1903); Fausse exégèse, mauvaise théologie (ivi 1904).

Fra le sue opere di storia neotestamentaria ebbero notevole successo: Le vie de N. S. Jésus-Christ (Parigi 1883 ; 7° ed., in 3 voll., ivi 1907) e L'oeuvre des Apôtres ( 3 voll., ivi 1903), entrambe tradotte in italiano. Si leggono volentieri anche i suoi ricordi di viaggio: Notre voyage aux pays bibliques ( 3 voll., ivi 1890); Voyage aux sept églises de l'Apocalypse (ivi 1896) ; Les enfants de Nazareth (Bruxelles 1900).

BibL.: W. Mignot, Mgr Le C. et la crise moderne, in Revue du clergé français, 49 (1907, I), pp. 641-96. Angelo Penna

LE CAMUS, Etienne. - Cardinale, n. a Parigi il 4 sett. 1632, m. a Grenoble il 22 sett. 1707. Dottore in teologia nel 1650 , per la sua predicazione contro gli abusi del clero e contro la persecuzione dei Riformati, fu esiliato dal card. Mazzarino e si fece monaco certosino. Richiamato, fu cappellano del re e poi vescovo di Grenoble nel 1671. Per la sua netta opposizione a Luigi XIV nella questione delle «regalie» e la sua aperta condanna delle proposizioni del clero gallicano del 1682 incorse nell'ira del sovrano, ma grazie a questo suo coraggioso e leale atteggia-
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da C. Bellet, Histoire du card. Le C. ectque et prince. Parige trait Le Camus, Etienne - Ritratto. Incisione in rame di G. L. Kuller.
mento il 2 sett. 1685 . Innocenzo XI lo creò̀cardinale. Luigi XIV non lo volle riconoscere come tale e gli impedì di partecipare al Conclave alla morte d'Innocenzo; non gli impedì invece di farlo alla morte di Alessandro VIII.

L'accusa di giansenismo, che si fondava soprattutto sulla rigidezza e severità della sua vita e sulle sue relazioni con personalità gianseniste, dette pretesto al re di confinarlo nella sua diocesi.

BibL.: A. Lallouette, Abrégé de la vie du card. Le C., Parigi 1720: C. Bellet, Histoire du card. Le C., Parigi 1886: P. Ingold, Lettres du card. Le C., ivi 1892; C. Faure, Lettres inédites du card. Le C., Grenoble 1932.

LE GARDONNEL, Louis. - Poeta francese, n. a Valence (Drôme) il 25 febbr. 1862, m. ad Avignone il 28 maggio 1936. Da giovane partecipò attivamente all'esperienza del simbolismo, seguendo il movimento di Nous autres (1882) e collaborando a Ermitage e al Mercure de France.

Venuto in Italia, completò la sua educazione religiosa e, ordinato sacerdote (1896) a Roma, si diede ad una serie di viaggi in Francia e in Italia, di cui sono testimonianza i ricordi letterari ed artistici raccolti in Du Rhône à l'Arno (1920). Nel 1905 si ritirò ad Assisi. L'anno prima aveva pubblicato la raccolta maggiore dei suoi versi (Poèmes), nei quali, staccandosi dal simbolismo, si collegava alla tradizione umanistica e platonica, chiudendo con un «itinerario a Dio» la sua fiduciosa ricerca della verità. I successivi volumi di poesia (Carmina sacra, 1912; De l'une à l'autre aurore, 1924) documentano il

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(fot. Gab. fol. nesc.)
Lecce, diocesi di - Chiesetta detta dei Vencziani ( (sec. xvI con rifacimenti posteriori) - Lecce.
suo continuo cammino nella fede. Nel 1929 a Parigi sono state pubblicate le opere complete.

Bibl.: P. J. Richard, Le poete Le C., Avignone 1925; J. Willicbu, L. Le C., Monaco 1932; R. Christoffour, L. Le C., humanitce chrétien et poete mystique, in Mercure de France, 240 (1932), pp. 562-69; E. Baumann, E. Ripert, esc., Hommage à L. Le C., in Le correspondant, 3 (1936), pp. 3-70; M. Coulon, L. Le C. poète et prêtre, Usis 1937; M. Savigny-Vesco, Du Quartier latin au sacerdoce. Lettres de L. Le C. à M. et M.me Alidor Delcamt, in Etudes, 3 (1937), pp. 162-76; R. Christofour, L. Le C. pälertis de l'invisible, Parigi 1938; N. Richard, L. Le C., ivi 1946 (con ampia bibl.)

Giacinto Spagnolani
LECCE, diOCESI di. - Suffraganca di Otranto; la città di L. è anche capoluogo di provincia nella penisola salentina. E l'erede dell'antica città Iapigia Lupiae; dipendente politicamente e ecclesiasticamente da Bisanzio fino alla conquista normanna, finì per esser compresa nel Regno di Napoli.

La Cattedrale è dedicata all'Assunta. Attualmente conta 164.000 ab., di cui 163.000 cattolici, distribuiti in 39 parrocchie, servite da 180 sacerdoti diocesani e 90 regolari; 10 comunità religiose maschili e 50 femminili: 2 istituti di educazione maschile, 3 femminili e 36 istituti di beneficenza.

Storia. - La critica ha demolito gli argomenti degli antichi storici sui primi ipotetici vescovi di questa diocesi. L. (Aletium-Lupiae-Lycia) può però vantare l'antica origine della sua cattedra episcopale, perché tra i vescovi che sottoscrissero al Costituto di papa Vigilio per i Tre Capitoli (553) figura un certo Venanzio, vescovo di L. Alla fine dello stesso secolo la sede era vacante, come risulta da una lettera di Gregorio Magno (596), che ordina a Pietro, vescovo di Otranto, di vigilare sulla postulazione del
successore per eventualmente consacrarlo a Roma. E questa l'unica notizia sicura fino a tutto il sec. x.

Tenuta dai Bizantini, più volte invasa e distrutta dai Saraceni trovò pace solo con la conquista normanna (1055-71), e allora riappare il nome di un vescovo, Teodoro Buonsecolo (1057) che subì tutte le vicende della guerra ventennale tra i vecchi e i nuovi dominatori. Dopo di lui la serie cronologica è completa. Si ricordano: Formoso (m. nel II31), che con l'aiuto del conte Goffredo eresse la Cattedrale (1114) dedicata alla Vergine Assunta; Pietro Guattini (1180-91) che, regnando Tancredi, fondò l'abbazia benedettina dei SS. Nicola e Cataldo fuori città; Roberto Volturio o Vultorico (1210-54), il quale ricostrul dalle fondamenta la Cattedrale (1230) e ottenne da Innocenzo IV l'investitura della contea di L. (1252); Marco Ziani, figlio del doge di Venezia e nipote di Tancredi; Luigi D'Aragona (1499), cardinal diacono, figlio di Ferrante I re di Napoli; Braccio Martello, trasferito da Fiesole (1552), che intervenne al Concilio di Trento; e Antonio Pignatelli (1671), arcivescovo di Lorissa, poi cardinale e papa con il nome di Innocenzo XII (1691).

Monumenti. - Il Duomo nulla conserva della sua fabbrica originaria, dopo che G. Zimbalo (1661-82) lo ricostrul in quello stile barocco, che è il segno più caratteristico dell'arte salentina. Al medesimo artista si deve il campanile; e a lui, con Gabriele Riccardo e Cesare Penna, appartengono i vari rifacimenti barocchi e la enorme profusione decorativa ( 1549-1695 ) della basilica di S. Croce, costruita nel 1353 da Gualtieri VI di Brienne duca d'Atene. Opere riccamente barocche sono pure l'ex convento dei Celestini, ora prefettura, i palazzi del Seminario (16941709) su disegno di G. Cino, e quello vescovile, che ancora serba qualche semplice linea primitiva (1420-28). Fuori di L. è la celebre chiesa dei SS. Nicola e Cataldo, alla quale il barocco non ha tolto che in minima parte la sua composita struttura romanica: interno schiettamente oltramontano, cupola e ornati di base con modi e forme d'Oriente e di Puglia, portale maggiore con triplice fascia ornato, mirabile connubio d'arte arabo-normanna. Singolare e ancora intatta è infine la chiesa basiliana di S. Maria di Cerrato (ca. sec. xili), ricca di sculture e affreschi.

Bibl.: L. De Simone, L. e i suoi manum. descritti e illustrati, Lecce 1874; C. S. De Giorgi, Maria di Cerrato, ivi 1889; id., Cronologia dell'arte in terra d'Otranto, ivi 1911; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; G. Gigli, Il tallone d'Italia, I. L. e dintorni, Bergamo 1911; Lanzoni, I, pp. 310-12; G. Paladini, Studi e memorie storiche sull'antica Lupiae, Lecce 1932; H. Kram, Storia di L., Bari 1936; R. De Sanctis, La chiesa di S. Nicola e Cataldo in L. e le sue iscrizioni relative alla sua fondazione, in Rito. d'arch. christ., 23-24 (1947-48), pp. 353-65; Cattinoni, I, vol. 1578.

Pasquale Testini
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(fot. Gab. fol. nesc.)
Lecce, diocesi di - Cattedrale. Facciata del sec. xvili. Campanile, opera di G. Zimbalo.

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LE CLERC DU TREMBLEY: v. GIUSEPPE DA PARIGI.

LECLERCO (d'Orlancourt), Henri. - Poligrafo, n. a Tournai il 4 dic. 1869, m. a Londra il 23 marzo 1945. Naturalizzato francese, entrò nell'Ordine benedettino e fu professo dell'abbazia di Solesmes, donde passò nel 1896 all'abbazia di Farnborough, e vi divenne sacerdote nel 1898. Passò al clero secolare dell'arcidiocesi di Westminster nel 1924, divenendo oblato dell'abbazia di S. Maria di Parigi e cappellano delle Suore di Sion a Londra.

Fu il più attivo collaboratore dell'abate Cabrol (v.) per l'edizione dei primi volumi dei Monumenta Ecclesiae liturgica; pubblicò Les Martyrs. Recueil des pièces authentiques sur les martyrs, depuis les origines jusqu'au XXe siècle ( 15 voll., Parigi 1903-24); di carattere storico e archeologico sono L'Afrique chrétienne ( 2 voll., ivi 1904) e L'Espagne chrétienne (ivi 1906), compendio di altri autori e ormai superati da nuovi studi e dalle fruttuose esplorazioni posteriori.

La sua attività predominò nella redazione di articoli nel Dictionnaire d'archéologie chrétienne et de liturgie che, iniziato - avec le concours d'un grand nombre de collaborateurs -, nel 1903, si ridusse ben presto ad essere compilato unicamente dal L.; i suoi articoli, per lo più compendi di pubblicazioni precedenti, sono spesso lacunosi e incompleti, con giudizi non sempre sereni ed oggettivi e con non pochi errori, specie per quanto riguarda la descrizione di monumenti (cf., p. es., A. Ferrua, Rivista, in Cio. Catt., 1938, 1, pp. 67-72; 1939, iv, pp. 172-75). Il L., prima di morire, aveva già ultimato la redazione di tutti gli articoli dal vol. XIV, in (1948); la stampa, ora, è diretta dal prof. E. Marrou dell'Università di Parigi. Nel 1927 iniziò la traduzione francese dell'opera di C. Hefele sulla storia dei concilii sulla 2ᵃ ed. tedesca, aumentata con note critiche e bibliografiche (Histoire des Couelles, 19 voll., Parigi 1907-49). Il L. pubblicò inoltre: un volumetto divulgativo, St-Benoît sur Loire, les reliques, le monastère, l'église (4a ed., Parigi 1925); St Jérôme (Lovanio 1927); L'Ordre bénédictin (ivi 1930); La vie chrétienne primitive (ivi 1928); una Histoire du déclin et de la chute de la Monarchie française, di cui sono apparsi i volumi: Histoire de la Régence pendant la misorité de Louis XV (3 voll., ivi 1921); Les journées d'octobre et la fin de l'an 1789 (ivi 1924); Vers la fédération (Janvier-juillet 1790),
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(fot. Garcia Garrabrite)
LectoriuM - L. nella cattedrale di León (Spagna), opera di Stefano Jordán (1578).

La fédération (janvier-juillet 1790; Parigi 1929); L'Eglise constitutionnelle (juillet 1790-avril 1791; Parigi 1934); La fuite du roi (avril-juillet 1791; ivi 1936); L'oeuvre de la Constituante (juillet-décembre 1791; ivi 1938), uno studio su Ferdinand Gaillard, " maître-graveur" (Parigi 1934), e in inglese A chronicle of social and political events from 1610 to 1914 (Oxford 1937).

Enrico Josi
LECTORIUM. - Muro divisorio fra coro e navata nelle chiese medievali. In francese detto jubé, in inglese rood screen o roodloft, vale a dire "tribuna del Crocifisso", in fiammingo doxale, in tedesco Lettner, trascoro in spagnolo.

Il l. appare sin dalla seconda metà del sec. xir prima in Francia, poi in Italia, Germania, Paesi Bassi, Inghilterra, ove ebbe il massimo sviluppo e la massima diffusione. La sua origine è discussa : esso potrebbe derivare da una sopraelevazione del muro di testa delle cripte romaniche o da un ulteriore sviluppo dell'unione fra la pergola e l'ambone o pulpito. Il l. si trova soprattutto nelle chiese con servizio corale: cattedrali, abbaziali, collegiate, raramente in chiese parrocchiali, mai nelle chiese dei Minori o dei Predicatori. Esso propriamente consiste in una tribuna elevata sopra un muro molto spesso fra coro e navata (o navate). Il muro è riccamente decorato con sculture e anche pitture ed è quasi sempre collegato alla struttura architettonica della chiesa; la tribuna o corridoio soprastante è accessibile attraverso una o più scale. Generalmente nel l. sono incorporati due pulpiti sporgenti e non di rado vi fu posto l'organo, onde il nome doxale e odeum, dunque una vera cantoria (v.), che poi fu posta a ridosso di altre pareti della chiesa. Spesso però il l. consisteva soltanto in un muro divisorio senza galleria e pulpiti. Sempre però si trova addossato al l. un altare, dedicato generalmente alla S. Croce la quale sovrasta il l. stesso o pende dalle vòlte. Scopo principale del l. fu di mantenere una separazione tra il presbiterio, riservato ai religiosi che celebrano il servizio divino, e le navate, riservate al popolo. Quando, nell'epoca della Riforma cattolica e soprattutto nell'età barocca, una nuova mentalità liturgica pose al centro della pietà il sacrificio della Messa, venne meno l'uso dei l., moltissimi dei quali furono demoliti, e, spesso, sostituiti da grandiosi cancelli che, mentre mantennero la separazione prescritta fra clero e laici, davano piena libertà a questi ultimi di seguire le funzioni solenni. Una curiosa reminiscenza del l. si è conservato nel Pontificale Romanum, De ordinatione lectorum, ove il vescovo, nella sua ammonizione, dice

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all'ordinando: "Ideoque, dum legitis, in alto stetis, ut ab omnibus audiamini et videamini ", frase che si trova gik nel Pontificale di Guglielmo Durando (cf. M. Andrieu, Le Pontifical Romain au mayen âge, III, Le Pontifical de G. Durand [Studi e testi, 88], Città del Vaticano 1940, p. 342), e rispecchia certamente l'uso d'allora.

L'esempio di un l. più antico in Italia si trova nella chiesa abbaziale di Vezzolano (Asti), datato al 1189 ; quello di Modena, più antico, è scomparso; in Francia si possono notare i l. nelle cattedrali di Chartres, Bourges, Reims, Parigi, nell'abbaziale di Chaise-Dieu, gli esistenti a Albi, a Troyes (S. Maddalena) e altri; in Germania a Naumburg, Magdeburgo, Halberstadt, Wechselburg (esistenti), Magonza, Meissen e molti altri, distrutti; nel Belgio a Tournai, Lovanio, Dixmuiden (esistenti) e altri; in Inghilterra a Canterbury, York, Gloucester; in Spagna a Toledo, Burgos, León, Avila e altri. - Vedi tav. LXV.

Bibl.: E. Viollet Le Duc, s. v. in Dictionnaire raitonné de l'architecture francaise, VI, Parigi 1863, pp. 147-50; H. Otis, Handbuch der hircht. Kunstnerbölologie, I, Lipsia 1883, p. 31 sgg. (con indice delle chiese); Fr. Bond, Sereens and galleries in english churches, Londra 1908, con indice del 1. in Inghilterra; G. Cyprian Alston, Road, in Cath. Enc., XIII (1912), pp. 181-82; J. Braun, Der christl. Altar, Friburgo, 1924, passim; H. Leclercq, Tuhé, in DACL, VII (1927), coll. 2787-69; Stuldfauth, Letmer, in Die Religion in Gesch. und Gegenvart, III (1929), coll. 1596-97; L. Eisenhofer, Handbuch der hoch. Liturgik, II, Friburgo in Br. 1932, pp. 366-68; A. Mayer-Pfannholz, Liturgie und Barock, in Jahrbuch. f. Liturgiewissenschaft, 15 (1936), pp. 76-1 54; A. J. Jungmann, Missarum sollemnia, I, Vienna 1948, pp. 311-22 e passim. Giuseppe Lów
LECTOURE, diocesi di: v. AUCH, diocesi di.
LEDESMA, Pedro de. - Teologo domenicano, n. a Salamanca ca. il 1550 , m. ivi il 9 sett. 1616. Insegnò teologia prima a Segovia, poi ad Avila, quindi a Salamanca, dove occupò dal 160_{4} la "cattedra di Durando" e nel 1608 la seconda cattedra di s. Tommaso, che tenne fino alla morte. Il suo probabilismo è quello del suo maestro B. Medina.

Partecipò alla famosa polemica de auxillis, pubblicando il Tractatus de dicinae gratiae auxiliis (Salamanca 1611). Scrisse pure: il classico De magno matrimonii sacramento super doctrinam s. Thomae (ivi 1592); Tractatus de dicina perfectiune, infinitate et magnitudine (ivi 1596); Primera parte de la Summa (ivi 1598); Segunda parte de la Summa (ivi 1598). La prima parte fu tradotta in latino da R. de Ladesou (Douai 1630), la seconda da Nicola della Croce (Colonia 1618).

Bibl.;Qucitif-Echard, II, pp. 404-405; A. Michelitsch, Kommentatoren zur Summa theologiae des hl. Thomas von Aquin, Graz-Vienna 1924, pp. 23. 163. Alfonso d'Amato
LEDÓCHOWSKA, Maria Theresia. - N. a Loosdorf (Austria) il 29 apr. 1863, m. a Roma il 6 luglio 1922. Di eccezionale intelligenza, fu versata nelle lettere e nelle arti. Chiamata alla corte di Toscana (1885), vi restò cinque anni. Nel 1890, dopo l'appello del card. Lavigerie "alle donne cristiane", abbandonò la corte dedicandosi alla lotta contro lo schiavismo e soccorren