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sentanti in uno sfondo arcadico la meditazione sulla m .: "Et in Arcadia ego».

Ma più di tutte notevole, almeno per l'arte italiana, è la rappresentazione della "m. trionfante", che delle precedenti unisce e riassume gli elementi più importanti. La più antica illustrazione del tema è un piccolo pannello della pinacoteca di Siena, già appartenente al
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Morte - Trionfo della m. Scuola spagnola (scc. xv) - Palermo, palazzo Sclafani.
monastero di Monnagnese, ed attribuito non concordemente a Pietro Lorenzetti. Esso presenta anche notevoli analogie con il celebre affresco del camposanto di Pisa. Poco posteriore deve essere il Trionfo della m. affrescato nella Scala Santa del S. Speco di Subiaco. Le massime rappresentazioni di questo Trionfo sono quella frammentaria di S. Croce, in Firenze, del camposanto di Pisa, e del Palazzo Sclafani a Palermo. Il Trionfo della m. del camposanto di Pisa è legato iconograficamente a quello di Firenze, ma presenta una maggiore complessità. Ad esso si collega la rappresentazione della felice vita eremitica nella Tebaide, derivata dalle Vite dei SS. Padri di Domenico Cavalca. A metà del Quattrocento si diffonde da Firenze un'altra rappresentazione del Trionfo della m., ispirata dalle allegorie del Petrarca. Pietro de' Medici nel 1441 comandò a Matteo de' Pasti illustrazioni dei «trionfi»: ne sono rimasti cassoni, pannelli al Museo Horne, alla pinacoteca di Siena, nella collezione Gardner a Boston, in quella Landau a Firenze, nella Biblioteca Rossettiana a Trieste, nell'Albert Museum, ecc. Come nei "trionfi» antichi la m., generalmente come scheletro e con la falce, domina dall'alto di un carroccio, su un corteo, inteso a presentare varie immagini, allegorie e simboli letterari. Talvolta il cocchio è tirato da scheletri, o da cavalieri apocalittici, con elementi sumetrici a quelli degli altri "trionfi" cui il più delle volte questa scena era congiunta. Il tema, soprattutto in Italia, si diffuse rapidamente in decine di codici miniati, e talvolta divenne motivo di grandi affreschi, come quello di Lorenzo Costa, nella cappella Bentivoglio in S. Giacomo Maggiore di Bologna (1490), di cui fa parte anche una teofania.

Bibl.: R. van Marle, Todesvorstellung und Totentänze (Mittteil. der K. K. Central-Komm. zur Erforsch. u. Erhalt. der Kunstu. hist. Denkmäler, 17). Vienna 1872; G. G. Vitzthum, Die Quellen des Stils im Triumph des Todes, in Repertorium für Kunstwissenschaft, 28 (1904), p. 207 sge.; W. F. Storch, Die Legende von den drei Lebenden und von den drei Toten, Lipsia 1910; F. P. Weber, Aspects of Death and correlated aspects of Life in Art,
epigram and Poetry, Nuova York 1920; R. Helm, Skelett und Todesdarstellungen bis um Auftreten der Totentänze, Strasburgo 1928; F. Warror, The Dance of Death, Londra 1931; R. van Marle, Iconographie de l'art profane au moyen âge et à la Renaissance, 2 voll., La Haye 1932; L. P. Kurtz, The Dance of Death and the macabre spirit in european literature, Nuova York 1934; St. Kossky, Geschichte der Totentänze, Budapest 1936; L. Guerry, Le thème du Triomphe de la Mort dans la peinture italienne, Parigi 1950.

Eugenio Battisti
V. Biologia. - t. M. dell'individuo e perennità della specie. - La definizione della m. presenta le stesse difficoltà della definizione della vita poiché, dicendo che essa è «la cessazione del processo vitale ", si introduce il quesito di che cosa sia la vita (v.). Comunque la m. è la ineluttabile conclusione di ogni processo vitale e non valgono a controbattere questo asserto i cosiddetti casi di immortalità di certi organismi unicellulari (protozoi, protofiti) solo perché essi si riproducono dividendosi successivamente in due, trasfondendo cosi di-
rettamente il proprio corpo a costituire quello dei figli. Se è vero che essi si riproducono per innumerevoli generazioni senza lasciare cadaveri tra una generazione e l'altra, è pur vero che dopo un certo numero di generazioni, in un tempo relativamente breve, più nulla praticamente rimane del primitivo protoplasma che si è andato invece via via rinnovando (Naupas, Woodruff, Lúmiére, Varigny). Ciò senza tener conto delle ecatombi che questi animali subiscono quando le condizioni di ambiente (umidità, nutrizione, temperatura, ecc.) divengono sfavorevoli; in questi casi solo pochi individui in condizioni di cisti, in vita latente, riescono a resistere cosi da essere capostipiti di una nuova serie di generazioni con il ritorno delle condizioni favorevoli.

Anche la concezione della peren.rità e continuità del plasma germinativo delle forme superiori, pluricellulari, secondo le vedute del Weissmann (idioplasma), è soggetta alla stessa critica; che cioè ben poco o nulla materialmente è rimasto del plasma delle prime cellule germinali dopo le innumerevoli serie di generazioni che hanno portato alla attuale generazione dei viventi. Il meccanismo della continua riproduzione cellulare della linea germinale, se da un lato permette la trasmissione di una parte del materiale vecchio, dall'altra porta alla continua fabbricazione di materiale nuovo con le stesse caratteristiche di quello direttamente trasmesso alle cellule discendenti; il protoplasma vecchio viene cosi progressivamente sostituito da materiale nuovo specificamente simile. Così, con un meccanismo paradossale, la vita si perpetua e si rinnova per un lento e progressivo decesso.

Nei metazoi e metafiti, ovvero negli organismi pluricellulari, alla linea germinale si aggiunge il soma che rap-

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presenta la parte più cospicua del corpo. Nel soma le cellule, seguendo diverse linee, si differenziano nei vari tessuti con funzioni specifiche per poter effettuare, con la divisione del lavoro, una specifica attività. Ma con la specializzazione, le cellule perdono la possibilità di riprodursi : il differenziamento istologico condanna a m . le cellule e, in quei tessuti ove si attua una grande usura funzionale e gli elementi si distruggono rapidamente, occorre che rimangano riserve di cellule indifferenziate per un continuo rinnovo del tessuto con la loro riproduzione.

In base a molte osservazioni di embriologia sperimentale (isolamento dei blastomeri), di morfologia sperimentale (fenomeni rigenerativi) e di citogenetica (valore dei nuclei delle cellule), si può considerare ogni cellula di un individuo potenzialmente capace di riprodurre un intero organismo come se fosse una cellula uovo perché in ogni cellula vi è tutto il patrimonio ereditario (reclusi quei casi, naturalmente, in cui si è avuta degradazione della cromatina nucleare o di tutto il nucleo). Le condizioni dei gemelli monoovulari (poliembrionia) e i casi numerosi di riproduzione somatica o vegetativa di molti vegetali e animali (selenterati, vermi, tunicati, ecc.) depongono in favore di questo concetto. La differenza tra linea somatica e linea germinale non sarebbe pertanto essenziale, ma consisterebbe solo nella perdita da parte delle cellule del soma delle possibilità attuali di potersi riprodurre con effetto totale a causa delle limitazioni imposte dal differenziamento. Il soma può con ciò essere considerato come una parte delle cellule di un'unica linea che si sacrifica con il differenziamento per dare la possibilità di sussistenza, con il differenziamento di una individualità superiore, alle relativamente poche cellule delle gonadi che conservano, con le proprietà germinative, la totipotenza, permettendo così il perpetuarsi della specie con le successive generazioni. Se si considera come problema capitale dei viventi la perpetuazione della vita, poiché tale perpetuazione avviene, come si è detto, negli unicellulari come nella linea germinativa dei pluricellulari con un meccanismo di rinnovamento senza un effettivo decesso materiale ponderabile, il fenomeno, legato ai pluricellulari, della m. del soma, ovvero del cadavere, verrebbe ad essere, paradossalmente parlando, secondario. Sempre da questo punto di vista il soma mortale degli animali e delle piante non avrebbe altra funzione che essere supporto e custode degli elementi della linea germinale, quali gli spermi e le uova, i soli elementi necessari per la conservazione della specie; la m. del soma starebbe a testimoniare della sua inutilità ai fini della immortalità della specie, una volta che sia espletata questa sua missione. Così, sempre in forma paradossale, si potrebbe dire con il Butler che "la gallina non è che il mezzo con cui un uovo fa un altro uovo \%!

È evidente che un simile modo di vedere è ben lontano dall'essere accettabile, ché, se è vero che fine supremo dei viventi è la conservazione della specie, il fenomeno vitale avrebbe ben poco valore se si esaurisse nel circolo vizioso di vivere per vivere. Ed è proprio legata alla linea somatica mortale, e quindi intermittente, la manifestazione di proprietà vitali che trovano nell'uomo la massima esplicazione con i fenomeni della intelligenza e della psiche. Il progresso e l'evoluzione spirituali umani non sono certo presentati dalla linea germinale, ma sono frutto della diuturna fatica del soma mortale e che è trasmessa in retaggio ai figli con l'educazione e forse (sarà compito della genetica dimostrarlo) con un processo ereditario per l'influenza del soma sulle cellule germinali.

Tralasciando quest'ultimo problema che, se di estrema importanza, non ha ancora una base sperimentale sufficiente, si vede nella m . del soma un fenomeno biologico di grandissima importanza nel meccanismo di conservazione e di evoluzione della vita sulla terra.
2. M. degli elementi germinali. - Si osserva che la natura, per premunirsi contro la possibilità di estinzione delle specie, è prodiga nella produzione delle cellule germinali : spermatozoi e uova. Per
ogni specie animale e vegetale il loro numero è ben più elevato degli individui che di norma arrivano alla maturità, ben più elevato di quel numero che non può essere superato senza portare uno squilibrio slavorevole alla vita nelle singole biocenosi e nella biosfera. Si osserva anche che tanto maggiori sono i pericoli che incombono sui piccoli di una specie, per condizioni particolari ecologiche, tanto maggiore è il numero degli elementi germinali prodotti.

Così, prendendo il caso dei vertebrati, vengono prodotte sassi più uova nelle specie che le disseminano nelle acque che in quelle che le raccolgono in un nido e ne hanno cura; e ancor minore è il numero in quei vertebrati in cui le uova si sviluppano nel corpo materno.

Considerando la specie umana, che non è certo tra le più prolifiche della natura, si calcola la possibile maturazione di ca. 450 uova con una produzione, secondo Henle, nell'ovala di ca. 72.000 oociti. Il maschio a sua volta può produrre nella sua vita molti miliardi di spermatozoi. Di tutti questi gameti, che potenzialmente sono idonei per la produzione di un individuo, solo poche unità raggiungono la meta.
3. M. dell'individuo. - Ogni pianta o animale muore, compiuto che sia il suo ciclo vitale che ha durata caratteristica per ogni specie. Le ricerche fatte per chiarire i fattori che determinano la durata della vita, e quelle rivolte alla identificazione dei mezzi per prolungarla, hanno dimostrato che, quale fenomeno generale, pur con alcune eccezioni, tanto più rapida è negli animali la maturazione degli elementi germinali, tanto più breve è la durata della vita nelle diverse specie. La m. del soma ha come preludio il fenomeno della senescenza e questo si manifesta sin dalla nascita. La graduale perdita d'acqua, l'accumulo dei cataboliti, la produzione di strutture colloidali irreversibili, la generale isteresi colloidale del protoplasma, sono alcune tra le più evidenti cause intrinseche al protoplasma stesso che ne determina l'invecchiamento. A queste cause vanno aggiunte nei pluricellulari l'invecchiamento degli apparati organici e la graduale mineralizzazione del corpo.

Ma non è solamente con il decesso degli individui che la m. esaurisce la sua finalità, mirante al mantenimento e alla evoluzione della vita con il suo continuo rinnovamento, ma gli stessi cadaveri sono il substrato per la vita di una innumerevole schiera di organismi neconfili (batteri, protossi, vermi, insetti, ecc.). Va inoltre tenuto presente che, eccettuate le piante verdi, che possono sintetizzare con l'aiuto della clorofilla e utilizzando l'energia solare le sostanze organiche necessarie alla esistenza, e gli organismi che si nutrono dei detriti di queste, la gran maggioranza dei viventi si nutre di parti di animali e piante (senza che sia necessaria l'uccisione di questi) o degli interi organismi che vengono uccisi e divorati; cosi la m. prematura della vittima permette la vita delle specie predatrici.
4. M. delle cellule nello sviluppo e nella vita dell'individuo. - Ma, se fatto inevitabile è comunque la m . dell'organismo alla fine del suo ciclo vitale, non meno importante è la m. cellulare che si verifica di continuo durante la sua esistenza. La m. delle cellule non si manifesta solo nell'individuo adulto o vecchio, ma sin nell'embrione; anzi tale processo rappresenta un meccanismo morfogenetico di capitale importanza.

Si può affermare che l'embrione si sviluppa non solo con un continuo processo di moltiplicazione cellulare, ma anche con uno di distruzione cellulare che si accompagna al primo. Fenomeni di schizia (citolisi) permettono la formazione di aperture, di cavità, di canali negli organi in sviluppo. Così si vede che non tutto quello che si fabbrica con l'embrione viene conservato: molti organi

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DANZA DELLA MORTE
Copia del 1701 dall' originale attribuito a Bernt Notke del 1463 - Lubecca, chiesa della Madonna.

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(fat. Ene. Catt.)
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(fat. Ene. Catt.)
In alto a sinistra: IL MONASTERO DI S. SIMONE (sec. xiv). Dipinto del principe Brailowsky - Città del Vaticano, Congregazione Orientale. In alto a destra: PARTICOLARE DELLA CATTEDRALE DEL SALVATORE. Grata d'oro. Dipinto del principe Brailowsky - Città del Vaticano, Congregazione Orientale. In basso: IL CREMLINO. Dipinto del principe Brailowsky - Città del Vaticano, Congregázione Orientale.

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si formano con tappe successive di complicazione, utili e sufficienti per i singoli stadi di sviluppo, ma che via via vengono demoliti in tutto o in parte e sostituiti; cosi, per citare un esempio, tre reni si susseguono nella organogenesi dell'apparato emuntorio dei vertebrati superiori. In molti animali è una successione di stadi larvali e nei fenomeni di metamorfosi, tra uno stadio ed il successivo, molti tessuti ed organi vengono sacrificati con la costruzione di organi e apparati nuovi adatti alla condizione dello stadio larvale successivo o della condizione adulta; particolarmente note sono le condizioni degli insetti, in cui la larva, con la ninfosi, si trasforma in insetto perfetto, e quelle dei batraci. Nei pesci, rettili, uccelli e mammiferi si formano con l'embrione organi che servono alla vita embrionale, ma che alla nascita vengono abbandonati e si distruggono (annessi embrionali : corion, sacco del tuorlo, amnios, allantoide, ecc.).

Anche nell'adulto i processi mortali a carico delle cellule di molti tessuti continuano. E stato merito di Bizzozero e della sua scuola di stabilire le proprietà di rinnovamento dei vari tessuti nei mammiferi e nell'uomo. Questo rinnovamento, che si attua mediante processi di divisione cellulare di elementi a carattere giovanile che si conservano in vari tessuti (tessuti germinativi), serve alla sostituzione di quegli elementi che via via muoiono per usura funzionale e che appunto in relazione a tale processo di usura sono dotati di un ciclo vitale breve. Vi sono tessuti in cui questo ricambio di elementi cellulari è continuo per tutta la vita (tessuti ad elementi labili), come, p. es., l'epidermide che continuamente si cornetfica in superficie e si desquama e continuamente è rinnovata ad opera dello strato germinativo profondo, ed il sangue i cui globuli rossi, costruiti senza nucleo per un perfezionamento funzionale quale trasportatori di ossigeno, sono condannati a qualche settimana di vita. In altri tessuti la moltiplicazione avviene solo durante il periodo di accrescimento dell'individuo, ma potenzialmente la possibilità riproduttiva è conservata per tutta la vita, come nel fegato e in altre ghiandole. Solo nei tessuti ad elementi perenni, dei quali è tipico esempio il tessuto nervoso, le cellule vivono quanto vive l'organismo. Tuttavia anche per questo tessuto, in animali con metamorfosi (quali gli anfibi anuri), sono cellule nervose differenziate che, cessato un ciclo funzionale, si distruggono; così in altre specie vi è una possibilità riproduttiva delle cellule nervose (nella rigenerazione della coda e del midollo spinale degli anfibi urodeli).

Per un più profondo esame della senescenza si rimanda alla monografia del Levi, e a quelle di Minot e di Lepeschkin, rispettivamente per la citomorfosi e la necrobiosi cellulare (v. bibl.).

Secondo i calcoli di C. Franke, nel corpo umano vi sono ca. 4.000.000.000.000 di cellule fisse e 22.000 miliardi di cellule mobili con totale di 26.500 miliardi. Secondo Moleschott e Buchner in sette anni si è attuato il completo rinnovamento chimico di tutta questa moltitudine di cellule, o con la loro sostituzione o con il rinnovamento del loro protoplasma. Secondo Ona (1924) muoiono ogni giorno 500 miliardi di soli globuli rossi (cioè quelli che possono essere contenuti in 100 mathrm{~cm}³ di sangue) e altrettanti ne vengono giornalmente ricostruiti.

L'importanza del decesso delle cellule durante lo sviluppo non va vista solo nel continuo rinnovamento della materia vivente e nei processi della morfogenesi, ma appare anche per la diretta utilizzazione nei fenomeni vitali dei prodotti della distruzione cellulare (pigmenti, ecc.). Si consideri, p. es., come ha dimostrato Baglioni, che per il battito cardiaco (esperienze sui pesci cartilaginei) è necessaria la presenza nel sangue di piccole percentuali di urea, sostanza che è un diretto derivato della disintegrazione delle sostanze proteiche. Così i pigmenti biliari, prodotti con la distruzione dei globuli rossi, hanno importanza fondamentale nella saponificazione dei grassi e nella regolazione della flora intestinale. Le stesse cellule morte, che negli animali hanno subita una degenerazione grassa o cherotinica e che nei vegetali vengono lignificate o suberizzate, compiono importantissime funzioni per la vita dell'insieme.

Ma i fenomeni di citolisi hanno anche un'altra diretta importanza nei fenomeni biologici : si liberano infatti con l'agonia delle cellule (necrobiosi), e quindi con la loro distruzione, delle sostanze che hanno effetto stimolante sulla riproduzione delle altre cellule vive. Haberland poté dimostrare come nei vegetali la moltiplicazione dei tessuti delle ferite fosse stimolata dalle cellule maltrattate ed in via di distruzione e parlò di ormoni da ferita o necrosormoni. Banner, Haagen e Smith poterono isolare una sostanza proteica dotata di tale attività (acido tessmatinico). Fenomeni simili sono stati osservati anche negli animali a carico di cellule in agonia. Secondo J. Bracher l'acido nucleico che si libera con la citolisi ha una grande importanza nei fenomeni di evocazione embrionale (organizzatore). Le induzioni che si ottengono negli embrioni con trapianti di pezzetti di tessuti morti o in via di citolisi, o comunque maltrattati ed in fase agonica, si possono interpretare dovuti all'acido nucleico liberato e ad altre sostanze. Così se, p. es., si trapianta nel campo degli arti un frammento di tessuto irradiato con raggi X (Perri negli anfibi) si ottengono numerose induzioni di arti soprannumerari, stimolati dalle cellule in lenta distruzione del frammento trapiantato.

Importanti sono al riguardo le esperienze di Filatov di trapianto sottocute di frammenti di tessuti maltrattati (con bassa temperatura, con l'oscurità) che producono un effetto biologico stimolante generale nell'organismo trattato. Nello stesso ordine di fenomeni va probabilmente interpretato l'effetto dell'elettrochoc di Cerletti e Bini; con questo trattamento l'organismo è portato all'estremo limite di resistenza e le cellule liberano delle acroagonine, come le chiama Cerletti, con effetto stimolante benefico generale.

A conclusione di questi fatti brevemente esposti, la m . non deve essere considerata come un accidente in antagonismo con la vita. La sua finalità, già nei fenomeni di mortalità dei gameti, la sua importanza nel meccanismo dello sviluppo embrionale, la sua necessità per lo svolgerai dei fenomeni fisiologici, depongono a considerarla, con apparente paradosso, fattore essenziale della vita di un individuo. Con la m. dell'individuo si ha la continuità della vita, ma con un substrato materiale di continuo rinnovato, e così la m. viene a risultare il processo fondamentale di ogni meccanismo di miglioramento biologico e di evoluzione, comunque considerati, compreso quello della evoluzione intellettuale e dello spirito della specie umana. - Vedi tav. XCVII.

Biall: C. S. Minot, The problem of age, growth and death, Nuova York 1908; A. Lumière, Théorie collobale de la biologie et de la vie, Parigi 1922; P. Pearl, The biology of death, FiladelfiaLondra 1922; H. Varingy. La mort et la biologie, Parigi 1926; N. S. Jennings, Vie et mort. Hérédité et évolution chez les organismes unicellulaires, ivi 1927; W. W. Lepeschkin, Zell-Nehrubisse und Pratzylianna-Tod, Berlino 1927; G. Levi, Accrescimento e senescenza, Firenze 1946; A. Stefanelli, Cicli vitali e citomorfosi delle cellule nervose dei Vertebrati, in Rendiconti Acc. Naz. Linevi, 3⁴ serie, 10 (1921), pp. 139-64.

Alberto Stefanelli
MORTE DI GESÙ CRISTO: per la storia, v. Gesù Cristo; per il valore soteriologico, v. MERITO DI GESÙ CRISTO; REDENZIONE; SOGGIERAZIONE.

MORTI, FESTA dei. - La f. dei m. (2 nov.; per la liturgia, v. DEPUNTI, IV. iv. Commemorazione di tutti i fedeli d.) dà luogo a una serie di manifestazioni che attestano il vivissimo culto che il popolo nutre verso i propri familiari morti, e le numerose, talora strane credenze sulla condizione dei m. nell'al di là, e sui loro rapporti con il mondo dei vivi.

E credenza larghissimamente diffusa, che in quella notte i m. ritornino a rivedere i luoghi dove vissero e a visitare la propria casa. La fantasia del popolo vede queste interminabili processioni delle anime dei defunti, che recitando rosari e litanie entrano nella città e assistono alla "Messa dei m. ": numerose sono le leggende di cosi avvenuti a persone che si trovarono ad assistere a tali processioni o Messe. Nel Friuli i contadini lasciano sulla tavola un lume accesa, i secchi pieni d'acqua e un po' di pane sul desco; in Lombardia la tavola imbandita, il fuoco acceso e le sedie intorno al focolare, perché in quella

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notte i m. sentono bisogno di mangiare, bere, riscaldarsi. Anche assai diffusa l'usanza che in quelle notti tutti si alzino assai presto da letto, per lasciare il posto ai m.

Cibo di rito in tale ricorrenza erano le fave: «Secondo gli antichi le fave contenevano le anime dei loro trapassati: erano sacre ai m. Presso i Romani avevano il primo posto nei conviti funebri" (Pitrè). Sotto l'influsso del cristianesimo l'offerta di fave ai m. si trasformò in una distribuzione caritatevole ai poveri : in rapporto a ciò si usava in Romagna e altrove mettere agli angoli delle strade bigonci o altri recipienti pieni di ceci o lupini lessi, da cui chiunque poteva attingere. Ora le "fave dei m." sono, di regola, sostituite con dolci di egual nome e di foggia più o meno simile. Oltre le fave, si usa mangiare in Lombardia "i ceci con la carne di maiale" e il "pan dei m.", che è anche dato in carità; in Abruzzo cibo di rito era la pizza con le sardelle e le ragazze ne facevano dono ai loro fidanzati. In Puglia, come in Abruzzo, comitive di giovani girano questuando "per le anime dei m." cantando una canzone di circostanza. In Sicilia era diffusissima la tradizione dei regali ai bimbi, come per la Befana: questi regali erano detti appunto "cosi di m." perché si immaginavano che fossero lasciati dai m. sulla finestra e alla porta dei bambini buoni.

In Abruzzo si crede che i m. possano restare nelle proprie case dal a nov. fino all'Epifania: durante tale periodo si ha cura di non fare oscillare la catena del camino per non svegliare i m. che dormono in casa. A Roma, per l'Ottavario dei m. avevano luogo in alcuni cimiteri (della Consolazione, di S. Spirito in Sassia ecc.) rappresentazioni sacre, che per mezzo di statue in cera o di teloni dipinti evocavano scene del Vecchio e Nuovo Testamento, o si ispiravano a temi di circostanza. I soggetti variavano ogni anno e venivano riprodotti in incisioni e commentati con Spiegazioni in foglietti volanti che si distribuivano ai visitatori. L'usanza, iniziata nel 1763 dall'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte durò fino al 1849 , e nei paesi circostanti fino agli ultimi decenni dell'Ottocento. Una delle più commoventi liriche del Pascoli, La tonaglia nei Canti di Castelvecchio, s'ispira alle credenze popolari sopraindicate.

Birl.: G. Finamore, Credenze, usi e costumi abr.izzezi, Palermo 1890, pp. 180-84; G. Pirrè, Spettacoli - feste popolart siciliane, ivi 1801, pp. 355-408; A. Bevignani, Le rappresentazioni sacre per l'Ottavario dei m. a Roma, Roma 1912; E. Canziani, Piemonte, trad. it., Milano 1917, pp. 29, 73, 112, 116, 157; S. La Sorsa, Usi e costumi e feste del popolo pugliese, Bari 1923, pp. 91-92; A. Visconti, I Lombardi, Milano s. a., pp. 78-80; A. Pescio, Terre e vita di Liguria, ivi s. a., pp. 63-64; P. Toschi, Romagna solatia, ivi 1923, p. 23; A. Van Gennep, Manuel de folklore françois contemporain, III, Parigi 1937, pp. 383-89; V. Ostermann, La vita in Priuli, II, 2° ed., Udine 1940, p. 392; G. C. Pola Falletti di Villafalletto, Associazioni giovanili e feste antiche, III, Torino 1947, pp. 20-23. Paolo Toschi

MORTI, MODO SOTTERRANEO dei. - Il m. s. dei m., designato con il termine "Inferi", non importa l'idea di un luogo tenebroso di castigo, quale potrebbe apparire dall'accezione cristiana di esso, bensì, più in generale, come regno sotterraneo ove si adunano le anime dopo la morte, siano esse meritevoli di premio o di pena. Gli Inferi non sono raffigurati solo come regno della tenebra e del dolore, ma anche quale regno luminoso dei beati : caratteristica, questa, che è comune un po' a tutte le religioni antiche.

1. Presso i Mesapotamici, Babilonesi e Assiri, il m. dei m., luogo tenebroso, dove tuttavia scorre l'acqua di vita, si chiama arallū. Vi si entra per sette porte ed è governato dalla coppia divina Ereškigal e Allatu. Se ne ha una descrizione nel poema di Gilgameš [v.].
2. Gli Egiziani hanno abbellito la visione del loro mondo di oltretomba. Dalla credenza primitiva che faceva del sepolcro la dimora del defunto, al quale occorreva fornire quanto era necessario alla sua umbratile vita, sono passati a concepire il mondo sotterraneo (amenti) come un luogo dove l'anima, una volta giunta nella barca del sole, attraversate le dodici divisioni del percorso e su-
bito il giudizio di Osiride con i suoi 42 giudici, passa nei campi di Yaru (Earu) dove le è riservata una felice dimora perenne.
3. Indo-franici. - Nel periodo vedico della religione indiana il cielo è esclusivamente il mondo degli uomini pii, degli eroi ecc., dal quale i reprobi sono esclusi ( R g sedo, X, 17, 4). Accanto a questa credenza dovette esistere, anche se ne manchino esplicite notizie, quella di un oltremondo destinato ai malvagi. Infatti, mentre un rituale vedico (Taiti, Ávany, VI, 5, 13) dice: «Presso il re Tama (il re dei morti)... si scparano gli uomini che quaggiù furono fedeli alla verità e quelli che mentirono", i seguenti passi possono recare qualche prova sulla credenza di un sotterraneo regno per le anime dei malvagi: «Indra e Soma scaglino i malfattori nella caverna coperta e chiusa (vdvva), nella tenebra....»; "Che possa dimorare sotto le tre terre... colui che contro di noi ordisse la perfidia " (Rgveda, VII, 104, 3 e 11); ed ancora è detto di quelle "che menano una vita sregolata come donne che ingannano lo sposo, che sono cattive e false e senza fede, costoro si sono create questo luogo profondo" (ibid., IV, 4, 5). Inoltre nell'Atharva Veda (II, 14, 3) mentre si augura alla perfida maga "che possa precipitare nel fondo della prigione infinita", si trova un passo ( V, 19, 3) che indugia a descrivere il peccatore - che in terra ha offeso un brahmano - seduto tra i rivi di sangue e mangiante i suoi capelli; il che potrebbe dimostrare la credenza, nell'India, di un mondo infero abbastanza ben definita, e forse assai strettamente connessa con quella comune ad altre popolazioni Indoeuropee (v. appresso).

Dal resto l'Avesta (che conserva tante credenze comuni del periodo indoiranico) ha conservato una minuta descrizione del destino spetrante alle anime buone e a quelle cattive: "I malvagi, i cattivi principi... le loro anime riceveranno il cibo immondo, e certamente andranno ad abitare la casa della Druj " (Yasna, 49, 11), e: "Colui che avrà ingannato il giusto, a costui più tardi gemiti, lunga dimora nelle tenebre, cibo infetto e parole di insulto. Ecco il mondo, o malvagi, dove vi conducono le vostre opere e la vostra religione" (ibid., 31, 20).

Oltre a ciò nell'Avesta è conservato un particolare che si ritroverà ampiamente svolto soprattutto nella religione greca, quelle del bivio a cui l'anima dovrà pervenire quando sarà giunta nell'oltretomba: "Attraverso il ponte Civat le anime possono dirigersi al cielo, ovvero, se dannate all'inferno, alla Druy (ibid., 46, 11).
4. Grecia. - Per i Greci l'oltretomba, cioè il mondo degli Inferi che essi chiamano Ade (" Λ i δ eg. = l'invisibile) è un mondo reale; di esso infatti esisteva una specie di geografia, con la descrizione di vie, regioni, fiumi ecc., che, secondo la tradizione, era stata fissata per primo da Orfeo, in occasione della sua Catabasi (Olimpiodoro, In Platonis Phaedonem comment., ed. W. Norvin, pp. 202-12) e che senza dubbio era fatta conoscere agli iniziati nei misteri di Eleusi, quale vistico per l'oltretomba ( 0 tre volte beati quei mortali che dopo aver contemplato questi misteri, se ne andranno all'Ade: ché essi soltanto ivi potranno vivere; per gli altri tutto sarà tormento: Sofocle, frg. 348, ed. Didot).

L'Ade, a sua volta, appare distinto dal Tartaro, la prigione degli dèi detronizzati (Il., VIII, 13 ag.) e dall'Erebo, la prigione vera e propria dei morti (cf. loc. cit., 368).

Questo mondo delle ombre non fu però del tutto inaccessibile ai viventi; oltre la già ricordata catabasi di Orfeo, si veda la Nekyia di Ulisse nell'Odissea (Od., XI), che servì di modello a quelle posteriori. Ad esso si poteva accedere attraverso determinati antri o caverne, come quella del capo Tanaro in Laconia, di Erminos nell'Argolide, di Cuma in Italia, ecc.

Questo regno delle ombre è costituito da un'immena caverna sotterranea posta all'Occidente, ai confini dell'Oceano (Omero, Il., XX, 61; Od., X, 506, sgg.); ed è retto dallo spietato Ade (o Plutone), più tardi, unitamente alla sposa Percefone (Il., IX, 457, 568).

Essa è separato dal mondo dei viventi da una o più grandi porte (dette anche le "porte del Sole»: Od., XXIV, 12), appena varcate le quali si giunge al "prato di asfodelo" (Od., loc. cit. e XI, 539). Questo prato - che è

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come il vestibolo dell'Ade, e sul quale avvenne l'incontro di Ulisse, sceso agli Inferi, con Achille (Od., loc. cit.) - in età più tarda, quando cioè divenne più chiara alla mente greca la concezione dell'aldilà come premio o castigo delle anime ( v. sotto), fu ritenuto il luogo di coloro che in vita non erano stati né buoni né cattivi (cf. Luciano, De lucta, 9).

Secondo la tradizione, Orfeo aveva parlato di un solo fiume infernale : lo Stige, che appare negli strati più antichi dell'epopea omerica; infatti nell'Iliade (VIII, 369), per nominare il mondo sotterraneo, si giura sul fiume Stige. Ma più tardi i fiumi che percorrono o avvolgono l'Ade divengono numerosi, e nell'Odissea stessa (VIII) si trova l'Acheronte, il Pirifisgetonte ed il Cocito.

Il traghettatore di questi fiumi è il vecchio Caronte dall'aspetto grave e calmo - di cui il primo cenno risale al sec. vi (cf. Pausania, X, 28, i) al quale l'anima doveva un obolo per il traghetto.
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A guardia degli Inferi, sulla porta sta Cerbero, il cane, variamente rappresentato con cento, cinquanta o tre teste, noto certamente da alta antichità (al a cane di Hades" si accenna in Il., VIII, 367; Od., XI, 623; nominato per la prima volta in Esiodo, Theog., 311).

La psiche, o soffio vitale, abbandona l'uomo quando muore ma non si estingue con la morte; essa, conservando le sembianze del morto, vaga senza più coscienza nella notte eterna dell'Ade. Essa però poteva tornare alla coscienza quando le veniva offerto a bere il sangue di un sacrificio compiuto dai viventi, versato in una fossa, in comunicazione con il mondo infero.

Tuttavia alla religione della Grecia non dové essere estranea in un secondo tempo la credenza dell'Ade quale premia o castigo per le anime dei trapassati, sia perché in Omero stesso (Il., III, 279; XIX, 260), in giuramenti solenni, accanto agli dèi supremi sono invocate le Erinni, che sotto terra puniscono gli spergiusti; sia perché ancor in Omero (Od., XI) si fa parole dei tre Titani : Tizio, Sisifo e Tantalo condannati nell'Ade a pene sempre rinnovantisi; ma soprattutto perché già in Esiodo (Erg., 287 sgg.) e con maggiori dettagli in Pindaro (Erg. 129, 1308, in Plutarco, Consol. ad Apoll. 35; cf. Pindaro, Olymp., 2, 56) si trova la tradizione delle due vie - del Vizio e della Virtù - le quali dal bivio posto all'ingresso dell'Ade possono condurre l'una (a sinistra) ai luoghi dei tormenti del tenebroso Tartaro, ove infuriano, tra vari mostri, le Erinni; l'altra (a destra) invece agli ameni e luminosi campi Elisi, ad un eterno gaudio di conviti, danze e fiori (cf. Aristofane, in Koch, Comic. fragm., I, 517; gli Elisi, ai confini dell'Oceano, già noti ad Omero: Od., IV, 563-89). Contemporanea a questa concezione dell'Ade, dovette sorgere quella delle anime, che, condotte agli inferi da Ermete (detto, per questa sua mansione Υ_{v χ o π o μ π o c}= guida delle anime; cf. Od., XXIV, i sgg.), si presentavano per essere esaminate ed assegnate al luogo più adatto da un giudice infernale.
5. Roma. - La notizie circa le più antiche credenze romane sull'oltretomba sono assai scarse. Un elemento con ogni probabilità veramente indigeno ed arcaico è quello che riguarda il mundus (v.), il quale (cf. Festo, s. v.) era una fossa scavata nei terreno, con il tetto a vòlta, in cui poteva calarsi una sola persona. Esso era consacrato alle due divinità infernali Dis pater e Proserpina (cor-
rispondenti alle greche Plutone e Persefone), ed i giorni in cui veniva aperto erano considerati religiosi, cioè infausti, poiché allora «è come se fosse aperta la porta degli dèi tristi ed infernali» (Macrobio, Sat., I, xvi, 18-19). Sicché non è forse arricchista ritenere che questo mundus, punto di comunicazione tra il mondo dei vivi e gli inferi, corrispondesse proprio a quelle caverne della religione greca, che davano accesso al regno delle ombre.

Tuttavia simili luoghi esistevano anche altrove; infatti presso Cuma, sulle sponde del lago d'Averno, un antro - che Virgilio (Aen., VI, 126) definisce " ianua Ditia" - immetteva direttamente nella regione infernale.

Questo regno i Romani chiamarono Orco ( = Orcus, che è anche il nome del dio infernale; cf. il greco Ade), e la sua economia fu descritta assai tardi e quasi interamente ricalcando i modelli greci (per le fonti, v. Ennio, ap. Lucret., I, 117 sgg. e ap. Lactant., I, 14; Lucrezio, VI, 762 sgg.; III, 1036 ecc.; Apuleio, Me tam., VI, 18 sgg.; Silio Italico, XIII lib.; ma soprattutto Virgilio, Aen., VI ed il poemetto Culex).

Dagli Etruschi invece sembra che i Romani attingessero il concetto dell'Acheronte (Acheruns), che fino a Lucrezio ebbe il significato di inferi, e solo più tardi fu il nome del fiume infernale. Anche il Caronte romano è certamente ispirato dalla analoga figura etrusca più che da quella greca.
6. Etruschi. - Ben poco si può dire sulle concezioni dell'oltretomba presso gli Etruschi, dei quali è nota, solo attraverso qualche fugace citazione di autori latini, l'esistenza dei Libri Acheruntici, in cui con ogni probabilità erano raccolte tutte le loro credenze oltremondane.

Tuttavia, per quanto è dato giudicare dall'archeologia, moltissimo attinsero dai Greci per le loro credenze sull'oltretomba. Così, in primo luogo il nome stesso del mondo infernale, da essi chiamato probabilmente : axrum, che deriverebbe dal greco ' λ χ ε ξ ρ ° ν ( = Ade), Eita e Persipnai ( = Ade e Persefone), Turmi Alisi ( = Ermete psychopompos) che accompagna la kindial cioè la perche, il demone Culśu (tipo di Erinni con in mano una fiaccola ed una spada) a guardia dell'entrata del regno dei morti.

Xaru, corrispondente a Caronte, invece, per il suo aspetto terribile, spesso alato, armato di un grosso maglio con cui percuote le anime, appare assai diverso dal solenne Caronte greco. Accanto ad esso compare spesso l'altro demone Tuxulxa, e, tra le altre divinità infernali, da ricordare Leind, dea della morte, Mean che nello specchio di Perugia incorona Hercle vincitore di Cerbero; Krankru invece, animale infernale, è un felino o lupo con lunghe corna di cervo.
7. Germani e Balto-Slavi. - Da Erodoto (IV, 94 sg.) si sa che i Traci credevano che il loro dio Zalmoxis ogni tre anni ritornava sulla terra dall'« abitazione sotterranea " ch'egli stesso in vita si era costruito.

Tra le popolazioni germaniche si trova Hel, il triste luogo sotterraneo che accoglieva, per l'espiazione, le anime dei morti ed al quale si arrivava attraverso un lungo cammino; Hel nello stesso tempo era la dea della morte e del mondo infero (cfr. il gr. Hades, e il lat. Orcus).

Tuonela era il regno sotterraneo per i Finni, e Porgu per gli Estoni i quali credevano di poterlo raggiungere attraverso l'apertura di una caverna.
9. Gli Inferi nell' etnologia. - Credenza molto diffusa anche tra i primitivi è quella di un altro mondo infernale,

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tenebroso e indesiderabile, dove gli spiriti dei malvagi scontano le loro colpe (Sud America : Matacos, Muyscas, Patagoni, ecc.; Messicani) ed al quale si accede attraversando un fiume od il mare accompagnati da un traghettatore (Figiani; Nuova Guinea). Assai spesso però questo regno infernale è anche un regno luminoso e felice quale conviene agli uomini di alto rango, e per quelli caduti in battaglia (Polinesia e tribù del Nord America).

Infine va ricordata la credenza, tanto diffusa, secondo cui al mondo infernale si può accedere attraverso l'apertura di alcune caverne (presso i Kai, i Tami, Nilotici, ecc.). Così, una popolazione di Cusciti (Nord Africa), narra di una vecchia che, presa per mano dalla divinità, fu condotta dinanzi alla bocca di una spelonca, che era l'ingresso dell'inferno; scesa nel basso vide vari uomini e donne che scontavano pene. Poi proseguendo arrivò ad un paese "dove il cielo era vicinissimo al suolo " e dove tutto era verde, abbondanza e serenità.

BibL.: H. Oldenberg, Religion du Véda, trad. franc. di V. Henry, Parigi 1903, p. 336 sgg.; E. Rohde, Psiche, trad. it., Bari 1914, pp. 67, 320 e passim; E. Laterza, Il paradiso e il re Vama, e le credenze d'oltretomba nel Rgveda, in Rivista Indo-grecalitilica, II (1918), 103-27; III (1918-19), 131-45; Fr. Cumont, Afterlife in roman paganism, Nuova Haven 1922, passim; C. Pascal, Le credenze d'oltretomba, 2 voll., Torino 1923, passim; G. Pasquali, Acheroni, Acheroniti, in Studi etruschi, I (1927), p. 296 sgg.; V. Muschioro, Zagreus, Firenze 1930, 321 sgg.; E. Ebrunck, The idea of God in Homer, Uppsala 1932, p. 82 sgg.; W. F. Otto, Gli dèi della Grecia, trad. it., Firenze 1944, p. 171 sgg.; G. Q. Giglioli, La religione degli Etruschi, in Tacchi Venturi, Storia delle religioni, I, Torino 1949, p. 693 sgg.; R. Petrazzoni, Miti e leggende, I, Torino 1949.

Cezare D'Onofrio

MORTIFICAZIONE. - Termine ascetico cristiano indicante le privazioni imposte a se stessi per dominare le tendenze disordinate della natura, in ordine al perfezionamento morale e spirituale. La parola è di origine psolina (Col. 3, 5; Rom. 8, 13).

La m. suppone un impegno personale per vincere il mondo condannato da Gesù Cristo (Io. 17, 9-16) e costituito dalle "concupiscenze degli occhi e della carne, dalla superbia della vita" (I Io. 2, 16), radicate in ogni uomo. Per evitare il peccato e per inoltrarsi nella vita morale perfetta occorre pertanto combattere e superare moltissime inclinazioni, che sorgono dalla natura viziata per la colpa originale. Questo rinnegamento giustamente si chiama "m." in quanto uccide le voglie del proprio io. Il suo oggetto si estende oltre il proibito o comandato; si compiono atti di m. non solo per vincere tentazioni attuali, ma anche per superarsi in cose lecite.

La m. è «abituale», quando l'anima è morta al mondo delle concupiscenze : «i seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze" (Gal. 5, 24); è «attuale» quando si compie un esercizio di distacco dal mondo o di rinunzia alle proprie tendenze. Questo avviene sia sottomettendosi pesientemente alle varie prove, contrarietà ed afflizioni, che sorgono indipendentemente dalla propria iniziativa, ed è m. "passiva»; sia con l'infliggersi spontaneamente rinunce, o compiendo atti penosi, ed è m. "attiva». A seconda che ciò avvenga con atti prevalentemente interiori (umiliazioni, rinnegamenti di giudizio, di curiosità ecc.) od esteriori (afflizioni corporali, austerità, privazioni del sonno, vitto, comodi, ecc.), la m. è «interna» o "esterna».

La necessità della m. per la salvezza e santificazione dell'anima è verità inculcata ripetutamente dalla Scrittura nel modo più categorico. Già il Vecchio Testamento ammoniva: «Non andar dietro alle tue passioni e allontanati dalle tue voglie» (Eccli. 18, 30). Nel Nuovo Testamento l'insegnamento di Gesù e dei suoi Apostoli è esplicito: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» ( L c. 9, 23; cf. Io. 12, 24; Mt. 22, 37; Mc. 8, 35, ecc.). La Chiesa, erede del mistero della Croce, ha sempre inculcato la m. come mezzo indispensabile per amare Dio; Innocenzo XI condannò la dottrina contraria di Molinos (v.) il quale aveva sostenuto: "Crux voluntaria mortificationum pondus grave est et infructuosum, ideoque
dimittenda" (Denz-U, 1258-59). Tutti i santi hanno insegnato e praticato la m. e l'amore alla Croce. Anche quelli che apparentemente seguivano una vita più soave, come s. Francesco di Sales e s. Giovanni Bosco, facevano penitenze straordinarie privandosi del sonno, o digiunando, o infliggendosi altre asprezze. Di fatto la Chiesa esige la m. esterna anche corporale per dichiarare le virtù eroiche di un servo di Dio (cf. Benedetto XIV, De beat. et con. Sanctarum, III, cap. 28). Non richiede un determinato genere di m., ma l'uno o l'altro. Il De Imitatione Christi, compendiando l'insegnamento evangelico ed ecclesiastico, giustamente afferma: «Tanto farsi profitto, quanto ti sarai saputo far violenza" (I, cap. 25).

Infatti, come insegna s. Paolo, «siamo stati sepolti con Cristo per mezzo del Battesimo nella morte». Il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui perché fosse ridotto a nulla il corpo del peccato, in modo da non essere più noi schiavi del peccato (Rom. 6, 6). Nel cristiano, che deve "vivere a Dio in Cristo Gesù" (ibid., 6, 11), non deve regnare il peccato, né deve egli ubbidire alle concupiscenze del corpo mortale. Ma perdurando nell'uomo, anche dopo la giustificazione, la concupiscenza, lasciatagli per esercitare la virtù (Tridentino, sess. V, decr. super pecc. orig.: Denz-U, 792) deve combatterla, affinché essa sia tenuta come morta e sepolta, e l'anima perseveri nello stato di Grazia. La m. è quindi indispensabile, giusta la frase di Cristo: «Il regno dei cieli si conquista con la forza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt. i1, 12; cf. s. Tommaso, Summ. Theol., 2^{mathrm{a}-2^{mathrm{ar}} .9 .25 mathrm{a} .5 mathrm{e} .9,184} a. 2). La m., praticata per motivi soprannaturali, è atto di vera penitenza, soddisfattoria e meritoria. Con essa si superano tutte le tentazioni (nelle quali le cadute avvengono sempre per mancanza di m.) e si genera una disposizione abituale all'umiltà. Con la m. volontaria l'uomo ricorda d'essere peccatore, e fragile; concepisce uno spirito di compunzione (v.) che prepara l'anima a grazie speciali, rendendole propizio il Signore. La m. corporale, più che estirpare i vizi in maniera quasi fisica o fisiologica, li toglie o riduce, mediante i motivi soprannaturali che imprime nell'anima e le grazie efficaci che attira da parte di Dio, le quali fanno odiare il male.

Si possono distinguere tre gradi principali di m.: a) vincere in sé le tendenze alla colpa, evitando ogni attaccamento ad una creatura che sia contro il volere di Dio; con tale m. uno si regola in tutto secondo la morale cristiana (H. Noldin, Theol. moralis, 27ᵃ ed., I, Innsbruck 1941, n. 91); questa m. è necessaria alla salvezza, e con essa ci si protende alla perfezione combattendo fin le ultime colpe veniali semiavvertite o semideliberate. b) Non amare né odiare alcuna cosa creata per se stessa, ossia distaccare se stessi dalle cose, per non volerle se non in quanto sono oggetto della volontà di Dio (v. indifferenza). c) Abbracciare volontariamente per amore di Dio le cose contrarie ai propri gusti, rinunziare a piaceri anche leciti, gustarli come se non si gustassero (I Cor. 7, 29 sg .) con una rinunzia interiore, per rendersi così più simili a Cristo sofferente, vittime con la Vittima Espiatrice per eccellenza (cf. B. Rogacci, Dell'uno necessario, Roma 1704-1708, pp. 3, 19). Così si arriva all'amore della Croce, che consiste nel preferire, anche a parità di gloria del Signore, il sacrificio piuttosto che il piacere, per poter dimostrare così in modo più efficace il proprio amore a Dio, che per amore dell'uomo ha scelto la Croce (Hebr. 12, 2). "Giacché Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero» dice s. Pietro (I Pt. 4, 1). Sempre la m. deve essere fatta con spirito grande, ossia generoso, e regolata dalla prudenza.

Alla domanda se la perfezione cristiana possa esigere anche la m. dei cosiddetti «valori umani» più alti quali l'arte, la scienza, l'indipendenza personale, la vita civile, la risposta non può essere che affermativa. Cosi di fatto operò Gesù Cristo, che, specialmente nella sua vita na-

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scosta a Nazareth, seppelli quasi se stesso e come lui fecero moltissimi santi. La giustificazione di questa specie di morte o di distruzione in se stessi di quel che vi è di più nobile nella vita umana, fatta nella misura che la Divina Sapienza può chiedere in determinate circostanze ai suoi eletti, si desume anzitutto dalla "piena libertà» che il cristiano deve avere di fronte a tutto ciò che è creato ed anche a se stesso per rispetto a Dio, che è al di sopra di tutto, ed ai suoi voleri. La rinunzia a tali valori, quando Dio la richiede, è una dimostrazione concreta del "primato assoluto" di
Dio e delle cose soprannaturali su tutte le cose naturali anche più alte. In tali casi l'anima può manifestare praticamente che ama Dio "al di sopra di tutte le cose». Questa in. si legittima dal fatto che è rinuncia a cose transitorie e temporali in vista di quelle definitive ed eterne; vi è dunque il sacrificio del meno per il più. Nell'uomo decaduto per il peccato originale, la natura umana deve considerarsi in un certo senso gravata di un debito di espiazione e soddisfazione, e perciò si comprende che Iddio possa richiederle il sacrificio di cose anche preziose. Gesù Cristo ha portato la sua umanità alla morte in croce e la Redenzione si è compiuta così. L'ascetica cristiana non può astrarre dalla verità definita nel Concilio d'Orange dello stato decaduto in cui si trova l'umanità e della necessità di una restaurazione penale, e cosi si spiega il carattere penitenziale di tutta la storia umana e d'ogni vera ascetica, che non voglia essere tinta di pelagionesimo (cf. Conc. Arausicanum, II: Denz-U, 174; s. Agostino, De nupt. et concup., II, 34, 57: PL 44, 471).

BibL.: R. Garrigou-Lagrange, L'amour de Dieu et la croix de Jéust, Javley 1929, pp. 283-406; O. Zimmermann, Lehrbuch der Atselth, 2² ed., Friburgo in Br. 1932, \2, pp. 143-57; L. Hertling, Theologia ascetica, 3² ed., Roma 1944, nn. 27-31; J. de Guibert, Locus de théologie spirituelle, Tolosa 1946, pp. 330335; A. Lanz, Umanesimo cristiano e perfezione spirituale, in Gregorianum, 28 (1947), pp. 134-53. Arnaldo M. Lanz

MORTO, MARE. - Lago della Palestina al termine del fiume Giordano, incassato fra le ripide montagne di Moab all'est e del deserto di Giuda all'ovest, lungo ca. 76 km ., largo 16 , con un'area di 945 kmq . ed una profondità massima di 791 m . sotto il livello del mare, costituendo la più profonda depressione continentale conosciuta sul globo. Una piatta penisola sporgente a sud-est, detta al Lisān, lo divide in due parti distinte, di cui la minore è uno stagno salato ricoperto di 6-8 mathrm{~m}. d'acqua, che si prolunga nell'acquitrino della Sebḥah.

Caratteristica principale è la intensa concentrazione dei sali (20-26), fra i quali prevalgono i cloruri di magnesio, di sodio e di calcio apportati da numerosi affluenti (principali il Giordano a nord e il Wâdî el-Môğib, il biblico Arnon, all'est) e dalle numerose sorgenti termali e solforose (Hammâm Zerqā Mâ'în, l'antica Calliroe [v.], all'est, e la ricca 'Ajn Gidī, la biblica Engaddi, all'ovest) che vi riversano ca. 200 mc . al secondo. Sebbene il M. M. non abbia emissari, il regime delle acque si mantiene costante per l'intensa evaporazione, con variazioni oscillanti a seconda delle condizioni atmosferiche