fu incaricata di sradicare dovunque la religione già bandita dalle scuole e dalla vita culturale. Nel 1929 e 1931 il governo emanò nuove disposizioni, con le quali ordinò unilateralmente gli affari ecclesiastici imponendo alla Chiesa ogni sorta di limitazioni nella sua attività e la sottomise a un minutissimo controllo poliziesco. Malgrado ciò nel censimento del 1936 molti ancora si dichiararono credenti, tanto che il governo non pubblicò mai interamente quelle statistiche.
Durante l'invasione tedesca dell'Unione sovietica (1941) il metropolita Sergio, l'episcopato, e il clero, solidali con il popolo, diedero prova di leale patriotismo. Allora il governo, stretto dalle difficoltà esterne ed interne, riconobbe ufficialmente l'amministrazione ecclesiastica e autorizzò l'elezione del patriarca, che fu fatta l'8 sett. 1943 nella persona del metropolita Sergio. A questo, m. il 15 maggio 1944, succedette il metropolita di Leningrado, Alessio, eletto il 1° febbr. 1945 dal Concilio a M.
Il giorno precedente il Concilio approvò un nuovo statuto della Chiesa patriarcale russa, adattandolo in tutto alla legislazione sovietica. Secondo questo statuto, capo della Chiesa è il patriarca «di M. e di tutta la Russia», che la governa assistito da un sinodo composto di 6 vescovi. La suprema autorità legislativa e giudiziaria risiede nel concilio, al quale appartengono, oltre ai vescovi, anche i sacerdoti e i laici, ma non si precisa se essi hanno voto deliberativo. Il vescovo, nominato dal patriarca con il sinodo, governa la sua diocesi divisa in decanati e rispettivamente in parrocchie. Per costituire una parrocchia - o una associazione religiosa secondo la terminologia del Codice sovietico - i fedeli (almeno 20) devono chiederne l'autorizzazione al Soviet comunale; ma neppure una parrocchia così istituita gode di tutti i diritti di persona giuridica. Il parroco, nominato dal vescovo, è assistito dal comitato esecutivo, eletto dai fedeli, che amministra i beni del culto. L'autorità civile può concedere ai fedeli l'uso degli edifici e oggetti di culto precedentemente nazionalizzati o autorizzarne la costruzione o l'acquisto.
Le associazioni religiose possono procurarsi i mezzi necessari per il mantenimento del clero e per l'esercizio del culto soltanto con libere offerte dei fedeli fatte in denaro o in natura. L'istruzione religiosa è proibita in tutte le scuole private e pubbliche; anche fuori di esse può essere impartita ai minorenni (fino a 18 anni) esclusivamente dai loro genitori. Non è lecito organizzare l'insegnamento pubblico del catechismo o istituire le biblioteche di letteratura religiosa. E autorizzata solo la predica come parte integrante delle funzioni sacre. Neppure è lecito alla Chiesa istituire organizzazioni culturali, sportive, caritatevoli essendo tutte queste attività riservate alle organizzazioni statali. Quanto alla stampa religiosa, essa è ridotta alla pubblicazione mensile del bollettino del patriarcato e a qualche raro libro. Difatti l'art. 124 della Costituzione sovietica garantisce la libertà di propaganda atea, ma non di quella religiosa.
L'esercizio del culto è autorizzato soltanto negli edifici di culto; ogni parrocchia può disporre a questo scopo di un solo locale. Le diocesi sul territorio dell'Unione sono 83 . Non si conosce il numero delle parrocchie. Notizie ufficiali nel 1946 parlavano di 22.000 chiese funzionanti, che supporrebbero necessariamente altrettante
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parrocchie senza contare quelle che ne sono sprovviste. Sul numero dei fedeli non si hanno dati ufficiali, perché nei censimenti adesso non si registra la religione. Nel volume della ufficiale Grande Enciclopedia sovietica uscito nel 1948 (articolo "La religione e la Chiesa nell'U.R.R.S.") si dice soltanto, che "i pregiudizi religiosi sono ancora considerevolmente diffusi tra la popolazione» e che la «ben maggior parte» dei credenti appartiene alla Chiesa patriarcale.
Nelle sue relazioni con il governo la Chiesa patriarcale continua ad affermare la più schietta lealtà. Ciò è stato riconosciuto dallo stesso governo che ha decorato numerosi ecclesiastici per i loro meriti patriottici. Difatti i più alti rappresentanti della Chiesa in patria e all'estero non tralascia no alcune occasione per elogiare i capi del governo e per raccomandare ai fedeli la docile sottomissionealleautorità civili. Pure, nel suo atteggiamento ostile contro Roma, la Chiesa patriarcale evidentemente segue le direttive della politica sovietica. Le autorità ecclesiastiche han-

(1ot. Pabillote)
no prontamente collaborato alla liquidazione della Chiesa cattolica di rito orientale in Ucraina, che fu nel 1946 ufficialmente "riunita" al patriarcato di M. I vescovi e i sacerdoti rimasti fedeli a Roma furono arrestati e deportati e i loro posti furono presi da vescovi e sacerdoti della Chiesa patriarcale.
Malgrado tutto ciò il governo sovietico, attraverso il consiglio per gli affari ecclesiastici ortodossi, esercita un minuzioso controllo di tutta l'attività della Chiesa patriarcale. Lasciando alla Chiesa l'esistenza legale e l'esercizio di culto, la priva di tutti i mezzi di propaganda eccettuata la predica in Chiesa - con i quali essa potrebbe opporsi alla propaganda ufficiale di marxismo ateo, fatta sistematicamente nella scuola, per mezzo della stampa, della radio e del cinema. Inoltre la direzione del "Komsomal" - organizzazione ufficiale della gioventù sovietica ha proibito nel 1947 ai suoi membri di frequentare le chiese e di entrare in relazione con il clero. Così la stessa esistenza della Chiesa è fortemente compromessa per l'avvenire, giacché le si toglie praticamente la possibilità di formare le generazioni giovani.
Negli anni seguenti la Rivoluzione bolscevica, numerosi russi, laici ed ecclesiastici, emigrarono all'estero. Una parte di essi riconosceva l'autorità del Sinodo dei vescovi all'estero, presieduto dal metropolita Antonio Chrapovickij (m. nel 1936) con sede a Karlovci in Jugoslavia. Un altro gruppo, diretto dal metropolita Eulogio, residente a Parigi, si sottometteva alla giurisdizione del patriarca costantinopolitano. Il metropolita Eulogio riuscì pure ad aprire nel 1925 a Parigi un Istituto teologico "ortodosso ". Dopo la guerra (1945) alcuni vescovi russi all'estero si sottomisero alla giurisdizione del patriarca di M. Ma altri continuarono a riconoscere o l'autorità del Sinodo dei vescovi russi a Monaco di Baviera o il successore del metropolita Eulogio (m. nel 1946), l'arcivescovo Vladimiro, oggi a Parigi.
Pure all'estero, uscirono importanti pubblicazioni di autori ecclesiastici e laici. N. Glubokovskij (m. nel 1937), S. Bulgakov (m. nel 1944), Sergio Storogrodskij (m. nel 1944), N. Berdjaev (m. nel 1948), N. Arseniev,
G. Fedotov, V. Vifeslavcev, N. Losskij, G. Florovskij, V. Zenkovskij ecc.
Valutando storicamente la vita e l'attività della Chiesa russa appare chiaramente la parte importante che essa ebbe nella diffusione del cristianesimo, difendendolo e propagandolo dal Mar Nero fino all'Oceano Glaciale, dal Baltico fino al Pacifico. Ma la sua attività missionaria non poté, a causa dello scisma, svolgersi in stretta collaborazione con i missionari cattolici, con grave danno della cristianizzazione dell'Asia. La lunga separazione dalla Chiesa cattolica indebolì internamente la vitalità della Chiesa russa e non le permise di portare allo sviluppo della cultura e della vita cristiana universale quel contributo che le imponevano la sua importante posizione geografica e il numero considerevole dei fedeli.
Statistica. - Ecco il quadro dell'evoluzione della Chiesa russa dalla seconda metà del sec. XIX. Si trascrivono le statistiche fra parentesi quelle del 1840-41. Fedeli: 98.363 .874 (44.005.833); alla Chiesa russa passarono nel 1842 1891 da altre confessioni cristiane (cattolica, protestante, armena) 582.954 ; dai " vecchi credenti " 311.279; dagli ebrei, musulmani, pagani 267.872; in tutto: 1.172.758; chiese: 54.174 (34.049); cappelle: 23.593 (9305); diocesi: 68 (49); sacerdoti in servizio: 51.105 ( 36.563 ); diaconi in servizio: 15.035 (16.224); monasteri maschili: 550 (435); monaci: 11.845 (5112); novizi: 9485 (3259); conventi femminili: 475 (112); monache: 1448 (2287); novizie: 56.016 (4583); scuole: accademie teologiche: 4 (3); insegnanti: 164 (53); studenti : 995 (372); seminari maggiori : 57 (45); insegnanti: 1448 (501); studenti: 22.734 (16.204); seminari minori: 185 (175); insegnanti: 2374 (822); studenti: 29.419 (26.533); scuole dipendenti dal S. Sinodo: 38.244 (2700) con scolari : 2.144.742 ( 25.000 ); biblioteche popolari presso le chiese: 33.497 (11.170); istituti di beneficenza: ospedali : 291 (53), ricoveri per i poveri : 1113 (522). - Vedi tav. XCVIII.
Bibs.: oltre alle storie civili ed ecclesiastiche della Russia, cf. P. Pierling, La Russie et le Saint-Siige, 5 voll., Parigi 1896-1912; J. Gehring, Die Sehten der russischen Kirche, Lipsia 1898; S. Runkovič, Russkaja serkoy v XIX rjiehe, Pietroburgo 1901; K. Pistoikov, Istorija russkogo ruskola starodrjadëestva, ivi 1901; N. Glubokovskij, Russkaja bogoslovskaja nauka v jeja istorizeshom razvilii i noviljlem sotsijunii, ivi 1907; B. Titlinov, Duchovnaja thola v Russii v XIX staletii, 2 voll., Vilno 1908-1909; A. Eggers, Die evangelisch-lutheranischen Gemeinden in Russland, Pietroburgo 1909; P. Peeters, La conanization des saints dans l'Eglise russe, in Analecta Bollandiana, 33 (1914), pp. 380-420; P. Verchovskij, Utrezdenie duchovnoj kollegii i Duchovnoj reglament, 2 voll., Rostov 1916; F. Haase, Die religiöse Psyche der russischen Volkes, Berlino-Lipsia 1921; R. Lübeck, Die russischen Missionen, Aquisgrana 1922; A. Boudou, Le Saint-Siige et la Russie, 2 voll., Parigi 1922-23; G. Schweigl, Die Hierarchien der getrennten Orthodoxie im Sowjet. Russland, 2 voll., Roma 1928-29; M. d'Herbigny-A. Deubner, Exiguus russes en exil, ivi 1931; G. Fedotov, Svjatye drevnej Rusi, Parigi 1931; A. Eck, Le moyenâge russe, ivi 1933; I. Smolitsch, Leben und Lehren der Sturzex, Vienna 1936; R. Stupperich, Staatsgedanke und Religionspolitik
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Peters des Grossen, Berlino 1936; G. Florovskij, Puti russhago bogoslovcia, Parigi 1937; I. Smolitsch, Das altrossische Mönehtum, Würeburg 1942; A. Wuysa, Le Patriarchas de Moscou ou Concile de Moscou de 1917-18, Roma 1941; G. Schweigl, L'articolo 124 della Costituzione sovietica sulla libertà dei culti, ivi 1946. Giuseppe Oür
MOSCATI, GIUSEPPE. - Medico, n. a Benevento il 25 luglio 1880, m. a Napoli il 12 apr. 1927. A 17 anni fece il voto di perpetua castità; abbracciò la carriera medica con il solo scopo di glorificare in essa il Signore e salvare anime. Conseguita la laurea con somma lode nel 1903 fu subito nominato coadiutore straordinario degli Ospedali Riuniti di Napoli.
In casi di pubblica calamità, come durante l'eruzione vesuviana del 1906, in cui estrasse dalle macerie e portò in salvo i vecchi degenti nell'opinio di Torre del Greco, e durante il colera del 1911, fu sempre al suo posto, anche quando altri colleghi si assentavano, sostenendo con abnegazione eroica i compiti più difficili, nelle zone più colpite della città. Nel 1911 divenne primario agli Incurabili e docente di chimica fisiologica all'Università, di là passò ordinario agli Ospedali Riuniti; nel 1919 fu eletto ordinario di chimica clinica all'Università; nel 1922 conseguì una nuova libera docenza in clinica medica generale. Per incarico del governo partecipò ai Congressi medici internazionali di Budapest (1911) ed Edimburgo (1923).
Dotato di straordinario acume diagnostico, curò con particolare abilità e carità i suoi malati, studiandosi di guarirne le infermità con il minor peso pecuniario, tanto da giungere spesso a rifiutare ogni compenso e a fornire il denaro per l'acquisto dei rimedi, e di riportarli alla fede e alla pratica della vita cristiana. Dette agli studenti ogni cura per ben formarli alla futura professione. Di profonda vita spirituale, il M. dimostrò sempre di fronte a tutti la sua fede con fierezza e gioia, conquistando alla pratica cristiana colleghi, alunni e ammalati.
Come aveva preveduto e annunciato mori il 12 apr. 1927. La sua salma dal 1930 è stata trasferita nella chiesa del Gesù Nuovo, in Napoli, e molte guarigioni prodigiose vengono attribuite alla sua intercessione; la sua causa di beatificazione è stata introdotta nel 1949.
Tra le sue opere, 32 pubblicazioni scientifiche.
BibL: E. Marini, Vita del servo di Dio prof. G. M., Napoli 1930; C. Tenore, Il professore G. M., Napoli 1937; A. De Marsico, G. M., Napoli 1939. Arnaldo M. Lanz
MOSCHEA. - Edificio per il culto musulmano, che nel suo tipo primitivo deriverebbe, secondo alcuni, dalla casa di abitazione araba. La più antica m . fu quella fondata a Medina dallo stesso Maometto, poi completamente ricostruita nel sec. XIII.
Al sec. vir risale la m. di 'Amr al Cairo, che mostra, nonostante i rifacimenti, qual era la disposizione originaria di tali costruzioni: un cortile rettangolare (paḅo), circondato da portici aperti, ba nel centro un bacino per le abluzioni di rito; nella parte più profonda del portico è la sala di preghiera, entro la quale il mihräb, specie di nicchia preziosamente adorna, indica la qiblah, cioè l'orientazione verso la Mecca. Questo tipo più semplice si venne in seguito complicando quando l'islamismo, nel suo diffondersi, utilizzò materiali provenienti da altre costruzioni, o adattò
a m. basiliche cristiane (specialmente a Costantinopoli e in Siria) mutandone l'orientamento e sistemandovi sul dinanzi un cortile, o ne imitò le forme. Esempio di m. derivata dalle basiliche occidentali è quella di Cordova (poi passata al culto cristiano dopo la cacciata degli Arabi dalla Spagna), la cui costruzione, iniziata sul finire del sec. viII, proseguì con aggiunto e ampliamenti fino alla fine del sec. x. E un edificio a pianta rettangolare, a più navate, di cui la centrale più larga; in esso la maqṣürah (parte riservata al sovrano), separata da una chiusura e
con la parte centrale coperta a cupola, e il mihräb, corrispondono al transetto con l'iconostasi e all'abside delle chiese cristiane. Altre volte invece vennero imitate le chiese a pianta centrale, come nelle m. di 'Omar a Gerusalemme (secc. VII-VIII).
I caratteri architettonici e decorativi delle m. variano nelle varie località, a seconda delle influenze locali. Nell'interno della m. la suppellettile di culto è costituita dal miobar (pulpito per predicare), dalla dihhalí (palchetto per i lettori del Corano) e dal leggio per il Círano stesso. Le maggiori m., nelle quali solo si può recitare la preghiera del venerdi, si chiamano gämi'; ad esse sono di solito annesse una cucina per i poveri e una scuola o collegio. L'accesso alle m. è vietato nel modo più assoluto ai non musulmani.
Bibl.: M. Dieulafoy, L'arte in Spagna e Portogallo, Bergamo 1931, p. 27 sgg. (con bibl. prec.): F. Kühnel, s. v. in Enc. It., XXIII, pp. 922-926.
Mario Zocca
MOSCO, Giovanni. - Monaco e agiografo, detto anche ó cóspavás (= astinente), n. probabilmente a Damasco ca. la metà del sec. vi, m. a Roma nel 619.
Visse, da monaco, nel monastero di S. Teodocio a Gerusalemme; indi tra gli eremiti della valle del Giordano; poi nella nuova "laura" di S. Saba, presso Betlemme. Ca. il 370 passò in Egitto con il monaco Sofronio (futura patriarca di Gerusalemme); tornato, rimase dieci anni sul Monte Sinai (583-93), di là passò di nuovo in Egitto, finché nel 614 partì per Roma, dove scrisse la sua opera e morì. Ebbe agio, durante questi molteplici viaggi, di visitare i numerosi monasteri e le colonie eremitiche dell'Egitto e della Palestina ed ascoltare i più celebri asceti. Sofronio ne trasportò il corpo a Gerusalemme nel monastero di S. Teodoro.
L'opera di M., intitolata Λ ε μ ω ́ v o Λ ε μ ω ν α dot{α} ρ ι o v ( = prato spirituale) e chiamata spesso mathrm{L} α ρ α δ ε σ σ ° ς o mathrm{N} ε ́ σ ς mathrm{L} α ρ α δ ε σ σ ς (= giardino, nuovo giardino) formò la lettura ascetica ed edificante più diffusa nel medioevo. M. vi narra, in maniera semplice e in lingua popolare, una serie di episodi concernenti la vita dei monaci, o visti direttamente o sentiti narrare dagli asceti che aveva incontrato; e quantunque vi abbondino le estasi e i miracoli e manchi un esatto criterio di cernita, tuttavia l'opera rimane assai importante per le notizie sul culto e le cerimonie liturgiche nei monasteri e sulle varie eresie, minaccianti allora l'unità della Chiesa. M. scrisse anche, in cooperazione con Sofronio, una vita di s. Giovanni l'Elemosiniere, di cui rimane un tratto nel primo capitolo della Vita s. Johannis Eleemosynarii di Leonzio di Napoli, sotto il nome di Simeone Metafraste.
Bibl.: una Vita anonima, ma contemporanea, formò il prologo del Prato spirituale (conservata nella vers. latina in PL 74. 119-22). Opere : del Prato spirituale, testo greco in PG 87, III.
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(1st. Brum)
Mosè - M. fa scaturire l'acqua dalla rupe. Lampada in bronzo (rec. iv) = Firenze, Museo archeologico.
2851-3112; vers. latina di Ambrogio Traversari (Venezia 1475; Vicenza 1479; PL 74, 121-240); vers. franc. M. J. Rouet de Journel, Jean Maschos. Le pré spirituel (Sources chrétiennes, 12). Parigi 1946, con introd. sulla vita e sulla dottrina. - Studi; S. Vailhé, Jean Maschos, in Echos d'Orient, 5 (1901), pp. 107-16; id., Sophron le sophiste et Sophron le patriarche, in Rev. de l'Orient chrétien, 7 (1902), pp. 360-83; 8 (1903), pp. 32-69; H. Usmer, Der hl. Tychon, Lipsia 1907, pp. 94-99; N. H. Baynes, The - Pratum spirituale», in Orient. Christ. Periodica, 13 (1937), pp. 404 414; E. Mini. Il *Prato spirituale*, ibid., 17 (1951), pp. 61-94. Celestino Testore
MOSÈ (Mäfeh, mathrm{M} ω[0] 0 mathrm{~g} 5, Volg. Moyses, antica Latina Moses). - Iniziatore della teocrazia israelitica, legislatore d'Israele, che governò per oltre un quarantennio come condottiero carismatico a carattere religioso-nazionalistico, autore del Pentateuco (v.).
La gioventù di M. è collocata negli ultimi decenni della permanenza degli Ebrei in Egitto, ossia, a seconda dei computi (v. cronologia, e Dils, II, col. 916), nella prima metà del sec. xv a. C., o tra la fine del sec. xiv e l'inizio del sec. xili, quando l'« oppressione» raggiunse la fase acuta, con l'impiego degl'Israeliti come schiavi in immense costruzioni intraprese dai faraoni (Ex. 1,8-14; cf. 5, 10-23), accompagnata dalla xenofobia, che provocò la feroce disposizione, a più riprese rincrudita, secondo la quale si dovevano sopprimere i neonati maschi ebrei (ibid. 1, 15-22). Da questa situazione è determinato il primo avvenimento della vita di M., figlio di Amram, della tribù di Levi. Dopo averlo nascosto per tre mesi, la madre Iochabed lo depositò in un cestino spalmato di sostanze grasse tra i giunchi del Nilo, lasciando a far la guardia una sorella di lui; una principessa reale, venuta, forse seguendo un'abitudine nota alla madre del bimbo, a fare il bagno, visto il piccino lo fece raccogliere e lo affidò per l'allevamento a una donna chiamata dalla sorella, cioè la madre stessa. La donna lo allevò e dopo qualche anno lo riconsegnò alla principessa, che gli mise nome M. (egia. mito figlio, ragazzo», cf. Thutmosis, Ahmose, ecc.; in Ex. 2,10 collegato con l'ebr. mädäh a estrarre ", allusione alla salvezza dalle acque). L'esposizione del neonato in un cesto su un fiume si trova anche in una leggenda accadica di Sargon (ca. 2600 a. C.), che però nel resto si differenzia talmente dal racconto biblico, da doversi dire la coincidenza del tutto casuale (H. Gressmann, Alterient. Texte, Berlino-Lipsia 1926, p. 234).
A corte M. rimase forse una quarantina d'anni (Ex. 2, 23; 7,7; cf. Act. 7,23): periodo ricco di espe-
rienze e decisivo per la formazione culturale e spirituale del giovane meditabondo. Non vi è difficoltà ad ammettere che dall'ambiente egiziano M. riportasse una grande idea di tutta quell'attività, che ebbe la più meravigliosa fioritura sotto quasi tutti i sovrani della XVIII e XIX dinastia (v. egitto), tra i quali vanno cercati i faraoni dell'« oppressione» e dell'Esodo: ossia tutto il complesso lavoro diretto a stabilire una forte coesione statale, leggi e istituzioni civili, iniziative culturali in senso vasto, compresa la religione. Si possono riportare in parte a ciò che M. vide in questo periodo della sua vita le reminiscenze egiziane, che gli egittologi rilevano nelle istituzioni mosaiche.
Soprattutto il giovane ebreo dovette rilevare il contrasto tra la condizione del suo popolo, schiavo e senza difesa, e il popolo egiziano in crescente progresso organizzativo; sentì che qualche cosa si doveva tentare. La Bibbia ricorda la sue visite ai connazionali, impiegati come schiavi nelle grandiose costruzioni (di Ramses II?; cf. H. Gressmann, op. cit., pp. 106, 107). M. uccise un sorvegliante egiziano, che maltrattava i lavoratori ebrei (Ex. 2, 11-12): "gesto» inutile in sé, ma indicativo degli impulsi che operavano nell'anima del giovane. Il fatto costrinse M. a fuggire dall'Egitto.
Comincia la seconda fase della formazione della personalità del futuro legislatore. Dall'Egitto si diresse, come già altri avevano fatto per simili motivi (Sinuhe: cf. H. Gressmann, op. cit., p. 33 sgg.), alla regione desertica oltre i confini orientali del Delta, ove erano varie popolazioni più o meno affini ai Semiti. Venne alla zona sud-est della penisola del Sinai, ove erano i Madianiti. Presso un loro capo sacerdote, della famiglia dei Cinci (Iudc. 1, 16; 4, 11), di nome Iethro e Hobeb (o Raguel : Ex. 2, 18; Num. 10, 29), egli trovò accoglienza : ne ottenne anzi in moglie la figlia Sephora, da cui ebbe i due figli Gersom ed Eliezer.
Un giorno, essendo al pascolo con il gregge di Iethro nei pressi del monte Horeb (v.), avvenne la grande manifestazione divina (Ex. 3, 1-22), che trasformava il fuggiasco senza casa in condottiero. Da un roveto che ardeva e non si consumava, una voce, che gli si presentava come quella del « Dio del padre di lui, Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe ", gli diede l'incarico di andare a liberare Israele dall'Egitto: richiesto del suo nome particolare, Dio si rivelò come "Io sono" ('ehjeh) e poco dopo come "Egli è" o Jahweh (v.). Gli fu precisata la missione di condurre Israele a stabilirsi nella terra di Canaan (Ex. 3, 17), a lui assegnata come propria. Alle riluttanze di M., a motivo del sentimento di inettitudine all'alto ufficio e di un difetto di lingua, Dio rispose conferendogli potere taumaturgico e assegnandogli come collaboratore suo fratello Aronne (v.), buon parlatore; anzi gli impose di andare in Egitto subito. M., congedatosi da Iethro, partì con la moglie e i figli. Durante il viaggio avvenne un fatto, riferito in termini troppo concisi e oscuri (ibid. 4, 24-26), comunemente inteso per una grave malattia di M., risultati quando fu conferita al figlio Gersom la circoncisione. A quell'epoca M. aveva So anni (ibid. 7, 7).
In Egitto M., avuto il riconoscimento dei connazionali, iniziò le trattative con il faraone. Al di lui rifiuto di lasciar partire gli Ebrei rispose con il prodigio della verga e le miracolose dieci piaghe (v.) d'Egitto (ibid. 7, 14-12, 36). Alla decima il faraone non solo permise, ma ordinò l'immediata partenza
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degli Israeliti. Comincia la vicenda nerrata in Ex. 12-20: sgombero dall'Egitto, traversata del Mar Rosso, poi il viaggio nella steppa, che avrà come primo punto d'arrivo il Sinai (v.), compiuto in due mesi, lungo una linea in gran parte identificata, nella direzione della costa sul Mar Rosso.
Durante questo periodo avvennero alcuni fatti importanti e incidenti vari, tra cui, fin dal giorno dell'uscita dall'Egitto, l'istituzione della Pasqua (v.), poi la cerimonia dopo il passaggio con l'esecuzione del "contico" di M. (ibid. 15), la raccolta della manna, un primo scontro vittorioso con gli Amaleciti (v.). Proprio a proposito di questo ultimo fatto si trova l'importante notizia: «E Jahweh disse a M.: Scrivi questo per ricordo e mettilo nelle orecchie a Giosuè : che io spegnerò del tutto il ricordo di Amalec di sotto il cielo" (ibid. 17, 14).
In vista del Sinai (ibid. 19) fu posto l'accampamento. E chiaro il piano di M. : sostare in una località a lui ben nota per organizzarsi per il rimanente del viaggio. Vi si verificò l'intervento di Dio, rimasto tra i più prodigiosi della storia sacra: al terzo giorno M. salì sul Sinai, ove tra fenomeni terrificanti Dio proferì una serie di prescrizioni, il primo nucleo della "Legge». Esso comprendeva il Decalogo (v.: ibid. 20), la prima prescrizione dell'altare (ibid. 20, 22-26) e il «Codice dell'alleanza" (ibid. 21-23), base della stipulazione del "Fatto" (ibid. 24, 1-11), a cui seguì la consegna del codice scritto sulle tavole di pietra (ibid. 24, 12-18), accresciuto in seguito con molte altre leggi, riguardanti specialmente il culto (ibid. 25-31).
Durante una lunga assenza del capo avvenne una prima apostasia del popolo, l'erezione del vitello d'oro come simbolo di Jahweh e l'adozione di culti pagani, alla cui vista M. spezzò le tavole, che di li a poco, a istanza di lui stesso, Dio rifece (ibid. 32). Di quell'epoca e degli anni successivi sono altre leggi religiose e sociali sparse nel Levitico e nel libro dei Numeri.
Eseguite le prime prescrizioni per il culto, tra cui la costruzione del Santuario e dell'Arca, M. diede ordine di partenza, questa volta puntando direttamente sul Canaan : era trascorso ca. un anno dall'arrivo al Sinai (cf. ibid. 19, i e Num. 10, 11). Il nuovo periodo è narrato in Num. io sgg., in forma di episodi e appunti, per lo più in ordine cronologico.
Dopo un censimento (Num. 1-4) e secondo le direttive di marcia date da M. (ibid. i1), gli Israeliti in varie tappe, in cui avvennero vari episodi - passaggio miracoloso delle quaglie (ibid. 12, 31 sgg.), alcune sedizioni contro Mosè punite da Dio, ecc. - attraversarono il deserto di Pharan, che nella parte settentrionale prendeva il nome di Sin, e andarono ad accamparsi a Cades, un centinaio di km. a sud-ovest del Mar Morto, ove erano delle sorgenti d'acqua. Da Cades (ibid. 32, 8) M. fece fare un'esplora-
zione della terra di Canaan (già desritta, ibid. 13), nell'intenzione di recarvisi al più presto. Il ritorno degli esploratori, che riferirono insieme con entusiastiche notizie sulla fertilità del paese anche voci esagerate sulle difficoltà di penetrarvi, gettò in gran parte del popolo lo sgomento, non corretto dalle decine e documentale rettifiche di Caleb e Giosuè. Quello fu piuttosto un pretesto per lo scoppio di malcontenti e gelosie da lungo tempo represse : si voleva liquidare M. e ritornare in Egitto sotto un altro comando. Dio puni gli esploratori e condannò tutto il popolo a restar esule nel deserto, finché dai 20 anni in su, in sostanza tutta la generazione ribelle, non fossero scomparsi. Cominciano i " 40 anni del deserto». Il centro restava a Cades, ma, fosse per necessità di alimentazione e pascolo, o semplicemente in tentativi di regolarsi da sé, il popolo si sfaldò in gruppi diversi, che emigrarono e dovettero spesso essere soppressi dalla popolazione indigena (e forse anche dagli Egiziani: cf. l'allusione a Israele nella stele di Merngehita: H. Gress-
mann, op. cit., p. 25): si verificarono altre ribellioni, come quella capeggiata da Core, epidemie e varie "colpe", tra cui una di M. stesso (Num. 20, 12; cf. 20, 24; 27, 14; Deut. 32, 51), oltre quella generale del popolo, che sembra aver implicato una vera e propria apostasia da Jahweh, oltre che da M. (v. numeri).
Prima della fine del quarantennio i superstiti si riconciliarono con il vecchio condottiero, che ebbe ancora la forza di organizzare la ripresa della marcia. Per evitare Edom, la grande carovana discese un poco a sud, poi risali in una marcia di alcuni mesi a nord, in territorio moabitico, attraversò i grandi valloni che scendono al Mar Morto, tra cui l'Arnon (v.), spesso aprendosi il passaggio con le armi, e giunse in vista del Giordano. Tra gli episodi più importanti di questo periodo sono quello di Balaam (v.), le guerre contro i re collegati di tutta la Transgiordania, i primi nefasti contatti con i culti locali, specialmente di Beelphegor (v.). Della regione conquistata fu fatta una prima spartizione, su norme fissate da M. (Num. 32. 34).
Non restava da fare che l'ultimo balzo per il compimento dell'opera: l'occupazione del Canaan. Ma, per la punizione inflitta a M. per la sua colpa (ibid. 20, 12), la sua missione era compiuta : pensò quindi alle sue ultime disposizioni. Fece una generale revisione di tutta la legislazione promulgata dal Sinai a Cades, aggiornandola e completandola, in una serie di discorsi che furono scritti (Deut. 17, 18; 25, 58, ecc.) e depositati presso l'Arca (ibid. 31, 26) e formano il contenuto del Deuteronomio (v.); rinnovò il patto (ibid. 28, 69), ordinò la lettura periodica della Legge; infine nominò suo successore Giosuè, figlio di Nun. Più che le leggi, M. volle fosse suo testamento spirituale un carme riassuntivo della storia d'Israele, che compose e pronunciò in un'ultima adu-
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(fat. Post. cunct. arch. eaviv)
MOSÈ PERCUOTE LA RUPE
Dipinto del sec. III-IV - Roma, cimitero «inter duas lauros».
(I. «MOSÈ» di Michelangelo (ca, 1597). Roma, basilica di S. Pietro in Vincoli.
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(da E. M. Bannister, Monumenti Vaticani di Paleografia musicale latina, Lipsia 1912, lav. 25)

(da Liber ordinum, ed. M. Férstin, Parigi 1904, lav. 1, p. 231)

(per cortesia del sec. dott. J. Vives)

(per cortesia del sec. dott. J. Vives)
In alto a sinistra: OFFICIA ET MISS/E. Codice di Silos del sec. xi. Canti e orazioni per la festa dei ss. Servando e Germano - Londra, British Museum, ms. add. 30845, f. 135 r. In alto a destra: LIBER ORDINUM. Codice di Silos, f. 168v. (a. 1052). Canto delle Laudes, dopo il Vangelo e Missa omnimoda - Silos, Biblioteca del Monastero. In basso a sinistra: ANTIPHONARIUS OFFICII ET MISS/E. Cod. Aemilianus 30, f. 70r (sec. x). Orazioni e canti per la festa di s. Eulalia - Madrid, R. Accademia di storia. In basso a destra: CALENDARIO PROVENIENTE DA SILOS (a. 1067). Mesi di nov.-dic. - Parigi, Biblioteca naz., nuovi acquisti, ms. lat: 2171.
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nanza d'Israele (ibid. 31, 30-32, 43), e una serie di benedizioni per le singole tribù (ibid. 33). Quindi sall sul Monte Nebo, donde contemplò oltre la valle del Giordano l'altipiano del Canaan, e in quell'atteggiamento mori. Aveva 120 anni.
Morendo, M. lasciava un'eredità che si protendeva in tutto l'avvenire per il suo significato religioso; e comprende due parti strettamente legate : una consegnata alla scrittura, una immessa nella storia vissuta.
L'opera di M. come autore di scritti che sono giunti legati al suo nome è oggetto del problema storico-critico concernente il Pentateuco (v.).
L'esistenza della scrittura alfabetica già da alcuni secoli prima dell'età in cui, comunque si fissino i particolari, va collocato M., non è più un problema.
La notizia ricordata dell'ordine dato da Dio a M. dopo la guerra con gli Amaleciti attesta direttamente l'uso invelso fin da quel tempo in Israele di mettere in scritto notizie di fatti accaduti; ed è notevole che, accanto all'ordine: "Scrivi questo in ricordo nel libro ( = qualsiasi scrittura da tenere per memoria)" si dica subito: "E mettilo nelle orecchie di Giosuè" (Ex. 17, 14) : nel piccolo gruppo nomade si vanno stabilendo delle tradizioni, ma a loro appoggio si forma anche un nucleo di documenti scritti, a carattere ufficiale, poiché si dice che essi sono "per testimonianza". Numerosi passi narrativi dell'attuale Pentateuco hanno l'aspetto di documenti di ral genere, come gli elenchi di toppe compiute nel deserto, racconti di vittorie (Ex. 13-18; Num. 31.33, ecc.), fatti vari nella relazione con altri popoli (Balaam, Num. 22-24; Edomiti, Num. 20 ecc.), fatti interni della comunità israelitica (Num. 11.12.14.16.20.21 ecc.), la relazione del censimento (Num. 1-2), della prima spartizione (Num. 32), ecc.
Per le leggi la questione si suddistingue, in quanto esse vengono riferite in genere all'epoca mosaica, oppure in particolare alla persona di M. Testimonianze esplicite sparse in tutta la "Legge" obbligano a ritenere che molte prescrizioni fin d'allora furono scritte: il particolare delle Tavole di pietra per le prime leggi del Sinai attesta questo, anzitutto per il Decálogo (v.).
Che a M. personalmente risalga un'attività legislativa, non può essere negato. La tradizione posteriore non poteva inventare questo particolare e fissarlo proprio in M., piuttosto che, ad es., in Abramo. Dopo di lui nessuno avrebbe avuto l'autorità di imporre un corpo di leggi come quello che fu nella pratica d'Israele. Che il Pentateuco (v.) ritragga più i caratteri di un popolo sedentario e agricoltore (ad es., Ex. 21-22), che quelli di un popolo nomade, non fa difficoltà : il beduinismo dei 40 anni del deserto fu provvisorio, sempre in attesa dell'insediamento stabile. L'Israele mosaico non era semplicemente nomade: dell'agricoltura si parla già a proposito dei Patriarchi (Gen. 26, 12; 27, 7 ecc.); anche in Egitto oltre che pecore e capre gli Ebrei avevano bovini (ibid. 45, 10; Ex. 19, 9. 24) e lavoravano la terra (Deut. 11, 10). Che le prescrizioni restassero molto lontano dalla pratica mostra che si tratta veramente di un codice programmatico, si può anche dire ideale, che non risulta in massima dalla codificazione di una prassi vigente, ma propone una condizione di civiltà più alta: altro segno della sua origine ad opera di una personalità di statura eccezionale.
L'attività legislativa mosaica includeva le parti cultuali (sacrifici, arredi sacri, ecc.). Se si ammette l'origine mosaica del culto, si spiegano sia la sua trasmissione legittima, sia le degenerazioni, che i profeti poi combatterono. Cosi a M. rissle la fondazione dell'Arca, l'assegnazione del sacerdozio ai Leviti (v.), con particolare designazione per gli Aaroniti e tutto l'essenziale delle feste e cerimonie.
Circa la redazione scritta delle tradizioni anteriori a M. stesso, non è dubbio che M. se ne debba essere in qualche misura occupato, a motivo del carattere non puramente storiografico, ma religioso, che quelle tradizioni hanno. Con l'affermazione generale del jahwismo (patto, legge), Israele collegò sempre il suo unico testo religioso,
che comincia con il racconto dei sei giorni e continua narrando come nella storia generale dell'umanità pagana si inserisse per volontà divina (vocazione di Abramo), sorgente prima dei suoi obblighi morali e religiosi, la storia sua propria.
E da concludersi che nella storia premosaica e mosaica, nella Legge, anche quella cerimoniale, vi è una parte direttamente mosaica. Ma se si osservano le testimonianze, l'insieme delle prove che si adducono dai libri mosaici stessi, dagli altri libri del Vecchio Testamento e da quelli del Nuovo in favore dell'autenticità mosaica del Pentateuco (v.), è difficile che questa guardinga assegnazione di alcuni, o molti, brani narrativi e legislativi a M. risulti sufficiente a mostrare in lui l'«autore del Pentateuco». Occorre ancora studiare in che cosa consistesse quell'opera di insieme, contenente questi passi, riconosciuti mosaici, che, eventualmente modificata, aggiornata, ampliata, è giunta sino ad oggi come «il Pentateuco ", di cui si dice che M. è autore.
Per il rispetto ai documenti, che vogliono essere interpretati, non capovolti, il problema storico letterario mosaico non può essere posto che cosi. Assolutamente parlando sono possibili diverse risposte: un dossier di minuti documenti, più che altro accostati, già differenziati, in quanto redatti da diversi collaboratori ("segretari») del capo, o dovuti a circostanze ed epoche diverse, eventualmente ripetuti (i doppioni), in séguito accresciuti di numero; oppure più scritti della natura propriamente di "libri", già diversi, eventualmente più o meno corrispondenti di "documenti" (E J P D) della critica; oppure un'opera sola, in séguito accresciuta e glossata, ma soprattutto andata differenziata in "redazioni" (nord e sud; oppure i santuari, ecc.), che lasciarono tracce individuali nell'opera terminale, redatta al fine di rimettere unità nella varietà. Lo stato attuale degli studi non permette una scelta, mentre mostra che fruttuose sono state le cure dedicate a ricostruire la storia del libro attraverso i secoli.
Dell'opera di M., della sua importanza per Israele e attraverso Israele per tutta la storia svoltasi alla

(Int. R. Sanselai)
Mosè - Gli Ebrei si dissetano con l'acqua sgorgeta dalla roccia (Ex. 17, 6). Miniatura del pontificale di Landolfo I di Benevento (927-84).
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luce della religione ebraico-cristiana, è piena la tradizione biblica.
M. è stato il grande potenziatore del monoteismo : quasi si direbbe che lo ha codificato, dogmatizzato. Con lui fu tolta ogni possibilità di esitazione tra il "Dio dei Padri» e altri dèi. Il monoteismo, come fatto religioso proprio d'Israele, attraverso M., si giustificò storicamente : la discriminazione del monoteismo ( = la Religione) dal paganesimo, avvenuta con la vocazione di Abramo, si chiarì come un programma teocratico, fattore esterno di storia, in cui è il principio generatore della civiltà religiosa israelita e della futura civiltà cristiana. M. è il precedente necessario di Cristo.
I tentativi di spostare la sua figura dalla cornice egiziana (come si spiegherebbe il nome M., e più in generale i nomi egiziani Hur, Ophni, Phinees, Phutiel, ecc. e tutte le reminiscenze, come Ex. 20, 2; Leo. 19, 34; 25, 42; 26, 45; Num. 15, 41; Deut. 5, 6.15 ecc.?) e sinsi tica, in cui lo mette la tradizione biblica, sono anche da critici non cattolici riconosciuti contrari all'evidenza storica (C. P. Tiele-N. Sonderblom [v. bibl.], p. 329; E. Sellin [v. bibl.]; ecc.). La menzione dei suoi difetti mostra che gli estensori dei documenti non lavorarono di fantasia, ebbero tutt'altro che spirito creativo, e tanto più in quella vicenda, che per parte del popolo non ha niente di eroico, anzi è piuttosto intessuta di episodi di viltà, mancanza di coraggio e disciplina, oltre che di fede (la generazione che avrebbe dovuto essere celebrata, risulta invece una massa di gente grossolana, incapace di accettare il minimo di organizzazione, sempre disunita e in rivolta, tanto che bisognerà attendere che sia sparita, perché l'impresa possa essere fatta). La concretezza e praticità che M. dimostra perfino nella grande visione (Ex. 3, 2-4, 17), quando a Dio chiede la garanzia, il "nome", sigillo di autenticità, dimostra che M. non era un agitatore randagio. Il suo atteggiamento era psicologicamente orientato in senso ben diverso da quello che fu l'esito : non sapeva che al Sinaí vi fosse un luogo sacro (ibid. 3, 5), non era incline all'idea di andare a liberare Israele (ibid. 3, 11; 4, 1-13). La negazione dell'importanza di M. può essere fatta solo in dispregio a tutta la tradizione d'Israele. Se non fosse stato una personalità eccezionale, come sarebbe stato considerato fondatore dell'esistenza religiosa e nazionale del suo popolo?
I tentativi razionalisti tendono a escludere l'importanza del suo « Dio ", che identificano con un nume medianita, o una divinità vulcanica del Sinai, o dell'Arabis (che parla per gli Ebrei in Egitto e assegna loro il Canaan!), sotto influssi egiziani (il tentativo "monoteistico» di Amenophis IV fu effimero e diretto in tutt'altro senso); Dio in M. sarebbe stato uno dei tanti dèi, come quelli che aveva ogni popolo. Ma «se... il termine monoteista significa uno che insegna l'esistenza di un unico Dio, creatore di ogni cosa, fonte della giustizia, che è ugualmente potente in Egitto, nel deserto e in Palestina, che non ha sesso né mitologia, che ha forma umana ( = non beluina), ma non può essere visto da occhio umano e non può essere rappresentato in nessuna forma: allora bisogna dire che il fondatore del Jahwismo, M., era certamente un monoteista" (W. F. Albright, From the stone age to christianity: monothetism and historical process, Baltimora 1940, p. 271). Costantemente la coscienza religiosa israelita riconobbe nel Jahweh predicato da M. il suo Dio. Il Dio dei Padri (Ex. 3, 6) è nello stesso tempo il Dio dei figli d'Israele (ibid. 3,7 ), che si rivelò con un nome nuovo quando instaurò con Israele stesso una relazione nuova. Si tratta di una religione che non viene dall'uomo, ma da Dio, di cui M. non fu che il "profeta ", il portavoce (Ex. 3, 10; 4, 12; Num. 11, 24 sg.; 12, 2; Deut. 18, 15.18; 34, 10; Oz. 12, 4; Ps. 103, 7 ecc.). Jahweh, svelandosi come identico con il Dio dei Padri, in fondo non fece che porre l'esigenza della fedeltà al Dio unico tradizionale. Solo cosi si spiega l'origine remota del monoteismo, nella esatta concezione di Dio personale e morale, suprema istanza nelle decisioni di
ordine giuridico, punto di riferimento di tutta la vita pubblica e privata di coloro che regolavano la loro esistenza sul codice mosaico.
Bim... in generale: J. Touzard, Moïte et Yosud, in DFC, III (1926), coll. 695-860 (in seguito a condanna del 21 apr. 1920, come contenente dottrine non sicure, l'articolo fu sostituito con altro più breve di H. Howell, Pentateuque et Hexateuque, ibid., III [1926], coll. 1883-1920). Inoltre: H. Weiss, Moses und sein Volk, Friburgo in Br. 188s; J. Nikel, Moses und sein Werk (Biblieche Zeitfragen, 2, viI). Münster in V. 1909; A. Sando, Moses und der Pentateuch, Münster 1924; A. Robert, Moïte et son oeuvre, in Rev. apel., 29 (1934, 11), pp. 385-94, 220-34. Non cattolici: H. Gressmann, Moses und seine Zeit, Gottinga 1913; E. Sellin, Moses und seine Bedeutung für die israelitisch jüdische Religionsgeschichte, Lipsia 1922; P. Volz, Moses, 2a ed., Tubinga 1932; M. Buber, Moses, Oxford 1947. Sulla gioventù di M.: V. Lavidon, Vitae Moysis initia, in Coll. Brug., 39 (1913), pp. 193-98; id., Moyses due Exodi creatus, ibid., 39 (1939), pp. 292-97; O. Rohrert, Der junge Moses in der Schule der Weisheit. Agyptens, in Nach dem Gesetz und Zeugnis, 30 (1930-31), pp. 227-40; J. Coppens, La prétendue aggression nocturne de Yahvé contre Mahe, Séphorah et leur fils (Ex. 2, 24-26), in Ephem. theol. Law., 18 (1941), pp. 68-73; Sull'Esodo: A. Mallon, Exode, in DBo, III, coll. 1333-42; Th. H. Robinson, Der Durchang durch das Rote Meer, in Zeitschrift für die altent. Wissenschaft, 10 (1933), p. 170 sg. Sulla religione di M.: C. P. Tiele-N. Sonderblom, Kompend. der Religionsgeschichte, Berlino 1912, v. indice; E. König, Geschichte der altt. Religion, 4ᵃ ed., Gütersloh 1924, v. indice; F. Feldmann, Geschichte der Offenbarung des Alten Test., Bonn 1930.
Giovanni Rinaldi
Archiviodit. - Nella sinagoga di Dura Europas (v.) si trova una serie di affreschi, datati alla metà del III sec., tra cui : M., figurato in dimensioni maggiori degli altri, conduce gli Israeliti fuori della città (Ex. 11, 3) : un'iscrizione in aramalco riassume la scena; M. con la virga Dei tocca le acque del Mar Rosso e gli Egiziani sono sommersi; M. in mezzo al popolo d'Israele e ai rappresentanti delle dodici tribù; M. con la virga Dei tocca la fonte dell'acqua salata, che si trasforma miracolosamente in acqua dolce : i pesci guizzanti simboleggiano il miracolo; M. e il rovero ardente.
Tale ciclo biblico dimostra che, per facilitare il proselitismo, gli Ebrei della diaspora rappresentarono nelle loro sinagoghe episodi del Vecchio Testamento. Ora le numerose scene della vita di M. ivi rinvenute fanno pensare che l'iconografia di M. nell'arte cristiana sia potuta derivare da tali rappresentazioni. Nell'arte cimiteriale cristiana antica le scene relative a M. sono negli affreschi il miracolo della fonte (v.); il miracolo della manna (v.), M. che si scioglie i sandali si trova in affreschi cimiteriali romani del sec. in come nel coemeterium maius della Via Nomeniata (Wilpert, Pitture, pp. 388-89, tav. 168; id., Die Katakomben Gemölde und ihre alten Kopien, Friburgo in Br. 1891, tav. 26, 1), nel cosiddetto cimitero del SS. Marco e Marcelliano (id., Pitture, p. 389, tavv. 215; 216, 2), nel cimitero di S. Lorenzo (id., ibid., p. 389, tav. 205), in Domitilla (id., ibid., tav. 230, 1); ma l'esempio più notevole è quello nella cosiddetta cripta delle pecorelle in Callisto (id., ibid., tav. 275, 2), in cui si disopra del profeta appare fra le nubi la mano di Dio per esprimere l'intimazione (Ex. 3, 5). Nella scultura funeraria ricorre sia in sarcofagi romani che in quelli della Gallia (Wilpert, Sarcofagi, pp. 241-44; tavv. 86, 3; 205, 4; 206, i e 2). Il simbolismo della scena fu espresso da s. Gregorio Nisseno nella commemorazione funebre di s. Melenio vescovo di Antiochia: « egli ha sciolto la calzatura dell'anima per camminare col piede senza macchia della mente sulla terra santa dove si contempla Iddio" (PG 46, 861).
Nella scultura cimiteriale si hanno le rappresentazioni del passaggio del Mar Rosso (v.), del miracolo della fonte (v.), di M. che riceve la legge sul Monte Sinai. Questa scena appare oltre trenta volte nella scultura cimiteriale romana e della Gallia (Wilpert, Sarcofagi, p. 237); di recente ne furono trovati altri due esempi, l'uno presso la Confessione di S. Pietro in Vaticano e l'altro in un sarcofago a doppio ordine in catacumbas. Si ha pure la presa delle quaglie (Ex. 16, 13) che ricorre in un sarcofago di Arles, ora nel Museo archeologico di Aix in Provenza, in uno di Pisa e sul coperchio di uno di Avignone (Wilpert,
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Sarcofagi, p. 244 e tavv. 97, 2-4; 157, 2 e 209, 2). Alcune lastre sepolcrali rappresentano il miracolo della fonte; nel cimitero detto dei SS. Marco e Marcelliano sull'Appia, l'epitaffio di Aurelio Teodulo (sec. iv) raffigura a destra il defunto davanti al tribunale di Cristo e a sinistra in una nicchia il profeta M., come insegna l'iscrizione « MOYNCHC IIroSrirra», che stringe il libro della legge datagli dal Signore sul Sinai (Wilpert, Mosaiken, p. 1020, fig. 402; id., Sarcofagi, p. 241 e tav. 205, 2).
Nell'arte non cimiteriale gli episodi della vita di M. sono più numerosi. La raccolta più ricca era rappresentata nei musaici della navata centrale in S. Maria Maggiore (Wilpert, Mosaiken, tavv. 16-22). Alcune rappresentazioni relative alla vita di M. vennero distrutte all'epoca di Sisto V, quando si eresse la cappella del Sacramento, ma pubblicate dal Garrucci, attraverso le copie conservate (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1873-81, tav. 218, 2-3). Altri episodi erano raffigurati a Nola, per testimonianza di s. Paolino (Carm. 27, vv. 630-35); in una basilica della Spagna, forse Saragozzo, come attesta il Dyttochastum di Prudenzin; e in modo speciale in S. Vitale a Ravenna; nei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma (sec. v); nella lipsanoteca eburnea di Brescia. Così pure in molte miniature; si ricordano qui quelle del Pentateuco di Ashburnham (sec. viI), nella Bibl. naz. di Parigi (Nouvelle acquisition lat. 2334, v. Enc. Catt., VII, coll. 1039-40) e il ms. ariaco 341. Nella Bibl. Vaticana nelle miniature del codice di Cosma Indicopleuste e nel cod. Vat. Reg. I del sec. x. In cicli musivi, come nella Cappella Palatina di Palermo; nell'arco della basilica romana dei SS. Nereo e Achillico (795-816; G. B. De Rossi, Mosaici, tavv. 22, 1; 26, 27). Nella chiesa del Convento di S. Caterina sul Monte Sinai il musaico absidale rappresenta la Trasfigurazione. A destra di Gesù è Elia, a sinistra è M. in aspetto di vegliardo, barbato, distinto con il suo nome (moycim). Il patriarca è rappresentato anche ai due lati di una finestra dell'arco absidale nell'atto di sciogliersi i sandali e di ricevere la legge dalla mano divina. I musaici sono stati attribuiti alla fine dell'impero di Giustiniano (S. Vailhé, La mosalque de la transfiguration au Sinaî est-elle de Justinien?, in Revue de l'Orient chrétien, 2 [1907], pp. 96-98).
BibL.: H. Leclercq, s. v. in DACL. XI, II, coll. 1648-89. Enrico Josi
Iconografia. - M. è per lo più raffigurato come profeta, e testimonio del Messia, nelle grandi cattedrali francesi gotiche (Chartres, Reims, ecc.) e, in Italia, nei pulpiti di scuola pisana, in architravi di chiese, ecc. Nella Cappella Sistina, negli affreschi delle pareti laterali, la storia di M. trova il suo più grandioso sviluppo in sei scene raffiguranti: 1) M. con la moglie Septiera in Egitto; Circosizione dei loro figli Gerson ed Eliezer, del Perugino e del Pinturicchio; 2) Il roveto ardente con M. che uccide l'Egitziano e scaccia i Madianiti dalla fontana, del Botticelli; 3) Passaggio del Mar Rosso, di Piero di Cosimo; 4) M. sul Sinai e Adorazione del vitello d'oro, di Cosimo Rosselli; 5) Punizione di Core, Dothan ed Abiron, del Botticelli; 6) M. che consegna la sua verga a Giosuè; dolore per la morte di M., di Luca Signorelli e Bartolomeo della Gatta. Una settima scena, M. salvato dalle acque, del Perugino, fu distrutta in occasione dell'esecuzione del Giudizio Universale di Michelangelo. Ma lo stesso Michelangelo, che diede, con il celebre M. per il mausoleo di Giulio II, colto nel momento dell'ira contro gli adoratori del vitello d'oro, unito al senso di una divina grandiosità, la più monumentale rappresentazione del Profeta, affrescò nella vòlta della stessa Cappella Sistina ancora un episodio simbolico della sua vita: quello del serpente di bronzo.
Naturalmente la figura del Profeta compare in tutte le illustrazioni moderne della Bibbia, a partire da quella dipinta da Raffaello nelle Logge Vaticane. Notevoli anche gli affreschi del collegio del Cambio a Perugia con i Profeti e le Sibille, opera del Perugino. - Vedi tav. XCIX.
BibL.: F. X. Kraus, in Realencyklopaedic der christlichen Alterthömer, II, pp. 430-32; K. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst. I. Friburgo 1928 pp. 288-90.
Eugenio Battisti
Apocalisse di M. - Apocrifo del Vecchio Testamento, che nulla ha a che vedere con M., come appare dal titolo dei 4 manoscritti pubblicati da C. Tischendorf (1866): «Storia e vi